Recensione. Paolo Nencini: La minaccia stupefacente. Storia politica della droga in Italia

Un titolo del genere non poteva non attirare la mia attenzione. La minaccia stupefacente, titolo bellissimo e accattivante quello scelto da Paolo Nencini per un libro unico nel suo genere – almeno in Italia, dove gli storici si sono occupati poco della storia delle droghe. Col sottotitolo – Storia politica della droga in Italia – invece, Nencini ha voluto dar prova di modestia. Questo libro è molto di più di una storia politica: l’uso delle droghe può essere una lente di ingrandimento per indagare la storia delle classi sociali, la storia sociale tout court, ma anche storia della medicina e dell’industria farmaceutica, dei movimenti giovanili, una storia comparata e anche una storia giuridica.

Quando?

In un film di grande successo, “Romanzo criminale” c’è una scena in cui la banda festeggia contando una marea di soldi, i proventi del traffico di eroina. Del resto, basta sfogliare le pagine dei quotidiani dalla fine degli anni Settanta fino ad almeno la metà del decennio successivo per farsi un’idea della diffusione delle sostanze stupefacenti nel nostro paese. Ma quand’è che in Italia la droga è diventata un problema sociale?

In Italia gli inizi sono molto diversi da quelli di altri paesi europei, Francia e Gran Bretagna soprattutto. In questi due paesi, dove la Rivoluzione industriale si è innescata prima che altrove, l’uso o l’abuso di sostanze psicotrope se non imponente è però già visibile dalla seconda metà dell’800. Indubbiamente si tratta di minoranze: artisti, soprattutto in Francia o, meglio, a Parigi; ma anche borghesi annoiati e curiosi di provare nuove sensazioni. In Gran Bretagna però, nelle bettole frequentate dagli operai da tempo il gin ha soppiantato la birra e le bevande alcoliche a gradazione più bassa. Le descrizioni della Manchester di Engels sono eloquenti: l’alcolismo è già non soltanto indice di alienazione del lavoro, ma problema sociale diffuso e non soltanto nella classe operaia (su alcuni di questi aspetti si veda Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari).

Édouard Manet (1832-1883), Le buveur d’absinthe, 1867 – 1868

E in Italia? In Italia fenomeno del consumo di droghe non c’è o resta limitatissimo fin dopo la prima guerra mondiale. Al contrario di quanto accadeva in Inghilterra, dove il consumo di pillole di oppio era notevole anche nei ceti popolari e nella classe operaia, gli italiani si dimostravano immuni da questi vizi. Nemmeno le circoscritte élites intellettuali e artistiche hanno sperimentato i “paradisi artificiali” indotti dalle sostanze stupefacenti in misura paragonabile a quanto era possibile verificare in Francia e in Inghilterra.

Si tratta di una refrattarietà che può essere spiegata col provincialismo italiano non solo di tipo culturale. L’Italia rimase a lungo un paese agricolo, poco industrializzato e disseminato di piccole città spesso interdipendenti dalle campagne circostanti. La correlazione, tipica delle società industrializzate, tra poco tempo a disposizione e consumo di sostanze – alcoliche o psicotrope – capaci di garantire un effetto quasi immediato, in Italia poggia su basi troppo fragili: la percezione del tempo e l’uso del tempo sono diversi, restano ancorati al tempo delle campagne, a lavori faticosissimi ma più lenti e che escludono almeno in parte i meccanismi coercitivi dell’alienazione del lavoro di fabbrica che sottraggono tempo all’operaio esasperato da un lavoro faticoso, monotono, mal pagato e che gli ruba tempo (a Manchester i farmacisti passavano il sabato a confezionare pillole di oppio a 1 a tre grani ben sapendo che la sera le avrebbero vendute agli operai perché meno costose dell’alcol, vedi p. 33). Se questo è vero, allora non è tanto l’essere la tradizione vinicola italiana a dimostrarsi più tenace che altrove a mantenere il problema delle droghe sul versante dell’alcolismo, ma è il tempo lavorativo e sociale ad essere più adatto al consumo di vino che di oppiacei. Non a caso, la proposta di Mantegazza di importare foglie di coca dal Perù, rimasto colpito dalla resistenza fisica dei contadini peruviani dovuta alla masticazione delle foglie di quella pianta, per poi rivenderle a basso prezzo ai contadini come tonico e surrogato di un’alimentazione spesso insufficiente, non viene nemmeno presa in considerazione.

L’alcol è infatti la vera droga delle classi popolari italiane e non a caso comincia ad essere percepito come problema sociale dalle classi dirigenti italiane dall’ultimo quarto dell’Ottocento, in concomitanza all’innesco di una decisa industrializzazione in alcune zone del Paese. Sarà proprio l’alcol la “benzina” della fanteria mandata al macello in quell’immane moria che fu la prima guerra mondiale (su questo vedi anche: Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918)

L’innesto involontario

Dunque l’uso di morfina, eroina e cocaina in Italia si qualifica come un fenomeno urbano e, fino al ’68, riservato alle grandi città, ma pur sempre in modo limitatissimo: Enrico Morselli, uno degli psichiatri più illustri di fine Ottocento, riferiva che pur lavorando tra Genova e Torino “dove la vita moderna ferve in tutta la sua intensità […] il cocainismo e lo stesso morfinismo sono relativamente rari” (p. 105).

Il fatto curioso è che a “sdoganare” gli oppiacei verso il basso è proprio la prima guerra mondiale e lo fa del tutto involontariamente. Le proprietà sedative della morfina e della cocaina erano conosciute da tempo ed è per placare in breve tempo i dolori provocati dalle ferite che i medici, abbondando nei dosaggi, creano di fatto delle schiere di probabili tossicodipendenti (pp. 208 ssgg.).

Ma anche tenendo conto di questa situazione del tutto contingente l’uso di queste sostanze resta estremamente limitato ai frequentatori di café-chantant, al mondo più o meno promiscuo di gente dello spettacolo, di certi caffé, di pochi che hanno preso il vizio a Parigi. Le non molte statistiche stilate dai medici confermano la marginalità del fenomeno (capitolo VI, in particolare, pp. 197 e ssgg).

Nondimeno esiste. Antonio Gramsci, osservatore acutissimo del suo tempo, lo osserva e lo denuncia a Torino; viene segnalato a Firenze (che tradizionalmente ospita nutrite colonie di turisti stranieri, vedi: Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità) e a Roma. Un romanzetto da quattro soldi, “Cocaina”, del più che ambiguo Pittigrilli, pur non avendo alcun valore letterario coglie però una curiosità pruriginosa abbastanza diffusa nella borghesia cittadina, un voler guardare dal buco della serratura un mondo e un vizio semisconosciuto ma sensibile e ricettivo e che può o vorrebbe trasformarsi in consumatrice (p. 222).

L’esperienza di Fiume, guidata da D’Annunzio che è cocainomane, la estende ulteriormente e un’altra ondata si registra con l’emergere dello squadrismo: nelle squadracce fasciste la cocaina gira e, noto en passant, può avere avuto un peso tutto da valutare nel reclutamento di gente disposta a tutto pur di trovare i soldi per drogarsi.

Tuttavia l’uso di oppiacei continua a restare faccenda di pochi italiani. A lungo manca una legislazione in proposito (arriverà soltanto nel 1923) e l’importanza del ruolo e della posizione italiana a livello internazionale nel contrasto al traffico di droga non è dovuto al consumo interno ma alla posizione geografica del Paese che, stendendosi nel cuore del Mediterraneo, si trova al centro dei traffici. Hascish e cocaina girano nei porti italiani, ma non sbarcano; fanno tappa e finiscono altrove.

Ecco allora due primi fenomeni importanti. Il primo riguarda il consumo di droghe come metro di misura per seguire il processo di modernizzazione del Paese. Con una battuta Eric Hobsbawm disse una volta che l’Italia era passata dal Medio Evo direttamente alla modernità. Scherzava ma, pur non facendo centro, il bersaglio lo colpiva. L’Italia è rimasto un paese sostanzialmente agricolo fino a pochi decenni fa. Se si rapporta questa battuta al fenomeno della droga, si direbbe azzeccata. Ancora alla metà degli anni Cinquanta, un fine intellettuale come Oreste del Buono affermava che, per quanto riguarda la droga, “è il vizio in sé per sé che non viene preso in considerazione” (cit. a p. 296). Insomma, agli italiani della metà del secolo scorso il fenomeno della droga non interessa.

Il secondo aspetto interessa le reazioni di fronte a questo problema. Fin quando il consumo di sostanze stupefacenti riguarda cerchie ristrette, il fenomeno viene sostanzialmente tollerato; una volta che inizia a diffondersi, medici, osservatori sociali, istituzioni di beneficenza e simili iniziano ad occuparsene e a segnalarlo fino ad interessare l’opinione pubblica. A questo punto, dopo che il tema è divenuto di dominio pubblico, allora lo Stato interviene con una legislazione in proposito.

Sono tappe che l’A. illustra molto bene con dovizia di particolari e precisione. In Francia – dove tra l’altro tra i primi cocainomani si contano proprio alcuni medici – le riviste di medicina e di psichiatria pullulano di saggi e segnalazioni; in Italia la stessa identica dinamica la si osserva soprattutto per quanto riguarda l’alcol. Il fatto che una legge sul consumo di stupefacenti arrivi tardi connota ulteriormente la particolarità del nostro Paese.

Se la comparazione dell’Italia con gli altri stati serve all’A. per stagliare la particolarità del caso italiano, il libro è anche un lungo viaggio nella società e nella storia di altri paesi (in particolare i capitoli 1 e 3 ma non solo) e, allo stesso tempo una miniera di informazioni e di spunti per approfondire temi quali le case farmaceutiche o la pubblicità su riviste scientifiche e giornali ad ampia tiratura.

Una chiusura consapevole

Nencini chiude la sua ricerca alla fine degli anni Sessanta. Consapevoli del fatto che tempo storico e tempo cronologico non combaciano quasi mai, gli studiosi hanno difficoltà a trovare la “data giusta” per chiudere un’opera. La scelta di Nencini è però dettata da un senso profondo del tempo storico. L’A. sa che dai primi anni Sessanta del secolo scorso il Paese entra in una fase di cambiamento sempre più veloce e convulsa; il paese contadino, “lento”, tradizionalista anche nei vizi entra in dissoluzione. Si affacciano nuovi problemi e nuovi protagonisti: i giovani irrompono sulla scena con la musica, coi viaggi, con le mode, col ’68, diventano perfino un settore del mercato; le campagne iniziano a svuotarsi; le città operaie del Nord fagocitano mano d’opera. Eroina e cocaina diventano vizi diffusi, ma bisogna capire perché. Come mai un Paese che a lungo è rimasto indifferente all’uso generalizzato di droghe a un certo punto della sua storia le accoglie? Questa è la domanda sottaciuta dell’A. E a questo punto, di fronte a questo problema storiografico e sociologico enorme – credo – la consapevolezza dell’A. di doversi inoltrare su terreni quasi inesplorati e difficili, si ferma. Nencini non si accontenta di generalizzazioni – il “riflusso”, “i giovani”… – e banalizzazioni – “l’uso di droghe c’è sempre stato”…

A mio parere è una decisione meritoria, che testimonia una consapevolezza della storia e del ruolo di chi la studia rara nei non specialisti, e una serietà metodologica e scientifica che trapela in tutto il libro. Nencini ha frugato ovunque: letteratura scientifica, storica e fonti letterarie e archivistiche compongono un imponente apparato di note.

L’unico difetto di questo libro veramente bello e importante è la mancanza di un indice dei nomi. Per il resto siamo di fronte a un’opera che meriterebbe davvero un’ampissima diffusione.

Buona lettura.

[PS. Sono “debitore” a questo libro per avermi ispirato un saggio basato su fonti psichiatriche e manicomiali: Droghe di guerra. L’ambiguo uso degli oppiacei dalle trincee al primo dopoguerra, in Carlo De Maria (a cura di), Dalla fine della Guerra alla nascita del fascismo. Un punto di vista regionale sulla crisi del primo dopoguerra (Emilia-Romagna 1918-1920), pp. 267-277)].


Recensione. Tommaso Scaramella: Un doge infame.

Un doge. Un doge mancato. Un doge mancato perché infame. Un doge infame perché sodomita. Tommaso Scaramella, dottorato all’Università di Bologna, racconta e storicizza la vicenda umana e politica di Alvise V Sebastiano Mocenigo, uomo di antico lignaggio e cospicue ricchezze, di notevoli capacità in qualità di diplomatico, ma di una spregiudicatezza in ambito sessuale tale da confondersi con l’incoscienza.

Perfino a Venezia, rinomata per le proprie molteplici libertà: intellettuali, di pensiero, nei piaceri della vita, per il rovesciamento dei ruoli in quel fantastico mondo temporaneo che è il celeberrimo carnevale, nella libertà sessuale, incarnata da un Casanova e dalle moltissime cortigiane che allietano la vita sociale della città.

In realtà, almeno in parte, le tanto decantate libertà della Serenissima rispondevano, già alla fine del Settecento a una serie di stereotipi. Dopo tutto Casanova era finito nei Piombi; il controllo su libri e stampa, benché più discreto che altrove, era presente operante ed efficiente (vedi Mario Infelise I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna). Dunque anche il pensiero – e soprattutto quello non conformista – era sottoposto a controllo. E Mocenigo era un uomo intellettualmente curioso e progressista.

E di pensiero anticonformista Sebastiano Mocenigo, l’aspirante “doge infame”, era un autentico campione. Scalati i gradini della amministrazione con relativa facilità come capitava a tutti i rampolli delle famiglie più ricche, la sua omosessualità se non dichiarata, esposta e di pubblico dominio faceva di lui un uomo chiacchierato.

La sua condotta disdicevole era troppo anche per la liberale Venezia, una città aperta anche nella sua particolarissima conformazione: “senza porte, senza fortificazioni, senza un solo soldato di guarnigione [eppure] imprendibile dalla terra e dal mare” (p. 34, nota 5). “Non esiste luogo al mondo dove la libertà e la dissolutezza regnino più sovrane di qui. Non vi occupate di politica, e per il resto fate tutto quello che volete” consigliava uno straniero.

Ma era proprio questo il punto: non solo Sebastiano Mocenigo era ben addentro alla vita politica della città, ma aspirava a rappresentarla al massimo grado. Il fatto di essersi sposato e di avere avuto un figlio – da una donna, tra l’altro, che dopo l’iniziale costernazione una volta scoperta la reale inclinazione sessuale del marito, si mostrò comprensiva e al suo fianco – non furono sufficienti a cancellare le dicerie del suo conto.

Del resto Mocenigo mostrava di sdegnare le più elementari precauzioni. Quando fu eletto ambasciatore in Spagna e poi in Francia, vietava l’accesso alle donne al palazzo di rappresentanza mentre si contornava di amanti – alcuni al suo servizio già a Venezia – meglio se giovani, belli e aitanti. Abitudini che non potevano non essere criticate in un paese profondamente cattolico come la Spagna e sollevare un certo biasimo anche in Francia (fu sorpreso anche “sul fatto” da una guardia e momentaneamente arrestato). L’Austria mise il veto sulla sua elezione ad ambasciatore e una volta tornato a Venezia fu processato e imprigionato nelle carceri di Brescia proprio per la sua sessualità “antisociale”.

In realtà, se certo l’atteggiamento “sfrontato” di Mocenigo ebbe un peso non trascurabile nello sviluppo del suo percorso politico, la sua vicenda si inserisce in un contesto culturale molto più ampio. Innanzitutto la sodomia era vista come uno scadimento della virilità maschile: nell’atto sodomitico l’uomo si fa femmina e dietro a questa immagine negativa seguiva il corollario di altri (presunti) difetti femminili che contrastavano con il necessario “polso” e la dovuta decisione necessari per reggere, governare e dirigere la cosa pubblica.

Ma, ancor più in generale, la sodomia è inserita, almeno a partire dal Quattro-Cinquecento in un grande processo di “restaurazione” sessuale che si inasprisce con la Controriforma, spartito tra potere politico e potere religioso. Il controllo della Chiesa si fece via via più capillare e occhiuto sulle pratiche sessuali che non tenevano alla procreazione: sodomia (anche eterosessuale), pederastia, incesto, stupro. Nel corso del Rinascimento a Venezia, Firenze e Lucca “apposite magistrature erano state istituite per occuparsi della repressione della sodomia” (p. 1549-150).

I sette anni di carcere a Brescia subiti dall’aspirante doge non erano pochi, ma la permanenza in prigione fu mitigata da trattamenti di favore certo dovuti al rango e alla ricchezza, ma anche perché il peccato/reato di sodomia non era ancora ben qualificato: l’A. riporta molti esempi di imputati che non la consideravano un peccato.

A bloccare l’elezione di Mocenigo fu proprio il discredito morale della sua inclinazione sessuale. Nel corso delle sue ambasciate in Spagna e Francia, le sue capacità di osservatore attento e acuto delle vicende politiche e le sue capacità diplomatiche risultarono ineccepibili. Su quel versante la sua affidabilità era fuori discussione. Perciò i suoi avversari, sostenitori di un candidato di alto lignaggio ma molto meno ricco di lui, giocarono la “campagna elettorale” orchestrando quella che oggi chiamiamo una “macchina del fango”. Screditare l’avversario non perché sprovvisto delle qualità necessarie, ma per la sua condotta: scritte, canzoni, dicerie diffuse e moltiplicate tese a satireggiare e screditare il candidato. In pagine molto belle e acute Scaramella mostra il fondersi e il sovrapporsi della sfera privata, intima, con quella pubblica, e come la prima incida e condizioni il percorso della seconda (pp. 91-102). Fenomeno questo, molto più presente e determinante nei paesi cattolici che in quelli protestanti.

La costruzione di meccanismi diffamatori non è l’unico aspetto interessante del libro. Giustamente Scaramella focalizza e dilata continuamente lo scenario e la contestualizzazione dalla particolarità veneziana al contesto generale. Il processo di “restaurazione sessuale” al quale abbiamo fatto riferimento è un processo in divenire: giocano un ruolo fondamentale religione, filosofia, etica e medicina. Siamo ancora molto distanti dalla medicalizzazione dell’omosessualità di marca positivista (si veda, ad esempio, Silvano Montaldo Donne delinquenti). Si oscilla ancora tra controllo, marginalizzazione sociale ed educazione reiterata e abitudinaria per incanalare sulla retta via temperamenti e passioni fuori controllo e difficili da tenere a freno. Resta comunque ancora una certa tolleranza verso il fenomeno, purché “non esercitat[o] apertamente” (p. 151). Esistevano e persistevano degli “spazi” privati nei quali il libertinismo poteva manifestarsi a patto che non si facesse quel che faceva Mocenigo: sorvolare sulla morale dominante e sulle convenienze sociali (su questo si veda Marzio Barbagli Comprare piacere.).

Vi sono altri aspetti che meriterebbero di essere approfonditi. Ma devo fare i conti con le mie scarse conoscenze. Padroneggiando una storiografia internazionale molto vasta, Scaramella mi ha introdotto in un filone di studi che sospettavo recentissimo mentre invece è già praticato da tempo dalla storiografia.

Un cenno però meritano le fonti archiviste. Fonti processuali soprattutto e perciò materiale molto insidioso da maneggiare. In tribunale gli imputati tendevano ovviamente a difendere il proprio comportamento – la posta era alta, si poteva finire all’altro mondo – e questo può aver provocato distorsioni nelle deposizioni difficili da verificare. Ma non di meno sono fonti preziose perché l’intimità raramente finisce in una documentazione più ampia. L’A. dimostra di possedere tutte le carte in regola nel padroneggiarle e ci regala un libro piacevole, colto e che facendo luce su un fenomeno poco conosciuto ci aiuta a comprendere meglio la “grande storia”

Buona lettura.


L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 Terza parte

Gli studi sulle Esposizioni universali costituiscono un’ottima prospettiva per lo studio più generale della Rivoluzione industriale. Molte delle opere coeve ad esse dedicate sono scritte da ingegneri, industriali, studiosi di economia. I lavori degli specialisti sono interessantissimi, ma non è questo il taglio degli articoli che dedico all’Esposizione Universale del 1867.

Né sono questi gli argomenti che vado cercando. Anche se la storiografia ha lavorato moltissimo su questi aspetti, a me interessa cercare di capire l’impatto di queste colossali manifestazioni sul pubblico e le informazioni indirette che possono fornire a un livello più generale, di società, di composizione, convivenza e osmosi tra le classi. Le pubblicazioni ad ampia tiratura sull’Esposizione offrono molti sentieri da percorrere. Si tratta di pubblicazioni settimanali, di poche pagine e ampiamente illustrate, che si prefiggono i compito fornire informazioni su quanto accade nel Campo di Marte, ma anche, allo stesso, tempo, di invogliare il lettore a visitare l’Esposizione o a tornarvi. Per esempio, nel secondo articolo (L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 (II)) ho fatto cenno all’impressione che destò un macchinario che impacchettava le tavolette di cioccolata. In un articolo successivo il lettore viene informato che “l’industria cioccolatiera parigina produce 24.000.000 di pezzi l’anno” e che si estenderà perché il cioccolato ha saputo conquistarsi uno spazio non trascurabile nel gusto alimentare dei parigini.

Tracce di percorsi

Dunque, indirettamente, il giornalista ci informa che il cioccolato ha cessato di essere un alimento ristretto all’ambito nobiliare come un tempo (su questo vedi: Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari) e sta conquistando i gusti e il favore della borghesia. Del resto, la produzione in serie della macchina di Devink, che sforna 20 tavolette già impacchettate alla volta, lo dimostra. È un’evoluzione, un trapasso che può essere indagato non soltanto per quanto riguarda il cibo.

Il nome dell’industriale ci dice qualcos’altro. Secondo il giornalista, Monsieur Devink esporta cioccolata in tutta la Francia e anche all’estero. Incarna alla perfezione il ruolo del Selph-made-man, dell’uomo che ha accumulato ricchezze e rispettabilità grazie al duro lavoro, all’intelligenza e all’intraprendenza. “I suoi operai sono per lui come una famiglia; la sua fabbrica è, per così dire, il loro patrimonio”, spiega dimostrando che, nonostante le pretese dell’Esposizione, siamo ancora all’interno di una robusta concezione paternalistica della produzione e della fabbrica. A sioli quattro anni dalla Comune di Parigi (la prima sollevazione del proletariato contro la borghesia) si continua a proporre l’idea del rapporto con la forza lavoro come un patto pacificato, privo di attriti e condiviso.


Il gusto tra standardizzazione e elitarismo

Disponiamo di molti altri indizi per metterci sulle tracce dei mutamenti del gusto. Restando in cucina, sappiamo che l’arredamento di quello che per lunghissimo tempo è stato – e nelle campagne continua ad essere – il luogo di sociabilità principale della casa, è iniziato a mutare poco prima della Rivoluzione del 1789. Ad esempio, l’acquisto quotidiano del pane ha segnato il declino inarrestabile delle madie dove si conservava la farina; allo stesso modo, l’uso del baule comincia a diradarsi da quell’epoca a vantaggio di una maggiore varietà di utensili.

Una maggior varietà di attrezzi da cucina indica mutamenti profondi. Pochi decenni dopo la Rivoluzione le donne cucinano in piedi, sulla stufa, e non più curve sul camino: anche il calore disponibile nella casa – più diffuso nell’ambiente, non soltanto più a ridosso del camino – contribuisce a modificare gli spazi e gli usi.

Ma una varietà più ampia di attrezzi significa anche una maggior disponibilità degli stessi e quindi, in un processo che di dipana nel tempo, una standardizzazione nella produzione. Senonché per ogni ceto è importante rimarcare le distanze rispetto a quelli inferiori. . Naturalmente hanno una qualche pretesa estetica: un espositore venuto dalla Mosella mostra “nella fabbricazione delle sue ceramiche tanta cura quanto quella degli artisti nella lavorazione dei vasi di arenaria”; un altro, in questo caso parigino, “ha messo a punto procedure ingegnose ed economiche per applicare l’oro e l’argento” nella bordatura dei piatti; altri espositori “hanno porcellane opache di una grande bianchezza, la cui copertura traslucida si distingue per la sua solidità”. È questo il punto: le stoviglie prodotte per le classi popolari sono robuste, resistenti, possono essere usate a lungo. Tra queste queste ceramiche e le faïance della ricca borghesia c’è la stessa differenza che passa tra un robuste homme du peuple [et] un fils de bonne maison.

Nell’arte di produrre vasellame a basso costo l’Italia si difende bene. “Ottime e solide” pentole, ciotole, padelle, brocche e zuppiere sono quelle che provengono da Pistoia, Lodi, Arezzo, Albisola Marina e soprattutto dalla provincia di Macerata. I francesi hanno qualcosa da imparare in quest’ambito da italiani, ma anche austriaci ed egiziani, dato che non hanno ancora risolto completamente il problema di disporre di una ceramica adatta alla cottura.

Ma quello della cucina è solo uno degli aspetti da indagare per misurare, anche se in modo approssimativo le distanze, l’imitazione e le commistioni tra le classi.

Per il momento restano esclusi molti altri oggetti e accessori: tessuti, vestiti, mobili, cristalleria e altro ancora. Del resto, anche se gli articoli sono suddivisi in categorie, all’Esposizione tutto si mescola sotto lo sguardo dei visitatori. E esattamente come loro, avremo modo di osservare (sognare?) oggetti preziosi, di lusso, disponibili per pochi o per pochissimi, oppure di toglierci qualche sfizio alla portata di tasche meno tintinnati di quattrini.

P.S: cliccando sulle immagini si viene indirizzati ai testi consultati.