Recensione. Madeleine Ferrières: Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo

Il fatto che viviamo in un’epoca di diffuse paure alimentari mi sembra incontestabile. Controlliamo le etichette, cerchiamo di stare attenti alle truffe, chiediamo pareri e consigli, ma di fatto diffidiamo di quello che mangiamo. A torto o ragione ne diffidiamo perché, concretamente, non sappiamo nulla o quasi sui prodotti che compriamo: come sono stati allevati gli animali la cui carne poi acquistiamo, da dove provengono frutta e verdura, come viene lavorata la pasta confezionata…

Ma la storia delle paure alimentari ha un percorso lungo, plurisecolare, che si inserisce in un contesto di molte altre paure presenti e assillanti. Madeleine Ferrières ne scrive la storia a partire dal Medioevo. Occorre precisare meglio: le paure alimentari sono un fenomeno moderno, verrebbe quasi da dire contemporaneo, e riguardano principalmente il mondo occidentale dove c’è una sovrabbondanza di disponibilità alimentare.

Nel Medioevo e nell’età pre-industriale le cose non stavano così. Naturalmente si diffidava di certi tipi di carne, del pesce soprattutto, sempre sospetto, ma gli uomini del passato hanno dovuto fare i conti con paure ben più profonde, diffuse e radicate: le epidemie e le carestie. Prima della paura alimentare viene la paura della fame. È per questo motivo che Ferrières incrocia la paura verso gli alimenti con altre paure e con altri fenomeni.

Ciò non significa che la paura verso ciò che si mangia non fosse presente. tutt’altro. Un esempio illuminante riguarda il pesce, animale che suscita molte diffidenze. I medici lo disprezzano perché, come tutti i prodotti freschi e acquosi, sono “corruttibili e corruttori”; cosa dire poi dell’acqua di cui si è nutrito e in cui era immerso? In tempo di peste a Parigi era vietato bere acqua della Senna e di mangiare pesce; i medici di Palermo e Cagliari ritengono che i poveri si ammalino più facilmente degli altri perché si ingozzano di tonno guasto e puzzolente (pp. 198-99). Questo caso contraddice la distinzione in auge per secoli tra stomaco del povero che, abituato alla fatica e al consumo di energie, è considerato più robusto ed efficiente di quello del ricco che è più delicato, e quindi può digerire cibi più pesanti e carni di qualità altrimenti discutibili (pp. 78-81). È vero però che il pesce, più di altri alimenti, offre il vantaggio di puzzare prima e più di altre carni, cosa che mette in guardia il consumatore. Così, ad esempio, nel 1784 un paesino francese si solleva e fa ritirare dal mercato due panieri di aringhe: è il loro odore poco invitante ad aver allarmato i cittadini (p. 91). I secoli passati sono stati secoli di odori e l’olfatto, assieme agli altri sensi, era un buon indicatore della qualità e dello stato di conservazione dei cibi.

Tornando al tema da cui sono partito, innanzi tutto i mestieri che hanno a che fare con l’alimentazione – macellai, panettieri, pasticcieri, venditrici di trippa (venditrici, perché era un mestiere femminile), pescivendoli ecc. – sono sempre stati sottoposti a qualche forma di regolamentazione. In linea generale, nei paesi del Nord Europa erano i comuni ad occuparsene, in quelli del sud, le corporazioni di mestiere.

Secondo: si cercava di separare gli animali malati da quelli sani. Le pecore colpite dal vaiolo, i bovini che avevano contratto la peste, i maiali – c’erano specialisti che ne esaminavano la lingua, i langueyeurs. Certo, erano soluzioni approssimative: le bestie al pascolo erano affidate a bambini che non avevano l’esperienza per giudicarne lo stato di salute; la sporcizia dei contadini – personale, abitativa e ambientale – era proverbiale e facilitava il diffondersi di epizoozie. Tuttavia non si può dire che non si cercasse di fronteggiare il problema.

Dicerie

Terzo, dobbiamo tenere presente che in quelle epoche i sensi giocavano un ruolo molto più importante di oggi: la clientela vuole vedere le bestie vive entrare in città e i macellai le sacrificano e le scuoiano all’aria aperta e non possono vendere carne fresca oltre i secondo giorno di macellazione. I salumieri invece hanno diritto di vendere carne cotta e i pasticcieri quello di fare paté e timballi di carne.

Ma cosa c’è, esattamente, in quei timballi? In molte zone d’Europa si mormora che questi pasticci siano fatti con carni di gatto (c’era un commercio legale delle pelli di gatto, ma dove finivano i gatti scuoiati? – vedi pp. 200-207). Occorse parecchio tempo prima che la crosta dei timballi divenisse soffice; prima era difficile diagnosticare cosa contenessero i timballi: il sospetto che venissero fatti con avanzi, carni di scarto, di animali morti o malati rimase forte. Timballi e pasticci non erano gli unici. In Francia circolava voce che la birra inglese fosse così forte perché perché fatta con “cani scorticati” (p. 201). La paura alimenta dicerie e viceversa.

Sono i cittadini più dei campagnoli a sentirsi minacciati. Nelle campagne la filiera tra produttore e consumatore è corta, spesso cortissima e non di rado annullata nell’autoproduzione. Al mercato i contadini portano il meglio di cui dispongono, ma non sempre è garanzia sufficiente: la merce può provenire da lontano, e quindi deperire o deteriorarsi. Da questo punto di vista il cittadino, soprattutto quello delle grandi città, è indifeso rispetto al mondo circoscritto della campagna – frastagliato di una miriade di villaggi e piccoli paesi dove tutti si conoscono. Per questo i macelli sono nel centro della città e non lontani dalla piazza del mercato.

La “logica” dei contadini

L’esempio precedente è solo uno tra i possibili che testimoniano una delle rare “superiorità” delle campagne rispetto alle città. La cultura, è risaputo, ha i suoi centri di produzione e di irradiazione nelle città: il cittadino è mediamente più colto e informato del campagnolo (sul diffondersi delle notizie in età pre-industriale, vedi Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi). Non stupisce che per lungo tempo i cittadini abbiano guardato i contadini dall’alto in basso, se non con vero e proprio disprezzo (su questo, vedi Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento). Ma ciò non significa che le campagne non abbiano dei loro saperi, delle conoscenze profonde e, talvolta, anche più perspicaci e pertinenti alla soluzione dei problemi della cultura “alta” e ufficiale: le mammane delle campagne sanno provocare le contrazioni uterine molto prima della scienza medica grazie alla conoscenza secolare delle erbe.

Naturalmente medici e veterinari restano sbigottiti – e schifati – dalle usanze dei contadini. Essi condannano l’abitudine dei campagnoli di ammassare letame nelle stalle, pratica di certo quanto mai condannabile dal punto di vista igienico, ma non ne afferrano il senso profondo. Essa risponde ad un ragionamento sensato: il letame riscalda l’ambiente e le bestie ingrassano più facilmente (p. 220).

E cosa controbattere a un robusto garzone quando non solo dice, ma dimostra con logica inoppugnabile a medici affermati che non capiscono niente delle strategie di sopravvivenza che i contadini sono costretti a mettere in atto in tempi di carestia? Il fatto è questo: nella Sologne, non lontano da Parigi, pare che ci si ammali di qualcosa che fa letteralmente cadere dita dei piedi o delle mani o pezzi di naso. Dalla capitale vengono inviati in quella zona poverissima dei medici verificare. Ed effettivamente, questa volta, la diceria è vera. Responsabile di questo sconcio è l’ergot, la segale cornuta, con la quale in tempi di crisi i contadini fanno il pane. E allora perché mai continuare a piantare la segale e non, piuttosto, la patata, sostengono i medici.

Pare un ragionamento sensato, ma la patata suscita diffidenze. Primo perché viene da lontano, non è autoctona, e tutto ciò che ha il sapore di novità suscita diffidenze; secondo, affondando nella terra la patata è considerata un cibo umido, povero, difficilmente commestibile se non dannoso: molto meglio darlo ai porci – ribattono i contadini. La storia della patata è contrastata tra diffidenza, rifiuti e successi.

Ma allora perché rischiare di rimetterci parti del proprio corpo, domandano i medici? La risposta è semplice e rivelatrice: i contadini devono dare ai padroni la parte migliore del raccolto, a loro restano le farinacee inferiori e devono arrangiarsi con quelle. Non è questione di stabilire se la segale cornuta faccia seccare e cadere qualche dito o un un pezzo di naso, i contadini lo sanno da sempre. La questione del problema sta nel dosaggio: poca segale cornuta nell’impasto non provoca danni al fisico, ma inganna la fame, la toglie; se si sbaglia dosaggio in eccesso, allora il rischio c’è. Perché correrlo? Perché l’alternativa è morire di fame: tra la certezza di morire d’inedia e la probabilità di rimetterci un dito i contadini scelgono di rischiare.

Lo fanno a ragion veduta, visto che in Toscana i contadini fanno il pane con il loglio: la segale cornuta ha effetti simili all’LSD, il pane impastato con una certa dose di loglio provoca una sorta di ubriacatura e poi sonno pesante: se si ha fame – e nelle annate di carestia la fame è tanta, quotidiana – meglio ingannarla o dormirci su. (A questo punto i medici si domandano come stabilire la dose dannosa di segale cornuta? Semplice: lo si dia da mangiare ai criminali condannati a morte, così si “rende utile all’umanità perfino il crimine” (p. 175)).

Tutta la vicenda riguarda questioni fondamentali. Determinati alimenti possono fare bene o essere innocui se presi a determinate dosi e trasformarsi in veleni con dosi eccessive. Questo vale soprattutto per le “droghe” campestri, che i contadini conoscono benissimo e in gran quantità.

L’altro aspetto riguarda l’evoluzione della medicina. I medici di città imparano a conoscere le campagne; scrivono “topografie mediche”, scrutano, studiano quel mondo misterioso. Spesso lo condannano, ma la conoscenza si approfondisce sul campo. Siamo agli albori della medicina moderna, che lentamente e con fatica soppianta quella galenica e ai primi vagiti della “polizia medica”, dell’igiene pubblica.

Pane bianco, pane nero, pane “alla regina”, rame e piombo

L’avanzata del progresso è difficile e irto di ostacoli. Le innovazioni sono sospette. Lo dimostra la strana vicenda del pane “alla regina”, un pane soffice, morbido, buono, fatto col lievito di birra e non col lievito tradizionale. Tutta la vicenda riguarda la possibilità di vendita del pane: i fornai accusano i locandieri di rifornirsi di questo pane da paesi vicino a Parigi e non da loro, ma poi slitta su questione sanitarie. Non sarà che il lievito di birra faccia male? Un dubbio, sbandierato per ragioni ben diverse, getta nel panico la città. Alla fine l’innovazione ha la meglio: il pane “alla regina” diventa pane per ricchi o quanto meno benestanti, non tutti possono permetterselo. Le distinzioni sociali, che si esprimono anche attraverso la presentazione e ostentazione della tavola, anche se si trasformano restano valide (su questo vedi Massimo Montanari: Il formaggio con le pere. La storia in un proverbio).

Sapere che cosa si mangia è importante ma non è l’unico problema. Anche come e dove vengono cotte le pietanze ha la sua importanza. Fino a non molto tempo fa anche alcuni storici hanno condiviso l’idea che l’uso massiccio delle spezie servisse a mascherare carne mal conservata o andata a male, poi si è appurato che non è così (vedi: Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari). C’è voluto l’avvento della scienza moderna – in particolare della chimica per capire le implicazioni nocive delle stoviglie di rame e di piombo.

Conclusioni

La questione del progresso ci porta ad una considerazione metodologica. L’A. non corre il rischio di cadere nell’anacronismo – errore fatale per lo storico – giudicando a posteriori? Madeleine Ferriére corre il rischio e lo evita quasi sempre.

Questo libro, oltre che piacevolissimo da leggere, è importante per vari motivi. L’Autrice tiene conto di una enorme quantità di interlocutori: medici, giudici, corporazioni di mestieri, statuti, governatori… il consumatore è onnipresente e sfuggente allo stesso tempo per tutto il libro. Esso si trova al centro di molteplici interessi che si scontrano e che trovano tregue e patteggiamenti: “la salute resta una faccenda privata”, non spetta allo Stato vietare la vendita di determinati cibi, se non in casi eccezionali di comprovata dannosità. Ecco che allora entra in gioco la centralità dell’informazione, che è sempre un’informazione mediata e di parte: le vediamo all’opera in tutto il libro perché centrale, per le vicende che occupano i 16 capitoli, sono anche i luoghi dove avvengono le contrattazioni tra le parti: aule di tribunale, riunioni consiliari, relazioni ufficiali e ufficiose: il consumatore resta escluso, resta fuori; caso mai si ascolta la vox populi, ma non interviene, in un certo senso non c’è.

Prodotti, luoghi, soggetti, interessi: gli intrecci e le relazioni che ne scaturiscono che l’A. dimostra di saper padroneggiare sono molti. Così, ad esempio, la preoccupazione della qualità può coesistere con la paura della scarsità, anche se quest’ultima è primaria. Spiegare i fenomeni di ricezione del pubblico riducendoli a un fattore considerato predominante sembra assurdo.

Certo, occuparsi di un tema come questo nell’arco di secoli è compito immane (lo si può leggere tenendo presente Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza). Ma davvero questo libro apre un’infinità di percorsi di ricerca e ha molto da insegnare.

Buona lettura.


Recensione. Klaus Bergdolt: La grande pandemia

Un libro chiaro, esaustivo e spesso sorprendente sull’epidemia di peste del 1348-’51.

Scopo del libro di Bergdolt è capire “come la peste nera generò il mondo nuovo”. Così recita il sottotitolo de La grande pandemia. Quali furono le conseguenze della grande epidemia di peste del 1348-51?

Le epidemie non erano un fatto nuovo, erano conosciute da tempo, ma la Peste Nera irruppe sulla scena della storia come una catastrofe inaudita, come terribile punizione divina, come un evento che preannunciava la fine del mondo. Falcidiando un terzo della popolazione europea, la peste nera fu un evento sconvolgente. Non si era mai vista una malattia con un tasso di mortalità così alta e con una rapidità di propagazione in quella misura. Tutte le testimonianze, raccolte con acribia dall’A., dall’Italia alla Spagna, dalla Francia all’Irlanda, dall’Austria ai paesi scandinavi concordano su questo aspetto.

Le vicende sono note. La peste si diffuse seguendo le rotte commerciali – la via della seta – e approdò in Europa a bordo delle navi. L’arrivo in porto di una nave che non si sapeva ancora essere infetta innescava immediatamente il propagarsi del morbo nella città e, da lì, iniziava a dilatarsi di città in città, di borgo in borgo. Questo schema si ripeté ovunque: navi provenienti da Caffa (nella Crimea di oggi) la portarono in alcuni porti italiani; navi italiane la spostarono in Francia; altre navi la fecero arrivare in Spagna e in Inghilterra; ovunque lo scenario fu identico: “non appena i marinai [infettati] scendevano a terra in una qualche località ed entravano in contatto con delle persone queste morivano”, scrive un cronista del tempo (p. 52). Via terra dall’Italia del nord la peste si propagò prima in Austria, poi in Germania e nell’Est Europa.

L’origine asiatica della malattia fu indicata in breve tempo, ma la morte repentina di un numero spropositato di persone non poteva non diffondere voci incontrollate su di una malattia con una letalità che lasciava sgomenti: le conoscenze geografiche erano incerte e quanto mai lacunose. Il Catai e le zone dell’Asia dalle quali la peste proveniva erano luoghi in qualche modo mitici, di cui non si sapeva pressoché nulla e nei quali – ed era l’opinione anche di medici prestigiosi chiamati dalle autorità a indagare sull’epidemia – si riteneva che si fossero verificati fenomeni climatici del tutto inusuali e imprevedibili, interpretati come pessimi presagi.

Così come non si sapeva nulla sul fatto che fossero i topi e le pulci i responsabili dell’epidemia, presenze abituali nella vita quotidiana di tutti e diffusi ovunque: nelle navi, nelle città, nelle, vie, nelle case. Essendo l’igiene personale più discutibile per non dire quasi inesistente, letti, vestiti, sacchi di tela, merci di vario genere, erano un habitat perfetto per le pulci infette.

La presenza del tutto scontata di topi e pulci, ritenuta fastidiosa ma innocua per la salute, portava medici e cronisti ad imputare ai miasmi, ai venti caldi e umidi, e alla discrasia degli umori la responsabilità della malattia. Secondo questa teoria la peste veniva trasportata e sparsa ovunque da aria impura. Solo pochi medici arabi attivi in Spagna cominciarono a sospettare che la malattia fosse il risultato di un contagio che avveniva dal contatto ravvicinato di persone e cose infette (pp. 97-98).

La panoramica effettuata dall’Autore sui vari paesi che ci hanno lasciato testimonianze scritte permette di registrare ovunque reazioni simili di fronti all’esplodere incontrollabile del flagello. L’amministrazione delle città fu sottoposta a sforzi estremi: l’alto numero di decessi anche tra le élites che le governavano ridusse fino alla sospensione temporanea le riunioni dei Consigli e quindi le decisioni per fronteggiare l’emergenza: è questo il caso di Messina, Trento e Venezia (p. 67). Ma indipendentemente da questo fattore, certo non trascurabile, il contagio ridusse al minimo i rifornimenti alimentari, il controllo dei prezzi e dell’ordine pubblico. La criminalità aumentò, la morale pubblica decadde e le famiglie si spaccarono o si dissolsero: accudire un ammalato significava avere la certezza quasi assoluta di infettarsi e quindi di finire all’altro mondo in pochi giorni. A Venezia furono prese misure drastiche che finirono per coinvolgere perfino i moribondi: morti e persone in fin di vita venivano trasportate su isolotti al di fuori dal centro abitato e abbandonati al proprio destino (i famigliari dei malati, se volevano, potevano seguirli…). In molte città fu vietato l’ingresso ai forestieri. A Pistoia il divieto venne esteso agli abitanti che intendessero spostarsi in zone in odore di infezione.

Il dato che si deve sottolineare è che, a parte il suggerimento di fuggire il più lontano possibile, colto al volo da coloro che ne avevano la possibilità come dimostrano i molti casi di famiglie, medici, religiosi e magistrati, la medicina svolse un ruolo del tutto marginale nelle misure prese per contrastare l’epidemia. Le teorie dei miasmi e degli umori, col loro corollario di diete specifiche, di proibizioni sul consumo di determinate carni, soprattutto di pesce, avevano una loro logica, ma semplicemente si basavano su presupposti del tutto inefficaci.

Anche i precetti e le proibizioni dettate dalle autorità cittadine risultarono vani, ma ebbero il merito, quanto meno, di appuntare lo sguardo sull’importanza dell’igiene delle città. In breve, anche se si trattò di misure assolutamente insufficienti, fecero da apripista a regolamenti futuri. (Per esempio, nel 1349 a Londra si presero provvedimenti per liberare le strade della città dalle feci, p. 119).

L’inefficacia della medicina attirò l’attenzione critica di poche menti particolarmente perspicaci come quella del Petrarca, ma mantenne intatto il proprio prestigio. Il Medioevo guardava con ammirazione all’età classica e l’autorevolezza degli antichi non venne scalfita. D’altra parte i medici si trovarono a combattere una malattia dalla virulenza sconosciuta e se per alcuni la fuga di un dottore smascherava la propria impotenza o anche qualcosa di peggio, non dovremmo dimenticare che a quell’epoca “esisteva una tradizione deontologica a non curare quei malati che non potevano essere aiutati” (p. 231). È un dato sorprendente e lontanissimo dalla mentalità odierna, ma aveva una sua logica: non essendovi la possibilità concreta di erigere in tempi brevi ospedali e ricoveri ed essendo la medicina disarmata di fronte a quella calamità, era sensato puntare alla cura di coloro che si riteneva potessero sopravvivere. Considerata da questa prospettiva, la fuga di un medico appariva meno biasimevole di quanto potremmo supporre.

D’altra parte anche il sapere medico ne risentì, non soltanto per la permanenza di teorie antiche, ma anche per la morte di alcune delle menti più brillanti che insegnavano nelle università, per l’interruzione forzata dei corsi e per il minor numero di studenti. I professori deceduti furono sostituiti con altri meno colti e preparati.

Lo stesso decadimento riguardò anche la Chiesa e le istituzioni ecclesiastiche. Non pochi vescovi si ritirarono nelle loro abitazioni di campagna o comunque lontano dai centri maggiori lasciando in sospeso questioni burocratiche e vita amministrativa ed elessero supplenti giovani e impreparati. Fu un fenomeno che toccò da vicino anche molti monasteri e conventi, dal momento che questi furono colpiti in modo considerevole dalla malattia e ne rimasero falcidiati.

Ma sia nel caso delle amministrazioni cittadine che delle università e della Chiesa, l’A. ci mostra effetti sorprendenti. Con la morte e la fuga di molti cittadini, le amministrazioni si ritrovarono a disposizione ampie zone su cui erigere nuovi palazzi e chiese; una volta passata la catastrofe le università si moltiplicarono ovunque, anche grazie a ingenti lasciti di ricchi deceduti; lasciti che andarono a rimpinguare le casse degli enti di beneficenza, caritatevoli, di monasteri, chiese ecc. Dunque, quanto meno sul medio, e sicuramente sul lungo periodo, la peste rimodellò in una certa misura le città, favorì l’ampliarsi della cultura e della circolazione delle idee e irrobustì la Chiesa.

La posizione in cui venne a trovarsi la Chiesa non fu affatto semplice. In una società intrisa di religiosità come quella medievale non fa nessuna meraviglia se il considerare la peste un castigo divino abbia prodotto due fenomeni solo apparentemente lontani come i flagellanti e ondate di persecuzione contro gli ebrei.

Già molte tempo prima dell’epidemia, profezie catastrofiche e annunci di sciagure circolavano abbondantemente nell’Europa del tempo. La peste parve la loro incarnazione e furono in molti a pensare che la fine del mondo fosse imminente o che sarebbe arrivato l’Anticristo. Esisteva un terreno fertile sul quale potevano attecchire movimenti millenaristici o, come quello dei flagellanti, dediti come si deduce dall’appellativo, a penitenze estreme. Furono il clima generale di instabilità e l’insicurezza del vivere divenuto improvvisamente un fatto quotidiano enormemente accentuati dall’epidemia a far lievitare, almeno inizialmente, la capacità di attrazione del movimento dei flagellanti. Nei loro confronti la popolazione provava un misto di repulsione e attrazione: repulsione in quanto, poco dopo il loro apparire arrivava la peste; attrazione perché esprimevano, sia pure in modo radicale ed esasperato, ansie di rinnovamento ampiamente condivise. Inizialmente il loro successo fu notevole: la gente ne ammirava la perfetta obbedienza verso i capi, la devozione e la non curanza del pericolo con i quali si prendevano cura di ammalati e appestati e si sentiva attratta da una scelta di vita estrema. L’alone di misticismo e di potente organizzazione interna, che sapevano diffondere con accurate scenografie e prediche efficaci, attraeva verso di loro un numero crescente di persone in cerca di una sicurezza che, in modo apparentemente paradossale, non derivava dalla ragione ma dall’irrazionalità e dalle fede cieca.

Ma, come spesso accade in questi casi, il lievitare tumultuoso delle adesioni, finì per infiacchire il movimento e per screditarlo: molti ladri, ad esempio, vi si infiltrarono per avere libero accesso alle città. Il fenomeno dei flagellanti può dunque essere storicamente inteso come una miscela di insicurezza collettiva e un bisogno profondo di rinnovamento verso il potere ecclesiastico espresso nell’imitazione di Cristo e con la penitenza per la salvezza che l’epidemia di peste fece lievitare e portò allo scoperto (p. 151).

Se con la penitenza i flagellanti cercavano autonomamente la via per la salvezza, la persecuzione degli ebrei fu invece l’espressione del tentativo di trovare un capro espiatorio che spiegasse in qualche modo l’origine della catastrofe. Gli ebrei erano un bersaglio facile. Soggetti come erano a forme di razzismo, divieti e imposizioni, bastò poco per incolparli di avvelenare i pozzi e diffondere così il contagio.

In realtà – e l’A. lo dimostra chiaramente nel capitolo diciannovesimo – i moltissimi pogrom che colpirono gli ebrei in molte parti d’Europa e soprattutto in Germania, erano il frutto non solo e non tanto della convinzione dei cristiani che questi fossero i responsabili dell’infezione delle acque, ma di molte questioni politiche ed economiche che nulla avevano a che fare con l’epidemia. In molti casi il malcontento verso gli ebrei o l’aperto antisemitismo fu assecondato, stimolato e sfruttato da parte dei gruppi dirigenti e dai potenti per tutt’altri motivi. Molte città si arricchirono con i beni confiscati agli ebrei.

Quelle descritte furono reazioni estreme a una situazione estrema. Anche la reazione della gente comune fa registrare delle polarizzazioni tra coloro che si abbandonarono a bagordi, vizi e reati e quanti invece diedero mostra di abnegazione, rettitudine, di soccorso disinteressato.

Tra questi due poli – la distrazione per non pensare a una catastrofe che stava inghiottendo tutti e la ricerca della salvezza eterna con un atteggiamento probo – la peste costrinse gli uomini a meditare sulla fugacità della vita terrena, sulla loro inutile vanità, sul crollo di istituzioni e certezze. Petrarca e Boccaccio, sia pure in modi diversi, lo fecero con capolavori letterari che testimoniano l’incidenza della epidemia sulla concezione del tempo. Se l’orologio appena inventato cominciava a modificare il tempo diurno e di lavoro, la peste modificò la percezione del tempo dal punto di vista del vivere. I capitoli finali sull’arte e sulla letteratura lo dimostrano ampiamente.

Nel valutare gli effetti della Peste Nera occorre distinguere tra quelli immeditati e quelli a lungo termine. Finita l’epidemia la gente si sentì enormemente sollevata dal punto di vista psicologico e, in generale, con maggiori risorse a disposizione. L’incalcolabile moria aveva portato con sé i limiti imposti dalla concorrenza. Per un certo periodo ci fu piena occupazione; molti usufruirono di eredità e in altrettanti ampliarono le proprie attività incamerando quelle dei defunti o di coloro che si erano dati alla fuga. Un clima generale di spensieratezza e di voglia di vivere si sparse nelle città: le autorità cercarono di frenare questa tendenza emanando leggi che limitavano il lusso (riguardarono anche l’abbigliamento femminile, divenuto succinto e scandaloso, vedi Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale): la Peste Nera generò “la più grande redistribuzione di patrimonio avvenuta in così breve tempo” (p. 251). Per qualche tempo perfino i contadini videro migliorare il proprio tenore di vita. Non ovunque, naturalmente: le città che dovevano la maggior parte dei loro introiti ai traffici commerciali via nave subirono colpi durissimi e spesso conobbero un declino irreversibile (p. 120).

Ma si trattò di un fenomeno dalla durata tutto sommato limitata. Le ondate successive di nuove epidemie impedirono per lungo tempo di pareggiare il gap demografico provocato dalla prima epidemia del 1348-’51. Le ripercussioni furono particolarmente gravi nelle campagne. Da un lato la fuga di contadini dalle carestie e dall’epidemia aveva compromesso gravemente la produzione; dall’altro una legislazione sempre più insofferente verso l’immigrazione nelle città aveva ricacciato nelle campagne vaste schiere di contadini i quali si ritrovarono in sovrannumero in un contesto agricolo decaduto e poco produttivo.

In questo contesto si verificò un andamento altalenante dei prezzi, tensioni tra città e campagna e anche all’interno delle stesse città nelle corporazioni di mestiere. Queste ultime avevano accresciuto il proprio potere e contrastavano l’immigrazione di contadini e forestieri se non per sostituire i deceduti, ma si ritrovarono a pagare tasse maggiori spalmate su un numero minore e limitato di aderenti.

Con le campagne in forte sofferenza, rifornire le città di merci divenne un problema enorme: l’arrivo di navi straniere cariche di merci avrebbe potuto alleviare la carenza di derrate e prodotti, ma non di rado la popolazione ritenendole responsabili del contagio, impedivano loro di attraccare (p. 55). Le città approfittarono ben presto a rifornirsi di grano nei periodi in cui il prezzo era al minimo alterando così il corso del mercato a spese delle campagne e dei contadini.

Anche dal punto di vista del rapporto città-campagna e sul problema del pauperismo nei secoli futuri senza la Peste Nera capiremmo poco: la legislazione sempre più vessatoria verso i poveri, i girovaghi e gli emarginati (e anche verso la stregoneria) ha nella epidemia del 1348-’51 radici profonde.

La grande pandemia di Klaus Bergdolt ci parla di tutto questo e altro ancora in uno stile limpido e chiaro. Ma il merito forse maggiore di questo libro sta nella grande prudenza e ponderatezza dell’A. nell’esprimere le sue ipotesi e opinioni. Una lettura illuminante e piacevole alla quale può far seguito William Naphy Andrew Spicer La peste in Europa.


Recensione. Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale

C’è un nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile? Come hanno influito la Controriforma e la rivoluzione francese sul modo di vestire femminile. Che ruolo ha giocato, per quanto riguarda l’abito femminile, l’espansione in Europa della Rivoluzione industriale in Europa?

Sono soltanto alcune delle domande che il lettore può porsi leggendo questo bel libro di Georges Vigarello tradotto recentemente per Einaudi. Come spesso accade per altri suoi libri, Vigarello sceglie di indagare un aspetto apparentemente secondario della storia, poi riesce a collegarlo a molti filoni principali.

Del resto, come ha mostrato Schivelbush per il cibo nella sua Storia dei generi voluttuari le mutazione del gusto non sono mai casuali. Esse rispecchiano mutamenti più profondi, spesso all’inizio apparentemente impercettibili.

L’argomento del libro è l’abito, non la moda, anche se i due aspetti sono ovviamente intrecciati. Ma l’abito, il vestito rimanda a di cosa è fatto, come è fatto, perché è fatto in un determinato modo. Vale a dire che l’A. collega l’abito all’ambiente, al commercio, alla vita quotidiana. Usa l’abito e la sua storia per gettare uno sguardo inedito sui grandi fenomeni della storia al fine di comprenderli meglio, approfondirli.

È quello che in un brevissimo articolo sul mio blog ho definito, volgarizzando e sintetizzando al massimo, “entrare di traverso nella storia”; cioè prendere un fenomeno secondario – o apparentemente secondario – e usarlo come un cuneo per inoltrarsi al centro delle questioni fondamentali. Si può osservare un edificio o una piazza dal di fronte o da un angolo: l’edificio è lo stesso, ma la prospettiva cambia.

Per questo direi che per parlare di questo libro e, a mio parere, per illustrare l’intento dell’autore, si possono prendere tre esempi essenziali. Il Rinascimento, la Rivoluzione Francese e la prima guerra mondiale. Si tratta di tre passaggi, di tre snodi fondamentali (negli ultimi due casi, addirittura di eventi periodizzanti).

Il nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile lo si registra nel fatto che gli abiti di quel periodo hanno una confezione geometrica. Quando pensiamo al rinascimento vengono vengono alla mente grandi artisti: fu un’epoca che cambiò la pittura, l’architettura, approfondì le scienze naturali. Viene subito alla mente Leonardo, ma di Leonardo minori il Rinascimento pullulava. Inizia anche l’epoca delle grandi scoperte geografiche e quindi della cartografia, e dell’esplorazione del cosmo. Secondo Walter Benjamin il Rinascimento è indagatore dell’universo. Non stupisce allora se la lettura degli eventi avvenisse in forma geometrica. Questo lo si constata anche nei vestiti riportati nelle opere d’arte. Ve ne sono alcuni, e Vigarello li illustra e li discute, composti da due triangoli, quello alla base, che arriva fino alla vita, e quello superiore, ma rovesciato; oppure il colletto disegnato a mo’ di trapezio.

Naturalmente abiti del genere erano scomodissimi. La donna sembra imbalsamata e irrigidita in vestiti che rendono difficile il muoversi. In altre immagini sembra posta su di un piedistallo. Allora ci si può domandare quale fosse il ruolo della donna. La donna, e con essa l’abito che indossa servono in realtà a rafforzare e indicare il prestigio e la forza economica dell’uomo. La donna ha, in queste immagini almeno, una posizione ancillare, di decoro rispetto a quella maschile.

Una chiusura dunque, che raggiunge il massimo nel clima plumbeo della controriforma, con colletti che diventano enormi ciambelle mentre tutto il resto del corpo è accuratamente coperto e imperscrutabile. Delle donne si vedono soltanto viso e mani. Anche i colori si incupiscono: sono colori pesanti, ferrigni, nero, verde scuro, marrone scuro.

E tuttavia, sia pure in un contesto dai contorni cupi, molte cose si muovono. Le grandi rotte commerciali sono tracciate, il gusto nel cibo e nel mangiare si alleggerisce: entrano nuovi condimenti e nuovi prodotti; i primi caffè sono luoghi di ritrovo maschili, ma vi si va per avere e leggere notizie e per assicurare i viaggi d’affari (la Lloyd ebbe la prima sede in un caffè, così come molti giornali – su questo si veda Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Anche gli abiti cambiano. Lo si vede facilmente in quelli maschili: diventano più confortevoli, più comodi e pratici. Cominciano a mutare anche i materiali: stoffe che provengono dall’India, dalla Cina o dalle Americhe.

Nel corso del Settecento questo processo prosegue e coinvolge anche l’abito femminile, che si assottiglia e diventa più pratico. Indica che la donna ha conquistato nuovi spazi sociali. Il processo sfocia con la Rivoluzione francese, che non solo “libera” alcune parti del corpo, ma ne lascia scoperte alcune. È il segno di conquiste sociali importanti anche se temporanee. (Si potrebbe anche osservare che la Rivoluzione francese “politicizza” l’abito: coloro che ne rigettano valori e conquiste indicano la propria avversità persistendo a mantenere gli abiti dell’Ancien Régime)

Temporanee perché la Restaurazione ha usato la mano pesante con le donne. Mentre gli abiti maschili diventano via via più confortevoli, pratici e dinamici, le gonne tornano a gonfiarsi incredibilmente, il corpo torna ad essere nascosto ma enfatizzato artificialmente e la donna torna quasi ad essere “ornamento” dell’uomo.

Siamo di fronte a una lunga involuzione che testimonia un regresso sociale e forme di relegazione delle donne ai margini della vita sociale. La conquista di spazi sociali, di indipendenza e di emancipazione richiederà tempi lunghi. Vigarello li registra e li indica in mutamenti minimi. Certo, non mancano accelerazioni: un confronto tra le immagini dei visitatori delle due Esposizioni Universali del 1867 e del 1878 li mostra in modo molto evidente. L’apparizione dei “Grandi Magazzini” testimonia la capacità invasiva del mercato: la moda e l’abito femminile in una certa misura si si democratizzano.

C’è di più: la società ormai si è stratificata in molte classi: la stessa borghesia non è, come noto, un blocco unico: si suddivide in almeno tre sotto-classi (grande, piccola, media); si manifesta anche una “aristocrazia del proletariato” dalle minime pretese. Si cercano svaghi e ritrovi. Si pensi ai poster pubblicitari di Lautrec: le gonne si accorciano per facilitare il ballo. (per qualche esempio si veda Art of poster Manifesti della Belle Époque)

Un ruolo non trascurabile in questo senso lo ha esercitato lo sport. Tennis e golf erano sport elitari, ma aperti alle donne. Per praticarli occorreva accorciare la parte inferiore e rendere più liberi torace e braccia.

Le classi ai vertici della società, che avvertono immediatamente la necessità di rimanere elitarie e di marcare le differenze, reagiscono inventando l’alta moda con abiti che sono, di fatto, un’opera d’arte dai costi proibitivi.

Di fatto, per molti aspetti, l’ingresso delle donne in ambiti lavorativi da sempre di stretta competenza maschile sarà dettata da eventi contingenti come, ad esempio, le guerre mondiali le quali, inglobando le donne in nuove mansioni, le portano anche ad esprimere la femminilità con abiti pratici, comodi, che ne valorizzino il corpo e con mode che quasi si fanno gioco del predominio maschile e lo sfidano: il fumare in pubblico, il taglio di capelli “alla maschietto”, i pantaloni.

Inizia a emergere, verrebbe da dire “disseppellirsi” il corpo moderno, con un profilo slanciato, verticale. Il diritto soppianta il curvo, modificando radicalmente lo stile. Si arriva così fino alla rottura provocata dalla scandalosa minigonna, che scopre finalmente e valorizza le gambe.

Nel compiere questo lungo viaggio sull’abito femminile, Vigarello pesca a piene mani da molte fonti: memorie, carteggi, letteratura, riviste specialistiche, stampa quotidiana… Le voci maschili, come è in una certa misura ovvio e prevedibile, sono in netta maggioranza e tra esse dominano le osservazioni impregnate di biasimo e sarcasmo che indicano un malcelato timore degli uomini nei confronti delle donne. Perciò le note a margine diventano così indicazioni preziose per inoltrarsi lungo percorsi più ampi.

L’abito femminile ha anche un altro pregio meritevole di menzione. Vigarello fa un larghissimo uso di illustrazioni: dipinti, xilografie, fotografie, vignette. Un valore aggiunto per apprezzare e magari riguardare con occhi diversi opere d’arte scelte con cura e acutezza.

Vigarello ci ha regalato un libro ben scritto, piacevolissimo e ricco di suggestioni. Buona lettura.