Recensione. Madeleine Ferrières: Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo

Il fatto che viviamo in un’epoca di diffuse paure alimentari mi sembra incontestabile. Controlliamo le etichette, cerchiamo di stare attenti alle truffe, chiediamo pareri e consigli, ma di fatto diffidiamo di quello che mangiamo. A torto o ragione ne diffidiamo perché, concretamente, non sappiamo nulla o quasi sui prodotti che compriamo: come sono stati allevati gli animali la cui carne poi acquistiamo, da dove provengono frutta e verdura, come viene lavorata la pasta confezionata…

Ma la storia delle paure alimentari ha un percorso lungo, plurisecolare, che si inserisce in un contesto di molte altre paure presenti e assillanti. Madeleine Ferrières ne scrive la storia a partire dal Medioevo. Occorre precisare meglio: le paure alimentari sono un fenomeno moderno, verrebbe quasi da dire contemporaneo, e riguardano principalmente il mondo occidentale dove c’è una sovrabbondanza di disponibilità alimentare.

Nel Medioevo e nell’età pre-industriale le cose non stavano così. Naturalmente si diffidava di certi tipi di carne, del pesce soprattutto, sempre sospetto, ma gli uomini del passato hanno dovuto fare i conti con paure ben più profonde, diffuse e radicate: le epidemie e le carestie. Prima della paura alimentare viene la paura della fame. È per questo motivo che Ferrières incrocia la paura verso gli alimenti con altre paure e con altri fenomeni.

Ciò non significa che la paura verso ciò che si mangia non fosse presente. tutt’altro. Un esempio illuminante riguarda il pesce, animale che suscita molte diffidenze. I medici lo disprezzano perché, come tutti i prodotti freschi e acquosi, sono “corruttibili e corruttori”; cosa dire poi dell’acqua di cui si è nutrito e in cui era immerso? In tempo di peste a Parigi era vietato bere acqua della Senna e di mangiare pesce; i medici di Palermo e Cagliari ritengono che i poveri si ammalino più facilmente degli altri perché si ingozzano di tonno guasto e puzzolente (pp. 198-99). Questo caso contraddice la distinzione in auge per secoli tra stomaco del povero che, abituato alla fatica e al consumo di energie, è considerato più robusto ed efficiente di quello del ricco che è più delicato, e quindi può digerire cibi più pesanti e carni di qualità altrimenti discutibili (pp. 78-81). È vero però che il pesce, più di altri alimenti, offre il vantaggio di puzzare prima e più di altre carni, cosa che mette in guardia il consumatore. Così, ad esempio, nel 1784 un paesino francese si solleva e fa ritirare dal mercato due panieri di aringhe: è il loro odore poco invitante ad aver allarmato i cittadini (p. 91). I secoli passati sono stati secoli di odori e l’olfatto, assieme agli altri sensi, era un buon indicatore della qualità e dello stato di conservazione dei cibi.

Tornando al tema da cui sono partito, innanzi tutto i mestieri che hanno a che fare con l’alimentazione – macellai, panettieri, pasticcieri, venditrici di trippa (venditrici, perché era un mestiere femminile), pescivendoli ecc. – sono sempre stati sottoposti a qualche forma di regolamentazione. In linea generale, nei paesi del Nord Europa erano i comuni ad occuparsene, in quelli del sud, le corporazioni di mestiere.

Secondo: si cercava di separare gli animali malati da quelli sani. Le pecore colpite dal vaiolo, i bovini che avevano contratto la peste, i maiali – c’erano specialisti che ne esaminavano la lingua, i langueyeurs. Certo, erano soluzioni approssimative: le bestie al pascolo erano affidate a bambini che non avevano l’esperienza per giudicarne lo stato di salute; la sporcizia dei contadini – personale, abitativa e ambientale – era proverbiale e facilitava il diffondersi di epizoozie. Tuttavia non si può dire che non si cercasse di fronteggiare il problema.

Dicerie

Terzo, dobbiamo tenere presente che in quelle epoche i sensi giocavano un ruolo molto più importante di oggi: la clientela vuole vedere le bestie vive entrare in città e i macellai le sacrificano e le scuoiano all’aria aperta e non possono vendere carne fresca oltre i secondo giorno di macellazione. I salumieri invece hanno diritto di vendere carne cotta e i pasticcieri quello di fare paté e timballi di carne.

Ma cosa c’è, esattamente, in quei timballi? In molte zone d’Europa si mormora che questi pasticci siano fatti con carni di gatto (c’era un commercio legale delle pelli di gatto, ma dove finivano i gatti scuoiati? – vedi pp. 200-207). Occorse parecchio tempo prima che la crosta dei timballi divenisse soffice; prima era difficile diagnosticare cosa contenessero i timballi: il sospetto che venissero fatti con avanzi, carni di scarto, di animali morti o malati rimase forte. Timballi e pasticci non erano gli unici. In Francia circolava voce che la birra inglese fosse così forte perché perché fatta con “cani scorticati” (p. 201). La paura alimenta dicerie e viceversa.

Sono i cittadini più dei campagnoli a sentirsi minacciati. Nelle campagne la filiera tra produttore e consumatore è corta, spesso cortissima e non di rado annullata nell’autoproduzione. Al mercato i contadini portano il meglio di cui dispongono, ma non sempre è garanzia sufficiente: la merce può provenire da lontano, e quindi deperire o deteriorarsi. Da questo punto di vista il cittadino, soprattutto quello delle grandi città, è indifeso rispetto al mondo circoscritto della campagna – frastagliato di una miriade di villaggi e piccoli paesi dove tutti si conoscono. Per questo i macelli sono nel centro della città e non lontani dalla piazza del mercato.

La “logica” dei contadini

L’esempio precedente è solo uno tra i possibili che testimoniano una delle rare “superiorità” delle campagne rispetto alle città. La cultura, è risaputo, ha i suoi centri di produzione e di irradiazione nelle città: il cittadino è mediamente più colto e informato del campagnolo (sul diffondersi delle notizie in età pre-industriale, vedi Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi). Non stupisce che per lungo tempo i cittadini abbiano guardato i contadini dall’alto in basso, se non con vero e proprio disprezzo (su questo, vedi Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento). Ma ciò non significa che le campagne non abbiano dei loro saperi, delle conoscenze profonde e, talvolta, anche più perspicaci e pertinenti alla soluzione dei problemi della cultura “alta” e ufficiale: le mammane delle campagne sanno provocare le contrazioni uterine molto prima della scienza medica grazie alla conoscenza secolare delle erbe.

Naturalmente medici e veterinari restano sbigottiti – e schifati – dalle usanze dei contadini. Essi condannano l’abitudine dei campagnoli di ammassare letame nelle stalle, pratica di certo quanto mai condannabile dal punto di vista igienico, ma non ne afferrano il senso profondo. Essa risponde ad un ragionamento sensato: il letame riscalda l’ambiente e le bestie ingrassano più facilmente (p. 220).

E cosa controbattere a un robusto garzone quando non solo dice, ma dimostra con logica inoppugnabile a medici affermati che non capiscono niente delle strategie di sopravvivenza che i contadini sono costretti a mettere in atto in tempi di carestia? Il fatto è questo: nella Sologne, non lontano da Parigi, pare che ci si ammali di qualcosa che fa letteralmente cadere dita dei piedi o delle mani o pezzi di naso. Dalla capitale vengono inviati in quella zona poverissima dei medici verificare. Ed effettivamente, questa volta, la diceria è vera. Responsabile di questo sconcio è l’ergot, la segale cornuta, con la quale in tempi di crisi i contadini fanno il pane. E allora perché mai continuare a piantare la segale e non, piuttosto, la patata, sostengono i medici.

Pare un ragionamento sensato, ma la patata suscita diffidenze. Primo perché viene da lontano, non è autoctona, e tutto ciò che ha il sapore di novità suscita diffidenze; secondo, affondando nella terra la patata è considerata un cibo umido, povero, difficilmente commestibile se non dannoso: molto meglio darlo ai porci – ribattono i contadini. La storia della patata è contrastata tra diffidenza, rifiuti e successi.

Ma allora perché rischiare di rimetterci parti del proprio corpo, domandano i medici? La risposta è semplice e rivelatrice: i contadini devono dare ai padroni la parte migliore del raccolto, a loro restano le farinacee inferiori e devono arrangiarsi con quelle. Non è questione di stabilire se la segale cornuta faccia seccare e cadere qualche dito o un un pezzo di naso, i contadini lo sanno da sempre. La questione del problema sta nel dosaggio: poca segale cornuta nell’impasto non provoca danni al fisico, ma inganna la fame, la toglie; se si sbaglia dosaggio in eccesso, allora il rischio c’è. Perché correrlo? Perché l’alternativa è morire di fame: tra la certezza di morire d’inedia e la probabilità di rimetterci un dito i contadini scelgono di rischiare.

Lo fanno a ragion veduta, visto che in Toscana i contadini fanno il pane con il loglio: la segale cornuta ha effetti simili all’LSD, il pane impastato con una certa dose di loglio provoca una sorta di ubriacatura e poi sonno pesante: se si ha fame – e nelle annate di carestia la fame è tanta, quotidiana – meglio ingannarla o dormirci su. (A questo punto i medici si domandano come stabilire la dose dannosa di segale cornuta? Semplice: lo si dia da mangiare ai criminali condannati a morte, così si “rende utile all’umanità perfino il crimine” (p. 175)).

Tutta la vicenda riguarda questioni fondamentali. Determinati alimenti possono fare bene o essere innocui se presi a determinate dosi e trasformarsi in veleni con dosi eccessive. Questo vale soprattutto per le “droghe” campestri, che i contadini conoscono benissimo e in gran quantità.

L’altro aspetto riguarda l’evoluzione della medicina. I medici di città imparano a conoscere le campagne; scrivono “topografie mediche”, scrutano, studiano quel mondo misterioso. Spesso lo condannano, ma la conoscenza si approfondisce sul campo. Siamo agli albori della medicina moderna, che lentamente e con fatica soppianta quella galenica e ai primi vagiti della “polizia medica”, dell’igiene pubblica.

Pane bianco, pane nero, pane “alla regina”, rame e piombo

L’avanzata del progresso è difficile e irto di ostacoli. Le innovazioni sono sospette. Lo dimostra la strana vicenda del pane “alla regina”, un pane soffice, morbido, buono, fatto col lievito di birra e non col lievito tradizionale. Tutta la vicenda riguarda la possibilità di vendita del pane: i fornai accusano i locandieri di rifornirsi di questo pane da paesi vicino a Parigi e non da loro, ma poi slitta su questione sanitarie. Non sarà che il lievito di birra faccia male? Un dubbio, sbandierato per ragioni ben diverse, getta nel panico la città. Alla fine l’innovazione ha la meglio: il pane “alla regina” diventa pane per ricchi o quanto meno benestanti, non tutti possono permetterselo. Le distinzioni sociali, che si esprimono anche attraverso la presentazione e ostentazione della tavola, anche se si trasformano restano valide (su questo vedi Massimo Montanari: Il formaggio con le pere. La storia in un proverbio).

Sapere che cosa si mangia è importante ma non è l’unico problema. Anche come e dove vengono cotte le pietanze ha la sua importanza. Fino a non molto tempo fa anche alcuni storici hanno condiviso l’idea che l’uso massiccio delle spezie servisse a mascherare carne mal conservata o andata a male, poi si è appurato che non è così (vedi: Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari). C’è voluto l’avvento della scienza moderna – in particolare della chimica per capire le implicazioni nocive delle stoviglie di rame e di piombo.

Conclusioni

La questione del progresso ci porta ad una considerazione metodologica. L’A. non corre il rischio di cadere nell’anacronismo – errore fatale per lo storico – giudicando a posteriori? Madeleine Ferriére corre il rischio e lo evita quasi sempre.

Questo libro, oltre che piacevolissimo da leggere, è importante per vari motivi. L’Autrice tiene conto di una enorme quantità di interlocutori: medici, giudici, corporazioni di mestieri, statuti, governatori… il consumatore è onnipresente e sfuggente allo stesso tempo per tutto il libro. Esso si trova al centro di molteplici interessi che si scontrano e che trovano tregue e patteggiamenti: “la salute resta una faccenda privata”, non spetta allo Stato vietare la vendita di determinati cibi, se non in casi eccezionali di comprovata dannosità. Ecco che allora entra in gioco la centralità dell’informazione, che è sempre un’informazione mediata e di parte: le vediamo all’opera in tutto il libro perché centrale, per le vicende che occupano i 16 capitoli, sono anche i luoghi dove avvengono le contrattazioni tra le parti: aule di tribunale, riunioni consiliari, relazioni ufficiali e ufficiose: il consumatore resta escluso, resta fuori; caso mai si ascolta la vox populi, ma non interviene, in un certo senso non c’è.

Prodotti, luoghi, soggetti, interessi: gli intrecci e le relazioni che ne scaturiscono che l’A. dimostra di saper padroneggiare sono molti. Così, ad esempio, la preoccupazione della qualità può coesistere con la paura della scarsità, anche se quest’ultima è primaria. Spiegare i fenomeni di ricezione del pubblico riducendoli a un fattore considerato predominante sembra assurdo.

Certo, occuparsi di un tema come questo nell’arco di secoli è compito immane (lo si può leggere tenendo presente Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza). Ma davvero questo libro apre un’infinità di percorsi di ricerca e ha molto da insegnare.

Buona lettura.


Recensione. Massimo Montanari: Il formaggio con le pere. La storia in un proverbio

Dietro a un proverbio una storia avvincente, sorprendente ma anche di contrasti.

“Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”: un proverbio che, con qualche variante, è diffuso da secoli non solo in Italia. I proverbi sintetizzano la saggezza popolare degli analfabeti: indicano soluzioni a problemi pratici; misurano la moralità, la correttezza o la disonestà dell’uomo; sono frutto di beffe e socialità che si diffondono facilmente con la socialità degli individui in piazze, mercati, taverne ecc.; esprimono luoghi comuni. A ben guardare, però, questo è diverso dagli altri: perché mai il contadino non dovrebbe sapere?

La risposta è meno scontata di quel che possa sembrare a prima vista e, in fondo, a Montanari interessa capire cosa può dirci quel proverbio, cosa può aiutarci a comprendere della storia. Lo fa prendendo spunto da Erasmo da Rotterdam e cioè usando il proverbio come “finestra sul mondo” (p. 8).

La finestra di Erasmo

Storico dell’alimentazione e medievista, Montanari rintraccia le origini di questa storia proprio nel Medioevo. In quei secoli il formaggio, così come il latte e i latticini, è un cibo pre-civile (p. 23): lo mangiano i barbari, i pastori, i contadini, è cibo per poveri e popolani. Occorrerà molto tempo prima che questa connotazione negativa si modifichi. A farlo circolare su mense di più alto lignaggio è la religione. Le festività religiose nel corso dell’anno erano numerosissime e nei giorni “di magro” il formaggio poteva fare la sua comparsa sulla tavola di monaci e religiosi in sostituzione della carne. Ed è una presenza legittimata proprio perché il formaggio è cibo povero e per poveri: si fa penitenza o cosa buona rinunciando al piacere gustoso della della carne.

I monasteri però non sono affatto poveri: l’aspirazione alla povertà di alcuni ordini religiosi è auto imposta. Perciò la mediazione della religione tra istituti ecclesiastici e società per la diffusione del formaggio, pur potente, non ha i caratteri di una spinta sufficiente. Se i poveri sognano il paese di Cuccagna, dove da montagne di parmigiano rotolano incessantemente maccheroni che arrivano alla base ben conditi (sulla pasta vedi Recensione. Alberto De Bernardi: Il paese dei maccheroni), alla mensa dei ricchi il formaggio compare a fine convivio, come sigillo del pasto. Si tratta di una collocazione e un’abitudine che rivela l’impronta della medicina: i medici considerano la digestione come una sorta di bollitura dello stomaco e pertanto accettano il formaggio come alimento adatto a favorirla per la sua pesantezza che, trascinando gli altri cibi al fondo dello stomaco, facilita la digestione.

Anche la frutta (fresca), sempre alla tavola dei signori, compare a fine pasto. Gran parte della frutta può essere conservata, ma è faccenda che non riguarda chi ha i forzieri ben forniti: coloro che possono permetterselo consumano frutta, nonostante i medici siano in generale molto sospettosi nei suoi confronti a causa della sua acidità e della propensione alla fermentazione perché, in quanto facilmente deperibile, è merce costosa e quindi di rango (p. 75). La consumano per segnalare la propria prosperità. Non a caso ceste piene di frutta vengono spedite da una parte all’altra dell’Europa come omaggio e regalo: i mercanti la inviano ai potenti per ingraziarseli e entrare in affari: non c’è niente che apra le porte come una bella cesta di frutta portata in omaggio.

In queste relazioni, consolidate o in formazione, le pere svolgono un ruolo importante. L’A. registra e descrive numerose di queste donazioni, di solito composte dal numero simbolico di 100 pere. La loro importanza risiede, oltre che nella facile deperibilità, nel fatto che le pere mature acquisiscono sfumature erotiche: la polpa richiama alla mente la morbidezza della carne femminile, l’affondare facile e gustoso dei denti nel frutto che restituisce freschezza sprigiona immagini voluttuose e conturbanti (p. 60).

Formaggio e pere si ritrovano così – per così dire – vicini di piatto in certe tavole, ma sono attori che non si parlano. Esistono anche formaggi ottimi, certamente (p. 37), ma il formaggio non può costituire il pasto del ricco. Il povero si ciba di formaggi e ortaggi; nel caso del signore il formaggio può accompagnare il pasto, o chiuderlo, non di più.

Dunque siamo lontani da una qualche forma di fusione. Montanari ci accompagna con molti esempi e curiosità in queste contaminazioni, in questi contatti fugaci: il formaggio esce dal suo habitat naturale del desco scarno e frugale o delle taverne dei popolani quasi di soppiatto, si intrufola in altri ambienti e in altre tavole che, di norma, non gli spettano: “Il cibo deve insomma sostenere e nutrire – in senso letterale – l’identità di chi lo consuma. Non solo produce, ma esprime quell’identità” (p. 51). La tavola del potente, imbandita di ogni ben di Dio è soprattutto un’esibizione di cultura, di gusti raffinati, di potere e di potenza.

Fino alla Rivoluzione francese, che si incaricherà di spazzarne via una buona parte, la società è strutturata e regolata da alti e ben sorvegliati steccati sociali. Gli uomini sono diversi tra loro. Lo sono anche costituzionalmente, fisicamente. Quando il povero Bertoldo viene curato con una dieta da ricco finisce per lasciarci le penne perché il suo stomaco, che è lo stomaco di un povero, non è abituato al cibo più raffinato dei ricchi (p. 50). La descrizioni e che viene fatta dei contadini è quella di esseri bestiali: i contadini assomigliano alle bestie con le quali lavorano, che nutrono e con le quali convivono: il formaggio lo fanno “i villani, rozzi sudici e bestiali”, dice uno scrittore dell’epoca (p. 43). Descrizioni che intendono sottolineare la compresenza tra mondi distanti e inconciliabili.

Ma allora qui sorge un problema: il formaggio non nasce pronto, è il risultato di un lavoro e il lavoro richiede conoscenze e abilità. Dunque esiste un sapere contadino. È il sapere della conservazione degli alimenti, ad esempio, pratica nella quale i contadini sono abilissimi. Ma quando devono fare i conti con i detentori di quel sapere, per non legittimarli culturalmente, ecco che gli osservatori del tempo trasformano i ributtanti lavoratori della terra in sode, energiche ragazze, allegre e canticchianti, dalla bianca pelle lucente e il sorriso candido che preparano grossi formaggi in ambienti salubri e pulitissimi. Siamo di fronte a stereotipi e vere e proprie deformazioni che perdurano per molto tempo (vedi Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, ma riecheggiano ancora oggi: non di rado si sentono accenni al – presunto – antico e nobile lavoro di contadino, smentito invece dalla ricerca storica – per il caso romagnolo si possono vedere come esempio i saggi – tra i quali uno mio – contenuti in Chiara Arrighetti (a cura di), La salute nella Romagna dell’Ottocento. Il caso della pellagra, Quaderni della Società di Studi Romagnoli, n. 38, 2019).

Per individuare un’altra tappa di avvicinamento tra il formaggio e le pere Montanari rivolge lo sguardo alla medicina. Più di quanto si pensi, l’influenza della medicina sul consumo alimentare, sulla conservazione, sulla cottura, su condimenti e abbinamenti, è stata notevole e duratura (p. 70). Lungo i secoli la diffidenza dei medici nei confronti del formaggio e della frutta si modifica. Nella coriacea diffidenza dei medici verso formaggio e frutta si creano lentamente delle brecce: non tutti i formaggi sono poi così dannosi; non tutta la frutta fa male, soprattutto se “bilanciata” da altri alimenti. Nella medicina ippocratica e galenica, basata sull’equilibrio degli umori e dei temperamenti la pera, che è frutto freddo, deve essere riscaldata accompagnandola col vino o, ancora meglio, cotta nel vino o con altri alimenti “caldi”. Ma è la pera ad accostarsi al formaggio: la nocività del formaggio può essere temperata dalla pera o altra frutta scrive un medico a metà del ‘500 (p. 79).

Ecco sorgere allora un altro problema: se la pera, frutto nobile per eccellenza, si accosta al formaggio, alimento rustico quanto altri mai, allora ciò non significa che tutti sono legittimati a mangiare le stesse cose? Se sì, che fine fanno le distinzioni sociali? A ristabilire ruoli e a mettere ognuno al suo posto interviene la distinzione: c’è pera e pera e formaggio e formaggio: alcuni sono per i popolani, altri per i signori. In altri termini, interviene la differenza di gusto tra i ceti; gusti che scongiurano l’assimilazione sociale e mantengono le distanze tra le classi sociali: ai poveri gusti aspri, forti, duri (come la loro costituzione fisica); ai signori e ai benestanti gusti più tenui, articolati, delicati.

Si tratta di un notevole indizio per capire il significato del proverbio: il gusto non lo si possiede per istinto, lo si forma. Se è frutto di cognizione, di conoscenza, di sapere, allora è ad appannaggio dei ceti dominanti. E dato che è pericoloso diffondere il sapere – necessario al governo del mondo – tra chi non è in grado di gestirlo – cioè alle classi “basse” – allora bisogna custodirlo senza svelarlo (… non far sapere).

Un proverbio come documento storico

Massimo Montanari ci regala un libro piacevolissimo, ricco di citazioni, esempi e curiosità. Ma Il formaggio e le pere è anche un libro estremamente originale. Usare un proverbio come chiave per aprire una finestra sul mondo (come detto all’inizio) e cioè andare a ritroso nella storia è già di per sé perspicace. Ma trattarlo come documento storico è una intuizione brillante.

Come storico dell’età contemporanea, Il formaggio e le pere mi invita a seguire dei percorsi. Il primo: quanto è rimasto della mentalità dell’Ancien règime nell’età contemporanea. Le élites sono quasi sempre capaci non solo di imporre le proprie idee e di costruire attorno ad esse tutto un apparato di leggi e regole per farle funzionare; riescono anche a rendere condivisa l’idea che le loro idee sono le uniche possibili, le migliori alla soluzione dei problemi. Se apriamo un qualunque statuto di un ricovero di mendicità incontriamo immediatamente la distinzione sociale introdotta dal gusto: nei ricoveri di mendicità vi erano molti anziani ma non ammalati. Eppure la cucina a loro riservata è più scadente – molto più scadente – di quella dei custodi. Se poi andiamo a leggere le composizioni delle minestre delle “cucine economiche”, funzionanti fino agli anni Trenta del Novecento, la demarcazione appare ancora più netta.

Ecco, pur senza far proprie fino in fondo la proposta storiografica di Arno Mayer, il quale ha proposto una sorta di storia di classe rovesciata, è pur vero che le prove documentarie della malcelata ripugnanza delle classi cittadine, colte e ricche nei riguardi dei contadini sono numerosissime e, a ben vedere, sono penetrate ben addentro al Novecento (ai contadini la pensione fu concessa dopo gli anni Cinquanta).

Questo pone dei problemi notevoli agli storici di un paese che è stato profondamente agricolo come il nostro. Perché dietro quel proverbio è anche il riassunto di un conflitto: tra mezzadro e padrone, per esempio; tra braccianti e aziende agricole; tra leghe contadine e associazioni padronali. E sappiamo quale fu la reazione di queste ultime di fronte al “fango che sale” dalle campagne padane… (vedi Fabio Fabbri Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo (1918-1921))

Considerata la storia del socialismo nel nostro paese che, non soltanto agli inizi ma per parecchi decenni, fu soprattutto storia delle campagne (vedi Renato Zangheri: Storia del socialismo italiano (vol. 1)) il formaggio con le pere ci invita a non schiacciare la ricerca storica sulle semplici vicende politiche, ma a tenere uno sguardo ampio, largo, che tenga conto di varianti a volte insospettabili.

Buona lettura.


Recensione. Alberto De Bernardi: Il paese dei maccheroni

Un libro piacevolissimo, frutto dell’intreccio tra storia locale, nazionale e internazionale; storia sociale e dinamiche economiche; ricettari e intuizioni imprenditoriali

“Mangiamaccheroni” e “mangiaspaghetti” sono espressioni – non propriamente lusinghiere – che connotano gli italiani nel mondo. Come mai l’Italia è diventato il paese dei maccheroni nel mondo? Perché un piatto “povero” e popolare ha finito per connotare un popolo intero? Sono domande legittime e intriganti tanto più se si pensa che la pasta secca, nelle sue decine di varianti e misure come oggi la conosciamo e consumiamo (spaghetti, vermicelli, bucatini, favette, maccheroni, gobbetti, rigatoni…), è diventata piatto nazionale soltanto a fine Ottocento.

Il merito principale del libro di De Bernardi è proprio quello di delineare in modo convincente il percorso storico che ha fatto della pasta un manifesto di italianità nel mondo.

Per arrivare all’esito di questo processo l’A. costruisce la narrazione su più livelli intrecciandoli ad ogni snodo fondamentale. Naturalmente impasti di vario genere circolavano da tempo immemorabile nell’area del Mediterraneo ma furono le conseguenze dell’epidemia di peste di metà Seicento a innescare, soprattutto nell’Italia meridionale e nel napoletano in particolare, il processo che avrebbe finito per portare all’affermazione dei maccheroni.

Il deflusso della popolazione rurale verso la città di Napoli finì per creare quel “ventre di Napoli” poi descritto in modo magistrale dalla Serao: lazzaroni e lumpenproletariat che progressivamente congestionano la città creando quartieri sovraffollati e dalle condizioni igieniche spaventose – una massa di popolazione che vivacchia con l’arte di arrangiarsi” ma che desta preoccupazioni e ansie nei governi e nelle classi dirigenti. Per sfamarla e tenerla quieta i governi calmierarono innanzitutto il prezzo del pane, ma successivamente anche quello della pasta. Allo sguardo acuto di Goethe non sfugge la parte visibile di questo processo: di passaggio a Napoli nel 1787 il poeta notò che i maccheroni, questa “pasta fine, cotta e foggiata in varie maniere” veniva venduta ovunque per pochi soldi (p. 112).

Ma altri fenomeni si erano smossi in sottofondo. Uno dei più significativi è dato dalla separazione tra fornai e pastai all’interno delle corporazioni di mestiere: i pastai, consapevoli dell’importanza che la pasta secca veniva assumendo nella dieta delle classi popolari, si organizzarono per conto proprio.

Indistinguibili dalla miriade di botteghe artigiane, i primi pastifici erano poco più di semplici botteghe a conduzione famigliare. Affinché la produzione aumentasse era necessario che si verificasse una serie di fattori. Il primo riguardava il superamento della forza muscolare: un uomo non è in grado di impastare più di un certo quantitativo di pasta. Rudimentali attrezzi che consentirono il superamento di questo problema furono la stanga in un primo momento e il “congegno” in un secondo; in secondo luogo si presentò il problema di disporre di maggiore energia che non fosse quella umana. L’Italia non si era inserita nel vortice della rivoluzione industriale essenzialmente a causa della mancanza di carbone. Nel caso della pasta si ovviò a questa assenza sfruttando l’energia dell’acqua. Per questa ragione i mulini assunsero un’importanza fondamentale nei primi laboratori artigiani e fu sempre la disponibilità di acqua in molte zone del Paese a consentire la proliferazione di pastifici in zone meno vantaggiate rispetto al terzo fattore essenziale: la pasta doveva essere essiccata perciò occorrevano ventilazioni particolari. Fu questa la ragione fondamentale per cui Gragnagno e Torre Annunziata divennero centri propulsori della produzione di pasta secca: i venti che spirano in quelle zone erano eccellenti per essiccare la pasta.

Ma l’insieme di questi fattori non è sufficiente a spiegare il successo della pasta. Ve ne sono almeno altri due di capitale importanza.

Il primo riguarda la progressiva sparizione della carne sulla tavola delle classi popolari. In altri termini, nel corso dell’Ottocento i contadini si impoveriscono al punto che, in vaste zone del Paese, non riescono neppure a disporre di un’alimentazione sufficiente: l’estendersi della pellagra ne è l’esempio più probante. (Su questi aspetti si possono vedere Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza e Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).

È qui che entra in gioco l’importanza nutrizionale della pasta: il glutine è ricco di proteine e può supplire almeno in parte allo scarso consumo di carne. Ed è per questa ragione che Napoli non era l’unico centro produttivo di pasta importante. Per un certo periodo lo fu anche Cagliari, mentre Genova e la Liguria seppero ritagliarsi uno spazio notevole sul mercato indirizzando la propria attività pastarie alle regioni vicine. Non era un caso che Napoli e Genova avessero in comune la presenza di porti attivi. Infatti gran parte del grano duro, occorrente per la preparazione di pasta di buona qualità, proveniva dalla Russia.

Così, mentre l’Italia settentrionale restava sotto il dominio della polenta e del mais, la disponibilità di acqua, associata al talento di piccoli imprenditori che avevano fatto la gavetta, fu all’origine della creazione di pastifici anche in zone nelle quali questa lavorazione artigianale era sempre stata marginale, nel Lazio, negli Abruzzi, per esempio: classico è il caso della De Cecco, ma De Bernardi ne illustra anche altri.

Questi elementi si fondono con il secondo fattore di importanza decisiva: la mutazione del gusto. Fino a tutto il Seicento la pasta fu parte integrante della gastronomia riservata alle classi abbienti. Era parte integrante di una cucina che aveva più attinenze con l’esposizione del lusso e del potere economico che della dieta: in un contesto in cui pasticci, timballi e altri composti erano estremamente elaborati e farciti, la cucina rispondeva alla crapula e alla spettacolarizzazione.

Il formarsi della borghesia come classe e la sua crescente influenza finirono per accantonare queste tendenze. Cominciò ad affermarsi un gusto pur sempre elaborato ma più sobrio e dietetico, più rispondente alle esigenze dell’intimità di un convivio pensato per famigliari e una cerchia ristretta di amici e che, assieme al gusto unisse un apporto energetico. Così come stava accadendo in altri ambiti – ad esempio nel vestiario, che diventa più comodo, confortevole e pratico, rispondente ad esigenze inedite di mobilità e di nuovi mestieri (vedi Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale), il numero delle portate diminuisce, le ricette si semplificano e la pasta comincia ad assumere una fisionomia propria.

Nel presentare e discutere questi processi De Bernardi si affida a ricettari “farcendo” la narrazione storica di ricette che uniscono al valore documentale il piacere di incuriosire il lettore su piatti dimenticati. I ricettari consentono all’A. anche di chiarire di processi di diffusione della pasta. La grande opera di Artusi non contempla la cucina meridionale e la pasta.

A fare la fortuna della pasta nel mondo è la massiccia, ininterrotta emigrazione soprattutto dei contadini poveri del Sud nelle Americhe. È tramite gli immigrati – che portano con sé abitudini anche alimentari e tendono a creare “little Italy” un po’ ovunque – che imprenditori intraprendenti come De Cecco trasformano il mercato della pasta da locale a mondiale.

Infatti in patria la pasta fatica ad affermarsi. Il consumo resta per lungo tempo limitato. Sebbene aumenti durante l’età giolittiana e, soprattutto, con quel gigantesco rimescolamento di uomini e tradizioni che fu la Grande Guerra, coll’affermarsi del fascismo, la pasta – tanto nel consumo che nella produzione – va incontro a difficoltà crescenti. Innanzitutto gli Stati Uniti bloccarono quasi completamente l’immigrazione dal vecchio continente. Secondariamente, ad onta dei proclami e della propaganda, il tenore di vita delle classi popolari peggiorò in modo consistente con ripercussioni gravi sul consumo di pasta. Inoltre, nonostante la strombazzata “battaglia del grano” e le bonifiche, non solo la produzione non raggiunse livelli soddisfacenti, ma la qualità del grano prodotto non era all’altezza di quello importato e le importazioni divennero più difficili per varie ragioni (discusse egregiamente dall’A.). Infine, proprio in ragione della politica autarchica, il regime tentò di favorire il riso a scapito della pasta.

E tuttavia, nonostante l’agire di questi elementi sfavorevoli, non solo il riso non riuscì mai a soppiantare le preferenze degli italiani per la pasta, ma la sua produzione conobbe il passaggio decisivo con la messa a punto di una produzione continua che unificava in un unico processo i procedimenti che prima venivano effettuati separatamente.

Ed è un passaggio che segna anche un mutamento profondo nella geografia della produzione della pasta. Si verifica infatti nella Valle Padana, a Parma con la Barilla, che diventa uno dei centri più importanti nella produzione di pasta.

Mentre il meridione non riesce ad inserirsi nel processo di innovazione tecnologica, il regime funse dunque da incubatrice per il successo della pasta a livello mondiale: packaging e pubblicità, ripresa degli scambi e un gusto ormai definitivamente affermato connotano definitivamente gli italiani con la produzione e il consumo di pasta.

De Bernardi ci regala un libro che va molto al di là di una semplice storia sociale della pasta. Vi è molto di più in questo libro e di quanto io abbia detto qui. Il paese dei maccheroni è un libro veramente “gustoso che consiglio davvero con piacere. Buona lettura.