Recensione. Antonio Gibelli: L’officina della guerra.

“Morire quando si è ancora giovani e si hanno ancora delle speranze è follia, ed io non sono folle”. Così si esprime un disertore durante la prima guerra mondiale invertendo il rapporto tra ragione e follia stabilita dallo Stato, dalla disciplina militare e dalla medicina (p. 132).

Sul fatto che la prima guerra mondiale segni contemporaneamente la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, non vi sono dubbi. Da qualche tempo gli storici hanno dilatato la periodizzazione delle loro indagini spostando l’attenzione agli anni precedenti o a quelli successivi (sul dopoguerra vedi Robert Gerwarth La rabbia dei vinti e, in una prospettiva diversa, Philipp Blom, La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)), ma questo non modifica il carattere epocale dell’evento.

L’officina della guerra di Gibelli non è una storia generale della Grande Guerra. Al primo conflitto mondiale lo studioso ligure ha dedicato molti altri studi (qui ho recensito La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Come chiarisce il sottotitolo, in questo libro lo storico ligure studia le trasformazioni del mondo mentale provocate dalla prima guerra mondiale.

Guerra di massa, guerra tecnologica

“Guerra di masse (di uomini) e insieme di macchine e materiali” (p. 183), guerra moderna, guerra tecnologica – la prima guerra mondiale si attaglia a molte definizioni e l’A. molti ne usa (o le riprende dalla trattatistica del tempo). Tre sono i fattori centrali che connotano la Grande Guerra e che Gibelli scandaglia e discute per approfondire il tema del libro.

Nessun conflitto precedente aveva mobilitato un numero così elevato di soldati. La prima guerra mondiale come immane carnaio è un’immagine ricorrente; ma a mutare rispetto al passato non è soltanto l’aspetto quantitativo, è anche l’aspetto qualitativo del soldato. Se per il singolo soldato purché dotato di intelligenza, intraprendenza coraggio, le guerre napoleoniche erano state un’ottima occasione per fare carriera, ora ai soldati vengono richiesti requisiti opposti: disciplina, obbedienza cieca, rassegnazione, sopportazione. Per un conflitto di questo genere e con queste caratteristiche, il soldato ottimale corrisponde ad un uomo “rozzo, ignorante, passivo”, “manipolabile” (p. 91) a seconda delle necessità: che debba sopportare pazientemente nella schifosa vita di trincera o che debba andare all’assalto, che debba dar prova di una resistenza e di una forza fisica notevoli per lavori pesanti o capacità di sopportare la noia di mansioni ripetitive e anonime, serve un soggetto “inebetito, automatizzato [e] assuefatto al pericolo” (p. 95).

In altri termini la guerra richiede uomini pienamente inseriti nella civiltà industriale e non a caso il punto di riferimento e il parallelo sono il modello fordista: al soldato-massa corrisponde nella vita civile l’operaio-massa. Di questo materiale (sub)umano l’Italia è ben fornita o almeno così ritengono medici, psichiatri e antropologi. Da molto tempo la medicina positivista individua all’interno dei manicomi una moltitudine di internati che presentano tare ereditarie, dall’intelligenza limitata, ritardate o colpite da malattie che ne limitano o compromettono le capacità (alcolisti, epilettici ecc). Rinchiudere nei manicomi questa umanità incompleta dal punto di vista psichico era stata fino a quel momento un’operazione volta a proteggere la parte “sana” della popolazione. Ora la Grande Guerra, con la richiesta inesauribile di uomini, rovescia questo assunto e sdogana l’utilizzo di soggetti “mentalmente poveri” la cui presenza negli eserciti diventa considerevole (p. 90).

Tutti gli eserciti in lotta, non solo quello italiano, indeboliscono dunque la propria “qualità biologica” salvo poi sorprendersi – per il caso italiano soprattutto dopo Caporetto (su Caporetto, vedi la mia recensione a: Luca Gorgolini, Fabio Montella, Alberto Preti (a cura di), Superare Caporetto. L’esercito e gli italiani nella svolta del 1917, Unicopli, Milano, 2017.) – di quella che un alienista definisce “melma sociale”. La prima guerra mondiale fa scoprire alle classi dirigenti la “folla”, “masse anonime, folle brute i cui movimenti sono altamente imprevedibili” e temuti (pp. 144-146.). Sono uomini utili alla guerra tecnologica ma inadatti alla vita militare. Questo “putridume” sociale una volta riportato a galla per sostenere lo sforzo bellico non sparirà, rimarrà e verrà utilizzato (per così dire) negli anni torbidi e violenti del dopoguerra.

Gassed by John Singer Sargent, IWM London, Copyright: © IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/23722
Un nuovo protagonista: lo Stato

Una guerra di quelle dimensioni e durata richiede un intervento dello Stato in molti ambiti. La prima guerra mondiale modifica in modo permanente il rapporto tra Stato e sudditi (è difficile parlare di soldati-cittadini a pieno titolo). Prima di allora, per ampi settori della società lo Stato aveva esercitato una presenza e una pressione a volte pesante e invadente, ma discontinua, intermittente. Ora invece non solo dirige l’economia di guerra, ma modifica, intervenendo direttamente, la vita privata e militare dei soldati decidendo in modo insindacabile della vita e della morte dei combattenti.

Con la pervasività dello Stato e con la sua capacità di controllo il soldato deve fare i conti. Da un lato i fanti-contadini e i soldati di estrazione popolare avvertono lo stato come un nemico; dall’altro lo Stato diventa “un nuovo soggetto di intermediazione sociale, una fonte di legittimazione, di acculturazione e persino di sussistenza” (p. 96). Per sfruttare i possibili vantaggi di questa intermediazione i soldati devono padroneggiare in qualche modo la scrittura: dati anagrafici e informazioni sono necessarie, ad esempio, per richiedere licenze, permessi o sussidi; i soldati al fronte scrivono a casa per richiedere documenti e attestati. Anche in questo caso si tratta di un fenomeno che aveva avuto il suo esordio con le armate napoleoniche, ma “l’uso massiccio della scrittura è incentivato” dalla Grande Guerra (pp. 96-98).

Quando trattano di questi argomenti le lettere mostrano un linguaggio burocratizzato, semplificato, che tenta di mettersi in linea con un patriottismo che si sa essere ben accetto, ma che resta di facciata; anzi, sostanzialmente sconosciuto e comunque non condiviso.

Le fonti: lettere, diari e medicina

A lungo trascurate dalla storiografia e anche da grandi storici a causa della ripetitività degli argomenti e dall’intervento della censura, nelle mani di Gibelli lettere e diari diventano invece una fonte fondamentale. Come per tutte le fonti, anche le lettere dei soldati parlano solo se opportunamente interrogate. In questo Gibelli possiede una grande sensibilità che gli consente di far emergere tutta la drammatica novità/modernità del conflitto. La Grande Guerra è per i soldati una grande, profonda lacerazione che li distacca brutalmente dal mondo anteguerra. Ritrovandosi al centro dell’incontro/scontro tra la “grande storia” e la loro storia personale dalla penna dei soldati fuoriescono nuove percezioni, distorsioni: il tempo non è più soltanto cronologico e biologico, ma conosce e subisce sfasature; la guerra produce in chi la combatte “insieme una difficoltà di ricordare e una difficoltà di dimenticare” (pp. 46-47).

Per molti dimenticare la guerra è un meccanismo di difesa; per altri dimenticare è impossibile: in entrambi i casi la guerra si è conficcata nella mente, l’ha modificata; è una ferita che non rimargina, un evento che non trova il proprio posto nel vissuto: molto spesso il decorso delle nevrosi di guerra è assai lungo. Anche per questo i soldati cercano di occultare la realtà della guerra a famigliari e ai propri cari; ma anche volendo raccontare, come farlo quando non si possiedono le parole? L’insufficienza della padronanza del linguaggio indica il passaggio tra i due momenti – il prima, connotato dalla presenza fisica degli interlocutori e quindi del parlato e il vivere un’esperienza che richiede il mezzo della modernità, la scrittura, che non si possiede a sufficienza.

Soprattutto, come raccontare l’indicibile? Come rendere una catastrofe di quelle dimensioni? Come raccontare una carneficina senza fine, armi micidiali e spesso anonime o invisibili? Molti di questi uomini non riescono a spiegare cosa significhi concretamente trovarsi nel mezzo di una “organizzazione industriale della morte” (p. 75) o quando vi si provano devono ricorrere ad esempi – “mi sembrava di essere al cinema”. La dimensione e la brutalità della guerra sono tali da far sì che alcuni soldati – impazziti – ritengano di essere protagonisti e di assistere ad una gigantesca, mostruosa e interminabile messinscena, che “la guerra non sia che finzione” (pp. 74-75, nota 108).

“In trappola”

Come sottrarsi a uno Stato divenuto onnipresente, onnisciente, diffidente, che si immedesima e si fonde in una guerra divenuta un tritacarne insaziabile? Le vie di fuga sono due: la diserzione e la follia, altre non ce ne sono.

La renitenza alla leva non era un fatto nuovo o innescato dal conflitto: i contadini la praticavano da tempo, ma in questa guerra la diserzione diventa difficile. Innanzitutto è la natura stessa di questa guerra a rendere la diserzione improbabile: è guerra di trincea, statica, di ranghi serrati. Secondo, lo Stato ha molte più possibilità di raggiungere il disertore e punirlo spietatamente – senza dire dei condizionamenti che provengono dall’esterno, dalle famiglie per esempio, che proverebbero vergogna nell’avere un disertore.

Dunque, disertare è un atto da “folli” (e, a loro volta, i matti sono potenziali disertori). Medici e psichiatri, abituati a considerare la mobilità contadina ottocentesca con sospetto se non come indice di qualche disturbo mentale o di qualche tara, ne sono convinti, e non mancano soldati che non sanno rendere conto (e non sanno spiegarsi) diserzioni temporanee (molti vengono ritrovati in stato confusionale).

La follia è una forma – lancinante e disperata – di fuga. Follia vera, accertata: mutismo e sordità o entrambi indotti dallo scoppio di granate e altro, shell-shock, deliri, stati confusionali… i medici scoprono un ventaglio inedito di traumi e nevrosi di guerra. Traumi che essi affrontano nella duplice veste di medici e custodi. In quanto medici, talvolta avvertono di essersi imbattuti in forme di sofferenza mentale inedite, la cui natura è nel conflitto; ma come accennato, più spesso le interpretano come patologie pregresse: sono i soldati ad essere inadatti alla guerra perché “tarati” in qualche modo in precedenza, non la guerra a produrre nuove forme di alienazione mentale.

Otto Dix, Die Skatdpieler, 1920, Neue Nationalgalerie Staatliche Museen zu Berlin

Come custodi, perché si imbattono in simulatori, autolesionisti e soldati che fingono di essere impazziti. Il dato curioso è che in questi casi molto spesso ci si imbatte in uno scambio involontario: i medici imparano da simulatori (che adottano stratagemmi che derivano dalla loro cultura orale) tanto quanto questi ultimi imparano dai primi. (Per la vicenda di un soldato finito in manicomio, si veda ad esempio Claudio Staiti (a cura di), Vincenzo d’Aquila: io, pacifista in trincea).

Ernst Ludwig Kirchner (German, 1880–1938), Self-Portrait as a Soldier, Allen Memorial Art Museum (l’A. si autorappresenta mutilato pur non essendolo).

Ciò significa che la medicina si trovò di fronte a fenomeni che non era in grado di afferrare e comprendere. Tuttavia le nevrosi di guerra non erano del tutto inedite. Molto di quanto sarebbe accaduto – certo, su scala infinitamente più ampia – nella Grande Guerra lo si era visto nel conflitto russo-giapponese del 1904. Una guerra sorprendente per l’esito (il mondo eurocentrico del “concerto europeo” fu sconcertato dalla vittoria nipponica), ma anche per le dinamiche e gli effetti sulla psiche dei soldati (si veda il prologo). Ad immaginare cosa sarebbe successo vi erano riusciti alcuni scrittori, così come altri avrebbero narrato in modo mirabile quell’immane macello o ne avrebbero colto alcuni aspetti essenziali. Non così in coloro che scatenarono e diressero quell’immane “catastrofe del soggetto” che fu la prima guerra mondiale.

Conclusioni

Questo libro, apparso per la prima volta trent’anni fa e ora disponibile in una terza edizione ampliata, ha aperto un filone di studi che è ancora lontano dall’essere esaurito (per un caso di studio vedi Fabio Milazzo, Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)) e resta a tutt’oggi un libro fondamentale per chi voglia studiare una “storia mentale della gente comune” (p. 208).

Come sempre ho detto molto meno di quanto il libro contiene (il che è un ulteriore invito alla lettura). Tra l’altro, un buon numero di riviste utilizzate dall’A. sono ora disponibili on line: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti).

Buona lettura.


Recensione. Alain Corbin: Storia sociale degli odori

Francia, 1° agosto 1823, ore sette e trenta del mattino: il grande anatomo Orfila deve eseguire un’autopsia. Si procede all’esumazione del cadavere, ma il puzzo che emana il morto è insopportabile. Si manda a chiamare Labarraque, di professione farmacista: il medico asperge il cadavere con cloruro di calcio diluito in acqua: “effetto straordinario: l’odore infetto è istantaneamente annichilito”. Sulla scena della storia si presenta “l’acqua di Javel”, oggi conosciuta come candeggina (p. 174), e la storia degli odori cambia per sempre.

​Città irrespirabili

“Se mi si chiedesse come si possa restare in questo sudicio ricettacolo di tutti i vizi e di tutti i mali, ammucchiati gli uni sugli altri, in un’aria avvelenata da mille vapori putridi, tra le beccherie, i cimiteri, gli ospedali, le chiaviche, i rigagnoli di orina, i mucchi di escrementi, i laboratori dei tintori, dei conciatori e dei conciapelli; dal fumo perennemente prodotto da un’incredibile quantità di legna, nel vapore che esala da tutto quel carbone; circondati dalle sostanze arsenicali, solforose, bituminose, esalate senza posa dai laboratori in cui si violentano il rame e gli altri metalli: se mi si chiedesse come si vive in quest’abisso, la cui aria greve e tiepida è tanto spessa da essere visibile e la cui atmosfera si sente in un raggio di oltre tre leghe […] là dove se si lasciasse liberi gli animali […] li vedrebbe, guidati dal mero istinto, fuggirsene a rotta di collo per cercare nei campi l’aria, la verzura, un suolo libero, profumato […]” (pp. 34, 74). Nelle strade non selciate, fango e sterco di animali da traino si impastano alle ruote di carri e carrozze, spruzzano ovunque, passanti compresi (i marciapiedi sono invenzione relativamente recente); si mescola a immondizie lasciate in strada, all’acqua stagnante delle pozzanghere e degli scoli malfunzionanti.

Il quadro generale di Parigi descritto da Mercier è impressionante, ma non è il dato fondamentale sul quale appuntano l’attenzione medici e osservatori dell’epoca. Sono i miasmi, i fetidi vapori che esalano da questa fanghiglia composta da sostanze putrescenti a preoccupare. La terra stessa sulla quale sorgono le città è un deposito fermentante di putrescenze precedenti. Si ritiene che gli odori emanati dagli escrementi abbiano un potere pernicioso: “Il vapore dei cessi – scrive un osservatore – corrompe ogni specie di carne e dei suoi succhi”; i bottinai che svuotano i pozzi neri rischiano la vita, ma non sono gli unici. Rischi simili li corrono coloro che lavorano i grassi animali, il bitume, i follatori e altre categorie di lavoratori che si trovano a metà tra l’attività artigianale e la manifattura. Le città pullulano di queste attività e se l’interesse per la salute dei lavoratori tarderà ad affermarsi, non occorrerà attendere molto tempo per veder sorgere proteste per il puzzo che emanano.

A ben guardare, come è facile dedurre dalla descrizione di Mercier, potenzialmente tutti sono in pericolo: alle masse di letame, ai liquami, agli escrementi e alle immondizie si aggiungono i vapori mortiferi che esalano dai cadaveri ancora seppelliti nelle chiese e abitare nelle vicinanze di cimiteri è un pericolo (p. 72).

Vedi: https://histoire-image.org/fr/etudes/halles-paris-travers-histoire

La selciatura delle strade non ha soltanto un valore estetico; e nemmeno è incentivata esclusivamente dai vantaggi dovuti alla comodità; ha anche una valenza di “polizia medica”, di igiene: la selciatura è un manto protettivo che blocca i fermenti nocivi della terra e dunque protegge viandanti e abitanti. Intonacare, lisciare, pitturare, stuccare sono altrettanti modi per proteggersi dalle esalazioni di muri infetti e dei mattoni a contatto col suolo. E già un decennio prima della Rivoluzione si inizia ad elaborare progetti per la fognatura della città; una necessità che diverrà impellente nei decenni successivi quando cloache e discariche si intaseranno dando la stura a una marea di preoccupazioni per la salute pubblica e di proteste per il fetore che emanano, e che troveranno una spinta decisiva dopo l’epidemia di colera dei primi anni Trenta.

La machine balayeuse, issue de Les odeurs de Paris par Jules Brunfaut, Histoire de Paris

Ospedali, lazzaretti e carceri – tutti istituti tipici delle città – sono densi di odori inconfondibili e pericolosi dovuti a miscugli perenni di fiati e sudori malati o sofferenti; sangue e visceri, piaghe e materie fecali: il sovraffollamento – e quindi l’asfissia – non desta ancora troppi sospetti. A preoccupare è la “putredine ospedaliera”, il lezzo cadaverico che precede e annuncia la morte e che si diffonde salendo da piaghe e cancrene e da quei depositi di infezioni che sono i letti di questi sventurati (pp. 70-71). (Non è un caso se per moltissimo tempo a venire l’ospedale sia considerato l’anticamera della morte). Anche i mercati sono considerati concentrazioni di miasmi pericolosi.

​In campagna

Se dalla terra emanano sostanze nocive, allora sarebbe molto più prudente non smuoverla, non lavorarla. Ma come seguire un consiglio simile in una società prevalentemente contadina? D’altra parte i terreni paludosi sono essi stessi focolai di malattie; devono essere bonificati (p. 161). Anche i lavori campestri non sono esenti da pericoli. Dai maceratoi in cui viene immersa la canapa salgono esalazioni nauseabonde e nocive e la lavorazione della pianta provoca nausea, irritazione ai polmoni e febbre: quello del cordaio non è un lavoro salubre. (p. 73).

La campagna suscita reazioni contrastanti. Per molto tempo sono le città ad essere più puzzolenti delle campagne. Ricchi e benestanti fuggono dai centri affollati durante i mesi estivi per cercare refrigerio e salubrità all’aria aperta e incontaminata, dove la natura e la vegetazione sprigionano profumi piacevoli e gradevoli. Anche i profumieri devono fare i conti con questo fenomeno che detta i gusti della moda. D’altra parte è vero che i contadini suscitano repulsione: che siano gli odori di cui è impregnato il loro rustico vestiario o le abitazioni poco importa. In campagna i precetti igienici tarderanno moltissimo ad affermarsi e, soprattutto, ad essere osservati.

William Lamb Pcknell ,A french garden, Provence, 1878, Parrish Art Museum, Water Mill, N.Y., Clark Collection 1959.6.34
L’ambiguità dell’acqua

I pericoli non provengono soltanto dal basso, dalla terra, provengono anche dall’alto, dal cielo. L’umidità è pericolosa, rilassa le fibre e infiacchisce; la rugiada serale è nociva; il vapore acqueo deposita ogni sorta di residui dannosi; lavare con troppa acqua è pericoloso, accresce i pericoli di putrefazione, perciò l’acqua salmastra desta molti sospetti. Il sommo dei pericoli è l’acqua stagnante, deposito sicuro di sostanze letali (p. 45).

Per lungo tempo l’uomo ha avuto un rapporto ambiguo con l’acqua. Ad esempio, medici e alienisti consigliano bagni tiepidi o freddi per sedare i nervi; ma il bagno frequente è sconsigliato per molti motivi. L’acqua calda rilassa e infiacchisce: i bagni troppo frequenti indeboliscono e rendono effeminati: la vitalità sessuale del maschio corre il pericolo di venire compromessa; all’opposto, per le ragazze si teme che l’intimità della vasca o della tinozza induca ad esplorazioni del proprio corpo destinata a cadere in licenziosità illecite. Perciò è opportuno fare bagni parziali: mani, viso, pediluvi, parti intime, lavate separatamente. Non è da escludere che ci sia qui il retaggio dei bagni pubblici – le “stufe” – che spesso non erano altro che bordelli mascherati (su questo vedi: Marzio Barbagli, Comprare piacere). E d’altra parte, l’uso frequente e costante dell’acqua incontra resistenze tenaci, sedimentate nel tempo: i contadini rifiutano di scrostare le teste dei loro figli piccoli dal sudiciume; lo strato di sporcizia sulla pelle protegge (curiosamente, anche tra le classi sociali più elevate persiste la convinzione che la testa non debba essere lavata: al massimo alle donne è concesso usare una lozione saponosa di quando in quando, p. 257). Senza dire che preparare il bagno è faccenda laboriosa, dispendiosa e faticosa.

Per lungo tempo “nettare” non rientra nei sinonimi di lavare. Significa piuttosto drenare, “essendo essenziale assicurare lo scolo, l’evacuazione della sporcizia” (p. 134). Se stagnazione vuol dire insalubrità, allora movimento significa l’opposto. Per questo motivo la ventilazione, che si impone negli enti ospedalieri, nelle carceri e sulle navi, viene a rivestire un ruolo cruciale. Il problema è gravoso soprattutto nelle carceri, dove la ventilazione cozza contro la necessità di concentrare i detenuti. Ecco allora fare la propria apparizione le sbarre nelle celle, attraverso le quali l’aria può passare e, con alcuni accorgimenti, circolare adeguatamente.

Raguenet, Jean-Baptiste-NicolasFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, RF 1971 12 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010067173 – https://collections.louvre.fr/CGU
​La soglia di tolleranza dell’olfatto

Fin verso la metà del secolo e per alcuni aspetti anche molto oltre, si tratta di allarmi. Manca una correlazione tra miseria e mancanza di igiene, non c’è una distinzione tra le classi. Gli abitanti delle città sono una folla (p. 72), non un insieme di classi sociali conviventi e ognuna coi propri gusti. L’accavallarsi di odori così disparati e di diversa provenienza “ostacola l’analisi” di scienziati che dispongono di poche armi affidabili (p. 75).

Secondo l’A le cose cominciano a cambiare tra il 1760 e il 1840 (p. 88). È una mutazione che si inserisce in un contesto più ampio: anche i gusti alimentari stanno cambiando (su questo vedi: Wolfang Schivelbusch Storia dei generi voluttuari, Massimo Montanari, Recensione. Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza). La tendenza è quella di andare verso la moderazione e, per certi aspetti, verso la discrezione. Dopo il 1750 le testimonianze di una minore tolleranza verso gli odori sgradevoli si moltiplicano (pp. 85 e ssgg.). La diffusione via via più estesa dei pozzi neri (il cui spurgo nauseabondo provoca proteste) “privatizza” il puzzo delle feci e, anche se ancora per pochi privilegiati, all’interno delle case la salle de bains e la “ritirata” diventano a poco a poco luoghi in cui la privacy inizia ad essere osservata e nella vasca da bagno fanno il loro ingresso saponi e paste profumate. È un cambiamento limitato al vertice della scala sociale. Tra i ricchi diminuisce la soglia di tolleranza degli odori forti. Gli ambienti privati delle loro abitazioni assumono odori diversi; meno intensi e invasivi, si impongono quelli più delicati e variegati: profumi troppo intensi destano il sospetto di voler occultare una scarsa igiene personale. Igiene e moda condividono pezzi di strada. Non sempre e non per tutti, ma nei ceti abbienti si afferma l’uso del sapone e la frequenza del bagno e del cambio di biancheria aumenta. Dagli anni Sessanta grande successo riscuotono le “acque” profumate alla frutta (p. 109).

Certo, in un’epoca in cui non è ancora possibile sconfiggere i cattivi odori, gli effluvi indigesti permangono. È possibile però contrastarli e nasconderli. Nel 1773 Guyton de Morveau inventa un miscuglio di sale e acido solforico la cui fumigazione sembra in grado di purificare l’aria infettata da salme inumate. Ne deriva che fare uso di un profumo gradevole, usare pasticche odorifere e bruciaprofumi ha una valenza attinente alla salute. Infatti, “l’aroma combatte i vizi dell’atmosfera e aumenta la resistenza dell’organismo”, perciò profumarsi significa purificare l’aria circostante; disinfettare significa deodorare (pp. 91-92, p. 132).

I poveri, naturalmente, continuano a vivere in tuguri labenti e del tutto insani. Il loro vivere “promiscuamente”, ammucchiati in locali minuscoli dove condividono letti, oggetti il tutto all’insegna dello sporco più tenace e in cui si soffoca, desta scandalo e repulsione (pp. 213 ssgg.). E, nemmeno a dirlo, continuano a puzzare.

Le Bas Jacques Philippe, La Maison Rustique, gravure, Gallica
​Ospedali, navi e prigioni

L’aspetto curioso è che i cambiamenti più profondi e duraturi hanno la loro origine negli istituti di reclusione: gli ospedali occultano malati, cronici, pazzi, orfani e invalidi; le navi galeotti e marinai (che sono collocati al grado più prossimo della bestialità) e le carceri delinquenti e reietti. Ma è in questi luoghi (e nell’esercito, almeno in teoria, dato che i regolamenti vengono smentiti da una pratica che lascia a desiderare) che si affermano principi e usi che poi investiranno la società.

L’anno prima della Rivoluzione francese Jacques Tenon pubblica le Mémoires sur les hôpitaux de Paris, formidabile e inquietante atto d’accusa dal quale emerge un quadro (anti)igienico spaventoso: sovraffollamento, aria stagnante e nauseante, letti e pagliericci multipli condivisi da malati affetti da malattie diverse. Fino ad allora l’odore è stato una guida importante anche per i medici. Assieme ad un complesso di informazioni diverse, anche l’odore che proviene dal corpo del malato gli consente di formulare diagnosi e prognosi: i medici hanno imparato a distinguere i diversi odori delle malattie (pp, 58, 65). Ma dalla pubblicazione di Tenon prenderà le mosse la riforma degli enti di assistenza ospedalieri che li trasformerà in tempi successivi in “machine a guérir”: la suddivisione dello spazio (il letto singolo), la separazione tra malati accorpati per genere di malattia che li affligge, la ventilazione dei locali e il loro mantenimento (pavimenti, imbiancature con acqua di calce) si imporranno anche nelle prigioni e sulle navi in un primo tempo e si dispiegheranno sulla società in un secondo (per questi aspetti, vedi Giorgio Cosmacini, Medicina e rivoluzione).

Vue de la Salpétriere, Wellcome Library

Nelle città le abitazioni subiscono cambiamenti che segnalano l’appartenenza sociale: in un primo tempo si abbandona il piano terra a favore del primo piano. Così si evitano le esalazioni del terreno e si agevola l’areazione delle camere. Il moltiplicarsi delle stanze accentua i momenti e i luoghi della privacy e differenzia anche gli odori. Il letto singolo odora di chi vi dorme, poi sarà il momento della camera singola. A poco a poco si sigillano i fetori escrementizi alla ritirata, impedendo che si spandano per casa. È una privatizzazione che si estende anche alla sepoltura: dalla metà del Settecento la si reclama individuale (p. 146). La società si frammenta, e con essa anche gli odori.

Invisibili ma decisivi, gli odori influenzano in maniera preponderante anche il rapporto tra i sessi. L’odore della pelle può rivelarsi un richiamo potente o un altrettanto energico revulsivo. Le persone emanano e sprigionano ciò che sono e ciò che fanno, come si alimentano, il mondo in cui vivono. Perciò, come dice un osservatore del tempo, le razze inferiori (i negri per esempio) “non possono non puzzare in maniera più o meno intensa” (p. 55, nota 16) ed emanano odori che rimandano alla primitività, a una certa brutalità – e così pure i lavoratori e i contadini.

“Savon Rococo au parfum naturel des Fleurs Dobbelmann Frères, Nimègue 1/4 Dz. NO.561”, Europeana

Nei secoli precedenti l’odore acre negli uomini segnalava prestanza maschia e vigorosa, ma col mutare dei gusti i profumi forti cadono in discredito finché all’uomo viene richiesto di non profumarsi e di non emanare altro odore che non sia quello di pulito, sparso attorno da un vestiario pulito e ben tenuto. Alle donne invece è concesso profumarsi ma delicatamente, con acque che ne amplifichino il candore (che è anche visivo: per oltre un secolo la moda impone l’incarnato diafano).

Il profumo dei soldi

Col progredire della scienza e della chimica letame, liquami, rifiuti organici, carcasse di animali e immondizie si trasformano in un ottimo affare: tutto questo può essere trasformato in letame e spostato in campagna. Così la città si ripulisce, corre meno pericoli, i fetori del suo incessante respiro diminuiscono e le tasche si riempiono. Non solo: anche le manifatture, che ora grazie ai ritrovati della chimica e della tecnica puzzano meno possono continuare le proprie attività senza destare allarmi (il fumo, per esempio non provoca proteste).

Ma chi deve occuparsi di questi smaltimenti? Per comprendere l’insieme del cambiamento dobbiamo scinderlo. Se la lordura è indice di insalubrità, allora anche i poveri, che sono sporchi, sono infetti: “i riformatori accarezzano il progetto di eliminare insieme la lordura e il vagabondo, il fetore delle immondizie e l’infezione sociale” (p. 135). Contemporaneamente il riordino degli ospedali e delle carceri inizia a forgiare la connessione tra “pulito e ordinato”. Il “peccatore puzza”, perciò nei regolamenti e nei precetti igienici si inserisce una componente moralizzatrice. Detenuti e convalescenti devono tenere pulite e in ordine celle e camere e abituarsi all’igiene personale (pp. 154-156).

Vase Brûle parfum (ou cassolette) style empire, France, Musée du Louvre, Département des Sculptures du Moyen Age, de la Renaissance et des temps modernes, CH B 493 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010089724 – https://collections.louvre.fr/CGU

Non può sfuggire la direttrice dei percorsi: se il borghese (uomo) procede verso l’abolizione del profumo e dell’odore, anche coloro che devono redimersi devono incanalarsi nello stesso percorso. Smaltendo le proprie immondizie nelle campagne o nelle manifatture ed eliminando in tal modo gli odori sgradevoli che esso stesso produce, il borghese rende accettabile e vivibile il mondo che governa e dirige e finisce per accettare e autoassolvere sé stesso.

Conclusioni

Questa Storia sociale degli odori uscì in Francia 1982. È inevitabile che sia un poco invecchiato. Non è un male, la storiografia progredisce. Ma resta un libro prezioso perché pur trovando un filo conduttore nell’interpretazione della complessa storia degli odori, Corbin mostra bene che la storia, in realtà è un insieme di sconnessioni e percorsi accidentati: la candeggina ha rivoluzionato il nostro concetto di igiene, i suffumigi di Guyton de Morveu, no. Eppure il suo ritrovato, che proveniva dalla lunga storia dei fuochi con i quali nei secoli precedenti si purificava l’aria, ha avuto un percorso lungo (si veda William Naphy-Andrew Spicer, La peste in Europa, Klaus Bergdolt, La grande pandemia). E, a ben guardare, ci aiuta a capire molto della società di oggi.

Buona lettura.


Recensione. Paolo Nencini: La minaccia stupefacente. Storia politica della droga in Italia

Un titolo del genere non poteva non attirare la mia attenzione. La minaccia stupefacente, titolo bellissimo e accattivante quello scelto da Paolo Nencini per un libro unico nel suo genere – almeno in Italia, dove gli storici si sono occupati poco della storia delle droghe. Col sottotitolo – Storia politica della droga in Italia – invece, Nencini ha voluto dar prova di modestia. Questo libro è molto di più di una storia politica: l’uso delle droghe può essere una lente di ingrandimento per indagare la storia delle classi sociali, la storia sociale tout court, ma anche storia della medicina e dell’industria farmaceutica, dei movimenti giovanili, una storia comparata e anche una storia giuridica.

Quando?

In un film di grande successo, “Romanzo criminale” c’è una scena in cui la banda festeggia contando una marea di soldi, i proventi del traffico di eroina. Del resto, basta sfogliare le pagine dei quotidiani dalla fine degli anni Settanta fino ad almeno la metà del decennio successivo per farsi un’idea della diffusione delle sostanze stupefacenti nel nostro paese. Ma quand’è che in Italia la droga è diventata un problema sociale?

In Italia gli inizi sono molto diversi da quelli di altri paesi europei, Francia e Gran Bretagna soprattutto. In questi due paesi, dove la Rivoluzione industriale si è innescata prima che altrove, l’uso o l’abuso di sostanze psicotrope se non imponente è però già visibile dalla seconda metà dell’800. Indubbiamente si tratta di minoranze: artisti, soprattutto in Francia o, meglio, a Parigi; ma anche borghesi annoiati e curiosi di provare nuove sensazioni. In Gran Bretagna però, nelle bettole frequentate dagli operai da tempo il gin ha soppiantato la birra e le bevande alcoliche a gradazione più bassa. Le descrizioni della Manchester di Engels sono eloquenti: l’alcolismo è già non soltanto indice di alienazione del lavoro, ma problema sociale diffuso e non soltanto nella classe operaia (su alcuni di questi aspetti si veda Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari).

Édouard Manet (1832-1883), Le buveur d’absinthe, 1867 – 1868

E in Italia? In Italia fenomeno del consumo di droghe non c’è o resta limitatissimo fin dopo la prima guerra mondiale. Al contrario di quanto accadeva in Inghilterra, dove il consumo di pillole di oppio era notevole anche nei ceti popolari e nella classe operaia, gli italiani si dimostravano immuni da questi vizi. Nemmeno le circoscritte élites intellettuali e artistiche hanno sperimentato i “paradisi artificiali” indotti dalle sostanze stupefacenti in misura paragonabile a quanto era possibile verificare in Francia e in Inghilterra.

Si tratta di una refrattarietà che può essere spiegata col provincialismo italiano non solo di tipo culturale. L’Italia rimase a lungo un paese agricolo, poco industrializzato e disseminato di piccole città spesso interdipendenti dalle campagne circostanti. La correlazione, tipica delle società industrializzate, tra poco tempo a disposizione e consumo di sostanze – alcoliche o psicotrope – capaci di garantire un effetto quasi immediato, in Italia poggia su basi troppo fragili: la percezione del tempo e l’uso del tempo sono diversi, restano ancorati al tempo delle campagne, a lavori faticosissimi ma più lenti e che escludono almeno in parte i meccanismi coercitivi dell’alienazione del lavoro di fabbrica che sottraggono tempo all’operaio esasperato da un lavoro faticoso, monotono, mal pagato e che gli ruba tempo (a Manchester i farmacisti passavano il sabato a confezionare pillole di oppio a 1 a tre grani ben sapendo che la sera le avrebbero vendute agli operai perché meno costose dell’alcol, vedi p. 33). Se questo è vero, allora non è tanto l’essere la tradizione vinicola italiana a dimostrarsi più tenace che altrove a mantenere il problema delle droghe sul versante dell’alcolismo, ma è il tempo lavorativo e sociale ad essere più adatto al consumo di vino che di oppiacei. Non a caso, la proposta di Mantegazza di importare foglie di coca dal Perù, rimasto colpito dalla resistenza fisica dei contadini peruviani dovuta alla masticazione delle foglie di quella pianta, per poi rivenderle a basso prezzo ai contadini come tonico e surrogato di un’alimentazione spesso insufficiente, non viene nemmeno presa in considerazione.

L’alcol è infatti la vera droga delle classi popolari italiane e non a caso comincia ad essere percepito come problema sociale dalle classi dirigenti italiane dall’ultimo quarto dell’Ottocento, in concomitanza all’innesco di una decisa industrializzazione in alcune zone del Paese. Sarà proprio l’alcol la “benzina” della fanteria mandata al macello in quell’immane moria che fu la prima guerra mondiale (su questo vedi anche: Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918)

L’innesto involontario

Dunque l’uso di morfina, eroina e cocaina in Italia si qualifica come un fenomeno urbano e, fino al ’68, riservato alle grandi città, ma pur sempre in modo limitatissimo: Enrico Morselli, uno degli psichiatri più illustri di fine Ottocento, riferiva che pur lavorando tra Genova e Torino “dove la vita moderna ferve in tutta la sua intensità […] il cocainismo e lo stesso morfinismo sono relativamente rari” (p. 105).

Il fatto curioso è che a “sdoganare” gli oppiacei verso il basso è proprio la prima guerra mondiale e lo fa del tutto involontariamente. Le proprietà sedative della morfina e della cocaina erano conosciute da tempo ed è per placare in breve tempo i dolori provocati dalle ferite che i medici, abbondando nei dosaggi, creano di fatto delle schiere di probabili tossicodipendenti (pp. 208 ssgg.).

Ma anche tenendo conto di questa situazione del tutto contingente l’uso di queste sostanze resta estremamente limitato ai frequentatori di café-chantant, al mondo più o meno promiscuo di gente dello spettacolo, di certi caffé, di pochi che hanno preso il vizio a Parigi. Le non molte statistiche stilate dai medici confermano la marginalità del fenomeno (capitolo VI, in particolare, pp. 197 e ssgg).

Nondimeno esiste. Antonio Gramsci, osservatore acutissimo del suo tempo, lo osserva e lo denuncia a Torino; viene segnalato a Firenze (che tradizionalmente ospita nutrite colonie di turisti stranieri, vedi: Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità) e a Roma. Un romanzetto da quattro soldi, “Cocaina”, del più che ambiguo Pittigrilli, pur non avendo alcun valore letterario coglie però una curiosità pruriginosa abbastanza diffusa nella borghesia cittadina, un voler guardare dal buco della serratura un mondo e un vizio semisconosciuto ma sensibile e ricettivo e che può o vorrebbe trasformarsi in consumatrice (p. 222).

L’esperienza di Fiume, guidata da D’Annunzio che è cocainomane, la estende ulteriormente e un’altra ondata si registra con l’emergere dello squadrismo: nelle squadracce fasciste la cocaina gira e, noto en passant, può avere avuto un peso tutto da valutare nel reclutamento di gente disposta a tutto pur di trovare i soldi per drogarsi.

Tuttavia l’uso di oppiacei continua a restare faccenda di pochi italiani. A lungo manca una legislazione in proposito (arriverà soltanto nel 1923) e l’importanza del ruolo e della posizione italiana a livello internazionale nel contrasto al traffico di droga non è dovuto al consumo interno ma alla posizione geografica del Paese che, stendendosi nel cuore del Mediterraneo, si trova al centro dei traffici. Hascish e cocaina girano nei porti italiani, ma non sbarcano; fanno tappa e finiscono altrove.

Ecco allora due primi fenomeni importanti. Il primo riguarda il consumo di droghe come metro di misura per seguire il processo di modernizzazione del Paese. Con una battuta Eric Hobsbawm disse una volta che l’Italia era passata dal Medio Evo direttamente alla modernità. Scherzava ma, pur non facendo centro, il bersaglio lo colpiva. L’Italia è rimasto un paese sostanzialmente agricolo fino a pochi decenni fa. Se si rapporta questa battuta al fenomeno della droga, si direbbe azzeccata. Ancora alla metà degli anni Cinquanta, un fine intellettuale come Oreste del Buono affermava che, per quanto riguarda la droga, “è il vizio in sé per sé che non viene preso in considerazione” (cit. a p. 296). Insomma, agli italiani della metà del secolo scorso il fenomeno della droga non interessa.

Il secondo aspetto interessa le reazioni di fronte a questo problema. Fin quando il consumo di sostanze stupefacenti riguarda cerchie ristrette, il fenomeno viene sostanzialmente tollerato; una volta che inizia a diffondersi, medici, osservatori sociali, istituzioni di beneficenza e simili iniziano ad occuparsene e a segnalarlo fino ad interessare l’opinione pubblica. A questo punto, dopo che il tema è divenuto di dominio pubblico, allora lo Stato interviene con una legislazione in proposito.

Sono tappe che l’A. illustra molto bene con dovizia di particolari e precisione. In Francia – dove tra l’altro tra i primi cocainomani si contano proprio alcuni medici – le riviste di medicina e di psichiatria pullulano di saggi e segnalazioni; in Italia la stessa identica dinamica la si osserva soprattutto per quanto riguarda l’alcol. Il fatto che una legge sul consumo di stupefacenti arrivi tardi connota ulteriormente la particolarità del nostro Paese.

Se la comparazione dell’Italia con gli altri stati serve all’A. per stagliare la particolarità del caso italiano, il libro è anche un lungo viaggio nella società e nella storia di altri paesi (in particolare i capitoli 1 e 3 ma non solo) e, allo stesso tempo una miniera di informazioni e di spunti per approfondire temi quali le case farmaceutiche o la pubblicità su riviste scientifiche e giornali ad ampia tiratura.

Una chiusura consapevole

Nencini chiude la sua ricerca alla fine degli anni Sessanta. Consapevoli del fatto che tempo storico e tempo cronologico non combaciano quasi mai, gli studiosi hanno difficoltà a trovare la “data giusta” per chiudere un’opera. La scelta di Nencini è però dettata da un senso profondo del tempo storico. L’A. sa che dai primi anni Sessanta del secolo scorso il Paese entra in una fase di cambiamento sempre più veloce e convulsa; il paese contadino, “lento”, tradizionalista anche nei vizi entra in dissoluzione. Si affacciano nuovi problemi e nuovi protagonisti: i giovani irrompono sulla scena con la musica, coi viaggi, con le mode, col ’68, diventano perfino un settore del mercato; le campagne iniziano a svuotarsi; le città operaie del Nord fagocitano mano d’opera. Eroina e cocaina diventano vizi diffusi, ma bisogna capire perché. Come mai un Paese che a lungo è rimasto indifferente all’uso generalizzato di droghe a un certo punto della sua storia le accoglie? Questa è la domanda sottaciuta dell’A. E a questo punto, di fronte a questo problema storiografico e sociologico enorme – credo – la consapevolezza dell’A. di doversi inoltrare su terreni quasi inesplorati e difficili, si ferma. Nencini non si accontenta di generalizzazioni – il “riflusso”, “i giovani”… – e banalizzazioni – “l’uso di droghe c’è sempre stato”…

A mio parere è una decisione meritoria, che testimonia una consapevolezza della storia e del ruolo di chi la studia rara nei non specialisti, e una serietà metodologica e scientifica che trapela in tutto il libro. Nencini ha frugato ovunque: letteratura scientifica, storica e fonti letterarie e archivistiche compongono un imponente apparato di note.

L’unico difetto di questo libro veramente bello e importante è la mancanza di un indice dei nomi. Per il resto siamo di fronte a un’opera che meriterebbe davvero un’ampissima diffusione.

Buona lettura.

[PS. Sono “debitore” a questo libro per avermi ispirato un saggio basato su fonti psichiatriche e manicomiali: Droghe di guerra. L’ambiguo uso degli oppiacei dalle trincee al primo dopoguerra, in Carlo De Maria (a cura di), Dalla fine della Guerra alla nascita del fascismo. Un punto di vista regionale sulla crisi del primo dopoguerra (Emilia-Romagna 1918-1920), pp. 267-277)].