Recensione. Attilio Brilli. Quando viaggiare era un’arte.

160 pagine di puro piacere e divertimento sul Grand Tour

Cosa si intende per arte del viaggiare? In che senso viaggiare era un’arte? Dalla fine del XVII alla metà del XIX secolo – questa la periodizzazione scelta e studiata da Brilli – rampolli delle famiglie più blasonate o ricche dell’aristocrazia europea compivano lunghi viaggi attraverso l’Europa: il Grand Tour, come veniva (e sarebbe poi stato) chiamato.

Quei giovani – maschi – erano destinati a carriere brillanti, soprattutto quella diplomatica: acquisire una cultura vasta più che profonda, essere in grado di ben figurare nel bel mondo destreggiandosi con sicurezza nelle conversazioni sui più svariati argomenti – dall’economia alle scienze naturali, dalle abitudini dei popoli all’arte – e non di meno acquisire una conoscenza dell’animo umano erano requisiti indispensabili per gli impegni che un giorno avrebbero assunto.

Di qui l’importanza di un lungo viaggio per maturare esperienze, imparare lingue straniere e prepararsi convenientemente agli incarichi futuri. Una cultura “enciclopedica” insomma, alla quale successivamente si affiancherà una maggiore attenzione e sensibilità alle questioni culturali, artistiche e storiche dei paesi visitati – opportunamente sorvegliati, sia pure con una certa elasticità, da tutori abili nel combinare rispetto, obbedienza e liberalità.

Dalla Gran Bretagna, dunque, attraversare la manica (sperando che le acque della Manica non siano in tempesta); dal nord della Francia puntare diritto alla volta di Parigi, calamita irresistibile; dirigersi a sud facendo tappa nelle città minori e decidere se entrare in Italia via mare, alla volta di Genova o scavalcare le Alpi e scendere verso Torino. Vi è anche un altro tragitto che passa dall’Olanda, attraversa la Germania per poi scendere in Italia verso Milano.

Ma la Germania ha le strade più brutte e difficilmente percorribili: il viaggio si trasforma in un penoso calvario. La maggior parte dei viaggiatori arriva in Italia da Genova o attraversando le Alpi.

Non che le condizioni della viabilità siano ottimali. Scavalcare le Alpi è impresa vera e propria. Brilli riporta stralci di annotazioni di viaggiatori terrorizzati dopo essere stati installati su rudimentali portantine e portati giù da robusti e agili montanari capaci di correre lungo stretti sentieri ghiacciati che costeggiano inquietanti burroni.

Strade, carrozze e intemperie

Le strade sono croce e delizia del viaggiatore. Delizia perché alimentano il senso e lo spirito di avventura dei giovani; ma si rivelano molto più croce. Spesso sconnesse, a volte impraticabili a causa del maltempo, in alcune zone infestate dai briganti (do cui poi spesso si favoleggia mentre si chiacchiera cenando con altri commensali, o ci si rilassa nel dopocena fumando un sigaro e chiacchierando ancora in cucina, vero cuore delle locande). Perciò occorrono carrozze resistenti e dotate di “segrete” al suo interno in cui nascondere cose di valore. In Inghilterra, spiega l’A., ci sono artigiani specializzati in grado di proporne una vasta gamma. I più ricchi, infatti compiono il Grand Tour con al seguito camerieri, cuoco, pittore e perfino cani, e sono molti a portare con sé stoviglie e spezie altrimenti introvabili. Devono innanzi tutto essere facilmente smontabili e rimontabili: impossibile utilizzarle negli stretti e ripidissimi sentieri alpini o appenninici, ma anche nei rari ponti in legno, talmente malconci e pericolanti da rendere di gran lunga preferibile utilizzare chiatte per guadare i fiumi. Ma devono anche essere spaziose e lo spazio ben organizzato per fissare bauli, valigie, ceste ecc. Brilli le descrive minuziosamente, inoltrandoci in un mondo di artigiani che per perizia e ingegnosità confinavano con l’artista (lo stesso discorso vale per il necessaire dei viaggiatori).

 

Le carrozze si trovano anche in loco, a noleggio ed è una valida alternativa adottata ma molti, ma moltissimi sono coloro che si affidano ai servizi di quei veri e propri microcosmi delle stazioni di posta. Se lo status sociale, segnalato dall’imponenza e bellezza della carrozza stessa e dal seguito, decade, l’avventura del viaggio si vivacizza di nuove conoscenze con viaggiatori di ogni rango: ricco e povero, saggio e ciarlatano, vecchio e giovane, taciturno e loquace si mescolano – viaggiare con le carrozze di posta significa democratizzare il percorso.

Date le condizioni delle vie di comunicazione, durante il Grand Tour si passa moltissimo tempo in strada – le carrozze molto raramente sorpassavano i 20 km all’ora. Occorre attrezzarsi anche per quanto riguarda l’abbigliamento. Vestiti semplici, comodi e dimessi per non dare eccessivamente nell’occhio: alle donne si raccomanda di non indossare orecchini, collane e anelli. Scialle e mantelli, da utilizzare come coperta, cuscino, tovaglia ecc.; calzature comode e calde. Per i vestiti “buoni” ci sarà tempo nelle città.

Le stazioni di posta

Le stazioni di posta sono un piccolo mondo brulicante: accattoni che chiedono la carità, contadini che vendono masserizie, chi si propone per  qualunque servizio, ci si riposa, si mangia, si prenota una camera per la notte, si cambia valuta. Serve qualcuno che sappia destreggiarsi in questo microcosmo che oscilla tra la legalità e l’illecito. Ci si affida al vetturino per le più svariate incombenze. Nel mosaico di Stati che compone l’Italia del tempo, rinnovare passaporti e cambiare valuta sono faccende noiose che portano via tempo. Con buone mance, un vetturino sveglio sbriga il tutto, occupandosi anche del cambio dei cavalli e di vitto e alloggio. Era un buon compromesso per il viaggiatore, soprattutto se si aveva modo di evitare le quarantene quando si proveniva da zone infestate da una qualche epidemia.

Alloggiare

“Ultimo che arriva male alloggia” avverte l’adagio popolare, e capitava spesso a viaggiatori fuori orario a causa di un contrattempo (carrozze che si rompevano o rovesciavano erano frequenti). Se spesso, soprattutto nelle cittadine di provincia, i viaggiatori che disponevano di relazioni consolidate o buone presentazioni venivano ospitate da nobili del luogo o in conventi; gli altri si affidavano ad alberghi e locande.

Brilli traccia, disseminandola lungo la narrazione, una succinta ma succosa storia dei cambiamenti avvenuti nell’ambito della ristorazione. Lungo i percorsi più battuti a poco a poco le locande si trasformano in alberghi, talvolta di qualità non inferiore a quelli di città. In quelli secondari invece, tocca accontentarsi e può capitare di dormire in camere quasi spoglie di mobilio, in letti infestati da insetti e pulci e, addirittura, in stalle con tanto di animali e fieno per coprirsi.

In città le cose cambiano e si può alloggiare dignitosamente in modesti appartamenti o in piccoli alberghi, mentre quelli più grandi e costosi assicurano anche la compagnia di ragazze compiacenti.

Da questo ultimo punto di vista la fama di Venezia è ineguagliabile, ma ogni città ha la propria caratteristica: Napoli è festosa, brulicante di vita, di venditori di ogni genere, in bilico tra il paradiso del clima e del paesaggio e l’inferno della miseria in cui vive gran parte dei suoi abitanti. Milano guarda più all’Europa che al resto della penisola; Firenze incanta per i suoi trascorsi medievali e rinascimentali; Torino appare rigida e severa. A Roma non si può perdere il carnevale – come a Venezia -. Ma Roma è anche la città della cultura classica per eccellenza, ed è anche la città del Papa. Gli amanti dell’arte non possono fare a meno di descriverla o ritrarla. Ma le rovine romane, che tanto affascinano i viaggiatori, diventano anche la dimostrazione tangibile del degrado e della decadenza attuali dell’Italia, capace un tempo di raggiungere vette ineguagliate di splendore e potere e oggi ripiegatasi su un presente di povertà.

C’è questo e molto altro in questo Quando viaggiare era un’arte di Attilio Brilli (che può essere integrato con il suo Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità), raccontato con uno stile colto ma capace di affascinare il lettore e accompagnarlo in questo Grand Tour che oggi – in tempi in cui siamo in grado di spostarci velocissimamente – è destinato a rivivere solo sulla carta. Una lettura piacevolissima, supportata da una dettagliata bibliografia.


I manoscritti di Marcello Oretti su Archiweb

I manoscritti di Marcello Oretti on line su Archiweb. Una fonte preziosa per la storia dell’arte.

Delle iniziative dell’Archiginnasio di Bologna mi è capitato di parlare qualche volta. Nella pagina Lectio Magistralis ho segnalato almeno una delle numerose conferenze che ha realizzato e che organizza.

Anche della  biblioteca digitale dell’Archiginnasio mi è capitato di fare cenno in qualche occasione. I progetti realizzati e disponibili on line sono molti e il ventaglio dell’offerta ampio e variegato. Non può essere diversamente data la ricchezza dei suoi fondi sia librari che documentari.

Proprio in ferimento a questi ultimi, l’ultimo progetto realizzato e già disponibile on line riguarda i manoscritti di Marcello Oretti (1714-1787). Di “nobile condizione”, poté permettersi di dedicarsi alle sue passioni: lettere, arte e disegno. Viaggiò moltissimo raccogliendo notizie sulla storia dell’arte tramite una fitta trama di corrispondenti. Scrisse altrettanto ma non pubblicò nulla, affidando i suoi studi e le sue considerazioni a una corposa collezione di 62 volumi manoscritti – manoscritti che – come si legge nella presentazione

hanno sempre costituito e rappresentano ancora oggi una fonte imprescindibile di notizie non solo sugli artisti bolognesi o che hanno operato a Bologna, ma anche sul patrimonio artistico della città e del territorio bolognese, oltre che delle numerose città italiane da lui visitate.

I manoscritti di Oretti hanno un carattere miscellaneo. Tra quelli relativi alle opere d’arte si ricordano in particolare Pitture nelle chiese di Bologna, Pitture nei palazzi e case nobili di Bologna e Pitture nelli palazzi e case di villa nel territorio bolognese.
Le biografie degli artisti facenti capo alla scuola bolognese sono contenute principalmente in Notizie dei professori del disegno; altre notizie biografiche sono comprese nell’Aggiunta di molti professori di pittura scultura architettura non nominati dall’Orlandi.

Sono inoltre presenti una Raccolta di marche di pittori e scultori, lettere autografe di artisti e committenti dirette a Oretti, oltre a testamenti di artisti, inventari e stime di pitture e disegni, trascrizioni di lapidi sepolcrali, e più in generale diverse miscellanee di notizie artistiche.

Con questo progetto, l’Archiginnasio ci offre dunque l’occasione per approfondire non solo lo studio della Bologna artistica, ma anche di approfondire lo studio dell’arte in generale.

Non resta dunque che indirizzarci alla pagina de I manoscritti di Marcello Oretti con la certezza di accingersi a un viaggio interessante anche grazie alle molte informazioni e indicazioni opportunamente inserite nella pagina a lui dedicata (le quali possono essere arricchite con la voce a lui riservata nel Dizionario Biografico degli Italiani – DBI –  Marcello Oretti DBI).

Buona navigazione.

Visitare l’Italia. L’archivio del Touring Club Italiano

Un’immensa quantità di materiale del Touring Club Italiano

Nel presentare la Biblioteca Digitale Lombarda (BDL) mi è capitato di accennare la Collezione di riviste storiche del Touring Club (le ho indicate qui: Riviste storiche del Touring Club). Immaginavo che l’archivio del Touring Club contenessero molto di più, ma non ero a conoscenza del fatto che moltissimo materiale fosse stato riversato in rete.

Ho fatto questa scoperta grazie a Storia Digitale. Contenuti on line per la storia da cui riprendo la prima parte della presentazione.

Fotografie, riviste storiche, carte e materiali d’archivio raccontano un secolo di storia e turismo in Italia e nel resto del mondo con la voce della prima associazione turistica nazionale.

Più concretamente, per fornire qualche cifra e rendere l’idea del progetto,

L’ Archivio del Touring Club Italiano costituisce una delle raccolte archivistiche più importanti in Italia, per numero e varietà tipologica dei materiali conservati  – quasi 700.000 unità fra documenti e atti ufficiali, stampe fotografiche, cartoline, carte geografiche e atlanti, pubblicazioni e fondi speciali – e in virtù della sua natura complessa.

Archivio del turismo e del viaggio, archivio aziendale, archivio editoriale. L’archivio del Touring Club Italiano riunisce queste tre identità in modo trasversale, rappresentando così un unicum nel panorama nazionale che trova il maggior motivo di interesse proprio in questo intreccio inedito di prospettive.

Ci si può muovere in queste direzioni grazie alla struttura a raggiera del sito:

L’archivio è così diviso in quattro principali sezioni:

  • Archivio storico, comprendente tutti gli atti ufficiali e i documenti inerenti l’associazione dalla fondazione al 1980 e un nucleo di disegni originali e bozzetti dei migliori illustratori della prima metà del Novecento
  • Biblioteca, comprendente tutte le pubblicazioni  – guide, volumi, periodici – editi dal TCI fino al 1990
  • Archivio Fotografico, 350.000 stampe vintage in bianco e nero e 30.000 cartoline, dal 1870 al 1970 circa
  • Cartoteca, con un nucleo di carte e atlanti prodotti fra XVI e XIX secolo giunti grazie ad una donazione e con le realizzazioni in campo cartografico edite dal Touring Club Italiano.

Non resta dunque che immergersi in questo viaggio andando ad esplorare il nostro Paese sotto molteplici punti di osservazione. Buona navigazione: Digitouring