Epidemie, malattie e altre sfortune – Seconda Parte

La storia delle epidemie ha una storiografia foltissima. Questi articoli non hanno lo scopo di aggiungere nulla di nuovo sull’argomento. I libri non sono sufficienti per fare ricerca storica; lo storico ha bisogno di integrare i suoi studi con altre fonti, archivistiche in primo luogo, ma non solo. Tuttavia questo materiale è importante, perciò pesco liberamente dalle biblioteche digitali saggi e opere che contengono informazioni che vanno al di là dell’argomento specifico. Si tratta di una letteratura in parte indagata, ma per molti aspetti non ancora utilizzata e sfruttata adeguatamente. Perciò mi limito ad alcune indicazioni.

Paure

Dopo le riforme introdotte in ambito medico dalla Rivoluzione francese il medico

“dovette gettarsi fra il popolo, smettere il suo aspetto grave e meditativo, il suo passo moderato, il sussiego, il mistero, la riservatezza: gli fu forza rinunciare alla sua parrucca inanellata, alle corte braghesse, ai dorati fibbioni […] all’anello dottorale. Bisognò che tutto riformasse […] e niuna differenza da quinci innanzi ponesse ne’ tratti fra il plebeo e il nobile, fra il ricco e il povero”. (Antigono Zappoli, Il medico di tutti i secoli, Bologna, 1855, volume 2. Nelle biblioteche digitali ho trovato soltanto il primo volume dell’opera).

Sembra quasi di leggere un necrologio. In effetti, in parte è così: la nostalgia del tempo che fu, il rimpianto del medico che scrive queste righe poco prima della metà del XIX secolo, sono il necrologio dell’Ancien régime, di quella intera epoca spazzata via dalla Rivoluzione francese (su questo, vedi Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione). La creazione delle condotte mediche e l’obbligo di frequentare le corsie d’ospedale registrando il decorso della malattia e le condizioni del paziente sul “tableau” (l’antenato della cartella clinica) sono provvedimenti che per un certo periodo i medici vivono come un declassamento: le condotte mediche, soprattutto quelle di campagna sono vaste e difficili da percorrere: in inverno molte strade diventano sentieri fangosi a causa del maltempo; spesso i municipi rifiutano di fornire ai dottori un cavallo per spostarsi; il lavoro diventa faticoso e malpagato. Le lamentele dei medici si moltiplicano: gli archivi comunali sono zeppi di questi reclami.

“Gittarsi tra il popolo” può significare molte cose. Innanzitutto si tratta di una scoperta. Non che prima le classi dirigenti non sapessero della condizione disperata delle fasce più povere della popolazione; ma si trattava per lo più di informazioni filtrate dalla sensibilità dei parroci, degli enti caritatevoli, di qualche filantropo. Ora i medici entrano nelle case – nei “tuguri”, come abbiamo visto nell’articolo precedente (Epidemie, malattie e altre sfortune.). Una cosa è sapere che ci sono condizioni di povertà; un’altra, e ben più sconvolgente, è vederla e conviverci – sia pure per il breve tempo di una visita. Toccare corpi sporchi giacenti in “letti” che spesso sono pagliericci con lenzuola e coperte non lavate da settimane se non mesi, frequentare corsie d’ospedale quando quest’ultimo è descritto spesso come una sorta di anticamera della morte (lo vedremo nei prossimi articoli); tutto questo provoca un profondo senso di declassamento nella categoria.

Il medico condotto svolge la funzione di cerniera tra le classi popolari e i ceti dirigenti: per formazione e cultura appartiene ai secondi, ma convive e lavora tra le prime. La popolazione dell’isola detta della Giudecca, a Venezia, “isola la più miserabile dove l’ozio, l’infingardaggine, la sporcizia, il puzzo delle case e degli abitanti non sono esprimibili” viene ritratta in modo impietoso: “lavoratori di corda, facchini da biade, pescatori tutti cenciosi vedonsi colle mani sulla cintola, donne cicalanti a torme di dodici, sedici con bambocci in braccio che non fanno nulla nemmeno filare” (Francesco Maria Marcolini, Intorno al cholera cianico di Venezia nell’ anno 1835. Annotazioni. Un’accozzaglia di gentaglia insomma.

Non sarebbe difficile moltiplicare descrizioni di questo tenore in relazione a molte città. Da esse traspare un disprezzo frutto di retaggi culturali radicati (la miseria come colpa del povero); ma che deriva anche dal contatto con soggetti sociali ritenuti inferiori.

Diffidenze

Soffermiamoci su questo aspetto anche se ovviamente non è l’unico. In primo luogo, in line a generale, le notizie attinenti le malattie venivano distorte con grande facilità. A Brescia, “la riproduzione di tal morbo succeduta in Vienna nella primavera del 1832 non turbò minimamente [la cittadinanza], e la sua scomparsa dagli stati austriaci in seguito avvenuta la rafforzò nella fiducia che l’Italia ne sarebbe andata per sempre incolume […]. L’idea ch’erasi formata questo popolo […] rappresentava il cholera come una malattia destinata a mietere le sue vittime nelle grandi città e nelle capitali, ove dappresso all’opulenza ed al fasto scorgesi la più turpe miseria ed il più ributtante squallore, o in paesi di mal’aria, o sopra terreni pessimamente condizionati e popolati da genti povere e sudicie. Da qui si fece forte nell’opinione che un tal male non avesse ad estendere le sue radici, né potesse allignare sopra un suolo dei meglio costituiti, in un’aria generalmente pura, e sotto un cielo mite, sereno e sfolgorante di luce qual è quello d’ Italia” (Guglielmo Menis, Saggio di topografia statistico-medica della provincia di Brescia: aggiuntevi le notizie storico-statistiche sul cholera epidemico che la desolò nell’ anno 1836).

Suggestioni e dicerie (alle quali non sono del tutto estranei nemmeno i medici, come avverte uno di essi), forse dovute a “un sommo pregiudizio ed errore adottato non solamente dal volgo, ma eziandio da molti che al volgo non appartengono […], fu quello che il vero e legittimo cholera morbus per esser tale debba troncare la vita degli attaccati in poche ore” (Giovanni Filippo Spongia: Comentarii di medicina. Volume 1; opera periodica). Vox populi destinata a capovolgersi immediatamente e a trasformarsi in panico una volta che l’epidemia inizia a diffondersi e a mietere vittime. Allora “eravi la generale opinione che attaccasse l’uomo come un colpo di fulmine […] e questa idea fatale domina pur troppo anche oggidì nel popolo. Questo pensiero nella sua prima invasione spaventava tutti” (Luigi Toffoli, Conforti ai paurosi del colera indiano ed avvertimenti al popolo). (Ho notato la stessa reazione a Faenza in occasione dell’epidemia di tifo petecchiale del 1817, Banzola Matteo L’anno senza estate. Carestia ed epidemia nella Legazione Pontificia di Ravenna, 1817-1818, in QUADERNO 22 (2019)).

Se i medici vivono le riforme introdotte dalla Rivoluzione francese ed esportate in tutta Europa dagli eserciti napoleonici come un ingiustificato declassamento, la loro frustrazione è accresciuta dal fatto che, in genere, la popolazione diffida di loro. Spesso il medico non viene creduto: “sempre si chiama il medico solamente negli ultimi stadi, e nei momenti della maggior gravezza, e cioè quando non è più curabile”, scrive un medico dell’imolese nei primi anni Quaranta a proposito della pellagra. Pochi anni più tardi, in occasione di una epidemia di vaiolo a Bologna, un medico denunciava che “molti, anzi moltissimi bambini e fanciulli erano fino allora privi della vaccina, non tanto per negligenza quanto per cieca ed ostinata ripugnanza dei proprii genitori e parenti a quel preservativo” (Società Medico-Chirurgica di Bologna; Bullettino delle Scienze Mediche, col 20, 1851), convinti che l’inoculazione del vaccino equivalga all’inoculazione della malattia.

Superstizioni, rimedi popolari e “rimedi dell’arte”

Le lamentele dei medici non sono infondate. Eppure, di fronte al panico scatenato dall’estendersi delle epidemie, tra le classi popolari si tende ad affidarsi alla “mirabilia di alcuni amuleti” fabbricati e venduti da “ceretani” senza scrupoli. A Milano, uno che “ha grande spaccio” è formato “d’un tubo di penna da scrivere ripieno di mercurio metallico e chiuso ai due estremi con cera lacca [e] vestito di alcuni adornamenti di color rosso, lo si raccomanda al collo la mercé di un nastrino pure rosso” (Precetti salutari onde essere preservati dal cholera-morbus ed adattati spezialmente alla maniera di vivere de’ Lombardi). (Sull’argomento si veda lo splendido libro di Giorgio Cosmacini, Recensione. Giorgio Cosmacini: Ciarlataneria e medicina).

A Napoli, ci informa Salvatore De Renzi “preservativi pel colera ne chiedevano tutti. Si videro in sulle prime i sigari canforati, e le tinture aromatiche, o canforate, e gli aceti, e cento secretuzzi, nelle mani di tutti. Poscia […] alcuni volevano circondarsi di un isolatore pel colera , e ricorsero alle resine, alla seta, alla lana, alle piastre metalliche, alle bottigline di mercurio metallico […]. Alcuni prendevano tutte le mattine un decotto di camomilla, rimedio innocente. Altri adoperavano la limonea gazosa formata col bicarbonato di soda e sugo di limone”. “Rimedi innocenti”, conclude giustamente il medico, ma quali erano i “rimedi” offerti dalla medicina?

“Prima che arrivi il medico soccorso conviene eccitare fortemente la pelle e richiamarvi il calore con applicarvi cenere o sabbia calda dentro a pannolini”, consiglia un dottore che si è scagliato contro ciarlatani che si spacciano per dottori. Un altro ritiene che contro il colera “si possono ottenere grandi vantaggi dai bagni di vapore fatti nella seguente maniera: si colloca sotto una seggiola ordinaria un vaso di terra contenente una pinta d’aceto [al quale si devono aggiungere] due ottavi di canfora disciolta in due o tre once di spirito di vino. Nel medesimo tempo si fanno arroventare pezzi di ferro o di pietre o di mattoni Si fa quindi sedere sulla seggiola il malato spogliato delle sue vesti Si copre poscia con coperte di lana la seggiola ed il malato dal collo fino ai piedi i quali dovranno posare su panno di lana o d’un altro panno qualunque. Ogni cosa così disposta si gettano nell’aceto ad intervalli di pochi minuti secondi i pezzi di ferro o di pietre arroventati. L’aceto in tal modo si scalda e si riduce ben presto in vapore. Questo bagno deve durare da 10 a 15 minuti. Dopo di ciò si rimette l’ammalato in letto”.

Con considerazioni di questo genere siamo poi così distanti dalla superstizione? In realtà molti medici ammettono di essere impotenti di fronte all’insorgere di molte malattie. Ciò che possono fare è promuovere avvertimenti e consigli per tentare di prevenire il diffondersi dei contagi sollecitando “fumigazioni” degli ambienti, disinfezioni, imbiancature, vitto moderato e igiene personale. Ma come abbiamo visto nell’articolo precedente e come ribadiscono in molti, i loro precetti sono destinati a cadere nel vuoto.

Ad esempio, a Como, “sussistono ancora così in città come nei sobborghi alcune località con viottoli angusti tortuosi non ventilati case depresse umide non aerate ed abitazioni al tutto malsane per mancanza d’aria e di luce ed ivi trovasi addensata la classe più povera della popolazione costretta a trascinare l’esistenza fra lo squallore e gli stenti, indifferente anzi ritrosa agli ordinamenti d’igiene pubblica e privata” (Alessandro Tassani, Cenni topografici statistico-medici sulla città di Como).

Il Dottor Tassani stilava queste note nel 1861, in anni in cui la medicina stava conoscendo profonde trasformazioni passando dall’arte medica a scienza, da sapere sperimentale a scienza. In realtà, per molto tempo, la distanza tra medicina ufficiale e sapere popolare fu minima o poco più:

“Non si stenta a trovare qua e là in questo territorio [di Dozza] delle piante medicinali, che possono servire a chi è privo di mezzi necessari di procacciarsele nelle farmacie. Quanto a me, non ho esitazione, quando ho a curare poveri attaccati da croniche tossi, di far loro prendere i decotti di tossilagine, di edera terrestre, di lichene, di poligola che essi medesimi vanno a raccogliere per la campagna. Così per le affezioni scorbutiche e pellagrose, e specialmente per queste ultime così comuni in questo territorio, insegno loro a rivolgersi alla beccabunga al nasturzio acquatico, alla fumaria, erbe prodotte da terreni acquitrinosi” (Bullettino delle scienze mediche. Volume 12, 1847).

Ecco allora che “senapismi”, cataplasmi, “bevande sub-acide”, succo di tamarindo ecc. prescritti dai medici e in uso negli ospedali non si distanziano poi molto dalla pratica popolare.

Conclusioni

L’intento di questo articolo non è quello di screditare la medicina moderna ancora in formazione, quanto piuttosto quello di mostrare, anche con pochi esempi, l’ampiezza delle informazioni che si possono recuperare da scritti e opere spesso trascurate. Certo, non tutte, ma moltissime sono le memorie, i saggi brevi, gli opuscoli, non di rado scritti da medici rimasti sconosciuti che offrono agli studiosi informazioni preziose.


Wellcome Digital Library

Una delle più grandi biblioteche di Storia della Medicina del mondo. Poco meno di 150.000 volumi di ogni genere e molti altri progetti.

Alla Wellcome Digital Library ho accennato in varie occasioni. Ne ho parlato presentando gli Annali Universali di Medicina e alcuni Siti per la storia della medicina.

Ma la Wellcome è

è una delle più grandi collezioni specialistiche sulla storia della medicina e delle discipline umanistiche mediche. Ospita oltre 2,5 milioni di pezzi di straordinaria ampiezza e diversità, tra cui libri, film, archivi, manoscritti e opere d’arte provenienti da tutto il mondo.

La Biblioteca mette gratuitamente a disposizione online il maggior numero possibile delle sue collezioni. Oltre a questa selezione di libri e riviste storiche, sul sito web della Biblioteca è possibile trovare sempre più materiale digitalizzato, compresi manoscritti e raccolte d’archivio.

Recentemente la Wellcome Library si è affiliata a Internet Archive. La si può trovare sia cercandola direttamente nella stringa “cerca”, sia, dopo aver aperto il portale e selezionato il logo dei libri, selezionando European Libraries e poi Wellcome Library.

Fino ad ora sono circa 142.000 i libri digitalizzati. Quelli in italiano sono poco più di 2.300, molti meno di quelli disponibili in francese e tedesco (per non dire di quelli in lingua inglese), ma comunque un bel malloppo. Tanto più che la Wellcome si sta impe gnando a riversare collezioni di riviste. Ho già fatto cenno agli Annali Universali di Medicina; ne stanno arrivando altre. Si può sostenere che la Wellcome Digital Library sia l’equivalente di Biu-Santé per la Francia.

Ma Internet Archive offre solo una parte dell’immenso materiale della Biblioteca. Visitando direttamente https://wellcomelibrary.org/ troverete molte altre collezioni disponibili. Da una collezione di manifesti sull’AIDS a manoscritti e filmati, a pubblicazioni incentrate su Londra: nello specifico si tratta del Medical Officer of Health Reports dal 1848 al 1972. Sono relazioni con dati statistici su nascite, decessi e malattie, che riflettono idee e sensibilità degli autori.

Anche se i progetti sono molti altri, compresa una raccolta di Manoscritti medievali, non posso esimermi dal segnalare la prima parte di circa 800.000 documenti che verranno digitalizzati sulla Mental Health – in pratica una biblioteca digitale nella biblioteca.

Insomma, la Wellcome Digital Library, sia che la si raggiunga da https://archive.org/details/wellcomelibrary sia sul proprio sito – https://wellcomelibrary.org/collections/digital-collections/ è un vero e proprio mare da esplorare. Infatti, oltre ad opere di ogni genere di specializzazione medica, si trovano anche libri di viaggio, storia naturale, pittori e cultura generale.

Buona navigazione.

Annali Universali di Medicina on line

Questo giornale [gli Annali Universali di Medicina] acquistò in poco tempo un credito immenso e divenne […] il Vade Vecum di ogni medico italiano desideroso di conoscere i progressi delle scienze mediche compiuti presso le nazioni incivilite. Questa pubblicazione […] si sparse bentosto per tutta l’Europa e penetrò anche in America.

Così si legge a proposito degli Annali Universali di Medicina in una pubblicazione del 1863 [L. Combes, Della Medicina in Francia e in Italia].

Ora la Wellcome Library, una delle più grandi biblioteche d’Europa, ha digitalizzato i primi 90 volumi (136 fascicoli) della rivista. La Wellcome Library riversa le proprie digitalizzazioni in Internet Archive. (Quindi il percorso da seguire è: archive.org, Wellcome Library, selezionare “italiano” nella colonna a sinistra e cercare la rivista).

Ma l’aspetto importante è che questa rivista non interessa esclusivamente la ristretta cerchia degli storici, dei medici e degli specialisti. Non si deve dimenticare che, dopo la riforma della medicina impressa dalla Rivoluzione francese e quanto meno fino alla metà del XIX secolo, i medici non erano soltanto medici, ma si consideravano medici-filosofi.

Ciò significa che gli Annali Universali di Medicina offrono la possibilità di vedere la medicina in una nuova veste. Volete conoscere qualcosa degli ospedali, dei manicomi, delle malattie legate al lavoro, dei primi opifici, dei “rimedi dell’arte” (cioè di quali medicine adoperassero, vale a dire la farmacopea) e altro ancora? Bene, qui troverete di che appagare abbondantemente la vostra curiosità.

Gli Annali Universali di Medicina sono stati digitalizzati anche dall’Emeroteca Digitale Braidense, in un altro formato (qui i formati per leggere e scaricare i volumi sono diversi). Insomma, c’è davvero molto da scoprire e da imparare. Buona lettura.