Recensione. Cesare De Seta: L’Italia nello specchio del Grand Tour

“Lo scopo principale del Grand Tour era quello di scoprire e studiare le culture straniere, al fine di incorporarne alcuni aspetti nel proprio tessuto sociale”. Così è quanto si legge nel catalogo di una delle numerose mostre dedicate a quel genere di viaggio che dalla metà del Cinquecento alla Rivoluzione francese coinvolse i giovani di tutta Europa destinati a ricoprire cariche importanti nei rispettivi paesi. Il Grand Tour definiva un’esperienza di viaggio ritenuta da molti essenziale ai fini della formazione di un “perfetto gentiluomo” (l’espressione è di Thomas Nugent, The grand tour, or, A journey through the Netherlands, Germany, Italy and France citato a p. 157). .

Formare un gentiluomo è un’espressione che indica già risvolti precisi. L’Europa era piena di gente in viaggio di ogni ceto, professione e condizione sociale, ma il Grand Tour è un’esperienza riservata, ai rampolli dell’alta società – inizialmente inglese, poi anche di altri paesi – destinati ad entrare nella classe dirigente del proprio paese. Visitare Francia, Svizzera, Italia e, al ritorno, Germania e Olanda richiedeva tempo e denaro. Questo viaggio di formazione durava circa un paio d’anni e i giovani che lo compivano non viaggiavano mai soli: avevano un tutore e disponevano di almeno un servitore. Naturalmente, più alto era il lignaggio, maggiore era il personale al seguito (su questo si veda Antoni Maçzak Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna).

Carte de l’Europe di Bellin, Jacques Nicolas – 1764 – Biblioteca Nazionale Marciana – Venezia, Italy – No Copyright – Other Known Legal Restrictions.
https://www.europeana.eu/it/item/447/GEO0000598
I molti volti dell’Italia

“Non esiste sicuramente altro luogo al mondo in cui un uomo possa viaggiare con maggior piacere e beneficio dell’Italia… È la grande scuola della musica e della pittura, e in essa vi sono tutte le più nobili opere di scultura e di architettura, sia antiche che moderne…”. (Remarks on several parts of Italy, &c. in the years 1701, 1702, 1703).

Così presentava l’Italia Joseph Addison, poeta, giornalista di successo e futuro animatore dello “Spectator”, che viaggia in Italia tra il 1701-1703. Addison indica alcuni dei motivi per i quali l’Italia era una calamita irresistibile per viaggiatori, artisti, collezionisti e giovani desiderosi di acquisire gli ingredienti per diventare un uomo di mondo: l’arte, la storia, l’antichità. L’Italia è un museo a cielo aperto: da Venezia a Napoli (l’estremo sud e le isole verranno scoperte relativamente tardi) il visitatore non ha che l’imbarazzo della scelta; ovunque si rechi arte e cultura sono lì ad attenderlo, a farsi ammirare. “Addison viaggia attraverso i poeti” – è stato scritto e può essere vero. Viaggiare lungo un’Italia immaginaria, “costruita sulle citazioni, sui testi antichi, indagata attraverso le epigrafi”, i monumenti o le antiche rovine, è un modo adottato da molti dal Medio Evo a tutto il Settecento (p. 151).

Tutori e viaggiatori fissano in precedenza i propri itinerari utilizzando guide scritte da altri che li hanno preceduti. Alcune di queste – il Voyage d’Italie de Monsieur Misson : avec un mémoire contenant des avis utiles à ceux qui voudront faire le même voyage in quattro volumi, pubblicato nel 1691 o il Voyage en Italie di Lalande (1769), una vera e propria enciclopedia come si deduce dal titolo per esteso: Voyage en Italie, contenant l’histoire & les anecdotes les plus singulieres de l’Italie, & sa description. Les usages, le gouvernement, le commerce, la littérature, les arts, l’histoire naturelle, & les antiquités; avec des jugemens sur les ouvrages de peinture, sculpture & architecture, & les plans de toutes les grandes villes d’Italie – divennero opere di riferimento per tutti i viaggiatori successivi. In un certo senso quindi questi vedranno con gli occhi di chi li ha anticipati. A ragione De Seta rileva che “lo straniero [ha] la tendenza a identificare una qualsiasi parte d’Italia con i luoghi del mito classico” e che in molte descrizioni “l’Italia [diventa] una metafora” (p. 126).

Aquaduct van Nero te Rome – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
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Allo stesso modo essi vedranno attraverso la cultura che li ha formati: il disinteresse – per non dire il disprezzo – verso il gotico e il Medio Evo di molti di loro tradisce questa impronta. Ad attrarre sono le mirabilia, le antichità e l’arte. Lo sono al punto che a poco a poco si instaura l’abitudine di avere al proprio seguito un cicerone, non solo una guida ma un vero specialista che sia capace di scegliere l’itinerario più interessante […] e che […] sia capace di muoversi in quel grande mercato dell’arte che è l’Italia del tempo” (p. 135). Non solo: nel corso del ‘600 “il viaggio in Italia non è più iniziativa privata” di un singolo, “ma diviene programma dello Stato e da esso economicamente sostenuto” (p. 181). Vale per l’Inghilterra, ma vale anche per la Francia. A testimoniarlo è la fondazione a Roma dell’Accademia di Francia nel 1666. “L’Italia è la fonte a cui bisogna attingere” e la presenza di artisti come Velasquez o Rubens o architetti del calibro di Philibert de l’Orme, Inigo Jones e di tantissimi altri lo testimoniano.

Più o meno consapevolmente i protagonisti del Grand Tour cominciano a tessere una tela di relazioni di carattere eminentemente culturale, scientifico, di ricerca e di dibattito, più o meno profonda e duratura che si spande per l’Europa con le loro opere, con le traduzioni, con l’ispirazione o l’imitazione degli stili, con gli epistolari e che ripercuote nella vita dei singoli stati.

Trevifontein te Rome – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
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Gli stimoli che offre l’Italia sono davvero molti. L’arte, il pittoresco, i libri o i documenti che fanno gola a collezionisti e mercanti sono solo una parte di quanto il paese può offrire. Vi sono interi mondi da scoprire. George Berkeley fa proprio questo nel corso del suo secondo viaggio in Italia quando di discosterà dalle tappe classiche e consolidate del viaggio per avventurarsi nella scoperta e nell’esplorazione del sud Italia: gira per la Campania e la Puglia, scopre e resta affascinato dal tarantismo, affina e accresce i suoi interessi antropologici ed etnografici. La curiosità della sua mente aperta e la sua spregiudicatezza gli consentono di abbandonare letture e interpretazioni canonizzate per elaborarne di nuove e originali.

Berkeley indica una strada, un percorso, territori da scoprire o da reinterpretare. Dopo di lui il numero di coloro che si avventurano sotto Napoli aumenta. Raccogliere informazioni sulla popolazione delle città, sulla produzione agricola, sui commerci ecc. rientra tra i compiti affidati a tutori e giovani viaggiatori. Alcuni, come lo stesso Berkeley o Montesquieu hanno e approfondiscono questi interessi: ne prendono nota e li discutono e danno vita a descrizioni di zone agricole ben tenute, ricche, produttive. Descrizioni che si fondono o si scontrano con quelle di una natura incontaminata, selvaggia che fa da corollario a comunità appena sfiorate dalla civilisation, dalla modernità, ancora integre nelle loro regole comportamentali e comunitarie fissate da tempi immemorabili. Il paese reale e quello immaginario si fondono esagerando o distorcendo l’immagine dell’uno e dell’altro. C’è chi annota che “viaggiando attraverso questo paese, l’osservatore imparziale sarà colpito dal gusto degli italiani che è molto più raffinato di quello delle altre nazioni d’Europa: essi infatti curano con particolare attenzione l’aspetto esteriore di ogni cosa”. Giudizio che può anche essere condivisibile per alcune classi sociali, ma che dire, ad esempio, della campagna devastata dalla malaria che circonda Roma? Le campagne popolate da robusti campagnoli e floride contadine dicono molto più su quanto i viaggiatori si aspettavano di trovare e volessero vedere della realtà concreta ed effettiva delle campagne. Allo stesso modo i “lazzaroni” e gli scugnizzi napoletani sembrano far parte del panorama della città, come la mitezza del clima o una caratteristica qualsiasi, non la spia per indagare un pauperismo disperato.

Le città

Nel formarsi dell’immagine della “bella Italia” descritta dai viaggiatori, un ruolo fondamentale è giocato dalle città (sulle città vedi Attilio Brilli, Il grande racconto delle città italiane). Torino, Genova, Milano, Venezia, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli. Sono città diversissime tra loro. Roma naturalmente ha un ruolo centrale: Roma Caput Mundi, Roma faro del cattolicesimo, la Roma dell’antico e la Roma dei Papi e dei grandi mecenati le cui commesse attirano artisti da ogni dove: nel Seicento, a Roma, “gli stranieri sono altrettanto numerosi degli italiani” (p. 189, su Roma e Venezia vedi Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Montaigne se ne lamenta, non certo i commercianti, gli appassionati d’arte e i ritrattisti: la bottega di Batoni “divenne un centro mondano molto frequentato da aristocratici, gentiluomini, ‘virtuosi’ provenienti da ogni parte d’Europa, attratti – pare – anche dalla straordinaria bellezza di sua figlia” (p. 65) e non è l’unica. Per chi nutre interessi per l’archeologia Roma è un tesoro a cielo aperto già dentro le mura.

Festiviteiten op het Piazza della Signoria te Florence – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
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Alcuni avvenimenti come il Carnevale possono accomunare città come Roma e Venezia e accanto a quelli leciti vi sono piaceri molto meno confessabili: le cortigiane veneziane, romane o napoletane sono attrazioni potenti per ragazzi giovani se non giovanissimi: Coryat ammette esplicitamente di averle frequentate, ma molti altri non hanno la sua onestà e sorvolano, ma è innegabile che ai doveri e piaceri intellettuali si accompagnano quelli della carne.

Una “comunità” si aggira per l’Italia

Il Grand Tour è un’esperienza che riguarda gruppi ristretti di privilegiati ricchi, di sicuro avvenire, colti, raffinati. Non di meno è un gruppo cospicuo, che si irrobustisce nel corso del tempo: anche olandesi, polacchi e russi entreranno nei circuiti del Grand Tour. Si forma una cultura cosmopolita, un sentimento universalistico che non tiene conto di confini, si oppone al localismo e al particolarismo delle nazioni. Ma se le radici della cultura, della religione e dell’arte affondano nel Mediterraneo allora l’Italia, che ne possiede più di ogni altro paese, diventa un’unità culturale ben prima di unificarsi come paese. Attirando visitatori da ogni dove e tramite loro spargendo reliquie, libri, stampe, arte e ispirazione il Gran Tour funge da paziente incubatrice per il sentimento nazionale che è ancora di là da venire. Ecco la ragione per la quale De Seta parla di “specchio”. C’è un’Italia, una “Bella Italia” che prende forma proprio da questa esperienza che è, insieme, esperienza europea: “L’effetto […] del Grand Tour non si risolve nell’esperienza personale di chi lo vive, ma diviene un fattore essenziale nell’espressione del gusto e della mentalità dei Paesi d’origine. C’è dunque un effetto che potremmo definire di andata che agisce sulla personalità di chi lo compie e un effetto di ritorno che si propaga a macchia d’olio grazie ai racconti del tourist, ai dipinti, ai libri, alle incisioni, alle monete, alla statuaria antica […] , ai gioielli, ai reperti archeologici e naturalistici […]” (pp. 300-304).

Si tratta di un dato che deve essere tenuto presente anche oggi. Al di là del nazionalismo, del localismo, delle guerre la cultura e il sapere continuano a circolare, a muoversi, a smuovere coscienze e a creare. Oggi abbiamo la possibilità di ampliare i percorsi di queste nervature alle classi sociali che nei secoli del Grand Tour ne erano escluse ed è un bene che sia così. Il mondo non migliorerà se lasciato solo.

Conclusioni

L’Italia nello specchio del Grand Tour è un ottimo libro che si legge con piacere, anche se in alcune parti richiede un poco di attenzione, ricco di riflessioni e spunti interessanti e sorretto da un’abbondante bibliografia per ulteriori approfondimenti.

Buona lettura.

Il Centro Interuniversitario per lo Studio dell’Età Rivoluzionaria e Napoleonica In Italia

Alla Rivoluzione francese e all’età napoleonica ho già dedicato alcuni articoli. Sulla Rivoluzione francese si vedano Allons enfants de la patrie – Siti e fonti sulla Rivoluzione francese che contiene links ad alcuni siti e progetti e Un archivio digitale sulla Rivoluzione francese. Per quanto riguarda le recensioni, al momento chi vuole può consultare Giorgio Cosmacini Medicina e rivoluzione, Jeremy D. Popkin Un nuovo mondo inizia, Jean-Clément Martin, Robespierre e Luigi Mascilli Migliorini, Napoleone. Per quanto riguarda le riviste, si veda La Fondation Napoléon. Biblioteca Digitale e Rivista. Molto meno di quanto vorrei, ma, come si sa, il tempo è tiranno.

Ora però si aggiunge il Centro Interuniversitario per lo Studio dell’Età Rivoluzionaria e Napoleonica In Italia dell’Università degli Studi di Milano. Diretto da studiosi di vaglia (Stefano Livati, Vittorio Criscuolo e Maurizio Martirano), il comitato scientifico si avvale della collaborazione di giovani studiosi (dottorandi, post-dottorandi, assegnisti ecc.).

Rivoluzione francese: Le armate francesi entrano in Roma
Le Beau, Pierre Adrien, 1744-1817?, Naudet, Thomas-Charles, 1773-1810, Jean, Pierre, 17..-1821?, Texier, G., 1750?-18, and Jean, Pierre, 17..-1821?, Entrée de l’armée française dans Rome : le 27 pluviose an 6 (15 fevrier 1798), Images de la Révolution française / Images of the French Revolution

Oltre a realizzare iniziative (convegni ecc.) il loro portale ospita una nutrita Biblioteca Digitale. È sufficiente cliccare sulla dicitura Archivio storico per inoltrarsi in una ricca serie di opere pubblicate dal 1701 al 1917, tutte incentrate e riguardanti la Rivoluzione francese e Napoleone Bonaparte. Naturalmente gli argomenti sono i più vari: politica, economia, militare, biografie, città ecc.

L’unica pecca di questa collezione ammirevole e nutrita (le opere sono centinaia) è che i testi sono consultabili ma non scaricabili. Ma a parte questo piccolo inconveniente, che può essere risolto copiando il titolo e poi cercare nelle Biblioteche Digitali che ho segnalato.

Rivoluzione francese: Aristocratici desiderosi di assistere alla celebrazione del 14 luglio sul Campo di Marte
Vinck, Carl de, 1859-19 and Hennin, Michel, 1777-1863, Les Aristocrates desespérés d’appercevoir la fete du 14 juillet au Champ de Mars,Images de la Révolution française / Images of the French Revolution

Non ci resta dunque che andare a curiosare nella vasta collezione del Centro Interuniversitario per lo Studio dell’Età Rivoluzionaria e Napoleonica In Italia.

Buona navigazione.

Recensione. Francesco Benigno: La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878

Le rivoluzioni possono essere terribili – e quelle che abbiamo conosciuto sicuramente, almeno in parte, lo furono – ma offrono il vantaggio se non di fare tabula rasa della storia che le ha precedute (elementi di continuità persistono comunque), quanto meno di rinnovare profondamente il nuovo stato che da esse sta nascendo.

L’Italia ha conosciuto la Controriforma senza avere la Riforma, non ha avuto rivoluzioni (nemmeno quella industriale, se non la seconda); l’unica rottura consistente che ha conosciuto è stata quella provocata dalla Resistenza – e anche questa con profonde continuità. E i problemi che derivano da questo processo storico sono evidenti.

La Controriforma e la mancanza di una rivoluzione sono fenomeni estranei a La mala setta di Francesco Benigno. In questo libro affascinante e innovativo infatti l’A. chiarisce che mafia e camorra non affondano le loro radici in un lontano passato imprecisato, ma si originano e fioriscono contestualmente all’unificazione: si strutturano “entro e non contro il sistema, formale e informale, dell’ordine pubblico allora vigente” (p. 370).

“Sistema informale”: che le forze dell’ordine infiltrino associazioni criminali, accade ovunque; Benigno ci descrive mondi in cui il confine tra legalità e illegalità non solo si dissolve, con frequenti passaggi da una parte e dall’altra e da una nutrita presenza di soggetti che tengono i piedi su due staffe, ma si contaminano, si intersecano, e, spesso, il mondo legale manovra, usa e sfrutta parti di quello criminale. Si veda, come caso emblematico, la vicenda di Filippo Curletti, un individuo a proprio agio nelle situazioni torbide, capace di riciclarsi a seconda delle situazioni e praticamente privo di scrupoli.

Ciò accade perché con piena ragione l’A. ritiene che il concetto di ordine pubblico dei decenni a cavallo dell’unificazione fosse essenzialmente diverso da quello odierno. A quell’epoca per ordine pubblico si intendeva l’ordine politico. Ordine politico minacciato da “classi pericolose”, possibili sovvertitrici dell’ordine esistente.

“Classi pericolose” rimanda al classico libro di Chevalier, un’opera che, benché mantenga gran parte del proprio fascino, giustamente l’A. ritiene superata, soprattutto dal punto di vista metodologico (p. XII). Benigno invece si è tuffato in un mare di fonti le più disparate (archivistiche e primarie soprattutto, ma anche storiografiche). Resta vero però che l’espressione “classi pericolose” rimanda alla Gran Bretagna e alla Francia della Rivoluzione industriale con la formazione contestuale di mondi criminali a sé stanti, con una fisionomia ben delineata di usi, costumi, linguaggi (l’argot); mondi misteriosi, ramificati e potenti che hanno fatto la fortuna di pubblicisti e romanzieri (da Balzac a Sue, da Dumas a Hugo e altri). Siamo dunque nella prima metà dell’Ottocento.

Giorgio Sommer, Veduta di via Toledo a Napoli, 1860-1880, Rjiskmuseum

Non a caso solo più tardi autori italiani descriveranno questi mondi. Mi sembra un dato che vale la pena di essere considerato per una serie di motivi. Primo: l’Italia dell’epoca subisce e importa un grande bagaglio di idee provenienti dall’estero (Francia, Belgio, Gran Bretagna soprattutto) e le applica al contesto italiano che però è profondamente diverso, essendo ancora l’Italia un Paese essenzialmente agricolo. Non si deve dimenticare che una buona parte della classe dirigente non vede di buon occhio l’eventualità della industrializzazione del Paese proprio perché, continuando ad affidarsi essenzialmente alla produzione agricola, si evitano quelli che venivano chiamati i “guasti sociali” dell’industrializzazione (un proletariato urbano turbolento e politicamente agguerrito, quartieri operai malsani ecc.), cioè proprio quei fenomeni che la letteratura straniera dipinge e propone all’opinione pubblica italiana anche in relazione alla “maffia” e alla camorra (Dumas in quegli anni è in Italia e in una serie di articoli propone al pubblico francese un’immagine della camorra rispondente a canoni già delineati per le classi pericolose del suo paese).

Immagini artificiose, “ricamate” e perfino immaginate (Dumas e non solo lui parlano dell’esistenza di un “Codice della camorra”) impattano dunque su una realtà che è essenzialmente diversa da quelli in cui è maturata la strategia di contrastare i mondi criminali usando i criminali stessi o, come titola un capitolo, usare il disordine per creare l’ordine. Non a caso molte delle descrizioni di questi mondi redatte da magistrati, prefetti, questori e politici ricalcano gli stessi stereotipi. Le descrizioni sono ad un tempo ripetitive e diverse: il camorrista può essere un ozioso ma anche un capo-popolo o un estorsore o un contrabbandiere; in ogni caso “non è facile dirimere il profilo criminale da quello politicamente ‘pericoloso'” (p. 112).

Ciò che si verifica nel corso del tempo è l’ampliarsi delle categorie delle classi pericolose. Essenzialmente cittadine, cominciano ad attirare le attenzioni e le preoccupazioni del mondo politico coll’attivismo repubblicano, col formarsi delle prime società di mutuo soccorso e con l’attecchire delle idee anarchiche prima e socialiste poi. La congiunzione, a prima vista alquanto singolare, tra associazionismo politico e organizzazioni criminali è dato – nell’ottica delle classi dirigenti – dalla pericolosità sociale di queste organizzazioni. (Caso quasi unico in Europa, il socialismo italiano ha la sua culla nel mondo bracciantile della pianura padana). Si assiste così, accanto all’ampliarsi della platea dei soggetti pericolosi, al continuo inasprirsi della legislazione nei loro confronti.

Libertà per chi?

La classe dirigente salda i mondi distanti delle città e della campagna – le “classi pericolose” sono un fenomeno tipicamente cittadino – e della criminalità con l’attivismo politico di vari colori (dalle forze reazionarie a quelle democratico-socialiste), tutte tendenti a scalzarla. Fa anche di più: li mescola rendendo intercambiabili le denominazioni e le le definizioni (vedi quanto scrive l’ex questore di Napoli Forni cit. a p. 376, che li fa derivare “dal medesimo tronco”). Che essa si sia sentita accerchiata dalle forze ostili dei “rossi” e dei “neri” é piuttosto comprensibile, ma inasprendo continuamente la legislazione contro oziosi, vagabondi, repubblicani, sovversivi e via discorrendo, ha ottenuto l’effetto di ingigantire gli effetti di questa percezione. Non è un caso se molti processi si sgonfiano o si risolvano in successi meno che parziali. È il caso del processo di Bologna del 1864, del clamoroso fiasco di “Villa Ruffi” e di altri ancora.

Palermo, Internet Archive

Inoltre, sempre in quest’ottica bene e spesso sono le forze dell’ordine a oltrepassare scientemente la legalità con provvedimenti sommari: pochissimi i prefetti che sollevano obiezioni (si vedano le ferme posizioni del prefetto di Brescia Zini, p. 149). In altri termini questo modo di procedere ha l’effetto di escludere le classi popolari anziché inglobarle nella vita civile e politica dello Stato. Ed è qui che si sommano gli effetti di una Controriforma senza Riforma e della mancanza di una Rivoluzione: la Controriforma ha spento le menti critiche, indotto al nepotismo, al clientelismo e al conformismo (sono le conclusioni a cui giunge Francis Haskell nel suo Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca, e anche se il libro è incentrato sulla storia dell’arte, le sue argomentazioni si prestano ad essere generalizzate). Sono tutte prassi che si confermano nell’uso di finanziare giornali filo-governativi e mettere a tacere quelli critici, nell’avvalersi dell’appoggio di intellettuali e in generale di manipolare in vario modo l’informazione (tra l’altro con risultati altalenanti. Si veda ad esempio il tentativo di Cadorna di addossare la responsabilità dell’insurrezione di Palermo del 1866 a un complotto ordito da forze clericali, borboniche e deliquenziali, fallito anche grazie a una “contro-informazione” ben organizzata, cap. VI – sulle distorsioni del giornalismo nostrano, vedi Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano).

Dall’altra parte, l’assenza di una rivoluzione ha impedito un primo ingresso delle masse popolari nella vita civile e politica mentre invece restano (e vengono mantenute) distanti e nell’ignoranza più profonda. Da questo punto di vista la documentazione riportata dall’A. è inequivocabile: “accoltellatori… feccia… malandrini… malfattori… popolazione pervertita negli istinti… tristi…” sono solo alcune delle spregiative definizioni affibbiate indistintamente a camorristi e mafiosi come delinquenti comuni, repubblicani o socialisti.

Certo, l’A. ha tutte le ragioni nel sostenere che mafia, camorra, pugnalatori, accoltellatori, repubblicanesimo e socialismo non sono compartimenti stagni separati tra loro, e dimostra abbondantemente contaminazioni di varia natura. Resta però il fatto che, sebbene il mondo politico non potesse decifrare quei mondi più o meno criminali se non con gli strumenti di cui disponeva – e cioè, essenzialmente tramite la cultura letteraria, e quindi con con rappresentazioni che dipendono solo in parte, e talora in minima parte, dall’esperienza diretta, ma che si basano invece su schemi narrativi reiterati, luoghi comuni racchiusi in testi precedenti e che si tramandano modificati qui e là -, la strada prescelta rendeva possibile contrastare mafia e camorra ma non di vincerle. Paradossalmente, a tenerle in vita e a permettere loro di prosperare era proprio il tentativo di usarle a fini politici. Se questo non significa che si sia stabilito un “patto” tra mafia e Stato, in concreto viene messa a frutto “la funzionalità dei gruppi criminali alle logiche e agli schieramenti della politica che coinvolgono anche le forze dell’ordine” così che “l’accusa di mafiosità appare come un’arma che viene lanciata reciprocamente nell’arena pubblica da vari schieramenti in competizione, nessuno dei quali disdegna l’assistenza di caporioni diffamati per atti di violenza ma dotati, proprio per questo, di autorità tra gli strati popolari” (pp. 333-35).

Uno dei molti interrogativi possibili che solleva il libro riguarda gli effetti che questo approccio nel gestire l’ordine pubblico ha avuto nella storia del Paese. Giustamente Benigno ritiene che il “modus operandi spiccio, volto a conseguire il risultato atteso, se non a tutti i costi, certo con varie forzature del diritto” ha influenzato “durevolmente” la vicenda dello Stato italiano (p. 148). Forse ci si può spingere anche oltre: viene alla mente l’atteggiamento parziale tenuto dai prefetti di fronte allo squadrismo fascista; ma anche, poco prima, le descrizioni dei fanti-contadini dopo Caporetto: non può sfuggire l’analogia con quelle dedicate a questi mondi: una massa bestiale, disumana, istintiva e brutale. Ma c’è anche, forse, un altro aspetto. Le forze di sinistra hanno interiorizzato (e forse mai superato completamente) un senso di inferiorità verso quelle liberali. In Romagna, anche dopo aver vinto le elezioni del 1889 e per molto tempo, nelle corrispondenze con prefetti e sotto-prefetti esse, quasi a nascondere il timore di non essere prese sul serio, sottolineano continuamente la legittimità del loro essere al governo dei municipi conquistati. Infine, permane la sensazione che l’isterica sensazione di essere continuamente accerchiati e minacciati da forze “senza confini precisi e [da] figure [non] ben determinate” (p. 54) ma ramificate e potenti, attribuendo “alle bande di delinquenti in circolazione una capacità organizzativa tale da rendere in sostanza spiegabile l’eversione politica” (p. 231) continuamente riversata sull’opinione pubblica sia stato anche un modo – tutto sommato comodo – per non affrontare e aggirare la “questione sociale” che in quei decenni stava emergendo. Certo, il diritto di voto si andava estendendo (in verità in modo limitatissimo), ma le dure forme preventive come il domicilio coatto e quelle repressive come il carcere – luogo spesso e da più parti indicato quale incubatore della camorra e della mafia – erano strumenti di controllo, repressione ed esclusione anche politica ad un tempo. Non si dovrebbe dimenticare che osservatori stranieri, già negli anni Quaranta dell’800, erano colpiti dalla distanza abissale che separava i governati dai governanti e che anche con l’avvento della Sinistra storica al governo l’atteggiamento delle classi dirigenti si modifica di poco. Come ha osservato Renato Zangheri, “il trasformismo non fu un’arte del non far niente, assorbendo le opposizioni […] ma un modo di fare, di dare avvio allo sviluppo, escludendo nei limiti del possibile la presenza delle masse popolari dalla scena politica” (Storia del socialismo italiano (vol. 1) p, 89).

Conclusioni

La mala setta di Francesco Benigno è un grande libro di storia. In primo luogo perché si basa su un formidabile scavo archivistico e su una miriade di fonti primarie. È un aspetto importante che ribadisce l’importanza della ricerca d’archivio e quanto vi sia ancora da scoprire e indagare. In secondo luogo perché il libro ci offre uno sguardo innovativo su un intero filone di studi e apre molti sentieri di ricerca. Infine perché la scrittura di Benigno ha un grande ritmo narrativo: intriga il lettore, lo appassiona. La mala setta è un libro avvicente

Buona lettura.

lo storico della domenica
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