Recensione. Antoni Maçzak: Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna

In Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna, Maçzak ha scelto di studiare i secoli che precedono il Grand Tour: i viaggiatori di quest’epoca non sanno ancora con precisione cosa cercare, dove andare, come scrivere impressioni e osservazioni; talvolta non sanno nemmeno con precisione dove si trovano. Proprio per questo insieme di motivi le loro testimonianze sono più vivide, più fresche e, forse, più sincere.

CARROZZA DA PARATA DEL CONTE DI CASTELMAINE AMBASCIATORE D’INGHILTERRA di Van Westerhout Arnold (1651 – 1725) – 1687 – MuseiD-Italia, Italy – CC BY-NC-ND.
https://www.europeana.eu/it/item/2048011/work_81351

Lo stupore è infatti uno degli elementi che ricorrono frequentemente nelle testimonianze: per la pulizia delle città olandesi o delle locande inglesi (o, al contrario, per la desolante povertà di quelle polacche o spagnole al di fuori dalle grandi città); per la facilità con la quale viaggiatori comuni possono avvicinare personaggi di alto lignaggio (anche regnanti) sia pure quasi sempre in occasioni informali come nelle locande; per gli usi e costumi di alcuni popoli (il consumo di frutta e l’uso della forchetta da parte degli italiani stupisce molti stranieri).

Gusti, mentalità e comportamenti spesso lontanissimi dai nostri, come l’attrazione per le pene capitali, eventi ai quali per assistervi non di rado i viaggiatori erano disposti ad allungare o deviare il proprio itinerario; o il piacere di collezionare cose che ai nostri occhi non hanno alcuna importanza. Semplicemente, come nota l’A., a quell’epoca, “tutto ciò che era nuovo, raro, strano e stravagante era degno di attenzione” (p. 289). Lo sapeva bene un locandiere di Amsterdam che fece della sua “Austeria” un luogo di attrazione proprio grazie a tutta una serie di marchingegni spettacolari e stupefacenti (pp. 103-105). Lo stesso discorso vale per l’arte. I modi di vedere e di intendere le arti era molto diverso dal nostro e sebbene dal Cinquecento alla fine del Seicento vi siano cambiamenti nei gusti e nell’approccio ad esse, ciò che interessava o suscitava ammirazione “era soprattutto una rarità, una curiosità, una testimonianza” (p. 311). I più diligenti e attenti si documentavano sulle guide prima del viaggio, ma anche queste, ovviamente, rispecchiavano i gusti dell’epoca: una guida segnala le stranezze realizzate da un vetraio di Murano, non l’arte vetraria in sè (p. 313). In loco ci si affidava alle guide delle città. Era un personale spesso improvvisato: vetturini, soldati momentaneamente disoccupati, bibliotecari s’improvvisavano guide turistiche e infarcivano le loro spiegazioni di inesattezze e invenzioni, che poi venivano riportate da coloro che prendevano appunti. Di qui gli errori che rinveniamo nelle guide stampate che sono giunte fino a noi (in generale vedi cap. 13).

Teniers the Younger, David, Smokers in a Tavern, 1635, Museo del Prado. Nelle locande si potevano fare incontri di ogni genere.

All’opposto, troviamo atteggiamenti che si sono mantenuti nel tempo. Studiosi e intellettuali avevano anche a quel tempo una tendenza a spostarsi molto più marcata rispetto ad altri gruppi sociali. Fiere come quella di Francoforte erano paradisi per i bibliofili, ma anche il richiamo di università, gabinetti di lettura e di studiosi rinomati era potente. Proprio un uomo colto come Montaigne, afflitto da numerosi acciacchi e disposto a coprire grandi distanze per curarli, ci mostra che talvolta alcune sensibilità erano avvertite in modo diverso dal nostro: ad esempio annota l’abitudine di orinare nei “bagni” dove si trovavano altre persone come una cosa del tutto normale (sui bagni e le stufe, vedi: Marzio Barbagli, Comprare piacere.). Altrettanto naturale era dormire in letti multipli con perfetti sconosciuti quando si pernottava nelle locande (la “privatizzazione” della camera singola con il letto ad una piazza avverrà più tardi. Vedi: Alain Corbin, Storia sociale degli odori).

Vernet, Claude-Joseph, La Construction d’un grand chemin. (A cheval, l’ingénieur Perronet), France, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 8331, https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010065348 – https://collections.louvre.fr/CGU. Fino a più della metà del ‘600 la rete stradale era sostanzialmente quella risalente all’Impero romano.
Scoprire il mondo, imparare a stare al mondo

Viaggiare è un verbo che racchiude molti intenti. Missioni diplomatiche, viaggi per imparare le lingue e le buone maniere, per recuperare la salute, pellegrinaggi e giubilei, per affari, per semplice turismo e senso di avventura; sono molti i motivi per cui la gente si metteva in viaggio. Mondo eterogeneo, dunque, quello dei viaggiatori, che però si incrociava nelle locande, nelle prime stazioni di posta, sul porticciolo per un battello o un’imbarcazione; si incontrava, si parlava, scambiava opinioni, condivideva tratte del viaggio – creava quella che Maçzak ha denominato con efficacia: “la società dei viaggiatori” (Capitolo 6).

In molte di queste occasioni le distanze sociali tra i viaggiatori si allentavano: nelle locande personaggi altolocati potevano fraternizzare temporaneamente con viaggiatori di estrazione molto più modesta, cenare con loro o passare qualche ora conversando e giocando nei dopocena o prima di coricarsi. Nei carri e nelle carrozze (sui quali si stava in 8, 10, 12) si creavano situazioni più informali, più confidenziali e “l’etichetta si faceva un po’ – talvolta davvero molto – meno rigida” (p. 189). Anche la paura – nelle zone infestate dal brigantaggio – o la convenienza (affittare una barca o una carrozza) erano collanti che saldavano rapporti destinati a sciogliersi una volta raggiunta la meta.

Ma viaggiare era anche un modo per mostrarsi e mostrare agli altri la propria ricchezza e il proprio potere. Re, principi e nobili spesso viaggiavano con un codazzo di cortigiani e personale di servizio di decine persone (e talvolta superavano abbondantemente il centinaio). Si trattava di eccezioni, naturalmente; di solito il corteo degli accompagnatori si riduceva a poche persone, ma per gente di rango era comunque inconcepibile mettersi in viaggio senza almeno un servitore.

Gerrit Berckheyde, The Golden Bend in the Herengracht in Amsterdam from the west, 1672, Rijksmuseum. Le città olandesi stupivano i viaggiatori per la loro pulizia.

Per i precettori delle famiglie altolocate che mandavano i propri figli (maschi) in Italia per motivi di studio e di educazione, il viaggio poteva rappresentare un’ottima occasione per fare carriera. Alcuni, come Thomas Hobbes, erano accompagnatori eccezionali, ma pochi erano di tale livello. Spesso però, se il primo viaggio si concludeva felicemente, il precettore diventava un accompagnatore professionista e una volta ritornato in patria si metteva al servizio di altre famiglie. In effetti il bagaglio di esperienze acquisite nel corso di un viaggio di circa un anno era notevole. Allacciare rapporti con persone influenti per districarsi nel difficile reticolo pieno di pericoli di passaporti e permessi, “fedi di sanità” e cambi di valuta (basti pensare a quanto erano frastagliate la Germania e l’Italia dell’epoca); nascondere il proprio credo religioso in paesi di fede diversa (e avversa, p. 258); trovare alloggi consoni al rango, professori e studiosi validi e, soprattutto, far quadrare i conti, non erano cose che si imparassero dalla sera alla mattina. (Sulle fedi di sanità vedi: Klaus Bergdolt La grande pandemia; William Naphy e Andrew Spicer: La peste in Europa e anche il bell’articolo Fedi di sanità: antichi passaporti che certificavano la salute ).

Thomas de Keyser, Ritratto di gruppo di un consiglio di amministrazione non identificato, 1630-1635, Rijksmuseum. Farsi inviare denaro o cambiare valuta era una faccenda complicata e rischiosa. Affidarsi a mercanti o a banchieri di provata solidità e affidabilità era il modo più sicuro per sbrigare queste faccende in sicurezza.

Per i rampolli si apriva invece un mare di prospettive allettanti e (almeno nei pensieri) di avventure, incluse quelle galanti. L’ospitalità aveva regole molto diverse da luogo a luogo: se in Spagna le donne venivano quasi nascoste, in altre zone il cliente era addirittura obbligato a baciare la moglie del locandiere al momento del suo arrivo. Le locande erano luoghi in cui non era impossibile avere qualche avventura fugace ma memorabile con una ragazza disponibile (p. 72) (pare che in certe zone della Francia le inservienti venissero assunte soltanto se di bella presenza). D’altra parte però, almeno nelle aspettative dei genitori, i viaggi avevano implicazioni molto serie per le future carriere dei figli: imparare a capire la condizione di uno Stato osservandone agricoltura e commerci, l’università e il numero delle accademie e delle locande; imparare a intuirne la solidità informandosi – con discrezione e tatto – sulle attitudini dei cittadini e sul loro grado di fedeltà ai regnanti; studiare le lingue, chiavi d’accesso per la carriera diplomatica – tutto questo ci si attendeva come risultato dei viaggi (e delle spese sostenute). Anche per questa ragione, soprattutto nei paesi protestanti – più “scientifici” e attenti a questo genere di informazioni (p. 235) – c’erano guide apposite, impostate e redatte per facilitare l’apprendimento di queste notizie. Incentivare lo studio, dunque, anche per indurre alla moderazione come stile di vita; raccomandazione questa ribadita in modo martellante dai padri ai figli e ai precettori perché tenessero gli occhi ben aperti.

Pericoli

Viaggiare era pericoloso. Il brigantaggio era una piaga che colpiva l’Europa dell’epoca a macchia di leopardo: era endemico in molte zone di confine, montuose e boscose e diventava un fenomeno imponente e preoccupante nel corso di conflitti – e, in generale, questi non furono secoli particolarmente pacifici. L’Italia era rinomata per i suoi banditi, e le guide segnalavano percorsi da evitare. In realtà il brigantaggio era una forma di ricatto, di “pedaggio” richiesto ed estorto al viandante e i banditi non avevano interesse ad uccidere viaggiatori pacifici, tanto più che l’A. riporta molti esempi di gesta cavalleresche da parte dei briganti, soprattutto quelli di area mediterranea: lasciare qualche soldo e qualche bestia per arrivare al primo paese (pp. 243 ssgg.). D’altronde era vero anche il contrario: il rischio di rimetterci la pelle era concreto, specie se durante le “trattative” qualcosa andava storto.

L’A. ci inoltra nel sottobosco delle leggi non scritte del mondo del brigantaggio con una serie di esempi che vanno dalle relazioni tra vetturini e briganti alle contromisure prese dai viaggiatori per proteggersi facendo gruppo, armandosi o assoldando scorte armate; “mance” lasciate alle autorità e con richieste di protezione al signore locale erano altri modi per attraversare territori in relativa tranquillità, e ci racconta cosa consigliavano le guide sul modo di comportarsi nel caso si venisse attaccati, dove nascondere il denaro oggetti preziosi e carte importanti. Sullo sfondo c’è la capacità (o, meglio, l’incapacità) degli stati di tenere i propri territori sotto controllo; fenomeno che diventava ancor più evidente in mare: il Mediterraneo e il Mare del Nord erano percorsi da pirati di ogni risma che attaccavano navi e coste.

Jacques Callot, Soldiers attacking a coach in a forest, 1633 ca., Europeana.
Curiosità vs paura

Per quanto validi possano essere i motivi per starsene a casa, oggi come allora, non avranno mai la stessa forza di quelli che spingono la gente a muoversi e viaggiare. Da questo punto di vista l’Italia, “santuario di cultura e arte antica” (p. 3939 era una calamita potentissima. Firenze, Roma e Venezia avevano tutto quello che un visitatore curioso potesse chiedere: storia, arte, curiosità, fede, svaghi, piaceri. Come resistere a tutto questo? Molti non avevano tempo a sufficienza per vedere tutto ed erano costretti a scegliere: Loreto, ad esempio, era una meta obbligata per i fedeli. Ma quasi sempre sacro e profano si mescolavano: Roma attirava enormi quantità di pellegrini ma era famosa anche per le sue innumerevoli cortigiane; quelle veneziane erano talmente importanti che la loro presenza poteva trasformare in successo o in un fiasco un avvenimento come il carnevale (sull’arte a Roma e Venezia in questo periodo si veda: Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Non c’era soltanto l’Italia, ovviamente: Parigi, Londra, i Paesi Bassi attiravano mercanti in gran quantità da tutta Europa. Anche la Spagna, nonostante l’Inquisizione fosse un buon deterrente, attirava visitatori da ogni parte.

Gaspar van Wittel, Piazza Navona, Carmen Thyssen-Bornemisza Collection on loan at the Museo Nacional Thyssen-Bornemisza 1699, CTB.1978.83_piazza-navona-roma
Conclusioni

Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna è basato sulle Guide e sulle relazioni di viaggio. Si tratta di una materiale eterogeneo, non solo per il valore letterario variabile a seconda di chi le compila, ma soprattutto perché diverge lo scopo per cui sono state scritte: un accompagnatore che durante il viaggio decide di diventare un accompagnatore di professione le compilerà in un certo modo; un viaggiatore che intende raccogliere materiale per le proprie memorie le scrive diversamente (e le rimaneggerà in futuro); un prelato che prende appunti su un viaggio diplomatico ometterà molte altre cose, ecc. Non di meno, pur con questi limiti dovuti alle fonti, Maçzak ci ha regalato un libro magnifico, ricchissimo, acuto e divertente. Tanto più che un buon numero delle fonti citate nella ricca bibliografia è ora disponibile nelle biblioteche digitali. Buona lettura.


Recensione. Francis Haskell: Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca

L’arte come lente di ingrandimento

Quando si inizia a studiare un argomento, partire dai classici è sempre raccomandabile. Mecenati e pittori di Francis Haskell è giustamente riconosciuto come uno dei libri più importanti e permane, a sessant’anni dalla pubblicazione, un punto di riferimento.

Tuttavia le domande che si pongono i lettori cambiano nel tempo. Coloro che lessero il libro sessant’anni fa, quando questo libro fu pubblicato per la prima volta, sicuramente cercavano risposte diverse da quelle del lettore di oggi. Sono stato attirato dal sottotitolo: “l’arte e la società”; una correlazione che si è rivelata ricchissima di piste da approfondire per me, che non sono uno storico dell’arte. Seguire tutti gli spunti disseminati lungo le oltre 600 pagine del libro mi è quasi impossibile. Mi limito a segnalare quelli che hanno attirato la mia attenzione.

Nepotismo e arte di governo

La Roma barocca era la città più ricca d’Italia ed era allo stesso tempo la città più cosmopolita d’Europa. Attirava visitatori da ogni parte d’Europa e tra questi ed era altrettanto naturale che calamitasse anche gli artisti. Nella Roma di quel tempo il denaro circolava a fiumi: le famiglie aristocratiche si circondavano di artisti per mostrare il proprio prestigio, la propria ricchezza e il proprio potere. Per gli artisti Roma era la città ideale per vedersi riconosciuto il proprio talento. Saper giocare bene le proprie carte era la strada per raggiungere fama e ricchezza: gli artisti più affermati o alla moda guadagnavano somme notevoli anche per singole opere; Bernini accumulò ricchezze da favola anche se è vero che egli era un caso a parte. Protetto di Urbano VIII, per un lungo periodo divenne arbitro insindacabile della vita artistica romana: senza il suo sostegno o almeno il suo benestare era impossibile a chiunque fare carriera a Roma (pp. 73-74).

Roma

La presenza del Papa a Roma costituiva un vantaggio decisivo per gli artisti. Entrare a far parte della sua corte o diventare favorito di qualche personaggio influente assicurava la possibilità di lavorare con continuità. Il nepotismo era una pratica diffusa e aveva radici profonde nella Roma del Seicento. Dati i continui intrighi e battaglie per il potere era naturale che i pontefici scegliessero i propri consiglieri tra i parenti più stretti (p. 65). Ogni volta che veniva eletto un nuovo papa, il neo rappresentante dell’altissimo in terra chiamava a Roma un codazzo di famigliari, parenti, amici, dipendenti, faccendieri e cortigiani, tutti bramosi di cariche e prebende, beneficenze e guadagni facili, impieghi comodi e poco impegnativi. Naturalmente, in quell’occasione, i favoriti del papa che era finito all’altro mondo iniziavano a tremare: a ogni nuova elezione corrispondeva anche la sostituzione del personale, perciò i favoriti di un tempo cadevano in disgrazia e si vedevano chiudere i cordoni della borsa. Perfino un uomo di fama internazionale come il Bernini dovette scontare un periodo di eclissi dopo la morte di Urbano VIII e l’elezione di Innocenzo X (pp. 235-237). Soltanto coloro che avevano accumulato grandi ricchezze e non si erano fatti prendere la mano da spese folli, esibizionismo sfrenato ed erano stati accorti accantonando ricchezze a sufficienza, potevano guardare all’avvenire con una certa serenità.

A Roma questa situazione era amplificata dal fatto che il papa era contemporaneamente guida spirituale del mondo cattolico il cui centro era appunto Roma, monarca assoluto di uno degli stati più ricchi d’Italia ed esponente di una famiglia ricca e potente. Ora, queste tre condizioni che normalmente tendevano ad intrecciarsi e a fondersi, divennero un groviglio inestricabile nella figura di Urbano VIII, capo dell’avida e formidabile famiglia Barberini.

“L’immenso sviluppo dato da Urbano VIII all’architettura e alla decorazione sacra mirava almeno in parte a soffocare i dubbi e le eresie che serpeggiavano in Italia, ed è proprio tale forza di persuasione che costituisce l’altra caratteristica dell’arte barocca” (p. 69). La basilica di San Pietro ne è l’esempio più caratteristico e lampante, ma anche gli ordini religiosi mirarono allo stesso obiettivo.

Ottavio Mario Leoni: Ritratto del Bernini

Gesuiti, Oratoriani e Teatini impiegarono lo stile barocco ai fini della propaganda. Gli inizi non erano stati facili. I lavori che commissionarono conobbero spesso interruzioni (anche prolungate) a causa della mancanza dei fondi necessari. Tuttavia, man mano che i fondi venivano raccolti (per intervento di un alto prelato o col concorso delle famiglie più ricche) e le opere completate, l’aspetto propagandistisco si stagliava con sempre maggior nitidezza. Ai Gesuiti, per esempio, interessava veicolare il messaggio secondo il quale la Compagnia di Gesù aveva soprattutto una funzione missionaria: i Gesuiti erano molto più preoccupati della vittoria del cattolicesimo nel mondo dei vivi che del destino delle anime in quello dei morti (p. 141). Perciò gli affreschi dovevano essere letti dai visitatori “come fossero sermoni” e in questo senso la pittura aveva una funzione fondamentale perché la potenza visiva restava fissata nelle immagini mentre invece “verba volant” (p. 118). Considerandosi missionari, lo scopo che i Gesuiti attribuivano all’arte “era quello di lumeggiare il lavorio della grazia divina (naturalmente per mediazione della Compagnia del Gesù) nell’anima umana. Era questo a dare ai soffitti delle loro chiese quel vigore logico che mancava in tante altre opere analoghe” (p. 156). In ogni caso, “verso il 1700 le chiese madri di queste istituzioni erano le più ricche di Roma” (p. 111).

Lo scopo dei pontefici era duplice. Il primo, ovviamente non dichiarato, riguardava il fatto che “ogni nuovo papa si preoccupava soprattutto di eclissare il suo predecessore” (p. 295). Il secondo, come notavano gli stessi osservatori dell’epoca nel caso di Alessandro VII, quello di “abbellir la città”: strade, piazze, fontane, palazzi. Tutto questo aveva fatto la fortuna degli artisti più rinomati e dato occupazione a una pletora di artisti minori per non dire del più vasto e variegato mondo dell’artigianato. Ma le spese erano enormi e sebbene “la stupefacente fioritura del barocco romano” provi il fatto che “nonostante le tremende emorragie, le risorse finanziarie del papa erano ancora abbondanti” (p. 242), è indubbio che la crisi che colpi gli Stati Pontifici alla metà del Seicento fu molto profonda: carestie e epidemie si aggiunsero alle spese ingenti del mecenatismo.

Attirando visitatori da ogni dove, Roma incamerava “tributi” e denaro. Inoltre, era convinzione che il fabbricare era una forma di “carità pubblica, e che tutti i Principi far lo dovrebbero” (p. 65). Ma al di fuori del mecenatismo questa logica produsse distorsioni durevoli nella storia italiana. A metà Ottocento, un medico francese, scriveva: “se arrivate in una città, per piccola che sia, se vedete un edificio che vi colpisce per la sua architettura [e] per la sua bella posizione […] che suggerisce al tempo stesso l’idea di ordine, di agiatezza e di felicità, visitatelo, se siete medici: è un ospedale, un ospizio per gli organi, uno di quei sontuosi monumenti designati con il nome di Albergo dei poveri; poiché anche la miseria ha i suoi palazzi in questo Paese”.

Piazza di Spagna

Ora, così come lo splendore di Roma crebbe a scapito delle miserande campagne circostanti, il mondo artistico fiorì a scapito dei contadini. Ne abbiamo prove eloquenti nelle opere dei Bamboccianti, artisti così chiamati per scherno che nelle loro opere ritraevano uomini al lavoro: il fornaio, l’acquaiolo, il venditore di tabacco, il fabbro, il brigante. Ma quando questi artisti rivolsero il loro sguardo alle campagne e ai contadini le immagini che li ritraggono sono distorcenti: robusti, aggraziati, le ragazze avvenenti, questi contadini risultano molto lontani dalla realtà (pp. 217-23). C’è dunque il tentativo di nascondere gli aspetti più duri della realtà, di mascherare una crisi profonda proponendo invece l’immagine di una Roma florida e potente.

Al di fuori dello Stato e della Chiesa

Chiesa e potere politico non erano le uniche fonti di mecenatismo in Italia. Esistevano ed erano attive figure originali di mecenati privati più o meno ricchi che alimentavano il lavoro degli artisti. Una delle figure più interessanti, studiata in modo approfondito dall’A. è quella di Cassiano dal Pozzo. Non ricchissimo, amico di Galileo, fervente appassionato di archeologia, dal Pozzo aveva i tratti più dello studioso che del mecenate. Tuttavia gli fu riconosciuto “il merito di essere i più grande protettore privato delle arti di Roma” (p. 184): artisti come il Poussin gli dovevano molto per la propria carriera.

Il mecenatismo di uomini come Cassiano dal Pozzo non era l’unica possibilità per gli artisti per svincolarsi dalle committenze del mondo politico o ecclesiastico. Vi erano mercanti (che sfruttavano soprattutto gli artisti più giovani e a buon mercato, p. 196 ssgg.) e le mostre d’arte. A fine secolo a Roma se ne tenevano quattro e devono essere segnalate soprattutto perché esse resero l’arte più commerciale e contribuirono a rendere la pittura una questione pubblica, con opere dal prezzo abbordabile. Di conseguenza, le mostre risultavano essere una buona vetrina per gli artisti desiderosi di ottenere committenze.

Intermezzi

Le condizioni del mecenatismo artistico in Italia mutarono radicalmente nella seconda metà del Seicento. Con la morte di Urbano XVIII nepotismo e mecenatismo si ridimensionarono in modo notevole. L’assottigliarsi delle commissioni e di incarichi ufficiali rischiava di gettare nella disoccupazione parecchi artisti, molti dei quali decisero di spostarsi altrove: “molti pittori si resero conto che ormai le possibilità migliori erano all’estero” (pp. 259 e 268). E gli stranieri non si fecero certo sfuggire l’occasione per approfittare dell’indebolimento di Roma. Francesi e inglesi lo fecero sia allettando gli artisti ad abbandonare l’Italia per trasferirsi a lavorare per loro, oppure saccheggiando a man bassa opere d’arte per poi trasferirle nei propri paesi: il conte di Monterey da Napoli mandò in Spagna “quaranta navi cariche di bottino” (p. 271).

Il declino della Roma dei papi rivitalizzò le città di provincia che diventarono ben presto accanite concorrenti. Roma non calamitava più gli artisti come un tempo; ora i collezionisti (soprattutto inglesi e tedeschi) si rivolgevano a Bologna, Napoli, Venezia.

A questo fenomeno diede un contributo notevole la guerra, che tornò ad interessare i territori italiani: tra una campagna e l’altra i comandanti militari coglievano l’occasione per farsi ritrarre o per inviare opere nei loro paesi d’origine (pp. 312-313). Le guerre giocarono un ruolo fondamentale per l’evoluzione del mecenatismo in Italia. La Guerra dei Trent’anni che squassò l’Europa finì col ridisegnare gli equilibri europei a favore dei paesi del nord e a svantaggio del Mediterraneo. Naturalmente occorse tempo affinché questi nuovi equilibri si assestassero divenendo definitivi. Haskell ci guida in questi percorsi seguendo spostamenti e ingaggi di artisti in paesi di area tedesca, in Inghilterra arrivando fino alla Polonia e alla Russia utilizzando questi percorsi e le collezioni d’arte e costruzioni dei loro committenti come testimonianza dell’inversione di tendenza: non è più Roma o l’Italia a calamitare gli artisti, ma sono i nuovi centri del potere europei ad attirarli.

Venezia
Canaletto: Entrata nel Canal Grande vicino a Punta della Dogana e Santa Maria della Salute

Il caso di Venezia appare molto diverso da quello romano. Qui Haskell, prendendo in esame il Settecento, mostra almeno due facce della città. La prima riguarda le famiglie patrizie che tenevano saldamente nelle proprie mani il potere politico. Ricchissime (si stimava che la famiglia Foscarini potesse contare su una rendita annua di 32.000 zecchini quado per vivere ne bastava una quindicina all’anno, p. 401), ma consapevoli di essersi inoltrate in un periodo di crisi e trasformazioni profonde, esse rivolsero la propria attenzione alla perpetuazione artistica delle glorie del passato: “la finzione che Venezia fosse ancora una grande potenza era sostenuta con ogni mezzo a disposizione dello Stato, e non poteva naturalmente non riflettersi sulla pittura del tempo” (p. 379).

Tuttavia, lo Stato era esausto per le lunghe guerre sostenute. Le famiglie di più antico lignaggio avevano bisogno del concorso di quelle più ricche del ceto mercantile: molte di queste, nobilitate nel corso del Seicento, entrarono a far parte dell’aristocrazia e “facevano sempre più sentire la loro presenza grazie allo splendore delle loro iniziative artistiche” (pp. 383-84): gli Zenobio, i Widmann, i Labia, i Lazzarini si facevano costruire splendide dimore in provincia anche se, piuttosto stranamente, in generale non erano particolarmente propense ad acquistare opere d’arte (p. 402).

L’artefice massimo a cui molte famiglie veneziane demandarono il compito di tramandare le vestigia del passato fu il Tiepolo, autentico ammiratore e sostenitore dell’Ancien régime. I nobili lo impiegarono soprattutto per esaltare le proprie famiglie. Naturalmente egli non fu il solo. Alcune famiglie ospitavano e mantenevano artisti i quali si dedicavano soprattutto a dipingere soffitti

Questa Venezia ripiegata su sé stessa e intenta a rispecchiarsi nelle glorie del passato non era visibile a colpo d’occhio. I moltissimi stranieri che facevano tappa a Venezia vi arrivavano attratti dal clima di spumeggiante liberalità, dalle cortigiane e dalla disponibilità di piaceri per il quale la laguna era famosa. Per questo genere di persone il fascino di Venezia restava immutato (p. 423-24). Ed era gente che faceva incetta di opere d’arte. Non solo, francesi, inglesi e tedeschi riuscirono a convincere parecchi artisti a seguirli, ma nonostante ciò la città continuava ad essere assai benevola nei confronti degli stranieri, sempre benvoluti. Si trattava di una sostituzione impari: non molto oltre la metà del secolo, la Repubblica e le famiglie che la sorreggevano non avevano più nulla di realmente nuovo da dire e il loro malinconico declino divenne irreversibile oltre che palese. D’altra parte gli interessi di coloro che continuavano a subire il fascino della Serenissima si spostarono più sul mondo dell’editoria (che a Venezia aveva radici profonde e una storia già notevole).

Vogel Bernhard: Vista di Piazza San Marco dalla Piazzetta
Conclusioni

In Mecenati e pittori Haskell dimostra che usare l’arte come una lente per studiare un periodo storico è un ottimo modo per individuarne pregi e difetti. Il mecenatismo ebbe entrambe le facce: disseminò l’Italia e l’Europa di capolavori ineguagliabili, ma il prezzo fu altissimo. Il nepotismo divenne una pratica di governo che si infiltrò in ogni ambito e a ogni livello. Haskell ci mostra una ricchissima galleria di uomini di talento; uomini cioè in grado di farsi strada comunque, ma dimostra anche che il metodo che consentiva l’accesso alle commissioni era la cooptazione: la protezione, la chiamata, l’intercessione, e cioè, in sostanza, la sottomissione e la perdita di una indipendenza anche di pensiero all’interno di un rapporto sbilanciato tra committenti ed esecutori tutto a favore dei primi (pochissimi erano coloro che potevano permettersi di rifiutare offerte). L’A. lo afferma a chiare lettere nelle conclusioni.

Naturalmente si trattava di un fenomeno in buona parte inevitabile. Agli artisti veniva richiesta non solo capacità nel lavoro, ma anche una certa cultura generale e un comportamento decoroso per non sfigurare in società. Senza questi pre-requisiti difficilmente venivano aperte le porte e le borse. Ma il fatto che la cooptazione si sia trasformata col tempo in un sistema di governo ha avuto effetti devastanti sulla nostra storia futura: ha mantenuto alti gli steccati tra le classi sociali, ha conservato il malcelato disprezzo dei potenti e dei ricchi verso gli umili, ha bloccato carriere eterodosse e, per contro, ha alimentato il conformismo come requisito essenziale per coloro che tentano di arrampicarsi sui gradini della scala sociale. Con tutto questo ci stiamo ancora facendo i conti.

Le immagini sono riprese da:


Recensione. Tommaso Scaramella: Un doge infame.

Un doge. Un doge mancato. Un doge mancato perché infame. Un doge infame perché sodomita. Tommaso Scaramella, dottorato all’Università di Bologna, racconta e storicizza la vicenda umana e politica di Alvise V Sebastiano Mocenigo, uomo di antico lignaggio e cospicue ricchezze, di notevoli capacità in qualità di diplomatico, ma di una spregiudicatezza in ambito sessuale tale da confondersi con l’incoscienza.

Perfino a Venezia, rinomata per le proprie molteplici libertà: intellettuali, di pensiero, nei piaceri della vita, per il rovesciamento dei ruoli in quel fantastico mondo temporaneo che è il celeberrimo carnevale, nella libertà sessuale, incarnata da un Casanova e dalle moltissime cortigiane che allietano la vita sociale della città.

In realtà, almeno in parte, le tanto decantate libertà della Serenissima rispondevano, già alla fine del Settecento a una serie di stereotipi. Dopo tutto Casanova era finito nei Piombi; il controllo su libri e stampa, benché più discreto che altrove, era presente operante ed efficiente (vedi Mario Infelise I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna). Dunque anche il pensiero – e soprattutto quello non conformista – era sottoposto a controllo. E Mocenigo era un uomo intellettualmente curioso e progressista.

E di pensiero anticonformista Sebastiano Mocenigo, l’aspirante “doge infame”, era un autentico campione. Scalati i gradini della amministrazione con relativa facilità come capitava a tutti i rampolli delle famiglie più ricche, la sua omosessualità se non dichiarata, esposta e di pubblico dominio faceva di lui un uomo chiacchierato.

La sua condotta disdicevole era troppo anche per la liberale Venezia, una città aperta anche nella sua particolarissima conformazione: “senza porte, senza fortificazioni, senza un solo soldato di guarnigione [eppure] imprendibile dalla terra e dal mare” (p. 34, nota 5). “Non esiste luogo al mondo dove la libertà e la dissolutezza regnino più sovrane di qui. Non vi occupate di politica, e per il resto fate tutto quello che volete” consigliava uno straniero.

Ma era proprio questo il punto: non solo Sebastiano Mocenigo era ben addentro alla vita politica della città, ma aspirava a rappresentarla al massimo grado. Il fatto di essersi sposato e di avere avuto un figlio – da una donna, tra l’altro, che dopo l’iniziale costernazione una volta scoperta la reale inclinazione sessuale del marito, si mostrò comprensiva e al suo fianco – non furono sufficienti a cancellare le dicerie del suo conto.

Del resto Mocenigo mostrava di sdegnare le più elementari precauzioni. Quando fu eletto ambasciatore in Spagna e poi in Francia, vietava l’accesso alle donne al palazzo di rappresentanza mentre si contornava di amanti – alcuni al suo servizio già a Venezia – meglio se giovani, belli e aitanti. Abitudini che non potevano non essere criticate in un paese profondamente cattolico come la Spagna e sollevare un certo biasimo anche in Francia (fu sorpreso anche “sul fatto” da una guardia e momentaneamente arrestato). L’Austria mise il veto sulla sua elezione ad ambasciatore e una volta tornato a Venezia fu processato e imprigionato nelle carceri di Brescia proprio per la sua sessualità “antisociale”.

In realtà, se certo l’atteggiamento “sfrontato” di Mocenigo ebbe un peso non trascurabile nello sviluppo del suo percorso politico, la sua vicenda si inserisce in un contesto culturale molto più ampio. Innanzitutto la sodomia era vista come uno scadimento della virilità maschile: nell’atto sodomitico l’uomo si fa femmina e dietro a questa immagine negativa seguiva il corollario di altri (presunti) difetti femminili che contrastavano con il necessario “polso” e la dovuta decisione necessari per reggere, governare e dirigere la cosa pubblica.

Ma, ancor più in generale, la sodomia è inserita, almeno a partire dal Quattro-Cinquecento in un grande processo di “restaurazione” sessuale che si inasprisce con la Controriforma, spartito tra potere politico e potere religioso. Il controllo della Chiesa si fece via via più capillare e occhiuto sulle pratiche sessuali che non tenevano alla procreazione: sodomia (anche eterosessuale), pederastia, incesto, stupro. Nel corso del Rinascimento a Venezia, Firenze e Lucca “apposite magistrature erano state istituite per occuparsi della repressione della sodomia” (p. 1549-150).

I sette anni di carcere a Brescia subiti dall’aspirante doge non erano pochi, ma la permanenza in prigione fu mitigata da trattamenti di favore certo dovuti al rango e alla ricchezza, ma anche perché il peccato/reato di sodomia non era ancora ben qualificato: l’A. riporta molti esempi di imputati che non la consideravano un peccato.

A bloccare l’elezione di Mocenigo fu proprio il discredito morale della sua inclinazione sessuale. Nel corso delle sue ambasciate in Spagna e Francia, le sue capacità di osservatore attento e acuto delle vicende politiche e le sue capacità diplomatiche risultarono ineccepibili. Su quel versante la sua affidabilità era fuori discussione. Perciò i suoi avversari, sostenitori di un candidato di alto lignaggio ma molto meno ricco di lui, giocarono la “campagna elettorale” orchestrando quella che oggi chiamiamo una “macchina del fango”. Screditare l’avversario non perché sprovvisto delle qualità necessarie, ma per la sua condotta: scritte, canzoni, dicerie diffuse e moltiplicate tese a satireggiare e screditare il candidato. In pagine molto belle e acute Scaramella mostra il fondersi e il sovrapporsi della sfera privata, intima, con quella pubblica, e come la prima incida e condizioni il percorso della seconda (pp. 91-102). Fenomeno questo, molto più presente e determinante nei paesi cattolici che in quelli protestanti.

La costruzione di meccanismi diffamatori non è l’unico aspetto interessante del libro. Giustamente Scaramella focalizza e dilata continuamente lo scenario e la contestualizzazione dalla particolarità veneziana al contesto generale. Il processo di “restaurazione sessuale” al quale abbiamo fatto riferimento è un processo in divenire: giocano un ruolo fondamentale religione, filosofia, etica e medicina. Siamo ancora molto distanti dalla medicalizzazione dell’omosessualità di marca positivista (si veda, ad esempio, Silvano Montaldo Donne delinquenti). Si oscilla ancora tra controllo, marginalizzazione sociale ed educazione reiterata e abitudinaria per incanalare sulla retta via temperamenti e passioni fuori controllo e difficili da tenere a freno. Resta comunque ancora una certa tolleranza verso il fenomeno, purché “non esercitat[o] apertamente” (p. 151). Esistevano e persistevano degli “spazi” privati nei quali il libertinismo poteva manifestarsi a patto che non si facesse quel che faceva Mocenigo: sorvolare sulla morale dominante e sulle convenienze sociali (su questo si veda Marzio Barbagli Comprare piacere.).

Vi sono altri aspetti che meriterebbero di essere approfonditi. Ma devo fare i conti con le mie scarse conoscenze. Padroneggiando una storiografia internazionale molto vasta, Scaramella mi ha introdotto in un filone di studi che sospettavo recentissimo mentre invece è già praticato da tempo dalla storiografia.

Un cenno però meritano le fonti archiviste. Fonti processuali soprattutto e perciò materiale molto insidioso da maneggiare. In tribunale gli imputati tendevano ovviamente a difendere il proprio comportamento – la posta era alta, si poteva finire all’altro mondo – e questo può aver provocato distorsioni nelle deposizioni difficili da verificare. Ma non di meno sono fonti preziose perché l’intimità raramente finisce in una documentazione più ampia. L’A. dimostra di possedere tutte le carte in regola nel padroneggiarle e ci regala un libro piacevole, colto e che facendo luce su un fenomeno poco conosciuto ci aiuta a comprendere meglio la “grande storia”

Buona lettura.