Epidemie, malattie e altre sfortune.

Tempo fa ho buttato giù qualche riga titolando l’articolo Entrare “di traverso” nella storia in cui accennavo ad alcune fonti che a mio giudizio sono particolarmente utili per la comprensione della storia. Qui riprendo e amplio un poco il discorso saccheggiando le biblioteche digitali. Le fonti, che non cito come si farebbe in un saggio su rivista (del resto queste note non lo sono, sono una specie di brogliaccio) provengono da Google libri, Internet Archive, MDZ e, per il Colera a Bologna, dallo splendido portale realizzato dalla biblioteca Archiginnasio: 1855 Cholera morbus. Società e salute pubblica nella Bologna pontificia

Avvertenza

Va da sé che da sole non bastano: occorre inquadrarle nel contesto economico, produttivo, politico locale e collegarlo al quadro nazionale; restano esclusi qui monografie già pubblicate e materiale d’archivio. Ma, ci tengo a ribadirlo, un blog non è una rivista specializzata. Ciò che si può fare con un blog è incuriosire, suggerire dei percorsi, indicare delle fonti. E ciò di cui disponiamo oggi è comunque sufficiente a rendere l’idea di mondi oggi scomparsi e di dinamiche che hanno attraversato la storia.

Con i limiti appena indicati (e altri che emergeranno nel corso del racconto), la storia delle epidemie offre molti spunti e indicazioni. Prendiamo, ad esempio quella di colera asiatico che colpì più volte il nostro paese.

Abitare in città

Siamo nell’anno di (dis)grazia 1854, anno funesto perché il “morbo asiatico” infuria in molte zone e città della penisola. I medici, affermati o sconosciuti che siano, scrivono molto sull’epidemia e in molti casi le loro relazioni sono infarcite di informazioni preziose.

Possiamo iniziare il nostro viaggio partendo dalla considerazione più ovvia, sostenuta dalla maggioranza dei medici, e cioè che le epidemie colpiscono molto più violentemente i poveri di chi vive in condizioni agiate: “in generale i poveri più che i ricchi sono dal cholera mietuti”, sintetizza la Regia Commissione Medica Piemontese, con un parere che trova un consenso unanime tra i medici dell’intera penisola. Gli scritti dei medici ci permettono dunque di avvicinarci alle abitudini e condizioni di vita delle classi popolari.

L’alimentazione

Il nesso tra povertà e epidemia è ben illustrato da caso genovese. L’anno precedente l’epidemia è stato un anno strano: particolarmente e insolitamente freddo al punto che a luglio l’estate non si era ancora presentata; battuta da venti freddissimi in un inverno protrattosi molto più a lungo rispetto al normale. Poi, da luglio inoltrato, la città ha dovuto fare i conti con un caldo torrenziale. Gli anziani faticano a ricordare annate così strane e inclementi. La durezza di quell’annata eccezionale provocò una grave carenza di cereali, vino e prodotti dell’ulivo e a farne spese, prima e più di tutti, è la popolazione che si trova “stipata nei quartieri più poveri, più sudici e mal collocati della città”. Le autorità corrono ai ripari abbassando il prezzo del pane e allargando i cordoni della borsa della beneficenza, ma questi provvedimenti si dimostrano insufficienti.

A Genova il popolo minuto si ciba in larga misura di pesce. In quell’anno il mare è stato generoso; la pesca degli scampirri è stata abbondante: i genovesi mettono sott’olio la carne di tonno giovane (gli scampirri, appunto) e ne fanno provvista per i mesi invernali. La disponibilità di tonno a buon mercato si prolunga fino alla primavera e oltre. Senonché la scarsa disponibilità di olio costringe la popolazione a sostituirlo con olio di sesamo e un altro condimento che i genovesi chiamano colsat; condimenti di scarsa qualità che provocano una “corruzione putrida” nel pesce. Il rischio di ritrovarsi con merce invenduta, “indusse necessariamente i venditori a ribassare straordinariamente il prezzo del tonno, che a qualche soldo per lib[b]ra smerciavasi con grande affluenza”. I genovesi, insomma, si ingozzano di “tonno guasto”.

Nutrirsi di cibo “guasto” non è affatto salutare. E’ vero che una lunga tradizione medica distingue tra gli stomaci dei ricchi e quelli dei poveri: più delicato quello dei primi e più robusto e lavoratore quello dei secondi. Il che significa che i poveri possono nutrirsi di alimenti che ai ricchi risulterebbero non solo indigesti ma molto difficili da digerire. Ma oltre al fatto che questa teoria sta perdendo terreno tra i medici, una cosa sono i cibi pesanti, un’altra la carne andata a male: “l’abuso […] de’ crostacei e de’ pesci di cattiva qualità” può “contribuire non poco alla produzione di siffatto morbo”, avvertono i medici da Venezia. Insomma, mangiare carne guasta infiacchisce il fisico e lo predispone a contrarre la malattia.

A Napoli “quasi tutti sono soliti, chi uno chi due volte la settimana, mangiar minestre verdi, sia di cicorie, sia ancora di cavoli cappucci, che ben condiscono con grassi e con salami”. In quell’anno però le erbe usate normalmente per condire si presentano “arsicce”, dure e poco invitanti. La gente preferisce di gran lunga la frutta: mandorle, pesche, pere, fichi, meloni e poponi, tutti disponibili in gran quantità e a bassissimo costo. Ma la frutta, sebbene consigliata da alcuni medici durante il corso della malattia, è generalmente guardata con sospetto. Fermenta e per questo si ritiene che favorisca disturbi gastrici e perciò il suo consumo è altamente sconsigliabile nel corso di un’epidemia di colera. A Bologna viene vietato anche il consumo di latte in quanto “scioglie il ventre”.

Anche a Roma, in occasione dell’epidemia del 1867, sono i quartieri popolari quelli più colpiti: Monti, Trastevere e Borgo. Qui, curiosamente – stando almeno all’opinione di un osservatore – sono i locandieri e gli osti ad essere additati di fornire piatti dalla salubrità discutibile gli avventori. A suo dire, “si può dimostrare che gli abitanti dei tre detti Rioni impotenti per buona parte a procacciarsi un vitto scelto nelle proprie case sono costretti di andarlo a consumare nelle taverne”. Un’affermazione quanto meno insolita, anche se è vero che il numero delle osterie e delle taverne è alto.

A Volterra la connessione tra alimentazione insufficiente e/o scadente appare molto meno evidente. I “tre quarti” della popolazione guadagna “discretamente nelle manifatture degl’alabastri”, cosa che le consente di “cibarsi bene”, ed infatti “il primo pensiero della mattina è quello di portarsi alla piazza a scegliere i migliori bocconi”, la cui natura però ci resta ignota. Eppure anche qui, come vedremo tra poco, i colpiti furono molti.

Tuguri, camerette, caverne

A metà secolo, tra due epidemie di colera, Bologna è colpita da un’epidemia di vaiolo. Non tutta la città in verità è interessata allo stesso modo: “al levante ed al settentrione della città […] non vi [sono] che pochi e rarissimi casi”. Al contrario, nelle “contrade S. Felice e Lamme e [le] vie intermedie a queste” sono più colpite. “S. Felice e Lamme [Lame]” sono i quartieri popolari. Qui “molte donne, quasi tutte madri di numerosa e tenera figliuolanza”, vanno “a certi magazzini detti di abbigliamento, a talune sartorie militari per prendere a cucire camicie, mutande, calzoni, cappotti ed altre tali cose, nelle quali sartorie vi si trovavano d’ordinario alcuni militari, i più malconci di vestito, per essere provveduti di quanto loro occorreva ed in quei magazzini eranvi, oltre gli indumenti nuovi già lavorati, grandi depositi di spoglie lorde, guaste e dismesse”.

Frugare tra quegli stracci infetti significa diffondere il morbo. Sarte, cucitrici, filatrici, casalinghe e straccivendole alla ricerca di qualcosa diffondono involontariamente la malattia. “Ad agevolare la propagazione e diffusione”, osserva un medico “vi ebbe gran parte la trascuranza nei più di ogni precauzione sanitaria […]. Convivevano assieme sani e malati dentro camere anguste, oscure, non ventilate, e certuni di questi avevano perfino il letto comune con essi […]. A quelle camere medesime dove stavano vaiuolosi avevano adito liberamente le persone tutte che abitavano la casa od altre fors’anche delle contrade, essendo propria di quella classe di gente una speciale vicendevole famigliarità e comunanza di vivere.

Quando sul finire del 1854 fa la sua comparsa il Colera, la malattia si presenta “in una parte della città dove regna maggior sucidume e grande miseria; ove non è infrequente l’incontrare nello stesso ambiente l’uomo col giumento o cavallo vivere insieme; ove le case e le strade mancano di chiaviche e degli scoli opportuni onde di continuo s’innalzano putride emanazioni”. Si tratta della via Pratello, in pieno centro. Stranamente la malattia risparmia quasi completamente quella zona. Infuria comunque in altre ed anche in questo caso il maggior numero di vittime si verifica tra le classi popolari: braccianti, canapini, lavandai, cucitrici e professioni che richiedono il contatto col pubblico.

Anche a Napoli le “lavandaje” e le loro famiglie han sofferto il colera”. E anche qui i medici suppongono perché si “trovavano di essere a contatto di oggetti imbevuti di materiali colerici”. Le osservazioni dei medici di Bologna e Napoli si possono confrontare con quelle di un collega di Milano il quale, notando una netta maggioranza di casi maschili rispetto a quelli femminili, la attribuisce al fatto che, diversamente alle donne di campagna, le milanesi escono poco di casa. Siamo allora di fronte ad una forma di socialità popolare diversa, già influenzata dalla maggior riservatezza della borghesia. Senza dubbio lo è rispetto alla pullulante e vivacissima socialità napoletana.

La situazione di Napoli è per certi aspetti spaventosa: nel quartiere Chiaja vi sono le Grotte degli Spagari, definite in una pubblicazione “vere tane destinate per numerose famiglie”; nel Quartiere Porto “sopra quelle arene e que’ frammenti di rottami misti a depositi lasciati dalle acque e dalle impurità, […] vennero costruite alcune case senza simmetria, senza ordine, senza lume, senza sole; piccoli e stretti viottoli, altri chiusi ed impervi, altri serpeggianti in labirinti; e qui un arco e là un angolo; e per tutto, luridezza e malproprietà. Case elevatissime” prosegue l’impietosa descrizione, “con scale strette nere affumicate, che mettono per ogni pianerottolo in una o più stanzette, che si aprono in que’ viottoli o in una piccola corte come in un pozzo. Condotti di acque immonde con poco declivio verso il mare, quasi ristagnanti sopra un terreno bibulo […]. E miserabili di ogni maniera si adunano in que’ tugurii, e non sempre una sola famiglia, ma spesso diverse persone e grandi e piccole si raggruppano la notte in mezzo a ’miasmi che esalano da ogni maniera d’impurità”. Non a caso qui il colera fa una vera strage.

Lo stesso vale per Genova: le case abitate dalla “plebe”, riferisce un medico nel 1835, “sono situate in viottoli ristrettissimi, mancano di cortili, di aria e di luce; le stanze sono basse, ristrette e immonde; le persone entrovi stivate” . Identica situazione a Volterra, dove nelle vicinanze del Collegio di S Michele si trovano “case tanto malsane e sudicie da non mai figurarsele, ed i loro abitanti dei più miserabili della popolazione […], certi tuguri umidi e sudici da non saper farsi idea del come si possa vivervi a lungo”. Anche a Brescia il morbo fu più violento nei quartieri popolari: “si fissò nelle parrocchie di S. Giovanni e di S. Faustino, facendo segno de’ suoi danni la poveraglia in esse stanziata. Gli attacchi si andavano moltiplicando in guisa che intorno alla metà del mese contavansene più di trenta al giorno”. Agghiaccianti le scene riportate a Palermo:

Furono i soliti chiassi e viuzze strette furono gli antigienici catodi e le case sottostanti al livello delle strade che diedero il maggior contingente di morti Era cosa desolante davvero per chi entrava in quei tuguri ove manca l’aria la luce e l’olfatto è ferito da una nauseante esalazione di umidità e di muffa il vedere poveri infermi giacere a terra o su luridissimi pagliericci spesso senza lenzuola e senza coperte tenersi coricati a fianco dei teneri pargoletti e di giovanette adolescenti che spesso poi erano attaccati dal morbo. In un meschino catodio del Chiasso Sciacchittano una sera giacevano sullo stesso letto un bambino a 22 mesi già morto la madre affetta da colèra tifico ed una fanciullina con sintomi di colèra a primo periodo simile scene non erano rare ad osservarsi.

Il problema degli alloggi riguarda tutte le grandi città. A preoccupare la Commissione d’igiene di Torino sono le “soffitte” nelle quali la “povera gente vi gela nell’inverno e vi soffoca nella ‘state”. Sarebbe anche il caso “che si provvedessero alcuni locali sufficientemente riscaldati per l’inverno nei quali vi fossero tavolati con poca paglia sopra di essi affine di ricoverarvi quegli infelici specialmente fanciulli che si rinvengono giacevoli per le vie sul nudo suolo con grave scandalo dei forestieri specialmente e con evidente pericolo per la salute di questi meschini”.

Quando le malattie contagiose arrivano in città, le “soffitte” di Torino o i ballatoi di Milano si trasformano immediatamente in focolai d’infezione che diffondono velocemente la malattia di caseggiato in caseggiato.

Alcune piste

Cosa troviamo in questi tuguri e camerette assai poco accoglienti? Il fatto che siano affumicate ci dice che nei mesi invernali sono riscaldate alla meglio; che vi è una grave insufficienza di “letti e coverture” cioè coperte; che molti – soprattutto se orfani o giovanetti o donzelle – dovendo essere rivestiti in quanto il loro vestiario, sporco e infetto, viene bruciato, non dispongono nemmeno di un cambio di biancheria. Ci mostra una promiscuità di fronte alla quale non pochi medici e i borghesi si ritraggono inorriditi e che, a sua volta, suscita interrogativi.

Quante famiglie condividono quelle camere molto meno che modeste? Chi sono “tutte le persone che abitano la casa? Cucitrici certo, ma gli altri? Quanto costano gli affitti? A chi appartengono allora quelle abitazioni precarie? Se non si dispone neppure di un ricambio di vestiario è difficile immaginare una casa di proprietà. E, allora, qual è la politica edilizia nelle città? Uno spunto ci viene da un medico bresciano.

A Brescia la scabbia non è un problema grave; è presente ma non diffusa. Non di meno il medico ne parla: “ho potuto convincermi”, scrive,

che il mezzo più ovvio di comunicazione della scabbia trovasi radicato nelle locande in cui il povero e l’accattone vengono ricoverati la notte”. Se le autorità non si decidono a chiudere i Ricoveri di Mendicità “non si perverrà mai, per quanto severa sia la vigilanza dell’Autorità politica, ad eliminare da siffatti ricetti i fomiti della diffusione scabbiosa, non solo fra la poveraglia stazionata nella città, ma anche nelle genti di campagna; imperocché servono le locande del mendico cittadino a dar ricovero ben di frequente al terrazzano, allorquando le sue faccende lo obbligano a qui trattenersi la notte.

Ma chiudere quegli “asili” non è decisione che si prende a cuor leggero. Costano poco – da 3 a 12 centesimi a notte – e “il buon prezzo è tale incentivo, che fa trascurare i più essenziali riguardi anche da quelli che non devono comprendersi nella categoria dei poveri, e invita talvolta anche l’agiato campagnuolo, cui preme l’avarizia, a dar la preferenza a questi alberghi liberi d’ogni soggezione”. A Milano, durante l’epidemia di colera del 1867, le forze dell’ordine “fecero visite domiciliari” presso alcuni affittaletti “esigendo, ove occorreva, diminuzione nel numero dei letti, imbiancatura delle pareti, maggior pulizia nella biancheria”; ma anche la Commissione di Sanità della capitale lombarda deve riconoscere che questi “notturni convegni di gente avveniticcia, sono sempre fonte di disordini e di diffusioni di contagi, specialmente in alcuni dei quartieri più popolati della città”.

La sostanziale impossibilità di chiudere quei ricoveri a basso costo rimanda senza dubbio ai rapporti tra città e campagna, legami ben saldi soprattutto per le piccole realtà di provincia nelle zone agricole, ma anche ad una notevole mobilità interna alle città, a quella “comunanza di vivere” dei ceti più bassi notati a Bologna, ma che riguarda il popolo napoletano come quello di un’infinità di altri luoghi: “tutti, come qui si costuma, in qualunque malattia, amici, vicini, parenti, di qualunque età e sesso, visitavansi, conversavano non solo con chi serviva i vajuolosi, ma con questi medesimi”, osserva il medico del piccolo comune pugliese di Castellaro.

Il dato interessante non risiede tanto nella registrazione puntuale delle abitudini e dei comportamenti, ma nelle domande che sollecitano. Se si collega l’immensa povertà di questa umanità alla sua stessa esistenza, allora si finisce per inoltrarsi nella ricerca di traffici illegali, del contrabbando e dei suoi legami col banditismo (non solo meridionale), e cioè in una sfaccettata illegalità che mantiene in una certa misura il mondo legale e gli consente di funzionare anche in tempi di crisi profonda (e temuta). La proverbiale arte di arrangiarsi degli italiani non può essere considerata una spiegazione sufficiente. Dietro a qualunque professione, più o meno lecita che sia, ci sono interessi che occorre indagare.

Prime conclusioni

Moltissimo è rimasto fuori da questo articolo. La condizione di lazzaretti e ospedali, le molte paure suscitate dalla malattia, la diffidenza popolare verso la medicina ufficiale e i medici e, per contrasto, il dilagare di praticoni, cerretani e consimili che riscuotono ampi consensi tra la gente comune e provocano invettive tra la corporazione medica.

Un’altra pista da seguire attentamente è il linguaggio usato dagli osservatori. Medici o altri che siano, appartengono tutti ai ceti dominanti (anche nel caso dei medici condotti, che non se la passavano affatto bene). Termini come plebe, poveraglia, miserabili, meschini ecc. sono griglie interpretative grossolane. Se non aiutano a mettere a fuoco il mondo delle professioni e delle sue dinamiche, dicono molto però sulla distanza tra le classi sociali. Non è difficile riscontrare la congiunzione tra la preoccupazione per le condizioni igienico-sanitarie dei ceti popolari e l’auspicio di misure repressive. Ad esempio, la Commissione di Sanità di Torino ritiene che provvedendo con alcuni locali adeguatamente riscaldati e confortevoli, “si potrebbe dar ordine alle pattuglie giranti la notte di raccogliere questi infelici ed ivi condurli tanto più che sovente solto questa apparente miseria celasi la malizia ed è noto che alcuni fra di essi fanno la spia ai ladri notturni”.

Osservare quando e come questo linguaggio paternalistico ma sprezzante che traspira ripugnanza e paura comincia a cambiare, può rivelarsi una buona spia per mettersi sulle tracce di cambiamenti più profondi e decisivi. Siamo di fronte ad uno dei fenomeni tipici di lunga durata della nostra storia. Per questo ho assemblato articoli scritti a decenni di distanza, ma anche su questo dovremo tornare.

Alla prossima puntata.


Recensione. Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità

Uno splendido libro di Attilio Brilli sulle capitali d’Italia.

Diventare capitale può rivelarsi un ottimo affare. L’arrivo della burocrazia, dei ministeri, di esponenti politici e dell’esercito; il dover infondere alla città il piglio e il lustro dovuti alla città di riferimento di uno Stato significa attrarre investimenti e creare lavoro. Occupazione per operai, artigiani e maestranze, per negozianti, ristoratori, alberghi, impiegati pubblici ecc. Significa affari d’oro per costruttori e possidenti, banche e speculatori: il denaro scorre, il lavoro si moltiplica, la città si trasforma e cambia volto.

Tanto più se si tratta di città come Firenze e Roma, la prima protetta ma stretta da mura che ne impediscono l’espansione; la seconda che, come sospesa nel vuoto del tempo e dello spazio – vale a dire dei secoli di storia e isolata nel mezzo di una sterminata campagna – deve inevitabilmente modernizzarsi per mettersi a fianco delle altre capitali europee.

Firenze

Mura abbattute, interi quartieri da risanare a Firenze; zone intere e quartieri da abbattere letteralmente e da (ri)costruire a Roma. A Firenze il fragoroso abbattimento delle mura lascia entrare la campagna nella città snaturando il circostante paesaggio agreste e la prospettiva sulla città. Ma la scomparsa delle mura è solo l’annuncio di trasformazioni più profonde che coinvolgono il centro della città. Il groviglio di stradine e vicoli strettissimi di origine medievale che portano a un cuore della città tanto antico quanto desolante negli abituri e nella gente che lo abita sta per essere – e progressivamente verrà – spazzato via (pp. 28 ssgg.). Il Mercato Vecchio e il Ghetto lasceranno posto a una “piazza orrenda” ed enorme, a nuove strade e spazi: è la scomparsa non solo di ricettacoli della plebaglia cittadina – gente che vive alla giornata sul limitare e col debordare della legalità – ma di mondi fatti di miasmi e odori, di palazzi e abitazioni decrepiti ma pittoreschi, di una socialità sguaiata e non raccomandabile. Scompare il tratto saliente della città, ciò che la rendeva cara e inconfondibile.

Ghetto ebraico a Firenze
Roma

A Roma non ci sono mura da prendere a cannonate per far posto alla città. Qui la campagna, ampi spazi coltivati o semi-incolti fanno già parte del panorama cittadino: pastori e contadini fanno pascolare liberamente il bestiame dentro alla città. A rimetterci le penne sono da una parte i quartieri più insalubri del centro – il Ghetto – il lugubre e misterioso “quartiere più malsano della città” (p. 86) e altri lungo un Tevere giallognolo e maleolente di immondizie e liquami che ammorba e inumidisce casupole precarie e cascanti -, luoghi affaticati e macilenti, pullulanti di bambini sporchi e pidocchiosi, di stamberghe umide e buie nelle quali il visitatore si guarda bene dall’entrare; dall’altra le ville che la circondano: edifici giganteschi e magnifici immersi in enormi parchi lussureggianti. Sono luoghi e contesti di incomparabile bellezza sacrificati a nuovi cantieri che si vorrebbero moderni ed efficienti.

Roma

Dietro a queste istanze di rinnovamento c’è la nuova borghesia di un Paese che fatica a mettersi al passo coi paesi più avanzati, ma che proprio per questo ha fretta di farlo. È gente che bada al sodo e al soldo, che sogna e si adopera per facili arricchimenti con la compravendita di terreni edificabili e speculazioni edilizie. È una borghesia vorace, ignorante e onnivora che manovra nascondendosi dietro al comodo paravento delle esigenze inderogabili della igiene pubblica, inderogabile per un Paese che si vuole moderno e civile, ma che poi si tradisce facendo tronfia mostra della ricchezza accumulata con un’eleganza pretesa ma non raggiunta e atteggiamenti tracotanti da “padroni” più che da signori (p. 107).

Torino

Il caso di Torino è diverso. Questa città calma, compassata e geometrica, curata e ben tenuta, fiera della propria storia e orgogliosa della propria pragmatica efficienza, pur sapendo da tempo la transuenza in qualità di Capitale, mal digerisce il trapasso – pure temporaneo – a Firenze. La sua cittadinanza di solito prudente e cauta si riversa nelle strade a protestare: apparati dello Stato che se ne vanno altrove significa in disoccupazione e timori per il futuro.

Torino

Da quanto detto fin qui ci si potrebbe aspettare che Brilli ci mostri questi sviluppi attraverso le dispute dei consigli comunali e dei piani regolatori. È vero in minuscola parte. Grande storico del viaggio e dei viaggiatori, Brilli conosce alla perfezione questo genere di letteratura. Ci descrive l’evoluzione delle città con gli occhi e le penne di scrittori, giornalisti, artisti, storici dell’arte: pesca da romanzi come da corrispondenze private, da articoli giornale e da guide turistiche, da appunti e diari (il tutto indicato in un puntuale apparato di note e in una esauriente bibliografia).

Facciamo conoscenza della nutrita schiera di inglesi di stanza per lunghi periodi a Firenze, che inorridisce di fronte all’esecuzione degli sventramenti della città e protesta rivendicando Firenze città non degli italiani e nemmeno dei fiorentini, ma dei cittadini di tutto il mondo; di artisti, viaggiatori e scrittori immersi nell’immemore torpore romano capaci di cogliere le trame reali che si celano dietro ai proclami igienizzanti, che mette in guardia dagli interventi drastici, che piange e – negli anni successivi – rimpiange il sudiciume e la immemore polvere di Roma; che ammutolisce attonita e indignata di fronte allo sparire delle ville.

Con questo Il viaggio nella Capitale Brilli ci regala un libro colto, raffinato e piacevolissimo, con suggerimenti precisi: a diffidare degli slogan urlanti necessità improcrastinabili, specie se a promuoverli sono “voraci affaristi, [specchio dell’]inconsistenza della società italiana, priva di una borghesia alacre, moderna, votata allo spirito d’impresa, una borghesia che [sia] in grado di bilanciare un’aristocrazia parassitaria da un lato e dall’altro un popolo miserando, inetto e privo del minimo barlume di senso civico” (p. 100), e ad andare cauti quando si tratta di intervenire in modo massiccio nel cuore di città immerse nella storia.

Mi permetto di aggiungerne uno io, che ricavo da quanto scrive un’osservatrice brillante e assidua dell’Italia. Nel suo diario una scrittrice americana annotava osservazioni penetranti sulla capacità tutta romana di fagocitare tutto. Anche le nuove costruzioni rimaste a metà, incompiute e che non saranno mai finite dopo l’esplosione di una bolla finanziaria che ha prosciugato le risorse e fatto sparire gli investitori non sono un problema per Roma. Questa città “eterna”, che pare immobile, che si rinnova col ritmo impercettibile dei secoli farà suoi questi spezzoni di edifici e li inserirà nel suo contesto e nel suo paesaggio facendo affidamento sulla tranquilla, inesorabile tenacia del tempo. Farà suo anche l’inguardabile Vittoriale, mastodonte che nulla a che vedere con la città, macigno estraneo che più che altro si addice allo scopo di “pisciatoio di lusso” come lo definì Giovanni Papini?

A me pare che la capacità di Roma città capace di assorbire tutto, di addomesticare tutto e di incorporare tutto sia una buona metafora della Roma Capitale politica e rimando ad una classe dirigente che resta sempre uguale a sé stessa anche quando sembra rinnovarsi e rinnovata nel profondo.

Buona lettura.