Una risata vi seppellirà (?)

Uno splendido portale sulla caricatura e la satira

Il potere (politico certamente, ma non solo) ha sempre temuto la satira. La teme perché ha il potere di svelare verità profonde e scomode con strumenti di immediata percezione. Non a caso una risata vi seppellirà è uno slogan sovversivo.

Caricature et violence de l’histoire

Casualmente mi sono imbattuto in uno splendido portale francese: Caritature et violence de l’histoire. Come viene spiegato egregiamente nella introduzione:

Il termine caricatura si è affermato in francese nel linguaggio comune, ma sarebbe meglio parlare di satira grafica. Perché la caricatura, come la intendiamo qui, non si riduce alla sua definizione iniziale, apparsa in Italia durante il Rinascimento e diffusa nello studio dei fratelli Carracci come “piccoli ritratti carichi” (ritrattini carichi), esagerando i tratti caratteristici del modello. Né si limita alle forme grafiche associate alla satira della morale che i contemporanei di Hogarth hanno vissuto. La caricatura moderna è un’invenzione della cultura dei media, comporta la diffusione moltiplicata per la stampa, venduta come fogli sciolti o inclusa in un giornale illustrato.

Il suo impatto è dovuto alla sua straordinaria forza di derisione, che fa parte di un’antica tradizione di scherno, moltiplicata per dieci volte per le risorse di uno stile iconico. Non tutte le caricature sono al servizio di una causa, buona o cattiva: la grande massa di caricature a stampa è costituita da immagini per ridere, fantasiose vignette o schizzi umoristici, destinati a intrattenere il pubblico dando un resoconto malizioso o sarcastico dei grandi cambiamenti sociali.

Tuttavia, la caricatura, per il suo potere simbolico e la sua efficacia ideologica, è sempre stata in linea con la storia. Superando le trappole della censura e poi armandosi della libertà di espressione acquisita nel 1881, fu l’arma di tutte le lotte politiche.

Dall’inizio del XX secolo è stata inghiottita dalla violenza delle guerre, dall’ascesa del totalitarismo, dagli scontri dell’imperialismo, dalle crisi della decolonizzazione e della deregolamentazione internazionale. Mentre il suo posto è in declino in una stampa nazionale a sua volta minacciata dagli sviluppi tecnologici, essa circola su scala globale, offrendo l’illusione di un linguaggio veramente universale [con]  Internet, attraversando a sua volta molteplici frontiere.

La diversità delle forme di immagine satirica è legata ai progressi delle tecniche di riproduzione grafica e alle innovazioni nell’impaginazione periodica, nonché a iniziative puramente artistiche. La presentazione di pagine complete dei periodici permette di seguire l’evoluzione delle interazioni tra testo e immagine […].

Giustamente il portale si suddivide in cinque sezioni scansionate temporalmente in un percorso che si snoda dal 1830 ai nostri giorni. Ogni sotto sezione è a sua volta suddivisa per periodi più brevi e presnetata con esaurienti schede introduttive.

un portale da confrontare con altri progetti

La straordinaria collezione di questo portale si può confrontare col materiale disponibile su L’histoire par l’image. Un sito per lo studio della storia attraverso le immagini che ne offre un buon campionario.

Una risata vi seppellirà (?): Caricature et violence de l’histoire. Ridiamoci su…

I principali quotidiani francesi su Gallica

Un portale di Gallica sui quotidiani francesi

Gallica si è imposta come la maggiore biblioteca digitale d’Europa. L’ampiezza del materiale che quotidianamente rinnova e ci propone è praticamente sterminata al punto che il progetto si è articolato in molte sottosezioni. Una di queste è dedicata ai principali quotidiani francesi. l?ho presentata succintamente nella pagina Biblioteche Digitali

Sono ben 55 i quotidiani digitalizzati – quasi tutte per intero. A fianco di ogni giornale presentato c’è una breve didascalia in cui si raccontano la nascita, l’evoluzione, le posizioni politiche del giornale ecc.

Troviamo i quotidiani principali, naturalmente: Le Monde, L’Echo de Paris, Le Figaro (e il suo supplemento letterario) ma anche quotidiani dalla vita più breve, di minor impatto o di realtà provinciali e coloniali.

il progetto

A fine pagina è presente una breve ma esaustiva scheda introduttiva, che ripropongo tradotta con Deepl:

[Il] 1789 stabilisce la libertà di stampa. I fogli si moltiplicano in numero (Le Père Duchesne, L’Ami du Peuple….) prima di essere repressi di nuovo. La lotta contro la censura fu feroce per tutto il XIX secolo, che si concluse con una “età dell’oro della stampa” ai sensi del Press Freedom Act del 1881. A partire dal 1836, le formule innovative di Siècle e La Presse aprono la strada a questo sviluppo. I titoli generalisti trascrivono le partizioni politiche e alimentano il dibattito.

Si sta sviluppando anche la stampa satirica (Le Charivari, Le Journal pour rire….), che attraverso caricature e ritratti denuncia il potere e si attacca con l’umorismo ad un pubblico fedele. Più estese dei giornali e di natura meno frequente, pubblicazioni prestigiose (La Revue des deux mondes, La Revue de Paris) o provenienti da società scientifiche locali, riflettono il crescente interesse dell’epoca per la scienza, le arti e la letteratura.

All’inizio non molto presente, l’immagine si è diffusa sulle colonne dei giornali e sui loro supplementi illustrati per catturare un pubblico in crescita. Vengono creati anche titoli femminili (La Femme, Femina….), sportivi (La Pédale, Match….) o per bambini (La Semaine des enfants….). “La civiltà del giornale” non si limita a Parigi, ma riguarda anche la provincia (L’Indépendant du Berry, L’Ouest-Eclair…..) e le colonie (Le Courrier de Tlemcen, La Petite Tunisie, L’Etoile de l’A.E.E.E.F…..). Appare la figura del grande reporter.

La fine della prima guerra mondiale, che ha visto l’emergere di giornali in trincea, ha segnato un primo rallentamento nonostante il successo di Paris-Soir, il dinamismo di alcuni settimanali politici o letterari (Gringoire, Marianne, Regards….) o il rafforzamento della stampa specializzata. La sconfitta del 1940 e l’occupazione segnarono dolorosamente la fine di questo periodo. Alcuni titoli collaborano, altri sono affettati mentre la Resistenza diffonde le sue idee attraverso una stampa clandestina (Combat, Defence of France….).

Abbiamo quindi la possibilità di seguire passo a passo l’evoluzione storica francese, ma anche la possibilità di curiosare per fare un innocuo “gossip” a ritroso.

I principali quotidiani francesi è un ottimo progetto, utilissimo e godibile. Buona navigazione: I principali quotidiani francesi su Gallica

 

Quotidiani digitalizzati dalla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma

Ho parlato più volte della Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma. Per questo articolo ho saccheggiato la sua ricchissima Digiteca , in particolar modo la sezione periodici. Nell’elenco vi sono infatti anche alcuni quotidiani decisamente preziosi per i ricercatori e gli studenti.

Il primo, è l’Avanti!, qui disponibile dalla fondazione (1896) al 1926. Il quotidiano socialista è disponibile anche sul sito del Senato: Quotidiani di sinistra: Avanti! e l’Unità digitalizzati per intero, ma una ripetizione non fa certo male (in caso di guasto si rimedia con l’altra fonte).

Un altro giornale “storico” della stampa italiana è il Corriere dell’Emilia, poi diventato Giornale dell’Emilia. Sotto queste diciture il nome a molti dice poco; in realtà si tratta de Il Resto del Carlino che aveva cambiato nome dopo il ventennio fascista, mantenendo quello di Giornale dell’Emilia fino al 1953. Per il momento è disponibile l’anno 1945: fino al numero 90 per Il Resto del Carlino (finché fu pubblicato sotto la Repubblica Sociale), poi organo del PWB alleato.

Preziose sono le undici annate (dal 1860 al 1861) de Il Diritto, non facile da trovare nelle emeroteche. Lo stesso discorso vale per le annate (dal 1865 al 1871) de L’Opinione.

Più diffuso per ovvie ragioni nelle è Il Popolo d’Italia, ma averlo a portata di click praticamente per intero (dal 1914 al 1943) è veramente un privilegio. Ancor di più lo è nel caso de Il Popolo Romano, (on line dal  1890 al 1922) praticamente introvabile per chi vive lontano dalla capitale.

Raro e perciò prezioso è Risorgimento Liberale, la testata del Partito Liberale Italiano, disponibile dal 1944 al 1946; così come lo è Il Tevere, offertoci dal 1925 al 1928 e per il 1935.

Tutti i giornali si possono leggere on line e scaricare liberamente. Il fatto che non tutte le annate siano complete non può certo meravigliare. Ciò che invece stupisce è l’ampiezza del progetto che la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma sta realizzando con la sua Digiteca. In tempi in cui la cultura viene bistrattata, ricercatori, studiosi, studenti e tutti i cittadini devono essere grati alle istituzioni che a fatica realizzano progetti come questi.

Buona navigazione.

Recensione: Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.

“Che notizie ci sono?” era la prima domanda che in passato chiunque rivolgeva ai presenti quando arrivava in qualche località. Notizie, ma che cos’è precisamente una notizia? Una rivolta in qualche parte del regno per un re, prezzi in ribasso o in rialzo per un mercante, animali mostruosi che popolano luoghi esotici, un fattaccio di cronaca nera o un terremoto devastante per gli avventori di sconvenienti taverne e lupanari, la morte o l’esilio di un personaggio importante per un diplomatico… il termine “notizia” non si lascia facilmente incasellare.

Cercando una definizione accettabile Robert Darnton ha scritto che “le notizie non sono cose accadute […], bensì racconti su cose accadute”, ma allora, immediatamente, si pone il problema della veridicità e della affidabilità di questi racconti.

Ben oltre la fine del Medio Evo le notizie viaggiavano a voce, migrando di bocca in bocca: pellegrini in visita ai conventi e in giro per il mondo, marinai in sosta, “artisti” di strada, la varia congerie di mendicanti e poveracci… perfino la cultura alta delle prime università era prevalentemente orale.

Regnanti e potenti avevano bisogno di notizie certe: la trasmissione per via orale delle informazioni aumentava il rischio che queste venissero ingigantite e deformate se non stravolte. Proprio per questo motivo era la reputazione delle persone a dare credibilità alle informazioni (p. 5). C’era un secondo problema: dopo la disgregazione dell’Impero la mirabile rete stradale costruita dai Romani era caduta in sfacelo. Viaggiare era difficile, pericoloso e richiedeva molto tempo. Era un lusso che coloro che governavano il mondo o si trovavano ai gradini alti della società non poteva permettersi. Se occorrevano informazioni sicure, era necessario che arrivassero o venissero divulgate velocemente. Perciò quasi ogni regnante cercò di sviluppare le vie di comunicazione infittendo le reti stradali. Banchieri e mercanti si affidavano ad agenzie specializzate nel veicolare notizie. Roma, che oltre ad essere il faro della cristianità era anche uno dei maggiori centri di potere del mondo, si affidava ai membri della famiglia Tassis “una famiglia italiana specializzata nella comunicazione” (p. 24) che si sarebbe posta al servizio anche di altri. Banchieri come i Fugger e grossi mercanti si sarebbero costruiti reti di comunicazioni affidabili di natura quasi privata e, a volte non del tutto legale.

Da questo punto di vista la riorganizzazione di un sistema postale internazionale verificatosi nel XVII secolo è passato quasi sotto silenzio perché meno eclatante dei rivolgimenti politici o degli spettacolari progressi della rivoluzione industriale, ma si trattò dell’inizio “di una nuova era” (p. 207).

Nuova era perché accanto a questa sorta di “rivoluzione silenziosa” se ne verificò un’altra ben più appariscente: la Riforma, il “primo evento ripreso dai mezzi di informazione europei (p. 86) .

Se Lutero non finì arrostito come Jan Hus fu perché seppe profittare egregiamente dell’invenzione della stampa di Gutenberg: lo scrivere opuscoli in tedesco in formato più piccolo rispetto ai testi precedenti fece sì che i suoi sermoni venissero stampati e diffusi in quantità enormi rispetto al passato. Perciò per Roma fu impossibile fermare la marea una volta che questa si era messa in moto.

Tra Lutero e l’invenzione di Gutenberg vi fu uno scambio di favori decisamente conveniente per entrambi: la stampa permise al grande riformatore di salvare la pelle, Lutero rilanciò la stampa su larga scala: furono in parecchi gli stampatori che mantennero il lavoro grazie alla prolificità del monaco.

Gli opuscoli a sfondo religioso non erano gli unici presenti sul mercato del nord Europa. Vi era tutta una produzione di opuscoli e broadsheet riguardanti guerre, terremoti, inondazioni e fatti curiosi. Parte di questa produzione può essere considerata una forma di stampa sensazionalistica, ma, soprattutto negli Zeitung tedeschi, il loro stile restava sobrio: l’intento era quello di emulare lo stile serio e affidabile della corrispondenza privata per rassicurare il lettore sulla veridicità di quanto veniva riportato.

Opuscoli, broadsheets, ballate e pamphlet ampliavano il mercato verso le classi popolari. Il loro costo era contenuto e relativamente abbordabile per un gran numero di persone. Invece, per un certo tempo, il giornale ebbe una vita molto meno brillante: la concorrenza delle notizie manoscritte rimase forte e duratura. Occorse parecchio tempo prima che riuscissero a competere con la disposizione razionale degli eventi che si poteva trovare negli opuscoli: le notizie si accavallavano e non venivano fornite ai lettori le bussole per orientarsi nella lettura: nel parlare dell’arrivo a corte di una personalità, il fatto era raccontato in sè e per sè, nulla si sapeva su chi fosse costui e cosa fosse andato a fare di preciso

L’acquisto di opuscoli, broadsheets, avvisi, prezzari ecc. presupponeva un minimo di alfabetizzazione e di disponibilità economica. Lo sviluppo della stampa, certi aspetti della Riforma (dopo l’invenzione della stampa le indulgenze venivano vendute su moduli prestampai) e lo spostamento dei mercati e delle fiere più importanti dal Mediterraneo al Nord Europa indicano chiaramente la connessione tra economia e mercato delle notizie. Le classi popolari si informavano nei mercati cittadini, nelle taverne e nei dintorni del porto: in questi luoghi la cultura orale restò a lungo predominante. La borghesia, almeno nel caso dell’Inghilterra, trovava il proprio ambito di discussione nelle caffetterie (il thé sarebbe arrivato più tardi), luoghi di ritrovo a metà strada tra la ricreazione e lo svago e gli affari e ben fornite di bollettini, avvisi e giornali.

La formazione di un mercato editoriale è solo uno dei fenomeni che svelano l’intreccio tra economia e stampa. Una maggiore disponibilità di lettori creò la possibilità di veicolare pubblicità e incrementare gli introiti: abbonamenti e vendite, da soli, difficilmente consentivano agli stampatori di rimanere a galla. Da questo punto di vista i Paesi Bassi, con una nutrita concorrenza tra numerose testate, furono tra i più attivi (p. 234). Abbonamenti, vendite e pubblicità, ma anche sovvenzioni occulte. Fu questa la strada scelta dalla Francia e che per centocinquant’anni prima della Rivoluzione francese riuscì a impedire la formazione di un mercato veramente concorrenziale. La corte assoldò scrittori e poeti e finanziò un unico giornale autorizzato a trasmettere gli Avvisi.

La strategia di bloccare sul nascere la possibile proliferazione dei giornali ci dice qualcosa su un problema che si presentò ben presto. Un numero cospicuo di lettori implicava anche il formarsi dell’opinione pubblica. Era una faccenda i cui pericoli insiti un uomo intelligente come Palo Sarpi aveva ben presenti: i lettori si facevano idee proprie (p. 254, nota 67). Roma cercò di risolvere la questione con la creazione dell’Indice e con la censura, ma in generale Regnanti e potenti si trovarono di fronte al quesito: cosa pubblicare (o lasciare che venisse pubblicato) e cosa invece occultare?

Governanti e potenti godono di un vantaggio essenziale: hanno a disposizione una quantità di notizie molto superiore e qualitativamente più valide di quelle di cui dispongono i governati. In Inghilterra un paio di stampatori intelligenti mostrò chiaramente al governo quali fossero i vataggi di disporre di una stampa asservita(p. 245); naturalmente la questione poteva essere rovesciata per creare malcontento nella popolazione e fu ciò che il Parlamento, scontento, cercò di fare. Tranne nel caso in cui siano direttamente coinvolti, generalmente gli uomini d’affari detestano le guerre: le vie di comunicazione diventano difficili, l’arrivo di merci incerto, i prezzi oscillano ecc., ma per chi opera nel mondo dell’informazione le cose non stanno affatto così: la curiosità e la sete di notizie aumentano e gli affari possono andare a gonfie vele. Nell’Europa moderna, travagliata da conflitti intermittenti, si formò il giornalismo politico e si scoprì che non solo gli ingredienti da dover usare erano molti – censurare/pubblicizzare, rassicurare/spronare, blandire/minacciare ecc.) ma dovevano essere usati con sapienza.

I giornalisti – una professione per lungo tempo disprezzata – scoprirono ben presto il potere insito nella “libertà di stampa”. In Inghilterra un uomo spregiudicato e privo di scrupoli si faceva pagare profumatamente ricattando i politici di pubblicare notizie sconvenienti sul loro conto. Ma a consolidare la posizione dei giornalisti furono le rivoluzioni. In Francia la Rivoluzione fece letteralmente esplodere la produzione di opuscoli, pamphlet e giornali: diventare giornalisti in quel periodo poteva fruttare molto bene, ma era anche pericoloso: non pochi dei giornalisti-politici protagonisti della Rivoluzione ci rimisero la testa (nel vero senso della parola).

* * *

La periodizzazione del libro di Pettegree si chiude qui, con i primi vagiti della età contemporanea. L’A è stato capace di dipingere un quadro veramente affascinante e non di rado divertente: conventi, piazze, corti, taverne, porti, patiboli, mercati, cronaca nera, fenomeni strani, profezie, mercanti, locande… Pettegree ci guida con mano sicura nel turbolento e affascinante mondo dell’Europa dell’età moderna con un libro scritto con uno stile elegante, leggero e spumeggiante.

Se proprio vogliamo trovare dei limiti, allora potremmo dire due cose. La prima, che i tre assi portanti della narrazione – l’oralità, il manoscritto e la stampa – raramente “giocano” tra loro. Lungo la narrazione appaiono spesso come blocchi distinti e in qualche modo separati tra loro, mentre probabilmente le cose erano più complesse. Tutte e tre le forme di diffusione delle notizie coesistevano e probabilmente si intrecciavano e sovrapponevano. Forse una maggiore articolazione sarebbe stata necessaria anche all’interno di ogni blocco – una notizia udita come gossip può avere un effetto diverso dalla stessa notizia sentita da un gruppo di artisti di strada…

La seconda, che l’affermazione stessa di Pettegree secondo cui “è chiaro che molti cittadini, nonostante la proliferazione dei fogli di notizie liberamente venduti […] potevano liberamente trarre tutte le informazioni che volevano” (p. 427), non sempre era vera e stride un poco con il rilievo che la stampa viene ad assumere nel corso della trattazione.

Quelle che avanzo non sono nemmeno critiche, sono semplici osservazioni che potrebbero essere oggetto di un prossimo lavoro. Intanto godetevi questo libro davvero bello e intelligente il cui successo è meritato.