Recensione. Donald Sassoon: Il trionfo ansioso. Storia globale del capitalismo 1860-1914

Un titolo che è quasi un ossimoro quello dell’ultimo libro di Donald Sassoon… Il trionfo ansioso. Un trionfo è una vittoria completa, senza appello, definitiva; non dovrebbe provocare ansia, tanto meno nel capitalismo visto che è uscito vittorioso nello scontro col comunismo. Oggi il capitalismo non ha rivali: non c’è nessuna idea, nessun movimento in qualsiasi forma antagonista che sia in grado di insidiarlo.

Che cosa sia esattamente il capitalismo non è semplice da definire. I paesi dell’America Latina, per esempio sono inseriti nel mercato mondiale, ma la loro economia si basa in gran parte sull’agricoltura e non sull’industria (p. 185). Bisognerebbe parlare al plurale, di “capitalismi”, anziché di un unico modello. Nei decenni studiati da Sassoon, quando la rivoluzione industriale coinvolgeva gran parte dell’Europa, gli Stati Uniti e il Giappone, le vie seguite per diventare un paese industriale furono diverse da caso a caso. Tuttavia Sassoon individua alcuni punti fermi.

Gemälde / Öl auf Leinwand (1878) von Adolph von Menzel [1815 – 1905] ildmass 71 x 90 cm Inventar-Nr.: A I 902, Systematik: Kulturgeschichte / Geselligkeit / Belle Epoque / Bälle
Capitalismo vs stato?

Ad esempio, al contrario di quanto sostengono oggi coloro che magnificano il libero mercato, lo Stato ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo e nel funzionamento del capitalismo. Lungo tutta la narrazione l’A. argomenta in modo convincente che i paesi che in cui la presenza dello Stato era forte hanno avuto uno sviluppo capitalistico molto più pronunciato di quanti avevano uno Stato debole. Il caso più evidente è il confronto tra Cina e Giappone. La Cina, che in età moderna era stata superiore all’Europa e che ancora nel ‘700 poteva considerarsi alla pari, nel XIX secolo fece una gran brutta fine proprio per il suo ostinato rifiuto di imitare l’Europa. Impressionato dalla vicenda cinese – finita smembrata, umiliata e sfruttata – il Giappone a partire dal 1868 si gettò a capofitto nella modernizzazione del paese: meno di quarant’anni dopo fu già in grado di sconfiggere in guerra una delle potenze europee (la Russia) e sarebbe diventato una potenza capitalistica di prim’ordine: “senza lo stato in Giappone non vi sarebbe stato il capitalismo” (p. 172).

C’era un motivo molto semplice per il quale i paesi arrivati secondi o terzi sulla via dell’industrializzazione e della modernizzazione si affidavano all’intervento dello Stato: nelle economie che devono essere trasformate da agricole in industriali gli imprenditori non si formano da un giorno all’altro e il ritardo accumulato poteva risultare fatale. In questo senso l’intervento dello Stato accelerava il passaggio da una forma di economia all’altra (p. 244).

La guerra dell’oppio. Fonte: The anti-empire project

Una burocrazia efficiente e la capacità di riscuotere le tasse sono requisiti fondamentali per il buon funzionamento del capitalismo perché col prelievo fiscale è possibile finanziare forze dell’ordine, esercito, “welfare” e infrastrutture che alimentano il mercato interno e favoriscono lo sviluppo dell’economia: perfino negli Stati Uniti il rapido espandersi delle ferrovie sarebbe stato impossibile senza l’aiuto del governo (p. 215). Filosofi liberali come Adam Smith, John Stuart Mill o Montesquieu consideravano ragionevole che i ricchi pagassero tasse più alte dei meno abbienti (p. 226).

Dalla soluzione di problemi legati al rispetto di contratti alla regolamentazione della concorrenza; dalle normative sul lavoro alla salute pubblica, gli interventi dello Stato si moltiplicarono in molti ambiti. Ad esempio, l’adulterazione di prodotti alimentari era una pratica diffusa (su questo vedi: Madeleine Ferrières, Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo) che diminuì drasticamente proprio grazie ai controlli statali (pp. 119 e ssgg.). Provvedimenti riguardanti edilizia popolare, servizi igienici, fognature, acqua corrente ecc., migliorarono sensibilmente l’igiene pubblica proprio per l’intervento pubblico (pp. 119 ssgg): il barone Hausmann, prefetto di Parigi di Napoleone III, quintuplicò la rete fognaria di Parigi (p. 210) e la dotò di un contingente di spazzini invidiabile rispetto ad altre città; ai primi del ‘900 la Vienna del cattolico e antisemita Lueger era un esempio eccellente di “socialismo municipale” con un ampia gamma di servizi (p. 402).

Avenue de l’Opéra. Chantier de la Butte du Moulin et de la rue Saint-Roch – Fonte: Gallica

I capitalisti, che guardavano con occhio torvo lo Stato quando di trattava di fisco o di legislazione sociale a tutela dei lavoratori, erano ben lieti di accogliere interventi di questo genere, che per dimensioni e portata generavano giri d’affari e speculazioni enormi. Lo erano ancora di più quando i governi intervenivano con misure protezionistiche nei periodi di crisi. Contrariamente a opinioni oggi correnti, l’idea che l’America sia diventata “la più formidabile potenza industriale del mondo [grazie al] fatto che fosse stato lasciato spazio all’iniziativa individuale privata per nascere e svilupparsi è un mito tanto affascinante quanto ingenuo […]. I capitalisti avevano bisogno di uno stato che li controllasse, li regolasse, li sostenesse e ne eliminasse alcuni per salvare gli altri” (pp. 293-306). In altre parole: il libero mercato funziona molto bene in teoria, in pratica le cose stanno diversamente: durante la grande crisi agraria che colpì l’Europa per quasi tutto l’ultimo quarto del XIX secolo i governi presero qualche misura protezionistica.

Dall’altra parte i capitalisti esprimevano il loro disappunto di fronte a misure che interferivano coi loro affari. Ad esempio, mentre in linea generale la popolazione era ostile all’immigrazione e gli operai ne temevano la concorrenza, la prospettiva di reclutare manodopera a basso costo faceva sì che essi non avessero nulla da eccepire all’arrivo di nuovi immigrati (magari disprezzandoli pubblicamente, vedi ad es. p. 378).

Muro anticinese. Fonte: Library of Congress

Ovviamente termini come “capitalista o “imprenditore” sono generici che dicono poco: i medi o piccoli padroncini o commercianti avevano certamente opinioni che li accomunavano ai grandi capitani d’industria, ma la pensavano diversamente per altri aspetti: spesso i piccoli detestavano di tutto cuore i grandi imprenditori e i trust industriali, ritenuti responsabili di schiacciarli rendendo vani i loro sforzi.

Il capitalismo inglese e americano erano nati “piccoli” e solo successivamente acquisirono le dimensioni e la forza per essere presenti su più mercati contemporaneamente. I primi grandi magazzini sono nati in Francia alla fine degli anni Trenta e poi rinnovati e rilanciati nel 1852, ma sono gli Stati Uniti l’esempio lampante della grande distribuzione. Alcuni dei prodotti che consumiamo ancora oggi a colazione o a cena erano già disponibili prima del 1914 (p. 419). C’erano ottimi motivi per abolire la schiavitù, ma la guerra civile americana fu anche una guerra condotta per creare un mercato interno potenzialmente gigantesco e non a caso a uscire vincitore fu il nord perché più avanzato (p. 291 e cap. 9). Il nord aveva ragione: già prima della Grande Guerra in America stava nascendo una società dei consumi.

Popolo e democrazia

Si può sostenere che fu la Rivoluzione francese a immettere le masse nella vita politica (almeno in Francia) e che da quel momento in poi ai governanti non sarebbe più convenuto comportarsi come se il popolo non esistesse. Ma è vero che il popolo “ha incominciato ad esistere come forza politica, reale o potenziale, specialmente alla fine del XIX secolo, in concomitanza con il capitalismo industriale. È da allora che esso ha avuto bisogno di essere placato, ingannato o forzato” (p. 216). E in effetti i modi per escluderlo o tenerlo a bada furono molti.

Oggi molti ritengono che capitalismo e democrazia vadano di pari passo. In realtà questo è vero solo in parte e sicuramente nel corso del XIX secolo non fu così. Di norma povertà e analfabetismo erano condizioni sufficienti per essere esclusi dal diritto di voto: la nonna di Gaugin, Flora Tristan, femminista e attivista socialista, era semplicemente orripilata dagli operai (pp. 107-108). Nelle città industriali soprattutto, le condizioni di vita erano spaventose: salari bassissimi, malattie legate al lavoro, quartieri insalubri, abitazioni malsane erano la norma (per una efficace descrizione dei bassifondi di Londra in epoca vittoriana vedi: Paul Begg, Jack lo squartatore. La vera storia). Che gente del genere potesse godere del diritto di voto pareva a molti inconcepibile: prima di avere voce in capitolo il popolo doveva essere istruito ed educato (p. 351).

Gustave Doré: Dudley Street (1872). Fonte: The British Museum

D’altra parte, man mano che l’industrializzazione avanzava, gli operai specializzati o alcune categorie (come ad es. i ferrovieri) tendevano a organizzarsi e a sindacalizzarsi: non era più possibile ignorarne sia il numero che la forza. Alla fine del secolo il suffragio era stato ampliato in quasi tutti gli stati e in un certo numero il suffragio universale maschile prima e femminile poi era una realtà (ma non in Gran Bretagna, che pure aveva aperto la strada inglobando gradualmente fasce sempre più ampie di popolazione nella vita politica del paese con l’ampliamento del diritto di voto). In sostanza, l’ampliamento del suffragio fu un modo utilizzato dalle classi dirigenti per nazionalizzare le masse nei rispettivi paesi (p. 411).

Ma il diritto di voto di per sé non garanzia di democrazia: il Messico ad esempio, ma gli esempi potrebbero essere molti, tentò di modernizzarsi mantenendo una “semi-dittatura” (pp. 348-49); in Russia i riformatori zaristi rimasero imbrigliati in una contraddizione: riconoscevano la necessità di riforme economiche e politiche indispensabili per l’industrializzazione ma allo stesso tempo volevano che quest’ultima irrobustisse il potere dell’autocrazia (p. 284). In Russia il problema della modernizzazione era ingarbugliato dalle stesse dimensioni del paese che divideva intellettuali e classi dirigenti tra occidentalisti che guardavano all’Europa occidentale e slavofili che puntavano sulla cultura contadina (cap. 8).

Imperialismo

Infine, vie era un altro modo per alimentare o irrobustire il sentimento nazionale della popolazione: creare un impero. Un impero poteva rivelarsi un buon affare (almeno per un certo periodo di tempo), come nel caso della Gran Bretagna; avvantaggiare determinati gruppi (come i grandi industriali nel caso della Germania); o trasformarsi in una catastrofe economica come nel caso del Portogallo (e in questo caso anche politica), della Spagna e, almeno in parte, dell’Italia.

Ma al di là della convenienza o meno in termini economici del possedere un impero (sulla quale politici realisti come Bismarck o Giolitti nutrivano seri e fondati dubbi), è evidente che con l’imperialismo alcuni paesi speravano di risolvere alcuni problemi interni (ad esempio sfoltire una popolazione in eccesso col miraggio di terre da coltivare nel caso italiano) o di vedersi confermare una posizione prestigiosa a livello internazionale (Italia e Germania).

Le potenze europee, e in una certa misura anche gli Stati Uniti che si misero a spartirsi il mondo si presentavano come portatori di una missione “civilizzatrice” verso paesi più poveri e arretrati. Naturalmente si trattava di una convinzione raramente sincera: dietro alla retorica della “civilizzazione” si nascondevano ben altri interessi e obiettivi. Tra questi, quello di offrire un senso di appartenenza e di superiorità ai propri governati, in una certa misura funzionò, ma è difficile trarre un bilancio definitivo sulla questione si sia convenuto o meno disporre di un impero. La Gran Bretagna costituisce un’eccezione perché dominava il più vasto impero della storia. Certamente le economie del suo impero giovarono a quella della madrepatria, ma sul lungo periodo le cose si complicarono. Anche sfruttando la collaborazione di una classe dirigente locale (istruita nelle università europee), creando infrastrutture (l’India ha una rete ferroviaria tra le più grandi al mondo), competenze e personale preparato nell’amministrazione, finì per fornire gli strumenti affinché questi paesi si liberassero (anche se in alcuni casi erano già semi-indipendenti), cosa che puntualmente si è poi verificata nel XX secolo (sull’India vedi l’interessante capitolo in I censori all’opera di Robert Darnton).

The East India House in Leadenhall Street, London, drawing by Thomas Hosmer Shepherd, c. 1817. Fonte: Encyclopedia Britannica
Ansie

Dunque i liberali ottocenteschi hanno avuto ragione: la storia li ha premiati. Eppure l’ansia è un fenomeno la cui presenza è costante nelle pagine del libro. Il fatto è, sostiene Sassoon, che l’ansia è una componente innata nel capitalismo, ne fa parte; il sistema la produce incessantemente negli individui, nelle classi sociali, nelle classi dirigenti, perfino nei paesi. Naturalmente le società e le classi soffrivano di ansia anche in epoca preindustriale: il maltempo che rovinava il raccolto, epidemie che falcidiavano le popolazioni, gli spostamenti con mezzi precari e insicuri, le guerre… la differenza sta nel fatto che questi fenomeni provenivano dal di fuori del sistema economico-sociale, non erano elementi interni che ne facessero parte: di fronte a un’epidemia o una grandinata non c’era molto altro da fare se non pregare perché passasse in fretta: i responsabili erano “il fato o gli déi”, non persone fisiche (p. 369).

Far parte del mondo degli esclusi era (ed è) una vera tragedia esistenziale. Lo era ancora di più nei decenni presi in esame da Sassoon – dal 1860 al 1914 – quando la stragrande maggioranza della popolazione non godeva di forme di protezione sociale (benché, almeno in alcuni paesi, il welfare non fosse del tutto assente anche se appena agli inizi). Da decenni si discute se la rivoluzione industriale abbia migliorato o peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori. Sembra difficile contestare che, almeno in Occidente, alla fine del periodo studiato dall’A. la netta maggioranza delle classi lavoratrici stesse meglio rispetto ai primi decenni della Rivoluzione industriale: a inizio Novecento “gli americani dibattevano su abbondanza e consumi (p. 417).

Adolph Menzel, Eisenwalzwerk (Moderne Cyklopen) Bild, 1872-75, Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie / Andres KilgerCC BY-NC-SA 4.0

Gli esclusi era l’infinito sciame di migranti che lasciava il proprio paese alla ricerca di un posto migliore in cui vivere (italiani, irlandesi, tedeschi in Europa; cinesi negli Stati Uniti), erano le minoranze etniche (ebrei) o la sterminata massa di disoccupati. Queste categorie avevano buone ragioni per sentirsi in ansia, per il semplice fatto che per loro il problema fondamentale era sopravvivere.

Lo stato sociale, che cominciò a formarsi negli ultimi decenni del secolo non fu un prodotto dell’azione del socialismo, figlio naturale, benché detestato, del capitalismo: governi e capitalisti avevano il problema di come tenere sotto controllo le masse e le masse erano composte in gran parte da poveri: nell’ultimo quarto del secolo la folla destava notevoli preoccupazioni nelle classi dirigenti di molti paesi (pp. 400 ssgg.). Le opzioni messe in campo furono molte: in Francia le prime politiche sociali furono intraprese non per contrastare il socialismo ma per togliere influenza e spazi d’azione alla Chiesa (p. 433); in Germania, al contrario, il Zentrum sostenne l’impianto dello stato sociale bismarckiano. Anche i grandi capitani di industria si mossero: negli USA Ford garantiva alti salari ai “propri” operai a patto che non entrassero nei sindacati (p. 310); Carnegie e altri filantropi fondarono biblioteche e altri enti, ma alla fine queste forme di paternalismo industriale fallirono (p. 466): fu lo Stato a occupare quello spazio.

Ciò non significa che il socialismo non avesse carte da giocare. Ne aveva molte e a fine secolo la sua forza, almeno in alcuni paesi, era notevole. Ma in generale “i socialisti […] avevano un’ideologia in un certo senso schizofrenica: da una parte auspicavano una futura società post-capitalistica senza classi […]; dall’altro sostenevano una serie di riforme […] che rafforzavano l’ordine esistente e consolidavano il capitalismo” (p. 415). Non era l’unica contraddizione dell’epoca: liberali e socialisti, nemici naturali, potevano trovarsi alleati contro i cattolici; per motivi diversissimi, conservatori e socialisti si trovarono talvolta alleati contro alcuni aspetti più pesanti del liberismo; liberali e reazionari potevano allearsi contro il socialismo.

In ansia si sentivano gli imprenditori e i commercianti, preoccupati dalla concorrenza e dalle fluttuazioni del mercato; i paesi più deboli che temevano di finire vittime di quelli più forti: lo sapevano bene imperi in decadenza come quello turco, che infatti ricevette il colpo di grazia con la prima guerra mondiale, paesi che faticavano a traghettare da una società arretrata e contadina ad una moderna e industriale come la Romania o che confinavano con stati nettamente superiori come il Messico con gli Stati Uniti.

New and correct map of the lines of the Northern Pacific Railroad and Oregon Railway & Navigation Co. Fonte: yale University Collection

In ansia erano i governi, preoccupati di non riuscire a gestire situazioni potenzialmente destabilizzanti: fenomeni come gli enormi flussi migratori tra continenti, il ricambio di popolazione nei centri storici della popolazione o i pogrom contro gli ebrei in Russia erano tutti provocati dalla moderna società industriale: le manifatture del cotone in India soccombevano sotto la spietata concorrenza di quelle inglesi; i contadini italiani che a fine secolo protestavano per il rialzo del prezzo del pane non potevano immaginare che quel rincaro era anche una conseguenza della guerra ispano-americana. Il fatto è che il capitalismo è dinamico e, sebbene sia molto più duttile di quanto abbiano immaginato i socialisti, si rinnova per crisi periodiche – e questi sono fattori che non possono non generare ansietà.

Conclusioni

Con Il trionfo ansioso Donald Sassoon ci porta dentro alla prima globalizzazione. 160 anni fa il mondo era già connesso. Ed è questo il fattore che spiega la periodizzazione scelta dall’A. Se il 1914 è una data facilmente comprensibile per chiudere la narrazione, apparentemente lo è meno quella di partenza. Ma nel 1860 i fenomeni di cui discute Sassoon sono già tutti pienamente visibili. E, d’altra parte è una periodizzazione molto flessibile: spessissimo l’A. si inoltra nel passato o si spinge fino ai giorni nostri.

La storia ha dimostrato che uno Stato senza mercato non riesce a resistere, ma con questo libro Sassoon documenta da par suo che il mercato deve essere controllato e guidato. Il trionfo ansioso è molto più di una storia globale del capitalismo; è un libro ricchissimo di riflessioni e spunti di ricerca a tutto campo. Consigliatissimo.

Buona lettura.

La cronaca bolognese dell’Avanti! digitalizzata dall’Archiginnasio

Alla digitalizzazione di quotidiani e periodici ho dedicato moltissimi articoli. Anche se molto è stato fatto (ed è un risultato notevole, considerate le scarse risorse disponibili), moltissimo resta ancora da fare. Si procede un passo alla volta e un altro piccolo tassello lo si deve alla Biblioteca Archiginnasio di Bologna. L’Archiginnasio, oltre ad essere una biblioteca bellissima è anche fornitissima, una delle più ricche d’Italia.

Tra i molti progetti che potete trovare nella Biblioteca Digitale dell’Archiginnasio ora troverete anche la cronaca bolognese dell’Avanti!, una pubblicazione importante per i socialisti

che fino ad allora per diffondere le proprie idee avevano potuto contare solo su «La Squilla», il settimanale fondato nel 1901, anche se rimaneva intatto il sogno di realizzare un quotidiano, «La Conquista», che per vari motivi non vide mai la luce.

Fu un’esperienza breve:

La pagina locale dell’«Avanti!» fu pubblicata fino all’estate del 1922, quando la distruzione della redazione per mano dei fascisti ne decretò probabilmente la fine.

Ma non di meno fu una pubblicazione importante. La cronaca bolognese dell’Avanti! si affianca dunque ad altri progetti, tra i quali, cito almeno: Quotidiani di sinistra: Avanti! e l’Unità digitalizzati e Periodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960. Non ci resta che andare a curiosare in questa Cronaca bolognese dell’Avanti!.

Buona consultazione.

Recensione. Francesco Benigno: La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878

Le rivoluzioni possono essere terribili – e quelle che abbiamo conosciuto sicuramente, almeno in parte, lo furono – ma offrono il vantaggio se non di fare tabula rasa della storia che le ha precedute (elementi di continuità persistono comunque), quanto meno di rinnovare profondamente il nuovo stato che da esse sta nascendo.

L’Italia ha conosciuto la Controriforma senza avere la Riforma, non ha avuto rivoluzioni (nemmeno quella industriale, se non la seconda); l’unica rottura consistente che ha conosciuto è stata quella provocata dalla Resistenza – e anche questa con profonde continuità. E i problemi che derivano da questo processo storico sono evidenti.

La Controriforma e la mancanza di una rivoluzione sono fenomeni estranei a La mala setta di Francesco Benigno. In questo libro affascinante e innovativo infatti l’A. chiarisce che mafia e camorra non affondano le loro radici in un lontano passato imprecisato, ma si originano e fioriscono contestualmente all’unificazione: si strutturano “entro e non contro il sistema, formale e informale, dell’ordine pubblico allora vigente” (p. 370).

“Sistema informale”: che le forze dell’ordine infiltrino associazioni criminali, accade ovunque; Benigno ci descrive mondi in cui il confine tra legalità e illegalità non solo si dissolve, con frequenti passaggi da una parte e dall’altra e da una nutrita presenza di soggetti che tengono i piedi su due staffe, ma si contaminano, si intersecano, e, spesso, il mondo legale manovra, usa e sfrutta parti di quello criminale. Si veda, come caso emblematico, la vicenda di Filippo Curletti, un individuo a proprio agio nelle situazioni torbide, capace di riciclarsi a seconda delle situazioni e praticamente privo di scrupoli.

Ciò accade perché con piena ragione l’A. ritiene che il concetto di ordine pubblico dei decenni a cavallo dell’unificazione fosse essenzialmente diverso da quello odierno. A quell’epoca per ordine pubblico si intendeva l’ordine politico. Ordine politico minacciato da “classi pericolose”, possibili sovvertitrici dell’ordine esistente.

“Classi pericolose” rimanda al classico libro di Chevalier, un’opera che, benché mantenga gran parte del proprio fascino, giustamente l’A. ritiene superata, soprattutto dal punto di vista metodologico (p. XII). Benigno invece si è tuffato in un mare di fonti le più disparate (archivistiche e primarie soprattutto, ma anche storiografiche). Resta vero però che l’espressione “classi pericolose” rimanda alla Gran Bretagna e alla Francia della Rivoluzione industriale con la formazione contestuale di mondi criminali a sé stanti, con una fisionomia ben delineata di usi, costumi, linguaggi (l’argot); mondi misteriosi, ramificati e potenti che hanno fatto la fortuna di pubblicisti e romanzieri (da Balzac a Sue, da Dumas a Hugo e altri). Siamo dunque nella prima metà dell’Ottocento.

Giorgio Sommer, Veduta di via Toledo a Napoli, 1860-1880, Rjiskmuseum

Non a caso solo più tardi autori italiani descriveranno questi mondi. Mi sembra un dato che vale la pena di essere considerato per una serie di motivi. Primo: l’Italia dell’epoca subisce e importa un grande bagaglio di idee provenienti dall’estero (Francia, Belgio, Gran Bretagna soprattutto) e le applica al contesto italiano che però è profondamente diverso, essendo ancora l’Italia un Paese essenzialmente agricolo. Non si deve dimenticare che una buona parte della classe dirigente non vede di buon occhio l’eventualità della industrializzazione del Paese proprio perché, continuando ad affidarsi essenzialmente alla produzione agricola, si evitano quelli che venivano chiamati i “guasti sociali” dell’industrializzazione (un proletariato urbano turbolento e politicamente agguerrito, quartieri operai malsani ecc.), cioè proprio quei fenomeni che la letteratura straniera dipinge e propone all’opinione pubblica italiana anche in relazione alla “maffia” e alla camorra (Dumas in quegli anni è in Italia e in una serie di articoli propone al pubblico francese un’immagine della camorra rispondente a canoni già delineati per le classi pericolose del suo paese).

Immagini artificiose, “ricamate” e perfino immaginate (Dumas e non solo lui parlano dell’esistenza di un “Codice della camorra”) impattano dunque su una realtà che è essenzialmente diversa da quelli in cui è maturata la strategia di contrastare i mondi criminali usando i criminali stessi o, come titola un capitolo, usare il disordine per creare l’ordine. Non a caso molte delle descrizioni di questi mondi redatte da magistrati, prefetti, questori e politici ricalcano gli stessi stereotipi. Le descrizioni sono ad un tempo ripetitive e diverse: il camorrista può essere un ozioso ma anche un capo-popolo o un estorsore o un contrabbandiere; in ogni caso “non è facile dirimere il profilo criminale da quello politicamente ‘pericoloso'” (p. 112).

Ciò che si verifica nel corso del tempo è l’ampliarsi delle categorie delle classi pericolose. Essenzialmente cittadine, cominciano ad attirare le attenzioni e le preoccupazioni del mondo politico coll’attivismo repubblicano, col formarsi delle prime società di mutuo soccorso e con l’attecchire delle idee anarchiche prima e socialiste poi. La congiunzione, a prima vista alquanto singolare, tra associazionismo politico e organizzazioni criminali è dato – nell’ottica delle classi dirigenti – dalla pericolosità sociale di queste organizzazioni. (Caso quasi unico in Europa, il socialismo italiano ha la sua culla nel mondo bracciantile della pianura padana). Si assiste così, accanto all’ampliarsi della platea dei soggetti pericolosi, al continuo inasprirsi della legislazione nei loro confronti.

Libertà per chi?

La classe dirigente salda i mondi distanti delle città e della campagna – le “classi pericolose” sono un fenomeno tipicamente cittadino – e della criminalità con l’attivismo politico di vari colori (dalle forze reazionarie a quelle democratico-socialiste), tutte tendenti a scalzarla. Fa anche di più: li mescola rendendo intercambiabili le denominazioni e le le definizioni (vedi quanto scrive l’ex questore di Napoli Forni cit. a p. 376, che li fa derivare “dal medesimo tronco”). Che essa si sia sentita accerchiata dalle forze ostili dei “rossi” e dei “neri” é piuttosto comprensibile, ma inasprendo continuamente la legislazione contro oziosi, vagabondi, repubblicani, sovversivi e via discorrendo, ha ottenuto l’effetto di ingigantire gli effetti di questa percezione. Non è un caso se molti processi si sgonfiano o si risolvano in successi meno che parziali. È il caso del processo di Bologna del 1864, del clamoroso fiasco di “Villa Ruffi” e di altri ancora.

Palermo, Internet Archive

Inoltre, sempre in quest’ottica bene e spesso sono le forze dell’ordine a oltrepassare scientemente la legalità con provvedimenti sommari: pochissimi i prefetti che sollevano obiezioni (si vedano le ferme posizioni del prefetto di Brescia Zini, p. 149). In altri termini questo modo di procedere ha l’effetto di escludere le classi popolari anziché inglobarle nella vita civile e politica dello Stato. Ed è qui che si sommano gli effetti di una Controriforma senza Riforma e della mancanza di una Rivoluzione: la Controriforma ha spento le menti critiche, indotto al nepotismo, al clientelismo e al conformismo (sono le conclusioni a cui giunge Francis Haskell nel suo Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca, e anche se il libro è incentrato sulla storia dell’arte, le sue argomentazioni si prestano ad essere generalizzate). Sono tutte prassi che si confermano nell’uso di finanziare giornali filo-governativi e mettere a tacere quelli critici, nell’avvalersi dell’appoggio di intellettuali e in generale di manipolare in vario modo l’informazione (tra l’altro con risultati altalenanti. Si veda ad esempio il tentativo di Cadorna di addossare la responsabilità dell’insurrezione di Palermo del 1866 a un complotto ordito da forze clericali, borboniche e deliquenziali, fallito anche grazie a una “contro-informazione” ben organizzata, cap. VI – sulle distorsioni del giornalismo nostrano, vedi Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano).

Dall’altra parte, l’assenza di una rivoluzione ha impedito un primo ingresso delle masse popolari nella vita civile e politica mentre invece restano (e vengono mantenute) distanti e nell’ignoranza più profonda. Da questo punto di vista la documentazione riportata dall’A. è inequivocabile: “accoltellatori… feccia… malandrini… malfattori… popolazione pervertita negli istinti… tristi…” sono solo alcune delle spregiative definizioni affibbiate indistintamente a camorristi e mafiosi come delinquenti comuni, repubblicani o socialisti.

Certo, l’A. ha tutte le ragioni nel sostenere che mafia, camorra, pugnalatori, accoltellatori, repubblicanesimo e socialismo non sono compartimenti stagni separati tra loro, e dimostra abbondantemente contaminazioni di varia natura. Resta però il fatto che, sebbene il mondo politico non potesse decifrare quei mondi più o meno criminali se non con gli strumenti di cui disponeva – e cioè, essenzialmente tramite la cultura letteraria, e quindi con con rappresentazioni che dipendono solo in parte, e talora in minima parte, dall’esperienza diretta, ma che si basano invece su schemi narrativi reiterati, luoghi comuni racchiusi in testi precedenti e che si tramandano modificati qui e là -, la strada prescelta rendeva possibile contrastare mafia e camorra ma non di vincerle. Paradossalmente, a tenerle in vita e a permettere loro di prosperare era proprio il tentativo di usarle a fini politici. Se questo non significa che si sia stabilito un “patto” tra mafia e Stato, in concreto viene messa a frutto “la funzionalità dei gruppi criminali alle logiche e agli schieramenti della politica che coinvolgono anche le forze dell’ordine” così che “l’accusa di mafiosità appare come un’arma che viene lanciata reciprocamente nell’arena pubblica da vari schieramenti in competizione, nessuno dei quali disdegna l’assistenza di caporioni diffamati per atti di violenza ma dotati, proprio per questo, di autorità tra gli strati popolari” (pp. 333-35).

Uno dei molti interrogativi possibili che solleva il libro riguarda gli effetti che questo approccio nel gestire l’ordine pubblico ha avuto nella storia del Paese. Giustamente Benigno ritiene che il “modus operandi spiccio, volto a conseguire il risultato atteso, se non a tutti i costi, certo con varie forzature del diritto” ha influenzato “durevolmente” la vicenda dello Stato italiano (p. 148). Forse ci si può spingere anche oltre: viene alla mente l’atteggiamento parziale tenuto dai prefetti di fronte allo squadrismo fascista; ma anche, poco prima, le descrizioni dei fanti-contadini dopo Caporetto: non può sfuggire l’analogia con quelle dedicate a questi mondi: una massa bestiale, disumana, istintiva e brutale. Ma c’è anche, forse, un altro aspetto. Le forze di sinistra hanno interiorizzato (e forse mai superato completamente) un senso di inferiorità verso quelle liberali. In Romagna, anche dopo aver vinto le elezioni del 1889 e per molto tempo, nelle corrispondenze con prefetti e sotto-prefetti esse, quasi a nascondere il timore di non essere prese sul serio, sottolineano continuamente la legittimità del loro essere al governo dei municipi conquistati. Infine, permane la sensazione che l’isterica sensazione di essere continuamente accerchiati e minacciati da forze “senza confini precisi e [da] figure [non] ben determinate” (p. 54) ma ramificate e potenti, attribuendo “alle bande di delinquenti in circolazione una capacità organizzativa tale da rendere in sostanza spiegabile l’eversione politica” (p. 231) continuamente riversata sull’opinione pubblica sia stato anche un modo – tutto sommato comodo – per non affrontare e aggirare la “questione sociale” che in quei decenni stava emergendo. Certo, il diritto di voto si andava estendendo (in verità in modo limitatissimo), ma le dure forme preventive come il domicilio coatto e quelle repressive come il carcere – luogo spesso e da più parti indicato quale incubatore della camorra e della mafia – erano strumenti di controllo, repressione ed esclusione anche politica ad un tempo. Non si dovrebbe dimenticare che osservatori stranieri, già negli anni Quaranta dell’800, erano colpiti dalla distanza abissale che separava i governati dai governanti e che anche con l’avvento della Sinistra storica al governo l’atteggiamento delle classi dirigenti si modifica di poco. Come ha osservato Renato Zangheri, “il trasformismo non fu un’arte del non far niente, assorbendo le opposizioni […] ma un modo di fare, di dare avvio allo sviluppo, escludendo nei limiti del possibile la presenza delle masse popolari dalla scena politica” (Storia del socialismo italiano (vol. 1) p, 89).

Conclusioni

La mala setta di Francesco Benigno è un grande libro di storia. In primo luogo perché si basa su un formidabile scavo archivistico e su una miriade di fonti primarie. È un aspetto importante che ribadisce l’importanza della ricerca d’archivio e quanto vi sia ancora da scoprire e indagare. In secondo luogo perché il libro ci offre uno sguardo innovativo su un intero filone di studi e apre molti sentieri di ricerca. Infine perché la scrittura di Benigno ha un grande ritmo narrativo: intriga il lettore, lo appassiona. La mala setta è un libro avvicente

Buona lettura.

lo storico della domenica
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