Recensione: Francesco Paolella: Storie dal manicomio

Storie dal manicomio, l’ultimo libro di Francesco Paolella, conferma ciò che gli storici della psichiatria sanno bene e cioè che gli archivi dei manicomi sono vere e proprie miniere per la storia della disciplina ovviamente, ma non solo: possono essere utilizzati per studiare con profitto molti altri aspetti della storia.

Le undici storie riportate alla luce da Paolella lo confermano. Riguardano persone diversissime per età, sesso, posizione sociale, professione: dai bambini ai possidenti, dai parroci ad avventurieri, da personaggi assolutamente singolari (si veda il caso dell’ “Uomo-cifra”) ad “amori invertiti”.

I fili conduttori che legano tra loro queste storie per il resto disparate sono il San Lazzaro – il prestigioso manicomio di Reggio Emilia – e il fatto che tutte rientrano nei decenni che hanno visto il dominio del positivismo in ambito psichiatrico. Naturalmente, se non altro per il susseguirsi dei direttori, ognuno con la propria formazione e con le proprie inclinazioni, nel corso dei settant’anni che coprono il dipanarsi di queste storie – dall’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento fino alla seconda guerra mondiale – molte cose cambiarono anche all’interno della psichiatria. Paolella ne dà conto illustrando i vari casi, ma l’impianto teorico in linea generale resta lo stesso: più che di curare e guarire ai manicomi fu demandato il compito di allontanare dal “consorzio civile” persone problematiche, (presunte) pericolose o di intralcio alle famiglie. Che fossero “folli morali” come “Il finto medico”, paranoici come “Il barone Paganini” (figlio del grande musicista) o sacerdoti dalla dubbia vocazione e dediti al bere, in molti casi società e famiglie si allearono per tenere a distanza questi soggetti. Non in tutti i casi: Tamburini offrì una sorta di via di fuga dal manicomio alla “ragazza miracolosa” proponendo che venisse restituita alla famiglia.

Fonte: Museo di Storia della Psichiatria – Reggio Emilia

Il peso della vergogna di aver avuto un famigliare ricoverato in manicomio, vergogna confessata apertamente o meno, ricorre spesso in queste storie. Uno degli elementi interessanti di Storie dal manicomio è che un buon numero di esse riguardano famiglie facoltose o benestanti che potevano permettersi di garantire un trattamento privilegiato ai loro ricoverati. Da un lato confermano la natura di classe del manicomio, dall’altro aprono “finestre” per studiare mentalità, pregiudizi e timori della borghesia (si veda ad esempio il brusco rigetto all'”amore di Ersilia”). Non a caso quasi tutte le famiglie che inviano – in categorie privilegiate e a pagamento – propri congiunti al San Lazzaro risiedono lontano da Reggio Emilia. Non solo, almeno in un caso (“Un garibaldino”) espungono completamente la permanenza in manicomio di un loro famigliare. Ed è un aspetto che può essere confrontato anche col caso della “Bella Dorina”, una popolana proveniente da una famiglia problematica il cui padre – che tra l’altro, ha problemi con l’alcol – richiede spesso di avere sua figlia.

Un altro aspetto decisamente interessante del libro risiede nella metodologia d’indagine adottata dall’A. Paolella si serve principalmente degli scritti degli stessi ricoverati. Si tratta di un materiale che deve essere maneggiato con molta attenzione: le informazioni devono essere contestualizzate e valutate attraverso molti filtri. Paolella padroneggia con mano sicura questo materiale: lo incrocia con le osservazioni dei medici, ripercorre biografie famigliari, ricostruisce contesti culturali e sociali e muove con sapienza gli elementi per giungere a una comprensione esauriente della vicenda trattata.

Un dato emerge con chiarezza da queste vicende: il peso della vita in manicomio. Il manicomio schiaccia letteralmente l’internato, ricco o povero che sia, che goda o non goda di privilegi dovuti al censo. Il San Lazzaro aveva una conformazione “a villaggio” con i reparti disseminati su un amplissimo appezzamento di terreno e i “villini” dei ricoverati facoltosi ben distanziati dai reparti destinati ai poveri. Era una struttura che tentava di occultare la natura repressiva del manicomio. Tentativo vano: solitudine, angoscia, desiderio di libertà e tentativi di fuga si stagliano con nettezza in molte di queste vicende. Le storie che i restituisce Paolella sono anche, è bene ribadirlo, la storia di un fallimento: quello del manicomio come luogo di cura.

Storie dal manicomio di Francesco Paolella (con un’ottima bibliografia) è un libro che dovrebbe essere letto non solo dagli storici e dagli addetti ai lavori, ma anche da medici, psicologi, operatori sanitari, infermieri. Tutti, in realtà faremmo bene a leggerlo, tanto più che queste storie drammatiche e a volte commoventi sono raccontate con grande sensibilità ed empatia in uno stile scorrevole che invoglia alla lettura.

Recensione. Annacarla Valeriano: Malacarne

Negli ultimi due decenni la storiografia ha compiuto un notevole lavoro di scavo e di indagine sui manicomi. Oltre alla mia monografia sul manicomio di Imola, Finora qui ho detto qualcosa su: Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918); Cinzia Migani, Memorie di trasformazione. Storie da manicomio. Malacarne di Annacarla Valeriano approfondisce la storia del manicomio di Teramo (al quale, prima di questo, ha dedicato una bella monografia che presenterò prossimamente). A conferma della straordinaria ricchezza degli archivi manicomiali, l’A. ci regala un approfondimento di una realtà già conosciuta e analizzata.

Manicomio importante quello teramano, “uno dei più grandi e importanti dell’Italia centro-meridionale” (p. 10) e quindi ricco di storie e di informazioni. Storia al femminile, di donne, alle quali Valeriano intende “restituire un volto, una storia e una voce […] che tra le mura del manicomio sembrano non averne mai avute”. Un intento che rientra nel più ampio proposito di “raccontare in che modo la nostra società ha saputo impiegare, nel corso degli anni, l’esclusione per farne un contenitore in cui depositare le proprie paure, le proprie insicurezze, i propri pregiudizi innescati dal contatto con l’’altro’, la propria incapacità di affrontare le questioni legate alla gestione di elementi diversi che sembrano minacciare equilibri e valori” (pp. X-XI).

Una lunga storia di ingiustizia

Si tratta di contesti che richiedono un’ampia e articolata argomentazione. La storia della psichiatria è in gran parte storia di lunghe, tenaci e profonde continuità, che giustamente l’A. inquadra nel primo capitolo dedicato all’illustrazione delle teorie elaborate nel corso dell’Ottocento. Fin dall’epoca napoleonica a sfavore delle donne cominciarono muoversi e a congiurare un ampio ventaglio di considerazioni politiche ed economiche, sociali e mediche, che in pochi decenni ridusse lo spazio delle donne all’ambito domestico o poco oltre e annullò quasi completamente qualsiasi loro ruolo sociale e intellettuale. A ragione l’A. delinea una vera e propria “antologia misogina” che sposta “le perversioni degli istinti” nell’ambito delle “malattie” dalla quale scaturisce “un’immagine complessiva della donna come creatura sessualmente minorata, mancante della ‘coscienza intellettuale’, subordinata all’uomo nei diversi momenti della sua vita, ‘sospinta verso la maternità da incoercibili leggi naturali'”. Sono puntualizzazioni importanti perché fin quasi allo scadere del Settecento la sessualità femminile era considerata in tutt’altro modo (su questo vedi Marzio Barbagli, Comprare piacere).

Dalle teorie positiviste ottocentesche il fascismo non solo eredita un mondo femminile (ri)modellato, (ri)plasmato e subordinato a quello maschile (su questi aspetti vedi ora Silvano Montaldo, Donne delinquenti) e che deve muoversi e agire in funzione di esso, ma lo codifica, lo perfeziona e, soprattutto, lo inasprisce. In generale la stretta repressiva del regime risulta evidente dall’impennata degli internamenti: dai sessantaduemila del 1927 si arriva a quasi novantacinquemila nel 1941 (p. 57); cifra impressionante se si considera che una malattia come la pellagra, che in decenni precedenti era stata una delle cause principali dei ricoveri in manicomio soprattutto nelle regioni centro-settentrionali, era quasi scomparsa. Inoltre, da un lato il potere di intervento di questori e prefetti viene ampliato e anche ai medici condotti viene imposto di “denunciare” all’autorità locale di pubblica sicurezza gli infermi di mente sospetti di essere pericolosi a sé e agli altri (p. 49); dall’altro il regime amplia la rete manicomiale, soprattutto in meridione, e affianca ai manicomi altre strutture (sanatori, Dispensari di Igiene Mentale) investite del compito di decongestionare gli ospedali psichiatrici (un problema che si trascina da decenni), e di separare accuratamente i sani dai malati.

In questo senso le teorie della follia morale e della degenerazione e dell’antropologia criminale messe a punto nel corso dell’Ottocento costituiscono un sostegno molto solido per il regime, ma nel ventennio si innestano altri fattori: il problema demografico e la questione della razza. Dunque, nelle continuità si registrano delle discontinuità, delle novità introdotte dal regime.

Pannello della mostra documentaria: L’anomalia del sentimento

Anche il problema demografico non era nuovo (vedi Carl Ipsen, Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista). In Italia diviene assillante dopo quella immane catastrofe che era stata la Grande Guerra. La prima guerra mondiale non aveva soltanto posto di fronte ai medici turbe mentali del tutto nuove che avevano investito i soldati (su questo si veda Antonio Gibelli, L’officina della guerra; per un caso di studio, Fabio Milazzo, Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)), ma avendo falcidiato una generazione di giovani uomini destava ora forti preoccupazioni anche per quanto riguardava le donne cui spettava il compito di “rigenerare” le forze fisiche e morali della nazione con un materiale umano (maschile) fortemente traumatizzato e decimato (si veda la testimonianza del dott. Cazzamalli a p. 62).

Di qui la necessità di fissare nel modo più saldo possibile la donna all’interno della famiglia e di inchiodarla alla sua missione sociale primaria: figliare, possibilmente a getto continuo. In questo modo la psichiatria incrocia il progetto eugenetico e razziale del regime e le donne si ritrovano tra l’incudine e il martello, strette in una morsa che assottiglia il confine tra controllo sociale e repressione. Accattonaggio e vagabondaggio, ad esempio, erano finiti da tempo sotto l’attenzione degli psichiatri e mendicanti e vagabondi conoscevano bene le mura dei manicomi; ma nel caso delle donne è sufficiente l’assentarsi da casa, il “vagare” in un raggio di pochi chilometri, per far scattare l’internamento. Per non dire di atteggiamenti che non collimavano perfettamente con la missione loro affidata dal regime: donne che non facevano o facevano pochi figli, che seguivano la moda, che intendevano dimagrire o che, in qualunque modo, mostrassero indipendenza di pensiero e un comportamento conseguente, finivano immediatamente in manicomio, anche a scopo preventivo (il “pubblico scandalo” era una delle motivazioni che – da sempre – giustificavano l’internamento).

La “normalizzazione” fascista

Accusare queste donne di essere affette da isteria, da tare ereditarie, di essere antisociali e perciò meritevoli di venire rinchiuse divenne straordinariamente facile non solo per le autorità o per i medici, ma anche per famigliari e vicinato desiderosi di liberarsi di presenze ingombranti o che faticavano a gestire. Isteriche, malinconiche, donne violate, da vittime diventano colpevoli: scontano la colpa di avere desideri, di non volere, o riuscire a omologarsi ai ruoli tradizionali loro assegnati, di non riuscire a sopportare una vita di stenti e di fatiche. Per queste donne la sofferenza mentale diventa allora una via di fuga da una realtà insopportabile. L’isteria ne è un esempio probante. Nel concetto di isteria, “ripropost[o] dai medici fascisti […] finirono per essere condensati tutti i caratteri più eversivi della devianza incarnati da corpi squalificati che […] avevano assunto un carattere patologico e si erano rivelati inadatti alla vita moderna” (p. 130). In realtà, dalle moltissime “tracce” delle ricoverate disseminate dall’A. nel corso del libro, di “vita moderna” vi è molto poco: ciò che emerge invece – qui, come in altre monografie – è invece un contesto caratterizzato da una generale povertà: una ricoverata, arrivata in manicomio in precarie condizioni fisiche anche perché malnutrita, spera di essere a breve dimessa con un sussidio (p. 121, è un caso, ma le testimonianze indirette sono molte). (Sarebbe auspicabile che l’A., benché l’abbia fatto anche nella monografia dedicata al manicomio, sfrutti questo immenso materiale per registrare continuità, rotture e mutamenti anche di carattere generale nelle zone che facevano riferimento a Teramo). Questo per dire che gli psichiatri, quando incapaci di comprendere, non esitano a forzare le interpretazioni; anziché individuare nel sintomo isterico l’espressione di un profondo dolore morale e il tentativo di comunicare situazioni oppressive e una richiesta di aiuto, i medici – maschi – vi vedevano un “castigo igienico per la negazione della natura proprio della donna” (p. 132).

“Castigo” poi curato con malarioterapia, insulinoterapia o elettroshock, rimedi di dubbia se non nulla efficacia quando non dannosi (sui quali si veda Valeria Babini, Liberi tutti. Manicomio e psichiatria in Italia). Eppure, come testimoniano le lettere in Appendice al testo, nemmeno il manicomio – una macchina perfetta per schiacciare e annullare la personalità delle persone, come ben sapevano i medici fin dai tempi della sua fondazione – è riuscito a spegnere del tutto la vitalità di queste donne.

Conclusioni

Merito dell’A. è di averle riportate alla luce. Ma non è l’unico merito di Malacarne, un libro di grande freschezza narrativa. Oltre allo scavo archivistico, che riporta numerosissime testimonianze ricavate dalle cartelle cliniche, il libro è frutto anche di uno studio approfondito di riviste scientifiche dell’epoca (sulle quali vedi: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti)) e della produzione storiografica in merito.

Malacarne è un ottimo libro, che merita di essere letto con attenzione. Buona lettura.

Recensione. Antonio Gibelli: L’officina della guerra.

“Morire quando si è ancora giovani e si hanno ancora delle speranze è follia, ed io non sono folle”. Così si esprime un disertore durante la prima guerra mondiale invertendo il rapporto tra ragione e follia stabilita dallo Stato, dalla disciplina militare e dalla medicina (p. 132).

Sul fatto che la prima guerra mondiale segni contemporaneamente la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, non vi sono dubbi. Da qualche tempo gli storici hanno dilatato la periodizzazione delle loro indagini spostando l’attenzione agli anni precedenti o a quelli successivi (sul dopoguerra vedi Robert Gerwarth La rabbia dei vinti e, in una prospettiva diversa, Philipp Blom, La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)), ma questo non modifica il carattere epocale dell’evento.

L’officina della guerra di Gibelli non è una storia generale della Grande Guerra. Al primo conflitto mondiale lo studioso ligure ha dedicato molti altri studi (qui ho recensito La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Come chiarisce il sottotitolo, in questo libro lo storico ligure studia le trasformazioni del mondo mentale provocate dalla prima guerra mondiale.

Guerra di massa, guerra tecnologica

“Guerra di masse (di uomini) e insieme di macchine e materiali” (p. 183), guerra moderna, guerra tecnologica – la prima guerra mondiale si attaglia a molte definizioni e l’A. molti ne usa (o le riprende dalla trattatistica del tempo). Tre sono i fattori centrali che connotano la Grande Guerra e che Gibelli scandaglia e discute per approfondire il tema del libro.

Nessun conflitto precedente aveva mobilitato un numero così elevato di soldati. La prima guerra mondiale come immane carnaio è un’immagine ricorrente; ma a mutare rispetto al passato non è soltanto l’aspetto quantitativo, è anche l’aspetto qualitativo del soldato. Se per il singolo soldato purché dotato di intelligenza, intraprendenza coraggio, le guerre napoleoniche erano state un’ottima occasione per fare carriera, ora ai soldati vengono richiesti requisiti opposti: disciplina, obbedienza cieca, rassegnazione, sopportazione. Per un conflitto di questo genere e con queste caratteristiche, il soldato ottimale corrisponde ad un uomo “rozzo, ignorante, passivo”, “manipolabile” (p. 91) a seconda delle necessità: che debba sopportare pazientemente nella schifosa vita di trincera o che debba andare all’assalto, che debba dar prova di una resistenza e di una forza fisica notevoli per lavori pesanti o capacità di sopportare la noia di mansioni ripetitive e anonime, serve un soggetto “inebetito, automatizzato [e] assuefatto al pericolo” (p. 95).

In altri termini la guerra richiede uomini pienamente inseriti nella civiltà industriale e non a caso il punto di riferimento e il parallelo sono il modello fordista: al soldato-massa corrisponde nella vita civile l’operaio-massa. Di questo materiale (sub)umano l’Italia è ben fornita o almeno così ritengono medici, psichiatri e antropologi. Da molto tempo la medicina positivista individua all’interno dei manicomi una moltitudine di internati che presentano tare ereditarie, dall’intelligenza limitata, ritardate o colpite da malattie che ne limitano o compromettono le capacità (alcolisti, epilettici ecc). Rinchiudere nei manicomi questa umanità incompleta dal punto di vista psichico era stata fino a quel momento un’operazione volta a proteggere la parte “sana” della popolazione. Ora la Grande Guerra, con la richiesta inesauribile di uomini, rovescia questo assunto e sdogana l’utilizzo di soggetti “mentalmente poveri” la cui presenza negli eserciti diventa considerevole (p. 90).

Tutti gli eserciti in lotta, non solo quello italiano, indeboliscono dunque la propria “qualità biologica” salvo poi sorprendersi – per il caso italiano soprattutto dopo Caporetto (su Caporetto, vedi la mia recensione a: Luca Gorgolini, Fabio Montella, Alberto Preti (a cura di), Superare Caporetto. L’esercito e gli italiani nella svolta del 1917, Unicopli, Milano, 2017.) – di quella che un alienista definisce “melma sociale”. La prima guerra mondiale fa scoprire alle classi dirigenti la “folla”, “masse anonime, folle brute i cui movimenti sono altamente imprevedibili” e temuti (pp. 144-146.). Sono uomini utili alla guerra tecnologica ma inadatti alla vita militare. Questo “putridume” sociale una volta riportato a galla per sostenere lo sforzo bellico non sparirà, rimarrà e verrà utilizzato (per così dire) negli anni torbidi e violenti del dopoguerra.

Gassed by John Singer Sargent, IWM London, Copyright: © IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/23722
Un nuovo protagonista: lo Stato

Una guerra di quelle dimensioni e durata richiede un intervento dello Stato in molti ambiti. La prima guerra mondiale modifica in modo permanente il rapporto tra Stato e sudditi (è difficile parlare di soldati-cittadini a pieno titolo). Prima di allora, per ampi settori della società lo Stato aveva esercitato una presenza e una pressione a volte pesante e invadente, ma discontinua, intermittente. Ora invece non solo dirige l’economia di guerra, ma modifica, intervenendo direttamente, la vita privata e militare dei soldati decidendo in modo insindacabile della vita e della morte dei combattenti.

Con la pervasività dello Stato e con la sua capacità di controllo il soldato deve fare i conti. Da un lato i fanti-contadini e i soldati di estrazione popolare avvertono lo stato come un nemico; dall’altro lo Stato diventa “un nuovo soggetto di intermediazione sociale, una fonte di legittimazione, di acculturazione e persino di sussistenza” (p. 96). Per sfruttare i possibili vantaggi di questa intermediazione i soldati devono padroneggiare in qualche modo la scrittura: dati anagrafici e informazioni sono necessarie, ad esempio, per richiedere licenze, permessi o sussidi; i soldati al fronte scrivono a casa per richiedere documenti e attestati. Anche in questo caso si tratta di un fenomeno che aveva avuto il suo esordio con le armate napoleoniche, ma “l’uso massiccio della scrittura è incentivato” dalla Grande Guerra (pp. 96-98).

Quando trattano di questi argomenti le lettere mostrano un linguaggio burocratizzato, semplificato, che tenta di mettersi in linea con un patriottismo che si sa essere ben accetto, ma che resta di facciata; anzi, sostanzialmente sconosciuto e comunque non condiviso.

Le fonti: lettere, diari e medicina

A lungo trascurate dalla storiografia e anche da grandi storici a causa della ripetitività degli argomenti e dall’intervento della censura, nelle mani di Gibelli lettere e diari diventano invece una fonte fondamentale. Come per tutte le fonti, anche le lettere dei soldati parlano solo se opportunamente interrogate. In questo Gibelli possiede una grande sensibilità che gli consente di far emergere tutta la drammatica novità/modernità del conflitto. La Grande Guerra è per i soldati una grande, profonda lacerazione che li distacca brutalmente dal mondo anteguerra. Ritrovandosi al centro dell’incontro/scontro tra la “grande storia” e la loro storia personale dalla penna dei soldati fuoriescono nuove percezioni, distorsioni: il tempo non è più soltanto cronologico e biologico, ma conosce e subisce sfasature; la guerra produce in chi la combatte “insieme una difficoltà di ricordare e una difficoltà di dimenticare” (pp. 46-47).

Per molti dimenticare la guerra è un meccanismo di difesa; per altri dimenticare è impossibile: in entrambi i casi la guerra si è conficcata nella mente, l’ha modificata; è una ferita che non rimargina, un evento che non trova il proprio posto nel vissuto: molto spesso il decorso delle nevrosi di guerra è assai lungo. Anche per questo i soldati cercano di occultare la realtà della guerra a famigliari e ai propri cari; ma anche volendo raccontare, come farlo quando non si possiedono le parole? L’insufficienza della padronanza del linguaggio indica il passaggio tra i due momenti – il prima, connotato dalla presenza fisica degli interlocutori e quindi del parlato e il vivere un’esperienza che richiede il mezzo della modernità, la scrittura, che non si possiede a sufficienza.

Soprattutto, come raccontare l’indicibile? Come rendere una catastrofe di quelle dimensioni? Come raccontare una carneficina senza fine, armi micidiali e spesso anonime o invisibili? Molti di questi uomini non riescono a spiegare cosa significhi concretamente trovarsi nel mezzo di una “organizzazione industriale della morte” (p. 75) o quando vi si provano devono ricorrere ad esempi – “mi sembrava di essere al cinema”. La dimensione e la brutalità della guerra sono tali da far sì che alcuni soldati – impazziti – ritengano di essere protagonisti e di assistere ad una gigantesca, mostruosa e interminabile messinscena, che “la guerra non sia che finzione” (pp. 74-75, nota 108).

“In trappola”

Come sottrarsi a uno Stato divenuto onnipresente, onnisciente, diffidente, che si immedesima e si fonde in una guerra divenuta un tritacarne insaziabile? Le vie di fuga sono due: la diserzione e la follia, altre non ce ne sono.

La renitenza alla leva non era un fatto nuovo o innescato dal conflitto: i contadini la praticavano da tempo, ma in questa guerra la diserzione diventa difficile. Innanzitutto è la natura stessa di questa guerra a rendere la diserzione improbabile: è guerra di trincea, statica, di ranghi serrati. Secondo, lo Stato ha molte più possibilità di raggiungere il disertore e punirlo spietatamente – senza dire dei condizionamenti che provengono dall’esterno, dalle famiglie per esempio, che proverebbero vergogna nell’avere un disertore.

Dunque, disertare è un atto da “folli” (e, a loro volta, i matti sono potenziali disertori). Medici e psichiatri, abituati a considerare la mobilità contadina ottocentesca con sospetto se non come indice di qualche disturbo mentale o di qualche tara, ne sono convinti, e non mancano soldati che non sanno rendere conto (e non sanno spiegarsi) diserzioni temporanee (molti vengono ritrovati in stato confusionale).

La follia è una forma – lancinante e disperata – di fuga. Follia vera, accertata: mutismo e sordità o entrambi indotti dallo scoppio di granate e altro, shell-shock, deliri, stati confusionali… i medici scoprono un ventaglio inedito di traumi e nevrosi di guerra. Traumi che essi affrontano nella duplice veste di medici e custodi. In quanto medici, talvolta avvertono di essersi imbattuti in forme di sofferenza mentale inedite, la cui natura è nel conflitto; ma come accennato, più spesso le interpretano come patologie pregresse: sono i soldati ad essere inadatti alla guerra perché “tarati” in qualche modo in precedenza, non la guerra a produrre nuove forme di alienazione mentale.

Otto Dix, Die Skatdpieler, 1920, Neue Nationalgalerie Staatliche Museen zu Berlin

Come custodi, perché si imbattono in simulatori, autolesionisti e soldati che fingono di essere impazziti. Il dato curioso è che in questi casi molto spesso ci si imbatte in uno scambio involontario: i medici imparano da simulatori (che adottano stratagemmi che derivano dalla loro cultura orale) tanto quanto questi ultimi imparano dai primi. (Per la vicenda di un soldato finito in manicomio, si veda ad esempio Claudio Staiti (a cura di), Vincenzo d’Aquila: io, pacifista in trincea).

Ernst Ludwig Kirchner (German, 1880–1938), Self-Portrait as a Soldier, Allen Memorial Art Museum (l’A. si autorappresenta mutilato pur non essendolo).

Ciò significa che la medicina si trovò di fronte a fenomeni che non era in grado di afferrare e comprendere. Tuttavia le nevrosi di guerra non erano del tutto inedite. Molto di quanto sarebbe accaduto – certo, su scala infinitamente più ampia – nella Grande Guerra lo si era visto nel conflitto russo-giapponese del 1904. Una guerra sorprendente per l’esito (il mondo eurocentrico del “concerto europeo” fu sconcertato dalla vittoria nipponica), ma anche per le dinamiche e gli effetti sulla psiche dei soldati (si veda il prologo). Ad immaginare cosa sarebbe successo vi erano riusciti alcuni scrittori, così come altri avrebbero narrato in modo mirabile quell’immane macello o ne avrebbero colto alcuni aspetti essenziali. Non così in coloro che scatenarono e diressero quell’immane “catastrofe del soggetto” che fu la prima guerra mondiale.

Conclusioni

Questo libro, apparso per la prima volta trent’anni fa e ora disponibile in una terza edizione ampliata, ha aperto un filone di studi che è ancora lontano dall’essere esaurito (per un caso di studio vedi Fabio Milazzo, Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)) e resta a tutt’oggi un libro fondamentale per chi voglia studiare una “storia mentale della gente comune” (p. 208).

Come sempre ho detto molto meno di quanto il libro contiene (il che è un ulteriore invito alla lettura). Tra l’altro, un buon numero di riviste utilizzate dall’A. sono ora disponibili on line: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti).

Buona lettura.

lo storico della domenica
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