La cronaca bolognese dell’Avanti! digitalizzata dall’Archiginnasio

Alla digitalizzazione di quotidiani e periodici ho dedicato moltissimi articoli. Anche se molto è stato fatto (ed è un risultato notevole, considerate le scarse risorse disponibili), moltissimo resta ancora da fare. Si procede un passo alla volta e un altro piccolo tassello lo si deve alla Biblioteca Archiginnasio di Bologna. L’Archiginnasio, oltre ad essere una biblioteca bellissima è anche fornitissima, una delle più ricche d’Italia.

Tra i molti progetti che potete trovare nella Biblioteca Digitale dell’Archiginnasio ora troverete anche la cronaca bolognese dell’Avanti!, una pubblicazione importante per i socialisti

che fino ad allora per diffondere le proprie idee avevano potuto contare solo su «La Squilla», il settimanale fondato nel 1901, anche se rimaneva intatto il sogno di realizzare un quotidiano, «La Conquista», che per vari motivi non vide mai la luce.

Fu un’esperienza breve:

La pagina locale dell’«Avanti!» fu pubblicata fino all’estate del 1922, quando la distruzione della redazione per mano dei fascisti ne decretò probabilmente la fine.

Ma non di meno fu una pubblicazione importante. La cronaca bolognese dell’Avanti! si affianca dunque ad altri progetti, tra i quali, cito almeno: Quotidiani di sinistra: Avanti! e l’Unità digitalizzati e Periodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960. Non ci resta che andare a curiosare in questa Cronaca bolognese dell’Avanti!.

Buona consultazione.

Recensione. Francesco Benigno: La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878

Le rivoluzioni possono essere terribili – e quelle che abbiamo conosciuto sicuramente, almeno in parte, lo furono – ma offrono il vantaggio se non di fare tabula rasa della storia che le ha precedute (elementi di continuità persistono comunque), quanto meno di rinnovare profondamente il nuovo stato che da esse sta nascendo.

L’Italia ha conosciuto la Controriforma senza avere la Riforma, non ha avuto rivoluzioni (nemmeno quella industriale, se non la seconda); l’unica rottura consistente che ha conosciuto è stata quella provocata dalla Resistenza – e anche questa con profonde continuità. E i problemi che derivano da questo processo storico sono evidenti.

La Controriforma e la mancanza di una rivoluzione sono fenomeni estranei a La mala setta di Francesco Benigno. In questo libro affascinante e innovativo infatti l’A. chiarisce che mafia e camorra non affondano le loro radici in un lontano passato imprecisato, ma si originano e fioriscono contestualmente all’unificazione: si strutturano “entro e non contro il sistema, formale e informale, dell’ordine pubblico allora vigente” (p. 370).

“Sistema informale”: che le forze dell’ordine infiltrino associazioni criminali, accade ovunque; Benigno ci descrive mondi in cui il confine tra legalità e illegalità non solo si dissolve, con frequenti passaggi da una parte e dall’altra e da una nutrita presenza di soggetti che tengono i piedi su due staffe, ma si contaminano, si intersecano, e, spesso, il mondo legale manovra, usa e sfrutta parti di quello criminale. Si veda, come caso emblematico, la vicenda di Filippo Curletti, un individuo a proprio agio nelle situazioni torbide, capace di riciclarsi a seconda delle situazioni e praticamente privo di scrupoli.

Ciò accade perché con piena ragione l’A. ritiene che il concetto di ordine pubblico dei decenni a cavallo dell’unificazione fosse essenzialmente diverso da quello odierno. A quell’epoca per ordine pubblico si intendeva l’ordine politico. Ordine politico minacciato da “classi pericolose”, possibili sovvertitrici dell’ordine esistente.

“Classi pericolose” rimanda al classico libro di Chevalier, un’opera che, benché mantenga gran parte del proprio fascino, giustamente l’A. ritiene superata, soprattutto dal punto di vista metodologico (p. XII). Benigno invece si è tuffato in un mare di fonti le più disparate (archivistiche e primarie soprattutto, ma anche storiografiche). Resta vero però che l’espressione “classi pericolose” rimanda alla Gran Bretagna e alla Francia della Rivoluzione industriale con la formazione contestuale di mondi criminali a sé stanti, con una fisionomia ben delineata di usi, costumi, linguaggi (l’argot); mondi misteriosi, ramificati e potenti che hanno fatto la fortuna di pubblicisti e romanzieri (da Balzac a Sue, da Dumas a Hugo e altri). Siamo dunque nella prima metà dell’Ottocento.

Giorgio Sommer, Veduta di via Toledo a Napoli, 1860-1880, Rjiskmuseum

Non a caso solo più tardi autori italiani descriveranno questi mondi. Mi sembra un dato che vale la pena di essere considerato per una serie di motivi. Primo: l’Italia dell’epoca subisce e importa un grande bagaglio di idee provenienti dall’estero (Francia, Belgio, Gran Bretagna soprattutto) e le applica al contesto italiano che però è profondamente diverso, essendo ancora l’Italia un Paese essenzialmente agricolo. Non si deve dimenticare che una buona parte della classe dirigente non vede di buon occhio l’eventualità della industrializzazione del Paese proprio perché, continuando ad affidarsi essenzialmente alla produzione agricola, si evitano quelli che venivano chiamati i “guasti sociali” dell’industrializzazione (un proletariato urbano turbolento e politicamente agguerrito, quartieri operai malsani ecc.), cioè proprio quei fenomeni che la letteratura straniera dipinge e propone all’opinione pubblica italiana anche in relazione alla “maffia” e alla camorra (Dumas in quegli anni è in Italia e in una serie di articoli propone al pubblico francese un’immagine della camorra rispondente a canoni già delineati per le classi pericolose del suo paese).

Immagini artificiose, “ricamate” e perfino immaginate (Dumas e non solo lui parlano dell’esistenza di un “Codice della camorra”) impattano dunque su una realtà che è essenzialmente diversa da quelli in cui è maturata la strategia di contrastare i mondi criminali usando i criminali stessi o, come titola un capitolo, usare il disordine per creare l’ordine. Non a caso molte delle descrizioni di questi mondi redatte da magistrati, prefetti, questori e politici ricalcano gli stessi stereotipi. Le descrizioni sono ad un tempo ripetitive e diverse: il camorrista può essere un ozioso ma anche un capo-popolo o un estorsore o un contrabbandiere; in ogni caso “non è facile dirimere il profilo criminale da quello politicamente ‘pericoloso'” (p. 112).

Ciò che si verifica nel corso del tempo è l’ampliarsi delle categorie delle classi pericolose. Essenzialmente cittadine, cominciano ad attirare le attenzioni e le preoccupazioni del mondo politico coll’attivismo repubblicano, col formarsi delle prime società di mutuo soccorso e con l’attecchire delle idee anarchiche prima e socialiste poi. La congiunzione, a prima vista alquanto singolare, tra associazionismo politico e organizzazioni criminali è dato – nell’ottica delle classi dirigenti – dalla pericolosità sociale di queste organizzazioni. (Caso quasi unico in Europa, il socialismo italiano ha la sua culla nel mondo bracciantile della pianura padana). Si assiste così, accanto all’ampliarsi della platea dei soggetti pericolosi, al continuo inasprirsi della legislazione nei loro confronti.

Libertà per chi?

La classe dirigente salda i mondi distanti delle città e della campagna – le “classi pericolose” sono un fenomeno tipicamente cittadino – e della criminalità con l’attivismo politico di vari colori (dalle forze reazionarie a quelle democratico-socialiste), tutte tendenti a scalzarla. Fa anche di più: li mescola rendendo intercambiabili le denominazioni e le le definizioni (vedi quanto scrive l’ex questore di Napoli Forni cit. a p. 376, che li fa derivare “dal medesimo tronco”). Che essa si sia sentita accerchiata dalle forze ostili dei “rossi” e dei “neri” é piuttosto comprensibile, ma inasprendo continuamente la legislazione contro oziosi, vagabondi, repubblicani, sovversivi e via discorrendo, ha ottenuto l’effetto di ingigantire gli effetti di questa percezione. Non è un caso se molti processi si sgonfiano o si risolvano in successi meno che parziali. È il caso del processo di Bologna del 1864, del clamoroso fiasco di “Villa Ruffi” e di altri ancora.

Palermo, Internet Archive

Inoltre, sempre in quest’ottica bene e spesso sono le forze dell’ordine a oltrepassare scientemente la legalità con provvedimenti sommari: pochissimi i prefetti che sollevano obiezioni (si vedano le ferme posizioni del prefetto di Brescia Zini, p. 149). In altri termini questo modo di procedere ha l’effetto di escludere le classi popolari anziché inglobarle nella vita civile e politica dello Stato. Ed è qui che si sommano gli effetti di una Controriforma senza Riforma e della mancanza di una Rivoluzione: la Controriforma ha spento le menti critiche, indotto al nepotismo, al clientelismo e al conformismo (sono le conclusioni a cui giunge Francis Haskell nel suo Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca, e anche se il libro è incentrato sulla storia dell’arte, le sue argomentazioni si prestano ad essere generalizzate). Sono tutte prassi che si confermano nell’uso di finanziare giornali filo-governativi e mettere a tacere quelli critici, nell’avvalersi dell’appoggio di intellettuali e in generale di manipolare in vario modo l’informazione (tra l’altro con risultati altalenanti. Si veda ad esempio il tentativo di Cadorna di addossare la responsabilità dell’insurrezione di Palermo del 1866 a un complotto ordito da forze clericali, borboniche e deliquenziali, fallito anche grazie a una “contro-informazione” ben organizzata, cap. VI – sulle distorsioni del giornalismo nostrano, vedi Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano).

Dall’altra parte, l’assenza di una rivoluzione ha impedito un primo ingresso delle masse popolari nella vita civile e politica mentre invece restano (e vengono mantenute) distanti e nell’ignoranza più profonda. Da questo punto di vista la documentazione riportata dall’A. è inequivocabile: “accoltellatori… feccia… malandrini… malfattori… popolazione pervertita negli istinti… tristi…” sono solo alcune delle spregiative definizioni affibbiate indistintamente a camorristi e mafiosi come delinquenti comuni, repubblicani o socialisti.

Certo, l’A. ha tutte le ragioni nel sostenere che mafia, camorra, pugnalatori, accoltellatori, repubblicanesimo e socialismo non sono compartimenti stagni separati tra loro, e dimostra abbondantemente contaminazioni di varia natura. Resta però il fatto che, sebbene il mondo politico non potesse decifrare quei mondi più o meno criminali se non con gli strumenti di cui disponeva – e cioè, essenzialmente tramite la cultura letteraria, e quindi con con rappresentazioni che dipendono solo in parte, e talora in minima parte, dall’esperienza diretta, ma che si basano invece su schemi narrativi reiterati, luoghi comuni racchiusi in testi precedenti e che si tramandano modificati qui e là -, la strada prescelta rendeva possibile contrastare mafia e camorra ma non di vincerle. Paradossalmente, a tenerle in vita e a permettere loro di prosperare era proprio il tentativo di usarle a fini politici. Se questo non significa che si sia stabilito un “patto” tra mafia e Stato, in concreto viene messa a frutto “la funzionalità dei gruppi criminali alle logiche e agli schieramenti della politica che coinvolgono anche le forze dell’ordine” così che “l’accusa di mafiosità appare come un’arma che viene lanciata reciprocamente nell’arena pubblica da vari schieramenti in competizione, nessuno dei quali disdegna l’assistenza di caporioni diffamati per atti di violenza ma dotati, proprio per questo, di autorità tra gli strati popolari” (pp. 333-35).

Uno dei molti interrogativi possibili che solleva il libro riguarda gli effetti che questo approccio nel gestire l’ordine pubblico ha avuto nella storia del Paese. Giustamente Benigno ritiene che il “modus operandi spiccio, volto a conseguire il risultato atteso, se non a tutti i costi, certo con varie forzature del diritto” ha influenzato “durevolmente” la vicenda dello Stato italiano (p. 148). Forse ci si può spingere anche oltre: viene alla mente l’atteggiamento parziale tenuto dai prefetti di fronte allo squadrismo fascista; ma anche, poco prima, le descrizioni dei fanti-contadini dopo Caporetto: non può sfuggire l’analogia con quelle dedicate a questi mondi: una massa bestiale, disumana, istintiva e brutale. Ma c’è anche, forse, un altro aspetto. Le forze di sinistra hanno interiorizzato (e forse mai superato completamente) un senso di inferiorità verso quelle liberali. In Romagna, anche dopo aver vinto le elezioni del 1889 e per molto tempo, nelle corrispondenze con prefetti e sotto-prefetti esse, quasi a nascondere il timore di non essere prese sul serio, sottolineano continuamente la legittimità del loro essere al governo dei municipi conquistati. Infine, permane la sensazione che l’isterica sensazione di essere continuamente accerchiati e minacciati da forze “senza confini precisi e [da] figure [non] ben determinate” (p. 54) ma ramificate e potenti, attribuendo “alle bande di delinquenti in circolazione una capacità organizzativa tale da rendere in sostanza spiegabile l’eversione politica” (p. 231) continuamente riversata sull’opinione pubblica sia stato anche un modo – tutto sommato comodo – per non affrontare e aggirare la “questione sociale” che in quei decenni stava emergendo. Certo, il diritto di voto si andava estendendo (in verità in modo limitatissimo), ma le dure forme preventive come il domicilio coatto e quelle repressive come il carcere – luogo spesso e da più parti indicato quale incubatore della camorra e della mafia – erano strumenti di controllo, repressione ed esclusione anche politica ad un tempo. Non si dovrebbe dimenticare che osservatori stranieri, già negli anni Quaranta dell’800, erano colpiti dalla distanza abissale che separava i governati dai governanti e che anche con l’avvento della Sinistra storica al governo l’atteggiamento delle classi dirigenti si modifica di poco. Come ha osservato Renato Zangheri, “il trasformismo non fu un’arte del non far niente, assorbendo le opposizioni […] ma un modo di fare, di dare avvio allo sviluppo, escludendo nei limiti del possibile la presenza delle masse popolari dalla scena politica” (Storia del socialismo italiano (vol. 1) p, 89).

Conclusioni

La mala setta di Francesco Benigno è un grande libro di storia. In primo luogo perché si basa su un formidabile scavo archivistico e su una miriade di fonti primarie. È un aspetto importante che ribadisce l’importanza della ricerca d’archivio e quanto vi sia ancora da scoprire e indagare. In secondo luogo perché il libro ci offre uno sguardo innovativo su un intero filone di studi e apre molti sentieri di ricerca. Infine perché la scrittura di Benigno ha un grande ritmo narrativo: intriga il lettore, lo appassiona. La mala setta è un libro avvicente

Buona lettura.

Recensione. Renato Zangheri: Storia del socialismo italiano (vol. 1)

La nascita e il percorso travagliato ma entusiasmante del socialismo italiano in quasi un secolo di storia

Quando i grandi studiosi giungono a fine carriera avvertono la necessità di fare i conti con una vita di lavoro. Renato Zangheri, oltre che grande storico è stato, com’è noto, Sindaco di Bologna e militante nel Pci e poi Pds. Anziché scrivere un libro di memorie Zangheri ha scritto una Storia del socialismo italiano che è anche una risposta al suo bisogno di studioso-militante di tirare le somme col suo pensiero e con la sua storia personale. A quegli ideali egli ha dedicato la sua vita di studioso e di politico e questa tensione di impegno la si avverte in tutta l’opera.

Questa Storia del socialismo italiano è – a mio parere ovviamente – il miglior libro sull’argomento. In primo luogo, in questo primo volume, Zangheri dà alla parola socialismo l’accezione più ampia possibile: non solo socialisti, anarchici e comunisti, ma anche repubblicani, radicali, liberali. I filoni di pensiero che si snodano dalla Rivoluzione francese fino alla creazione di un partito socialista beh definito, compiuto e delineato sono molteplici. Zangheri non ne trascura nessuno. Li segnala, li discute e li intreccia con protagonisti, avvenimenti e altri percorsi. Ne nasce una storia illuminata dall’alto e allo stesso tempo dal basso. Dall’alto: intellettuali, gruppi ristretti, pensieri “importati” da altri paesi. Non può essere diversamente data la frantumazione geo-politica del Paese e la quasi generale arretratezza delle sue economie: “salvo eccezioni, la cultura politica del Risorgimento non conobbe che indirettamente i grandi pensatori socialisti, né ebbe una formazione propria, “autogenetica”” (p. 54).

Ma storia illuminata dal basso, soprattutto. Spesso la storiografia si è occupata dei gruppi dirigenti, dei capi, dei pensatori principali. Zangheri tiene conto anche di questi, ma apre il suo sguardo ai militanti, simpatizzanti, compagni di viaggio temporanei. Guarda e ragiona su chi -spesso illustri sconosciuti – a quel movimento ha dato vita con l’azione: sono muratori, imbianchini, calderari, piccoli artigiani, calzolai, pittori, contadini, braccianti; donne e uomini, popolani, gente umile.

Certo, la storiografia ha scavato molto in questo senso, ma Zangheri è consapevole che molte zone del nostro Paese hanno prodotto uomini rimasti sconosciuti che meriterebbero una biografia. In questa impostazione sta uno dei grandi punti di forza del libro. Se tutta la storia non è mai lineare, quella del socialismo italiano è storia di scale interrotte, di percorsi accennati e talvolta abbandonati, di tentativi falliti, di contrasti anche violentissimi, di faticose ricomposizioni, di ripensamenti.

Zangheri è maestro nel mostrarci questi intrecci: Mazzini e Garibaldi, Mazzini e Bakunin, poi Costa con gli anarchici e il suo distacco: sensibilità diverse, dibattiti, contrasti, tattiche divergenti, che scendono tra i militanti, tra i gruppi. Li troviamo a ragionare nelle osterie come sotto l’ombra di un grande albero, a discutere ed azzuffarsi (anche con delitti). Ma è una sociabilità, uno stare assieme, un progettare insieme, che nasce e che si irrobustisce anche in altri modi: conferenze di singoli, orazioni funebri, stampa. A poco a poco anche il linguaggio si perfeziona e si modella. (Sulla stampa ho indicato molto materiale. Vedi ad esempio: Periodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960, Andrea Costa in vari progetti on line)

Percorsi in salita solo in parte, è vero – e nelle conclusioni dirò il motivo – ma non di meno un procedere faticoso. Sullo sfondo ci sono le trasformazioni economiche e sociali. Si affacciano con il 1848, ma sono i decenni che si aprono dai primi anni Settanta ad essere decisivi. In gran parte delle campagne del centro-nord del Paese le condizioni di lavoro, di salario e di vita di braccianti e mezzadri peggiorano; i patti agrari si inaspriscono (su questo, vedi anche Adriano Prosperi Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento); poco più oltre i primi passi verso una più decisa industrializzazione producono i primi contraccolpi.

C’è lo Stato e ci sono i governi. Zangheri non nasconde, e anzi riconosce i non pochi meriti della Destra storica, ma ne mostra anche l’estrema durezza verso le classi popolari e i tentativi di blandire i lavoratori con una propaganda tendente a smorzarne la combattività. La polizia è occhiuta ed efficiente, la magistratura arcigna e spesso insensibile. La Sinistra, nonostante le promesse iniziali, non si distacca poi molto da questa impostazione: “il trasformismo non fu un’arte del non far niente, assorbendo le opposizioni […] ma un modo di fare, di dare avvio allo sviluppo, escludendo nei limiti del possibile la presenza delle masse popolari dalla scena politica” (p. 89).

Si pone allora uno dei temi centrali del libro: la “nazionalizzazione delle masse”; fenomeno che avviene attraverso percorsi del tutto particolari. Di fronte a governi che mirano ad escluderle o a tenerle ai margini, le masse, soprattutto quelle contadine, si “nazionalizzano” attraverso le lotte e i processi che subiscono. La contrapposizione frontale tra socialismo e Stato è una contrapposizione inevitabile. Solo più tardi, con il lento ampliarsi degli elettori ci sarà lo spazio per confronti e ingressi più mediati.

Distanza dello Stato e dei governi dalle classi popolari, ma distanti sono anche repubblicani, anarchici e socialisti dai bisogni reali: lo testimoniano i fallimenti insurrezionali di Pisacane, Mazzini e poi più avanti di Bakunin e dei moti del Matese. Saranno necessari tempo, delusioni e ripensamenti per colmare – almeno in certe zone, non ovunque – quella distanza. Con franchezza – e rivendicando quanto fatto – Costa lo riconoscerà apertamente.

Se oltre ai mestieri guardiamo all’età dei protagonisti, gran parte di essi sono giovani uomini di venti, trent’anni. Ragazzi, ma già uomini, allevati e cresciuti in contesti in cui si diventava adulti precocemente, sotto il peso di lavori faticosi. E forse sarebbe bene fare ricerche approfondite sulle ricadute circa le loro possibilità di sostentamento e delle loro famiglie provocate dall’uso massiccio del carcere preventivo di mesi e mesi di detenzione ancor prima di avere un processo, in tempi in cui le fasce popolari erano sprovviste di qualunque tutela. Il diventare adulti molto presto può spiegare la tempra, ma non l’ardore, la passione, gli slanci, la generosità.

C’è la Comune di Parigi, che è il battesimo del fuoco (e insanguinato) di un proletariato che si presenta sulla scena non più alleato, ma contro la borghesia che sta plasmando un’epoca. Gli avvenimenti parigini sono come un fascio di luce che indica la strada. Quasi di colpo la strategia di Mazzini appare vecchia e inadeguata. Scuote coscienze: Garibaldi simpatizza per la Comune ed è un’adesione di grande peso.

La strada è ancora incerta, in gran parte da fare, ma è segnata. La Comune offre la sensazione a questi giovani di essere dentro al grande corso della storia, di essere dalla parte giusta. Poco prima c’era stata la nascita dell’Internazionale, che avrà con gli italiani un rapporto burrascoso, ma quel clima di poter incidere sugli avvenimenti grandi della storia quei giovani l’avvertono, lo fanno proprio. Una chiave di lettura del libro può anche essere questa dimensione internazionale: la Francia, la Gran Bretagna, la Svizzera, la Germania…

Sui rapporti tra l’Internazionale e gli italiani Zangheri scrive pagine molto belle e illuminanti. Anche in questo caso il percorso è tortuoso. In Italia c’è Bakunin la cui personalità dirompente e ammaliante affascina quasi tutti i più giovani. Ma al di là dell’ascendente del russo l’attecchire delle idee bakuniniste è anche la storia di contesti economici e locali, di sensibilità. Zangheri la dipana in tutte le sue sfaccettature.

Ci sono il sapere scientifico – che pochi di questi giovani padroneggiano – e il progresso elementi indispensabili per comprendere certe mentalità, anche quelle dei rivoluzionari. Aderire alla scienza e al progresso è anche un rifiutare tradizioni – che può essere la religione come i metodi delle Società di Mutuo Soccorso – e limiti geografici. La penna di Zangheri è sensibilissima nell’illuminare lo svolgersi dei fatti dal basso con questa tensione costante. Le pagine restituiscono il vibrare di questi giovani seri, impegnati, ma anche leggeri e disposti a rischiare.

Il libro si arresta ai ripensamenti di Costa dopo gli ultimi tentativi insurrezionali caduti miseramente (Bologna 1874, Matese 1877) e con la sua “Lettera agli amici di Romagna” con la quale imbocca una strada diversa.

Questa Storia del socialismo italiano è anche molto altro. È anche un libro magistrale dal punto di vista metodologico. Zangheri padroneggia una quantità impressionante di fonti e di studi. Si può dire che nelle note a margine si trovi indicata tutta la bibliografia disponibile fino al momento dell’uscita del libro.

Questa Storia del socialismo italiano dovrebbe essere letta e studiata a fondo. Certo, quei giovani sentivano di avere il vento in poppa e anche se la realtà delle cose era molto più complicata di quanto avevano inizialmente immaginato, il vento in poppa l’avevano davvero: il socialismo stava imparando a parlare e aveva molto da dire.

Da questo punto di vista un paragone coll’oggi è improponibile. Il vento non tira in quella direzione. Ma è bene leggerlo oltre che perché bellissimo, anche per capire che c’è moltissimo da fare e che non sarà affatto semplice.

Se a fine carriera si arriva a scrivere un libro come questo allora si può star certi di aver lasciato qualcosa di buono.

Buona lettura.

lo storico della domenica
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