Recensione. Mimmo Franzinelli: Storia della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945)

Storia della Repubblica Sociale Italiana di Mimmo Franzinelli ha molti meriti. Il primo è quello di essere un libro rivolto a un pubblico ampio, di non specialisti. È bene che uno storico che studia da sempre il fascismo pubblichi un libro con questo taglio. La Repubblica Sociale è ancora ammantata di leggende e vere proprie falsità.

Il secondo merito del libro che mi preme segnalare risiede nella sua struttura. Franzinelli inserisce numerose brevi biografie di molti protagonisti. Lo fa non con un’appendice (come ha fatto anni fa in Squadristi), ma le rende parte integrante della narrazione. È un’operazione vincente, a mio avviso, perché consente al lettore di rendersi conto dell’inestricabile intreccio tra le caratteristiche della Repubblica: violenza – moltissimi sono gli ex squadristi della prima ora poi relegati in posizioni marginali durante il ventennio che ora occupano ruoli importanti -, corruzione, opportunismo, sudditanza verso l’alleato, codardia personale (molti dei memoriali inviati a Mussolini sono patetiche e piagnucolose autodifese e mistificanti autorappresentazioni), razzismo.

L’estrema fragilità della Repubblica, è dovuta certamente anche al fatto che i suoi organi sono sparpagliati sul territorio, ma anche perché l’incredibile quantità di corpi, polizie ecc. sono quasi sempre feudi personali di potere di singoli, spesso usati uno contro l’altro per rivalità, ruggini vecchie mai sopite, sete di ribalta o di vendetta e affarismo.

In secondo luogo queste biografie gli consentono di spostarsi da un argomento all’altro. Si possono prendere alcuni temi centrali. Mussolini non si “sacrificò” affatto per il bene dell’Italia evitandole un trattamento più duro da parte dei nazisti; la RSI non fu l’espressione di un tragico tentativo da parte di idealisti di riscattare il fascismo finito vittima di traditori. Era piena zeppa di gente della peggior specie: criminali, delinquenti, ladri, speculatori. Quasi tutti millantavano onestà e probità, ma così come il regime fascista era stato incredibilmente corrotto, lo fu anche la Repubblica Sociale. I pochissimi che avevano intenzione di “fare pulizia” si trovarono immediatamente le mani legate dalle manovre dei tantissimi che avevano moltissimo da nascondere e niente da guadagnare dalla carriera politica fatta durante il ventennio: non se ne fece nulla perché, come osserva giustamente l’A. a p. 92: “il fascismo non può certo condannare sé stesso”.

Il “fantasma” di Mussolini

La corruzione e la sete di arricchimento non sono l’unico cordone ombelicale col ventennio. Al centro vi è Mussolini. Un uomo assolutamente impotente, alla completa mercé dei nazisti, oscillante tra rassegnazioni e rigurgiti di protagonismo. Il Mussolini che emerge dal carteggio con la Petacci è la figura di un poveraccio: capace di ammaliare le folle, ma meschino e insicuro, debole e soprattutto codardo (del resto lo dimostra la sua fine… il capo del fascismo che per vent’anni ha predicato le virtù guerriere dell’audacia e del coraggio per poi finire fuggiasco travestito da soldato tedesco. In questo senso molto più dignitosa di lui fu la Petacci). La versione di un Mussolini che si sacrifica per il bene dell’Italia viene demolita nel corso della trattazione: L’Italia occupata dai nazisti viene sistematicamente spogliata di tutto. E questo aspetto rende schizofrenici i repubblichini: vorrebbero combattere alla pari coll’alleato, promettono di promuovere giustizia ed equità sociali, ma senza la presenza dei tedeschi crollerebbero in un attimo. La loro è una condizione di impotenza che genera continuamente una corrente di frustrazione che permea tutta la vicenda. Incapaci di provvedere a un popolo immiserito, spogliato, sfruttato e brutalizzato dall’alleato, anziché riconoscere il fallimento del ventennio, gli si ritorcono contro: nella loro ottica gli italiani meritano il trattamento brutale dell’alleato che combatte la guerra al loro posto.

È questa la responsabilità più grave della repubblica di Salò. Franzinelli giustamente mette in risalto il fatto che è il riapparire sulla scena di Mussolini ad alzare l’asticella della violenza. Lo si vede fin da subito con la reazione del neo-fascismo, all’omicidio del federale di Ferrara Igino Ghisellini: “La vendetta ordinata dal Congresso di Verona segna dunque la svolta decisiva verso la guerra civile” (pp. 54 e 60). Le ritorsioni indiscriminate, l’uccisione di innocenti, l’esposizione di impiccati e fucilati per giorni sono tutti elementi introdotti dai repubblichini e diventano “marchi di fabbrica” della Repubblica Sociale.

Non è un caso se ad emergere fin da subito è l’ala più violenta e radicale della repubblica: dietro a una confusa retorica di rinnovamento – “sociale” la repubblica non lo sarà mai, nemmeno lontanamente – hanno gioco facile coloro che puntano all’estremizzazione del conflitto. I repubblichini vedono (e non di rado immaginano) complotti e nemici dappertutto. Il tema del tradimento è fondamentale per capire il contesto: traditori sono i gerarchi che hanno deposto Mussolini il 25 luglio 1943; lo sono ovviamente i partigiani; ma lo sono anche – nella testa di molti – tutti gli italiani che non appoggiano la Repubblica. La replica dello schema adottato dal fascismo delle origini, di creare disordine in funzione dell’ordine fallisce miseramente: fatta eccezione per i tedeschi, non c’è quasi nessuno a sostenerli e comunque non forze nemmeno lontanamente sufficienti.

E ancora. La Repubblica non esita ad arruolare nelle proprie fila ragazzini che sono poco più che bambini. Gli ex fascisti (e non solo loro, purtroppo) che hanno parlato dei “ragazzi di Salò” che andavano a cercare “la bella morte” dimostrano con questo atteggiamento di rifiutarsi di fare i conti con quella storia: si dovrebbe pur riflettere sulla manipolazione di adolescenti.

Di “bello” la Repubblica Sociale non ha avuto niente. Franzinelli ci restituisce un mondo claustrofobico, in cui tutti sono contro tutti, pervaso di meschinità e colpi bassi a tutti i livelli, costantemente, dall’inizio alla fine. Un mondo di maschi, intriso di maschilismo in tutte le sue componenti, nel quale le donne vengono accettate e accolte soltanto se acconsentono a militarizzarsi e di sottostare a pregiudizi che in realtà nascondono un mondo di uomini fragili, deboli, subdoli, spietati ma vigliacchi.

Il “vischio” ereditato

C’è una vischiosità che impregna questa vicenda. I rapporti – tra i vari esponenti, tra i molti corpi militari, tra il partito e il governo, tra il governo e i nazisti, tra Mussolini e i sottoposti… – non sono mai lineari, mai schietti, mai diretti. Sono sempre obliqui, ambivalenti, spesso untuosi, opachi. A ben guardare questa è un’eredità del regime. Il fascismo fu un grande imitatore: gran parte dell’apparato assistenziale messo a punto dal regime (e che oggi ancora molti scambiano per “welfare” mentre invece era assistenza perché non si basava sul riconoscimento di diritti, ma di beneficenza calata dall’alto) era già presente in nuce nell’Italia liberale (le colonie si innestano sugli Ospizi Marini, l’OMNI su Opere Pie preesistenti). Il fascismo ebbe l’intuizione, vincente – bisogna di riconoscerlo – di colmare la distanza tra governati e governanti. Si tratta di un fenomeno diffuso: penso ad esempio ad una buona parte di agronomi e studiosi cooptati per la bonifica integrale – Serpieri, Jandolo ecc. Il regime gli mise a disposizione enti, strumenti e materiali per lavorare. La repubblica sociale riprende questi metodi: i Bombacci e altri che venivano da percorsi e storie lontane e avverse al regime non sono il frutto della banale equiparazione tra totalitarismi (i compagni in camicia nera); sono lì perché il regime sapeva attrarre e piegare molti soggetti (ad esempio, nel 1931 Mussolini recupera Bombacci, dopo che era stato espulso quattro anni prima dal partito comunista, pp. 201 ssgg.). Durante il ventennio, uomini di questo genere fanno comodo al dittatore che li utilizza a seconda dell’immagine che vuol fornire in un determinato momento. Autore di uno studio fondamentale sull’OVRA, Franzinelli queste cose le conosce bene e ci regala un panorama di intellettuali e ingegni dagli atteggiamenti a volte sorprendente. (Ma qui ci si addentra in una storia lunghissima di “mecenati” e raccomandati, di élites e servilismo).

Queste considerazioni ci portano ad altre osservazioni. Così come il regime era stato un formidabile laboratorio di mistificazione (e non a caso lo scollamento tra regime e società avverrà anche l’incapacità del regime di mantenere quanto continuamente promesso, vedi: Paul Corner, Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura); così la repubblica sociale riutilizza questa eredità: c’è una distanza colossale tra propaganda e realtà. Questa volta però gli italiani non ci cascano più; il che non vuol dire che diventino antifascisti in senso stretto: diventano ostili alla repubblica. Il sentirsi “élite” da parte di molti protagonisti di Salò è anche frutto di una linfa che viene da questo isolamento. E tuttavia una parte di questa opera di falsificazione è traghettata nell’Italia repubblicana. (Ma questo lo si deve in buona parte alla mancata epurazione sulla quale non è questo il momento di discutere).

Chiudo con due cenni che però sono importanti nel libro. Il primo riguarda il razzismo e l’antisemitismo: al contrario di quanto spesso si continua a sostenere, l’antisemitismo fu una componente essenziale della repubblica sociale e le responsabilità sono di molti, non solo dei più accaniti razzisti come Preziosi. Infine, nel libro vi sono decine e decine di fotografie. L’A. le usa non come corredo, ma come documenti: esse testimoniano l’atrocità di quei tempi, la sudditanza dei repubblichini ai nazisti, ma soprattutto il clima lugubre di quell’esperienza.

Non ho esaurito gli argomenti del libro e i suggerimenti che contiene. Il lettore li troverà da sé, aiutato da puntuali riferimenti archivistici e bibliografici. Con Storia della Repubblica Sociale Italiana, Mimmo Franzinelli ci regala un libro importante, scritto con una penna agile, coinvolgente e precisa al tempo stesso.

Buona lettura.


Recensione. Valeria P. Babini: Liberi tutti. Manicomio e psichiatria in Italia

Con Liberi tutti Valeria Babini (che da decenni si occupa di questi temi), inizia a colmare un vuoto storiografico pesante. Mancava una ricostruzione complessiva della psichiatria italiana nel Novecento (il libro di John Foot La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978) è centrato sull’Italia repubblicana). Ma fa anche di più: dimostra che fare storia, per così dire “di traverso”, (come ho detto in un articoletto: Entrare “di traverso” nella storia), cioè studiandola da un angolo visuale inedito e attraverso un argomento inusuale (in questo caso la follia, la psichiatria e i manicomi, ma i temi possono essere tanti) significa fare storia “grande”, storia nazionale, perché una posizione defilata permette di vedere e di cogliere quelli che sono i nervi scoperti del Paese o dei Paesi che si studia e della sua/loro storia.

Da questo approccio è nato un libro complesso e sfaccettato, in cui scienza, politica, cultura e società interagiscono, talvolta si incontrano e a volte si scontrano su percorsi tutt’altro che lineari, con vicende umane e collettive singolari.

Il contesto

Il libro si apre con uno sguardo sul grave ritardo culturale, organizzativo e scientifico della psichiatria italiana nel contesto internazionale, con i direttori dei manicomi nella veste di guardiani e di custodi di radicate convinzioni e altrettanto radicati interessi. Ritardo aggravato dal ventennio fascista nonostante il folgorante successo dell’elettroshock inventato da Cerletti (che diventa una celebrità mondiale) e che si spera possa aprire prospettive terapeutiche, successivamente andate deluse. Il regime, anzi si dimostrerà tanto spregiudicato nella sperimentazione di terapie da shock quanto insensibile e indifferente alle sofferenze provocate sui ricoverati (p. 104). Curiosamente sarà proprio Cerletti a indicare, nell’immediato dopoguerra, il manicomio come un universo per certi aspetti simile ai lager (p. 139), una sintesi destinata ad avere grande fortuna.

Rinnovamento

All’isolamento culturale imposto dal fascismo reagisce, nel secondo dopoguerra, un gruppo di giovani che, preso atto dell’arcigna resistenza al cambiamento messa in campo dalle istituzioni e dalle università, non ci sta a farsi mettere fuori dai giochi o ai margini: la scoperta degli psicofarmaci negli anni ’50 schiude prospettive promettenti, ma svela anche un volto ancor più cupo della psichiatria, in grado ora di sedare chimicamente, ma incapace, nel concreto di guarire: “l’espressione di un altro e nuovo dominio sul malato” consentito dalle nuove “pasticche” (è quanto teme Tobino, cfr. p. 217). Eppure, quelle “pasticche” un merito l’hanno avuto: rendendo docili i pazienti, esse aprono il varco alle prime critiche al manicomio come istituzione, quale puro deposito di reietti. Gli psicofarmaci svelano tutta l’ambiguità della psichiatria. Da un lato aprono la prima crisi veramente incisiva dell’istituzione manicomiale (gli psichiatri erano consapevoli da tempo, non solo in Italia, dei limiti della loro disciplina; vedi ad esempio: Geel, la città dei matti e anche il mio: Il manicomio modello, indicato alla pagina Chi sono) dall’altro schiudono nuovi percorsi come la pittura e l’arte come metodi terapeutici. Se è indubbio che di quelle pasticche allora e in seguito è stato fatto un uso eccessivo, tuttavia non sono del tutto privi di efficacia. Dunque, se in qualche modo gli psicofarmaci provocano una “rivoluzione” rispetto al passato, smuovono dall’interno la tragica staticità delle istituzioni manicomiali.

Il risveglio, cominciato con l’avvento della Repubblica e irrobustitosi via via nei decenni successivi, si scinde in molti percorsi: vi è la diaspora dei giovani più curiosi e brillanti, che se ne vanno all’estero a far tesoro di esperienze nuove (Francia, Inghilterra, Svizzera, USA); vi è la lungimiranza di editori audaci e innovatori (primi fra tutti, in questo ambito, Feltrinelli, Einaudi e, più tardi, Bollati-Boringhieri), impegnati nello svecchiamento culturale del Paese (e che, va detto, suppliscono a quanto spetterebbe fare alle università) i quali, traducendo e diffondendo quanto di meglio prodotto a livello internazionale seminano e dilatano il bisogno e il desiderio di cambiamento. Un’operazione, quest’ultima, facilitata dall’effervescenza del clima internazionale, in cui i giovani cominciano a giocare un ruolo fondamentale e che sfocerà nel ’68 e negli anni successivi della contestazione, che trova veicolo e cassa di risonanza nei mass-media. Sono giustamente celebri le inchieste di Francesco Jovane del 1959 – fotografica –, di Angelo del Boca del ’66 e ancor più quella di Zavoli, messa in onda dalla Rai venerdì 3 gennaio 1969 in prima serata (p. 7).

Un clima e un contesto che infonde coraggio e sprona i giovani “eretici”, relegati ai margini funzionali quanto operativi (Basaglia a Gorizia) a tentare l’impossibile: Basaglia smantellerà il manicomio dall’interno, ma i percorsi e le modalità sono molteplici e differenti. Non si tratta, e l’autrice lo sa bene e lo dimostra, di dividere i protagonisti in buoni e cattivi, di dipingere in bianco e nero: Mario Tobino, psichiatra e scrittore di talento, contrario alla chiusura dei manicomi, è trattato dall’Autrice con grande rispetto. Ed è curioso il fatto, sul quale bisognerebbe studiare, che così come prima delle leggi “unificatrici” del 1865 singole realtà statuali e poi provinciali avevano messo in campo soluzioni calibrate sulla realtà locale per costruire i manicomi, ora il processo si ripropone rovesciato: paradossalmente, là dove, nei decenni pre-unitari si era intervenuti con cognizione di causa per costruire manicomi intesi anche come luoghi di cura e si era dato vita a esperienze interessanti (Milano, Torino, Imola, Firenze, Umbria), ora, da lì o da quelle zone partono le riforme più incisive e radicali, disegnando una mappa variegata che l’autrice segue, descrive e argomenta in modo convincente.

Un successo inaspettato?

Il dato di fondo che rende possibile l’esito della 180, e l’autrice lo spiega bene (pp. 281 ss.gg.). è che senza il sostegno della società civile e di amministrazioni illuminate, la liberazione dei matti non sarebbe avvenuta. Ma forse c’è qualcosa di più. Non vi è dubbio che il tracollo disastroso del positivismo tardo ottocentesco, che – sia pure interpretato e sviluppato in modi diversi – aveva avuto un ruolo centrale nella psichiatria non solo italiana, avvenuto in concomitanza con la sconfitta dei fascismi, abbia lasciato aperto un immenso vuoto culturale e di ricerca scientifica occupato dai giovani innovatori. Ma l’obiettivo dei riformatori di rimettere in piedi gli ultimi tra gli ultimi – a mio parere – ha le sue radici nella Resistenza perché nell’organizzazione, nel funzionamento delle bande partigiane avviene una rottura quanto meno secolare: l’abbattimento di steccati di classe e sociali; la parità delle validità delle opinioni tra i componenti i gruppi; la discussione collettiva per trovare soluzioni a problemi. Questa impostazione, che è anche un apprendistato della politica, che fa crollare il rapporto gerarchico tra le persone, una volta uscito dall’esperienza resistenziale, resta, rimane.

Naturalmente giocano un ruolo importante anche altri fattori. Con una battuta un grande storico che conosceva bene il nostro Paese disse che l’Italia era uscita dal Medioevo per immettersi direttamente nella modernità. Scherzava, ma non aveva tutti i torti: il boom economico, con tutte le sue contraddizioni, si sovrappone a uno strato arretrato, in molti luoghi arcaico. I disagi della modernità traggono linfa nel mutamento dei ruoli e dall’apprendistato avvenuto nel corso della Resistenza: la rottura del ’68, col desiderio di comprendere e indagare realtà fino che fino ad allora avevano vissuto di vita propria – le carceri, l’esercito, i manicomi appunto -, sono il frutto di quell’onda lunga che poi si intreccia con un mondo del lavoro in trasformazione e combattivo e con un rinnovamento culturale che si diffonde in molte direzioni – penso anche agli effetti del Concilio Vaticano II -. Babini illustra e discute questa ansia e questo fermento di partecipazione nelle varie realtà della penisola che coinvolge medici e infermieri, studenti e lavoratori, gente comune e intellettuali.

In alcune regioni del Paese i partiti incanalarono queste urgenze, ma per almeno un trentennio dalla nascita della Repubblica i partiti furono organismi vitali, aperti, che recepivano buona parte delle istanze provenienti dalla società. Dunque fu un insieme complesso di fattori, anche molto diverse, a consentire il concretizzarsi di quella saldatura che sfociò nella legge 180.

Legge di compromesso, tra l’altro – e cosa non da poco -, che lasciò e lascia aperti interrogativi e problemi pesanti. Sancì il fallimento medico e storico del manicomio come luogo di cura e ridiede umanità e cittadinanza a una “umanità inutile” (per citare il titolo di un bel libro). Risultati straordinari e meritevoli di orgoglio, ma come affrontare il problema del disagio mentale resta un problema aperto (su questo si veda Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio).

Ma non spetta agli storici indicare soluzioni. Agli storici spetta spiegare come e perché si è giunti fin qui, e con Liberi tutti Valeria Babini ha svolto egregiamente il compito.


Recensione. Klaus Bergdolt: La grande pandemia

Un libro chiaro, esaustivo e spesso sorprendente sull’epidemia di peste del 1348-’51.

Scopo del libro di Bergdolt è capire “come la peste nera generò il mondo nuovo”. Così recita il sottotitolo de La grande pandemia. Quali furono le conseguenze della grande epidemia di peste del 1348-51?

Le epidemie non erano un fatto nuovo, erano conosciute da tempo, ma la Peste Nera irruppe sulla scena della storia come una catastrofe inaudita, come terribile punizione divina, come un evento che preannunciava la fine del mondo. Falcidiando un terzo della popolazione europea, la peste nera fu un evento sconvolgente. Non si era mai vista una malattia con un tasso di mortalità così alta e con una rapidità di propagazione in quella misura. Tutte le testimonianze, raccolte con acribia dall’A., dall’Italia alla Spagna, dalla Francia all’Irlanda, dall’Austria ai paesi scandinavi concordano su questo aspetto.

Le vicende sono note. La peste si diffuse seguendo le rotte commerciali – la via della seta – e approdò in Europa a bordo delle navi. L’arrivo in porto di una nave che non si sapeva ancora essere infetta innescava immediatamente il propagarsi del morbo nella città e, da lì, iniziava a dilatarsi di città in città, di borgo in borgo. Questo schema si ripeté ovunque: navi provenienti da Caffa (nella Crimea di oggi) la portarono in alcuni porti italiani; navi italiane la spostarono in Francia; altre navi la fecero arrivare in Spagna e in Inghilterra; ovunque lo scenario fu identico: “non appena i marinai [infettati] scendevano a terra in una qualche località ed entravano in contatto con delle persone queste morivano”, scrive un cronista del tempo (p. 52). Via terra dall’Italia del nord la peste si propagò prima in Austria, poi in Germania e nell’Est Europa.

L’origine asiatica della malattia fu indicata in breve tempo, ma la morte repentina di un numero spropositato di persone non poteva non diffondere voci incontrollate su di una malattia con una letalità che lasciava sgomenti: le conoscenze geografiche erano incerte e quanto mai lacunose. Il Catai e le zone dell’Asia dalle quali la peste proveniva erano luoghi in qualche modo mitici, di cui non si sapeva pressoché nulla e nei quali – ed era l’opinione anche di medici prestigiosi chiamati dalle autorità a indagare sull’epidemia – si riteneva che si fossero verificati fenomeni climatici del tutto inusuali e imprevedibili, interpretati come pessimi presagi.

Così come non si sapeva nulla sul fatto che fossero i topi e le pulci i responsabili dell’epidemia, presenze abituali nella vita quotidiana di tutti e diffusi ovunque: nelle navi, nelle città, nelle, vie, nelle case. Essendo l’igiene personale più discutibile per non dire quasi inesistente, letti, vestiti, sacchi di tela, merci di vario genere, erano un habitat perfetto per le pulci infette.

La presenza del tutto scontata di topi e pulci, ritenuta fastidiosa ma innocua per la salute, portava medici e cronisti ad imputare ai miasmi, ai venti caldi e umidi, e alla discrasia degli umori la responsabilità della malattia. Secondo questa teoria la peste veniva trasportata e sparsa ovunque da aria impura. Solo pochi medici arabi attivi in Spagna cominciarono a sospettare che la malattia fosse il risultato di un contagio che avveniva dal contatto ravvicinato di persone e cose infette (pp. 97-98).

La panoramica effettuata dall’Autore sui vari paesi che ci hanno lasciato testimonianze scritte permette di registrare ovunque reazioni simili di fronti all’esplodere incontrollabile del flagello. L’amministrazione delle città fu sottoposta a sforzi estremi: l’alto numero di decessi anche tra le élites che le governavano ridusse fino alla sospensione temporanea le riunioni dei Consigli e quindi le decisioni per fronteggiare l’emergenza: è questo il caso di Messina, Trento e Venezia (p. 67). Ma indipendentemente da questo fattore, certo non trascurabile, il contagio ridusse al minimo i rifornimenti alimentari, il controllo dei prezzi e dell’ordine pubblico. La criminalità aumentò, la morale pubblica decadde e le famiglie si spaccarono o si dissolsero: accudire un ammalato significava avere la certezza quasi assoluta di infettarsi e quindi di finire all’altro mondo in pochi giorni. A Venezia furono prese misure drastiche che finirono per coinvolgere perfino i moribondi: morti e persone in fin di vita venivano trasportate su isolotti al di fuori dal centro abitato e abbandonati al proprio destino (i famigliari dei malati, se volevano, potevano seguirli…). In molte città fu vietato l’ingresso ai forestieri. A Pistoia il divieto venne esteso agli abitanti che intendessero spostarsi in zone in odore di infezione.

Il dato che si deve sottolineare è che, a parte il suggerimento di fuggire il più lontano possibile, colto al volo da coloro che ne avevano la possibilità come dimostrano i molti casi di famiglie, medici, religiosi e magistrati, la medicina svolse un ruolo del tutto marginale nelle misure prese per contrastare l’epidemia. Le teorie dei miasmi e degli umori, col loro corollario di diete specifiche, di proibizioni sul consumo di determinate carni, soprattutto di pesce, avevano una loro logica, ma semplicemente si basavano su presupposti del tutto inefficaci.

Anche i precetti e le proibizioni dettate dalle autorità cittadine risultarono vani, ma ebbero il merito, quanto meno, di appuntare lo sguardo sull’importanza dell’igiene delle città. In breve, anche se si trattò di misure assolutamente insufficienti, fecero da apripista a regolamenti futuri. (Per esempio, nel 1349 a Londra si presero provvedimenti per liberare le strade della città dalle feci, p. 119).

L’inefficacia della medicina attirò l’attenzione critica di poche menti particolarmente perspicaci come quella del Petrarca, ma mantenne intatto il proprio prestigio. Il Medioevo guardava con ammirazione all’età classica e l’autorevolezza degli antichi non venne scalfita. D’altra parte i medici si trovarono a combattere una malattia dalla virulenza sconosciuta e se per alcuni la fuga di un dottore smascherava la propria impotenza o anche qualcosa di peggio, non dovremmo dimenticare che a quell’epoca “esisteva una tradizione deontologica a non curare quei malati che non potevano essere aiutati” (p. 231). È un dato sorprendente e lontanissimo dalla mentalità odierna, ma aveva una sua logica: non essendovi la possibilità concreta di erigere in tempi brevi ospedali e ricoveri ed essendo la medicina disarmata di fronte a quella calamità, era sensato puntare alla cura di coloro che si riteneva potessero sopravvivere. Considerata da questa prospettiva, la fuga di un medico appariva meno biasimevole di quanto potremmo supporre.

D’altra parte anche il sapere medico ne risentì, non soltanto per la permanenza di teorie antiche, ma anche per la morte di alcune delle menti più brillanti che insegnavano nelle università, per l’interruzione forzata dei corsi e per il minor numero di studenti. I professori deceduti furono sostituiti con altri meno colti e preparati.

Lo stesso decadimento riguardò anche la Chiesa e le istituzioni ecclesiastiche. Non pochi vescovi si ritirarono nelle loro abitazioni di campagna o comunque lontano dai centri maggiori lasciando in sospeso questioni burocratiche e vita amministrativa ed elessero supplenti giovani e impreparati. Fu un fenomeno che toccò da vicino anche molti monasteri e conventi, dal momento che questi furono colpiti in modo considerevole dalla malattia e ne rimasero falcidiati.

Ma sia nel caso delle amministrazioni cittadine che delle università e della Chiesa, l’A. ci mostra effetti sorprendenti. Con la morte e la fuga di molti cittadini, le amministrazioni si ritrovarono a disposizione ampie zone su cui erigere nuovi palazzi e chiese; una volta passata la catastrofe le università si moltiplicarono ovunque, anche grazie a ingenti lasciti di ricchi deceduti; lasciti che andarono a rimpinguare le casse degli enti di beneficenza, caritatevoli, di monasteri, chiese ecc. Dunque, quanto meno sul medio, e sicuramente sul lungo periodo, la peste rimodellò in una certa misura le città, favorì l’ampliarsi della cultura e della circolazione delle idee e irrobustì la Chiesa.

La posizione in cui venne a trovarsi la Chiesa non fu affatto semplice. In una società intrisa di religiosità come quella medievale non fa nessuna meraviglia se il considerare la peste un castigo divino abbia prodotto due fenomeni solo apparentemente lontani come i flagellanti e ondate di persecuzione contro gli ebrei.

Già molte tempo prima dell’epidemia, profezie catastrofiche e annunci di sciagure circolavano abbondantemente nell’Europa del tempo. La peste parve la loro incarnazione e furono in molti a pensare che la fine del mondo fosse imminente o che sarebbe arrivato l’Anticristo. Esisteva un terreno fertile sul quale potevano attecchire movimenti millenaristici o, come quello dei flagellanti, dediti come si deduce dall’appellativo, a penitenze estreme. Furono il clima generale di instabilità e l’insicurezza del vivere divenuto improvvisamente un fatto quotidiano enormemente accentuati dall’epidemia a far lievitare, almeno inizialmente, la capacità di attrazione del movimento dei flagellanti. Nei loro confronti la popolazione provava un misto di repulsione e attrazione: repulsione in quanto, poco dopo il loro apparire arrivava la peste; attrazione perché esprimevano, sia pure in modo radicale ed esasperato, ansie di rinnovamento ampiamente condivise. Inizialmente il loro successo fu notevole: la gente ne ammirava la perfetta obbedienza verso i capi, la devozione e la non curanza del pericolo con i quali si prendevano cura di ammalati e appestati e si sentiva attratta da una scelta di vita estrema. L’alone di misticismo e di potente organizzazione interna, che sapevano diffondere con accurate scenografie e prediche efficaci, attraeva verso di loro un numero crescente di persone in cerca di una sicurezza che, in modo apparentemente paradossale, non derivava dalla ragione ma dall’irrazionalità e dalle fede cieca.

Ma, come spesso accade in questi casi, il lievitare tumultuoso delle adesioni, finì per infiacchire il movimento e per screditarlo: molti ladri, ad esempio, vi si infiltrarono per avere libero accesso alle città. Il fenomeno dei flagellanti può dunque essere storicamente inteso come una miscela di insicurezza collettiva e un bisogno profondo di rinnovamento verso il potere ecclesiastico espresso nell’imitazione di Cristo e con la penitenza per la salvezza che l’epidemia di peste fece lievitare e portò allo scoperto (p. 151).

Se con la penitenza i flagellanti cercavano autonomamente la via per la salvezza, la persecuzione degli ebrei fu invece l’espressione del tentativo di trovare un capro espiatorio che spiegasse in qualche modo l’origine della catastrofe. Gli ebrei erano un bersaglio facile. Soggetti come erano a forme di razzismo, divieti e imposizioni, bastò poco per incolparli di avvelenare i pozzi e diffondere così il contagio.

In realtà – e l’A. lo dimostra chiaramente nel capitolo diciannovesimo – i moltissimi pogrom che colpirono gli ebrei in molte parti d’Europa e soprattutto in Germania, erano il frutto non solo e non tanto della convinzione dei cristiani che questi fossero i responsabili dell’infezione delle acque, ma di molte questioni politiche ed economiche che nulla avevano a che fare con l’epidemia. In molti casi il malcontento verso gli ebrei o l’aperto antisemitismo fu assecondato, stimolato e sfruttato da parte dei gruppi dirigenti e dai potenti per tutt’altri motivi. Molte città si arricchirono con i beni confiscati agli ebrei.

Quelle descritte furono reazioni estreme a una situazione estrema. Anche la reazione della gente comune fa registrare delle polarizzazioni tra coloro che si abbandonarono a bagordi, vizi e reati e quanti invece diedero mostra di abnegazione, rettitudine, di soccorso disinteressato.

Tra questi due poli – la distrazione per non pensare a una catastrofe che stava inghiottendo tutti e la ricerca della salvezza eterna con un atteggiamento probo – la peste costrinse gli uomini a meditare sulla fugacità della vita terrena, sulla loro inutile vanità, sul crollo di istituzioni e certezze. Petrarca e Boccaccio, sia pure in modi diversi, lo fecero con capolavori letterari che testimoniano l’incidenza della epidemia sulla concezione del tempo. Se l’orologio appena inventato cominciava a modificare il tempo diurno e di lavoro, la peste modificò la percezione del tempo dal punto di vista del vivere. I capitoli finali sull’arte e sulla letteratura lo dimostrano ampiamente.

Nel valutare gli effetti della Peste Nera occorre distinguere tra quelli immeditati e quelli a lungo termine. Finita l’epidemia la gente si sentì enormemente sollevata dal punto di vista psicologico e, in generale, con maggiori risorse a disposizione. L’incalcolabile moria aveva portato con sé i limiti imposti dalla concorrenza. Per un certo periodo ci fu piena occupazione; molti usufruirono di eredità e in altrettanti ampliarono le proprie attività incamerando quelle dei defunti o di coloro che si erano dati alla fuga. Un clima generale di spensieratezza e di voglia di vivere si sparse nelle città: le autorità cercarono di frenare questa tendenza emanando leggi che limitavano il lusso (riguardarono anche l’abbigliamento femminile, divenuto succinto e scandaloso, vedi Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale): la Peste Nera generò “la più grande redistribuzione di patrimonio avvenuta in così breve tempo” (p. 251). Per qualche tempo perfino i contadini videro migliorare il proprio tenore di vita. Non ovunque, naturalmente: le città che dovevano la maggior parte dei loro introiti ai traffici commerciali via nave subirono colpi durissimi e spesso conobbero un declino irreversibile (p. 120).

Ma si trattò di un fenomeno dalla durata tutto sommato limitata. Le ondate successive di nuove epidemie impedirono per lungo tempo di pareggiare il gap demografico provocato dalla prima epidemia del 1348-’51. Le ripercussioni furono particolarmente gravi nelle campagne. Da un lato la fuga di contadini dalle carestie e dall’epidemia aveva compromesso gravemente la produzione; dall’altro una legislazione sempre più insofferente verso l’immigrazione nelle città aveva ricacciato nelle campagne vaste schiere di contadini i quali si ritrovarono in sovrannumero in un contesto agricolo decaduto e poco produttivo.

In questo contesto si verificò un andamento altalenante dei prezzi, tensioni tra città e campagna e anche all’interno delle stesse città nelle corporazioni di mestiere. Queste ultime avevano accresciuto il proprio potere e contrastavano l’immigrazione di contadini e forestieri se non per sostituire i deceduti, ma si ritrovarono a pagare tasse maggiori spalmate su un numero minore e limitato di aderenti.

Con le campagne in forte sofferenza, rifornire le città di merci divenne un problema enorme: l’arrivo di navi straniere cariche di merci avrebbe potuto alleviare la carenza di derrate e prodotti, ma non di rado la popolazione ritenendole responsabili del contagio, impedivano loro di attraccare (p. 55). Le città approfittarono ben presto a rifornirsi di grano nei periodi in cui il prezzo era al minimo alterando così il corso del mercato a spese delle campagne e dei contadini.

Anche dal punto di vista del rapporto città-campagna e sul problema del pauperismo nei secoli futuri senza la Peste Nera capiremmo poco: la legislazione sempre più vessatoria verso i poveri, i girovaghi e gli emarginati (e anche verso la stregoneria) ha nella epidemia del 1348-’51 radici profonde.

La grande pandemia di Klaus Bergdolt ci parla di tutto questo e altro ancora in uno stile limpido e chiaro. Ma il merito forse maggiore di questo libro sta nella grande prudenza e ponderatezza dell’A. nell’esprimere le sue ipotesi e opinioni. Una lettura illuminante e piacevole alla quale può far seguito William Naphy Andrew Spicer La peste in Europa.