Recensione. Francis Haskell: Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca

L’arte come lente di ingrandimento

Quando si inizia a studiare un argomento, partire dai classici è sempre raccomandabile. Mecenati e pittori di Francis Haskell è giustamente riconosciuto come uno dei libri più importanti e permane, a sessant’anni dalla pubblicazione, un punto di riferimento.

Tuttavia le domande che si pongono i lettori cambiano nel tempo. Coloro che lessero il libro sessant’anni fa, quando questo libro fu pubblicato per la prima volta, sicuramente cercavano risposte diverse da quelle del lettore di oggi. Sono stato attirato dal sottotitolo: “l’arte e la società”; una correlazione che si è rivelata ricchissima di piste da approfondire per me, che non sono uno storico dell’arte. Seguire tutti gli spunti disseminati lungo le oltre 600 pagine del libro mi è quasi impossibile. Mi limito a segnalare quelli che hanno attirato la mia attenzione.

Nepotismo e arte di governo

La Roma barocca era la città più ricca d’Italia ed era allo stesso tempo la città più cosmopolita d’Europa. Attirava visitatori da ogni parte d’Europa e tra questi ed era altrettanto naturale che calamitasse anche gli artisti. Nella Roma di quel tempo il denaro circolava a fiumi: le famiglie aristocratiche si circondavano di artisti per mostrare il proprio prestigio, la propria ricchezza e il proprio potere. Per gli artisti Roma era la città ideale per vedersi riconosciuto il proprio talento. Saper giocare bene le proprie carte era la strada per raggiungere fama e ricchezza: gli artisti più affermati o alla moda guadagnavano somme notevoli anche per singole opere; Bernini accumulò ricchezze da favola anche se è vero che egli era un caso a parte. Protetto di Urbano VIII, per un lungo periodo divenne arbitro insindacabile della vita artistica romana: senza il suo sostegno o almeno il suo benestare era impossibile a chiunque fare carriera a Roma (pp. 73-74).

Roma

La presenza del Papa a Roma costituiva un vantaggio decisivo per gli artisti. Entrare a far parte della sua corte o diventare favorito di qualche personaggio influente assicurava la possibilità di lavorare con continuità. Il nepotismo era una pratica diffusa e aveva radici profonde nella Roma del Seicento. Dati i continui intrighi e battaglie per il potere era naturale che i pontefici scegliessero i propri consiglieri tra i parenti più stretti (p. 65). Ogni volta che veniva eletto un nuovo papa, il neo rappresentante dell’altissimo in terra chiamava a Roma un codazzo di famigliari, parenti, amici, dipendenti, faccendieri e cortigiani, tutti bramosi di cariche e prebende, beneficenze e guadagni facili, impieghi comodi e poco impegnativi. Naturalmente, in quell’occasione, i favoriti del papa che era finito all’altro mondo iniziavano a tremare: a ogni nuova elezione corrispondeva anche la sostituzione del personale, perciò i favoriti di un tempo cadevano in disgrazia e si vedevano chiudere i cordoni della borsa. Perfino un uomo di fama internazionale come il Bernini dovette scontare un periodo di eclissi dopo la morte di Urbano VIII e l’elezione di Innocenzo X (pp. 235-237). Soltanto coloro che avevano accumulato grandi ricchezze e non si erano fatti prendere la mano da spese folli, esibizionismo sfrenato ed erano stati accorti accantonando ricchezze a sufficienza, potevano guardare all’avvenire con una certa serenità.

A Roma questa situazione era amplificata dal fatto che il papa era contemporaneamente guida spirituale del mondo cattolico il cui centro era appunto Roma, monarca assoluto di uno degli stati più ricchi d’Italia ed esponente di una famiglia ricca e potente. Ora, queste tre condizioni che normalmente tendevano ad intrecciarsi e a fondersi, divennero un groviglio inestricabile nella figura di Urbano VIII, capo dell’avida e formidabile famiglia Barberini.

“L’immenso sviluppo dato da Urbano VIII all’architettura e alla decorazione sacra mirava almeno in parte a soffocare i dubbi e le eresie che serpeggiavano in Italia, ed è proprio tale forza di persuasione che costituisce l’altra caratteristica dell’arte barocca” (p. 69). La basilica di San Pietro ne è l’esempio più caratteristico e lampante, ma anche gli ordini religiosi mirarono allo stesso obiettivo.

Ottavio Mario Leoni: Ritratto del Bernini

Gesuiti, Oratoriani e Teatini impiegarono lo stile barocco ai fini della propaganda. Gli inizi non erano stati facili. I lavori che commissionarono conobbero spesso interruzioni (anche prolungate) a causa della mancanza dei fondi necessari. Tuttavia, man mano che i fondi venivano raccolti (per intervento di un alto prelato o col concorso delle famiglie più ricche) e le opere completate, l’aspetto propagandistisco si stagliava con sempre maggior nitidezza. Ai Gesuiti, per esempio, interessava veicolare il messaggio secondo il quale la Compagnia di Gesù aveva soprattutto una funzione missionaria: i Gesuiti erano molto più preoccupati della vittoria del cattolicesimo nel mondo dei vivi che del destino delle anime in quello dei morti (p. 141). Perciò gli affreschi dovevano essere letti dai visitatori “come fossero sermoni” e in questo senso la pittura aveva una funzione fondamentale perché la potenza visiva restava fissata nelle immagini mentre invece “verba volant” (p. 118). Considerandosi missionari, lo scopo che i Gesuiti attribuivano all’arte “era quello di lumeggiare il lavorio della grazia divina (naturalmente per mediazione della Compagnia del Gesù) nell’anima umana. Era questo a dare ai soffitti delle loro chiese quel vigore logico che mancava in tante altre opere analoghe” (p. 156). In ogni caso, “verso il 1700 le chiese madri di queste istituzioni erano le più ricche di Roma” (p. 111).

Lo scopo dei pontefici era duplice. Il primo, ovviamente non dichiarato, riguardava il fatto che “ogni nuovo papa si preoccupava soprattutto di eclissare il suo predecessore” (p. 295). Il secondo, come notavano gli stessi osservatori dell’epoca nel caso di Alessandro VII, quello di “abbellir la città”: strade, piazze, fontane, palazzi. Tutto questo aveva fatto la fortuna degli artisti più rinomati e dato occupazione a una pletora di artisti minori per non dire del più vasto e variegato mondo dell’artigianato. Ma le spese erano enormi e sebbene “la stupefacente fioritura del barocco romano” provi il fatto che “nonostante le tremende emorragie, le risorse finanziarie del papa erano ancora abbondanti” (p. 242), è indubbio che la crisi che colpi gli Stati Pontifici alla metà del Seicento fu molto profonda: carestie e epidemie si aggiunsero alle spese ingenti del mecenatismo.

Attirando visitatori da ogni dove, Roma incamerava “tributi” e denaro. Inoltre, era convinzione che il fabbricare era una forma di “carità pubblica, e che tutti i Principi far lo dovrebbero” (p. 65). Ma al di fuori del mecenatismo questa logica produsse distorsioni durevoli nella storia italiana. A metà Ottocento, un medico francese, scriveva: “se arrivate in una città, per piccola che sia, se vedete un edificio che vi colpisce per la sua architettura [e] per la sua bella posizione […] che suggerisce al tempo stesso l’idea di ordine, di agiatezza e di felicità, visitatelo, se siete medici: è un ospedale, un ospizio per gli organi, uno di quei sontuosi monumenti designati con il nome di Albergo dei poveri; poiché anche la miseria ha i suoi palazzi in questo Paese”.

Piazza di Spagna

Ora, così come lo splendore di Roma crebbe a scapito delle miserande campagne circostanti, il mondo artistico fiorì a scapito dei contadini. Ne abbiamo prove eloquenti nelle opere dei Bamboccianti, artisti così chiamati per scherno che nelle loro opere ritraevano uomini al lavoro: il fornaio, l’acquaiolo, il venditore di tabacco, il fabbro, il brigante. Ma quando questi artisti rivolsero il loro sguardo alle campagne e ai contadini le immagini che li ritraggono sono distorcenti: robusti, aggraziati, le ragazze avvenenti, questi contadini risultano molto lontani dalla realtà (pp. 217-23). C’è dunque il tentativo di nascondere gli aspetti più duri della realtà, di mascherare una crisi profonda proponendo invece l’immagine di una Roma florida e potente.

Al di fuori dello Stato e della Chiesa

Chiesa e potere politico non erano le uniche fonti di mecenatismo in Italia. Esistevano ed erano attive figure originali di mecenati privati più o meno ricchi che alimentavano il lavoro degli artisti. Una delle figure più interessanti, studiata in modo approfondito dall’A. è quella di Cassiano dal Pozzo. Non ricchissimo, amico di Galileo, fervente appassionato di archeologia, dal Pozzo aveva i tratti più dello studioso che del mecenate. Tuttavia gli fu riconosciuto “il merito di essere i più grande protettore privato delle arti di Roma” (p. 184): artisti come il Poussin gli dovevano molto per la propria carriera.

Il mecenatismo di uomini come Cassiano dal Pozzo non era l’unica possibilità per gli artisti per svincolarsi dalle committenze del mondo politico o ecclesiastico. Vi erano mercanti (che sfruttavano soprattutto gli artisti più giovani e a buon mercato, p. 196 ssgg.) e le mostre d’arte. A fine secolo a Roma se ne tenevano quattro e devono essere segnalate soprattutto perché esse resero l’arte più commerciale e contribuirono a rendere la pittura una questione pubblica, con opere dal prezzo abbordabile. Di conseguenza, le mostre risultavano essere una buona vetrina per gli artisti desiderosi di ottenere committenze.

Intermezzi

Le condizioni del mecenatismo artistico in Italia mutarono radicalmente nella seconda metà del Seicento. Con la morte di Urbano XVIII nepotismo e mecenatismo si ridimensionarono in modo notevole. L’assottigliarsi delle commissioni e di incarichi ufficiali rischiava di gettare nella disoccupazione parecchi artisti, molti dei quali decisero di spostarsi altrove: “molti pittori si resero conto che ormai le possibilità migliori erano all’estero” (pp. 259 e 268). E gli stranieri non si fecero certo sfuggire l’occasione per approfittare dell’indebolimento di Roma. Francesi e inglesi lo fecero sia allettando gli artisti ad abbandonare l’Italia per trasferirsi a lavorare per loro, oppure saccheggiando a man bassa opere d’arte per poi trasferirle nei propri paesi: il conte di Monterey da Napoli mandò in Spagna “quaranta navi cariche di bottino” (p. 271).

Il declino della Roma dei papi rivitalizzò le città di provincia che diventarono ben presto accanite concorrenti. Roma non calamitava più gli artisti come un tempo; ora i collezionisti (soprattutto inglesi e tedeschi) si rivolgevano a Bologna, Napoli, Venezia.

A questo fenomeno diede un contributo notevole la guerra, che tornò ad interessare i territori italiani: tra una campagna e l’altra i comandanti militari coglievano l’occasione per farsi ritrarre o per inviare opere nei loro paesi d’origine (pp. 312-313). Le guerre giocarono un ruolo fondamentale per l’evoluzione del mecenatismo in Italia. La Guerra dei Trent’anni che squassò l’Europa finì col ridisegnare gli equilibri europei a favore dei paesi del nord e a svantaggio del Mediterraneo. Naturalmente occorse tempo affinché questi nuovi equilibri si assestassero divenendo definitivi. Haskell ci guida in questi percorsi seguendo spostamenti e ingaggi di artisti in paesi di area tedesca, in Inghilterra arrivando fino alla Polonia e alla Russia utilizzando questi percorsi e le collezioni d’arte e costruzioni dei loro committenti come testimonianza dell’inversione di tendenza: non è più Roma o l’Italia a calamitare gli artisti, ma sono i nuovi centri del potere europei ad attirarli.

Venezia
Canaletto: Entrata nel Canal Grande vicino a Punta della Dogana e Santa Maria della Salute

Il caso di Venezia appare molto diverso da quello romano. Qui Haskell, prendendo in esame il Settecento, mostra almeno due facce della città. La prima riguarda le famiglie patrizie che tenevano saldamente nelle proprie mani il potere politico. Ricchissime (si stimava che la famiglia Foscarini potesse contare su una rendita annua di 32.000 zecchini quado per vivere ne bastava una quindicina all’anno, p. 401), ma consapevoli di essersi inoltrate in un periodo di crisi e trasformazioni profonde, esse rivolsero la propria attenzione alla perpetuazione artistica delle glorie del passato: “la finzione che Venezia fosse ancora una grande potenza era sostenuta con ogni mezzo a disposizione dello Stato, e non poteva naturalmente non riflettersi sulla pittura del tempo” (p. 379).

Tuttavia, lo Stato era esausto per le lunghe guerre sostenute. Le famiglie di più antico lignaggio avevano bisogno del concorso di quelle più ricche del ceto mercantile: molte di queste, nobilitate nel corso del Seicento, entrarono a far parte dell’aristocrazia e “facevano sempre più sentire la loro presenza grazie allo splendore delle loro iniziative artistiche” (pp. 383-84): gli Zenobio, i Widmann, i Labia, i Lazzarini si facevano costruire splendide dimore in provincia anche se, piuttosto stranamente, in generale non erano particolarmente propense ad acquistare opere d’arte (p. 402).

L’artefice massimo a cui molte famiglie veneziane demandarono il compito di tramandare le vestigia del passato fu il Tiepolo, autentico ammiratore e sostenitore dell’Ancien régime. I nobili lo impiegarono soprattutto per esaltare le proprie famiglie. Naturalmente egli non fu il solo. Alcune famiglie ospitavano e mantenevano artisti i quali si dedicavano soprattutto a dipingere soffitti

Questa Venezia ripiegata su sé stessa e intenta a rispecchiarsi nelle glorie del passato non era visibile a colpo d’occhio. I moltissimi stranieri che facevano tappa a Venezia vi arrivavano attratti dal clima di spumeggiante liberalità, dalle cortigiane e dalla disponibilità di piaceri per il quale la laguna era famosa. Per questo genere di persone il fascino di Venezia restava immutato (p. 423-24). Ed era gente che faceva incetta di opere d’arte. Non solo, francesi, inglesi e tedeschi riuscirono a convincere parecchi artisti a seguirli, ma nonostante ciò la città continuava ad essere assai benevola nei confronti degli stranieri, sempre benvoluti. Si trattava di una sostituzione impari: non molto oltre la metà del secolo, la Repubblica e le famiglie che la sorreggevano non avevano più nulla di realmente nuovo da dire e il loro malinconico declino divenne irreversibile oltre che palese. D’altra parte gli interessi di coloro che continuavano a subire il fascino della Serenissima si spostarono più sul mondo dell’editoria (che a Venezia aveva radici profonde e una storia già notevole).

Vogel Bernhard: Vista di Piazza San Marco dalla Piazzetta
Conclusioni

In Mecenati e pittori Haskell dimostra che usare l’arte come una lente per studiare un periodo storico è un ottimo modo per individuarne pregi e difetti. Il mecenatismo ebbe entrambe le facce: disseminò l’Italia e l’Europa di capolavori ineguagliabili, ma il prezzo fu altissimo. Il nepotismo divenne una pratica di governo che si infiltrò in ogni ambito e a ogni livello. Haskell ci mostra una ricchissima galleria di uomini di talento; uomini cioè in grado di farsi strada comunque, ma dimostra anche che il metodo che consentiva l’accesso alle commissioni era la cooptazione: la protezione, la chiamata, l’intercessione, e cioè, in sostanza, la sottomissione e la perdita di una indipendenza anche di pensiero all’interno di un rapporto sbilanciato tra committenti ed esecutori tutto a favore dei primi (pochissimi erano coloro che potevano permettersi di rifiutare offerte). L’A. lo afferma a chiare lettere nelle conclusioni.

Naturalmente si trattava di un fenomeno in buona parte inevitabile. Agli artisti veniva richiesta non solo capacità nel lavoro, ma anche una certa cultura generale e un comportamento decoroso per non sfigurare in società. Senza questi pre-requisiti difficilmente venivano aperte le porte e le borse. Ma il fatto che la cooptazione si sia trasformata col tempo in un sistema di governo ha avuto effetti devastanti sulla nostra storia futura: ha mantenuto alti gli steccati tra le classi sociali, ha conservato il malcelato disprezzo dei potenti e dei ricchi verso gli umili, ha bloccato carriere eterodosse e, per contro, ha alimentato il conformismo come requisito essenziale per coloro che tentano di arrampicarsi sui gradini della scala sociale. Con tutto questo ci stiamo ancora facendo i conti.

Le immagini sono riprese da:


Recensione. Tommaso Scaramella: Un doge infame.

Un doge. Un doge mancato. Un doge mancato perché infame. Un doge infame perché sodomita. Tommaso Scaramella, dottorato all’Università di Bologna, racconta e storicizza la vicenda umana e politica di Alvise V Sebastiano Mocenigo, uomo di antico lignaggio e cospicue ricchezze, di notevoli capacità in qualità di diplomatico, ma di una spregiudicatezza in ambito sessuale tale da confondersi con l’incoscienza.

Perfino a Venezia, rinomata per le proprie molteplici libertà: intellettuali, di pensiero, nei piaceri della vita, per il rovesciamento dei ruoli in quel fantastico mondo temporaneo che è il celeberrimo carnevale, nella libertà sessuale, incarnata da un Casanova e dalle moltissime cortigiane che allietano la vita sociale della città.

In realtà, almeno in parte, le tanto decantate libertà della Serenissima rispondevano, già alla fine del Settecento a una serie di stereotipi. Dopo tutto Casanova era finito nei Piombi; il controllo su libri e stampa, benché più discreto che altrove, era presente operante ed efficiente (vedi Mario Infelise I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna). Dunque anche il pensiero – e soprattutto quello non conformista – era sottoposto a controllo. E Mocenigo era un uomo intellettualmente curioso e progressista.

E di pensiero anticonformista Sebastiano Mocenigo, l’aspirante “doge infame”, era un autentico campione. Scalati i gradini della amministrazione con relativa facilità come capitava a tutti i rampolli delle famiglie più ricche, la sua omosessualità se non dichiarata, esposta e di pubblico dominio faceva di lui un uomo chiacchierato.

La sua condotta disdicevole era troppo anche per la liberale Venezia, una città aperta anche nella sua particolarissima conformazione: “senza porte, senza fortificazioni, senza un solo soldato di guarnigione [eppure] imprendibile dalla terra e dal mare” (p. 34, nota 5). “Non esiste luogo al mondo dove la libertà e la dissolutezza regnino più sovrane di qui. Non vi occupate di politica, e per il resto fate tutto quello che volete” consigliava uno straniero.

Ma era proprio questo il punto: non solo Sebastiano Mocenigo era ben addentro alla vita politica della città, ma aspirava a rappresentarla al massimo grado. Il fatto di essersi sposato e di avere avuto un figlio – da una donna, tra l’altro, che dopo l’iniziale costernazione una volta scoperta la reale inclinazione sessuale del marito, si mostrò comprensiva e al suo fianco – non furono sufficienti a cancellare le dicerie del suo conto.

Del resto Mocenigo mostrava di sdegnare le più elementari precauzioni. Quando fu eletto ambasciatore in Spagna e poi in Francia, vietava l’accesso alle donne al palazzo di rappresentanza mentre si contornava di amanti – alcuni al suo servizio già a Venezia – meglio se giovani, belli e aitanti. Abitudini che non potevano non essere criticate in un paese profondamente cattolico come la Spagna e sollevare un certo biasimo anche in Francia (fu sorpreso anche “sul fatto” da una guardia e momentaneamente arrestato). L’Austria mise il veto sulla sua elezione ad ambasciatore e una volta tornato a Venezia fu processato e imprigionato nelle carceri di Brescia proprio per la sua sessualità “antisociale”.

In realtà, se certo l’atteggiamento “sfrontato” di Mocenigo ebbe un peso non trascurabile nello sviluppo del suo percorso politico, la sua vicenda si inserisce in un contesto culturale molto più ampio. Innanzitutto la sodomia era vista come uno scadimento della virilità maschile: nell’atto sodomitico l’uomo si fa femmina e dietro a questa immagine negativa seguiva il corollario di altri (presunti) difetti femminili che contrastavano con il necessario “polso” e la dovuta decisione necessari per reggere, governare e dirigere la cosa pubblica.

Ma, ancor più in generale, la sodomia è inserita, almeno a partire dal Quattro-Cinquecento in un grande processo di “restaurazione” sessuale che si inasprisce con la Controriforma, spartito tra potere politico e potere religioso. Il controllo della Chiesa si fece via via più capillare e occhiuto sulle pratiche sessuali che non tenevano alla procreazione: sodomia (anche eterosessuale), pederastia, incesto, stupro. Nel corso del Rinascimento a Venezia, Firenze e Lucca “apposite magistrature erano state istituite per occuparsi della repressione della sodomia” (p. 1549-150).

I sette anni di carcere a Brescia subiti dall’aspirante doge non erano pochi, ma la permanenza in prigione fu mitigata da trattamenti di favore certo dovuti al rango e alla ricchezza, ma anche perché il peccato/reato di sodomia non era ancora ben qualificato: l’A. riporta molti esempi di imputati che non la consideravano un peccato.

A bloccare l’elezione di Mocenigo fu proprio il discredito morale della sua inclinazione sessuale. Nel corso delle sue ambasciate in Spagna e Francia, le sue capacità di osservatore attento e acuto delle vicende politiche e le sue capacità diplomatiche risultarono ineccepibili. Su quel versante la sua affidabilità era fuori discussione. Perciò i suoi avversari, sostenitori di un candidato di alto lignaggio ma molto meno ricco di lui, giocarono la “campagna elettorale” orchestrando quella che oggi chiamiamo una “macchina del fango”. Screditare l’avversario non perché sprovvisto delle qualità necessarie, ma per la sua condotta: scritte, canzoni, dicerie diffuse e moltiplicate tese a satireggiare e screditare il candidato. In pagine molto belle e acute Scaramella mostra il fondersi e il sovrapporsi della sfera privata, intima, con quella pubblica, e come la prima incida e condizioni il percorso della seconda (pp. 91-102). Fenomeno questo, molto più presente e determinante nei paesi cattolici che in quelli protestanti.

La costruzione di meccanismi diffamatori non è l’unico aspetto interessante del libro. Giustamente Scaramella focalizza e dilata continuamente lo scenario e la contestualizzazione dalla particolarità veneziana al contesto generale. Il processo di “restaurazione sessuale” al quale abbiamo fatto riferimento è un processo in divenire: giocano un ruolo fondamentale religione, filosofia, etica e medicina. Siamo ancora molto distanti dalla medicalizzazione dell’omosessualità di marca positivista (si veda, ad esempio, Silvano Montaldo Donne delinquenti). Si oscilla ancora tra controllo, marginalizzazione sociale ed educazione reiterata e abitudinaria per incanalare sulla retta via temperamenti e passioni fuori controllo e difficili da tenere a freno. Resta comunque ancora una certa tolleranza verso il fenomeno, purché “non esercitat[o] apertamente” (p. 151). Esistevano e persistevano degli “spazi” privati nei quali il libertinismo poteva manifestarsi a patto che non si facesse quel che faceva Mocenigo: sorvolare sulla morale dominante e sulle convenienze sociali (su questo si veda Marzio Barbagli Comprare piacere.).

Vi sono altri aspetti che meriterebbero di essere approfonditi. Ma devo fare i conti con le mie scarse conoscenze. Padroneggiando una storiografia internazionale molto vasta, Scaramella mi ha introdotto in un filone di studi che sospettavo recentissimo mentre invece è già praticato da tempo dalla storiografia.

Un cenno però meritano le fonti archiviste. Fonti processuali soprattutto e perciò materiale molto insidioso da maneggiare. In tribunale gli imputati tendevano ovviamente a difendere il proprio comportamento – la posta era alta, si poteva finire all’altro mondo – e questo può aver provocato distorsioni nelle deposizioni difficili da verificare. Ma non di meno sono fonti preziose perché l’intimità raramente finisce in una documentazione più ampia. L’A. dimostra di possedere tutte le carte in regola nel padroneggiarle e ci regala un libro piacevole, colto e che facendo luce su un fenomeno poco conosciuto ci aiuta a comprendere meglio la “grande storia”

Buona lettura.


Epidemie, malattie e altre sfortune – Seconda Parte

La storia delle epidemie ha una storiografia foltissima. Questi articoli non hanno lo scopo di aggiungere nulla di nuovo sull’argomento. I libri non sono sufficienti per fare ricerca storica; lo storico ha bisogno di integrare i suoi studi con altre fonti, archivistiche in primo luogo, ma non solo. Tuttavia questo materiale è importante, perciò pesco liberamente dalle biblioteche digitali saggi e opere che contengono informazioni che vanno al di là dell’argomento specifico. Si tratta di una letteratura in parte indagata, ma per molti aspetti non ancora utilizzata e sfruttata adeguatamente. Perciò mi limito ad alcune indicazioni.

Paure

Dopo le riforme introdotte in ambito medico dalla Rivoluzione francese il medico

“dovette gettarsi fra il popolo, smettere il suo aspetto grave e meditativo, il suo passo moderato, il sussiego, il mistero, la riservatezza: gli fu forza rinunciare alla sua parrucca inanellata, alle corte braghesse, ai dorati fibbioni […] all’anello dottorale. Bisognò che tutto riformasse […] e niuna differenza da quinci innanzi ponesse ne’ tratti fra il plebeo e il nobile, fra il ricco e il povero”. (Antigono Zappoli, Il medico di tutti i secoli, Bologna, 1855, volume 2. Nelle biblioteche digitali ho trovato soltanto il primo volume dell’opera).

Sembra quasi di leggere un necrologio. In effetti, in parte è così: la nostalgia del tempo che fu, il rimpianto del medico che scrive queste righe poco prima della metà del XIX secolo, sono il necrologio dell’Ancien régime, di quella intera epoca spazzata via dalla Rivoluzione francese (su questo, vedi Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione). La creazione delle condotte mediche e l’obbligo di frequentare le corsie d’ospedale registrando il decorso della malattia e le condizioni del paziente sul “tableau” (l’antenato della cartella clinica) sono provvedimenti che per un certo periodo i medici vivono come un declassamento: le condotte mediche, soprattutto quelle di campagna sono vaste e difficili da percorrere: in inverno molte strade diventano sentieri fangosi a causa del maltempo; spesso i municipi rifiutano di fornire ai dottori un cavallo per spostarsi; il lavoro diventa faticoso e malpagato. Le lamentele dei medici si moltiplicano: gli archivi comunali sono zeppi di questi reclami.

“Gittarsi tra il popolo” può significare molte cose. Innanzitutto si tratta di una scoperta. Non che prima le classi dirigenti non sapessero della condizione disperata delle fasce più povere della popolazione; ma si trattava per lo più di informazioni filtrate dalla sensibilità dei parroci, degli enti caritatevoli, di qualche filantropo. Ora i medici entrano nelle case – nei “tuguri”, come abbiamo visto nell’articolo precedente (Epidemie, malattie e altre sfortune.). Una cosa è sapere che ci sono condizioni di povertà; un’altra, e ben più sconvolgente, è vederla e conviverci – sia pure per il breve tempo di una visita. Toccare corpi sporchi giacenti in “letti” che spesso sono pagliericci con lenzuola e coperte non lavate da settimane se non mesi, frequentare corsie d’ospedale quando quest’ultimo è descritto spesso come una sorta di anticamera della morte (lo vedremo nei prossimi articoli); tutto questo provoca un profondo senso di declassamento nella categoria.

Il medico condotto svolge la funzione di cerniera tra le classi popolari e i ceti dirigenti: per formazione e cultura appartiene ai secondi, ma convive e lavora tra le prime. La popolazione dell’isola detta della Giudecca, a Venezia, “isola la più miserabile dove l’ozio, l’infingardaggine, la sporcizia, il puzzo delle case e degli abitanti non sono esprimibili” viene ritratta in modo impietoso: “lavoratori di corda, facchini da biade, pescatori tutti cenciosi vedonsi colle mani sulla cintola, donne cicalanti a torme di dodici, sedici con bambocci in braccio che non fanno nulla nemmeno filare” (Francesco Maria Marcolini, Intorno al cholera cianico di Venezia nell’ anno 1835. Annotazioni. Un’accozzaglia di gentaglia insomma.

Non sarebbe difficile moltiplicare descrizioni di questo tenore in relazione a molte città. Da esse traspare un disprezzo frutto di retaggi culturali radicati (la miseria come colpa del povero); ma che deriva anche dal contatto con soggetti sociali ritenuti inferiori.

Diffidenze

Soffermiamoci su questo aspetto anche se ovviamente non è l’unico. In primo luogo, in line a generale, le notizie attinenti le malattie venivano distorte con grande facilità. A Brescia, “la riproduzione di tal morbo succeduta in Vienna nella primavera del 1832 non turbò minimamente [la cittadinanza], e la sua scomparsa dagli stati austriaci in seguito avvenuta la rafforzò nella fiducia che l’Italia ne sarebbe andata per sempre incolume […]. L’idea ch’erasi formata questo popolo […] rappresentava il cholera come una malattia destinata a mietere le sue vittime nelle grandi città e nelle capitali, ove dappresso all’opulenza ed al fasto scorgesi la più turpe miseria ed il più ributtante squallore, o in paesi di mal’aria, o sopra terreni pessimamente condizionati e popolati da genti povere e sudicie. Da qui si fece forte nell’opinione che un tal male non avesse ad estendere le sue radici, né potesse allignare sopra un suolo dei meglio costituiti, in un’aria generalmente pura, e sotto un cielo mite, sereno e sfolgorante di luce qual è quello d’ Italia” (Guglielmo Menis, Saggio di topografia statistico-medica della provincia di Brescia: aggiuntevi le notizie storico-statistiche sul cholera epidemico che la desolò nell’ anno 1836).

Suggestioni e dicerie (alle quali non sono del tutto estranei nemmeno i medici, come avverte uno di essi), forse dovute a “un sommo pregiudizio ed errore adottato non solamente dal volgo, ma eziandio da molti che al volgo non appartengono […], fu quello che il vero e legittimo cholera morbus per esser tale debba troncare la vita degli attaccati in poche ore” (Giovanni Filippo Spongia: Comentarii di medicina. Volume 1; opera periodica). Vox populi destinata a capovolgersi immediatamente e a trasformarsi in panico una volta che l’epidemia inizia a diffondersi e a mietere vittime. Allora “eravi la generale opinione che attaccasse l’uomo come un colpo di fulmine […] e questa idea fatale domina pur troppo anche oggidì nel popolo. Questo pensiero nella sua prima invasione spaventava tutti” (Luigi Toffoli, Conforti ai paurosi del colera indiano ed avvertimenti al popolo). (Ho notato la stessa reazione a Faenza in occasione dell’epidemia di tifo petecchiale del 1817, Banzola Matteo L’anno senza estate. Carestia ed epidemia nella Legazione Pontificia di Ravenna, 1817-1818, in QUADERNO 22 (2019)).

Se i medici vivono le riforme introdotte dalla Rivoluzione francese ed esportate in tutta Europa dagli eserciti napoleonici come un ingiustificato declassamento, la loro frustrazione è accresciuta dal fatto che, in genere, la popolazione diffida di loro. Spesso il medico non viene creduto: “sempre si chiama il medico solamente negli ultimi stadi, e nei momenti della maggior gravezza, e cioè quando non è più curabile”, scrive un medico dell’imolese nei primi anni Quaranta a proposito della pellagra. Pochi anni più tardi, in occasione di una epidemia di vaiolo a Bologna, un medico denunciava che “molti, anzi moltissimi bambini e fanciulli erano fino allora privi della vaccina, non tanto per negligenza quanto per cieca ed ostinata ripugnanza dei proprii genitori e parenti a quel preservativo” (Società Medico-Chirurgica di Bologna; Bullettino delle Scienze Mediche, col 20, 1851), convinti che l’inoculazione del vaccino equivalga all’inoculazione della malattia.

Superstizioni, rimedi popolari e “rimedi dell’arte”

Le lamentele dei medici non sono infondate. Eppure, di fronte al panico scatenato dall’estendersi delle epidemie, tra le classi popolari si tende ad affidarsi alla “mirabilia di alcuni amuleti” fabbricati e venduti da “ceretani” senza scrupoli. A Milano, uno che “ha grande spaccio” è formato “d’un tubo di penna da scrivere ripieno di mercurio metallico e chiuso ai due estremi con cera lacca [e] vestito di alcuni adornamenti di color rosso, lo si raccomanda al collo la mercé di un nastrino pure rosso” (Precetti salutari onde essere preservati dal cholera-morbus ed adattati spezialmente alla maniera di vivere de’ Lombardi). (Sull’argomento si veda lo splendido libro di Giorgio Cosmacini, Recensione. Giorgio Cosmacini: Ciarlataneria e medicina).

A Napoli, ci informa Salvatore De Renzi “preservativi pel colera ne chiedevano tutti. Si videro in sulle prime i sigari canforati, e le tinture aromatiche, o canforate, e gli aceti, e cento secretuzzi, nelle mani di tutti. Poscia […] alcuni volevano circondarsi di un isolatore pel colera , e ricorsero alle resine, alla seta, alla lana, alle piastre metalliche, alle bottigline di mercurio metallico […]. Alcuni prendevano tutte le mattine un decotto di camomilla, rimedio innocente. Altri adoperavano la limonea gazosa formata col bicarbonato di soda e sugo di limone”. “Rimedi innocenti”, conclude giustamente il medico, ma quali erano i “rimedi” offerti dalla medicina?

“Prima che arrivi il medico soccorso conviene eccitare fortemente la pelle e richiamarvi il calore con applicarvi cenere o sabbia calda dentro a pannolini”, consiglia un dottore che si è scagliato contro ciarlatani che si spacciano per dottori. Un altro ritiene che contro il colera “si possono ottenere grandi vantaggi dai bagni di vapore fatti nella seguente maniera: si colloca sotto una seggiola ordinaria un vaso di terra contenente una pinta d’aceto [al quale si devono aggiungere] due ottavi di canfora disciolta in due o tre once di spirito di vino. Nel medesimo tempo si fanno arroventare pezzi di ferro o di pietre o di mattoni Si fa quindi sedere sulla seggiola il malato spogliato delle sue vesti Si copre poscia con coperte di lana la seggiola ed il malato dal collo fino ai piedi i quali dovranno posare su panno di lana o d’un altro panno qualunque. Ogni cosa così disposta si gettano nell’aceto ad intervalli di pochi minuti secondi i pezzi di ferro o di pietre arroventati. L’aceto in tal modo si scalda e si riduce ben presto in vapore. Questo bagno deve durare da 10 a 15 minuti. Dopo di ciò si rimette l’ammalato in letto”.

Con considerazioni di questo genere siamo poi così distanti dalla superstizione? In realtà molti medici ammettono di essere impotenti di fronte all’insorgere di molte malattie. Ciò che possono fare è promuovere avvertimenti e consigli per tentare di prevenire il diffondersi dei contagi sollecitando “fumigazioni” degli ambienti, disinfezioni, imbiancature, vitto moderato e igiene personale. Ma come abbiamo visto nell’articolo precedente e come ribadiscono in molti, i loro precetti sono destinati a cadere nel vuoto.

Ad esempio, a Como, “sussistono ancora così in città come nei sobborghi alcune località con viottoli angusti tortuosi non ventilati case depresse umide non aerate ed abitazioni al tutto malsane per mancanza d’aria e di luce ed ivi trovasi addensata la classe più povera della popolazione costretta a trascinare l’esistenza fra lo squallore e gli stenti, indifferente anzi ritrosa agli ordinamenti d’igiene pubblica e privata” (Alessandro Tassani, Cenni topografici statistico-medici sulla città di Como).

Il Dottor Tassani stilava queste note nel 1861, in anni in cui la medicina stava conoscendo profonde trasformazioni passando dall’arte medica a scienza, da sapere sperimentale a scienza. In realtà, per molto tempo, la distanza tra medicina ufficiale e sapere popolare fu minima o poco più:

“Non si stenta a trovare qua e là in questo territorio [di Dozza] delle piante medicinali, che possono servire a chi è privo di mezzi necessari di procacciarsele nelle farmacie. Quanto a me, non ho esitazione, quando ho a curare poveri attaccati da croniche tossi, di far loro prendere i decotti di tossilagine, di edera terrestre, di lichene, di poligola che essi medesimi vanno a raccogliere per la campagna. Così per le affezioni scorbutiche e pellagrose, e specialmente per queste ultime così comuni in questo territorio, insegno loro a rivolgersi alla beccabunga al nasturzio acquatico, alla fumaria, erbe prodotte da terreni acquitrinosi” (Bullettino delle scienze mediche. Volume 12, 1847).

Ecco allora che “senapismi”, cataplasmi, “bevande sub-acide”, succo di tamarindo ecc. prescritti dai medici e in uso negli ospedali non si distanziano poi molto dalla pratica popolare.

Conclusioni

L’intento di questo articolo non è quello di screditare la medicina moderna ancora in formazione, quanto piuttosto quello di mostrare, anche con pochi esempi, l’ampiezza delle informazioni che si possono recuperare da scritti e opere spesso trascurate. Certo, non tutte, ma moltissime sono le memorie, i saggi brevi, gli opuscoli, non di rado scritti da medici rimasti sconosciuti che offrono agli studiosi informazioni preziose.