Recensione. Adam Higginbotham: Mezzanotte a Černobyl’

La storia dell’Unione Sovietica è la storia di una serie di tragedie. Se si pensa che nell’Ottocento l’arretratissima Russia zarista era il granaio d’Europa e che dagli anni Settanta del novecento l’URSS importava grano dal Canada, si ha un’idea semplice ma esatta del fallimento della storia sovietica.

L’esempio è solo uno tra i tanti possibili. L’inferno, si sa, è lastricato di buone intenzioni, ma al di là della trasformazione di un sogno di giustizia e uguaglianza in una dittatura spesso atroce, ciò che interessa in relazione al libro di Adam Higginbotham è il cumulo di ritardi accumulati dall’URSS nei confronti delle economie dell’Occidente. Se il fallimento dell’agricoltura è clamoroso, l’industrializzazione forzata e gli iperbolici piani quinquennali hanno prodotto sprechi e distorsioni enormi dai costi materiali e umani altissimi.

Intendiamoci, non tutta la storia dell’URSS è fallimentare. Anche senza soffermarsi sul fatto che il semplice programma politico inscritto nella sua bandiera ha spronato i governi dell’Europa occidentale a realizzare un welfare per tutti e a garantire tutta una serie di diritti sociali (non a caso messi sotto attacco e progressivamente smantellati dopo la sua caduta), i risultati riguardanti istruzione e sanità sono stati eccellenti; per un breve periodo l’Occidente ebbe la sensazione che la scienza sovietica fosse superiore. Soprattutto, i sovietici sono stati formidabili nel difendersi: durante la terribile guerra civile subito dopo la Rivoluzione e dall’aggressione nazista (anche e soprattutto per questo gli europei dovrebbero essere riconoscenti perché sono stati i sovietici a sconfiggere il nazismo). Va dato atto a Stalin di aver preconizzato con largo anticipo la seconda guerra mondiale e di aver recuperato il ritardo dell’industria pesante appena in tempo per quel terribile appuntamento (questa informazione si trova in Mark Mazower, Le ombre sull’Europa).

Ma Stalin basava il suo potere sulla fedeltà assoluta di una fittissima rete di funzionari che fino a poco tempo prima erano stati operai e contadini: un personale ignorante e impreparato disposto a tutto pur di non perdere i pochi ma decisivi privilegi di cui godeva.

È questo il fenomeno da cui si deve partire per comprendere perché sia potuta accadere una catastrofe di queste proporzioni. Più della segretezza (un aspetto sul quale Higginbotham insiste spesso) fu il rendersi disponibili a falsificare sistematicamente informazioni sull’utilizzo di materiale scadente nella costruzione della centrale e i risultati di test e controlli che omettevano i difetti del reattore a innescare gli eventi che portarono al disastro.

Per i lettori più giovani la fedeltà assoluta al partito è un concetto difficilissimo da comprendere, eppure si tratta di uno dei pilastri della storia sovietica, uno degli elementi che ne hanno determinato la forza e, ad un tempo, la tragedia. Tutti erano consapevoli del fatto che gli obiettivi dei piani quinquennali erano irraggiungibili e impossibili da realizzare, così come tutti sapevano che anche i mezzi per realizzarli o mancavano o erano assolutamente insufficienti. Direttori, funzionari, ispettori redigevano relazioni in cui tutto risultava in regola, ma la realtà era molto diversa: bisognava arrangiarsi con ciò che veniva fornito, attivare rete di conoscenze personali e non di rado ricorrere alla corruzione. La storia dell’URSS è comprensibile solo tenendo presente che esistono doppi livelli: uno ufficiale, documentato, e uno – vastissimo – sotterraneo.

Eppure, in un Paese in cui Stato e Partito erano fusi, l’essere iscritti al Partito Comunista era garanzia indispensabile per godere di alcuni privilegi. Pripjat’, la città nata per ospitare i lavoratori e i tecnici della centrale, non era in sé un posto allettante. Ma lo era in termini di privilegi. Privilegi risibili se paragonati a quelli che i ricchi dei paesi occidentali possono permettersi, ma notevolissimi nella società sovietica: un buon stipendio, un appartamento o un’abitazione decente, una macchina, magazzini e negozi sempre e regolarmente forniti, cinema, piscina, palestra e altri servizi. In cambio il Partito e lo Stato chiedevano fedeltà e obbedienza.

Il disastro in controluce

Dunque sono due gli elementi fondamentali che portarono al disastro. Il primo: un’economia affetta da distorsioni talmente gravi da risultare irriformabili: nei piani dei sovietici riempire l’URSS di centrali nucleari per uso civile avrebbe permesso di raggiungere l’autosufficienza energetica e di dirottare fondi e risorse per recuperare ritardi in altri settori dell’economia e nella competizione con gli Stati Uniti. Il secondo: una prassi politica inficiata da ambiguità, reticenze, fedeltà e obbedienza cieca; tutti elementi che impedivano di affrontare i problemi con serenità e schiettezza.

Il reattore n° 4 che esplose nella notte del 26 aprile 1986 presentava difetti e anomalie fin dalla creazione. Tecnici e scienziati della centrale ne erano a conoscenza ma i difetti furono minimizzati e messi a tacere dalle autorità centrali.

Il disastro fu di proporzioni tali che non fu possibile occultarlo a lungo come era successo in incidenti avvenuti precedentemente. Tuttavia si deve dare atto che una volta riconosciuta la gravità della catastrofe e messa in moto la macchina economica e dello Stato per arginare l’emergenza, i provvedimenti furono numerosi e gli sforzi notevoli: evacuare Prjpiat’, riempire il cratere del reattore per contenere gli effetti della fusione, bloccare la fuoriuscita di materiale radioattivo al di sotto delle fondamenta, realizzare il “sarcofago” per sigillare il reattore richiesero sforzi enormi. Furono acquistati macchinari costosissimi dalla Germania Ovest e dal Giappone – poi messi fuori uso dall’altissimo dosaggio delle radiazioni presenti sul luogo; furono prodotti e trasportati a Černobyl’ 12.000 tonnellate di cemento al giorno; l’esercito impiegò elicotteri giganteschi; furono impiegati moltissimi uomini. Complessivamente la tragedia di Černobyl’ costò all’Unione Sovietica quasi 140 miliardi di dollari, l’equivalente della catastrofica guerra in Afghanistan.

Prjpiat’ abbandonata. Malevych – Prypyat – Europeana Foundation, Europe – Copyright Not Evaluated. https://www.europeana.eu/it/item/2084002/contributions_b5a7c940_a121_0136_7aed_6eee0af4a411

Ciò che stupisce è l’incredibile sottovalutazione degli effetti devastanti sull’uomo della radioattività e del materiale radioattivo: le prime squadre di pompieri arrivate sul posto lavorarono senza alcun tipo di protezione (molti addirittura fumavano tranquillamente vicino a resti e frammenti di grafite estremamente radioattivi). Ma anche squadre di operai mandate successivamente, quando la clinica N 6 di Mosca, specializzata nella cura delle persone contaminate era piena di pazienti, lavorò con precauzioni minime. Lo stesso personale della clinica e il personale medico straniero che collaborarono tentarono cure assolutamente sperimentali: il numero dei guariti o di coloro che riacquistarono un livello di salute accettabile per un certo numero di anni fu estremamente ridotto.

Conclusioni

Per un lettore occidentale quello sovietico appare un mondo lontanissimo: non lo è in senso cronologico, ma lo è dal punto di vista storico. Mezzanotte a Černobyl’ può essere letto come metafora del fallimento dell’URSS, del sogno che incarnava e che da quel paese si era irradiato: “L’incidente e l’incapacità del governo di proteggere la popolazione dalle sue conseguenze finirono per distruggere che l’URSS fosse una superpotenza globale armata di una tecnologia che la poneva alla testa del mondo. E quando i tentativi dello Stato di nascondere la verità […] vennero alla luce […] i cittadini dovettero prendere atto che i loro capi erano corrotti e che il comunismo era un inganno” (p. 363). Cinque anni dopo l’URSS crollò.

Con Mezzanotte a Černobyl’ Adam Higginbotham ci regala un libro dai molti pregi: primo fra tutti quello di saper “tradurre” il linguaggio tecnico-scientifico degli addetti ai lavori per il lettore comune con spiegazioni dettagliate ma chiare e facili da apprendere. E anche se talvolta si ha la sensazione di qualche forzatura romanzata e talaltra di qualche semplificazione forse troppo drastica, il libro è molto ben documentato: lo dimostrano il notevole apparato di note e la nutrita bibliografia. Infine lo stile è accattivante e la struttura del libro ben congegnata.

Per chi è a digiuno di questi argomenti, Mezzanotte a Černobyl’ è un ottimo punto di partenza. Buona lettura.

Recensione: Francesco Paolella: Storie dal manicomio

Storie dal manicomio, l’ultimo libro di Francesco Paolella, conferma ciò che gli storici della psichiatria sanno bene e cioè che gli archivi dei manicomi sono vere e proprie miniere per la storia della disciplina ovviamente, ma non solo: possono essere utilizzati per studiare con profitto molti altri aspetti della storia.

Le undici storie riportate alla luce da Paolella lo confermano. Riguardano persone diversissime per età, sesso, posizione sociale, professione: dai bambini ai possidenti, dai parroci ad avventurieri, da personaggi assolutamente singolari (si veda il caso dell’ “Uomo-cifra”) ad “amori invertiti”.

I fili conduttori che legano tra loro queste storie per il resto disparate sono il San Lazzaro – il prestigioso manicomio di Reggio Emilia – e il fatto che tutte rientrano nei decenni che hanno visto il dominio del positivismo in ambito psichiatrico. Naturalmente, se non altro per il susseguirsi dei direttori, ognuno con la propria formazione e con le proprie inclinazioni, nel corso dei settant’anni che coprono il dipanarsi di queste storie – dall’ultimo quarto di secolo dell’Ottocento fino alla seconda guerra mondiale – molte cose cambiarono anche all’interno della psichiatria. Paolella ne dà conto illustrando i vari casi, ma l’impianto teorico in linea generale resta lo stesso: più che di curare e guarire ai manicomi fu demandato il compito di allontanare dal “consorzio civile” persone problematiche, (presunte) pericolose o di intralcio alle famiglie. Che fossero “folli morali” come “Il finto medico”, paranoici come “Il barone Paganini” (figlio del grande musicista) o sacerdoti dalla dubbia vocazione e dediti al bere, in molti casi società e famiglie si allearono per tenere a distanza questi soggetti. Non in tutti i casi: Tamburini offrì una sorta di via di fuga dal manicomio alla “ragazza miracolosa” proponendo che venisse restituita alla famiglia.

Fonte: Museo di Storia della Psichiatria – Reggio Emilia

Il peso della vergogna di aver avuto un famigliare ricoverato in manicomio, vergogna confessata apertamente o meno, ricorre spesso in queste storie. Uno degli elementi interessanti di Storie dal manicomio è che un buon numero di esse riguardano famiglie facoltose o benestanti che potevano permettersi di garantire un trattamento privilegiato ai loro ricoverati. Da un lato confermano la natura di classe del manicomio, dall’altro aprono “finestre” per studiare mentalità, pregiudizi e timori della borghesia (si veda ad esempio il brusco rigetto all'”amore di Ersilia”). Non a caso quasi tutte le famiglie che inviano – in categorie privilegiate e a pagamento – propri congiunti al San Lazzaro risiedono lontano da Reggio Emilia. Non solo, almeno in un caso (“Un garibaldino”) espungono completamente la permanenza in manicomio di un loro famigliare. Ed è un aspetto che può essere confrontato anche col caso della “Bella Dorina”, una popolana proveniente da una famiglia problematica il cui padre – che tra l’altro, ha problemi con l’alcol – richiede spesso di avere sua figlia.

Un altro aspetto decisamente interessante del libro risiede nella metodologia d’indagine adottata dall’A. Paolella si serve principalmente degli scritti degli stessi ricoverati. Si tratta di un materiale che deve essere maneggiato con molta attenzione: le informazioni devono essere contestualizzate e valutate attraverso molti filtri. Paolella padroneggia con mano sicura questo materiale: lo incrocia con le osservazioni dei medici, ripercorre biografie famigliari, ricostruisce contesti culturali e sociali e muove con sapienza gli elementi per giungere a una comprensione esauriente della vicenda trattata.

Un dato emerge con chiarezza da queste vicende: il peso della vita in manicomio. Il manicomio schiaccia letteralmente l’internato, ricco o povero che sia, che goda o non goda di privilegi dovuti al censo. Il San Lazzaro aveva una conformazione “a villaggio” con i reparti disseminati su un amplissimo appezzamento di terreno e i “villini” dei ricoverati facoltosi ben distanziati dai reparti destinati ai poveri. Era una struttura che tentava di occultare la natura repressiva del manicomio. Tentativo vano: solitudine, angoscia, desiderio di libertà e tentativi di fuga si stagliano con nettezza in molte di queste vicende. Le storie che i restituisce Paolella sono anche, è bene ribadirlo, la storia di un fallimento: quello del manicomio come luogo di cura.

Storie dal manicomio di Francesco Paolella (con un’ottima bibliografia) è un libro che dovrebbe essere letto non solo dagli storici e dagli addetti ai lavori, ma anche da medici, psicologi, operatori sanitari, infermieri. Tutti, in realtà faremmo bene a leggerlo, tanto più che queste storie drammatiche e a volte commoventi sono raccontate con grande sensibilità ed empatia in uno stile scorrevole che invoglia alla lettura.

Recensione. Valeria P. Babini: Liberi tutti. Manicomio e psichiatria in Italia

Con Liberi tutti Valeria Babini (che da decenni si occupa di questi temi), inizia a colmare un vuoto storiografico pesante. Mancava una ricostruzione complessiva della psichiatria italiana nel Novecento (il libro di John Foot La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978) è centrato sull’Italia repubblicana). Ma fa anche di più: dimostra che fare storia, per così dire “di traverso”, (come ho detto in un articoletto: Entrare “di traverso” nella storia), cioè studiandola da un angolo visuale inedito e attraverso un argomento inusuale (in questo caso la follia, la psichiatria e i manicomi, ma i temi possono essere tanti) significa fare storia “grande”, storia nazionale, perché una posizione defilata permette di vedere e di cogliere quelli che sono i nervi scoperti del Paese o dei Paesi che si studia e della sua/loro storia.

Da questo approccio è nato un libro complesso e sfaccettato, in cui scienza, politica, cultura e società interagiscono, talvolta si incontrano e a volte si scontrano su percorsi tutt’altro che lineari, con vicende umane e collettive singolari.

Il contesto

Il libro si apre con uno sguardo sul grave ritardo culturale, organizzativo e scientifico della psichiatria italiana nel contesto internazionale, con i direttori dei manicomi nella veste di guardiani e di custodi di radicate convinzioni e altrettanto radicati interessi. Ritardo aggravato dal ventennio fascista nonostante il folgorante successo dell’elettroshock inventato da Cerletti (che diventa una celebrità mondiale) e che si spera possa aprire prospettive terapeutiche, successivamente andate deluse. Il regime, anzi si dimostrerà tanto spregiudicato nella sperimentazione di terapie da shock quanto insensibile e indifferente alle sofferenze provocate sui ricoverati (p. 104). Curiosamente sarà proprio Cerletti a indicare, nell’immediato dopoguerra, il manicomio come un universo per certi aspetti simile ai lager (p. 139), una sintesi destinata ad avere grande fortuna.

Rinnovamento

All’isolamento culturale imposto dal fascismo reagisce, nel secondo dopoguerra, un gruppo di giovani che, preso atto dell’arcigna resistenza al cambiamento messa in campo dalle istituzioni e dalle università, non ci sta a farsi mettere fuori dai giochi o ai margini: la scoperta degli psicofarmaci negli anni ’50 schiude prospettive promettenti, ma svela anche un volto ancor più cupo della psichiatria, in grado ora di sedare chimicamente, ma incapace, nel concreto di guarire: “l’espressione di un altro e nuovo dominio sul malato” consentito dalle nuove “pasticche” (è quanto teme Tobino, cfr. p. 217). Eppure, quelle “pasticche” un merito l’hanno avuto: rendendo docili i pazienti, esse aprono il varco alle prime critiche al manicomio come istituzione, quale puro deposito di reietti. Gli psicofarmaci svelano tutta l’ambiguità della psichiatria. Da un lato aprono la prima crisi veramente incisiva dell’istituzione manicomiale (gli psichiatri erano consapevoli da tempo, non solo in Italia, dei limiti della loro disciplina; vedi ad esempio: Geel, la città dei matti e anche il mio: Il manicomio modello, indicato alla pagina Chi sono) dall’altro schiudono nuovi percorsi come la pittura e l’arte come metodi terapeutici. Se è indubbio che di quelle pasticche allora e in seguito è stato fatto un uso eccessivo, tuttavia non sono del tutto privi di efficacia. Dunque, se in qualche modo gli psicofarmaci provocano una “rivoluzione” rispetto al passato, smuovono dall’interno la tragica staticità delle istituzioni manicomiali.

Il risveglio, cominciato con l’avvento della Repubblica e irrobustitosi via via nei decenni successivi, si scinde in molti percorsi: vi è la diaspora dei giovani più curiosi e brillanti, che se ne vanno all’estero a far tesoro di esperienze nuove (Francia, Inghilterra, Svizzera, USA); vi è la lungimiranza di editori audaci e innovatori (primi fra tutti, in questo ambito, Feltrinelli, Einaudi e, più tardi, Bollati-Boringhieri), impegnati nello svecchiamento culturale del Paese (e che, va detto, suppliscono a quanto spetterebbe fare alle università) i quali, traducendo e diffondendo quanto di meglio prodotto a livello internazionale seminano e dilatano il bisogno e il desiderio di cambiamento. Un’operazione, quest’ultima, facilitata dall’effervescenza del clima internazionale, in cui i giovani cominciano a giocare un ruolo fondamentale e che sfocerà nel ’68 e negli anni successivi della contestazione, che trova veicolo e cassa di risonanza nei mass-media. Sono giustamente celebri le inchieste di Francesco Jovane del 1959 – fotografica –, di Angelo del Boca del ’66 e ancor più quella di Zavoli, messa in onda dalla Rai venerdì 3 gennaio 1969 in prima serata (p. 7).

Un clima e un contesto che infonde coraggio e sprona i giovani “eretici”, relegati ai margini funzionali quanto operativi (Basaglia a Gorizia) a tentare l’impossibile: Basaglia smantellerà il manicomio dall’interno, ma i percorsi e le modalità sono molteplici e differenti. Non si tratta, e l’autrice lo sa bene e lo dimostra, di dividere i protagonisti in buoni e cattivi, di dipingere in bianco e nero: Mario Tobino, psichiatra e scrittore di talento, contrario alla chiusura dei manicomi, è trattato dall’Autrice con grande rispetto. Ed è curioso il fatto, sul quale bisognerebbe studiare, che così come prima delle leggi “unificatrici” del 1865 singole realtà statuali e poi provinciali avevano messo in campo soluzioni calibrate sulla realtà locale per costruire i manicomi, ora il processo si ripropone rovesciato: paradossalmente, là dove, nei decenni pre-unitari si era intervenuti con cognizione di causa per costruire manicomi intesi anche come luoghi di cura e si era dato vita a esperienze interessanti (Milano, Torino, Imola, Firenze, Umbria), ora, da lì o da quelle zone partono le riforme più incisive e radicali, disegnando una mappa variegata che l’autrice segue, descrive e argomenta in modo convincente.

Un successo inaspettato?

Il dato di fondo che rende possibile l’esito della 180, e l’autrice lo spiega bene (pp. 281 ss.gg.). è che senza il sostegno della società civile e di amministrazioni illuminate, la liberazione dei matti non sarebbe avvenuta. Ma forse c’è qualcosa di più. Non vi è dubbio che il tracollo disastroso del positivismo tardo ottocentesco, che – sia pure interpretato e sviluppato in modi diversi – aveva avuto un ruolo centrale nella psichiatria non solo italiana, avvenuto in concomitanza con la sconfitta dei fascismi, abbia lasciato aperto un immenso vuoto culturale e di ricerca scientifica occupato dai giovani innovatori. Ma l’obiettivo dei riformatori di rimettere in piedi gli ultimi tra gli ultimi – a mio parere – ha le sue radici nella Resistenza perché nell’organizzazione, nel funzionamento delle bande partigiane avviene una rottura quanto meno secolare: l’abbattimento di steccati di classe e sociali; la parità delle validità delle opinioni tra i componenti i gruppi; la discussione collettiva per trovare soluzioni a problemi. Questa impostazione, che è anche un apprendistato della politica, che fa crollare il rapporto gerarchico tra le persone, una volta uscito dall’esperienza resistenziale, resta, rimane.

Naturalmente giocano un ruolo importante anche altri fattori. Con una battuta un grande storico che conosceva bene il nostro Paese disse che l’Italia era uscita dal Medioevo per immettersi direttamente nella modernità. Scherzava, ma non aveva tutti i torti: il boom economico, con tutte le sue contraddizioni, si sovrappone a uno strato arretrato, in molti luoghi arcaico. I disagi della modernità traggono linfa nel mutamento dei ruoli e dall’apprendistato avvenuto nel corso della Resistenza: la rottura del ’68, col desiderio di comprendere e indagare realtà fino che fino ad allora avevano vissuto di vita propria – le carceri, l’esercito, i manicomi appunto -, sono il frutto di quell’onda lunga che poi si intreccia con un mondo del lavoro in trasformazione e combattivo e con un rinnovamento culturale che si diffonde in molte direzioni – penso anche agli effetti del Concilio Vaticano II -. Babini illustra e discute questa ansia e questo fermento di partecipazione nelle varie realtà della penisola che coinvolge medici e infermieri, studenti e lavoratori, gente comune e intellettuali.

In alcune regioni del Paese i partiti incanalarono queste urgenze, ma per almeno un trentennio dalla nascita della Repubblica i partiti furono organismi vitali, aperti, che recepivano buona parte delle istanze provenienti dalla società. Dunque fu un insieme complesso di fattori, anche molto diverse, a consentire il concretizzarsi di quella saldatura che sfociò nella legge 180.

Legge di compromesso, tra l’altro – e cosa non da poco -, che lasciò e lascia aperti interrogativi e problemi pesanti. Sancì il fallimento medico e storico del manicomio come luogo di cura e ridiede umanità e cittadinanza a una “umanità inutile” (per citare il titolo di un bel libro). Risultati straordinari e meritevoli di orgoglio, ma come affrontare il problema del disagio mentale resta un problema aperto (su questo si veda Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio).

Ma non spetta agli storici indicare soluzioni. Agli storici spetta spiegare come e perché si è giunti fin qui, e con Liberi tutti Valeria Babini ha svolto egregiamente il compito.

lo storico della domenica
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