Recensione. Giovanni De Luna: La Repubblica inquieta. L’Italia della Costituzione. 1946-1948

Com’è stato possibile che l’Italia disastrata e ferita dalla seconda guerra  mondiale abbia realizzato una Costituzione tra le meglio riuscite e durature d’Europa?

Disoccupazione dilagante, distruzioni, campi minati, collegamenti interrotti; ferite di guerra particolarmente dure viste la durata e l’asprezza del conflitto sul nostro territorio. De Luna traccia questo quadro con pennellate rapide e sicure per inserirlo in un contesto più ampio.

L’Italia impoverita dalla guerra è in realtà un Paese povero da sempre. La sua economia è ancora profondamente ancorata a un’agricoltura in molte zone tradizionale, lavorata da contadini spesso poverissimi con alte concentrazioni di analfabeti per i quali il dialetto è l’unico linguaggio comprensibile e parlato mentre l’italiano è la lingua dello Stato, della burocrazia, di entità ostili (p. 25, ma anche, per la necessità dei politici di “dialettizzare” parole italiane, p. 241) che vivono in condizioni igieniche spaventose e fanno i conti con una mortalità infantile elevatissima (del 1951 è l’Inchiesta sulla miseria in Italia).

Uno dei dei tratti distintivi del libro è la compresenza di “due italie”: il rapporto tra classi dirigenti e classi popolari, il rapporto, confronto e contrapposizione tra Nord e Sud, tra città e campagna, tra cultura alta e cultura-folklore-mentalità popolare.

Sono i nodi irrisolti della nostra storia, le tare che nel pensiero di Parri e del Partito d’Azione comprendevano non soltanto il fascismo ma anche la storia precedente, quella del liberalismo post-unitario, a suo parere non compiutamente democratico. Parri si scontra immediatamente con la forza di questi problemi. Le più incisive delle sue riforme vengono accantonate; Croce si scaglia contro la critica all’Italia liberale portando il peso della sua autorevolezza a un’interpretazione del fascismo come parentesi storica, chiusa la quale il Paese poteva riprendere il cammino interrotto dall’Italia prefascista (non rendendosi conto che quell’Italia era stata seppellita dalla Grande Guerra, dal fascismo e poi dalla Resistenza); il Vaticano fa sentire la propria influenza e altrettanto fa la monarchia, completamente screditata nel Nord, ma ancora fortissima al sud.

Il progetto di Parri di democratizzare il Paese attraverso le forze vive della Resistenza fallisce in breve tempo e la DC diventa il baricentro della vita politica italiana. È attraverso di essa che, gradualmente, l’eredità pesante del fascismo, riesce a traghettare nell’Italia repubblicana. Alcuni fermenti che agitano il Paese si muovono in questo senso: il separatismo siciliano, pur effimero, maschera i maneggi delle élites tradizionali per il controllo dell’isola; l’esplosione fulminea dell’Uomo Qualunque che coagula timori profondi verso i propositi di rinnovamento, è di fatto una zattera che traghetta veloce verso il porto sicuro della DC; la pronta riorganizzazione dei notabilati locali al Sud che si erano adagiati nel fascismo costituiscono gli elementi di quella continuità che riesce a infiltrarsi in pressoché tutti gli apparati dello Stato e che, sia pure in mezzo a convulsioni notevoli, riesce a “normalizzare” il Paese. Una continuità che è anche nelle mentalità, nei legami famigliari che degenerano nel familismo, nelle pratiche di una politica che passa attraverso il notabile di turno che si è riciclato.

mercato nero

Il fascismo “aveva provato” a “nazionalizzare gli italiani” (pp. 29-30), ma il tentativo era fallito e tutt’al più si era risolto con una “nazionalizzasione della burocrazia”. Dunque quel nodo, ancora aggrovigliato, traghetta nell’Italia repubblicana pressoché intatto.

Il governo Parri non era riuscito a contenere la febbre politica che la Resistenza ha immesso nel corpo della società. La guerra non era stata vissuta da tutti allo stesso modo. E su questo si innesta un’altra diversità. Nell’Italia del centro-nord, dove storicamente sono state presenti forti connotazioni di classe con organismi ben funzionanti, la virulenza dell’occupazione nazista riattiva e accelera la politicizzazione di contadini e operai. L’8 settembre è la data cruciale che costringe tutti a fare i conti con la propria coscienza e spinge a prendere posizione. La Resistenza nasce certamente dal crollo delle istituzioni e dalla fuga ignominiosa del re e degli alti gradi dell’esercito, ma è resa possibile da un retroterra ricco di storia associativa, sindacale, conflittuale, politica. La Resistenza si incarica del riscatto degli italiani. Ne è ben consapevole De Gasperi che di fronte all’uditorio alla Conferenza di Pace di Parigi, non certo benevolo nei confronti dell’Italia, getta sul tavolo tutto il peso del riscatto etico, morale, civile e politico, portato dalla Resistenza. Se De Gasperi può affrontare a testa alta quell’udiotorio è grazie all’inoculazione della politica partecipata e democratica della Resistenza. E ne è consapevole (pp. 152-53).

Il dopoguerra è segnato da una “resa dei conti” coi fascisti di Salò (e con gli squadristi della prima ora) e da turbolenze frutto dei sentimenti di parte dei partigiani che sentivano la “Resistenza tradita”. Il problema della violenza politica che dilaga è di grande importanza storica e storiografica. Dopo aver chiarito che il numero dei fascisti soppressi nei mesi immediatamente successivi non fu superiore a quello che si conta in altri Paesi (facendo intrinsecamente e giustamente piazza pulita sciocchezze alla Pansa, per capirci), l’A., si sofferma in varie tappe su questo fenomeno: il ritorno in montagna a Santa Libera; la progressiva espulsione dei partigiani dalla polizia partigiana, sostiuiti da ex fascisti; l’uso della forza da parte di Scelba, l’occupazione della prefettura di Milano per protestare contro la destituzione del prefetto della Resistenza Troilo, fino ai moti nei giorni tragici dell’attentato a Togliatti sono fenomeni che segnalano l’insofferenza e la frustrazione di larghe fasce della popolazione sulle quali si carica il peso di una politica economica di stampo liberista priva di contrappesi e che lievitano in contesti di povertà diffusa. Il mercato nero alimenta al Sud un rapporto contraddittorio con gli Alleati: invasori in Sicilia, protettori e garanti di ripresa economica ma anche soggetti di cui si possono sfruttare le risorse a Napoli e altrove, interlocutori alla pari nelle città del Nord liberate prima del loro arrivo. Le loro ingerenze nella vita politica sono pesanti e nette, così come non avevano mancato di trattare la popolazione – e soprattutto le donne – come “merce di scambio”.

Sono dinamiche che mettono in difficoltà il Partito comunista che se da un lato vede riconosciuti e premiati gli sforzi profusi nella Resistenza con una impressionante crescita di iscritti e militanti, dall’altra fatica enormemente a gestirli e a fornire loro una formazione politica dopo vent’anni di sistematica diseducazione praticata dal fascismo: i rigurgiti insurrezionali di una parte dei partigiani e che fermenta in alcuni settori della base del partito offrono il bersaglio alle accuse di “doppiezza” del PCI, ritenuto democratico per ragioni tattiche, ma pronto a scatenare una rivoluzione appena possibile. È una tesi presente anche in alcune frange del partito e che ne condiziona l’agire politico.

Inoltre, assieme alle iniziative conservatrici e reazionarie del Ministro degli Interni Scelba, gli intenti pacificatori dell’amnistia Togliatti vengono stravolti da sentenze assurde che condonano fascisti colpevoli di reati gravissimi mentre dall’altra parte sono i partigiani ad essere messi sotto processo. Tutto questo spiega il diffuso malcontento della base e i rigurgiti insurrezionali. Di fatto, però le alternative sono poche. L’irrigidirsi del clima internazionale negli schieramenti della guerra fredda isola il PCI: in caso di insurrezione l’URSS non muoverà un dito in soccorso ai comunisti italiani (p. 218) e la DC ha buon gioco a tenere sulla difensiva l’alleato e, dal maggio 1947 dopo l’estromissione dal governo, avversario comunista.

Così, mentre la sinistra si indebolisce a causa dell’implosione del Partito d’Azione e per la defezione di una parte del partito socialista che si scinde per dar vita al Partito socialdemocratico filo-americano, la DC, al contrario, si rafforza assorbendo consensi dalla destra. Il partito di De Gasperi può contare sulle strutture della Chiesa, sulle parrocchie, sulla propaganda dei parroci, sull’attivazione di una forte efficiente rete di soccorso e col sostegno, anche materiale, sempre più deciso degli USA, sull’appoggio di potenti organizzazioni come la Coldiretti.

Entrambi i partiti, comunista e cattolico avvertono l’esigenza di porsi anche come strumenti di pedagogia verso iscritti, militanti e verso la società; una pedagogia che va oltre la sfera dell’azione politica e che mostra una somiglianza sorprendente solo in apparenza. L’etica e la morale dei comunisti non è meno severa e intransigente di quella dei cattolici (p. 241 e ss.). Ma mentre i primi (anche se in parte affascinati) rigettano la propaganda filo-americana, nei secondi solo i settori più conservatori la contestano: gli USA come paese della libertà, delle ricchezze che lo rendono un idilliaco paradiso di “cuccagna” e il Paese delle possibilità “di farcela” sono miti potenti che soppiantano con facilità le critiche all’eccessiva liberalità delle donne, ad una vita superficiale e consumistica. Al Sud soprattutto, ma non solo, si conoscono bene i drammi dell’emigrazione.

Tuttavia, la pedagogia dei partiti procede in modo contraddittorio. Nel processo di radicamento di partiti il rispetto di tradizioni, sub-culture e credenze viene accortamente rispettato se non assecondato. I partiti di massa riescono in quegli anni a gettare le basi per la costruzione interi spaccati trasversali della società: il PCI ci riuscirà compiutamente in Emilia e nelle altre “regioni rosse”. Tuttavia, piuttosto che modificare la società, i partiti scelgono di inglobarla così come si presenta e di gestirla al prezzo di larghe concessioni alle élites locali e di un mantenimento sostanziale dello status quo (p. 137). Nel caso del PCI il fenomeno è forse meno evidente perché il partito è forte dove già preesisteva una sociabilità ricca in un contesto dinamico; nel caso della DC, al contrario diventa palese: la riforma agraria varata tra il 1947 e il 1950 è “un anacronismo economico […] rispetto a un modello di capitalismo maturo, ma elemento politicamente decisivo per l’organizzazione del consenso” (p. 244).

Dunque, in modo per certi aspetti simili e per altri divergenti, i partiti di massa si pongono al centro della piramide tra lo Stato e i cittadini, filtrando dall’alto in basso e dal basso in alto impulsi e direttive.

È questo fenomeno di assorbimento della società civile che ha come risvolto positivo l’esito della Costituzione. Mentre si combattevano i su tutto i due schieramenti collaborano alla redazione della Carta Costituzionale con un sorprendente spirito di concordia. Dietro di loro incombe l’ombra cupa del fascismo e della catastrofe a cui ha condotto. Perciò, con mirabile alchimia fondono i grandi filoni del pensiero liberale (le libertà individuali), le istanze del mondo del lavoro di derivazione marxista e un’assistenza e previdenza più ad appannaggio del cattolicesimo sociale. Lo fanno cercando di blindare la Costituzione in modo tale che impedisca derive autoritarie e uomini soli al comando. Lo fanno con la consapevolezza di dover rinunciare ciascuno a qualcosa e lo accettano in nome di un progetto, di un’idea di società e di convivere che è frutto di una profonda conoscenza della storia del nostro Paese.

In questa recensione non sono riuscito nemmeno a sfiorare la ricchezza del libro. De Luna ha penna sensibile e ritmo scorrevole. Intreccia con grande maestria chiaro-scuri, balzi all’indietro e in avanti della nostra storia usando una molteplicità di fonti (ma, piuttosto stranamente, non quella dell’Archivio Centrale dello Stato) dosandola con accortezza. La Repubblica inquieta è un libro che avvince e si legge come un romanzo e che merita di essere letto e meditato.

Polo del ‘900. Un archivio per la memoria e la storia

Il Polo del ‘900 di Torino è una delle più importanti iniziative realizzate nell’ambito della conservazione e della divulgazione di materiale archivistico. Frutto dello sforzo congiunto del Comune di Torino, della Regione Piemonte e della Fondazione San Paolo, il Polo del ‘900 convoglia e coordina la collaborazione di 19 enti. Risultato? Dopo due anni di lavoro, 85.000 documenti, 12.000 fotografie, 4.000 manifesti sulla memoria storica novecentesca italiana, dalla nascita della Repubblica al Sessantotto.

Sulla natura e sullo scopo del progetto si può far riferimento a quanto dichiarato nella conferenza di presentazione:

La piattaforma nasce come risposta a un’esigenza specifica, perché c’era una frammentazione di istituti che stavano trovando casa, portandosi dietro un’eterogeneità fatta di banche dati diverse e di sistemi ormai in disuso […] . Per cui, bisognava traghettare questi archivi digitali in una piattaforma unica, in uno spazio ragionato ma aperto a tutti, non solo agli addetti ai lavori come gli storici

Per farci un’idea dell’imponenza e della quantità del materiale, dobbiamo fare riferimento a 9 chilometri lineari tra libri e documenti di archivio, 130.000 fotografie, 21.000 manifesti, 53.000 audiovisivi, di cui 400.000 documenti già digitalizzati, ma in modo disomogeneo e quindi da catalogare in modo coerente.

Studenti, studiosi e storici dispongono ora di un materiale tanto imponente quanto fondamentale per l’approfondimento della nostra storia recente, col vantaggio di poterne usufruire in un unico contesto. Facilitazione non da poco in un Paese in cui, per ragioni storiche, essendo la documentazione spesso dispersa in vari centri rallenta il lavoro degli studiosi (oltre che alleggerire le loro tasche a causa degli spostamenti necessari.

Una gran bella realizzazione, davvero meritoria, che potete esplorare qui:Archivi del ‘900