Recensione. Bruno Maida: I treni dell’accoglienza

In un’Italia ferita, povera e in grande difficoltà un’iniziativa umanitaria verso i bambini diventa un progetto politico…

L’Italia del dopoguerra è un paese quasi in ginocchio: città sventrate, campi minati, comunicazioni compromesse, produzione agricola e industriale ridotta al minimo. Disponiamo di molte descrizioni di quell’Italia martoriata.

Così come vi sono molti modi per studiare il secondo dopoguerra (vedi, ad esempio, Giovanni De Luna: La Repubblica inquieta. L’Italia della Costituzione. 1946-1948, ma ne proporrò altri esempi).

Maida sceglie un percorso e un evento diversi. Per descrivere l’Italia del secondo dopoguerra è partito da un progetto politico-sociale: “I treni dell’accoglienza”, una iniziativa organizzata e diretta principalmente dal Partito Comunista e dall’Unione Donne Italiane.

Ancor prima di inoltrarci nel libro, il punto da cui partire, mi pare, è che quell’Italia era già povera prima della guerra. Nel 1953 vengono pubblicati gli Atti dell’Inchiesta sulla miseria in Italia, una ponderosa opera in più volumi nella quale, pur cassata nelle descrizioni più crude, viene descritta una povertà dilagante, certo diseguale per profondità e ampiezza nelle varie zone del Paese, ma comunque presente. Leggendo gli atti di questa Inchiesta è impossibile non riandare con la memoria alle grandi inchieste ottocentesche, quella di Jacini sui contadini e quella di Bertani sulle condizioni sanitarie. Del resto, l’Italia del dopoguerra è un paese la cui economia era ancora profondamente agricola – e in molte zone si trattava di un’agricoltura arretrata. Mi è capitato recentemente di studiare il territorio di un Consorzio di Bonifica Montana, a cavallo tra Emilia-Romagna e Toscana: ebbene, la documentazione prodotta negli anni Trenta del Novecento restituisce zone poverissime ancora alla vigilia della guerra. Siamo di fronte a una storia lunga: un libro recentissimo di Adriano Prosperi, che ho recensito (Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento) si basa su decine di topografie mediche che descrivono “mondi terribili”. Non a caso Maida non trascura le zone appenniniche che ho indicato e utilizza anche documentazione prodotta dai medici.

Perché su quell’Italia già povera si innesta la miseria provocata dalla guerra. Direi che tre termini possono indicare bene la situazione: danni di guerra, mercato nero e malattie. La documentazione riportata da Maida sui danni di guerra è esemplare. Descrivendo le zone lungo la linea gotica e lungo il Senio; nella zona di Cassino; a Roma e Napoli Maida ci inoltra in situazioni infernali: la gente tira a campare e si arrangia in tuguri, in grotte, perfino sottoterra come nel caso di Napoli. Ne emerge un’Italia dolente, lacera, nella quale le stesse malattie dominanti rimandano a condizioni di vita estreme: tifo, rachitismo, malaria, tracoma sono tutte malattie che hanno attinenze a condizioni igieniche disastrose, ad abitazioni malsane, a un’alimentazione insufficiente, a vecchie “tare” sulle quali si innestano nuove sofferenze. Si dovrebbe tener presente che in alcune zone le devastazioni di guerra sono talmente gravi che spengono sul nascere qualsiasi possibilità di ripresa: nel nostro appennino, lungo il Senio, l’esodo dei montanari verso la pianura inizia molto prima del boom economico.

Il mercato nero ha prezzi proibitivi e fa prolificare la criminalità e la micro-criminalità. A fare le spese più di altri di questa situazione, e allo stesso tempo ad esserne protagonisti, sono i bambini.

Bambini cenciosi, malnutriti, sgamati e sprezzanti fin da piccolissimi; abituati ad arrangiarsi in mille modi, rubando, contrabbandando. Il problema dell’infanzia ha molte sfaccettature: demografico, in quanto la guerra ha spazzato via una generazione di soldati e di civili; sanitario, perché quali adulti si avranno se quest’infazia è già malata dal suo nascere? Umanitario, in quanto i bambini sono vittime di una guerra voluta dagli adulti; morale, in quanto i bambini sono ritenuti il collante della famiglia

Entriamo così nel cuore del libro perché verso l’infanzia si muove l’iniziativa del PCI e dell’UDI dei treni della felicità: spostare i bambini più poveri e bisognosi delle zone più povere e colpite dalla guerra, in quelle in cui le condizioni di vita sono relativamente migliori, ospitati da famiglie disposte ad accoglierli per qualche mese.

Anche in questo caso occorre tenere l’occhio al passato. Perché se il PCI e l’UDI sono gli artefici principali di questa iniziativa, non sono gli unici ad attuarla: Enti comunali di assistenza, OMNI, CIF, associazioni e comitati cittadini, Croce Rossa… sono molti gli enti coinvolti. Perché un numero così elevato di enti? Perché questa vicenda mostra le carenze storiche del Paese sul versante dell’assistenza. Gli stessi ECA, creati dal regime fascista nel 1937 altro non erano che le più vecchie Congregazioni di Carità. C’è tutto un fittissimo sottobosco di Opere Pie ereditato dalla Repubblica, che in molte zone del paese era ancora nelle mani del clero che fa sentire la propria influenza. È un groviglio di enti, a volte minuscoli, che impedirà a lungo l’organizzazione del “welfare state” nazionale (Gli ECA e l’OMNI sopravviveranno ben addentro alla storia repubblicana. Sull’OMNI si può vedere: Carl Ipsen Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista).

Garantire qualche mese di serenità, di alimentazione adeguata, di scolarità a decine di migliaia di bambini non è soltanto una questione umanitaria. È anche un’operazione politica. Il PCI si è guadagnato una legittimità politica nel corso della Resistenza, ma è un partito che ha ancora molti problemi. Le iscrizioni sono “esplose” nell’immediato dopoguerra, ma non sono omogenee sul territorio nazionale: forte, radicato e strutturato al nord, nelle fabbriche e nella valle padana che era stata socialista, si sviluppa a macchia di leopardo nel resto del paese, in meridione è debole e fragile.

Soprattutto, la netta maggioranza dei nuovi iscritti non ha una preparazione politica. Vent’anni di spoliticizzazione operata dal fascismo sono difficili da smaltire. Il PCI sconta anche una debolezza culturale che Maida mostra in modo molto efficace più volte lungo il libro: ufficialmente schierato per l’emancipazione femminile, in realtà il partito è pervaso di maschilismo: molti mariti proibiscono alle mogli di frequentare le sezioni per il timore che vengano “insidiate” dagli uomini; le donne con incarichi di rilievo nel partito sono poche. Tra emancipazione femminile e “specificità” della natura della donna in quanto custode del focolare domestico, “predisposta” alla cura, all’educazione e all’assistenza dell’infanzia l’azione del partito si muove in questa direzione.

Ma è un partito che ha anche alcuni vantaggi su tutti gli altri. Innanzitutto, ha un gruppo dirigente di alto livello intellettuale: Togliatti, Scoccimarro, Sereni, Amendola… sono tutte teste pensanti, intellettuali finissimi. Ma, sopra ogni altro aspetto, il PCI dispone di una militanza dei quadri intermedi a tutta prova: è difficile comprendere oggi come sia possibile accettare e condividere una dedizione totale, assoluta, completa dei militanti alle direttive del Partito: spostarsi da una città all’altra, assumere incarichi diversi, sopportare una vita di privazioni. Non va dimenticato che, in quegli anni, e soprattutto in un partito come quello comunista, composto in grandissima parte da proletari, fare politica non arricchisce. Quella dedizione assoluta si spiega col fatto che quei militanti credevano in quello che facevano. Infine, la vecchia guardia del partito, ha affrontato il fascismo, subito il carcere, conosciuto migrazioni, si è impegnato nella guerra civile spagnola, mantenuto una debole ma costante opposizione al fascismo, ha diretto la Resistenza. In breve, ha maturato grandi capacità organizzative.

Ecco allora che questo insieme di capacità viene riversato sull’esperienza dei treni dell’accoglienza. Da un’iniziativa estemporanea nasce e prende corpo un progetto politico. Organizzare i treni della felicità significa in primo luogo promuovere un grande sforzo: quali bambini inviare? Il risvolto politico dell’operazione – radicare ed estendere il partito su tutto il territorio nazionale – fa sì che li si scelga in relazioni ai bisogni e non all’appartenenza politica (passata e presente) dei genitori. Come selezionarli? Occorrono medici in grado di individuare eventuali malattie infettive. Trovare le famiglie, organizzare i viaggi… Si tratta di un’iniziativa che consente anche di conoscere meglio i profondi bisogni non solo contingenti della popolazione, smentire la propaganda degli avversari, legittimare una forza politica legata al nuovo avversario che la guerra fa emergere: l’URSS.

Certo, una volta che il progetto comincia a prendere corpo si innesta un fenomeno di adesione spontanea dovuto al coinvolgimento emotivo: i giganteschi salvadanai fatti circolare nella città per raccogliere offerte, l’adesione di sindaci e giunte popolari e comunali. Maida descrive tutto questo con pagine esemplari, empatiche e coinvolgenti. Ma c’è anche il risvolto negativo. Dopo l’iniziale adesione entusiastica, le successive “ondate” di bambini da ospitare troveranno resistenze tra i militanti: mantenere un bambino per mese ha dei costi pesanti da sostenere per una famiglia operaia o contadina; arrivano gli scugnizzi, indisciplinati e abituati a rubacchiare… ci si può fidare? Nei militanti c’è anche una diffidenza con venature razziste nei confronti dei meridionali che i dirigenti faticano a vincere.

Ci sono altri problemi perché quei bambini non sono soltanto oggetto di un’operazione politica. Sono anche soggetti, con desideri, timori, rifiuti, esigenze. Maida ci inoltra e ci guida in questo prisma sfaccettato con prudenza e sensibilità. Sono mondi che si incontrano, a volte con fatica, a volte con esiti inaspettati – alcuni bambini rimarranno al nord.

Maida sceglie questi percorsi per far descriverci un’Italia divisa tra “molte italie”. C’è la Napoli monarchica e qualunquista, poverissima ma visceralmente anticomunista; c’è un’Italia in cui l’influenza del clero sulla popolazione è capillare ed assolutamente dominante. Qui è sufficiente spargere volantini anti-comunisti e spargere dicerie immaginifiche sui comunisti che mangiano i bambini o che li invieranno in URSS per farne nei nemici dell’Italia per rendere difficilissima la concretizzazione dei treni dell’accoglienza. Ci sono anche le zone rosse della Valle Padana. Una domanda “riguarda” l’Emilia-Romagna da vicino: come mai dal momento che molte zone delle Valle Padana fu una delle più colpite dalla guerra, l’Emilia fu una delle regioni che rispose con più ampiezza ed efficacia di altre?

Ebbene, anche in questo caso siamo di fronte alla longue durée della storia. Siamo nella terra del mutuo soccorso, delle associazioni, delle leghe, delle cooperative, delle prime municipalità democratiche (il 1889) che avevano sviluppato un’attenzione notevole agli asili, alla refezione scolastica, ad alcuni servizi municipalizzati. Tutto questo è “passato” in qualche modo attraverso il fascismo. Si può sostenere che il partito socialista sia stato la vera vittima del fascismo: dal punto di vista organizzativo non si è mai più ripreso dalle violenze squadriste. Ma il PCI seppe appropriarsi di quella storia, di quei percorsi. Ecco allora che la storia lunga di una terra che è diventata fertile per l’opera dell’uomo – le bonifiche – ma che ha richiesto lotte e organizzazione si incontra più facilmente di altre le necessità. Gli emiliano romagnoli le riconoscono: sanno bene cosa vuol dire avere la malaria; la pellagra è sparita da pochissimo, ma tutti sanno cosa sia la sofferenza che ha comportato quella malattia. Non parlerei di generosità romagnola. L’idea di collocare alcuni bambini milanesi presso alcune famiglie emiliane nasce inizialmente anche perché nelle dure vertenze di inizio ‘900 famiglie milanesi si sono fatte carico di prendere presso di sè bambini di braccianti emiliani affinché questi potessero continuare e sostenere la lotta senza cedere al “ricatto” implicito nella sofferenza dei loro figli. Maida si riallaccia a questo fenomeno, ma la storia delle lotte contadine nella Valle Padana è più antica (vedi ad esempio Renato Zangheri: Storia del socialismo italiano (vol. 1)). Questo libro è bello anche perché non indulge alla retorica, non ce n’è traccia.

Accogliere e aderire a un progetto politico significa indicare quale percorso si vuole intraprendere, cosa e chi privilegiare, dare priorità ad alcuni soggetti piuttosto che ad altri. Ecco il motivo per cui l’Emilia rispose bene ai treni della felicità. Ed ecco anche perché dal libro emerge un fare politica che parte dai bisogni profondi delle persone comuni e dei più deboli, un fare politica per una società rinnovata, democratica e aperta, una politica pulita. C’è stata quella politica, la si poteva condividere o meno, sostenere o contrastare, ma ha avuto una storia che Maida ha fatto benissimo a ricordarci. In un paese in cui non è affatto vero che si stava meglio quando si stava peggio, matura una pagina alta della nostra storia.

Con I treni della felicità Maida ci regala un libro bellissimo, frutto di un lavoro di scavo archivistico e documentario imponente e faticoso, fuso in una narrazione fluente e sempre ponderata.


Recensione. Angelo Ventrone: La strategia della paura.

Un libro che porta una interpretazione molto interessante sulla strategia della tensione.

La tesi di questo libro di Angelo Ventrone è chiarissima: L’Italia repubblicana non ha corso il pericolo di subire ripetutamente un colpo di stato, come spesso si è pensato. In realtà la strategia della tensione era parte integrante di una più ampia e articolata strategia della paura.

C’è un dilemma nella nostra storia repubblicana: come mai tutti i tentativi di colpo di stato furono bloccati all’ultimo minuto? E chi e perché li bloccò? La risposta di Ventrone è interessante. Non si trattava di attuare un colpo di stato, ma di farlo credere possibile all’opinione pubblica. In altre parole, di fronte alla costante crescita della sinistra – e in particolar modo del Partito comunista – che spaventava larghi settori della società, l’obiettivo era quello di creare e ingigantire la paura della presa del potere da parte di una destra in gran parte ancora ancorata al fascismo e decisamente impresentabile. In questo modo veniva creata l’immagine di un paese accerchiato a sinistra da un Partito comunista che solo sulla carta si dichiarava democratico mentre in realtà era un cavallo di Troia dell’Unione Sovietica e a destra, da movimenti neo-fascisti. Perciò gli unici garanti della salvaguardia della democrazia erano i partiti moderati di governo.

Da ciò ne deriva che coloro che nell’estrema destra volevano veramente la presa del potere e instaurare una qualche forma di dittatura – sull’esempio greco o cileno – erano una minoranza esigua. E soprattutto, questa galassia di grupposcoli di estremisti furono in realtà ampiamente usati e manipolati da coloro che non intendevano assecondarli:

Per evitare […] che gli attentati, con il loro successo, finiscano per rafforzare le ali estreme dello schieramento politico, si opera in un duplice modo: si depotenzia il messaggio delle organizzazioni terroristiche creando confusione e incertezza sulla loro colpevolezza e sulla effettiva capacità d’azione (per esempio con l’alto numero di attentati falliti e con il parziale successo delle forze dell’ordine); e se ne bilancia la potenzialità enfatizzando la minaccia tanto dall’estrema destra quanto dall’estrema sinistra.
Questo è appunto lo schema […]: la realizzazione di attentati da attribuire alla sinistra, facendo però filtrare l’ipotesi che è stata la destra ha l’obiettivo di impedire che […] il successo ottenuto dall’attentato possa in realtà giovare al prestigio della sinistra rivoluzionaria. Denunciare le responsabilità della destra neo-fascista, i cui esponenti sono arrestati e processati già nei primi anni Settanta, ha lo scopo inverso: evitare che la destra possa approfittare degli attacchi terroristici per far precipitare la situazione e, nel caos che ne seguirebbe, andare al potere (pp. 182-83).

Viene così messa in atto una serie di azioni estremamente complesse che presuppongono una organizzazione estremamente sofisticata, che impone una ulteriore domanda: di chi fu la regia di tutto questo?

L’A. esclude che vi sia stata un’unica mente, un “grande burattinaio” che ha tenuto le fila degli avvenimenti. Con l’aprirsi della guerra fredda iniziò anche un gioco di scatole cinesi: in funzione anti-sovietica e anticomunista fu recuperato parte del personale che aveva militato nella Repubblica Sociale. Lo fecero i governi a guida democristiana (vedi, ad es. pp. 66-67), ma lo fecero anche gli USA nell’ambito della NATO; dal regime furono recuperati strutture e metodi di azione concreta (il “servizio informazioni” e la schedatura di decine di migliaia di militanti comunisti e socialisti e attivisti sindacali). Fu cercata e messa a punto la collaborazione di giornalisti (Montanelli e molti altri, alcuni giornalisti del periodico “Il Borghese” sono implicati in varie trame); com’è noto, la P2 di Licio Gelli ebbe molti addentellati.

A mettere a punto e ad alimentare la strategia della paura vi fu la sinergia di molti compartecipi. Attori capaci anche di modificare la strategia. A un certo punto fu evidente che la lunga serie di attentati non indeboliva il Partito comunista. Infatti i tentativi della destra estrema di provocare continuamente la sinistra per indurla a reagire per poi avere la giustificazione per schiacciarla, caddero nel vuoto (p. 153). Il Pci riuscì a mantenere sempre i nervi saldi e la sua ascesa proseguì fino al 1976 e questo portò a cercare di indebolirlo non più attaccandolo da destra, ma cercando di screditarlo e di metterlo sotto pressione infiltrando e manipolando il variegato (e al negli anni Settanta numeroso) mondo della sinistra extra-parlamentare, spingendo i gruppi più decisi ad azioni sempre più radicali.

Il nostro paese ha avuto un “deficit di democrazia”? Nel paese che ha dato i natali al fascismo il problema è stato posto e si pone. A leggere La strategia della paura di Angelo Ventrone il dubbio che la storia della prima repubblica sia quella di un paese a “libertà limitata” diventa molto forte. Ma il dato interessante che l’A. non manca di sottolineare è che il rifiuto di frange delle forze armate, delle forze dell’ordine e del mondo politico di riconoscersi nella democrazia nata dalla Resistenza ha radici molto più profonde della storia repubblicana.

Certo, lo stesso riproporsi, quasi immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, del Movimento Sociale ne è una prova eloquente, ma è lo stesso avvento delle masse nella vita politica del Paese ad essere avvertito come un problema. Ventrone mostra in modo convincente che già nel corso della Grande Guerra si manifestò da più parti l’idea di schiacciare il Partito Socialista, le forze che erano contrarie alla guerra e lo stesso Parlamento, descritto da Mussolini come un “bubbone pestifero” da estirpare.

Secondo quest’ottica la volontà popolare non ha alcun valore e così come una popolazione che non voleva la guerra fu costretta a combatterla, così, in ambito democratico, il fatto che una larga parte degli aventi diritto al voto scegliesse il Pci era ritenuto un pericolo mortale che doveva essere fermato ad ogni costo, anche attraverso le stragi.

In conclusione, la strategia della paura ha avuto successo? A mio parere la risposta non è univoca. Se da una parte il Pci non arrivò mai al potere, dall’altra l’intuizione di Togliatti in creare un forte partito ben radicato sul territorio si rilevò decisivo per la salvaguardia della democrazia: la tentazione da parte di molti di mettere il Pci fuori legge (ben documentate dall’A.) affiorarono di quando in quando, ma nessuno ebbe il coraggio di attuarla. Ma anche l’azione di esponenti della magistratura e delle forze dell’ordine non inquinati da “deviazioni” e decisi a non far deragliare il Paese verso derive autoritarie è meritevole di ammirazione.

Resta da fare i conti, storicamente, con i traumi subiti da chi rimase vittima di quelle stragi (un costo enorme, senza dubbio). Intanto Ventrone ci regala un libro molto interessante su cui riflettere.

Buona lettura.


Recensione. John Foot: La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978)

Uno dei libri più belli e avvincenti sugli anni che portarono alla legge 180.

John Foot è uno storico inglese molto attento e partecipe alle vicende italiane e con questo “la Repubblica dei matti” lo dimostra ampiamente ancora una volta.

La Repubblica dei matti non è una storia della psichiatria italiana. Non è nemmeno una storia dei manicomi italiani e nemmeno una biografia di Basaglia. È una storia culturale dei decenni centrali e più fecondi della storia repubblicana, focalizzata sulle vicende della psichiatria. La centralità della figura di Basaglia è dovuta al suo ruolo svolto in quegli anni.
L’Italia è un paese capace di grandi innovazioni. In negativo, come nel caso del fascismo; ma anche in positivo, come nel caso della Resistenza (la più forte d’Europq dopo quella jugoslava), di un partito comunista capace di dar vita a “modelli” (emiliano, per esempio) studiati e ammirati perfino dagli USA, di realtà imprenditoriali di eccellenza e di prim’ordine (Olivetti, Ferrari), o di grande interesse (la moda). La chiusura dei manicomi può essere rivendicata a buon diritto come uno dei successi più belli e meritevoli della Repubblica. Il libro di Foot lo dimostra chiaramente con le descrizioni allucinanti dei manicomi e dei reparti.

Per altro, nel libro non c’è nessuna forma di sensazionalismo. La narrazione, sciolta, vivace, avvincente, è sempre equilibrata, sempre soppesata e meditata. Così come lo sono le valutazioni dei protagonisti e delle figure studiate e incontrate. Non c’è nessuna agiografia di Basaglia. Alla grande ammirazione per quello che definisce il più importante intellettuale della storia dell’Italia repubblicana, fa da bilanciamento il grande rispetto per altri protagonisti di quegli anni. Primo fra tutti, Giovanni Jervis, grande intellettuale e figura carismatica che collaborò con Basaglia a Gorizia e poi si distaccò da quella esperienza per seguire altri percorsi. E ancor di più, forse, Franca Ongaro, moglie di Basaglia. Se, come dice il proverbio, dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna, allora Basaglia ebbe la fortuna di avere per moglie una donna capace di stargli a fianco e, quando necessario, di guidarlo. Era lei non solo a dare forma alle vulcaniche idee del marito, ma anche a correggerle, indirizzarle, concretizzarle. Foot giustamente si rammarica la pressoché assoluta mancanza di studi sulla Ongaro.

Franco Basaglia e Franca Ongaro, in un piccolo manicomio all’estrema periferia del paese nel 1961: un posto insignificante, l’ultimo luogo a cui pensare per dar vita ad una rivoluzione. Non fu così, e non fu così per l’intrecciarsi di molti fattori.
All’ostracismo e all’esclusione che spesso le università italiane riservano ai giovani più brillanti e promettenti – motivo per cui Basaglia accettò l’incarico a Gorizia – fecero da lievito l’effervescente clima culturale che si stava formando in quegli anni: la “Storia della Follia in età classica” di Foucault, “I dannati della terra” di Fanon e “Asylum” di Goffman furono pubblicati proprio nel 1961. E a riprova della chiusura del mondo accademico, questi testi furono pubblicati grazie all’iniziativa di editori consapevoli del ritardo culturale del Paese accumulato durante il ventennio fascista come Einaudi e Feltrinelli.
Clima culturale inebriante e coinvolgente dovuto al fondersi di due fattori: da un lato, il tracollo del positivismo e dell’organicismo che avevano finito i loro giorni nell’ignominia del razzismo biologico; dall’altro, l’enorme energia creatrice sprigionata dalla Resistenza che intende muoversi per un profondo rinnovamento del Paese e recuperare alla vita civile e alla società gli ultimi, gli esclusi. Basaglia ha vissuto e si immerge in questo clima, va a confrontarsi con esperienze in Scozia e a Londra, allaccia contatti con altre esperienze, si circonda di collaboratori curiosi, aperti e decisi. Sono questi stimoli che Basaglia rielabora creando la comunità terapeutica man mano che, dall’interno, smantella il manicomio.

Gorizia diventa il centro, il faro di una rivoluzione culturale che si irradia sul Paese e trabocca al di fuori. Ma è frutto, anche, di un clima innovatore non solo a livello europeo o mondiale, ma interno. L’esperimento di Gorizia trova appoggio nel Ministro della Sanità, il socialista Mariotti, altri intellettuali si mettono ad indagare la questione manicomiale: Angelo del Boca, grande giornalista e storico dà alle stampe un’opera che diventa una bomba: “manicomi come lager”. È questa l’immagine che l’opinione pubblica democratica e progressista fa propria e quella conservatrice contrasta.; la stessa televisione si interessa al fenomeno: Zavoli gira un documentario, fotografi di valore creano opere.
La breccia è aperta, si aprono percorsi nuovi. È questa la seconda parte del volume, dove Foot analizza alcune realtà locali. Qui, tra gli altri, a mio parere spiccano due elementi interessanti.
Il primo riguarda il fatto che il mondo politico “scopre” e si occupa attivamente del problema manicomiale. Amministrazione centrale e locale si pongono in sintonia con una parte della società civile e dell’opinione pubblica. Si intraprendono percorsi diversi, ma nel complesso le amministrazioni provinciali e locali sono attente e collaborano. Politici che non conoscevano la realtà dei manicomi, una volta scoperta ne restano sconvolti:
“Pensavo che gli istituti assistenziali fossero una necessità. Per i matti il manicomio, per i bambini abbandonati il brefotrofio, per gli anziani soli l’ospizio. Con Basaglia […] ho imparato a rifiutare queste soluzioni […] istituzioni [pensate per] accantonare i problemi sociali più scottanti” (p. 201).
Sono parole di Mario Tommasini, assessore provinciale a Parma, operaio. Qui, come altrove, l’Italia a due livelli – quello delle classi dirigenti distanti dalle classi popolari – scompare, si attivano forze dal basso. È quel che succede a Reggio Emilia, che chiama Jervis il quale crea i centri di salute mentale; è quel che succede a Perugia con Giacanelli, ad Arezzo, a Trieste, dove Basaglia avrà l’appoggio di un esponente democristiano.

Sono esperienze che conducono al secondo aspetto. E cioè ai percorsi diversi nella chiusura dei manicomi seguiti dalle singole realtà. Per chi, come me, studia la nascita dei manicomi, questo è un aspetto particolarmente interessante perché, se si guarda alla formazione delle strutture nate prima dell’unificazione, si incontrano condizioni e soluzioni diversificate a seconda delle zone, degli Stati e delle realtà locali (si vedano le considerazioni a p. 217). Nella loro dismissione e chiusura, questi retaggi – sebbene rovesciati – sembrano ripetersi. Se è vero che ovunque i “basagliani” incontrano e ricevono sostegno politico (spesso del PCI e dei partiti di sinistra, ma non solo, come testimonia il caso di Trieste), è altrettanto vero che il movimento dal basso emerso negli anni Sessanta ed esploso a partire dal ’68 ha esercitato una pressione notevole sul ceto politico, spingendolo ad accettare o a promuovere soluzioni che altrimenti, da solo, difficilmente avrebbe realizzato. A dimostrazione di questo sta il fatto che la “legge Basaglia”, come erroneamente viene chiamata la 180, è frutto di mediazioni tra operatori e politici con posizioni a volte molto distanti tra loro. Marco Pannella fu un “critico feroce” di quella legge e ne mise in rilievo l’ambiguità, la vaghezza, e i problemi che avrebbe lasciato irrisolti (vedi pp. 287-288). Pannella, ne conviene anche l’A., non aveva tutti i torti, anzi aveva molte ragioni. Sulle colonne del Corriere della Sera un grande psichiatra, direttore di manicomio, e intellettuale come Mario Tobino, pubblicava articoli pacati ma fermi contro le posizioni della psichiatria radicale e la chiusura del manicomi ragionando sulle difficoltà che gli stessi ricoverati avrebbero incontrato e che non sarebbero stati in grado di affrontare né, tanto meno, di risolvere (Foot, in realtà, dedica poco più di un cenno a Tobino). Ma quelle posizioni avevano il torto di non tenere conto della realtà, e cioè del fatto che in Parlamento la mediazione tra DC e PCI era inevitabile per qualunque progetto di legge (p. 288). E, in quel 1978, la mediazione rese possibile la “180”.

La Repubblica dei matti è un libro che si apprezza per la capacità di Foot di tenere assieme le molte sfaccettature e particolarità di queste decenni, ma soprattutto perché mantiene sempre, in tutto l’arco della narrazione un equilibrio prudente tra i vari aspetti, momenti e personalità. Si vedano, ad esempio le pagine in cui analizza e discute il concetto di “antipsichiatria”, un concetto di cui Foot rileva e mostra adeguatamente l’ambiguità: Basaglia e i basagliani non furono solo scelti come guida da molti operatori culturali, del mestiere o attivisti che fossero, furono contrastati dall’opinione pubblica conservatrice, ma videro anche nascere posizioni alla loro “sinistra”, molto più estreme delle loro. Foot tratta questi aspetti con grande delicatezza, senza sbilanciarsi o lasciarsi andare a giudizi sommari o approssimativi (pp. 43 sgg). Oppure si vedano le pagine che ricostruiscono l’iter della legge 180 (pp. 285-294), dove si ritrova il medesimo equilibrio.

Il libro di Foot è un lavoro in cui il lettore avverte l’impegno e la fatica dell’Autore, costretto spesso ad utilizzare fonti di seconda mano per ricostruire passaggi e contesti. Ad esempio Foot segue percorso della dismissione del manicomio di Gorizia appoggiandosi a una pubblicazione interna del manicomio, “Il Picchio”, la rivista dei ricoverati. Scelta in parte obbligata perché, come spesso accade in Italia e soprattutto per enti istituzioni chiusi, parte della documentazione è andata dispersa.

Molto resta ancora da fare, da ricostruire; Foot lo ripete o lo lascia intendere spesso. Ma ci ha regalato una bussola affascinante, densa e bella davvero. Questo è un libro non dovrebbe mancare negli scaffali di chi voglia capire qualcosa di più, e da un’angolazione originale, sulla storia recente del nostro Paese.

Buona lettura.