Recensione. Jean-Clément Martin: Robespierre

Incorruttibile, tiranno, sanguinario… pochi personaggi hanno diviso e continuano a dividere come Robespierre. In tempi in cui la battaglia politica passa sempre più spesso attraverso la denigrazione dell’avversario, la biografia di Jean-Clément Martin, Robespierre. Dal tribunale al Terrore: successi, esitazioni e fallimenti delI’Incorruttibile, anima o enigma della Rivoluzione, risulta decisamente attuale. Il titolo originale del libro (Robespierre. La fabbrication d’un monstre) indica bene l’intento dell’Autore.

Merito indiscusso del libro è quello di collocare Robespierre nella società e nella lotta politica del tempo. Non vi è niente nel giovane Maximien che lasci presagire la centralità del ruolo poi ricoperto nel corso della Rivoluzione. Nella sua giovinezza Robespierre è uno dei tanti avvocati di provincia pienamente inserito negli usi e costumi del suo ceto e della società. Gode di una certa fama, ristretta comunque in un ambito provinciale, si distingue come autore di opuscoli nei quali critica la società del suo tempo, ma nel complesso il suo itinerario “non aveva nulla di originale” (p. 58).

Fu la Rivoluzione, l’inizio di un nuovo mondo, parafrasando l’ottima sintesi di Popkin (Un nuovo mondo inizia) a trasformare completamente lo scenario e le prospettive del giovane avvocato. La Rivoluzione rinnovò completamente il personale politico portando alla ribalta della lotta politica una nuova generazione di giovani giovani alla ricerca di un ruolo, fama e ricchezza.

Anche nel nuovo scenario creato dalla Rivoluzione Robespierre non spicca. Lo si ritrova spesso in posizione defilata, talvolta dietro le quinte. Perfino alla manifestazione del Campo di Marte del 17 luglio 1791 quando le sezioni manifestano per chiedere la deposizione del re, Robespierre non si vede. Piuttosto, lavora alla riorganizzazione dei giacobini per rilanciare la Rivoluzione che rischia di fermarsi. Il suo muoversi da posizioni defilate gli consente tuttavia di cogliere opportunità importanti, a volte più a causa della debolezza degli avversari che per meriti propri (ad esempio, pp. 93-94 sugli avvenimenti del luglio 1791).

Bisogna attendere il 1793 per vedere Robespierre al centro della scena, ma in questo caso è la scomparsa di Marat a consentirgli di sfruttare il vuoto politico che si è venuto a creare. La tragica uscita di scena dell'”amico del popolo” gli consente di presentarsi quale rappresentante di quella parte della borghesia che dopo aver spazzato via l’Ancien Régime accoglie ora le rivendicazioni popolari (pp. 153 ssgg.). In questo contesto, nel quadro di una Rivoluzione che è in continuo movimento, Robespierre dà prova di grande abilità politica: dapprima convoglia la rabbia popolare verso la guerra e l’assedio contro i girondini che l’avevano voluta, poi si dedica a disciplinare l’intemperanza e il radicalismo popolare.

Si giunge così al Terrore. Può sembrare paradossale che colui che è stato dipinto e identificato come il massimo artefice del Terrore abbia tentato di arginare la violenza politica di piazza e non solo quella. Senza dubbio l’esercizio della violenza fu impressionante e Robespierre se ne servì per eliminare avversari politici ma, rimarca giustamente Martin, Robespierre non ne è affatto l’unico l’unico amministratore, né l’unico responsabile. Secondo Martin il Terrore fu a un modo per difendere la Rivoluzione; una Rivoluzione al cui interno stava germinando una rigenerazione dell’uomo che doveva essere difesa anch’essa. Per quanto impressionante e a un certo punto perfino nauseante, l’uso veniva comunque esercitato ad esclusiva competenza del governo. Dunque la Rivoluzione non aveva completato il suo percorso ed è in questo intermezzo, in questa sorta di congelamento, che essa inizia ad avvitarsi su sé stessa. Si era verificata una frattura tra la rappresentanza, che si era appropriata della sovranità, e il popolo (p. 152). Per uscire da questa empasse agli occhi di molti era necessario passare attraverso l’eliminazione del suo massimo rappresentante. Ma Termidoro non fu una sorta di catarsi salvifica; in realtà è un regolamento di conti tra fazioni che non spegne l’esercizio solitario del potere né il ricorso alla violenza politica. Al contrario è una sorta di messinscena, un’operazione strategica e di propaganda politica per offrire l’impressione di un cambiamento mentre in realtà si voleva e si continuava a garantire la continuità del potere.

Max Adamo Sturz, Der Sturz Robespierres im Konvent am 27. Juli 1794, Stlatische Museen zu Berlin

Nelle mani dei termidoriani Robespierre venne così a rappresentare una Rivoluzione che nessuno voleva più e che non volevano assolutamente venisse identificata con loro. Ecco allora spiegate l’origine e il dispiegamento della leggenda nera che ha segnato l’avvocato di Arras: Robespierre mostro, sanguinario, tiranno, despota è il frutto di un’operazione di propaganda dai contorni definiti e con scopi politici ben precisi.

L’eliminazione di Robespierre porta via con sé anche anche la macchia terribile del Terrore e consente di cestinare l’equiparazione della Rivoluzione col Terrore stesso. Eliminata questa aberrazione, la Rivoluzione diventa in qualche modo accettabile e la storia può riprendere il suo corso e i suoi sbocchi nell’alveo della normalità. Per i sostenitori di Robespierre, invece, egli era l’unico tra i protagonisti in grado di mantenere e far funzionare il processo rivoluzionario.

Conclusioni

Scrivere biografie è rischioso: spesso i biografi finiscono per innamorarsi – per così dire – del biografato. Robespierre di Jean-Clément Martin è frutto di un’operazione tutt’altro che semplice: spogliare Robespierre dalla pessima fama che lo ha circondato e che si è tramandata fino a noi, ricollocandolo nel contesto storico, politico e sociale del tempo e mostrandolo debitore di idee altrui, attore fondamentale ma non unico, politico abile ma non privo di errori anche gravi – tutto questo senza dubbio fa risaltare l’uomo ma ridimensiona il personaggio Robespierre. E tuttavia non si può negare che Martin lasci comunque che l’Incorruttibile giganteggi in confronto agli altri artefici e protagonisti della Rivoluzione.

Si tratta comunque di un’operazione meritoria perché riportando Robespierre alla sua concretezza e umanità storica l’A. tenta anche di rendere più condivisa la memoria della Rivoluzione francese che, non va dimenticato, assieme alla rivoluzione industriale è la genitrice della storia contemporanea.

Detto questo, Robespierre di Jean-Clément Martin è un libro rigoroso, ottimamente scritto e che merita di essere letto.

Buona lettura.

Recensione. Massimo Cerulo: Andare per caffè storici

Soffitti affrescati, poltrone e divani in pelle o rivestiti di velluto, tavolini color cioccolata, grandi specchi, in molti casi opere d’arte alle pareti, i Caffè storici erano e sono ritrovi esclusivi e “democratici” ad un tempo. La storia della borghesia può essere studiata da molte prospettive. In Andare per caffè storici, Massimo Cerulo dimostra che appuntare la propria attenzione sui Caffè storici può rivelarsi uno spunto decisamente fecondo.

I Caffè sono stati uno dei luoghi di formazione della borghesia non solo italiana. Per le sue proprietà – bevanda che dà energia e vitalità, stimola la concentrazione, infonde dinamismo – il caffè divenne fin da subito la bevanda degli uomini d’affari, di imprenditori, giornalisti e artisti (su questo si veda Wolfang Schivelbusch, Storia dei generi voluttuari) e non a caso furono un fenomeno eminentemente cittadino. Anzi, sono espressione stessa delle città: quale altra città, più di Venezia si prestava ad impiantare il primo Caffè – il Florian? La città lagunare non era forse considerata la porta d’oriente per i suoi traffici? In quale altra città se non a Trieste uno studioso troverebbe impareggiabile sedersi al tavolino di un Caffè per lavorare a un libro? L’impero asburgico è stato un impero multilinguistico e culturalmente ricchissimo ed è quel retaggio, quel soffio che viene dalla storia che Magris respira seduto al Caffè concentrato sul lavoro. Ma anche il Caffè rivale – per così dire – il Lavena, “il Caffè dei foresti”, dove tra molti altri poteva capitare di incontrare il principe Federico Carlo I Giuseppe di Hohenlohe-Waldenburg-Schillingfurst mentre Wagner era cliente abituale, rispecchia questo clima. E ancora, poteva esserci scenario migliore del Gilli o de Le giubbe rosse di Firenze per le esagitate discussioni e serate dei futuristi toscani?

Ma già prima, molto prima, durante il Risorgimento, i Caffè furono anche laboratori politici e culturali Il Florian di Venezia divenne anche la prima redazione della Gazzetta di Venezia e come dimenticare “Il Caffè” dei fratelli Verri? Il Pedrocchi di Padova fu teatro di scontri tra patrioti e forze dell’ordine e i Caffè triestini furono covi di irredentisti.

Certo, anche l’aristocrazia aveva i propri Caffè: a Torino la nobiltà sabauda si ritrovava al Florio, un locale che “mal tollerava le differenze di status e non mancava di esprimerlo attraverso una selezione informale” (p. 55), a differenza del Bicerin e soprattutto del San Carlo; a Trieste, al Caffè degli Specchi non era raro incontrare la principessa Sissi e le sue dame di compagnia; al Lavena di Venezia, abbiamo già accennato, ma in linea generale la nobiltà svolse un ruolo secondario se non marginale nella vita dei Caffè.

Ritrovi inclusivi, di confronto, discussione, di attività ludiche, di vita mondana e di flirt. Aperti ad un’umanità varia per cultura, interessi e obiettivi, i Caffè furono aggregatori di socievolezza, una regola non scritta secondo la quale tutti i soggetti sono e si considerano alla pari. Nei Caffè lignaggio, ricchezza, status sociale decadevano per dar vita a forme di egualitarismo sui generis e temporaneo (ad esempio, pp. 77, 109 e ssgg, ma Cerulo insiste spesso su questo concetto).

Tutto questo è vero tenendo presenti i limiti di una democrazia borghese per quanto allargata: i Caffè erano e sono luoghi in cui i frequentatori si riconoscono come simili, appartenenti ad uno stesso gruppo, per quanto ampio. Per questo furono tra i luoghi prediletti di ritrovo tra artisti e intellettuali e per lo stesso motivo, in realtà, era scontato che al Caffè andassero soggetti appartenenti a una classe sociale, elastica indubbiamente, ma dai confini definibili. In effetti, se soltanto il Renzelli di Cosenza, dove nobiltà e borghesia convivevano spartendosi le sale del locale, vietava espressamente l’ingresso al popolino (p. 133), solo il Pedrocchi di Padova, sempre aperto senza soluzione di continuità, destinava una delle sue sale – la sala verde – a coloro che cercavano un riparo dal maltempo, scaldarsi, cercare un po’ di compagnia, leggere i giornali gratuitamente (in passato spesso la lettura dei giornali era a pagamento) senza l’obbligo di consumare.

Certo, l’uso del caffè sospeso a Napoli ha una connotazione in apparenza forse perfino egualitaria – un uso che si basa sull’idea che tutti hanno diritto a un caffè – ma resta il fatto che vi è pur sempre un donatore e un beneficiario e che, per quanto minuscolo, è un gesto che segnala comunque una dipendenza. D’altra parte non è difficile immaginare il disagio dei popolani di fronte all’arredamento se non sontuoso, indubbiamente distinto, dei Caffè, abituati come erano allo stile spartano ed essenziale delle osterie.

Ma la storia dei Caffè è molto altro. I Caffè sono perfetti per restare aggiornati, per allacciare relazioni di lavoro, cercare e trovare contatti; ma sono anche luoghi ideali per abbandonarsi all’otium meditabondo nel senso proprio del termine, per vedere quali personaggi famosi o conosciuti ci sono o per far farsi notare o anche per allacciare flirt e relazioni sentimentali. Locale tipicamente maschile, non tutti i Caffè vietavano l’accesso alle donne.

L’A. è abile nell’introdurci nella sociabilità che si creava (e in parte in forme diverse si crea ancora oggi) in questi locali e che talvolta si creava per concorsi esterni e del tutto imprevedibili come il trasferimento della Capitale da Torino a Firenze che, col seguito di politici, amministratori, militari, portaborse ecc. fece la fortuna dei Caffè della città (sulla Firenze capitale vedi Attilio Brilli, Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità). Presentandoci un lungo elenco di frequentatori – scrittori, musicisti, pittori, politici, attrici, personaggi dello spettacolo ecc. – ci fa assaporare con brevi tocchi contesti e discussioni, confronti e serate. Ci accompagna nelle trasferte da un caffè a un altro della stessa città quando un gruppo cambiava ritrovo (e spesso avveniva perché il credito si esauriva…).

Massimo Cerulo ci immerge in questo mondo di idee e di intrecci, ovattato ma pulsante, inclusivo ma distinto con un libro scorrevole e veramente piacevole.

Sitografia

Caffè al Bicerin

Caffè degli Specchi

Caffè Florian

Gran Caffè Gambrinus

Caffè Gilli

Antico Caffè Greco

Caffè Lavena

Caffè Pedrocchi

Gran Caffè Renzelli

Le pubblicazioni storiche della Banca d’Italia

Mi sono accorto di non aver ancora recensito un libro di storia economica, fatto piuttosto strano visto che l’argomento rientra tra i miei interessi. Cercherò di rimediare al più presto. Intanto, il sito della Banca d’Italia è ricchissimo di pubblicazioni e materiale utilissimi agli storici. Le pubblicazioni di carattere storico si suddividono in tre ambiti:

  1. Quaderni di storia economica
  2. Collana storica della Banca d’Italia
  3. Altre pubblicazioni storiche

Scopo dei Quaderni di storia economica è di “promuovere la circolazione, in versione provvisoria, di studi storici sui temi della crescita, della finanza, della moneta, delle istituzioni, prodotti da economisti interni o esterni alla Banca d’Italia, al fine di suscitare commenti e suggerimenti”. On line sono consultabili e scaricabili i volumi per gli anni dal 2001 al 2021 e per alcune annate le pubblicazioni sono molteplici. Mi limito ad indicare alcuni titoli disponibili: “L’economia italiana vista dall’estero lungo 150 anni“; “Il benessere degli italiani: un approccio comparato“; “L’Italia e la prima globalizzazione, 1861-1940“; “Innovazione e tecnologia straniera in Italia“; “Il commercio degli schiavi in Africa: quali gli effetti di lungo periodo“.

La Collana storica della Banca d’Italia, che intende “mettere a disposizione degli studiosi documenti, statistiche e contributi di analisi, strumenti atti a stimolare e favorire ricerche e studi”, è la più conosciuta: è stata pubblicata in un primo tempo da Laterza e poi da Marsilio. Sul sito si possono consultare e scaricare le opere pubblicate dal 1989 al 2017. Vi si trovano molte delle firme più prestigiose della storiografia italiana: Castronovo, De Cecco, Toniolo, Vera Zamagni e molti altri.

La serie “Altre pubblicazioni storiche“, al momento propone una sola pubblicazione. La Banca d’Italia ci regala moltissimo materiale di grande utilità e interesse. Buona consultazione: Le pubblicazioni storiche della Banca d’Italia.

lo storico della domenica
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: