Recensione. Renato Zangheri: Storia del socialismo italiano (vol. 1)

La nascita e il percorso travagliato ma entusiasmante del socialismo italiano in quasi un secolo di storia

Quando i grandi studiosi giungono a fine carriera avvertono la necessità di fare i conti con una vita di lavoro. Renato Zangheri, oltre che grande storico è stato, com’è noto, Sindaco di Bologna e militante nel Pci e poi Pds. Anziché scrivere un libro di memorie Zangheri ha scritto una Storia del socialismo italiano che è anche una risposta al suo bisogno di studioso-militante di tirare le somme col suo pensiero e con la sua storia personale. A quegli ideali egli ha dedicato la sua vita di studioso e di politico e questa tensione di impegno la si avverte in tutta l’opera.

Questa Storia del socialismo italiano è – a mio parere ovviamente – il miglior libro sull’argomento. In primo luogo, in questo primo volume, Zangheri dà alla parola socialismo l’accezione più ampia possibile: non solo socialisti, anarchici e comunisti, ma anche repubblicani, radicali, liberali. I filoni di pensiero che si snodano dalla Rivoluzione francese fino  alla creazione di un partito socialista beh definito, compiuto e delineato sono molteplici. Zangheri non ne trascura nessuno. Li segnala, li discute e li intreccia con protagonisti, avvenimenti e altri percorsi. Ne nasce una storia illuminata dall’alto e allo stesso tempo dal basso. Dall’alto: intellettuali, gruppi ristretti, pensieri “importati” da altri paesi. Non può essere diversamente data la frantumazione geo-politica del Paese e la quasi generale arretratezza delle sue economie: “salvo eccezioni, la cultura politica del Risorgimento non conobbe che indirettamente i grandi pensatori socialisti, né ebbe una formazione propria, “autogenetica”” (p. 54).

Ma storia illuminata dal basso, soprattutto. Spesso la storiografia si è occupata dei gruppi dirigenti, dei capi, dei pensatori principali. Zangheri tiene conto anche di questi, ma apre il suo sguardo ai militanti, simpatizzanti, compagni di viaggio temporanei. Guarda e ragiona su chi -spesso illustri sconosciuti – a quel movimento ha dato vita con l’azione: sono muratori, imbianchini, calderari, piccoli artigiani, calzolai, pittori, contadini, braccianti; donne e uomini, popolani, gente umile.

Certo, la storiografia ha scavato molto in questo senso, ma Zangheri è consapevole che molte zone del nostro Paese hanno prodotto uomini rimasti sconosciuti che meriterebbero una biografia. In questa impostazione sta uno dei grandi punti di forza del libro. Se tutta la storia non è mai lineare, quella del socialismo italiano è storia di scale interrotte, di percorsi accennati e talvolta abbandonati, di tentativi falliti, di contrasti anche violentissimi, di faticose ricomposizioni, di ripensamenti.

Zangheri è maestro nel mostrarci questi intrecci: Mazzini e Garibaldi, Mazzini e Bakunin, poi Costa con gli anarchici e il suo distacco: sensibilità diverse, dibattiti, contrasti, tattiche divergenti, che scendono tra i militanti, tra i gruppi. Li troviamo a ragionare nelle osterie come sotto l’ombra di un grande albero, a discutere ed azzuffarsi (anche con delitti). Ma è una sociabilità, uno stare assieme, un progettare insieme, che nasce e che si irrobustisce anche in altri modi: conferenze di singoli, orazioni funebri, stampa. A poco a poco anche il linguaggio si perfeziona e si modella. (Sulla stampa ho indicato molto materiale. Vedi ad esempio: Periodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960Andrea Costa in vari progetti on line)

Percorsi in salita solo in parte, è vero – e nelle conclusioni dirò il motivo – ma non di meno un procedere faticoso. Sullo sfondo ci sono le trasformazioni economiche e sociali. Si affacciano con il 1848, ma sono i decenni che si aprono dai primi anni Settanta ad essere decisivi. In gran parte delle campagne del centro-nord del Paese le condizioni di lavoro, di salario e di vita di braccianti e mezzadri peggiorano; i patti agrari si inaspriscono (su questo, vedi anche Adriano Prosperi Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento); poco più oltre i primi passi verso una più decisa industrializzazione producono i primi contraccolpi.

C’è lo Stato e ci sono i governi. Zangheri non nasconde, e anzi riconosce i non pochi meriti della Destra storica, ma ne mostra anche l’estrema durezza verso le classi popolari e i tentativi di blandire i lavoratori con una propaganda tendente a smorzarne la combattività. La polizia è occhiuta ed efficiente, la magistratura arcigna e spesso insensibile. La Sinistra, nonostante le promesse iniziali, non si distacca poi molto da questa impostazione: “il trasformismo non fu un’arte del non far niente, assorbendo le opposizioni […] ma un modo di fare, di dare avvio allo sviluppo, escludendo nei limiti del possibile la presenza delle masse popolari dalla scena politica” (p. 89).

Si pone allora uno dei temi centrali del libro: la “nazionalizzazione delle masse”; fenomeno che avviene attraverso percorsi del tutto particolari. Di fronte a governi che mirano ad escluderle o a tenerle ai margini, le masse, soprattutto quelle contadine, si “nazionalizzano” attraverso le lotte e i processi che subiscono. La contrapposizione frontale tra socialismo e Stato è una contrapposizione inevitabile. Solo più tardi, con il lento ampliarsi degli elettori ci sarà lo spazio per confronti e ingressi più mediati.

Distanza dello Stato e dei governi dalle classi popolari, ma distanti sono anche repubblicani, anarchici e socialisti dai bisogni reali: lo testimoniano i fallimenti insurrezionali di Pisacane, Mazzini e poi più avanti di Bakunin e dei moti del Matese. Saranno necessari tempo, delusioni e ripensamenti per colmare – almeno in certe zone, non ovunque – quella distanza. Con franchezza – e rivendicando quanto fatto – Costa lo riconoscerà apertamente.

Se oltre ai mestieri guardiamo all’età dei protagonisti, gran parte di essi sono giovani uomini di venti, trent’anni. Ragazzi, ma già uomini, allevati e cresciuti in contesti in cui si diventava adulti precocemente, sotto il peso di lavori faticosi. E forse sarebbe bene fare ricerche approfondite sulle ricadute circa le loro possibilità di sostentamento e delle loro famiglie provocate dall’uso massiccio del carcere preventivo di mesi e mesi di detenzione ancor prima di avere un processo, in tempi in cui le fasce popolari erano sprovviste di qualunque tutela. Il diventare adulti molto presto può spiegare la tempra, ma non l’ardore, la passione, gli slanci, la generosità.

C’è la Comune di Parigi, che è il battesimo del fuoco (e insanguinato) di un proletariato che si presenta sulla scena non più alleato, ma contro la borghesia che sta plasmando un’epoca. Gli avvenimenti parigini sono come un fascio di luce che indica la strada. Quasi di colpo la strategia di Mazzini appare vecchia e inadeguata. Scuote coscienze: Garibaldi simpatizza per la Comune ed è un’adesione di grande peso.

La strada è ancora incerta, in gran parte da fare, ma è segnata. La Comune offre la sensazione a  questi giovani di essere dentro al grande corso della storia, di essere dalla parte giusta. Poco prima c’era stata la nascita dell’Internazionale, che avrà con gli italiani un rapporto burrascoso, ma quel clima di poter incidere sugli avvenimenti grandi della storia quei giovani l’avvertono, lo fanno proprio. Una chiave di lettura del libro può anche essere questa dimensione internazionale: la Francia, la Gran Bretagna, la Svizzera, la Germania…

Sui rapporti tra l’Internazionale e gli italiani Zangheri scrive pagine molto belle e illuminanti. Anche in questo caso il percorso è tortuoso. In Italia c’è Bakunin la cui personalità dirompente e ammaliante affascina quasi tutti i più giovani. Ma al di là dell’ascendente del russo l’attecchire delle idee bakuniniste è anche la storia di contesti economici e locali, di sensibilità. Zangheri la dipana in tutte le sue sfaccettature.

Ci sono il sapere scientifico – che pochi di questi giovani padroneggiano – e il progresso elementi indispensabili per comprendere certe mentalità, anche quelle dei rivoluzionari. Aderire alla scienza e al progresso è anche un rifiutare tradizioni – che può essere la religione come i metodi delle Società di Mutuo Soccorso – e limiti geografici. La penna di Zangheri è sensibilissima nell’illuminare lo svolgersi dei fatti dal basso con questa tensione costante. Le pagine restituiscono il vibrare di questi giovani seri, impegnati, ma anche leggeri e disposti a rischiare.

Il libro si arresta ai ripensamenti di Costa dopo gli ultimi tentativi insurrezionali caduti miseramente (Bologna 1874, Matese 1877) e con la sua “Lettera agli amici di Romagna” con la quale imbocca una strada diversa.

Questa Storia del socialismo italiano è anche molto altro. È anche un libro magistrale dal punto di vista metodologico. Zangheri padroneggia una quantità impressionante di fonti e di studi. Si può dire che nelle note a margine si trovi indicata tutta la bibliografia disponibile fino al momento dell’uscita del libro.

Questa Storia del socialismo italiano dovrebbe essere letta e studiata a fondo. Certo, quei giovani sentivano di avere il vento in poppa e anche se la realtà delle cose era molto più complicata di quanto avevano inizialmente immaginato, il vento in poppa l’avevano davvero: il socialismo stava imparando a parlare e aveva molto da dire.

Da questo punto di vista un paragone coll’oggi è improponibile. Il vento non tira in quella direzione. Ma è bene leggerlo oltre che perché bellissimo, anche per capire che c’è moltissimo da fare e che non sarà affatto semplice.

Se a fine carriera si arriva a scrivere un libro come questo allora si può star certi di aver lasciato qualcosa di buono.

Buona lettura.

Il Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Seconda parte

Come ho accennato nel primo articolo riguardante il Progetto Risorgimento della Fondazione FeltrinelliIl Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Prima parte –  sono cinque le sezioni che compongono il percorso di studio delle vicende risorgimentali. La seconda sezione,  Fare gli Italiani

è dedicato alla trasformazione sociale ed economica della nazione unita.

Accanto alla religione politica del processo risorgimentale si definiscono i temi che caratterizzeranno i nodi strutturali della società civile in Italia: l’emergere della questione meridionale e i processi di auto-organizzazione di tutela, di protezione e di mutualismo, che riguardano il mondo del lavoro e si diffondono, a partire dagli anni Cinquanta, soprattutto in alcune aree del Paese (Piemonte, Emilia).

Un fenomeno, quello dell’associazionismo del mondo del lavoro, che riprende temi, suggestioni ed esperienze in corso negli stessi anni in Francia, Regno Unito, Germania, Belgio.

Sulla questione meridionale la Fondazione ci regala testi di Giuseppe Bennici, Achille Bizzoni, Jessie White Mario, Giuseppe Garibaldi, Giovanni Del Greco, Sebastiano Cammereri Scurti, Cecchi Eugenio, Lelio Basso (su Carlo Pisacane) e altri.

Ricchissima la bibliografia sul Mutuo Soccorso. Delle Società di Mutuo Soccorso ho detto qualcosa in un altro articolo, perciò per le linee essenziali rimando a:  Opuscoli dell’associazionismo toscano nei fondi della Biblioteca Nazionale di Firenze.

La documentazione offerta dalla Fondazione allarga però lo sguardo dai primi anni del Risorgimento e dell’Unità nazionale fino ai primi anni del Novecento: entrano dunque in questo percorso opere di studiosi attenti a realtà straniere come quelle di Gustavo Strafforello e le opere del composito gruppo dei “socialisti della cattedra” con lavori di Ugo Rabbeno, Emilio Morpurgo, Luzzatti. Non mancano esponenti studiosi e statuti di associazione di area cattolica.

In conclusione, le 113 opere di questa seconda parte offrono uno sguardo a tutto tondo sulla nascita e sul formarsi del movimento operaio e sulle sue prime organizzazioni. Un viaggio che può dirci ancora molte cose e offrire spunti di riflessioni sulla situazione attuale del mondo del lavoro: Fare gli italiani

Per chi desidera un’opera di grande spessore storiografico rimando per il momento – ma altri testi si aggiungeranno – a Lucio Villari: Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento.

Buona navigazione.

Andrea Costa in vari progetti on line

Andrea Costa è considerato a ragione uno dei padri del socialismo italiano.  La storiografia ha riscoperto recentemente la sua figura e il suo operato – soprattutto in concomitanza col centenario della morte, nel 2010 – dopo un periodo di accantonamento.

Ciò è dovuto anche al fatto che mentre lo troviamo, giovanissimo, a contatto coi maggiori esponenti dell’anarchismo e del socialismo europeo, la sua carriera politica si conclude nelle vicende della sua Imola, cittadina di provincia, in anni in cui – la fondazione del Partito Socialista è del 1892 – il socialismo italiano stava conoscendo nuovi indirizzi teorici e programmatici.

In realtà Costa meriterebbe studi approfonditi. Se il 1889 fu l’anno mirabilis per il socialismo emiliano romagnolo per il fatto che in quella tornata elettorale tutte le amministrazioni dei principali centri della regione passarono alle forze democratiche e socialiste, quella di Imola fu l’unica che resse – con poche, brevi interruzioni – fino al fascismo. Ciò significa che il lavoro di dissodamento e di “preparazione” svolto da Costa riveste un’importanza ben maggiore di quella che le è stata riconosciuta a livello storiografico.

In ogni caso Costa non è finito nel dimenticatoio. La Fondazione Feltrinelli, la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna e la Biblioteca Comunale di Imola mettono a disposizione un buon numero delle sue opere.

Fondazione Feltrinelli

Nella collana Testo ritrovato la Fondazione Feltrinelli pubblica la celebre lettera Ai miei amici di Romagna con la quale motiva il suo passaggio dall’anarchismo al socialismo con la necessità di una svolta politica. Problemi urgentiIl gruppo parlamentare socialista – prima parteIl gruppo parlamentare socialista – seconda parteBagliori di socialismo si trovano digitando “Andrea Costa” sulla pagina iniziale del portale.

Fondazione Gramsci Emilia-Romagna

Anche la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna  da digitalizzato un buon numero di opere di Costa. Si possono consultare alla pagina Andrea Costa (1851-1910). Si tratta di opuscoli di propaganda che sarebbe opportuno rileggere non tanto per il contenuto – oggi ampiamente superato – quanto per il linguaggio: senza la capacità di usare un “vocabolario” e un linguaggio con le classi che si vogliono rappresentare, la propaganda e la capacità di attrazione dei movimenti politici resta sterile. Costa la trovò con un lavoro di limatura e adeguamento durato decenni.

BIM

Il progetto forse più impegnativo è quello della Biblioteca Comunale di Imola (città natale di Costa) che ha digitalizzato l’enorme carteggio personale. Si tratta di un lavoro tanto impegnativo quanto prezioso che testimonia l’ampiezza delle relazioni intessute da Costa nel corso del suo infaticabile apostolato. Lo si può consultare qui: Carte Andrea Costa 1872-1960.

Non mi resta che augurarvi buona navigazione.

Recensione: Fabio Fabbri Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo (1918-1921)

Quando venticinque anni fa Claudio Pavone parlò di guerra civile per il biennio 1943-1945, si sollevò un dibattito infuocato. A distanza di un quarto di secolo quella tesi, almeno per alcune zone del Paese, è stata accettata ed è largamente condivisa.

Pavone avvertiva che dopo l’8 settembre lo scontro tra fascisti e antifascisti fu il naturale proseguimento di quello “aperto del 1919-22” (C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati-Boringhieri, Torino, p. 256).

Dunque Pavone riteneva che vi fosse stata una guerra civile negli anni che portarono al potere il fascismo. Del resto, di “guerra civile europea”, da diverse posizioni storiografiche, hanno parlato anche altri. Sulla indicazione di Pavone si sviluppa il bel libro di Fabio Fabbri che adotta questa concettualizzazione per spiegare gli anni del primo dopoguerra. Tremila sono i morti dovuti alla lotta politica in quel triennio, e se nel 1918 vi furono 6 omicidi ogni 100.000 abitanti, nel 1921 ve ne sarebbero stati 17, un’escalation impressionante.

Tuttavia, adottare la guerra civile come categoria interpretativa è rischioso. lo Stato liberale non era crollato e pertanto il monopolio della forza restava nelle mani delle autorità legittime. Le quali però, e l’A. lo ribadisce con puntualità, in molti casi si dimostrarono ben liete nel passarlo agli squadristi: la tolleranza e non di rado il sostegno di prefetti e militari rivolto allo squadrismo è dimostrato da tempo. La scelta dell’A. di trattare come un unicum il periodo si dimostra valida e meritoria perché indica nella guerra la grande incubatrice dei fattori che si coagularono nella violenza che si scatenò negli anni successivi.

Fu la guerra, infatti a incubare l’idea dei “nemici interni” individuati nelle forze politiche che avevano avversato la guerra: socialisti, comunisti e, in parte cattolici furono individuati come elementi da rimuovere in quanto impedivano l’emergere della grande Italia. (Questo, sia detto en passant, in un Paese in cui l’entrata in guerra fu decisa da un pugno di personalità).

Lasciando mano libera allo squadrismo la classe dirigente liberale mascherò le proprie fragilità e manchevolezze. A leggere la corposa documentazione elaborata dall’A. (stampa, atti parlamentari, carteggi di personalità politiche e un’amplissima gamma di documenti ricavati dagli archivi di Stato) emerge l’immagine di una classe dirigente in preda al panico e a isteriche reazioni che sono la miglior testimonianza della propria inadeguatezza.

Va riconosciuto che se oggi appare chiaro che dopo il 1920 l’eventualità di una rivoluzione nell’Europa occidentale era illusoria, all’epoca poteva sembrare alle porte. Questo ovviamente non giustifica in nessun modo la violenza privata, praticata non solo dai fascisti ma anche dagli agrari.

Il partito socialista ci mise del suo per spaventare borghesia e classe dirigente con una violenza verbale parolaia e infondata, dichiarando imminente una rivoluzione che non era in grado di preparare e men che meno dirigere, con manifestazioni  a volte fine a sé stesse, denigrando giovani che avevano partecipato alla guerra. Di fronte a una miriade di manifestazioni popolari del tutto spontanee i vertici del PSI così come quelli sindacali non furono mai in grado di controllarle nè di offrire uno sbocco politico concreto.

Il fascismo si mosse come un cuneo per separare queste “due Italie” e, come avvertì Gramsci, isolare socialisti e comunisti da un lato e saldare il ceto medio alle classi dirigenti. L’operazione riuscì pienamente.

Un secondo aspetto, a mio avviso meritevole, che emerge dal quadro prospettico dell’A. è che viene a dissolversi la concettualizzazione di “biennio rosso” seguito poi da un “biennio nero”. Fabbri offre una lettura alternativa e originale degli eventi. Il “biennio rosso” non è il fenomeno che dà la stura alla reazione; per comprendere gli esiti del dopoguerra occorre guardare più indietro e cioè all’uso sempre più massiccio della legislazione eccezionale. Anche in questo caso ci si trova con un frutto avvelenato del conflitto. Dilatando a guerra finita l’uso della legislazione eccezionale la classe dirigente liberale rende più facile il passaggio che la vede nell’astenersi dal reprimere le violenze delle squadracce. Nell’esaminare questo fenomeno l’A. indica elementi interessanti: dalla documentazione proposta parrebbe che gli ordini in questo senso da parte dei governi  in molti casi venissero disattesi a livello periferico dai prefetti.

Anche la struttura del libro rispecchia la lettura degli eventi alla luce della continuità dalla guerra al 1921: la narrazione, suddivisa in sette capitoli, ha un’impronta fortemente cronologica e si ferma con l’entrata in Parlamento di parlamentari fascisti.

Secondo Fabbri dopo quella data il fascismo cominciò in qualche modo a cambiare pelle, nel senso che iniziò un processo di istituzionalizzazione che comprendeva anche l’accantonamento della sua immagine iniziale di movimento radicale per offrirsi quale interlocutore più affidabile. Non a caso il movimento si era trasformato in partito proprio nel ’21.

Si potrebbe discutere sulla decisione di arrestare la narrazione al 1921, ma nulla toglie al valore di un libro importante, ben scritto e documentatissimo  come dimostrano le cinquanta pagine di bibliografia, che ci dovrebbe far riflettere su alcuni aspetti del nostro presente.