Recensione. Lucio Villari: Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento

Credo che nel presentare Bella e perduta di Villari siano necessarie due premesse. La prima: tra l’interpretazione della storia e il racconto della storia personalmente ho sempre preferito la prima: capire come e perché i fatti si legano tra loro mi sembra l’elemento essenziale del mestiere di storico. E tuttavia – lo sostengo spesso – la storiografia italiana si è dimostrata troppe volte poco divulgativa; ha lasciato questo compito a tutta una schiera di giornalisti e pubblicisti non molto pratici nel maneggio delle fonti, che non di rado hanno creato confusione più che portare chiarimenti.

Con Bella e perduta Villari rimedia a questi inconvenienti. Storico che non ha certo bisogno di presentazioni, ha scritto un libro che si legge con grande facilità, con una prosa fluida e accattivante che cattura l’attenzione del lettore. Nel far questo, oltre alla leggerezza della sua penna, Villari ha pescato in un gran numero di fonti a volte ritenute secondarie: opere d’arte, carteggi, musica, opere letterarie famose e meno famose, ricordi personali dei protagonisti, teatro ecc. Il che dimostra, tra l’altro, l’attenzione dell’Autore alle ultime tendenze della storiografia (si pensi ai lavori di Banti o all’Annale della Storia d’Italia Einaudi, curato dallo stesso Banti e Ginsborg).

Siamo quindi di fronte ad un lavoro di sintesi ma che si rivolge al grande pubblico. È un bene che storici del calibro di Villari indirizzino su questo versante i propri lavori: nel nostro Paese c’è un enorme vuoto di conoscenza storica da riempire.

La seconda premessa: gli storici interrogano il passato avendo in mente i problemi del presente – lo si sa. Il Risorgimento che ci presenta Villari in Bella e perduta è un Risorgimento fatto dai giovani: giovani, a volte giovanissimi sono i protagonisti delle vicende, conosciuti e meno noti. Quasi a mettere sotto agli occhi delle giovani generazioni il confronto tra un’Italia di allora frammentata in sette stati e quella di oggi che presenta alcune crepe preoccupanti; là, nel Risorgimento, un percorso tutto da inventare, qui, ora, una rigenerazione tutta da fare. Un invito insomma.

Giovani con le loro speranze, illusioni e disillusioni come quelle di un giovanissimo Foscolo verso al poco più anziano, ma già scaltro e determinatissimo Napoleone, visto dal poeta come un liberatore e poi rivelatosi l’opposto.

La calata di Napoleone in Italia nel 1796 apre il teatro della narrazione. Villari dipinge il quindicennio napoleonico in un chiaro-scuro dove gli sprazzi di luce sono comunque più forti delle opacità. Basterebbe l’aver risvegliato un movimento nazionale in un Paese che da secoli ne era privo (p. 14) a rendere positivo il bilancio della dominazione napoleonica.

Meriti che invece si spinsero al di là con tutta una serie di riforme, più o meno incisive, più o meno durature a seconda dei luoghi, ma che, come capì subito il Cardinal Consalvi, rendevano impossibile una Restaurazione reale. Ma anche equivoci. Ad esempio Villari mette in chiaro che “l’identificazione tra ricchi e giacobini rendeva inattendibile e artificiosa la propaganda sul contrasto tra l’antico regime e il popolo. Un equivoco che costerà caro al movimento democratico italiano” (p. 19-20), che per decenni si illuderà di avere un credito e un riscontro nelle classi popolari che invece era tutto da costruire o, quanto meno, da custodire e alimentare. Lo dimostrarono con grande (e drammatica) chiarezza i fallimentari moti del 1820-21 e 1830-31, moti organizzati da gruppi ristretti e quindi chiusi, dai quali – a dispetto delle illusioni – la gran parte degli strati inferiori della popolazione rimase estranea e ne bloccarono quindi le possibilità di diffondersi.

Le lancette della storia erano destinate a non tornare indietro non solo per gli effetti della Rivoluzione francese, ma anche di quella industriale, che dalla fredda Inghilterra non avrebbe tardato a scendere sul continente.

È in questa grande cornice, alla quale Villari riallaccia le vicende italiane, che si cala la storia che dà corpo al libro. Contesto generale che non è solo rimando obbligato in una ricostruzione generale, ma che è invece contestualizzazione obbligata in quanto è da quelle due grandi eruzioni rivoluzionarie che si formeranno i due grandi “partiti” che saranno protagonisti del Risorgimento: democratici, radicali, repubblicani e primi socialisti avranno, chi più, chi meno (e non senza qualche sguardo critico) gli occhi puntati sulla Francia; liberisti e liberali moderati guarderanno con ammirazione alla Gran Bretagna.

Percorsi difficili, come testimonia il faticoso evolversi delle “sette” e dei movimenti carbonari, le cui tappe sono scandite da dolorose sconfitte e speranze mal riposte (nell’aiuto francese prima nei moti del 1830-31 – p. 99 – e poi con la Repubblica Romana, o nel “Papa liberale” Pio IX nel 1847-48).

Percorsi difficili dovuti anche alla ristrettezza dei ceti sociali che hanno in mano le redini dell’azione politica: tutti o quasi tutti, democratici o moderati che fossero, appartenenti all’alta borghesia se non alla nobiltà, con una profonda diffidenza verso gli strati più umili della popolazione e di una sostanziale repulsione verso i contadini che pure, se non altro per un fattore numerico, avrebbero dovuto essere coinvolti in modo massiccio nell’agire politico.

Di qui l’importanza schiettamente politica della letteratura, delle arti e della musica, nelle quali Villari pesca a piene mani portandole in primo piano. Lungo tutta la narrazione Villari non manca mai di rimarcare la giovane età dei protagonisti, ma anche la partecipazione popolare agli avvenimenti, riprendendo le narrazioni di Cattaneo delle cinque giornate di Milano, stralci di diari, la difesa di Roma dalle truppe francesi sul finire della Repubblica romana ecc, ma, da storico di vaglia qual è, a un certo punto avverte le possibili obiezioni del lettore e sente l’esigenza di spiegare il suo punto di vista. Lo fa fin da subito ponendo questa contraddizione come elemento di fondo (p. 63), la rende elemento problematico nel segnalare l’assurdo connubio tra progresso tecnologico all’avanguardia e disastrose condizioni igieniche nel presentare l’apertura della prima tratta ferroviaria nel retrivo Regno delle due Sicilie, la spiega infine sostenendo che insistere troppo sulla distanza tra borghesi e contadini e tra città e campagna – che pure riconosce come limite importante del Risorgimento – significa perdere di vista il fatto che, come dimostra il 1848, il Risorgimento fu essenzialmente un processo che interessò gli intellettuali (pp. 179 ss.gg) e che “il Risorgimento fu soprattutto un’opera politica, una macchina di idee, di parole” (p. 184). Si può convenire con questa spiegazione; si può anche sostenere che la fiducia riposta nel progresso scientifico, tecnologico e produttivo (p. 112 e si vedano le parole di Cavour a p. 135) e nei suoi effetti liberatori (sui quali però un Leopardi diffidava, pp. 226-27); ma alcuni studi di Franco Della Peruta hanno dimostrato l’attenzione di molti intellettuali – molti “minori” ma non tutti – verso la nascente “questione sociale”.

Ristrettezza di soggetti, dunque, costretti a muoversi in margini ristretti che rese più fragile il fronte democratico. Fenomeno che Villari illustra bene seguendo  il dissidio Mazzini/Cattaneo (p. 164) e che indebolendo il fronte democratico ha incubato una serie di problemi che puntualmente si sarebbero presentati dopo l’unificazione.

Così, ad esempio, in Piemonte le contingenze portano all’operare comune tra il moderato Cavour e il democratico Rattazzi, un “connubio” che porta in sé il frutto avvelenato del trasformismo (p. 243). Ma anche quella che nei decenni successivi all’unificazione sarebbe stata chiamata “questione sociale” era la risultante di problemi per troppo tempo accantonati e non affrontati.

Questione sociale già matura altrove e altrove affrontata in maniera diversa: in Francia con l’avvento di Napoleone III, uomo quanto mai mediocre ma ben deciso a tutelare gli interessi della borghesia; con tutta una serie di riforme graduali nella ben più solida e meno turbolenta Gran Bretagna, come Cavour non mancava di far notare (p. 228).

In Italia, invece, si faceva sentire tutto il peso della storia con la sua frammentazione delle “cento città”, luogo naturale di azione delle élites che potevano dedicarsi alle vicende politiche, ma distante e guardingo dal mondo delle campagne, immerse in un “letargo politico e civile” e lì lasciate dalle città e dalla borghesia (Villari fa riferimento al Cattaneo che guarda alla storia d’Italia come storia di città e ai limiti della propaganda mazziniana che vedeva nelle campagne un confine invalicabile). Ecco che allora, pochi decenni più avanti, le campagne avrebbero rappresentato un problema di non poco conto. Di più: Villari considera le campagne vero e proprio “tallone d’Achille quando si giungerà all’unificazione nazionale” dato che il mondo delle città e quello delle campagne, storicamente e tradizionalmente divisi, sarebbero diventati assolutamente paritetici (p. 187).

Nei decenni successivi all’unificazione le campagne divennero il teatro d’azione delle forze socialiste, ma anche la Sinistra – e Villari lo fa capire molto bene – ha lasciato “tare” profonde nella storia successiva del Paese: lo dimostrano i persistenti tentativi insurrezionali, tutti inevitabilmente destinati al fallimento, di sollevazioni popolari come quella di Pisacane o gli arzigogolati tentativi mazziniani.

Da un libro molto più ricco di quanto appaia qui, abbiamo estrapolato alcune delle nostre debolezze: la ristrettezza della classe dirigente, la distanza tra città e campagna (Villari riporta alcuni esempi della corrosiva ironia di Marx verso i limiti della propaganda mazziniana che escludeva le campagne) destinata ad avere un ruolo decisivo nella storia italiana (“il fango che sale” avrebbero detto i cittadini preoccupati del proselitismo socialista nei primi decenni del secolo, con le conseguenze che sappiamo), il trasformismo. Al lettore non possono sfuggire, se non altro per la frequenza con cui li si incontra, giudizi molto netti indirizzati allo Stato Pontificio e alla Chiesa. Non si tratta di anticlericalismo dell’Autore quanto, piuttosto, una segnalazione indiretta su un fattore quanto mai vincolante della nostra storia.

Ma ho fatto un’operazione ingiusta. Bella e perduta è una difesa del Risorgimento. Le sue energie si sono fatte sentire fin dentro al Novecento. È un elogio a quei giovani che si gettarono nella lotta per il loro Paese ed è, infine, uno dei libri migliori per chi volesse cominciare a studiare il Risorgimento.

Ho recensito recentemente Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento contadini di Adriano Prosperi. Ecco, Bella e perduta potrebbe essere lo sfondo ideale, il quadro generale per cogliere appieno la lettura del volgo disperso.

Recensione. Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento

 

Per lungo tempo le città italiane sono state meta dei rampolli delle ricche famiglie di tutta Europa. Il “Gran Tour”, un viaggio per certi aspetti iniziatico alla vita adulta e per altri una forma di turismo culturale di ristrette élites non poteva trascurare un soggiorno nelle grandi città italiane. Del resto, le meraviglie del Rinascimento, il clima benevolo e il paesaggio erano un richiamo troppo allettante per non richiamare attenzione e curiosità.

Nelle loro peregrinazioni lungo la penisola studenti e viaggiatori si imbatterono anche nel mondo delle campagne. Le immagini che restituirono di quel mondo sono immagini oleografiche: paesaggi maestosi o dalla bellezza aspra e selvaggia, di quiete e pace, di lente tradizioni e di tranquilla serenità. In quelle descrizioni i contadini non compaiono, o se appaiono la loro immagine è trasfigurata, filtrata dalla sensibilità (e dai pregiudizi) di chi li ritrae: contadini robusti, dalla pelle abbronzata dal sole e dallo sguardo fiero; le loro donne prosperose, dritte, di una eleganza spartana.

Quel mondo non era così. A togliere il velo di accomodante ipocrisia su quel mondo infernale erano stati i medici, soprattutto i medici condotti. Il primo a guardare con uno sguardo rinnovato al mondo contadino era stato Ramazzini. Lo faceva abbandonando l’ottica dei proprietari, che riempie le pagine dei primi trattati di agronomia, per adottare quello dei contadini (e del medico partecipe delle loro sofferenze e dei loro malanni). Malanni dovuti alla durezza del lavoro, alle loro abitazioni insalubri, alle loro abitudini obbligate (lo starsene rinchiusi nelle stalle, assieme a bestie e letame, nelle lunghe serate invernali per cercare un po’ di caldo) e ad una alimentazione sempre insufficiente.

 “La medicina del lavoro concepita da Bernardino Ramazzini imponeva un radicale ripensamento della funzione del medico. Il quale scopriva cosí la necessità di individuare cure adeguate alla realtà del contesto dove operava il lavoratore, invece di affidarsi alle forme tradizionali di ricorso alla medicina. La medicina nuova scoperta dal medico modenese [...] teneva conto della condizione sociale e del mestiere del malato” (p. 17).

Aria infetta, acqua fetida, miseria: tre termini su cui lo sguardo del medico si fissa” (p. 12) e che diventeranno i componenti della triade igienista dei medici per avventurarsi in quel mondo sconosciuto. Contatto tutt’altro che semplice dato che i contadini diffidavano di loro: diffidenza che è indice di una delle tante fratture storiche del nostro Paese che per lunghissimo tempo ha visto le campagne divise dalle città, i cittadini guardare con disprezzo e repulsione i contadini e questi ultimi ricambiare con sorda e muta (ma per lunghissimo tempo impotente) ostilità lo schifato approccio dei primi.

È il perpetuarsi di una storia lunghissima: nelle cinque giornate di Milano i contadini erano intervenuti in massa, ma la borghesia cittadina, intimorita e spaventata dai possibili esiti repubblicani della rivolta, rifiutò il loro appoggio e li ricacciò nell’isolamento delle campagne (pp. 95-96). Più condiscendente, ma in concreto distante fu lo sguardo del prolifico, brillante, ma tutto sommato superficiale Paolo Mantegazza che guardava la vita tribolata dei contadini dalla finestra della sua bella casa di Milano (p. 174).

Fu l’avvento della statistica, come strumento scientifico – uno dei tanti prodotti della Rivoluzione francese – a consentire ai medici di studiare il mondo delle campagne. Nel discutere le numerosissime inchieste e topografie medico-sanitarie, Prosperi prende le mosse da quelle di Melchiorre Gioia e del Regno di Napoli. Gioia “vedeva nella conoscenza approfondita della maggior quantità possibile degli aspetti della società lo strumento per correggerne le storture e provvedere ai bisogni; [un’]idea […] figlia di una matrice illuministica e rivoluzionaria” (p. 30). Già nell’età napoleonica questa concezione appariva troppo radicale ma fissò comunque altri parametri cardine destinati a guidare le opere successive: la sporcizia (il “succidume”) che impregnava tuguri, vestiti e biancheria e la mancanza di acqua potabile, l’analfabetismo e la superstizione dei contadini.

Nell’Italia preunitaria c’è un altro protagonista che opera nelle campagne. Il medico condotto vi entra a fatica: le condotte non ricoprono tutti i comuni, in molte zone il medico non c’è: per partorire le donne si affidano all’esperienza empirica e ancestrale delle mammane. È il parroco che si prende cura dei bisogni dei contadini. Li conosce benissimo: di loro sa tutto, vuoi perché non di rado ne condivide la provenienza sociale, sia perché abita in mezzo a loro, e infine perché li ascolta in confessione. Anche se non sempre lo rispetta, il compito del parroco è quello di abituare i contadini alla obbedienza e alla sopportazione di una vita di privazioni. Egli è di fatto l’alleato del possidente che incatena i contadini alla loro miseria (anche se Prosperi, storico finissimo, non manca di rilevare significative anche se “minoritarie” eccezioni, pp. 98 e ssgg.).

Per un certo lasso di tempo medici e parroci sono alleati. Al parroco, fin dai tempi della Controriforma, è vietato prendersi cura fisicamente dei corpi – detto più prosaicamente, di curarli (p. 123). Per questa mansione ci sono i medici, i quali hanno però bisogno dei parroci per conoscerli e conquistarne la confidenza. Le cose cambiarono con l’unificazione del Paese. La classe dirigente, moderata ma laica e liberale, ridimensionò almeno in parte il ruolo dei parroci. Certo, le campagne rimasero a lungo il loro regno, e gran parte dei proprietari, anche se di sentimenti anticlericali, si guardò bene dal mettere in crisi l’alleanza coi parroci (p. 125). Tuttavia l’assetto del nuovo Stato incentrato sul fittissimo reticolo di Comuni e Province fece acquisire al ruolo dei medici maggiore importanza.

Ciò avvenne in primo luogo perché la nuova classe dirigente aveva bisogno di “conoscere” il Paese: dopo il periodo napoleonico, con l’unificazione la statistica conobbe una nuova giovinezza (p. 126 ssgg). La convinzione che la statistica fosse uno strumento indispensabile continuò naturalmente anche dopo la caduta di Bonaparte: “Nasceva da una grande fiducia nel progresso come inevitabile conseguenza della scienza applicata al governo delle masse umane” commenta Prosperi (p. 81). Ma con l’unificazione emerse in tutta la sua gravità il problema sanitario del nuovo Stato, e occorreva affrontarlo: in primo luogo quello della spaventosa mortalità infantile, ma anche quello dei cimiteri e della salubrità delle città, colpite ripetutamente da epidemie (colera, tifo ecc.). Un compito immane che i governi scaricarono sui Comuni con prevedibili risultati insoddisfacenti (p. 119).

Ma anche ai medici condotti vennero richieste una serie di mansioni spropositate: redarre statistiche, fornire dai ai ministeri, diffondere e spiegare “precetti igienici” non solo a contadini ma anche agli operai, convincerli a cambiare vitto, igiene personale e abitudini… un compito immane impartito sapendo bene che era impossibile da realizzare (pp. 194-95). Senza dire poi che quello del medico condotto era un mestiere faticoso e mal pagato: gli spostamenti per strade spesso in pessime condizioni e in condotte molto estese erano impegnative. Occorreva una fede da missionari per svolgerlo con la dovuta acribia; la convinzioni di svolgere un mestiere che faceva avanzare il progresso e con esso la soluzione dei problemi, anche se ancora lontana nel tempo. Molte delle topografie medico-sanitarie studiate da Prosperi lo dimostrano. Raccogliere dati, informazioni, denunciare la persistenza di superstizioni era un compito necessario per compilare una futura “carta igienica” della nazione: una mappatura delle condizioni igieniche del Paese. Sono Topografie importanti perché svelarono ipocrisie profonde e radicate. Ercole Ferrario denunciò il fatto che dopo l’unificazione le condizioni di lavoro, di salute e di vita dei contadini stavano peggiorando (p. 136) e si sarebbero aggravate sotto i colpi della grande crisi agraria che coinvolse l’Europa dalla metà degli anni Settanta: nella Valle Padana i patti agrari si inasprirono e i proprietari sostituirono il vecchio, placido paternalismo con le leggi ferree e spietate del profitto (pp. 139 e ssgg).

Il risultato più evidente di questo fenomeno fu il dilagare della pellagra, malattia devastante tanto per il corpo quanto per la psiche di coloro che ne venivano colpiti. E a venirne colpiti erano esclusivamente i più poveri tra i contadini – quasi sempre i braccianti (sui quali vedi p. 251 e ssgg). Su questa malattia di classe è stato scritto molto e la ricognizione di Prosperi è esaustiva. Dà conto dei dibattiti che si aprirono in conseguenza dell’estendersi della malattia: da un lato – come denunciò il medico lombardo Lodovico Balardini – era una malattia che debilitando allo stremo i contadini finiva per indebolire l’intera economia nazionale dal momento che l’Italia era ancora un Paese prevalentemente agricolo; dall’altro dell’affermarsi della teoria tossicozeista di Lombroso a scapito di quella carenzialista di altri medici. In altre parole prevalse la teoria secondo la quale la pellagra era provocata da un fungo che si formava sul mais mal conservato e quindi guasto, su quella che invece denunciava come causa il fatto che i pellagrosi mangiavano quasi esclusivamente polenta e mai o quasi mai carne. Da questo punto di vista l’autore condivide il fatto che lo Stato unitario scaricò il problema della pellagra – “prodotto di una proletarizzazione del mondo contadino nell’area padana” (p. 163) – sui manicomi e fece ben poco per migliorare la situazione, lasciando che la malattia dilagasse fino alle regioni centrali della penisola.

Non fu solo la pellagra ad acquisire una dimensione politica: l’adesione consapevole della stragrande maggioranza degli italiani all’unificazione fu quanto meno superficiale: il servizio di leva, ad esempio, era visto come un castigo che, togliendo braccia valide, metteva in crisi il bilancio famigliare (si veda p. 186 e ssgg). Anche il sovraccaricare di mansioni i Comuni e i medici condotti era una scelta politica. A scorrere queste vicende “risulta quanta falsa coscienza si avesse tra gli illuminati membri del governo intorno alla realtà sociale del Paese e quanto fosse pelosa la carità di quei paterni consigli inviati alle classi popolari per il tramite dei medici condotti” (p. 195). Di fatto in Italia si realizzò “una frattura consapevole e deliberata tra le leggi e la realtà del paese, tra l’orientamento dei governi e le necessità vitali della grande massa degli abitanti – una massa che fu di sudditi, non di cittadini” (p. 204).

Il groviglio di problemi futuri del Paese hanno qui la loro radice. I medici, fossero semplici condotti o grandi luminari e cattedratici, produssero una quantità impressionante di materiale che dimostrava chiaramente la necessità vitale per lo Stato di integrare quelle masse di esclusi. Anche i governi e i ministeri promossero inchieste, ma il risultato fu la dilazione dei problemi e il rifiuto di agire secondo i risultati prodotti. Fu così anche per l’Inchiesta Jacini e, soprattutto, per quella a cui tanto aveva lavorato Bertani.

Da quelle inchieste emergeva ancora una volta che la maggioranza del Paese sopravviveva in condizioni disperate: analfabeti, schiacciati dalle tasse, indebitati, poverissimi, che sopportavano tutto il peso del progresso e delle trasformazioni economiche del Paese, questo era il “volgo disperso”. Le relazioni delle inchieste di fine Ottocento sembrano restituire le stesse condizioni disperate di quelle di un Melchiorre Gioia a inizio secolo o di un De Renzi alla sua metà.

Ma i molti mondi delle campagne, apparentemente immobili e sempre uguali a se stessi, in realtà stavano cambiando. Il contatto continuato dei medici con quelle realtà di miseria assoluta li spingeva a maturare idee che li avvicinava ai partiti “estremi” fino al socialismo, e alle idee anarchiche e socialiste cominciarono a prestare orecchio larghe fasce di quegli stessi contadini. Non tutti. Verso la fine del secolo Sidney Sonnino, nonostante il luminoso insegnamento di Pasquale Villari del quale fu discepolo, continuava a sostenere che il modello mezzadrile toscano garantiva un benessere accettabile ai mezzadri e la pace sociale: parlava guardando i suoi mezzadri nonostante decenni prima un grande agronomo come Cosimo Ridolfi avesse avvertito che le cose non stavano in quei termini e che a rimetterci erano i contadini, non i padroni (p. 57). Semplicemente, le tensioni prodotte dalla mezzadria avevano bisogno di più tempo per maturare, ma sarebbero esplose.

I braccianti invece si mossero. Prosperi prende e illustra l’esempio della rivolta di Sanluri in Sardegna e de “La boje”, le agitazioni della Valle Padana. La reazione dello Stato fu identica e sempre la stessa: la repressione. Fossero i manicomi come nel caso dei pellagrosi, le truppe in quello del paese sardo o i tribunali e le condanne con quelle della Valle Padana, per le classi dirigenti post-unitarie i contadini evocavano un magma oscuro, temibile e pericoloso. Un corpo regredito, semi-bestiale, dormiente ma da non svegliare perché le prove che aveva dato (ultima la grande paura nel corso della Rivoluzione francese) erano state terrificanti. È questa la ragione di fondo, nonostante le infinite prove inoppugnabili prodotte dai medici, della sordità delle classi dirigenti.

Quel mondo, come lo ha descritto e raccontato Prosperi, avrebbe dovuto attendere la fine della seconda guerra mondiale per un primo riscatto, ma poi gran parte di esso sarebbe sparito nel volgere di pochi anni. Ed è un mondo che riappare oggi con i braccianti provenienti da tanti parti del mondo che lavorano nelle stesse condizioni disumane sopportate dai nostri nonni o bisnonni e che, proprio come faceva Mantegazza, vediamo ma non indaghiamo.

La partecipazione dell’autore al “volgo disperso” che descrive è costante, si dipana pagina dopo pagina lungo le tre parti che scansionano il testo e nei diciotto capitoli che lo compongono.

Ci sono due aspetti che da uno studioso come Prosperi mi sarei aspettato di vedere più approfonditi. Il primo riguarda l’incidenza del clima. Non mi riferisco ai miasmi ammorbanti delle zone acquitrinose, paludose e delle marcite: su questi aspetti e sulla malaria – l’A., si dilunga da par suo. Mi riferisco al susseguirsi di annate siccitose o eccessivamente piovose o alla frequenza di grandinate e altri fenomeni: i Comizi Agrari stilavano rapporti trimestrali su questi argomenti. Si tratta di fenomeni decisivi per la sussistenza dei contadini, privi come erano di qualunque forma di “copertura” al riguardo. In questo senso i contadini si arrangiavano come potevano: in una zona della Francia, ad esempio, i contadini impastavano il pane con farina di segale cornuta la quale ha effetti allucinogeni e può provocare la cancrena di parti del corpo. Quando una squadra di medici provenienti da Parigi accorre allarmatissima per spiegare ai contadini a quali rischi andassero incontro si sentirono ribattere che sapevano perfettamente quali fossero le conseguenze alle quali si esponevano ingerendo pane fatto con la segale cornuta. Ma quel pane aveva il potere di ingannare la fame: dava una sensazione di pienezza accentuata dall’ebrezza provocata dalle sostanze psicotrope presenti nella segale cornuta. E pur di non patir la fame era meglio perdere un pezzo di naso o un dito. Era semplicemente una questione di dosaggi (Madeleine Ferrière, Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo, Editori Riuniti)..

Riporto questo esempio perché l’A., sebbene conosca benissimo le opere di Piero Camporesi, dimentica di dire che gran parte di quel “volgo disperso” viveva in uno stato di alterazione semi-permanente. Riporta la presenza di commerci di carni clandestine, ma questo era solo un aspetto della questione. Un confronto tra le module informative stilate dai medici condotti per il ricovero dei pellagrosi e dei pazzi in manicomio e i “rimedi dell’arte” adottati all’interno dei manicomi stessi dimostra che il confine tra medicina popolare – della quale Prosperi tratta aspetti in modo magistrale – e medicina scientifica era quasi inesistente

Inoltre, la gravità e l’incidenza sulla vita dei contadini di una carestia – come quella del 1817 o del 1846-47 – non si esauriscono una volta cessata, ma legittimano, rafforzano e perpetuano tutto l’apparato assistenziale del clero e, in epoca post-unitaria, delle Opere Pie (in non pochi casi proprietarie di estensioni di terreno più ampie di quelle dei Comuni): gli archivi comunali rigurgitano di “suppliche” per elemosine, “cucine economiche” e una qualche forma di sostegno (e quindi di sostanziale dipendenza e sudditanza).

Prosperi è studioso troppo colto e attento per non conoscere l’importanza di questi fenomeni. La presenza del clero è costante e discussa mirabilmente per tutto il libro. Semplicemente si sarà reso conto che approfondirli avrebbe voluto dire scrivere più volumi o snaturare il filo rosso del libro. E probabilmente ha ragione.

Ho scritto molto, ma rispetto a quello che troverete in questo libro stupendo ho detto poco. Lasciatevi prendere da questa penna sensibilissima, pacata ma sicura e ferma nelle opinioni.

Buona lettura.consapevole e deliberata tra le leggi e la realtà del paese, tra gli orientamenti dei governi e le necessità vitali della gran massa degli abitanti – una massa che fu di sudditi, non di cittadini

Polo del ‘900. Un archivio per la memoria e la storia

Il Polo del ‘900 di Torino è una delle più importanti iniziative realizzate nell’ambito della conservazione e della divulgazione di materiale archivistico. Frutto dello sforzo congiunto del Comune di Torino, della Regione Piemonte e della Fondazione San Paolo, il Polo del ‘900 convoglia e coordina la collaborazione di 19 enti. Risultato? Dopo due anni di lavoro, 85.000 documenti, 12.000 fotografie, 4.000 manifesti sulla memoria storica novecentesca italiana, dalla nascita della Repubblica al Sessantotto.

Sulla natura e sullo scopo del progetto si può far riferimento a quanto dichiarato nella conferenza di presentazione:

La piattaforma nasce come risposta a un’esigenza specifica, perché c’era una frammentazione di istituti che stavano trovando casa, portandosi dietro un’eterogeneità fatta di banche dati diverse e di sistemi ormai in disuso […] . Per cui, bisognava traghettare questi archivi digitali in una piattaforma unica, in uno spazio ragionato ma aperto a tutti, non solo agli addetti ai lavori come gli storici

Per farci un’idea dell’imponenza e della quantità del materiale, dobbiamo fare riferimento a 9 chilometri lineari tra libri e documenti di archivio, 130.000 fotografie, 21.000 manifesti, 53.000 audiovisivi, di cui 400.000 documenti già digitalizzati, ma in modo disomogeneo e quindi da catalogare in modo coerente.

Studenti, studiosi e storici dispongono ora di un materiale tanto imponente quanto fondamentale per l’approfondimento della nostra storia recente, col vantaggio di poterne usufruire in un unico contesto. Facilitazione non da poco in un Paese in cui, per ragioni storiche, essendo la documentazione spesso dispersa in vari centri rallenta il lavoro degli studiosi (oltre che alleggerire le loro tasche a causa degli spostamenti necessari.

Una gran bella realizzazione, davvero meritoria, che potete esplorare qui:Archivi del ‘900