Recensione. Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza

Un classico della storiografia dell’alimentazione tra tavole imbandite, mercati, campi, boschi, città scorpacciate, bevute e paura della fame.

Fame e abbondanza, due facce della stessa medaglia? “Chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane”… siamo sempre lì: tavole imbandite con ogni ben di Dio (per pochi) da una una parte, piatti semi vuoti e di cibo povero (per i più) dall’altra.

Tra questi due poli – la fame e l’abbondanza – Montanari tiene conto di un’ampia gamma di fattori. La storia da lui scritta è molto più di una storia dell’alimentazione in Europa. È la storia di incontri/scontri tra culture diverse: la cucina mediterranea che ruota attorno al pane, all’olio e al vino che si scontra con quella dei barbari, che introducono carne – il maiale – lardo e strutto. Si apre uno scontro che ha nel cibo lo specchio dei propri valori. La carne si impone (forse sarebbe meglio dire si intreccia) come simbolo di popoli guerrieri: il consumo di carne, la voracità e l’appetito più che robusto dei re e dei capi dei barbari è simbolo di forza, audacia, abilità nel combattere: chi non si mostra gran mangiatore non è degno di comandare (lo imparò a sue spese il duca di Spoleto che non fu eletto re perché parco nel mangiare – p. 32). È anche il segno di un rapporto diretto tra capo e popolo e cioè di una società poco stratificata.

Il cibo però è una trasformazione: prima di finire in tavola è un prodotto che dev’essere coltivato, allevato, raccolto o cacciato. E allora la storia dell’alimentazione diventa storia economica, storia dell’evoluzione della produzione agricola, di mercati, di prezzi e dell’economia in generale. Montanari mostra con grande efficacia queste evoluzioni. Lo scontro cambia attori in campi coltivati e boschi. I primi si dilatano a scapito dei secondi quando si tratta di dover fronteggiare periodi più o meno lunghi di carestia; i secondi si restringono anche per quanto riguarda la possibilità di essere sfruttati dalla popolazione, dato che attraverso varie tappe finiscono nelle mani dei signori e delle città. Nei campi, con lentezza, mutano le coltivazioni: in tempi di carestia – e sono i più numerosi – le coltivazioni che danno più più resa si ampliano. Di solito sono cereali inferiori, i cui prodotti sono meno gustosi e nutrienti. Allora anche il pane si diversifica: pane bianco, pane “nero” (composto di mille ingredienti), pane per ricchi e benestanti e pane per i ceti popolari e per i poveri.

Signori e città: signori e contadini, città e campagna. Lo scenario si arricchisce di nuovi protagonisti. I primi arroccati entro le mura, timorosi delle pressioni dei secondi che nei periodi di crisi mirano ad entrarvi e ben decisi a difendere i propri privilegi; i secondi impegnati a cavarsela come possono a seconda delle congiunture e delle trasformazioni economiche: meglio dei cittadini in qualche caso, quando in tempo di carestia le città restano sguarnite di rifornimenti mentre nelle campagne qualcosa si racimola; peggio – quasi sempre molto peggio – quando nuove colture si affermano ma la produzione finisce nelle mani dei proprietari terrieri. Allora la loro dieta di restringe paurosamente: la carne sparisce dalle loro tavole e la dieta diventa monotona con mais, patate e pani “duri” impastati di cereali minori a dettare legge e riempire (ma non nutrire) stomaci affamati.

C’è anche il tempo dell’abbondanza che viene dopo le carestie: Quattrocento e prima metà del Cinquecento sono secoli di “abbondanza”. In un’Europa decimata dalle carestie e dalla peste per i superstiti prende l’avvio un lungo periodo di disponibilità di carne e di cibo in generale (non senza sprechi).

In quei secoli cambiano molte cose attorno al cibo. Se la società si stratifica, le dispute tra città e tra stati non vengono più risolte con l’uso immediato delle armi. La diplomazia riveste un ruolo importante. Anche il modo di presentare il cibo cambia. Attorno alla tavola nasce una scenografia che ha al centro la “rappresentazione” del cibo. Rappresentazione che diventa anche ostentazione. Il potere non si mostra più attraverso un appetito vorace, ma con la disponibilità di cibo. Le portate si moltiplicano per mostrare la possibilità di scegliere e quindi per marcare nettamente le distinzioni di classe.

Sulla scena fanno il loro ingresso nuovi gusti. Nel corso del medioevo era il costo proibitivo delle spezie a indicare la ricchezza di chi le ostentava. Ma le spezie imprimono sapori forti. Con l’età moderna comincia a prendere piede un gusto più tenue e delicato; il burro rende più dense e meno forti le salse. Vi sono anche nuovi sapori. Zucchero, cioccolata, caffè, thé soppiantano la concorrenza del miele, del vino e della birra.

Il loro arrivo indica mutamenti profondi nella sfera economica. Dietro al linguaggio religioso, nello scontro tra “Riforma” e “Controriforma” c’è una divisione continentale non soltanto geografica e religiosa, ma c’è il nascere e il progressivo irrobustirsi del capitalismo moderno: caffè e thé sono bevande eccitanti che stimolano la veglia mantenendo il cervello sveglio e pronto. Hanno la meglio sul vino e sulla birra che intorpidendo intralciano il lavoro e quindi la produzione. (Su questi temi vedi anche Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari).

Così come era capitato almeno in parte per le spezie anche queste sostanze erano appartenute al mondo della medicina. E i medici – assieme agli intellettuali – giocano un ruolo centrale nel “giustificare” scelte alimentari: accade per il mais e la patata (destinati a diventare per un lungo periodo consumo esclusivo di larghe fasce di popolazione) e per sottolineare differenze di classe tra gli stomaci delicati dei ricchi e quelli dei poveri, abituati ad alimenti più rozzi.

Storia dell’alimentazione come storia culturale dunque: idee e religione. Ancora una volta c’è uno scontro tra carne e pesce, tra giorni di “grasso” e giorni “di magro”. Montanari ci porta nei conventi e alla mensa degli uomini di Chiesa: il pesce, inizialmente separato e in opposizione alla carne, diventa a poco a poco accettabile come cibo per i giorni di “magro” e alla fine di un lungo, frastagliato percorso, si instaura una sorta di convivenza. L’astinenza dal consumo di carne ha una connotazione religiosa e, con l’Illuminismo, filosofica e culturale – almeno per ristrette élites.

Montanari ci segnala il dipanarsi di questi percorsi anche avvalendosi di numerosi ricettari e libri di cucina. Sono indicazioni preziose che ci aiutano a comprendere il fatto solo apparentemente scontato che la preparazione del cibo è lo specchio non solo dell’abilità di chi lo prepara, ma di epoche e contesti.

La fame e l’abbondanza è un libro “gustoso” che giustamente è diventato un classico nel suo genere. Buona lettura.

Recensione. Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari

Sale pepe e spezie

Espressioni tipo: “mettici il sale” o “ci starebbe bene un po’ di pepe” sono tra le più comuni. Ma nel medioevo non le avrebbero usate con la stessa facilità con la quale le usiamo noi. Oggi sale e pepe costano pochissimo; nel medioevo invece erano rari e in quanto tali, costosi. Il sale serviva a conservare la carne, il pepe (e altre spezie) era invece uno status symbol (e non – sostiene l’A – per rendere commestibile carne mal conservata o andata a male, come si ritiene talvolta). In tempi in cui i viaggi erano lunghi, costosi e incerti, disporre sulla propria tavola di sale e pepe in abbondanza era in Europa una faccenda che aveva a che fare col lusso e col potere (pp. 5-6). Disporre in abbondanza di spezie significava mostrare a tutti la possibilità di procurarsi prodotti di lusso. Non a caso le spezie venivano servite a parte (e usate su cibi e vini già abbondantemente speziati).

Lontananza, rarità, costi elevanti: soddisfare la richiesta di spezie significava per i trafficanti e i commercianti fare affari spesso rischiosi, ma molto vantaggiosi. A ciò contribuiva il fatto che la società cominciava a stratificarsi e la borghesia nascente oltre ad imitare la nobiltà era desiderosa di mostrare la posizione raggiunta e le ricchezze accumulate: le spezie erano la realizzazione di questi desideri. Nel commercio del pepe e delle spezie Venezia fu in prima fila e il periodo di massima floridezza della città coincide con quello di maggior consumo di pepe e di spezie.

Il sistema funzionò finché l’importare spezie dall’India e dalla Molucche divenne troppo costoso e quindi proibitivo anche per gli acquirenti europei che videro i prezzi di queste merci lievitare in modo esponenziale. Gli europei cominciarono a cambiare gusti e a ricercare nuovi sapori. C’è una correlazione tra il lievitare dei costi fino a livelli proibitivi e il cambiamento di gusto nella società? Certamente sì: quando un prodotto diventa troppo costoso la gente cerca una via d’uscita. La faccenda prese un corso imprevisto perché Colombo cercava le Indie e con le Indie cercava anche il pepe e le spezie, solo che finì per trovare l’America e con essa la cioccolata e il tabacco. Da questo punto di vista le spezie segnano il passaggio dal medioevo all’età moderna: il loro dominio durò secoli, dall’XI al XVII, e svolsero la funzione fondamentale di spingere un’Europa medievale ripiegata su sé stessa alla scoperta dei confini del mondo, ma poi le rotte commerciali si spostarono al nord Europa e si modificarono le rotte dei traffici e le merci.

Il caffè

Nuovi sapori. Ma anche nuove necessità. Caffè, tabacco e cioccolata ne sono un ottimo esempio. Che il caffè fosse parte integrante della cultura araba non stupisce: in una società fortemente votata all’astrazione come quella musulmana in quel periodo e nella quale è proibito l’alcol, il caffè rappresentava la bevanda ideale. Le cose non stavano così in Europa, dove vino e birra erano la base non solo del bere, ma anche del cibarsi, del mangiare. L’A. riporta ricette di zuppe di birra che venivano consumate a colazione (ne ho provata una ed è venuta un pastone immangiabile…). Il consumo di vino e birra nella Europa pre-industriale è qualcosa di difficilmente immaginabile oggi. Il fatto che fossero non solo bevande, ma anche alimento, spiega perché si cominciasse a bere fin da giovanissimi. Nel medioevo gran parte delle persone faceva lavori manuali e spesso all’aperto: vino e birra danno calorie, poi smaltite nel corso di un lavoro fisico faticoso. Questo aiuta a capire perché la gente bevesse moltissimo e le sbornie fossero una questione quasi quotidiana: le feste comandate erano moltissime (103 in Francia), a cui si aggiungevano altre occasioni di convivialità. In queste occasioni scattavano meccanismi sociali che in un certo senso sopravvivono ancora oggi in certe osterie: una volta che si iniziava a bere si innescavano regole non scritte in base alle quali non si smetteva finché tutti i convitati finivano sbronzi marci (rifiutarsi di bere era considerato un oltraggio, ritirarsi equivaleva a riconoscere la propria inferiorità ecc) . Vino e birra sono bevande sociali, perfette per socializzare ed essere consumate in gruppo.

Il caffè si inserisce in questo quadro dominato dal vino e dalla birra come bevanda anti-alcolica. Il caffè – si sosteneva e l’A riporta molti esempi – rende lucidi e, anzi, fa passare la sbornia (il che, da un punto di vista farmacologico, non è vero): non è un caso che il caffè venisse descritto come una sorta di panacea di tutti i mali.

Ma soprattutto, rimandando il sonno, il caffè dilata il tempo del lavoro. Ecco perché coloro che condannavano il bere appoggiavano e sostenevano il consumo di caffè. Dilatare il tempo del lavoro prima dell’elettricità significava accrescere la possibilità di lavorare di più a cerchie ristrette di persone, uomini che potevano svolgere il proprio lavoro a lume di candela, uomini, quindi, che facevano lavori di concetto, intellettuale. Mentre l’abuso di vino e di birra spengono la lucidità, il caffè l’accende. Il caffè quindi è una spia che indica trasformazioni più profonde a livello economico. Dietro al suo successo, così come a quello del thé ci sono la riforma protestante e l’etica del capitalismo. Non a caso il successo del caffè dipese dal diffondersi a Londra delle Coffeehouse. Le caffetterie erano luoghi di ritrovo per uomini d’affari, commercianti e giornalisti. I più intraprendenti tra i gestori (e Edward Lloyd fu il primo e tra i più lungimiranti tra questi, al punto che la compagnia di assicurazioni da lui fondata è ancora viva, vegeta e potente), fornivano alla clientela giornali, bollettini e notizie e, anzi, alcune di queste Coffeehouse divennero di fatto la redazione dei primi giornali. (Su questi aspetti si veda anche Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.) Non è un caso che il caffè venisse descritto come una sorta di panacea di tutti i mali.

Secondo l’A non è chiaro come mai a un certo punto il successo del caffè cominciò a declinare a favore dell’ascesa – poi definitiva – del thé. Schivelbusch avanza un’ipotesi di carattere economico: il thé era più caro del caffè in termini massimi, ma ne bastava meno per preparare l’infuso, cioè in definitiva risultava meno caro. Dato che anche il thè è un eccitante e ha proprietà molto simili a quelle del caffè, la sostituzione fu indolore (pp. 55-76).

Che l’economia svolga un ruolo decisivo nel fare la fortuna di un prodotto o meno è dimostrato dal caso tedesco. Frastagliata in decine di stati, staterelli, granducati ecc., per la Germania del tempo, priva di colonie e sostanzialmente al di fuori dai grandi flussi commerciali, procurarsi caffè costava moltissimo. Questo affare in perdita fece la fortuna del surrogato di cicoria, dal colore simile al caffè, ma di gusto diverso e più rozzo, che però si impose a livello sociale proprio in virtù del fatto che costava molto meno (pp. 76 ssgg.).

La cioccolata

Se il caffè e il thé sono le bevande della borghesia protestante in ascesa, la cioccolata è la bevanda dell’aristocrazia nei paesi cattolici. Caffè e cioccolata rispecchiano e rimandano le due indoli opposte delle religioni rivali: dinamica la prima, conservatrice e più pigra la seconda. Mentre nell’uomo d’affari protestante il caffè va a sostituire la zuppa di birra e attiva la giornata lavorativa, l’aristocrazia consuma la cioccolata nel dolce tepore delle coperte, a letto, con calma, avendo di fronte a sé una giornata da riempire senza aver nulla da fare. E ancora: il caffè è bevanda intellettuale, che anzi spegne gli ardori carnali (al punto che alcune donne londinesi protestarono per iscritto su questo presunto effetto collaterale), la cioccolata è bevanda sensuale, che prepara e agevola agli incontri amorosi.

La devastazione sociale provocata dal gin

Dedicare più tempo al lavoro significa averne meno per sé. È esattamente quello che accade con l’irrompere sulla scena dell’acquavite (e per certi aspetti dell’oppio). L’acquavite passò dal bancone del farmacista o dall’armadietto del medico al bancone dell’oste proprio a seguito della Rivoluzione industriale: strappati alle loro terre con le “recinzioni” (cioè vere e proprie espropriazioni) e richiusi nelle fabbriche i contadini persero le loro tradizioni e le loro abitudini e, per così dire, il senso dell’orientamento. Il loro mondo lavorativo basato sul ritmo delle stagioni andò in frantumi stritolato dai ritmi forsennati e spietati della fabbrica. Anche la birra e il vino non servivano più: quella gente aveva bisogno di qualcosa che gli facesse dimenticare la propria sorte almeno per qualche ora, ma ci voleva troppo tempo per ubriacarsi con quelle bevande. L’acquavite risolse il problema. Il gin costava poco e aveva una gradazione dieci volte superiore a quella della birra. Non andava sorseggiato, ma ingollato, l’invenzione del bancone accelerò ancor di più il processo perché permetteva di servire un’enorme quantità di persone. Ubriacarsi, risultato spaventoso dell’alienazione del lavoro, rimase un fatto collettivo (il sabato, giorno di paga gli operai si ubriacavano), ma divenne anche una questione personale, solitaria.

Il dilagare del gin fu una tragedia sociale (chi non aveva soldi a sufficienza per bere andava in farmacia a comprare pillole d’oppio confezionate apposta – si vedano le citazioni a p. 228) che metteva in imbarazzo riformatori sociali e socialisti. I dirigenti socialisti sapevano perfettamente che erano le osterie i centri di ritrovo – e anche di elaborazione politica – del proletariato – d’altra parte non potevano non condannare l’alcolismo.

Bevute di nebbia: il tabacco

Il minor tempo per sé è registrabile anche osservando l’evoluzione del fumo. Per fumare la pipa occorreva – e occorre – un piccolo arsfenale e un certo lasso di tempo per preparala; il sigaro accorcia di molto la procedura; la sigaretta, infine, la annulla. Pipa, sigaro e sigaretta dicono già qualcosa sull’indole e sull’occupazione del fumatore: chi fuma la pipa ha tempo a disposizione, e pertanto non era certo un operaio di fabbrica con orari infiniti; il sigaro fu fumato a lungo dai lavoratori, ma poi divenne uno status del capitalista, soppiantato dalla sigaretta tra i lavoratori manuali i quali potevano avere “il tempo di una sigaretta” (cinque-sette minuti), ma non quello per un sigaro.

Il fumare investe anche altre questioni: donne colte ed emancipate fumavano per affermare un diritto – conquistato col tempo per le sigarette, ma non per il sigaro o la pipa – e furono coinvolte nei messaggi subliminali della pubblicità, cui la sigaretta (o il pacchetto) rimandano. Ancora prima la moda e lo status avevano fatto la fortuna degli artigiani che producevano porta-tabacco per i fiutatori di tabacco, una moda aristocratica poi diffusasi in altre classi: le più preziose costavano una follia e chi poteva permetterselo le abbinava al vestiario.

Paradisi artificiali: haschish e oppio

Nel libro ci sono altri capitoli interessanti: quello dedicato ai locali, notevole e acuto, ha un carattere più sociologico che storico; un altro dedicato al rituale ha un taglio antropologico-sociologico, mentre molto stimolante per lo storico è quello dedicato ai “paradisi artificiali” nell’Ottocento. Qui si spiega perché l’uso di droghe come l’hascish e l’oppio furono sostanzialmente fenomeni marginali nella società europea. Semplicemente i loro effetti non collimano con i ritmi imposti dalla società capitalistica. Entrambi sono dei calmanti, rilassano, rallentano. Il capitalismo tende invece a “rubarci” tempo e a imporre ritmi frenetici. Le frange di coloro che facevano uso di queste sostanze, per tutto il XIX secolo acquistabili liberamente, erano formate da gente che rifiutava le leggi economico-sociali della società e si poneva ai suoi margini.

Oggi il consumo di droghe leggere si è ampliato e non è da escludere che arriverà il tempo in cui anche queste saranno socialmente accettate perché, come dice l’A., “ogni tipo di società i generi voluttuari e le sostanze inebrianti di cui ha bisogno e che è in grado di sopportare” (p. 223).

Conclusioni

La lettura di questo libro è davvero piacevole e spesso divertente. C’è molto altro dentro a questo testo – tra l’altro ricco di immagini che non hanno un semplice compito coreografico. (Per chi voglia approfondire, per la Francia può esplorare L’histoire par l’image. Un sito per lo studio della storia attraverso le immagini per Londra, Collage. Londra attraverso le immagini). Questa Storia dei generi voluttuari ci fa capire molte cose ed è un ottimo esempio di cosa la storia ci possa dire e far capire studiando aspetti che, come i generi voluttuari appunto, di solito consideriamo secondari.

Chiude il libro una bella intervista. C’è una bibliografia ma purtroppo mancano le indicazioni per le citazioni. Peccato.