Recensione. Matteo Loconsole: Paolo Mantegazza

Curiosa figura quella di Paolo Mantegazza, “pioniere della sessuologia” (p. 12) dai molti interessi e dalle molteplici attività. C’è un Mantegazza cultore delle scienze naturali, dell’antropologia e dell’etnologia, come c’è un Mantegazza politico e giornalista, igienista e romanziere, pedagogo e divulgatore.

Campi del sapere disparati che riflettono non soltanto la sete di sapere e di cultura di uno studioso particolarmente curioso, ma anche – e forse soprattutto – un’epoca. Quando Mantegazza inizia la sua attività il Paese sta per inoltrarsi in tempi di veloci e in alcuni casi profondi cambiamenti. L’unificazione, in primo luogo (era nato nel 1831 a Monza e i suoi primi saggi sono dei primi anni Cinquanta) che gli porta sotto agli occhi un paese che deve ancora essere in gran parte conosciuto, scoperto, nelle sue culture, mentalità, abitudini ecc. Un Paese ancora prevalentemente agricolo, arretrato in molte sue parti e che soltanto a macchia di leopardo inizia ad essere interessato dagli effetti della seconda rivoluzione industriale.

“La produzione divulgativa mantegazziana – osserva Loconsole -, per sua stessa natura antidogmatica, rivolta a tutti e a nessuno […] era stata pensata dall’autore nella forma di un vadevecum, una bussola dell’igiene fisica e morale, cui il popolo italiano avrebbe potuto fare riferimento al fine di imparare a meglio gestire la propria esistenza in tutte le incombenze della quotidianità” (p. 84).

Un popolo da educare dunque, ma non nella sua completezza. L’analfabetismo rimase su percentuali assai alte almeno fino alla fine dell’Ottocento, soprattutto nelle campagne non solo meridionali, e questo limitava l’ampiezza del pubblico che poteva usufruire degli insegnamenti di Mantegazza.

Da questo punto di vista Mantegazza dispone di uno spazio d’azione enorme: le molte inchieste promosse da governi, province e singoli studiosi fotografano un Paese che necessita di numerosi interventi e lo studioso monzese li individua con sicurezza: “gli italiani non sanno bere, non sanno mangiare, non sanno dormire”, sprecano le proprie energie “e quando si ammalano” cadono vittima di ciarlatani, folklore e “pregiudizi” (p. 101). Il suo intento è redimerli educandoli proponendo loro almanacchi (ne scrisse più di quaranta) e opere divulgative scritte in modo chiaro, diretto e semplice.

Se non che, com’è noto, per la grandissima maggioranza degli italiani il passaggio da sudditi a cittadini avviene con estrema lentezza ed è spesso ostacolato dalle classi dirigenti (su questo si veda, ad esempio, Renato Zangheri, Storia del socialismo italiano (vol. 1). Più in generale, miseria e ignoranza vengono criminalizzate e/o medicalizzate dalle élites alla guida del Paese che si sentono minacciate su più versanti: quello clericale, ostile al nuovo stato unitario, quello di sinistra, col movimento anarchico e socialista in fase di sviluppo, quello di gran parte del “popolo” che porta con sé tare che ne minano la salute psico-fisica dovute ad arretratezza, miseria e ignoranza.

Non a caso la prevenzione, uno dei precetti cardine dei medici e degli igienisti positivisti, è anche per Mantegazza lo strumento più idoneo alla formazione di una popolazione sempre più sana, in salute e affidabile anche per quanto riguarda la salute mentale. Consapevole di questi ostacoli, Mantegazza impronta anche la sua carriera politica – prima alla Camera poi al Senato – a “mezzo per portare al centro dell’opinione pubblica e della amministrazione italiane temi che avrebbero rischiato di non essere trattati con la dovuta accortezza” (p. 65).

Un secolo borghese e “nevrosico”

Tanto più che ai mali antichi, “atavici” del paese – per usare un termine di Lombroso che Mantegazza (a ragione, secondo me) non ammirava – se ne sommavano di nuovi. Parlando dell’Ottocento come di un “secolo nevrosico” egli dimostrava di essere interessato soprattutto agli effetti della seconda rivoluzione industriale: le ferrovie, il telegrafo, l’urbanizzazione, gli effetti del lavoro intellettuale sulla psiche: aspetti che indicano la modernità, un’accelerazione del vivere che dalla fine del XIX secolo cominciò ad interessare alcune zone molto limitate e alcune città.

Gli effetti del progresso (della “civilizzazione” come si diceva allora) sulla popolazione erano studiati da tempo dai medici, soprattutto in Belgio, Francia e Gran Bretagna; Mantegazza non fu l’unico ad indagarli (ad esempio, a testimonianza del ritardo italiano, gli Annali d’Igiene, diretti proprio da Mantegazza, sono di un cinquantennio successivi all’omonima rivista francese). Anche alcune sue conclusioni non erano nuove: ad esempio, la sua idea di “salute gerarchica” (vale a dire nell’imparare ad “accettare il proprio satus sociale“, p. 104), sia pure in altri modi, la si ritrova esposta in molte opere. Vero è che Mantegazza non scartava affatto l’ipotesi di crescita individuale nel campo delle professioni, ma le inseriva nel filone del “selph-help”, dell'”aiutati che di Dio ti aiuta”, un filone di pensiero che raccomandando una vita sobria, di duro lavoro e di risparmi, depoliticizzava i lavoratori e li rendeva perfettamente integrabili nel quadro della società borghese che si stava rafforzando.

I “confini” entro i quali si muove il medico monzese sono quelli della società borghese: i 50 centesimi necessari per acquistare i suoi almanacchi erano al di fuori delle disponibilità economiche della maggior parte della popolazione (p. 105). Non di meno, il fatto stesso che i suoi testi circolassero abbondantemente e vendessero bene dimostra l’esistenza di un mercato in espansione e quindi anche un modificarsi della società e dei ceti produttivi. Mi pare che anche l’A. sia sulla stessa linea interpretativa: “Sembra, quindi, che l’opera di Mantegazza si adattasse, più che al popolo tout court, ad un pubblico di non specialisti” (p. 105).

Meriti e contraddizioni

Scegliendo la borghesia e quei gruppi artigianali piuttosto ristretti in grado di vivere discretamente al punto di potersi permettere di spendere qualcosa per qualche vizio, curiosità o modeste ambizioni personali, quale terreno su cui muoversi, Mantegazza ne individuò molti limiti e pregiudizi e, allo stesso tempo, ne incarnò pregi e difetti.

Assumendo una posizione indubbiamente progressista, egli fu uno dei pochi sostenitori del diritto al divorzio. Il rapporto che Mantegazza ebbe con l’universo femminile fu contraddittorio: riconobbe alle donne un ruolo sociale importante e le ritenne un soggetto “la cui educazione era per molti aspetti assimilabile a quella dell’uomo”. Di più: in antitesi col pensiero dominante dell’epoca, egli attribuiva alla donna “una maggiore sensibilità sessuale e, quindi, una innata predisposizione a godere più dell’uomo durante gli amplessi” (p. 188) . Posizioni avanzate e tutt’altro che scontate (sulla sensibilità sessuale delle donne si veda il quadro tracciato da Marzio Barbagli Comprare piacere ), inserita in un più vasto proposito pedagogico e igienico sanitario tendente a “debellare”, in materia di sessualità, il “moralismo tartufesco di ispirazione cattolica” e tuttavia, non di rado, ricade poi in una concezione della donna, tipica del suo tempo, inferiore all’uomo inserita in un contesto patriarcale (pp. 110-111). A ragione Loconsole afferma che Mantegazza fatica ad uscire da certi stereotipi e pregiudizi del suo tempo e del suo contesto sociale e culturale (p. 111, 197).

Mantegazza infatti risentì pesantemente degli indirizzi scientifici dell’età positivista e, in particolar modo, dell’eugenetica, portandolo su posizioni repressive piuttosto che pedagogiche (Su questi aspetti è opportuno vedere Silvano Montaldo, Donne delinquenti): ciò vale ad esempio, per la condanna senza appello per l’onanismo e qualunque altro atto “contro natura”, alla tolleranza (se non alla difesa) della prostituzione quale male minore e perfino il divorzio era pensato dallo scienziato monzese come una opportunità per le donne non tanto di liberarsi di uomini indesiderati ma per meglio ponderare e poter scegliere “il loro ” (p. 125), il loro matrimonio.

Besnard Albert, La prostitution

Anche nel caso del matrimonio le posizioni di Mantegazza furono contraddittorie. Da un lato, considerò la donna inferiore all’uomo (p. 184) e le attribuì il ruolo di custode del focolare domestico anche in virtù della propria conformazione naturale (p. 188); dall’altro – assumendo una posizione originale e progressista – considerò la contraccezione una eventualità accettabile (pp. 166-67). Ma anche in questo caso l’influsso dell’eugenetica risulta evidente: a suo parere la contraccezione è una forma di “perversione minore”, tollerabile e anzi talvolta necessaria essendo il matrimonio l’unica unione atta a procreare una stirpe sana e non afflitta da degenerazioni. Per questa ragione, in quanto procreatrice, le donne dovevano essere educate fin dall’infanzia al ruolo che avrebbero un giorno ricoperto . Una posizione, quest’ultima, che solo apparentemente cozzava con un altro suo precetto secondo il quale era bene che le madri raccontassero alle figlie senza reticenze “la verità sul sesso […] senza nascondere nulla” (p. 183).

Conclusioni

Ho toccato soltanto alcuni temi trattati da Loconsole in questo libro ricco di spunti. Ve n’è uno però, che forse meriterebbe qualche attenzione. L’A. ha mostrato giusta attenzione nel confronto Nord/Sud del Paese. C’è però un’Italia di mezzo, non solo geograficamente, che è quella dell’Italia centro settentrionale caratterizzata da un’agricoltura non arretrata e dalla corposa presenza mezzadrile e bracciantile. Sono soggetti che Mantegazza ha guardato (vedi, Adriano Prosperi, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento) e che meriterebbero maggiore attenzione. Non vuole essere una critica, piuttosto un suggerimento per ulteriori approfondimenti.

Infatti Loconsole ha evitato la trappola nella quale molto spesso cadono i biografi: quello di “innamorarsi” del recensito. Le sue osservazioni in sede di valutazione sono ponderate e persuasive, in un libro ricco di curiosità, informazioni bibliografiche e che si legge con piacere.

Buona lettura.


 

Recensione. Luigi Mascilli Migliorini: Napoleone

La ricorrenza del bicentenario della morte ha offerto a molti editori di proporre nuovi studi su Napoleone. Salerno Editrice, invece, opta per una nuova edizione, accresciuta e aggiornata della splendida biografia dedicatagli da Luigi Mascilli Migliorini.

La fortuna e il genio

Le persone di talento non hanno molte difficoltà nel trovare la propria strada, e un uomo come Napoleone, che di talenti ne possedeva molti, non avrebbe fatto eccezione. Ma è fuor di dubbio che Napoleone divenne “Napoleone” grazie alla Rivoluzione francese (sulla quale rimando a Jeremy Popkin Un nuovo mondo inizia). Se non vi fosse stata, se l’Ancien régime avesse continuato a vivere, difficilmente il giovane corso avrebbe scalato fino alle vette la carriera militare. Invece la Rivoluzione spalanca le porte a questo umbratile, ambiziosissimo ragazzo che si presenta appena ventenne ad uno degli appuntamenti decisivi della storia.

Fino ad allora Bonaparte è un giovane provinciale per nascita, per cultura e per ambizioni: sogna l’indipendenza della Corsica, la selvaggia isola che gli ha dato i natali. Svanito quel sogno per il passaggio dall’altra parte della barricata della famiglia, Napoleone si trova catapultato in Francia e, quindi, in quel momento, al centro della storia europea.

Napoleone figlio della Rivoluzione o affossatore della Rivoluzione? Per Mascilli Migliorini questa sono domande mal poste e sbagliate. Napoleone è figlio della Rivoluzione in tutto e per tutto; alla Rivoluzione deve tutto, e ne sarà sempre consapevole. Comprende immediatamente la portata storica della Rivoluzione. Si rende conto – per citare il titolo di uno splendido film di Ettore Scola – che da quel clamoroso incendio sta nascendo un “mondo nuovo”: l’individuo, la società, il mondo stesso non saranno più gli stessi da quel momento in poi; la Rivoluzione è la madre della modernità, e di questo Napoleone non dubita.

Tuttavia, quel giovane caporale che vedrà schiudersi la sua carriera militare con la guerra del 1792, che in quel periodo è repubblicano e giacobino, si avvede che il potere politico è incapace di stabilizzare la Rivoluzione. La guerra, del resto, ha accresciuto il potere dei militari, ed è lì che Napoleone vede la soluzione al problema. Pur restando sempre, a suo modo, un “militare repubblicano” o, meglio, un soldato del nuovo regime uscito dal turbine rivoluzionario, egli pensa che i militari possano sobbarcarsi della missione tutta politica di far uscire la Rivoluzione dall’empasse in cui si trova e di darle la stabilità necessaria.

Il punto è che soltanto la pace può chiudere la Rivoluzione, ma proprio per questo è indispensabile che la guerra sia vinta. A partire da questo momento l’A. individua un percorso che prosegue anche con Napoleone imperatore: il modo in cui Napoleone concepisce e conduce la guerra è, a suo modo, il proseguimento della storia della Rivoluzione: anche da imperatore egli continua lo scontro tra il mondo nuovo partorito dalla Rivoluzione e il vecchio mondo delle corti europee.

Jacques Louis David Napoleon am Großen St. Bernhard
Trasformazione

L’ipotesi è suggestiva e plausibile: con la campagna d’Italia Napoleone si convince che l’esercito può rivendicare un “protagonismo autonomo” che egli stesso incarna (p. 115) e il suo ministro degli esteri, (il cinico ma dal raro talento politico Tayllerand) si sente in dovere di ricordargli che egli invece è un uomo della Rivoluzione e che le sue vittorie militari appartengono a tutti i francesi e non a lui solo (pp. 126-27). Ammonizione vana quella di Tayellarand perché di fronte alle indecisioni e alle inconcludenze del Consolato Bonaparte decide di mettere in campo proprio il “protagonismo” autonomo dei militari e sciogliere con un taglio netto il nodo irrisolto dell’uscita dalla Rivoluzione con il 18 di Brumaio.

E tuttavia Napoleone è e resta repubblicano. Non solo perché ha difeso la Costituzione dell’anno III, ma perché non militarizza la Francia (anche se questo accadrà in una certa misura molto più tardi, a partire dal 1808) e non pensa e non si muove nel senso di una restaurazione monarchica. Con una soluzione personalissima incanala la Francia verso una “Repubblica plebliscitaria” (p. 173). La definizione di Aulard (così come le osservazioni in proposito di Marx) coglie nel segno perché attraverso il plebiscito Napoleone si legittima dal basso, col consenso popolare, saltando le mediazioni della rappresentanza; così come elemento di consenso popolare è diventato anche l’esercito che si è formato nella Rivoluzione e che naturalmente, in grandissima parte, si riconosce in Bonaparte.

Consenso popolare che però non è sufficiente ad ottenere un’adesione completa della società. Ecco perché viene subito avvertita impellente la necessità di creare una nuova nobiltà, una nobiltà di stato, un’élite repubblicana che si dimostri in grado di assorbire i corpi intermedi dello Stato e, allo stesso tempo, non faccia temere una restaurazione.

Napoléon Ier sur le trône ou Sa majesté l’empereur des Français sur son trône par Ingres

Con la creazione dell’Impero il quadro si dilata e si complica perché ora al nuovo imperatore si pone il problema di trovare un modo per integrare forme statali diverse e potenzialmente concorrenti a quella francese e di come federarle. Sono gli stessi fratelli a spiegargli che non possono limitarsi semplicemente a sfruttare i loro regni; hanno comunque degli obblighi verso i loro sudditi e ci sono limiti che non possono oltrepassare (p. 181).

I fratelli fanno riferimento agli effetti controproducenti del blocco continentale imposto nel 1806; ma i problemi che questo suscita sul continente (benché la Francia, almeno per un certo periodo, ne tragga indubbiamente dei benefici), hanno a che vedere non soltanto con le difficoltà di mettere seriamente in crisi l’economia britannica, ma si intrecciano con i fermenti nazionalistici che cominciano a manifestarsi in Italia e nel frammentato mondo tedesco (si vedano, ad esempio, le considerazioni dell’A. a pp. 256 ssgg).

Nemmeno la strepitosa vittoria di Austerlitz, capolavoro indiscusso del genio militare napoleonico, riuscirà ad appianare le cose. Nello stesso momento, a fare da contrappeso, interviene Trafalgar, segno che l’Inghilterra rimane e rimarrà padrona dei mari e che pertanto non sarà possibile nessuna pace. Non solo la Gran Bretagna resta inattaccabile e mantenendo l’egemonia sui mari costringe Napoleone a tentare di egemonizzare il continente, ma non si rende conto che agli occhi delle monarchie europee la Francia napoleonica rimane comunque un corpo estraneo e che l’Austria non si rassegnerà mai a patteggiare un equilibrio continentale con uno Stato – la Francia – ideologicamente avversa e comunque estranea ai propri valori (pp. 242 e 249).

Restano ancora dieci anni da Austerlitz prima che la vicenda militare e politica di Napoleone si chiuda, ma a ben guardare tutti i nodi che non riuscirà a sciogliere sono già qui. Anzi, da quel momento in poi i nodi cominciano a stringersi. L’invasione della penisola iberica per rendere più efficace il blocco continentale contro la Gran Bretagna, si trasforma ben presto in un ginepraio che lo indebolisce via via (della Spagna, scrive l’A. Napoleone “sembra non capire nulla”, p. 292); l’espansione dell’impero verso est inizia a mostrare ai francesi tutta la brutalità, la ferocia e l’insensatezza della guerra: la lista dei morti, dei feriti e dei mutilati si allunga sempre più. Napoleone continua a vincere, ma le sue vittorie hanno prezzi sempre più alti. In discussione non è il suo formidabile colpo d’occhio e il suo genio militare. Ma man mano che si inoltra verso est, i rifornimenti diventano sempre più difficoltosi e la povertà dei territori non compensa in loco le necessità di eserciti sempre più grandi.

D’altra parte le vittorie militari legittimano il suo potere all’interno, ma non riescono a stabilizzare la situazione europea e a garantire la pace che i francesi aspettano ormai da tantissimo tempo. A nulla vale, in questo senso, anche il matrimonio con la figlia dell’Imperatore d’Austria Maria Luisa, dopo la separazione dall’amata (benché più volte infedele) Giuseppina. Anzi, questo lo conduce alle porte della Russia… cioè della sconfitta decisiva.

Naturalmente, nel frattempo, Napoleone ha realizzato un’infinità di cose che per molti aspetti hanno modernizzato la Francia (ma non in tutti, ci sono anche degli arretramenti) e fatto la fortuna di molti. Ma è proprio la contraddizione del Napoleone guerriero per trovare una pace che gli sfugge sempre un po’ più avanti e lo costringe a nuove guerre per tamponare falle e crepe e per tentare di riacciuffarla che logora il consenso all’interno: “aggiornando a tempo indefinito la pace è assai difficile che il paese prosperi”, nota con acutezza un uomo d’affari (pp. 334-35). In altre parole, depoliticizzando l’amministrazione e la società civile, Napoleone si priva di un appoggio ideologico che gli sarebbe venuto a mancare nell’attacco finale, nel 1814. Nei fatti le élite della società francese si erano lasciate “comprare”, senza mai vendersi… Questo spiega il veloce e disinvolto voltafaccia delle élites nei suoi confronti nel 1814 e del 1815.

Turner, Joseph Mallord William; The Field of Waterloo; Tate; http://www.artuk.org/artworks/the-field-of-waterloo-202320
Il mito

Si tratta di una fine mesta – anche se in parte meritata – ma mai come le pagine che ci descrivono l’esilio prima all’Elba e poi a Sant’Elena. Tuttavia, senza quei due anni finali – il 1814 e il 1815 – Napoleone, benché geniale, sarebbe rimasto un capo di stato, forse più notevole di altri. Invece quella sua tenacia alimentata da una sconfinata ambizione che lo porta a Waterloo a giocarsi il tutto per tutto – restando sconfitto quasi inspiegabilmente in una battaglia che gli sembrava vinta – e a perderlo, lo trasforma in mito.

Ma del resto un uomo come Napoleone non può non continuare a dividere i giudizi. Il pregio di questa splendida biografia sta nel fatto che Mascilli Migliorini ha una padronanza stupefacente di una bibliografia sterminata (oltre 170 pagine del libro sono di note a margine), confermata da una scrittura piacevolmente pacata e densa.

Redingote et bicorne de Napoléon Ier

Chi vuole cominciare a conoscere da vicino Napoleone fa bene a cominciare da questo libro.

Le immagini sono riprese da:

  1. Musée de l’Armée
  2. Belvedere Museum
  3. Tate


 

Recensione. Mimmo Franzinelli: Storia della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945)

Storia della Repubblica Sociale Italiana di Mimmo Franzinelli ha molti meriti. Il primo è quello di essere un libro rivolto a un pubblico ampio, di non specialisti. È bene che uno storico che studia da sempre il fascismo pubblichi un libro con questo taglio. La Repubblica Sociale è ancora ammantata di leggende e vere proprie falsità.

Il secondo merito del libro che mi preme segnalare risiede nella sua struttura. Franzinelli inserisce numerose brevi biografie di molti protagonisti. Lo fa non con un’appendice (come ha fatto anni fa in Squadristi), ma le rende parte integrante della narrazione. È un’operazione vincente, a mio avviso, perché consente al lettore di rendersi conto dell’inestricabile intreccio tra le caratteristiche della Repubblica: violenza – moltissimi sono gli ex squadristi della prima ora poi relegati in posizioni marginali durante il ventennio che ora occupano ruoli importanti -, corruzione, opportunismo, sudditanza verso l’alleato, codardia personale (molti dei memoriali inviati a Mussolini sono patetiche e piagnucolose autodifese e mistificanti autorappresentazioni), razzismo.

L’estrema fragilità della Repubblica, è dovuta certamente anche al fatto che i suoi organi sono sparpagliati sul territorio, ma anche perché l’incredibile quantità di corpi, polizie ecc. sono quasi sempre feudi personali di potere di singoli, spesso usati uno contro l’altro per rivalità, ruggini vecchie mai sopite, sete di ribalta o di vendetta e affarismo.

In secondo luogo queste biografie gli consentono di spostarsi da un argomento all’altro. Si possono prendere alcuni temi centrali. Mussolini non si “sacrificò” affatto per il bene dell’Italia evitandole un trattamento più duro da parte dei nazisti; la RSI non fu l’espressione di un tragico tentativo da parte di idealisti di riscattare il fascismo finito vittima di traditori. Era piena zeppa di gente della peggior specie: criminali, delinquenti, ladri, speculatori. Quasi tutti millantavano onestà e probità, ma così come il regime fascista era stato incredibilmente corrotto, lo fu anche la Repubblica Sociale. I pochissimi che avevano intenzione di “fare pulizia” si trovarono immediatamente le mani legate dalle manovre dei tantissimi che avevano moltissimo da nascondere e niente da guadagnare dalla carriera politica fatta durante il ventennio: non se ne fece nulla perché, come osserva giustamente l’A. a p. 92: “il fascismo non può certo condannare sé stesso”.

Il “fantasma” di Mussolini

La corruzione e la sete di arricchimento non sono l’unico cordone ombelicale col ventennio. Al centro vi è Mussolini. Un uomo assolutamente impotente, alla completa mercé dei nazisti, oscillante tra rassegnazioni e rigurgiti di protagonismo. Il Mussolini che emerge dal carteggio con la Petacci è la figura di un poveraccio: capace di ammaliare le folle, ma meschino e insicuro, debole e soprattutto codardo (del resto lo dimostra la sua fine… il capo del fascismo che per vent’anni ha predicato le virtù guerriere dell’audacia e del coraggio per poi finire fuggiasco travestito da soldato tedesco. In questo senso molto più dignitosa di lui fu la Petacci). La versione di un Mussolini che si sacrifica per il bene dell’Italia viene demolita nel corso della trattazione: L’Italia occupata dai nazisti viene sistematicamente spogliata di tutto. E questo aspetto rende schizofrenici i repubblichini: vorrebbero combattere alla pari coll’alleato, promettono di promuovere giustizia ed equità sociali, ma senza la presenza dei tedeschi crollerebbero in un attimo. La loro è una condizione di impotenza che genera continuamente una corrente di frustrazione che permea tutta la vicenda. Incapaci di provvedere a un popolo immiserito, spogliato, sfruttato e brutalizzato dall’alleato, anziché riconoscere il fallimento del ventennio, gli si ritorcono contro: nella loro ottica gli italiani meritano il trattamento brutale dell’alleato che combatte la guerra al loro posto.

È questa la responsabilità più grave della repubblica di Salò. Franzinelli giustamente mette in risalto il fatto che è il riapparire sulla scena di Mussolini ad alzare l’asticella della violenza. Lo si vede fin da subito con la reazione del neo-fascismo, all’omicidio del federale di Ferrara Igino Ghisellini: “La vendetta ordinata dal Congresso di Verona segna dunque la svolta decisiva verso la guerra civile” (pp. 54 e 60). Le ritorsioni indiscriminate, l’uccisione di innocenti, l’esposizione di impiccati e fucilati per giorni sono tutti elementi introdotti dai repubblichini e diventano “marchi di fabbrica” della Repubblica Sociale.

Non è un caso se ad emergere fin da subito è l’ala più violenta e radicale della repubblica: dietro a una confusa retorica di rinnovamento – “sociale” la repubblica non lo sarà mai, nemmeno lontanamente – hanno gioco facile coloro che puntano all’estremizzazione del conflitto. I repubblichini vedono (e non di rado immaginano) complotti e nemici dappertutto. Il tema del tradimento è fondamentale per capire il contesto: traditori sono i gerarchi che hanno deposto Mussolini il 25 luglio 1943; lo sono ovviamente i partigiani; ma lo sono anche – nella testa di molti – tutti gli italiani che non appoggiano la Repubblica. La replica dello schema adottato dal fascismo delle origini, di creare disordine in funzione dell’ordine fallisce miseramente: fatta eccezione per i tedeschi, non c’è quasi nessuno a sostenerli e comunque non forze nemmeno lontanamente sufficienti.

E ancora. La Repubblica non esita ad arruolare nelle proprie fila ragazzini che sono poco più che bambini. Gli ex fascisti (e non solo loro, purtroppo) che hanno parlato dei “ragazzi di Salò” che andavano a cercare “la bella morte” dimostrano con questo atteggiamento di rifiutarsi di fare i conti con quella storia: si dovrebbe pur riflettere sulla manipolazione di adolescenti.

Di “bello” la Repubblica Sociale non ha avuto niente. Franzinelli ci restituisce un mondo claustrofobico, in cui tutti sono contro tutti, pervaso di meschinità e colpi bassi a tutti i livelli, costantemente, dall’inizio alla fine. Un mondo di maschi, intriso di maschilismo in tutte le sue componenti, nel quale le donne vengono accettate e accolte soltanto se acconsentono a militarizzarsi e di sottostare a pregiudizi che in realtà nascondono un mondo di uomini fragili, deboli, subdoli, spietati ma vigliacchi.

Il “vischio” ereditato

C’è una vischiosità che impregna questa vicenda. I rapporti – tra i vari esponenti, tra i molti corpi militari, tra il partito e il governo, tra il governo e i nazisti, tra Mussolini e i sottoposti… – non sono mai lineari, mai schietti, mai diretti. Sono sempre obliqui, ambivalenti, spesso untuosi, opachi. A ben guardare questa è un’eredità del regime. Il fascismo fu un grande imitatore: gran parte dell’apparato assistenziale messo a punto dal regime (e che oggi ancora molti scambiano per “welfare” mentre invece era assistenza perché non si basava sul riconoscimento di diritti, ma di beneficenza calata dall’alto) era già presente in nuce nell’Italia liberale (le colonie si innestano sugli Ospizi Marini, l’OMNI su Opere Pie preesistenti). Il fascismo ebbe l’intuizione, vincente – bisogna di riconoscerlo – di colmare la distanza tra governati e governanti. Si tratta di un fenomeno diffuso: penso ad esempio ad una buona parte di agronomi e studiosi cooptati per la bonifica integrale – Serpieri, Jandolo ecc. Il regime gli mise a disposizione enti, strumenti e materiali per lavorare. La repubblica sociale riprende questi metodi: i Bombacci e altri che venivano da percorsi e storie lontane e avverse al regime non sono il frutto della banale equiparazione tra totalitarismi (i compagni in camicia nera); sono lì perché il regime sapeva attrarre e piegare molti soggetti (ad esempio, nel 1931 Mussolini recupera Bombacci, dopo che era stato espulso quattro anni prima dal partito comunista, pp. 201 ssgg.). Durante il ventennio, uomini di questo genere fanno comodo al dittatore che li utilizza a seconda dell’immagine che vuol fornire in un determinato momento. Autore di uno studio fondamentale sull’OVRA, Franzinelli queste cose le conosce bene e ci regala un panorama di intellettuali e ingegni dagli atteggiamenti a volte sorprendente. (Ma qui ci si addentra in una storia lunghissima di “mecenati” e raccomandati, di élites e servilismo).

Queste considerazioni ci portano ad altre osservazioni. Così come il regime era stato un formidabile laboratorio di mistificazione (e non a caso lo scollamento tra regime e società avverrà anche l’incapacità del regime di mantenere quanto continuamente promesso, vedi: Paul Corner, Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura); così la repubblica sociale riutilizza questa eredità: c’è una distanza colossale tra propaganda e realtà. Questa volta però gli italiani non ci cascano più; il che non vuol dire che diventino antifascisti in senso stretto: diventano ostili alla repubblica. Il sentirsi “élite” da parte di molti protagonisti di Salò è anche frutto di una linfa che viene da questo isolamento. E tuttavia una parte di questa opera di falsificazione è traghettata nell’Italia repubblicana. (Ma questo lo si deve in buona parte alla mancata epurazione sulla quale non è questo il momento di discutere).

Chiudo con due cenni che però sono importanti nel libro. Il primo riguarda il razzismo e l’antisemitismo: al contrario di quanto spesso si continua a sostenere, l’antisemitismo fu una componente essenziale della repubblica sociale e le responsabilità sono di molti, non solo dei più accaniti razzisti come Preziosi. Infine, nel libro vi sono decine e decine di fotografie. L’A. le usa non come corredo, ma come documenti: esse testimoniano l’atrocità di quei tempi, la sudditanza dei repubblichini ai nazisti, ma soprattutto il clima lugubre di quell’esperienza.

Non ho esaurito gli argomenti del libro e i suggerimenti che contiene. Il lettore li troverà da sé, aiutato da puntuali riferimenti archivistici e bibliografici. Con Storia della Repubblica Sociale Italiana, Mimmo Franzinelli ci regala un libro importante, scritto con una penna agile, coinvolgente e precisa al tempo stesso.

Buona lettura.