Recensione. Cesare De Seta: L’Italia nello specchio del Grand Tour

“Lo scopo principale del Grand Tour era quello di scoprire e studiare le culture straniere, al fine di incorporarne alcuni aspetti nel proprio tessuto sociale”. Così è quanto si legge nel catalogo di una delle numerose mostre dedicate a quel genere di viaggio che dalla metà del Cinquecento alla Rivoluzione francese coinvolse i giovani di tutta Europa destinati a ricoprire cariche importanti nei rispettivi paesi. Il Grand Tour definiva un’esperienza di viaggio ritenuta da molti essenziale ai fini della formazione di un “perfetto gentiluomo” (l’espressione è di Thomas Nugent, The grand tour, or, A journey through the Netherlands, Germany, Italy and France citato a p. 157). .

Formare un gentiluomo è un’espressione che indica già risvolti precisi. L’Europa era piena di gente in viaggio di ogni ceto, professione e condizione sociale, ma il Grand Tour è un’esperienza riservata, ai rampolli dell’alta società – inizialmente inglese, poi anche di altri paesi – destinati ad entrare nella classe dirigente del proprio paese. Visitare Francia, Svizzera, Italia e, al ritorno, Germania e Olanda richiedeva tempo e denaro. Questo viaggio di formazione durava circa un paio d’anni e i giovani che lo compivano non viaggiavano mai soli: avevano un tutore e disponevano di almeno un servitore. Naturalmente, più alto era il lignaggio, maggiore era il personale al seguito (su questo si veda Antoni Maçzak Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna).

Carte de l’Europe di Bellin, Jacques Nicolas – 1764 – Biblioteca Nazionale Marciana – Venezia, Italy – No Copyright – Other Known Legal Restrictions.
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I molti volti dell’Italia

“Non esiste sicuramente altro luogo al mondo in cui un uomo possa viaggiare con maggior piacere e beneficio dell’Italia… È la grande scuola della musica e della pittura, e in essa vi sono tutte le più nobili opere di scultura e di architettura, sia antiche che moderne…”. (Remarks on several parts of Italy, &c. in the years 1701, 1702, 1703).

Così presentava l’Italia Joseph Addison, poeta, giornalista di successo e futuro animatore dello “Spectator”, che viaggia in Italia tra il 1701-1703. Addison indica alcuni dei motivi per i quali l’Italia era una calamita irresistibile per viaggiatori, artisti, collezionisti e giovani desiderosi di acquisire gli ingredienti per diventare un uomo di mondo: l’arte, la storia, l’antichità. L’Italia è un museo a cielo aperto: da Venezia a Napoli (l’estremo sud e le isole verranno scoperte relativamente tardi) il visitatore non ha che l’imbarazzo della scelta; ovunque si rechi arte e cultura sono lì ad attenderlo, a farsi ammirare. “Addison viaggia attraverso i poeti” – è stato scritto e può essere vero. Viaggiare lungo un’Italia immaginaria, “costruita sulle citazioni, sui testi antichi, indagata attraverso le epigrafi”, i monumenti o le antiche rovine, è un modo adottato da molti dal Medio Evo a tutto il Settecento (p. 151).

Tutori e viaggiatori fissano in precedenza i propri itinerari utilizzando guide scritte da altri che li hanno preceduti. Alcune di queste – il Voyage d’Italie de Monsieur Misson : avec un mémoire contenant des avis utiles à ceux qui voudront faire le même voyage in quattro volumi, pubblicato nel 1691 o il Voyage en Italie di Lalande (1769), una vera e propria enciclopedia come si deduce dal titolo per esteso: Voyage en Italie, contenant l’histoire & les anecdotes les plus singulieres de l’Italie, & sa description. Les usages, le gouvernement, le commerce, la littérature, les arts, l’histoire naturelle, & les antiquités; avec des jugemens sur les ouvrages de peinture, sculpture & architecture, & les plans de toutes les grandes villes d’Italie – divennero opere di riferimento per tutti i viaggiatori successivi. In un certo senso quindi questi vedranno con gli occhi di chi li ha anticipati. A ragione De Seta rileva che “lo straniero [ha] la tendenza a identificare una qualsiasi parte d’Italia con i luoghi del mito classico” e che in molte descrizioni “l’Italia [diventa] una metafora” (p. 126).

Aquaduct van Nero te Rome – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
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Allo stesso modo essi vedranno attraverso la cultura che li ha formati: il disinteresse – per non dire il disprezzo – verso il gotico e il Medio Evo di molti di loro tradisce questa impronta. Ad attrarre sono le mirabilia, le antichità e l’arte. Lo sono al punto che a poco a poco si instaura l’abitudine di avere al proprio seguito un cicerone, non solo una guida ma un vero specialista che sia capace di scegliere l’itinerario più interessante […] e che […] sia capace di muoversi in quel grande mercato dell’arte che è l’Italia del tempo” (p. 135). Non solo: nel corso del ‘600 “il viaggio in Italia non è più iniziativa privata” di un singolo, “ma diviene programma dello Stato e da esso economicamente sostenuto” (p. 181). Vale per l’Inghilterra, ma vale anche per la Francia. A testimoniarlo è la fondazione a Roma dell’Accademia di Francia nel 1666. “L’Italia è la fonte a cui bisogna attingere” e la presenza di artisti come Velasquez o Rubens o architetti del calibro di Philibert de l’Orme, Inigo Jones e di tantissimi altri lo testimoniano.

Più o meno consapevolmente i protagonisti del Grand Tour cominciano a tessere una tela di relazioni di carattere eminentemente culturale, scientifico, di ricerca e di dibattito, più o meno profonda e duratura che si spande per l’Europa con le loro opere, con le traduzioni, con l’ispirazione o l’imitazione degli stili, con gli epistolari e che ripercuote nella vita dei singoli stati.

Trevifontein te Rome – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
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Gli stimoli che offre l’Italia sono davvero molti. L’arte, il pittoresco, i libri o i documenti che fanno gola a collezionisti e mercanti sono solo una parte di quanto il paese può offrire. Vi sono interi mondi da scoprire. George Berkeley fa proprio questo nel corso del suo secondo viaggio in Italia quando di discosterà dalle tappe classiche e consolidate del viaggio per avventurarsi nella scoperta e nell’esplorazione del sud Italia: gira per la Campania e la Puglia, scopre e resta affascinato dal tarantismo, affina e accresce i suoi interessi antropologici ed etnografici. La curiosità della sua mente aperta e la sua spregiudicatezza gli consentono di abbandonare letture e interpretazioni canonizzate per elaborarne di nuove e originali.

Berkeley indica una strada, un percorso, territori da scoprire o da reinterpretare. Dopo di lui il numero di coloro che si avventurano sotto Napoli aumenta. Raccogliere informazioni sulla popolazione delle città, sulla produzione agricola, sui commerci ecc. rientra tra i compiti affidati a tutori e giovani viaggiatori. Alcuni, come lo stesso Berkeley o Montesquieu hanno e approfondiscono questi interessi: ne prendono nota e li discutono e danno vita a descrizioni di zone agricole ben tenute, ricche, produttive. Descrizioni che si fondono o si scontrano con quelle di una natura incontaminata, selvaggia che fa da corollario a comunità appena sfiorate dalla civilisation, dalla modernità, ancora integre nelle loro regole comportamentali e comunitarie fissate da tempi immemorabili. Il paese reale e quello immaginario si fondono esagerando o distorcendo l’immagine dell’uno e dell’altro. C’è chi annota che “viaggiando attraverso questo paese, l’osservatore imparziale sarà colpito dal gusto degli italiani che è molto più raffinato di quello delle altre nazioni d’Europa: essi infatti curano con particolare attenzione l’aspetto esteriore di ogni cosa”. Giudizio che può anche essere condivisibile per alcune classi sociali, ma che dire, ad esempio, della campagna devastata dalla malaria che circonda Roma? Le campagne popolate da robusti campagnoli e floride contadine dicono molto più su quanto i viaggiatori si aspettavano di trovare e volessero vedere della realtà concreta ed effettiva delle campagne. Allo stesso modo i “lazzaroni” e gli scugnizzi napoletani sembrano far parte del panorama della città, come la mitezza del clima o una caratteristica qualsiasi, non la spia per indagare un pauperismo disperato.

Le città

Nel formarsi dell’immagine della “bella Italia” descritta dai viaggiatori, un ruolo fondamentale è giocato dalle città (sulle città vedi Attilio Brilli, Il grande racconto delle città italiane). Torino, Genova, Milano, Venezia, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli. Sono città diversissime tra loro. Roma naturalmente ha un ruolo centrale: Roma Caput Mundi, Roma faro del cattolicesimo, la Roma dell’antico e la Roma dei Papi e dei grandi mecenati le cui commesse attirano artisti da ogni dove: nel Seicento, a Roma, “gli stranieri sono altrettanto numerosi degli italiani” (p. 189, su Roma e Venezia vedi Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Montaigne se ne lamenta, non certo i commercianti, gli appassionati d’arte e i ritrattisti: la bottega di Batoni “divenne un centro mondano molto frequentato da aristocratici, gentiluomini, ‘virtuosi’ provenienti da ogni parte d’Europa, attratti – pare – anche dalla straordinaria bellezza di sua figlia” (p. 65) e non è l’unica. Per chi nutre interessi per l’archeologia Roma è un tesoro a cielo aperto già dentro le mura.

Festiviteiten op het Piazza della Signoria te Florence – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
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Alcuni avvenimenti come il Carnevale possono accomunare città come Roma e Venezia e accanto a quelli leciti vi sono piaceri molto meno confessabili: le cortigiane veneziane, romane o napoletane sono attrazioni potenti per ragazzi giovani se non giovanissimi: Coryat ammette esplicitamente di averle frequentate, ma molti altri non hanno la sua onestà e sorvolano, ma è innegabile che ai doveri e piaceri intellettuali si accompagnano quelli della carne.

Una “comunità” si aggira per l’Italia

Il Grand Tour è un’esperienza che riguarda gruppi ristretti di privilegiati ricchi, di sicuro avvenire, colti, raffinati. Non di meno è un gruppo cospicuo, che si irrobustisce nel corso del tempo: anche olandesi, polacchi e russi entreranno nei circuiti del Grand Tour. Si forma una cultura cosmopolita, un sentimento universalistico che non tiene conto di confini, si oppone al localismo e al particolarismo delle nazioni. Ma se le radici della cultura, della religione e dell’arte affondano nel Mediterraneo allora l’Italia, che ne possiede più di ogni altro paese, diventa un’unità culturale ben prima di unificarsi come paese. Attirando visitatori da ogni dove e tramite loro spargendo reliquie, libri, stampe, arte e ispirazione il Gran Tour funge da paziente incubatrice per il sentimento nazionale che è ancora di là da venire. Ecco la ragione per la quale De Seta parla di “specchio”. C’è un’Italia, una “Bella Italia” che prende forma proprio da questa esperienza che è, insieme, esperienza europea: “L’effetto […] del Grand Tour non si risolve nell’esperienza personale di chi lo vive, ma diviene un fattore essenziale nell’espressione del gusto e della mentalità dei Paesi d’origine. C’è dunque un effetto che potremmo definire di andata che agisce sulla personalità di chi lo compie e un effetto di ritorno che si propaga a macchia d’olio grazie ai racconti del tourist, ai dipinti, ai libri, alle incisioni, alle monete, alla statuaria antica […] , ai gioielli, ai reperti archeologici e naturalistici […]” (pp. 300-304).

Si tratta di un dato che deve essere tenuto presente anche oggi. Al di là del nazionalismo, del localismo, delle guerre la cultura e il sapere continuano a circolare, a muoversi, a smuovere coscienze e a creare. Oggi abbiamo la possibilità di ampliare i percorsi di queste nervature alle classi sociali che nei secoli del Grand Tour ne erano escluse ed è un bene che sia così. Il mondo non migliorerà se lasciato solo.

Conclusioni

L’Italia nello specchio del Grand Tour è un ottimo libro che si legge con piacere, anche se in alcune parti richiede un poco di attenzione, ricco di riflessioni e spunti interessanti e sorretto da un’abbondante bibliografia per ulteriori approfondimenti.

Buona lettura.

Recensione. Antoni Maçzak: Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna

In Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna, Maçzak ha scelto di studiare i secoli che precedono il Grand Tour: i viaggiatori di quest’epoca non sanno ancora con precisione cosa cercare, dove andare, come scrivere impressioni e osservazioni; talvolta non sanno nemmeno con precisione dove si trovano. Proprio per questo insieme di motivi le loro testimonianze sono più vivide, più fresche e, forse, più sincere.

CARROZZA DA PARATA DEL CONTE DI CASTELMAINE AMBASCIATORE D’INGHILTERRA di Van Westerhout Arnold (1651 – 1725) – 1687 – MuseiD-Italia, Italy – CC BY-NC-ND.
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Lo stupore è infatti uno degli elementi che ricorrono frequentemente nelle testimonianze: per la pulizia delle città olandesi o delle locande inglesi (o, al contrario, per la desolante povertà di quelle polacche o spagnole al di fuori dalle grandi città); per la facilità con la quale viaggiatori comuni possono avvicinare personaggi di alto lignaggio (anche regnanti) sia pure quasi sempre in occasioni informali come nelle locande; per gli usi e costumi di alcuni popoli (il consumo di frutta e l’uso della forchetta da parte degli italiani stupisce molti stranieri).

Gusti, mentalità e comportamenti spesso lontanissimi dai nostri, come l’attrazione per le pene capitali, eventi ai quali per assistervi non di rado i viaggiatori erano disposti ad allungare o deviare il proprio itinerario; o il piacere di collezionare cose che ai nostri occhi non hanno alcuna importanza. Semplicemente, come nota l’A., a quell’epoca, “tutto ciò che era nuovo, raro, strano e stravagante era degno di attenzione” (p. 289). Lo sapeva bene un locandiere di Amsterdam che fece della sua “Austeria” un luogo di attrazione proprio grazie a tutta una serie di marchingegni spettacolari e stupefacenti (pp. 103-105). Lo stesso discorso vale per l’arte. I modi di vedere e di intendere le arti era molto diverso dal nostro e sebbene dal Cinquecento alla fine del Seicento vi siano cambiamenti nei gusti e nell’approccio ad esse, ciò che interessava o suscitava ammirazione “era soprattutto una rarità, una curiosità, una testimonianza” (p. 311). I più diligenti e attenti si documentavano sulle guide prima del viaggio, ma anche queste, ovviamente, rispecchiavano i gusti dell’epoca: una guida segnala le stranezze realizzate da un vetraio di Murano, non l’arte vetraria in sè (p. 313). In loco ci si affidava alle guide delle città. Era un personale spesso improvvisato: vetturini, soldati momentaneamente disoccupati, bibliotecari s’improvvisavano guide turistiche e infarcivano le loro spiegazioni di inesattezze e invenzioni, che poi venivano riportate da coloro che prendevano appunti. Di qui gli errori che rinveniamo nelle guide stampate che sono giunte fino a noi (in generale vedi cap. 13).

Teniers the Younger, David, Smokers in a Tavern, 1635, Museo del Prado. Nelle locande si potevano fare incontri di ogni genere.

All’opposto, troviamo atteggiamenti che si sono mantenuti nel tempo. Studiosi e intellettuali avevano anche a quel tempo una tendenza a spostarsi molto più marcata rispetto ad altri gruppi sociali. Fiere come quella di Francoforte erano paradisi per i bibliofili, ma anche il richiamo di università, gabinetti di lettura e di studiosi rinomati era potente. Proprio un uomo colto come Montaigne, afflitto da numerosi acciacchi e disposto a coprire grandi distanze per curarli, ci mostra che talvolta alcune sensibilità erano avvertite in modo diverso dal nostro: ad esempio annota l’abitudine di orinare nei “bagni” dove si trovavano altre persone come una cosa del tutto normale (sui bagni e le stufe, vedi: Marzio Barbagli, Comprare piacere.). Altrettanto naturale era dormire in letti multipli con perfetti sconosciuti quando si pernottava nelle locande (la “privatizzazione” della camera singola con il letto ad una piazza avverrà più tardi. Vedi: Alain Corbin, Storia sociale degli odori).

Vernet, Claude-Joseph, La Construction d’un grand chemin. (A cheval, l’ingénieur Perronet), France, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 8331, https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010065348 – https://collections.louvre.fr/CGU. Fino a più della metà del ‘600 la rete stradale era sostanzialmente quella risalente all’Impero romano.
Scoprire il mondo, imparare a stare al mondo

Viaggiare è un verbo che racchiude molti intenti. Missioni diplomatiche, viaggi per imparare le lingue e le buone maniere, per recuperare la salute, pellegrinaggi e giubilei, per affari, per semplice turismo e senso di avventura; sono molti i motivi per cui la gente si metteva in viaggio. Mondo eterogeneo, dunque, quello dei viaggiatori, che però si incrociava nelle locande, nelle prime stazioni di posta, sul porticciolo per un battello o un’imbarcazione; si incontrava, si parlava, scambiava opinioni, condivideva tratte del viaggio – creava quella che Maçzak ha denominato con efficacia: “la società dei viaggiatori” (Capitolo 6).

In molte di queste occasioni le distanze sociali tra i viaggiatori si allentavano: nelle locande personaggi altolocati potevano fraternizzare temporaneamente con viaggiatori di estrazione molto più modesta, cenare con loro o passare qualche ora conversando e giocando nei dopocena o prima di coricarsi. Nei carri e nelle carrozze (sui quali si stava in 8, 10, 12) si creavano situazioni più informali, più confidenziali e “l’etichetta si faceva un po’ – talvolta davvero molto – meno rigida” (p. 189). Anche la paura – nelle zone infestate dal brigantaggio – o la convenienza (affittare una barca o una carrozza) erano collanti che saldavano rapporti destinati a sciogliersi una volta raggiunta la meta.

Ma viaggiare era anche un modo per mostrarsi e mostrare agli altri la propria ricchezza e il proprio potere. Re, principi e nobili spesso viaggiavano con un codazzo di cortigiani e personale di servizio di decine persone (e talvolta superavano abbondantemente il centinaio). Si trattava di eccezioni, naturalmente; di solito il corteo degli accompagnatori si riduceva a poche persone, ma per gente di rango era comunque inconcepibile mettersi in viaggio senza almeno un servitore.

Gerrit Berckheyde, The Golden Bend in the Herengracht in Amsterdam from the west, 1672, Rijksmuseum. Le città olandesi stupivano i viaggiatori per la loro pulizia.

Per i precettori delle famiglie altolocate che mandavano i propri figli (maschi) in Italia per motivi di studio e di educazione, il viaggio poteva rappresentare un’ottima occasione per fare carriera. Alcuni, come Thomas Hobbes, erano accompagnatori eccezionali, ma pochi erano di tale livello. Spesso però, se il primo viaggio si concludeva felicemente, il precettore diventava un accompagnatore professionista e una volta ritornato in patria si metteva al servizio di altre famiglie. In effetti il bagaglio di esperienze acquisite nel corso di un viaggio di circa un anno era notevole. Allacciare rapporti con persone influenti per districarsi nel difficile reticolo pieno di pericoli di passaporti e permessi, “fedi di sanità” e cambi di valuta (basti pensare a quanto erano frastagliate la Germania e l’Italia dell’epoca); nascondere il proprio credo religioso in paesi di fede diversa (e avversa, p. 258); trovare alloggi consoni al rango, professori e studiosi validi e, soprattutto, far quadrare i conti, non erano cose che si imparassero dalla sera alla mattina. (Sulle fedi di sanità vedi: Klaus Bergdolt La grande pandemia; William Naphy e Andrew Spicer: La peste in Europa e anche il bell’articolo Fedi di sanità: antichi passaporti che certificavano la salute ).

Thomas de Keyser, Ritratto di gruppo di un consiglio di amministrazione non identificato, 1630-1635, Rijksmuseum. Farsi inviare denaro o cambiare valuta era una faccenda complicata e rischiosa. Affidarsi a mercanti o a banchieri di provata solidità e affidabilità era il modo più sicuro per sbrigare queste faccende in sicurezza.

Per i rampolli si apriva invece un mare di prospettive allettanti e (almeno nei pensieri) di avventure, incluse quelle galanti. L’ospitalità aveva regole molto diverse da luogo a luogo: se in Spagna le donne venivano quasi nascoste, in altre zone il cliente era addirittura obbligato a baciare la moglie del locandiere al momento del suo arrivo. Le locande erano luoghi in cui non era impossibile avere qualche avventura fugace ma memorabile con una ragazza disponibile (p. 72) (pare che in certe zone della Francia le inservienti venissero assunte soltanto se di bella presenza). D’altra parte però, almeno nelle aspettative dei genitori, i viaggi avevano implicazioni molto serie per le future carriere dei figli: imparare a capire la condizione di uno Stato osservandone agricoltura e commerci, l’università e il numero delle accademie e delle locande; imparare a intuirne la solidità informandosi – con discrezione e tatto – sulle attitudini dei cittadini e sul loro grado di fedeltà ai regnanti; studiare le lingue, chiavi d’accesso per la carriera diplomatica – tutto questo ci si attendeva come risultato dei viaggi (e delle spese sostenute). Anche per questa ragione, soprattutto nei paesi protestanti – più “scientifici” e attenti a questo genere di informazioni (p. 235) – c’erano guide apposite, impostate e redatte per facilitare l’apprendimento di queste notizie. Incentivare lo studio, dunque, anche per indurre alla moderazione come stile di vita; raccomandazione questa ribadita in modo martellante dai padri ai figli e ai precettori perché tenessero gli occhi ben aperti.

Pericoli

Viaggiare era pericoloso. Il brigantaggio era una piaga che colpiva l’Europa dell’epoca a macchia di leopardo: era endemico in molte zone di confine, montuose e boscose e diventava un fenomeno imponente e preoccupante nel corso di conflitti – e, in generale, questi non furono secoli particolarmente pacifici. L’Italia era rinomata per i suoi banditi, e le guide segnalavano percorsi da evitare. In realtà il brigantaggio era una forma di ricatto, di “pedaggio” richiesto ed estorto al viandante e i banditi non avevano interesse ad uccidere viaggiatori pacifici, tanto più che l’A. riporta molti esempi di gesta cavalleresche da parte dei briganti, soprattutto quelli di area mediterranea: lasciare qualche soldo e qualche bestia per arrivare al primo paese (pp. 243 ssgg.). D’altronde era vero anche il contrario: il rischio di rimetterci la pelle era concreto, specie se durante le “trattative” qualcosa andava storto.

L’A. ci inoltra nel sottobosco delle leggi non scritte del mondo del brigantaggio con una serie di esempi che vanno dalle relazioni tra vetturini e briganti alle contromisure prese dai viaggiatori per proteggersi facendo gruppo, armandosi o assoldando scorte armate; “mance” lasciate alle autorità e con richieste di protezione al signore locale erano altri modi per attraversare territori in relativa tranquillità, e ci racconta cosa consigliavano le guide sul modo di comportarsi nel caso si venisse attaccati, dove nascondere il denaro oggetti preziosi e carte importanti. Sullo sfondo c’è la capacità (o, meglio, l’incapacità) degli stati di tenere i propri territori sotto controllo; fenomeno che diventava ancor più evidente in mare: il Mediterraneo e il Mare del Nord erano percorsi da pirati di ogni risma che attaccavano navi e coste.

Jacques Callot, Soldiers attacking a coach in a forest, 1633 ca., Europeana.
Curiosità vs paura

Per quanto validi possano essere i motivi per starsene a casa, oggi come allora, non avranno mai la stessa forza di quelli che spingono la gente a muoversi e viaggiare. Da questo punto di vista l’Italia, “santuario di cultura e arte antica” (p. 3939 era una calamita potentissima. Firenze, Roma e Venezia avevano tutto quello che un visitatore curioso potesse chiedere: storia, arte, curiosità, fede, svaghi, piaceri. Come resistere a tutto questo? Molti non avevano tempo a sufficienza per vedere tutto ed erano costretti a scegliere: Loreto, ad esempio, era una meta obbligata per i fedeli. Ma quasi sempre sacro e profano si mescolavano: Roma attirava enormi quantità di pellegrini ma era famosa anche per le sue innumerevoli cortigiane; quelle veneziane erano talmente importanti che la loro presenza poteva trasformare in successo o in un fiasco un avvenimento come il carnevale (sull’arte a Roma e Venezia in questo periodo si veda: Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Non c’era soltanto l’Italia, ovviamente: Parigi, Londra, i Paesi Bassi attiravano mercanti in gran quantità da tutta Europa. Anche la Spagna, nonostante l’Inquisizione fosse un buon deterrente, attirava visitatori da ogni parte.

Gaspar van Wittel, Piazza Navona, Carmen Thyssen-Bornemisza Collection on loan at the Museo Nacional Thyssen-Bornemisza 1699, CTB.1978.83_piazza-navona-roma
Conclusioni

Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna è basato sulle Guide e sulle relazioni di viaggio. Si tratta di una materiale eterogeneo, non solo per il valore letterario variabile a seconda di chi le compila, ma soprattutto perché diverge lo scopo per cui sono state scritte: un accompagnatore che durante il viaggio decide di diventare un accompagnatore di professione le compilerà in un certo modo; un viaggiatore che intende raccogliere materiale per le proprie memorie le scrive diversamente (e le rimaneggerà in futuro); un prelato che prende appunti su un viaggio diplomatico ometterà molte altre cose, ecc. Non di meno, pur con questi limiti dovuti alle fonti, Maçzak ci ha regalato un libro magnifico, ricchissimo, acuto e divertente. Tanto più che un buon numero delle fonti citate nella ricca bibliografia è ora disponibile nelle biblioteche digitali. Buona lettura.

Viaggiare nei secoli passati coi fondi della Beic

Viaggiare nei secoli passati con i ricchi fondi della Beic

Sebbene io non sia (purtroppo) un gran viaggiatore, il tema e la letteratura del viaggio mi affascinano e li ritengo molto stimolanti. Lo dimostra il fatto che ho dedicato qualche articolo sull’argomento. Ho indicato fonti sul Gran Tour , sulle risorse messe a disposizione dall’Archivio del Touring Club Italiano; ho segnalato Una rivista sulla storia di viaggi e viaggiatori e indicato Un ricchissimo sito sul tema del viaggio.

Anche della Biblioteca Italiana di Informazione e Cultura – Beicmi è capitato di parlare qualche volta. Tra le sue sezioni tematiche ve n’è una dedicata ai viaggi in Italia e nel mondo. Si tratta di una ricca miscellanea composta di tre fondi: uno di carattere generale, il Fondo Tursi conservato dalla Biblioteca Marciana di Venezia e e dal Centro Studi Archeologia Africana.

Per rendere un’idea del materiale che ci propone, mi limito a riportare quanto viene descritto nella introduzione al fondo:

Il periodo di maggior sviluppo della letteratura di viaggio è stato quello compreso tra il Settecento e l’Ottocento in relazione alla diffusione del Grand Tour. In realtà essa vede le sue origini già nei primi testi di mercanti, pellegrini, studenti e precettori d’epoca medievale. Tali pratiche proseguirono nel Cinquecento per poi evolvere nel corso del Seicento con la figura del viaggiatore scientifico, incaricato di viaggiare e riportare le proprie annotazioni utili ai fini delle nuove scoperte scientifiche e geografiche.

A partire dal XVII secolo, di conseguenza, cambiò anche la struttura del racconto di viaggio che divenne la base e la fonte delle scienze sociali e naturali. Nel Settecento il viaggio acquista una motivazione sentimentale, che andrà sempre più evolvendo nel secolo successivo. Già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento si assiste infine all’ultimo grande cambiamento nell’idea di viaggio e nella stesura dei testi: con i primi viaggi organizzati di Cook, iniziò a diffondersi il turismo di massa che portò ad una grande produzione di guide di viaggio. In base a queste considerazioni, la maggior parte delle opere inserite nella collezione appartengono ai secoli XVIII e XIX fino al 1850, una data limite dettata dall’inizio del turismo di massa.

Il tema del viaggio viene dunque suddiviso nelle sue più varie sfaccettature (del resto, come ci ricorda Andrew Pettegree, assieme agli uomini viaggiavano anche le notizie: L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.).

In tempi di sedentarietà obbligata, viaggiare con la mente è un buon modo per non smettere di sognare un po’ di libertà. La beic ce ne regala l’opportunità con un corpo di opere, mappe, carte ecc. non solo italiane e in lingua italiana ma anche in altre lingue. Non rimane che andare a curiosare in attesa di tempi migliori: viaggi in Italia e nel mondo.

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