Recensione. Valeria P. Babini: Liberi tutti. Manicomio e psichiatria in Italia

Con Liberi tutti Valeria Babini (che da decenni si occupa di questi temi), inizia a colmare un vuoto storiografico pesante. Mancava una ricostruzione complessiva della psichiatria italiana nel Novecento (il libro di John Foot La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978) è centrato sull’Italia repubblicana). Ma fa anche di più: dimostra che fare storia, per così dire “di traverso”, (come ho detto in un articoletto: Entrare “di traverso” nella storia), cioè studiandola da un angolo visuale inedito e attraverso un argomento inusuale (in questo caso la follia, la psichiatria e i manicomi, ma i temi possono essere tanti) significa fare storia “grande”, storia nazionale, perché una posizione defilata permette di vedere e di cogliere quelli che sono i nervi scoperti del Paese o dei Paesi che si studia e della sua/loro storia.

Da questo approccio è nato un libro complesso e sfaccettato, in cui scienza, politica, cultura e società interagiscono, talvolta si incontrano e a volte si scontrano su percorsi tutt’altro che lineari, con vicende umane e collettive singolari.

Il contesto

Il libro si apre con uno sguardo sul grave ritardo culturale, organizzativo e scientifico della psichiatria italiana nel contesto internazionale, con i direttori dei manicomi nella veste di guardiani e di custodi di radicate convinzioni e altrettanto radicati interessi. Ritardo aggravato dal ventennio fascista nonostante il folgorante successo dell’elettroshock inventato da Cerletti (che diventa una celebrità mondiale) e che si spera possa aprire prospettive terapeutiche, successivamente andate deluse. Il regime, anzi si dimostrerà tanto spregiudicato nella sperimentazione di terapie da shock quanto insensibile e indifferente alle sofferenze provocate sui ricoverati (p. 104). Curiosamente sarà proprio Cerletti a indicare, nell’immediato dopoguerra, il manicomio come un universo per certi aspetti simile ai lager (p. 139), una sintesi destinata ad avere grande fortuna.

Rinnovamento

All’isolamento culturale imposto dal fascismo reagisce, nel secondo dopoguerra, un gruppo di giovani che, preso atto dell’arcigna resistenza al cambiamento messa in campo dalle istituzioni e dalle università, non ci sta a farsi mettere fuori dai giochi o ai margini: la scoperta degli psicofarmaci negli anni ’50 schiude prospettive promettenti, ma svela anche un volto ancor più cupo della psichiatria, in grado ora di sedare chimicamente, ma incapace, nel concreto di guarire: “l’espressione di un altro e nuovo dominio sul malato” consentito dalle nuove “pasticche” (è quanto teme Tobino, cfr. p. 217). Eppure, quelle “pasticche” un merito l’hanno avuto: rendendo docili i pazienti, esse aprono il varco alle prime critiche al manicomio come istituzione, quale puro deposito di reietti. Gli psicofarmaci svelano tutta l’ambiguità della psichiatria. Da un lato aprono la prima crisi veramente incisiva dell’istituzione manicomiale (gli psichiatri erano consapevoli da tempo, non solo in Italia, dei limiti della loro disciplina; vedi ad esempio: Geel, la città dei matti e anche il mio: Il manicomio modello, indicato alla pagina Chi sono) dall’altro schiudono nuovi percorsi come la pittura e l’arte come metodi terapeutici. Se è indubbio che di quelle pasticche allora e in seguito è stato fatto un uso eccessivo, tuttavia non sono del tutto privi di efficacia. Dunque, se in qualche modo gli psicofarmaci provocano una “rivoluzione” rispetto al passato, smuovono dall’interno la tragica staticità delle istituzioni manicomiali.

Il risveglio, cominciato con l’avvento della Repubblica e irrobustitosi via via nei decenni successivi, si scinde in molti percorsi: vi è la diaspora dei giovani più curiosi e brillanti, che se ne vanno all’estero a far tesoro di esperienze nuove (Francia, Inghilterra, Svizzera, USA); vi è la lungimiranza di editori audaci e innovatori (primi fra tutti, in questo ambito, Feltrinelli, Einaudi e, più tardi, Bollati-Boringhieri), impegnati nello svecchiamento culturale del Paese (e che, va detto, suppliscono a quanto spetterebbe fare alle università) i quali, traducendo e diffondendo quanto di meglio prodotto a livello internazionale seminano e dilatano il bisogno e il desiderio di cambiamento. Un’operazione, quest’ultima, facilitata dall’effervescenza del clima internazionale, in cui i giovani cominciano a giocare un ruolo fondamentale e che sfocerà nel ’68 e negli anni successivi della contestazione, che trova veicolo e cassa di risonanza nei mass-media. Sono giustamente celebri le inchieste di Francesco Jovane del 1959 – fotografica –, di Angelo del Boca del ’66 e ancor più quella di Zavoli, messa in onda dalla Rai venerdì 3 gennaio 1969 in prima serata (p. 7).

Un clima e un contesto che infonde coraggio e sprona i giovani “eretici”, relegati ai margini funzionali quanto operativi (Basaglia a Gorizia) a tentare l’impossibile: Basaglia smantellerà il manicomio dall’interno, ma i percorsi e le modalità sono molteplici e differenti. Non si tratta, e l’autrice lo sa bene e lo dimostra, di dividere i protagonisti in buoni e cattivi, di dipingere in bianco e nero: Mario Tobino, psichiatra e scrittore di talento, contrario alla chiusura dei manicomi, è trattato dall’Autrice con grande rispetto. Ed è curioso il fatto, sul quale bisognerebbe studiare, che così come prima delle leggi “unificatrici” del 1865 singole realtà statuali e poi provinciali avevano messo in campo soluzioni calibrate sulla realtà locale per costruire i manicomi, ora il processo si ripropone rovesciato: paradossalmente, là dove, nei decenni pre-unitari si era intervenuti con cognizione di causa per costruire manicomi intesi anche come luoghi di cura e si era dato vita a esperienze interessanti (Milano, Torino, Imola, Firenze, Umbria), ora, da lì o da quelle zone partono le riforme più incisive e radicali, disegnando una mappa variegata che l’autrice segue, descrive e argomenta in modo convincente.

Un successo inaspettato?

Il dato di fondo che rende possibile l’esito della 180, e l’autrice lo spiega bene (pp. 281 ss.gg.). è che senza il sostegno della società civile e di amministrazioni illuminate, la liberazione dei matti non sarebbe avvenuta. Ma forse c’è qualcosa di più. Non vi è dubbio che il tracollo disastroso del positivismo tardo ottocentesco, che – sia pure interpretato e sviluppato in modi diversi – aveva avuto un ruolo centrale nella psichiatria non solo italiana, avvenuto in concomitanza con la sconfitta dei fascismi, abbia lasciato aperto un immenso vuoto culturale e di ricerca scientifica occupato dai giovani innovatori. Ma l’obiettivo dei riformatori di rimettere in piedi gli ultimi tra gli ultimi – a mio parere – ha le sue radici nella Resistenza perché nell’organizzazione, nel funzionamento delle bande partigiane avviene una rottura quanto meno secolare: l’abbattimento di steccati di classe e sociali; la parità delle validità delle opinioni tra i componenti i gruppi; la discussione collettiva per trovare soluzioni a problemi. Questa impostazione, che è anche un apprendistato della politica, che fa crollare il rapporto gerarchico tra le persone, una volta uscito dall’esperienza resistenziale, resta, rimane.

Naturalmente giocano un ruolo importante anche altri fattori. Con una battuta un grande storico che conosceva bene il nostro Paese disse che l’Italia era uscita dal Medioevo per immettersi direttamente nella modernità. Scherzava, ma non aveva tutti i torti: il boom economico, con tutte le sue contraddizioni, si sovrappone a uno strato arretrato, in molti luoghi arcaico. I disagi della modernità traggono linfa nel mutamento dei ruoli e dall’apprendistato avvenuto nel corso della Resistenza: la rottura del ’68, col desiderio di comprendere e indagare realtà fino che fino ad allora avevano vissuto di vita propria – le carceri, l’esercito, i manicomi appunto -, sono il frutto di quell’onda lunga che poi si intreccia con un mondo del lavoro in trasformazione e combattivo e con un rinnovamento culturale che si diffonde in molte direzioni – penso anche agli effetti del Concilio Vaticano II -. Babini illustra e discute questa ansia e questo fermento di partecipazione nelle varie realtà della penisola che coinvolge medici e infermieri, studenti e lavoratori, gente comune e intellettuali.

In alcune regioni del Paese i partiti incanalarono queste urgenze, ma per almeno un trentennio dalla nascita della Repubblica i partiti furono organismi vitali, aperti, che recepivano buona parte delle istanze provenienti dalla società. Dunque fu un insieme complesso di fattori, anche molto diverse, a consentire il concretizzarsi di quella saldatura che sfociò nella legge 180.

Legge di compromesso, tra l’altro – e cosa non da poco -, che lasciò e lascia aperti interrogativi e problemi pesanti. Sancì il fallimento medico e storico del manicomio come luogo di cura e ridiede umanità e cittadinanza a una “umanità inutile” (per citare il titolo di un bel libro). Risultati straordinari e meritevoli di orgoglio, ma come affrontare il problema del disagio mentale resta un problema aperto (su questo si veda Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio).

Ma non spetta agli storici indicare soluzioni. Agli storici spetta spiegare come e perché si è giunti fin qui, e con Liberi tutti Valeria Babini ha svolto egregiamente il compito.


Una rivista francese sulla storia della Shoah

Unico periodico europeo dedicato alla storia della distruzione degli ebrei d’Europa, e prima rivista storica sull’argomento, la Revue d’histoire de la Shoah è essenziale per ogni studente o ricercatore che lavori a questa svolta storica. Essa intende fornire una panoramica dell’attuale lavoro sulla storiografia dell’Olocausto.

La Revue d’histoire de la Shoah apre il suo campo di studio anche alle altre tragedie del secolo. Ad esempio vi si trovano studi sul genocidio dei Tutsi in Ruanda, quello degli armeni dell’Impero Ottomano e il massacro degli zingari.

La Revue d’histoire de la Shoah è on line gratuitamente sul sito cairn info per le annate dal 2005 al 2016: Revue d’histoire de la Shoah.

Tra i molti numeri interessanti mi preme segnalare il 1° fascicolo del 2016 n° 204 dedicato a L’Italie et la Shoah, con saggi di affermati studiosi italiani.

La rivista può essere così utilmente affiancata ai Quaderni del centro di studi sulla deportazione e l’internamento realizzati dall’Associazione Nazionale Ex Internati nei lager nazisti (ANEI) e all’Holocaust Encyclopedia indicati qui: Giorno della memoria. Una rivista e un’enciclopedia .

Buona lettura.

Recensione. Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918

Un ottimo libro su come gli italiani vissero la prima guerra mondiale. Una lettura facile e preziosa.

Il valore di cesura epocale della Grande Guerra è un dato di fatto ormai comunemente accettato: Hobsbawm ha fatto iniziare il suo “Secolo breve” col 1914; in un libro discutibile e discusso Arno Mayer ha fatto finire l’Ancien régime alla stessa data e, più recentemente, Richard J. Evans ha chiuso la sua grande sintesi sull’Ottocento con l’inizio della prima guerra mondiale (vedi, Alla conquista del potere. Europa 1815-1914).

Che la Grande Guerra segni la fine del mondo aristocratico come ha sostenuto Mayer, o del mondo formatosi attorno all’ascesa della borghesia, come ritengono Hobsbawm e Evans, poco importa. Ciò che conta è il fatto che la Grande Guerra chiude un’epoca e ne apre un’altra.

La apre all’insegna della novità più sconvolgente: la capacità di produrre morte in modo seriale, anonima e su scala inimmaginabile fino a quel momento. Il progresso tecnologico che si innesta nella produzione bellica introduce per la prima volta la possibilità di produrre armi e munizioni a getto continuo e, conseguentemente, la possibilità di uccidere indefinitamente. Ma in realtà, in quella guerra, per la grande massa di fanti-contadini abituati alla vita dei piccoli paesi, tutto appare sovradimensionato, impressionante: il numero dei proiettili e delle armi, la quantità di derrate alimentari o della posta e… quello dei cadaveri: “i soldati parlano spesso della massa dei morti come se fosse merce accatastata e imballata” (p. 143). La guerra produce anche una morte qualitativamente diversa che inverte il percorso fatto fino allora fin almeno dalla fine del Settecento. Da due secoli si tendeva a rendere la morte più asettica, depurata, meno invadente (si pensi alla costruzione dei cimiteri al di fuori dei paesi); ora, in trincea, i soldati sono costretti a guardare continuamente i cadaveri immobili nella “terra di nessuno”, le loro carni entrare in putrefazione, marcire mutando lentamente in materiale organico e a sentirne il fetore (p. 337).

Il mito risorgimentale dell’eroismo del soldato cade miseramente e questi viene introdotto in un “tritacarne” che lo rende anonimo, lo trasforma in semplice carne da macello, lo spersonalizza inserendolo in un contesto in cui egli diventa e si sente come infinitesima parte, del tutto ininfluente, di un meccanismo infinitamente più grande di lui, avvertito come incontrastabile e inarrestabile.

Si tratta di un processo del tutto nuovo che ha ricadute su molti versanti. La “quantità” impressionante, continua, infinita di morte produce assuefazione: la morte (non soltanto quella provocata dalle armi, ma anche dalle malattie) diventa una costante, una presenza quotidiana che dà vita a reazioni molteplici: dal rifiuto della guerra e alla sua denuncia, a forme di “spaesamento” e smarrimento della propria personalità, all’esaltazione della morte e della violenza. A medici e psichiatri si presenta una psicopatologia inedita: lo “shell shock”, lo “shock da combattimento” (un tema sul quale Gibelli ha scritto un libro importante).

L’esaltazione della morte e della violenza rivestono una particolare importanza nel caso italiano. Gibelli illustra come la Grande Guerra sia stata l’incubatrice del fascismo. Un aspetto interessante di questo fenomeno, analizzato con finezza dall’A. è lo scadimento del linguaggio. In alcuni giornali il linguaggio diventa volgare, violento, diretto a screditare l’avversario non nella sfera delle idee ma con argomentazioni che escono dalla politica e che spesso riguardano perfino i connotati fisici dell’avversario. Anche in questo caso si tratta di un processo di incubazione: il disprezzo volgare dell’avversario e la violenza verbale diventano premessa per la futura violenza fisica delle squadre fasciste (vedi ad es. pp. 326 e ssgg.)

Il passaggio dalla violenza verbale a quella futura dei manganelli è solo uno degli aspetti della maturazione del fascismo. In realtà, e l’A., lo dimostra ampiamente, la guerra sviluppa una serie di “torsioni” che sboccano inevitabilmente nel prossimo regime.

In primo luogo la netta maggioranza degli italiani è contraria alla guerra e la decisione di entrare nel conflitto viene presa da un manipolo di personalità nel completo disprezzo di una volontà popolare di segno opposto sebbene perfettamente conosciuta. Siamo quindi di fronte ad una evidente forzatura al limite del “colpo di stato” per affermare la volontà di un’infima minoranza sulla stragrande maggioranza della popolazione. La spaccatura tra interventisti e neutralisti diventa così una frattura che attraversa tutto il conflitto e prosegue ben oltre. Il nemico non è soltanto quello esterno degli eserciti nemici, ma ne esiste anche uno interno: sono i pacifisti e le forze politiche neutraliste (socialisti e, in una certa misura, cattolici), accusati di sabotare lo sforzo bellico.

Il prevalere delle idee nazionaliste a favore della guerra fu dovuto alla messa a punto di una propaganda ossessiva e capillare – che fu indirizzata a tutti, perfino ai bambini – ma anche alle posizioni oggettivamente deboli delle forze pacifiste. Le posizioni neutraliste del socialismo internazionale si dissolsero: tranne quello italiano tutti i partiti socialisti dei paesi coinvolti nel conflitto votarono i crediti di guerra ai loro governi. L’interventismo democratico, che vedeva nella guerra l’occasione per fare piazza pulita della società esistente, vide le proprie idee clamorosamente smentite dai fatti. E lo stesso partito socialista finì paralizzato dalla propria posizione espressa nell’ambigua formula “nè aderire nè sabotare”.

Gli scenari aperti dalla Grande Guerra pongono sotto pressione la classe dirigente liberale che si rivela incapace di governarli. Uno dei più importanti e decisivi è il fatto che la guerra fa irrompere definitivamente le masse nella vita politica e civile del Paese. Oltre al bisogno incessante di soldati, il protrarsi e le dimensioni del conflitto richiedono interventi dello Stato in molti ambiti. Dall’organizzazione e direzione di alcuni settori dell’economia e della produzione (la Mobilitazione Industriale arriverà a controllare quasi 2000 stabilimenti per un totale di 571.000 occupati, più del 70% concentrati a Milano, Torino e Genova, p. 179), al proliferare della burocrazia, alla messa a punto di una propaganda diversificata, efficace e martellante.

Un ruolo centrale viene ricoperto dalle donne: esse entrano negli uffici e nelle fabbriche, nelle organizzazione di volontariato e negli ospedali. Per molte di loro la guerra apre un periodo di emancipazione e di relativa libertà dai molti vincoli e limiti nei quali erano costrette in precedenza. Sulle donne di campagna grava il peso del lavoro dei campi in sostituzione degli uomini, ma la direzione degli affari di famiglia le rende più autonome e sicure di sé. Non è un caso se alcune delle proteste più importanti contro il caro-viveri vedano in primo piano le donne.

Se le donne si pongono come soggetto che i governi non possono sottovalutare, l’incapacità delle classi dirigenti di comprendere le situazioni nuove prodotte dalla guerra sono visibili perfino nel fastidio che la parte della classe politica favorevole alla guerra dimostra verso le manifestazioni interventiste nella primavera del 1915. Abituata a governare dall’alto il Paese, la classe dirigente liberale non sa maneggiare e controllare la piazza e ne diffida.

Il ridursi della distanza tra “paese legale” e “paese reale”, tra governanti e governati e la scarsa conoscenza dei primi nei confronti dei secondi provoca un atteggiamento vessatorio delle élites nei confronti della popolazione. Se lo scatenarsi del conflitto ha colto di sorpresa i governi dei paesi coinvolti nel 1914, l’Italia ha avuto un anno a disposizione per valutare lo scenario che la guerra stava delineando. Al momento dell’entrata in guerra era già evidente che si trattava di un conflitto diverso e ben più micidiale di quelli precedenti.

Eppure quella distanza viene continuamente ribadita. Lo si vede nella implacabile disciplina di guerra; nell’abissale differenza di trattamento tra graduati e soldati semplici; nella odiata e temutissima pratica delle “decimazioni” (il sorteggio casuale di condanne a morte in caso di ammutinamenti e rivolte dei soldati, vedi p. 123); nella devastante e sempre più insensata strategia militare, imposta dall’inflessibile Cadorna, degli assalti che costano migliaia e migliaia di vittime e feriti per pochi palmi di terra. E ancora, lo si riconosce nella generale incomprensione dei medici sulle ragioni che portano non pochi soldati a procurarsi lesioni e ferite e in quella degli psichiatri di fronte ai traumi di guerra. Lo si constata nella durissima legislazione di guerra vigente nelle fabbriche impegnate nella produzione bellica (mentre alcune grandi industrie crescono enormemente sia in termini di addetti che di profitti). Lampante poi, in questo senso è l’atteggiamento dei governi nei confronti dei prigionieri di guerra: mentre le potenze dell’Intesa raggiunsero accordi con gli Imperi centrali per far avere rifornimenti ai prigionieri, “il governo italiano, convinto a lungo di non poter contare sulla fedeltà dei combattenti” proibì e ostacolò “in ogni modo la pratica degli aiuti organizzati” (pp. 130-131 e 265-66).

L’entrata delle masse nella vita del Paese ebbe anche altri effetti. Parafrasando il titolo di un libro importante sulla Francia, Gibelli titola un capitolo: “da contadini a italiani”. Per moltissimi soldati la guerra significò uscire dagli angusti limiti del paese in cui erano nati e avevano vissuto e lavorato fino a quel momento: conobbero città, usi e costumi nuovi; mentalità diversissime entrarono in contatto e si confrontarono (p. 162). La guerra fu anche, per moltissimi fanti-contadini, una grande scuola nel vero senso del termine: moltissimi impararono a leggere e scrivere. Da questo punto di vista “si trattava insomma del primo, grande esperimento di pedagogia di massa, della prima operazione su larga scala di condizionamento e di formazione dell’opinione pubblica in chiave nazional-patriottica. Quel che non aveva potuto o voluto fare la scuola veniva tentato ora in quella scuola sui generis che era l’esperienza di trincea” (p. 134)

Tuttavia, il passaggio da contadini a italiani o, in altri termini, da sudditi a cittadini, avvenne in modo distorto. Tra i ceti dominanti era diffusa l’idea che al popolo italiano fosse necessario passare attraverso una sorta di cerchio del fuoco per maturare e acquisire la piena cittadinanza. In altri termini, quel passaggio avvenne all’insegna della coercizione imposta dall’alto: “le classi dirigenti non solo gettarono milioni di uomini al massacro, ma contemporaneamente offrirono e imposero alle classi popolari le parole per dare un nome e un senso a ciò che ai loro occhi non ne aveva” (p. 151). Se espressioni di patriottismo, ancorché incerte (e spesso non del tutto sincere) si affacciano nella corrispondenza, segno di una certa efficacia della propaganda, tuttavia “quel che […] non emerge mai nelle testimonianze dei soldati è un’identificazione (e men che meno una fiducia) nello stato e nelle istituzioni” (p. 158).

Dunque il processo di nazionalizzazione delle masse avvenuto durante la Grande Guerra si presenta monco, incompiuto. Lo testimonia la vicenda tragica di Caporetto, in un certo senso punto di arrivo della storia dall’unificazione in poi e ripartenza di quella successiva (tra Caporetto e l’8 settembre 1943 si sono non poche analogie (pp. 260 e ssgg). Se è vero che dalla coercizione pura e semplice si passò ad una più sofisticata strategia di persuasione e di attenzione alla vita dei soldati, non di meno le responsabilità militari degli alti gradi dell’esercito furono occultati. Gli interventisti considerarono Caporetto come prova evidente della propaganda “disfattista” dei neutralisti – e a testimonianza di un’altra “torsione” la prosecuzione della guerra fino alla vittoria veniva giustificato proprio col fatto che la guerra aveva richiesto immensi sacrifici e innumerevoli vittime che dovevano essere onorati a tutti i costi. Ma Caporetto evocava lo spettro di masse armate le quali, anziché subire docilmente un “salutare processo di disciplinamento [e di] omologazione […] passando così dall’esclusione all’inclusione subalterna nella nazione”, si dimostrava pronta a dirigersi verso obiettivi diversi da quelli indicati. In breve: con Caporetto “si presentava insomma il problema del controllo sociale in una società rimescolata” dalla guerra e i cui vecchi equilibri venivano profondamente intaccati. La reazione delle classi dominanti fu quella di ricorrere agli schemi interpretativi della criminologia di stampo positivistico, ai temi dell’inferiorità biologica della plebe, evidenziando così la particolare arretratezza della società italiana (pp. 274-75). (Su Caporetto vedi anche Caporetto sul web).

Contrariamente a quanto è stato talvolta sostenuto, Gibelli ritiene che Caporetto non compattò affatto la società italiana che si riscuote di fronte allo spettro dell’invasione: questa interpretazione rischia di essere “più un mito che una verità accertata […]. L’idea della guerra come cosa propria […] non era mai diventata una convinzione davvero diffusa né tra le truppe né nel paese” (pp. 303-304). Al contrario, Caporetto rafforzò la contrapposizione tra interventisti e neutralisti convincendo i primi della necessità di imbavagliare “Parlamento e oppositori, liquidando le libertà e ristabilendo in maniera ferrea le gerarchie sociali” (p. 308). Da Caporetto si sprigionano pulsioni forcaiole e reazionarie che si espandono e coinvolgono i ceti medi, cresciuti numericamente anche grazie alla guerra, ma declassati dall’inflazione, dall’avvenire incerto e quindi attraversati da profonda irrequietezza. Questi ceti trovarono qualche rassicurazione proprio dall’intensa mobilitazione patriottica. In breve: il fascismo era alle porte.

La disfatta di Caporetto fu oggetto di una inchiesta che però occultò la responsabilità delle gerarchie miliari (Badoglio ne uscì indenne nonostante avesse gravi responsabilità) e venne chiusa in fretta in quanto aveva accresciuto la spaccatura tra neutralisti e interventisti. Il vento di destra che iniziò a spirare nel Paese e l’avvento del fascismo misero a tacere il fatto che migliaia di uomini erano stati portati al massacro contro la loro volontà provocando così non solo una ulteriore sconfitta dei neutralisti, ma una nuova distorsione nel dar forma alla memoria dell’evento. Molto opportunamente l’A. rimarca che “i combattenti non si sentivano affatto eroi […]. ll mito della guerra eroica è una costruzione culturale elaborata soprattutto a posteriori dai volontari per nobilitare la morte di massa” (p. 208).

Con La Grande Guerra degli italiani Gibelli ha scritto una storia di come gli italiani vissero e si comportarono durante il conflitto. Un angolo visuale del genere implica rispondere ai vari interrogativi insiti nella domanda più generale avvalendosi di una documentazione che consenta di studiare l’animo degli italiani di fronte e all’interno del conflitto. Per questa ragione alla letteratura e alla documentazione archivistica, Gibelli affianca epistolari, diari, testimonianze – esaminandoli con le dovute cautele e grande finezza. Ciò di consente da un lato di illustrare le molte sfumature dei pensieri e delle posizioni via via assunti dai combattenti, dai loro famigliari, amici e dai protagonisti; dall’altro di illuminare dal basso le loro vicende.

Ne emerge un libro di grande finezza, scritto con una penna leggera e sensibile che pone in risalto il lascito di un evento che continua ancora oggi ad agire: dopo la Grande Guerra nessun conflitto di medie dimensioni avrebbe fatto contare le vittime in migliaia, ma a decine, centinaia di migliaia, se non a milioni. Senza possibilità di uccidere in serie, cioè senza la Grande Guerra, i campi di sterminio non sono immaginabili. Così come un percorso probabilmente diverso avrebbe preso la rivoluzione russa: la militarizzazione della società in URSS – certamente accresciuta e alimentata da una feroce guerra civile – aveva le sue radici nella prima guerra mondiale. E purtroppo anche la nostra assuefazione alla visione della morte e di violenza di ogni genere proviene da quel terribile evento.

Pubblicato più di vent’anni fa, La Grande Guerra degli italiani di Antonio Gibelli è ancora un libro importante e davvero bello.

Buona lettura.