Recensione. Pasquale Palmieri: L’eroe criminale

Napoli, primi anni Sessanta del Settecento. La città è alle prese con una terribile carestia: torme di affamati provenienti dalle campagne circostanti inondano la città in cerca di una qualche forma di aiuto; le scorte alimentari sono al limite. Uno scenario gravido di tumulti, delinquenza comune e disordini che preoccupa il governo e le élites cittadine. Ma a tenere banco in città, a correre sulla bocca di tutti, è la vicenda di Leopoldo di San Pasquale, un frate agostiniano, personaggio torbido per alcuni – su di lui pendono accuse pesanti: scandali sessuali, truffa e altri reati – o in odore di santità e vittima di raggiri e ingiustizie per altri.

La vicenda era piuttosto inusuale, ma non poi così infrequente. Gli archivi sono pieni di processi che riguardano religiosi. Tuttavia il processo al frate agostiniano divenne un problema per le autorità religiose e civili e si trasformò in un caso giudiziario. Perché?

Tra Stato e Chiesa

A catalizzare l’interesse di un vasto pubblico eterogeno sulla vicenda di Leopoldo di San Pasquale concorsero un insieme di fattori. Il primo riguardava la contesa tra Stato e Chiesa sull’esercizio della giustizia. A chi spettava la pertinenza del caso? A Roma e al potere ecclesiastico o a quello civile? Il caso del frate si inseriva nel bel mezzo di una lotta tra i due poteri che aveva uno scenario ben più ampio di quello napoletano. In questo scontro un evento importante – e decisivo per la vicenda del frate – fu l’introduzione di regole precise e definite da parte di Carlo Borbone nel 1746 “decise a proibire ai vescovi l’adozione di procedure inquisitoriali” (p. 11).

Ma proprio questa era una delle accuse avanzate dagli avvocati difensori del frate. Il religioso era stato sottoposto ad un trattamento disumano: gettato in una “fossa”, tenuto in vita solo grazie alla somministrazione di acqua ma senza cibo, sporco, lacero e circondato da insetti.

I detrattori, invece, non solo ridimensionarono la durezza della punizione inferta al frate, ma spostarono l’attenzione sulla sua condotta immorale al punto che si era procurato un “tincone” (la sifilide), ingrato ma eloquente frutto di amplessi con più di una donna.

Naturalmente dietro alle due posizioni erano schierate le fazioni contrapposte, l’una a favore del cambiamento e l’altra propensa al mantenimento dello status quo.

Ma a rendere eclatante la vicenda del frate non furono gli scontri – e i patteggiamenti – esercitati dietro alle quinte. Le gesta del frate furono oggetto di molte pubblicazioni, prodotte da una parte e dall’altra: opuscoli e pamphlets di carattere giuridico e divulgativo.

In pasto al pubblico

Sta qui, nell’allargarsi e nel coinvolgere la sfera pubblica il fulcro della vicenda e del libro di Palmieri. La Napoli del XVIII secolo era un centro editoriale importante, con una cinquantina tra stampatori, tipografi, librai (i librai spesso erano anche stampatori) attivi. Ciò significa che Napoli era un mercato librario rilevante, ma accanto alla produzione per così dire ufficiale (non sempre in regola con gli imprimatur e la pur farraginosa legislazione dell’epoca in materia) circolavano abbondantemente manoscritti, gazzette, fogli volanti, ballate, opere teatrali ecc., tutta una serie di produzioni dalla vita breve, estemporanea, consumata per diletto o curiosità e subito “sorpassata” da altre novità (su questi temi vedi anche Giorgio Caravale, Libri pericolosi).

Nello specifico, ciò che accadeva nelle aule dei tribunali debordava al di fuori e i processi divenivano occasione di discussioni, commenti e dicerie di un pubblico eterogeneo: piazze, botteghe, salotti, cortili, fiere, le notizie viaggiavano ed era difficile tenerle sotto controllo (p. 55) (Sulla diffusione delle notizie, in generale, vedi Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Giudici e avvocati erano consapevoli al punto dell’importanza di quanto accadeva al di fuori dai tribunali che infarcivano le loro arringhe e i loro resoconti di spunti e strategie comunicative prese spesso di peso da romanzi e opere di vario genere: la destrezza oratoria, da sola, non era sufficiente per convincere. Per essere realmente efficace su entrambi i fronti – verso i giudici e verso il pubblico – doveva trasformarsi in una prosa capace di destare emozioni, di colpire addetti ai lavori e spettatori. Da un lato, “l’apertura dei processi al dibattito pubblico era [per loro] un’opportunità”, anche se non priva di pericoli (pp. 67, 80 ssgg. La citazione è a p. 65); dall’altro essi “non si accontentavano di costruirsi una solida reputazione all’interno del foro, ma cercavano di arrivare ad un uditorio molto più ampio, trasformando le loro arringhe in comizi” (p. 59).

Dunque, molto spesso, le argomentazioni degli avvocati non erano affatto asettiche concatenazioni logiche di argomenti e spiegazioni: “i legali cercavano di rintracciare nei documenti della controparte espedienti usati da scrittori famosi: smascherarli poteva rivelarsi decisivo in tribunale” (p. 52).

Ciò significa – e i molti scritti riguardanti il frate lo provano – che, in una certa misura, anche le memorie difensive o della accusa si trasformavano in opere per certi aspetti o in alcune parti trasfigurate, ingigantite o rimpicciolite, romanzate e diventavano una sorta di (sotto)genere letterario.

Detail van een gezicht op Napels in vogelvluchtperspectief – 1629 – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain. https://www.europeana.eu/it/item/90402/RP_P_1949_422D
Opinione pubblica?

Siamo di fronte al formarsi di quella che poi sarebbe stata chiamata “opinione pubblica”? In parte sicuramente sì. Lo prova la grande attenzione delle autorità sulla produzione libraria, “giornalistica” e teatrale esercitata da un lato attraverso forme di censura più o meno dure, dall’altro tentando di promuovere la diffusione di opere appositamente calibrate sulle classi popolari con contenuti pedagogici (vedi pp. 54 ssg). (Sulla censura, in generale, vedi anche Robert Darnton, I censori all’opera).

D’altra parte Palmieri stima un livello di alfabetizzazione abbastanza alto (circa il 40% quella maschile nelle città della penisola, un dato che per un ottocentista come il sottoscritto risulta sorprendente e interessante, dato che l’Inchiesta Agraria Jacini, pubblicata negli anni Ottanta del XIX secolo riferisce cifre più basse) cosa che annullerebbe, almeno in parte, gli steccati tra cultura alta e cultura bassa consentendo una circolazione di opere e di testi molto più ampia e frequente. Terreno spinoso dato che (a mio parere) l’ingresso effettivo, consapevolmente partecipe alle vicende della cosa pubblica, delle masse popolari nella storia avviene con (e in Italia dopo) la Rivoluzione francese – l’A. ne è perfettamente consapevole e si muove con cautela – che però aiuta a comprendere non solo la circolazione e il successo di opere famose, talvolta riscritte o riadattate all’uso di un pubblico popolare, ma anche di filoni editoriali come erano in Francia le causes célèbres.

In altre parole – e sicuramente da parte mia forzando un poco – Palmieri ci mostra interazioni tra classi sociali, cultura e istituzioni più trasversali, orizzontali che verticali. La prospettiva è estremamente interessante non solo perché il connubio stampa-riforme amplia enormemente il mercato librario e culturale ma innesca gli inizi di un nuovo rapporto tra potere e governati.

Le varie tappe del processo – conclusosi con la rimessa in libertà del frate e col suo ritiro in convento -, le memorie delle parti in causa e altre prese in esame dall’A. mostrano al pubblico i malfunzionamenti, le criticità, le falle della macchina della della giustizia di antico regime. Non a caso le opere in cui i soggetti criminali alla fine non si redimono ammonendo il lettore a non seguire il loro esempio, vengono messe al bando e i loro autori condannati a qualche pena.

In secondo luogo lo scontro tra potere religioso e potere civile vede il primo indietreggiare di fronte al progredire del secondo: i metodi inquisitoriali vengono criticati e poi banditi, la segretezza delle prove decade. Sono fenomeni che trasformano anche le figure stesse dei criminali i quali possono diventare vittime di una giustizia mal funzionante e iniqua e che, in ogni caso, introducono sfumature nella dicotomia bene/male.

Conclusioni

Fare microstoria – e con L’eroe criminale. Giustizia, politica e comunicazione nel XVIII secolo Pasquale Palmieri ci porta dentro ad un processo – è forse più difficile che fare qualsiasi altro genere di storia. La microstoria ha senso e valore soltanto nella misura in cui viene connessa e fatta interagire con la grande storia. In questo Palmieri dimostra una competenza e una capacità di prim’ordine. Collega il processo alla vita economico-politica del Regno e il Regno al quadro geopolitico europeo. Inserisce il processo all’eroe criminale nei filoni letterari dell’epoca e li scompone e li ricompone per mostrare al lettore scarti, mutamenti e passaggi. Usa e integra le molti fonti d’archivio a una letteratura amplissima, italiana, anglosassone e francese.

Personalmente ritengo che fare storia sia sempre interpretare come e perché i fatti si collegano tra loro, e in questo Palmieri è inappuntabile: spesso interviene proprio per spiegare al lettore il proprio metodo di indagine e di studio. Avrebbe potuto anche diluire le sue interpretazioni in una narrazione più ampia, più descrittiva. Non è una critica, ma un’osservazione dettata anche dalla sua capacità di muoversi tra più livelli e una facilità di scrittura ammirevole.

Infine, brevemente, va da sé che l’A. si interroga sui problemi del presente. In questo senso il suo libro offre spunti interessanti per seguire le metamorfosi di una comunicazione che va divenendo sempre più diretta tra coloro che governano e i governati, spesso saltando i canali di intermediazione. E da questo punto di vista l’eroe criminale ha molto da dire.

Buona lettura.

 

Recensione. Daniel Roche: Il popolo di Parigi

A più di duecento anni di distanza il perché sia scoppiata la Rivoluzione francese resta ancora un mistero. Anche volendo tener conto delle molte concause che, a un certo punto, intrecciandosi hanno dato vita a una miscela esplosiva che poi ha fatto divampare l’incendio, gli storici continuano a interrogarsi. (A conclusioni simili giunge anche Jeremy D. Popkin: Un nuovo mondo inizia). Con Il popolo di Parigi. Cultura popolare e civiltà materiale alla vigilia della Rivoluzione, Daniel Roche non si occupa della popolazione parigina durante la Rivoluzione, ma prende in esame l’intero XVIII secolo.

Il libro è un vagabondare lungo un secolo in una città enorme e in continua espansione come Parigi. Già l’idea, di per sé, non può non attirare il lettore tanto più se l’invito viene da uno storico originale come Daniel Roche.

Che cos’è il popolo?

Popolo è una definizione vaga e incerta: comprende tutto e definisce poco. Popolo può essere il barbone come il rigattiere, il barbiere come il facchino, il piccolo commerciante come la prostituta, la sarta come il macellaio o il fornaio… (senza dire che già all’epoca a Parigi c’erano molti stranieri). Tutti questi soggetti o gruppi sociali possono avere atteggiamenti, reazioni, mentalità, aspirazioni o timori anche molto diversi tra loro. Come tenerli assieme, cos’è, se c’è, che li lega, che li rende un corpo in qualche modo unico?

Scotin, Jean-Baptiste (1678-17..). Graveur, [Illustrations de Description de Paris], 1742. Fonte: Gallica

Gli storici hanno bisogno di definire, sono costretti a fare dei “tagli”, delle distinzioni. Daniel Roche ha scelto di definire il corpo sociale che intende studiare escludendo verso il basso il fitto sottobosco dei marginali e dei piccoli criminali e verso l’alto dalla media borghesia in su. Entro questi limiti si colloca il grosso della popolazione parigina: 3/400 mila persone a inizio Settecento, 350/450 mila alla vigilia della Rivoluzione su una popolazione complessiva di stimata sui 6/700 mila abitanti. È senza dubbio una fetta di popolazione notevole, ma resta pur sempre una decisione arbitraria. Già al momento della pubblicazione del libro (Il popolo di Parigi è apparso circa quarant’anni fa), Foucault aveva dimostrato che il confine tra legalità e illegalità era molto labile e veniva attraversato frequentemente dalle classi popolari. Roche lo sa perfettamente (p. 76), ma queste figure entrano in modo sporadico nel libro.

Nella scala sociale, verso il vertice, il confine tracciato da Roche è rappresentato dai domestici, una parte non trascurabile della popolazione parigina: sono circa 40.000 le persone che vivevano di questo mestiere nella capitale francese. L’A. decide di focalizzarsi su di loro benché sia una professione spesso transitoria, perché i domestici assorbono le influenze delle classi superiori e, contemporaneamente, a loro volta, sono portatori di abitudini e mentalità delle classi popolari.

Desrais, Claude-Louis (1746-1816). Dessinateur, [Petits métiers et cris de Paris]. D décroteur, a la marotte. E Encre pour écrire, encre double et luisante. F fanchon la vielleuse. G gateaux de Nanterre, gateaux fins. H habits vieilles bottes a vendre. J jardinier. Fonte: Gallica

In realtà si ha l’impressione che, prendendo in esame soprattutto i ceti salariati, l’A. tenti di delineare i contorni di una classe operaia che però, all’epoca, non esisteva o comunque aveva caratteri pre-moderni e piuttosto vaghi. Roche è comunque molto lontano da Marx. In ambito storiografico le sue guide sono piuttosto Jaurés, Michelet e Braudel mentre tra gli autori coevi la sua predilezione va a Mercier e Retiff de la Bretonne: entrambi sono autori di opere che non hanno – né potrebbero avere – valore storiografico; Roche le utilizza come il bastone nelle mani del rabdomante. Mercier è autore di una opera monumentale su Parigi; Retiff scrive sul popolo con l’occhio dell’alta società. Ne deriva un incrocio che se pure necessita di molti accorgimenti, nelle mani di uno storico esperto e navigato come Roche diventa una leva capace di far sbalzare agli occhi del lettore l’impressione viva di una città in perenne fermento: “tra il popolo caldo della storia militante e il popolo freddo di una storia troppo ragionata, bisogna tentare di ritrovare l’identità specifica di una classe nel suo costituirsi” (p. 50).

Tra questi due estremi, ricchi e poveri, indigenti e arricchiti, popolo e marmaglia convivono, si mescolano, si contaminano. Nel corso del secolo Parigi cresce molto più per l’immigrazione che per le nascite: la città è una calamita che attira gente in cerca di occupazione e di occasioni. Tuttavia, lo sguardo sul lungo periodo – tutto il XVIII secolo – consente a Roche di certificare l’impoverimento delle classi popolari: circa i 2/3 dei salariati sono diventati più poveri: non riescono a vivere senza qualche forma di sussidio o senza entrate supplementari.

Lequeu, Jean-Jacques (1757-1826). Dessinateur, Coupe longitudinale d’une maison de plaisance: le temple du Silence, 1788. Fonte: Gallica
Descrizioni

Non stupisce quindi che gli alloggi dei ceti più poveri siano troppo ristretti, inadeguati e freddi: proteggersi dal freddo è ancora una priorità, anche se il grande problema e, insieme, l’elemento che certifica le difficoltà in cui si dibattono i ceti più umili è la promiscuità delle famiglie numerose in una o due stanze: “l’intimità è innanzitutto rifugio per la sessualità” (p. 215); per il resto il privato è quasi inesistente. Il letto diventa accessibile a quasi tutti, ma i domestici che hanno trovato un’occupazione duratura possono permettersi di spendere per quest’oggetto il triplo di quanto fanno famiglie con occupazioni saltuarie (che spesso, al momento di pagare l’affitto, se la squagliano alla chetichella nottetempo).

La descrizione minuziosa degli oggetti – tende, specchi, brocche, ceramiche, stoviglie, orologi, carte da parati ecc. – diventano nelle mani di Roche sia oggetti la cui presenza o assenza certificano in qualche modo l’appartenenza a un gruppo sociale, sia rimandi a contesti e situazioni più generali. Lo si vede, per esempio, nelle pagine in cui si occupa del vestiario. “Nel XVIII secolo” scrive Roche, “gli strati popolari di Parigi conoscono una rivoluzione che coinvolge il loro abbigliamento” (p. 263): i tessuti di lana, un tempo predominanti, hanno perduto il loro primato a favore di tessuti più leggeri come le indiane e il cotone. Tessuti economici e più comodi, ma anche più colorati, più sgargianti, più sensuali. Un tempo sfoggiare abiti colorati e appariscenti era un modo per segnalare l’elevatezza dello status sociale. Ora il fatto che i ceti popolari se ne siano in qualche modo appropriati può indicare una “discesa” dall’alto dei gusti. Ma forse è eccessivo sostenere che le classi popolari risentono e copiano “i dettami stilistici che cadono dalle classi superiori” (p. 263). Può essere, anzi l’A. lo documenta per i domestici i quali, dopo averli riadattati al loro rango, riadattano i vestiti dismessi dei loro padroni (p. 251). Ma riguardo al resto della popolazione bisognerebbe verificare il vasto campo del riciclo, del mercato nero, delle donazioni di beneficenza.

Bosch, Pieter van denPays-Bas, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 1842 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010062121 – https://collections.louvre.fr/CGU

Senza dubbio l’idea di studiare il modo di vestire popolare partendo dagli sventurati che sono caduti o si sono gettati nella Senna è a suo modo geniale perché consente di “vedere” i vestiti indossati ogni giorno, ma ci sono dinamiche, scambi, abitudini che lasciano tracce minime che non consentono di seguire percorsi, o non ne lasciano affatto: vale per i pantaloni – sorprendentemente poco usati – o per i vestiti di lino o per gli abiti dei bambini (p. 219) : senza dubbio circolavano, ma semplicemente gli inventari non dicono nulla sulle dinamiche degli scambi. Ritenere la stima del 10/15% del reddito per le spese del guardaroba può essere interpretato come prova di una maggiore disponibilità finanziaria (p. 247), ma potrebbe anche essere indizio di un rialzo dei prezzi o essere dovuto alla diversa e più facile e frequente deperebilità del cotone rispetto alla lana. Così come forse è eccessivo sostenere che “per la prima volta nella storia viene sperimentato con l’abbigliamento popolare un sistema di consumo di massa che […] fa posto al superfluo” (p. 264).

Le persone si mescolano

In linea generale concedersi il superfluo significa aver prima appagato le necessità, il che sarebbe in contrasto con altre affermazioni nel libro a testimonianza di un impoverimento lungo il secolo. Ma Roche, in questo non ha torto: si può far sfoggio di qualcosa di superfluo anche se si è in stato di necessità: ad esempio, poco prima della popolazione tre domestici su cinque e un salariato su tre aveva un orologio (p. 303).

La gran parte della popolazione parigina sa leggere e scrivere, ma legge relativamente poco o, almeno, sono pochi quelli che possiedono libri (p. 286). Ma mano che ci si inoltra nel secolo Parigi diventa una città che deve essere “letta”: insegne e vie, piazze e manifesti fermate di posta e osterie (pp. 305-313).

Roche ci svela abitudini in auge fino a non molto tempo fa ma oggi quasi scomparse: le classi popolari vivevano in buona parte a credito: monte dei pegni, piccoli prestiti, pasti a credito. L’abitudine di consumare per poi pagare in seguito era estremamente diffusa. C’è anche, e l’A. fa bene a segnalarla, “un’economia della donazione che non entrerà mai nelle statistiche storiche” (p. 359) che ha come punti di riferimento relazioni famigliari, amicali, di vicinato o anche occasionali.

Le pagine dedicate alla convivialità imperniata sulle osterie sono splendide: osterie e taverne sono un “crocevia tra il mondo stabile della città […] e quello erratico della mobilità” (p. 356): si vende di tutto e di tutto si compra; si cerca e si trova lavoro; si discute di politica e ci si organizza; si discute, esaltati dal vino che scorre abbondante, di donne e di cose di bassa lega, si litiga e si arriva a zuffe generali; ci si riempie lo stomaco per pochi soldi – e a volte si mangia anche bene -; ci si informa, si scambiano notizie (sulla circolazione delle notizie, si veda: Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi). C’è una dimensione corale che al lettore di oggi può sfuggire: le osterie sono sempre frequentate, dall’apertura alla chiusura, con il pienone a pranzo e cena.

Demachy, Pierre-AntoineFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, DL 1989 3 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010061238 – https://collections.louvre.fr/CGU
Conclusioni

Non c’è contraddizione tra l’impoverimento degli anni che precedono la Rivoluzione e l’effervescenza e il pullulare dei ritrovi: “il vivere alla giornata fa parte della cultura popolare” (p. 360). Nel far rivivere il popolo che abita la capitale, Roche si affida soprattutto a quelli che definisce “archivi dormienti”, i testamenti, gli inventari, i lasciti (pp. 77 ssgg.) e i documenti di polizia. Il risultato è un libro ricchissimo di percorsi e di intrecci e in molte sue parti riuscito egregiamente. Così, ad esempio, “il mobilio popolare consente ad un tempo di comprendere la riorganizzazione dello spazio domestico” (p. 203) mentre la sostituzione di utensili con altri, spesso più comodi e funzionali o più ridotti o efficienti, indica mutamenti nella mentalità (p. 193). Spesso sono scarti minimi, quasi impercettibili nell’immediato i cui effetti diventano palesi solo sul lungo periodo: vale per il ricambio degli utensili della cucina (stufe incluse) come per le calzature.

Dopo aver condotto uno studio per alcuni aspetti accuratissimo, le conclusioni dell’A. non sono nette e ben delineate. Anche se l’A. si tiene alla larga dall’ossessione di molti storici sulle origini della Rivoluzione, quel fantasma inevitabilmente aleggia in tutta l’opera. Ma probabilmente ha ragione Roche nel giungere a conclusioni elastiche; non sceglie tra una Rivoluzione figlia della miseria o di una maggiore prosperità – anche se in conclusione del libro propende più per questa ipotesi. Ciò che ha tentato di fare in questo libro è dimostrare l’obliquità e l’ambivalenza della storia, il suo essere in parte sfuggente e per certi aspetti inafferrabile.

Scritto quarant’anni fa, Il popolo di Parigi risente anche del modo di allora di scrivere la storia. Roche ha una scrittura molto densa, ma anche molto viva e spesso ammaliante. Ci ha regalato un libro piacevole e prezioso.

Buona lettura.

Recensione. Attilio Brilli: Il grande racconto delle città italiane

Comprendere perché gli stranieri si innamorano dell’Italia non è difficile: il clima benevolo, la cucina, la varietà dei paesaggi, l’infinito patrimonio architettonico e artistico… L’Italia trasuda storia in ogni angolo e per un viaggiatore colto e appassionato di archeologia, arte e storia è quanto di più prossimo al paradiso terrestre.

Non è un caso che sia proprio questo il taglio narrativo scelto da Brilli per accompagnarci in questo Grande racconto delle città italiane: un viaggio che si snoda per tutta la penisola, con ventinove tappe, ventinove città viste con gli occhi di viaggiatori e artisti, collezionisti d’arte e pittori, storici e musicisti, poeti e scrittori dal ‘600 al ‘900 inoltrato. Moltissimi occhi, moltissimi sguardi; una selva di osservazioni argute, di racconti appassionati e di descrizioni mirabili; così come tanti sono anche i pregiudizi e molta la retorica che si sono posati sulle nostre città.

Gli infiniti volti delle città

Le città cambiano, si trasformano, mutano e, come annotava con qualche rammarico Baudelaire, lo fanno più in fretta “del cuore degli uomini”. Non tutte le trasformazioni però balzano all’occhio. Vi sono città che cambiano rimanendo apparentemente sé stesse: è il caso di Torino, la “porta d’Italia”, città ordinata, regolare, con un qualcosa di austero e militaresco dove perfino la stratificazione sociale dei ceti non si connota per la suddivisione dei quartieri ma avviene in verticale, “dal piano nobile ai tetti” dei palazzi (p. 38), mescolando ricchezze e sventure e confondendo il visitatore. Vi è però una “Torino vecchia”, popolana, angusta, tetra, che a De Amicis pare sotterranea; un pezzo di città che spetta al viaggiatore cercare e scoprire, immersa com’è in una città che pur avendo perduto presto la centralità nella vita del Paese e con essa il suo massimo fulgore – innegabile anche se non sfavillante e sfarzoso -, mantiene la sua fisionomia anche con l’espandersi di nuovi quartieri e all’attività di speculatori e costruttori.

Anche Palermo desta sensazioni simili. Soprattutto ai viaggiatori settecenteschi pare una città simmetrica, con una struttura geometrica precisa, nitida, una sorta di grande scacchiera in cui è facile orientarsi. Ma sono sufficienti pochi decenni perché questa organicità si incrini e il visitatore scopra la complessità disorientante, labirintica e inclusiva dei sovraffollati quartieri popolari. Anche le sue bellezze, come la Cappella Palatina, riservano la stessa sorpresa: “racchiude un interno secentesco con un interno medievale”, annota un visitatore; un monumento che incarna gli incroci della Storia, in questo caso dell’Oriente e dell’Europa (pp. 261-62).

Perfino Milano, cuore pulsante dell’economia e perciò città moderna, europea, febbrile, mantiene zone nascoste, velate, mimetizzate nel vortice perpetuo delle attività; una Milano sorprendentemente “reticente, riservata” (p. 58), che può essere scovata e goduta nella parte vecchia della città, nonostante la sua espansione, i suoi traffici, gli ammodernamenti, il suo guardare all’Europa e al mondo.

A Perugia è perfino possibile scendere o salire lungo la Storia, dai quartieri più alti, giù giù fino ai vicoli della città medievale o, facendo il percorso inverno, dalle profondità del Medioevo alla modernità (vedi le osservazioni di un viaggiatore americano a p. 361).

Albert Rosengarten, Palazzo dei Priori mit der Piazza del Municipio in Perugia, 1841, Amburgo, Kunshalle

Un altro americano, Mark Twain, resta affascinato dagli altissimi palazzi di Napoli: guardando dalle strade chi abita lassù sembra di osservare tanti uccellini nei loro nidi, tanto le persone sono piccole, a un passo dalle nuvole. E quei palazzi poggiano su città di epoche precedenti: c’è – in molti ne hanno parlato e Brilli riporta alcune testimonianze – una Napoli sotterranea.

E cosa dire di Venezia, una città che muta col passare delle stagioni e perfino capace di cambiare i suoi colori più volte al giorno a seconda della luce e del suo riflesso sulle sue acque così particolari? O di Genova, la “superba” come viene definita per la bellezza dei suoi palazzi; superba ma non altezzosa, abituata com’è al rimescolamento continuo di merci e persone e ben disposta a giocare col visitatore che ha avuto la pazienza di frequentarla e si è concesso il tempo sufficiente per scoprirla offrendogli scorciatoie, tunnel, passaggi nel groviglio sconnesso dei suoi vicoli e che raccordano piazze e luoghi accorciando i tempi per raggiungerli?

Ma se Genova è disposta a punzecchiare il visitatore nel suo continuo schernirsi e svelarsi, mostrarsi a pezzi e strati in un saliscendi itinerante, Venezia è città tanto fascinosa quanto pericolosa. Gustave Moreau sapeva bene cosa faceva quando dipinse Venise:

Gustave Moreau, Venise, 1885, Musée Gustave Moreau
Città per vedere

Le città attirano per essere visitate e scoperte, ma i viaggiatori più esperti e più colti le sfruttano anche per ciò che consentono di far vedere. Uscire di pochi chilometri da Verona significa poter ammirare un panorama mozzafiato che si stende fino a Mantova, agli Appennini a ridosso di Parma, ai colli Euganei, Padova, Venezia o l’Adige a seconda di dove si giri lo sguardo. Ecco allora aprirsi al visitatore colto un panorama traboccante di storia, letteratura e arte (vedi quanto scrive Ruskin a p. 285). Lo stesso accade a Perugia – divenuta tappa del Gran Tour a partire dalla seconda metà del ‘700 – anche se qui sono la natura incredibilmente ricca e rigogliosa che la circondano e le meravigliose vedute ad attrarre pittori inglesi e soprattutto tedeschi a bizzeffe. Per certi aspetti, e con tutt’altro panorama, accade lo stesso al viaggiatore che da Palermo osservi la Sicilia: scoprirà non tanto la Grecia o la storia romana, come ci si potrebbe attendere – osserva Renan – ma – a testimonianza della straordinaria contaminazione storica dell’isola – l’Africa.

Può accadere anche l’opposto, e cioè che sia il panorama a valorizzare la città. È il caso di Orvieto: la cittadina gode di una “incomparabile posizione che nessuna trasformazione urbana può sottrarle” (p. 446). Ne era ben consapevole Turner, che la riprese nel suo splendido Veduta di Orvieto, quadro mirabilmente analizzato dalla scrittrice americana Edith Wharton la quale si trovò a passare esattamente nel punto scelto dall’artista per realizzarlo (pp. 446-47) .

Joseph Mallord William Turner (1775-1851), View of Orvieto, Painted in Rome 1828, reworked 1830, Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/N00511

Prima che la città iniziasse a cambiare fisionomia e volto, a partire dall’ultimo quarto dell’800, Arezzo presentava una prospettiva duplice: “insediata sul versante solatio di una modesta altura”, la città presentava “una facciata e un retro, un pieno e un vuoto, un versante inondato dalla luce e uno in ombra” (p. 325).

Un Paese sospeso?

Le cittadine umbre – Assisi, Spoleto oltre a quelle indicate – e toscane suscitano nei visitatori la sensazione di trovarsi in luoghi e città immemori, nei qual il tempo si sia fermato a epoche precedenti. Stando a quanto osserva Benjamin, San Gimignano sembra “avere la facoltà di annullare il tempo o di plasmarlo a piacere” (p. 413). Lo stesso accade a chi visita Siena, non solo mirabilmente conservata nel suo impianto medievale, ma addirittura, in controtendenza a quanto accaduto in altre città, ripulita da quanto i secoli XVI e XVII vi avevano aggiunto. La sensazione di vivere in una sospensione del tempo ha però varie sfumature. Il modo di guardare Bologna è sempre composito ma nell’osservarla – come accade per tante altre città italiane – i visitatori hanno l’occhio perennemente rivolto al passato: la città ha un’inconfondibile impronta medievale, palpabile in un centro storico che trasuda di pittoresco, “quel genere di attrazione ruvida, putrescente” (p. 89), che tanto affascina i visitatori stranieri.

Basoli Antonio 1774-1848, Veduta della Loggia e del Cortile di Palazzo Malvezzi a Bologna, ACRI

Se Bologna rimanda al medioevo, a Ravenna pare di sprofondare nella storia. Non è la stessa sensazione che genera Perugia; qui è la città intera ad essere ancorata, trattenuta, quasi risucchiata dal suo passato. “Entrare in San Vitale è come visitare uno scavo” (p. 345). La cittadina romagnola sembrerebbe garantire una fuga dal tempo, un’immersione negli avanzi di epoche lontanissime – avanzi favolosi e sfavillanti come gli inossidabili mosaici bizantini, ma pur sempre resti – generando una condizione apprezzata, ricercata e perfino amata dai viaggiatori dell’età romantica e non solo.

L’Italia offre perfino la possibilità di visitare un tentativo di realizzazione della “città ideale”, Pienza, fatta rimodellare da Pio II, “una delle menti più fervide e aperte del XV secolo” col vantaggio di avere a disposizione enormi quantità di denaro. Ne è scaturita una città che imprime nel visitatore “la sensazione di trovarsi in un luogo della mente, in un’astrazione di città” e quando la si abbandona si prova “un senso di sottile inquietudine e di insoddisfazione, come di chi si risveglia da un luogo visitato in sogno” (pp. 321-22). Se poi qualcuno avesse voluto vedere de visu l’abitazione di una mente fervida, avrebbe potuto far tappa ad Arezzo a visitare la casa di Vasari. (pp. 338-39).

Robert, Hubert, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 7637 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010056617 – https://collections.louvre.fr/CGU

Anche il viaggiatore che si aggira nella Roma dell’ultimo quarto dell’800 avverte la percezione di trovarsi in una città sospesa. In questo caso però l’impressione non è dovuta dalla pervasività dei luoghi, degli edifici e dei monumenti, ma dalla lotta tra antico e moderno, che si combatte tra conservatori della vecchia Roma, coi suoi quartieri fatiscenti come il ghetto ebraico, e i parvenus di una nuova borghesia affaristica, onnivora, assetata di facili guadagni, incurante della preservazione di splendide dimore e magnifici parchi e che si fa spazio e – come dicono alcuni – si impossessa della città sotto i vessilli del progresso e della scienza. Quella dei conservatori, dei difensori del pittoresco, è una battaglia combattuta con tenacia, ma di retroguardia e persa in partenza. Come negare la decrepitezza e l’insalubrità di interi quartieri dove la gente per bene si guarda bene dall’entrare e gli stessi visitatori lo fanno a proprio rischio e pericolo? Col divenire Capitale del Regno Roma conosce trasformazioni imponenti e altrettanti sfregi, ma resta sospesa, appunto. Il nuovo non riesce a imporsi sul vecchio e perciò la città ha qualcosa di incompiuto, di troncato, di interrotto. La speculazione edilizia si è presto sgonfiata in mezzo a fallimenti clamorosi, scandali finanziari e interi quartieri abbandonati a sé stessi, spesso incompiuti, sono ora occupati da torme di poveracci traferitisi dalla città vecchia. (su Roma molte notizie interessanti si trovano anche in Antoni Maçzak: Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna; per l’arte, invece Francis Haskell: Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca).

Louis Ducros L’arc de Titus. entre 1782 et 1787, Musée Cantonal del Beaux-Arts, Lausanne

Questo fenomeno non accade soltanto a Roma: anche Torino e Firenze conoscono vicende simili: a Firenze le mura che la circondavano sono state prese a cannonate e – sotto le vibrate proteste della nutrita schiera di visitatori stranieri che soggiornava in città per lunghi periodi – interi quartieri rasi al suolo (su questo, dello stesso Brilli, vedi: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità ). Identica sorte è toccata alle mura di Arezzo e Lecce; evento deturpante e doloroso compensato però, almeno in parte, da una luminosità unica, dall’utilizzo nelle costruzioni e nelle pavimentazioni di una pietra bianca malleabile come creta (ma poi straordinariamente resistente) e, soprattutto, dalla presenza dello stile Barocco talmente ingombrante e fagocitante da annullare il cattivo gusto per elevare la città ad una condizione assolutamente particolare, unica e gradevole. A Terni la modernizzazione si manifesta con esiti stravolgenti e brutali, tanto più che allo sconvolgimento provocato dall’industrializzazione seguirà quello dovuto ai bombardamenti dell’apparato industriale durante la seconda guerra mondiale.

Panini, Giovanni Paolo, Musée du Louvre, Département des Peintures, B 9 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010058025 – https://collections.louvre.fr/CGU

Queste vicende diventano metafora del Paese. Per non pochi visitatori l’Italia non è pronta per la modernità; il suo popolo si dimostra fatalista e rassegnato o ingordo ma impreparato e sostanzialmente fallimentare proprio nella gestione dei meccanismi del progresso: “l’affiorare di un tessuto commerciale e industriale nell[e] città viene registrato più con fastidio che con sorpresa dal viaggiatore” (p. 97); sono innumerevoli i forestieri “che hanno sempre cercato in Italia un’isola felice, un’arcadica sospensione del tempo” (p. 512). L’Italia poggia su secoli di storia, su un inestimabile patrimonio artistico e culturale; molto meglio che resti così com’è – dicono o lasciano intendere in molti: indolente e indifferente, apatica e sporca, lenta e fuori dal flusso della storia, ma proprio per questo splendida e unica. Naturalmente sono osservazioni interessate di innamorati dell’arte e dell’archeologia e dell’unicità di molte città rimaste intatte.

Odori, colori e elementi

Ci sono città come Lecce e Palermo che devono molto della loro particolarità alla luce che le investe. A Lecce è il riverbero riflesso dalla pietra particolare utilizzata nelle costruzioni a renderla particolare; per altre città invece è l’odore (o gli odori) a caratterizzarle: per alcuni Ravenna, città che gode della vicinanza del mare ma che resta comunque umida, odora di terra, per altri di pestilenza; l’esatto contrario di Napoli che combina luci e odori: una luce “sfolgorante” e calda – osserva Guy de Maupassant – si posa “per le sue strade […] dove tutte le polveri, fatte di tutti i detriti, di tutti i resti del nutrimento fagocitato durante la giornata, semina nell’aria tutti gli odori”(p. 230). È un segno della debordante, febbrile vitalità di una città vivace anche di notte, con le gelaterie piene di clienti, le bancarelle ricolme di frutta, le fritture di pesce e i maccheroni cotti e venduti ai lati delle strade (p. 230). E se vi è chi sente rinascere tutti i sensi e prova un istinto infantile di toccare, annusare, assaggiare, non di meno altri temono di restare travolti da quella folla variopinta e anche per questo indistinta, che si muove come in una bolgia, con tanto di animali e rumori i più disparati provenienti da ogni dove: Napoli è città accogliente, innervate dalla vitalità alimentata dalle sue strade e piazze perennemente affollate – al punto che per Mark Twain “è un mistero” il fatto che non vi siano ogni giorno migliaia di investiti e di feriti dalle carrozze, da carri e carretti – ma che sa farsi rispettare e resta indifferente o respinge quelli che vi transitano di fretta e non accettano i suoi tempi.

Ma dove la combinazione tra gli elementi produce qualcosa di assolutamente straordinario è Venezia: l’acqua, l’aria, il laterizio, il travertino e il marmo le conferiscono una qualità cromatica che la avvolge e la rende sempre nuova e diversa. Acqua e aria, mare e cielo. Il visitatore può restare ammaliato dallo splendore dei suoi palazzi e delle sue costruzioni, restare piacevolmente stordito dai piaceri che gli vengono offerti (famose e memorabili le sue cortigiane così come leggendari sono la permissività e l’alone di erotismo che l’hanno avvolta), ma la natura profonda della città sono il fango e la laguna. Perciò la sua acqua è diversa da quella che lambisce altre città: “L’acqua di Venezia infatti, non è un’acqua limpida: è consistente, sostanziale, prenatale, plasmatica, una materia prima insomma”, che con l’incontro della luce crea una “luminosità ineguagliabile” (p. 518).

David Roberts, The Giudecca Venise, 1854, Yale Center for British Art
Conclusioni

Ho scritto molto, ma ho detto pochissimo. Non ho nemmeno fatto cenno a tutte le città di cui parla Brilli, tanto il libro è ricco di suggestioni. Se c’è unacosa di cui posso essere sicuro è che Il grande racconto delle città italiane vi farà venir voglia di prenotare un biglietto. Buona lettura.

lo storico della domenica
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