Le pubblicazioni storiche della Banca d’Italia

Mi sono accorto di non aver ancora recensito un libro di storia economica, fatto piuttosto strano visto che l’argomento rientra tra i miei interessi. Cercherò di rimediare al più presto. Intanto, il sito della Banca d’Italia è ricchissimo di pubblicazioni e materiale utilissimi agli storici. Le pubblicazioni di carattere storico si suddividono in tre ambiti:

  1. Quaderni di storia economica
  2. Collana storica della Banca d’Italia
  3. Altre pubblicazioni storiche

Scopo dei Quaderni di storia economica è di “promuovere la circolazione, in versione provvisoria, di studi storici sui temi della crescita, della finanza, della moneta, delle istituzioni, prodotti da economisti interni o esterni alla Banca d’Italia, al fine di suscitare commenti e suggerimenti”. On line sono consultabili e scaricabili i volumi per gli anni dal 2001 al 2021 e per alcune annate le pubblicazioni sono molteplici. Mi limito ad indicare alcuni titoli disponibili: “L’economia italiana vista dall’estero lungo 150 anni“; “Il benessere degli italiani: un approccio comparato“; “L’Italia e la prima globalizzazione, 1861-1940“; “Innovazione e tecnologia straniera in Italia“; “Il commercio degli schiavi in Africa: quali gli effetti di lungo periodo“.

La Collana storica della Banca d’Italia, che intende “mettere a disposizione degli studiosi documenti, statistiche e contributi di analisi, strumenti atti a stimolare e favorire ricerche e studi”, è la più conosciuta: è stata pubblicata in un primo tempo da Laterza e poi da Marsilio. Sul sito si possono consultare e scaricare le opere pubblicate dal 1989 al 2017. Vi si trovano molte delle firme più prestigiose della storiografia italiana: Castronovo, De Cecco, Toniolo, Vera Zamagni e molti altri.

La serie “Altre pubblicazioni storiche“, al momento propone una sola pubblicazione. La Banca d’Italia ci regala moltissimo materiale di grande utilità e interesse. Buona consultazione: Le pubblicazioni storiche della Banca d’Italia.

Recensione. Giorgio Caravale: Libri pericolosi

Può sembrare sorprendente che nei secoli che vanno dall’invenzione della stampa fino alla messa a punto del diritto d’autore, anche intellettuali più illuminati ritenevano giusto sorvegliare la circolazione dei libri. L’invenzione della stampa moltiplicò la proliferazione di libri pericolosi per la stabilità della società e per i detentori del potere.

I libri sono troppi?

Forme di controllo, di limitazione del sapere e di censura non erano nuove; venivano già messe in atto nel corso del Medio Evo. I dati nuovi, legati all’invenzione della stampa, sul quale la Chiesa si sentì in dovere di intervenire erano la moltiplicazione potenzialmente infinita dei libri e la volgarizzazione del sapere: c’era il rischio che persone ignoranti si ritrovassero per le mani libri che non erano in grado di comprendere correttamente (pp. 34). Era un’opinione condivisa dai dotti e dalle élites del tempo: “erano convinte […] che l’abisso che separava i saggi dal volgo fosse un dato di fatto incontrovertibile della natura umana” (p. 35). La diffusione della stampa poteva intaccare il sistema di potere politico, culturale e religioso. La Chiesa poggiava una parte considerevole del suo potere nel suo interporsi tra Dio e l’uomo; ora quest’opera di mediazione tra l’Altissimo e i fedeli veniva messa in discussione e potenzialmente incrinata dal moltiplicarsi di libri spirituali o a tema teologico dal contenuto poco o per nulla ortodosso. Allo stesso modo, la pubblicazione di segreti di stato poteva provocare malumori, sommosse o compromettere relazioni diplomatiche. In breve: controllare e limitare la circolazione dei libri aveva un fine preciso: “preservare la pace sociale, l’ortodossia religiosa, la moralità pubblica e l’ordine politico” (p. 38).

Su queste basi si cementò un’alleanza tra Roma e il potere politico a livello locale: la Chiesa “ottenne il pieno appoggio del potere civile alla repressione dell’eresia e controllo della circolazione libraria; la nobiltà e il patriziato urbano deli Stati italiani ricevettero in cambio una sorta di immunità rispetto all’invadenza della censura ecclesiastica, una garanzia di difesa” e il mantenimento dei loro privilegi (p. 63). Ricchi, con conoscenze e relazioni con personaggi influenti non avevano difficoltà a procurarsi libri proibiti, spesso proprio grazie all’intervento e alla protezione di alti prelati (cap. XXV).

Ci volle tempo prima che la macchina organizzativa della Chiesa iniziasse a funzionare a pieno regime: trovare il personale idoneo non era semplice; tra vescovi e inquisitori sorsero conflitti di competenza (anche se poi, col tempo, furono i secondi a prevalere sui primi). L’Indice dei libri proibiti fu ben più di uno spauracchio, ma i suoi numerosi aggiornamenti ne dimostravano l’inadeguatezza. Il latino era una lingua universale, ma padroneggiata da un numero limitatissimo di dotti. D’altra parte non si poteva pensare che stampatori e librai imparassero a memoria migliaia di titoli proibiti. Inoltre non solo la loro resistenza fu notevole e non di rado efficace (come a Venezia, per esempio. Su questo si veda: Mario Infelise, I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna). Roma doveva anche fare i conti con un contrabbando diffuso, spesso ben organizzato e perfino con traffici che partivano da città d’oltralpe.

Claude Vignon, Sant’Ambrogio (1623 o 1625), Minneapolis Institute of Art

“L’indice dei libri proibiti rimase un unicum” nell’Europa moderna che condizionò “fortemente il carattere della censura libraria nella penisola italiana” (p. 50).

Contro l’eresia

Ancor prima di Lutero e della Riforma fu Erasmo da Rotterdam ad attirarsi gli strali del potere ecclesiastico. Il suo anticlericalismo era stato l’anticamera dell’eresia luterana. “La condanna delle opere di Erasmo fu solo il segnale di un’offensiva censoria a tutto campo contro ogni forma di malcontento nei confronti del potere romano” (p. 77): Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini e moltissimi altri finirono nel mirino dei censori romani, ossessionati dalla ricerca del “veleno” anticlericale che l’invenzione della stampa stava spargendo a piene mani in tutte le classi sociali. La violenza di questa offensiva costrinse l’anticlericalismo a rifugiarsi nel sottobosco dell’illegalità, ma ebbe anche l’effetto di rafforzarlo e di diffondere un’opinione negativa su Roma.

La battaglia contro l’anticlericalismo non necessitava di particolari accorgimenti. A cambiare le cose, a creare una macchina censoria strutturata, articolata ed efficiente fu la Riforma luterana. Le opere di Lutero si diffusero con straordinaria rapidità e inizialmente attrassero i ceti più elevati. Poi però dilagarono tra tutte le classi sociali, ceti popolari e più umili compresi.

Fu questo aspetto ad annullare il confine tra potere temporale e potere spirituale. Col tempo l’aggettivo “luterano” assunse significati sempre meno definiti e più ampi finendo per riguardare tutti coloro che criticavano in qualche modo il potere di Roma: Machiavelli finì ben presto sotto il fuoco di una valanga di critiche con accuse di ateismo e di disprezzo per la dottrina cattolica (pp. 107-111).

Evert Collier, Vanitas. Natura morta con libri e manoscritti e un teschio, 1663, Museo Nazionale di Arte Occidentale, Tokyo

L’attacco alle opere di Machiavelli era dovuto essenzialmente allo scontro tra potere temporale e potere spirituale. Secondo Roma Machiavelli propagandava la sottomissione della sfera religiosa a quella politica; Roma invece “intendeva restituire alla religione la primazia che le era stata sottratta riformulando a proprio favore il rapporto tra politica e religione” (p. 111).

Un’azione di questa portata non poteva non investire pressoché tutti gli ambiti del potere: filosofia e scienza dovevano sottostare alla religione. In realtà – e Caravale lo dimostra a più riprese – la pervasività dell’occhiuta sorveglianza ecclesiastica sul sapere non riuscì mai ad essere completa e assoluta. Soprattutto per quanto riguardava la cerchia ristretta dei dotti e degli intellettuali vi fu sempre qualche margine di azione e di tolleranza.

Nondimeno, nonostante le falle, il sistema di controllo messo a punto fu articolato ed efficace per lungo tempo. Il rogo dei libri in odore di eresia fu solo uno degli strumenti messi in campo – certo il più eclatante ma in fondo piuttosto raro e nemmeno il più efficace. In realtà la censura ebbe molti volti: correzione o soppressione di frasi o paragrafi compromettenti, riscrittura di passaggi o di alcune parti. C’erano libri dal contenuto condivisibile o accettabile che però avevano incluso espressioni o frasi discutibili o giudicate errate o pericolose: una volta “spurgato”, emendato, ripulito, il libro poteva circolare tranquillamente. L'”espurgazione” di un testo era un intervento che non stravolgeva l’impalcatura generale dell’opera; molto più invasiva era invece la riscrittura di alcune sue parti. Si trattava di interventi tesi a depotenziare o spegnere definitivamente la carica eversiva di opere, specialmente se rivolte a un pubblico incolto e non di rado ne snaturavano completamente il senso e il messaggio dell’autore.

Mannen lezen in een bibliotheek, anonymous, Hans Weiditz (II), 1514 – 1532, Rijskmuseum
Spegnere l’intelligenza

Occorre soffermarsi su questi aspetti. In secoli in cui il diritto d’autore non esisteva, una volta pubblicato il libro l’autore non aveva più il controllo dell’opera. Spesso stampatori ed editori intervenivano sul libro a loro piacimento aggiungendo, togliendo, correggendo. Per questa ragione i manoscritti continuarono a circolare abbondantemente: era molto più facile mantenere l’originalità e l’attendibilità del testo per non dire della maggiore facilità con la quale potevano essere occultati (capitolo XVIII).

Ma al di là di questo, censurare significava indurre l’autore a sottomettersi a canoni e regole. Spesso i libri furono oggetto di “trattative” tra autori e censori. Correggere, sostituire, stemperare consentiva ad autori ed editori di continuare a lavorare, ma significava anche rendere mortificare l’intelligenza degli autori. “Dissimulare” idee e concetti nel corso di un testo sotto una coltre di citazioni, di sottili riferimenti eruditi, fingendo di dire cose dal significato opposto divenne uno stratagemma adottato da molti. Solo con l’illuminismo l’arte della dissimulazione venne criticata e abbandonata. Ma questo significò in primo luogo arginare non solo la diffusione ma anche la comprensione dei libri escludendo tutti coloro che non erano in grado di afferrare il significato profondo e complesso del libro. In secondo luogo le varie forme di censura rallentarono la diffusione del sapere: il confronto tra censori e autori poteva protrarsi per anni. Infine, soprattutto, la sola presenza dell’Inquisizione e degli organi di censura indusse molti autori ad autocensurarsi per timore o per prevenire l’intervento dei censori. Torquato Tasso, spirito particolarmente tormentato, chiese lui stesso che le sue opere venissero controllate: ne derivò una trattativa lunghissima che ritardò e influì in modo significativo il suo lavoro; altri autori, come Cartesio, tennero le loro opere nel cassetto rifiutando di pubblicarle e furono stampate molto più tardi; altri ancora, come Muratori, constatando che “non si può dire la verità, non si può dire” (p. 276) finirono per essere disgustati da questi continui patteggiamenti e si dedicarono ad altro. (capp. XVI-XVII).

Still Life with Books in a Niche, Barthélémy d’Eyck, 1442 – 1445, Rjiskmuseum

Le varie forme di censura, per quanto raffinate e invasive non riuscirono mai a bloccare completamente la circolazione del sapere e dei libri. In età moderna cultura scritta e cultura orale erano intrecciate: fiere, mercati, feste e botteghe artigiane erano luoghi e occasioni per letture pubbliche di opuscoli brevissimi, favole, canzoni, poesie, “orationi” e altri scritti venivano letti, cantati, decantati in pubblico. Si deve tenere a mente la dimensione sociale e popolare della condivisione poteva essere molto vasta e difficile da tenere sotto controllo e che non conveniva nemmeno reprimere completamente: risultati soddisfacenti si sarebbero ottenuti contrastando le “operette da strada” e sostituirle con opere edificanti e morigerate (cap. X).

Resta però il fatto che i detentori del potere (tanto quello spirituale che quello politico) tentarono di operare una sorta di taglio nella società escludendo e tenendo ai margini le classi popolari. Una volta arginata l’eresia proveniente d’oltralpe l’attenzione dei censori si rivolse all’interno della penisola e ad essere sorvegliati furono non solo i sospettati di eresia, ma anche i cattolici e la loro ortodossia.

Tommaso Campanella fu perseguitato anche perché sostenne che la conoscenza innescava la mobilità e la promozione sociale in una società che si voleva mantenere statica il più possibile (p. 145). Il ritenere che le persone semplici leggessero, ragionassero e discutessero testi “al di sopra della loro intelligenza” fu un’ossessione perseguita con tenacia tanto da Roma che dai governi. Ufficialmente si trattava di tutelare le persone ignoranti da suggestioni pericolose: la lettura di romanzi poteva indurre perfino alla follia (p. 155); in realtà l’obiettivo di fondo era il mantenimento della stabilità sociale e della distinzione di classe.

Still Life with Books, Jan Lievens, c. 1627 – c. 1628, Rijskmuseum
Conclusioni

Ora, escludere gran parte della popolazione dalla possibilità e dalla libertà di leggere da una parte e limitare l’intelligenza, l’iniziativa e l’impegno di molti intelletti critici dall’altro fu una combinazione devastante sul lungo periodo. Alla fine, dopo secoli, a Settecento inoltrato, gli argini caddero: libri ufficialmente proibiti erano facilmente reperibili più o meno ovunque. Ma non è non è possibile non interrogarsi sugli effetti a lungo termine di questo fenomeno, tanto più che la censura operò non solo sui testi scritti ma anche nella produzione artistica (capitolo XI, ma su questo resta insuperato Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Certo, l’A. ha ragione nel sostenere che a causa del nesso stampa-eresia Roma si accorse tardi delle potenzialità del libro (cap. XXIV, pp. 266 ssg.), ma è altrettanto vero che gli influssi della censura hanno avuto una durata ben più prolungata.

Ancora a Ottocento ben inoltrato un ecclesiastico come Morichini si dimostrava un fiero avversario di una eventuale acculturazione delle classi popolari e metteva in guardia le classi dirigenti dal guardarsi dal promuoverla. Alla metà degli anni Ottanta dell’Ottocento in molte regioni l’analfabetismo superava abbondantemente l’80% della popolazione. Inevitabilmente questo fenomeno ha fatto coincidere il sapere con il potere. Coloro che avevano nelle mani la direzione di Comuni, enti ospedalieri o altro apparteneva anche, per ceto e istruzione, a coloro che detenevano il potere economico. (Non è un caso se uno storico del calibro di Adriano Prosperi, ben addentro alle tematiche di Libri pericolosi, abbia pubblicato uno studio sui contadini: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).

La cultura è rimasta a lungo – ed è ancora – un fenomeno elitario: il meccanismo che sorregge ancora oggi il mondo accademico, accademie e molti centri di ricerca è la cooptazione, che non sempre avviene per meriti intellettuali. Del pari non pochi intellettuali e formatori dell’opinione pubblica non trovano nulla di strano nell'”adagiarsi” alle direttive provenienti dall’alto: è un fenomeno evidente nel mondo dei giornali (su questo si veda Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano). Scontiamo, appunto, gli effetti di una Controriforma senza Riforma e della storia di un paese che non avendo avuto rivoluzioni come quella francese o inglese ha reso difficile e tortuoso il percorso a una piena cittadinanza.

Giorgio Caravale ha lavorato a Libri pericolosi per un decennio. Ne è uscita un’opera ricchissima di percorsi e di intrecci, che non solo si imporrà come testo fondamentale per gli storici, ma incanta il lettore con uno stile narrativo piacevole e comprensibile anche al lettore comune.

Buona lettura.

Recensione. Cesare De Seta: L’Italia nello specchio del Grand Tour

“Lo scopo principale del Grand Tour era quello di scoprire e studiare le culture straniere, al fine di incorporarne alcuni aspetti nel proprio tessuto sociale”. Così è quanto si legge nel catalogo di una delle numerose mostre dedicate a quel genere di viaggio che dalla metà del Cinquecento alla Rivoluzione francese coinvolse i giovani di tutta Europa destinati a ricoprire cariche importanti nei rispettivi paesi. Il Grand Tour definiva un’esperienza di viaggio ritenuta da molti essenziale ai fini della formazione di un “perfetto gentiluomo” (l’espressione è di Thomas Nugent, The grand tour, or, A journey through the Netherlands, Germany, Italy and France citato a p. 157). .

Formare un gentiluomo è un’espressione che indica già risvolti precisi. L’Europa era piena di gente in viaggio di ogni ceto, professione e condizione sociale, ma il Grand Tour è un’esperienza riservata, ai rampolli dell’alta società – inizialmente inglese, poi anche di altri paesi – destinati ad entrare nella classe dirigente del proprio paese. Visitare Francia, Svizzera, Italia e, al ritorno, Germania e Olanda richiedeva tempo e denaro. Questo viaggio di formazione durava circa un paio d’anni e i giovani che lo compivano non viaggiavano mai soli: avevano un tutore e disponevano di almeno un servitore. Naturalmente, più alto era il lignaggio, maggiore era il personale al seguito (su questo si veda Antoni Maçzak Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna).

Carte de l’Europe di Bellin, Jacques Nicolas – 1764 – Biblioteca Nazionale Marciana – Venezia, Italy – No Copyright – Other Known Legal Restrictions.
https://www.europeana.eu/it/item/447/GEO0000598
I molti volti dell’Italia

“Non esiste sicuramente altro luogo al mondo in cui un uomo possa viaggiare con maggior piacere e beneficio dell’Italia… È la grande scuola della musica e della pittura, e in essa vi sono tutte le più nobili opere di scultura e di architettura, sia antiche che moderne…”. (Remarks on several parts of Italy, &c. in the years 1701, 1702, 1703).

Così presentava l’Italia Joseph Addison, poeta, giornalista di successo e futuro animatore dello “Spectator”, che viaggia in Italia tra il 1701-1703. Addison indica alcuni dei motivi per i quali l’Italia era una calamita irresistibile per viaggiatori, artisti, collezionisti e giovani desiderosi di acquisire gli ingredienti per diventare un uomo di mondo: l’arte, la storia, l’antichità. L’Italia è un museo a cielo aperto: da Venezia a Napoli (l’estremo sud e le isole verranno scoperte relativamente tardi) il visitatore non ha che l’imbarazzo della scelta; ovunque si rechi arte e cultura sono lì ad attenderlo, a farsi ammirare. “Addison viaggia attraverso i poeti” – è stato scritto e può essere vero. Viaggiare lungo un’Italia immaginaria, “costruita sulle citazioni, sui testi antichi, indagata attraverso le epigrafi”, i monumenti o le antiche rovine, è un modo adottato da molti dal Medio Evo a tutto il Settecento (p. 151).

Tutori e viaggiatori fissano in precedenza i propri itinerari utilizzando guide scritte da altri che li hanno preceduti. Alcune di queste – il Voyage d’Italie de Monsieur Misson : avec un mémoire contenant des avis utiles à ceux qui voudront faire le même voyage in quattro volumi, pubblicato nel 1691 o il Voyage en Italie di Lalande (1769), una vera e propria enciclopedia come si deduce dal titolo per esteso: Voyage en Italie, contenant l’histoire & les anecdotes les plus singulieres de l’Italie, & sa description. Les usages, le gouvernement, le commerce, la littérature, les arts, l’histoire naturelle, & les antiquités; avec des jugemens sur les ouvrages de peinture, sculpture & architecture, & les plans de toutes les grandes villes d’Italie – divennero opere di riferimento per tutti i viaggiatori successivi. In un certo senso quindi questi vedranno con gli occhi di chi li ha anticipati. A ragione De Seta rileva che “lo straniero [ha] la tendenza a identificare una qualsiasi parte d’Italia con i luoghi del mito classico” e che in molte descrizioni “l’Italia [diventa] una metafora” (p. 126).

Aquaduct van Nero te Rome – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
https://www.europeana.eu/en/item/90402/RP_P_OB_39_413

Allo stesso modo essi vedranno attraverso la cultura che li ha formati: il disinteresse – per non dire il disprezzo – verso il gotico e il Medio Evo di molti di loro tradisce questa impronta. Ad attrarre sono le mirabilia, le antichità e l’arte. Lo sono al punto che a poco a poco si instaura l’abitudine di avere al proprio seguito un cicerone, non solo una guida ma un vero specialista che sia capace di scegliere l’itinerario più interessante […] e che […] sia capace di muoversi in quel grande mercato dell’arte che è l’Italia del tempo” (p. 135). Non solo: nel corso del ‘600 “il viaggio in Italia non è più iniziativa privata” di un singolo, “ma diviene programma dello Stato e da esso economicamente sostenuto” (p. 181). Vale per l’Inghilterra, ma vale anche per la Francia. A testimoniarlo è la fondazione a Roma dell’Accademia di Francia nel 1666. “L’Italia è la fonte a cui bisogna attingere” e la presenza di artisti come Velasquez o Rubens o architetti del calibro di Philibert de l’Orme, Inigo Jones e di tantissimi altri lo testimoniano.

Più o meno consapevolmente i protagonisti del Grand Tour cominciano a tessere una tela di relazioni di carattere eminentemente culturale, scientifico, di ricerca e di dibattito, più o meno profonda e duratura che si spande per l’Europa con le loro opere, con le traduzioni, con l’ispirazione o l’imitazione degli stili, con gli epistolari e che ripercuote nella vita dei singoli stati.

Trevifontein te Rome – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
https://www.europeana.eu/en/item/90402/RP_P_1941_600

Gli stimoli che offre l’Italia sono davvero molti. L’arte, il pittoresco, i libri o i documenti che fanno gola a collezionisti e mercanti sono solo una parte di quanto il paese può offrire. Vi sono interi mondi da scoprire. George Berkeley fa proprio questo nel corso del suo secondo viaggio in Italia quando di discosterà dalle tappe classiche e consolidate del viaggio per avventurarsi nella scoperta e nell’esplorazione del sud Italia: gira per la Campania e la Puglia, scopre e resta affascinato dal tarantismo, affina e accresce i suoi interessi antropologici ed etnografici. La curiosità della sua mente aperta e la sua spregiudicatezza gli consentono di abbandonare letture e interpretazioni canonizzate per elaborarne di nuove e originali.

Berkeley indica una strada, un percorso, territori da scoprire o da reinterpretare. Dopo di lui il numero di coloro che si avventurano sotto Napoli aumenta. Raccogliere informazioni sulla popolazione delle città, sulla produzione agricola, sui commerci ecc. rientra tra i compiti affidati a tutori e giovani viaggiatori. Alcuni, come lo stesso Berkeley o Montesquieu hanno e approfondiscono questi interessi: ne prendono nota e li discutono e danno vita a descrizioni di zone agricole ben tenute, ricche, produttive. Descrizioni che si fondono o si scontrano con quelle di una natura incontaminata, selvaggia che fa da corollario a comunità appena sfiorate dalla civilisation, dalla modernità, ancora integre nelle loro regole comportamentali e comunitarie fissate da tempi immemorabili. Il paese reale e quello immaginario si fondono esagerando o distorcendo l’immagine dell’uno e dell’altro. C’è chi annota che “viaggiando attraverso questo paese, l’osservatore imparziale sarà colpito dal gusto degli italiani che è molto più raffinato di quello delle altre nazioni d’Europa: essi infatti curano con particolare attenzione l’aspetto esteriore di ogni cosa”. Giudizio che può anche essere condivisibile per alcune classi sociali, ma che dire, ad esempio, della campagna devastata dalla malaria che circonda Roma? Le campagne popolate da robusti campagnoli e floride contadine dicono molto più su quanto i viaggiatori si aspettavano di trovare e volessero vedere della realtà concreta ed effettiva delle campagne. Allo stesso modo i “lazzaroni” e gli scugnizzi napoletani sembrano far parte del panorama della città, come la mitezza del clima o una caratteristica qualsiasi, non la spia per indagare un pauperismo disperato.

Le città

Nel formarsi dell’immagine della “bella Italia” descritta dai viaggiatori, un ruolo fondamentale è giocato dalle città (sulle città vedi Attilio Brilli, Il grande racconto delle città italiane). Torino, Genova, Milano, Venezia, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli. Sono città diversissime tra loro. Roma naturalmente ha un ruolo centrale: Roma Caput Mundi, Roma faro del cattolicesimo, la Roma dell’antico e la Roma dei Papi e dei grandi mecenati le cui commesse attirano artisti da ogni dove: nel Seicento, a Roma, “gli stranieri sono altrettanto numerosi degli italiani” (p. 189, su Roma e Venezia vedi Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Montaigne se ne lamenta, non certo i commercianti, gli appassionati d’arte e i ritrattisti: la bottega di Batoni “divenne un centro mondano molto frequentato da aristocratici, gentiluomini, ‘virtuosi’ provenienti da ogni parte d’Europa, attratti – pare – anche dalla straordinaria bellezza di sua figlia” (p. 65) e non è l’unica. Per chi nutre interessi per l’archeologia Roma è un tesoro a cielo aperto già dentro le mura.

Festiviteiten op het Piazza della Signoria te Florence – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
https://www.europeana.eu/en/item/90402/RP_P_1950_349

Alcuni avvenimenti come il Carnevale possono accomunare città come Roma e Venezia e accanto a quelli leciti vi sono piaceri molto meno confessabili: le cortigiane veneziane, romane o napoletane sono attrazioni potenti per ragazzi giovani se non giovanissimi: Coryat ammette esplicitamente di averle frequentate, ma molti altri non hanno la sua onestà e sorvolano, ma è innegabile che ai doveri e piaceri intellettuali si accompagnano quelli della carne.

Una “comunità” si aggira per l’Italia

Il Grand Tour è un’esperienza che riguarda gruppi ristretti di privilegiati ricchi, di sicuro avvenire, colti, raffinati. Non di meno è un gruppo cospicuo, che si irrobustisce nel corso del tempo: anche olandesi, polacchi e russi entreranno nei circuiti del Grand Tour. Si forma una cultura cosmopolita, un sentimento universalistico che non tiene conto di confini, si oppone al localismo e al particolarismo delle nazioni. Ma se le radici della cultura, della religione e dell’arte affondano nel Mediterraneo allora l’Italia, che ne possiede più di ogni altro paese, diventa un’unità culturale ben prima di unificarsi come paese. Attirando visitatori da ogni dove e tramite loro spargendo reliquie, libri, stampe, arte e ispirazione il Gran Tour funge da paziente incubatrice per il sentimento nazionale che è ancora di là da venire. Ecco la ragione per la quale De Seta parla di “specchio”. C’è un’Italia, una “Bella Italia” che prende forma proprio da questa esperienza che è, insieme, esperienza europea: “L’effetto […] del Grand Tour non si risolve nell’esperienza personale di chi lo vive, ma diviene un fattore essenziale nell’espressione del gusto e della mentalità dei Paesi d’origine. C’è dunque un effetto che potremmo definire di andata che agisce sulla personalità di chi lo compie e un effetto di ritorno che si propaga a macchia d’olio grazie ai racconti del tourist, ai dipinti, ai libri, alle incisioni, alle monete, alla statuaria antica […] , ai gioielli, ai reperti archeologici e naturalistici […]” (pp. 300-304).

Si tratta di un dato che deve essere tenuto presente anche oggi. Al di là del nazionalismo, del localismo, delle guerre la cultura e il sapere continuano a circolare, a muoversi, a smuovere coscienze e a creare. Oggi abbiamo la possibilità di ampliare i percorsi di queste nervature alle classi sociali che nei secoli del Grand Tour ne erano escluse ed è un bene che sia così. Il mondo non migliorerà se lasciato solo.

Conclusioni

L’Italia nello specchio del Grand Tour è un ottimo libro che si legge con piacere, anche se in alcune parti richiede un poco di attenzione, ricco di riflessioni e spunti interessanti e sorretto da un’abbondante bibliografia per ulteriori approfondimenti.

Buona lettura.

lo storico della domenica
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