Recensione. Giovanna Caldara-Mauro Colombo: Tanto tu torni sempre. Ines Figini, la vita oltre il lager

Una famiglia come tante, una vita come tante: la scuola, il lavoro, le amiche, lo sport. Una vita comune, con la gioia di vivere, la curiosità, l’avventatezza dei vent’anni. I vent’anni di una ragazza sensibile e forte, coraggiosa e indipendente, quella di Ines Figini. Una indipendenza che la madre, con la consapevolezza unica dei genitori, le riconosce subito: “tanto tu torni sempre”, le dice una volta, riconoscendole la capacità di cavarsela da sé, con la propria intraprendenza, il proprio intuito.

Ma avere vent’anni a ridosso della seconda guerra mondiale significa essere nel fiore degli anni in un periodo terribile. La storia, la “Grande Storia”, gli eventi che stravolgono un’esistenza ti può travolgere da un momento all’altro. Ed è quello che accade a Ines. Il senso profondo e sentito della giustizia, dovuta anche all’educazione dolce ma severa e senza fronzoli dei genitori la fa “ribellare” in un momento cruciale.

Siamo negli anni dei grandi scioperi nelle fabbriche del Nord Italia, un evento unico nell’Europa occupata dai nazisti. Ines, che non si è mai occupata di politica, lavorando in una delle industrie più importanti di Como, protesta col Questore della città mentre con alcuni repubblichini sta ispezionando la fabbrica, per il fermo di alcuni operai dopo la scoperta di alcuni volantini di propaganda.

Una semplice rimostranza, detta d’istinto, e la sua vita svolta, precipita e piomba all’inferno. Assieme ad un gruppetto di colleghe e operai viene inviata a Mauthausen.

All’inferno

Le memorie dei sopravvissuti ai campi di sterminio sono molte. Ci hanno lasciato ricostruzioni precise e terribili dei campi di sterminio. Le si ritrovano tutte, precise e puntuali anche nella memoria di Ines. Ciò che le infonde la forza di resistere alla brutalità del personale dei campi, al vitto immangiabile, alla fatica immane del lavoro sono una fede limpida e mai bigotta, vissuta come un dono naturale, una inesauribile fiducia in sé stessa che la fa essere ottimista anche nelle situazioni e condizioni più dure e disperate e la promessa fatta alla madre di tornare. Quel “tanto tu torni sempre” che la madre le aveva detto tanti anni prima, le ritorna in mente spesso e il sopravvivere diventa una “fissazione, il pensiero che mi dà la forza di tollerare anche l’intollerabile” (p. 91).

Ines ha l’intuizione di trasformare in un’arma il progetto del nazismo di annientare la personalità degli internati: “loro mirano proprio ad annullare la nostra personalità [ma] trasformata in un robot, lavoro come in trance, incapace di qualsiasi reazione […]. Ma sono viva” (p. 91, i corsivi sono nel testo).

Questa strategia, insieme a certi aspetti dell’educazione rigida ricevuta da bambina come il mangiare anche cose che non le piacciono che le consentirà di abituarsi anche alle immangiabili brodaglie, le permette di sopravvivere anche i campi  di Auschwitz-Birkenau e Ravensbrück.

Una “strana” narrazione

Ciò che colpisce di queste memorie (o, almeno che ha colpito me) è la narrazione degli eventi. In qualche modo è come se l’autrice li riveda; non che li riviva, che li riveda. Le sue pagine, che pure descrivono scenari terribili, trasmettono la tragedia che l’ha colpita ma allo stesso tempo mantengono una leggerezza che non si trova in memorie di questo genere.

Forse la chiave per comprendere questa strana leggerezza risiede nella capacità che questa donna straordinaria ha avuto nell’accettare, convivere e perdonare quel che le è accaduto. Dopo la guerra la sua vita riprende da dove era stata interrotta: riprende il lavoro nella medesima fabbrica, riprende la passione per lo sport, riallaccia e allarga la sfera delle amicizie, coltiva molti interessi. E torna, torna anche ad Auschwitz. Vi torna spesso e matura in lei la convinzione di dover portare la sua testimonianza alle generazioni più giovani.

Lo fa con naturalezza, perdonando pur senza rinnegare il gesto che l’ha condannata a una esperienza spaventosa. Certo, una vicenda simile non può non lasciare segni profondi: non consegnerà mai alla madre le lettere che le aveva scritto mentre era ricoverata in un ospedale militare dopo aver contratto il tifo (le lettere sono ora pubblicate nella sezione “Ines scrive…”). Ma Ines Figini ha saputo trovare una propria strada per spingersi “oltre il lager” – come a ragione notano i curatori – e convivere  con una storia che, non di rado, ha finito per schiacciare tanti anche a molti anni di distanza. E non si è risparmiata per trasmetterla affinché non si ripeta.

Il libro

Una parola di merito va ai curatori, Giovanna Caldara e Mauro Colombo, per aver agevolato la lettura del testo – scritto comunque molto bene – con brevi introduzioni ad ogni capitolo, puntuali note a margine, appendici, testimonianze e una bibliografia essenziale ma precisa.

 


Recensione. Ian Kershaw: All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949

Una grande sintesi di uno dei maggiori storici contemporanei sull’Europa della prima metà del ‘900

All’inferno e ritorno di Kershaw è senza dubbio la miglior introduzione alla storia d’Europa nella prima metà del ‘900. Dico introduzione non per svilire il libro a semplice manuale. Il libro è quanto mai ricco e documentato, ma essendo pensato per il lettore comune Kershaw dipana la trama in quasi 600 pagine di testo di piacevolissima lettura.

In All’inferno e ritorno non espone una tesi “forte” che funga da perno alla trattazione come nel caso del “Secolo breve” di Hobsbawm o del “Continente buio” di Mazawor. La scansione temporale riprende in sostanza l'”età della catastrofe” di Hobsbawm denominandola seconda guerra dei trent’anni.

Il libro è dominato, giustamente, dalla prima guerra mondiale e dalle sue conseguenze. Kershaw risolve l’annosa discussione sulle responsabilità del conflitto indicando le responsabilità di ogni singolo paese, anche se ritiene maggiori quelle della Germania. Da quel vulcano eruttante violenza e barbarie morali, nazionalismo, destabilizzazione geo-politica, economica e sociale l’Europa ne uscì inevitabilmente trasformata. L’A. sottolinea gli effetti distruttivi dello sviluppo tecnologico che poi, col perfezionarsi già nel corso del conflitto e soprattutto nei decenni successivi, avrebbe aperto le porte a futuri, immani massacri. E si sofferma con osservazioni perspicaci sugli effetti diretti e a lungo termine di una guerra che diventando sempre più spersonalizzata da un lato abituò chi vi prese parte alla morte, all’insensabilità e alla violenza (pp. 72 e ssgg.); dall’altro addomesticò lo popolazioni a lasciarsi privare più o meno completamente delle libertà civili e giuridiche con sorprendente facilità: la brutale disciplina imposta nelle trincee, lo sfruttamento draconiano della manodopera nelle fabbriche, l’imbavagliamento più o meno completo della stampa, furono elementi che abituarono le popolazioni a future restrizioni. Osservazioni puntuali riguardano l’uso strumentale del razzismo (che poteva assumere coloriture religiose, culturali o razziali o tutte assieme) da parte dei governi e della stampa, impegnati a presentare il proprio paese come depositario di un patrimonio di civiltà messo a repentaglio da avversari rozzi e culturalmente meno sviluppati.

La Grande Guerra fu anche, come è noto, la responsabile del crollo di quattro imperi e l’incubatrice della rivoluzione russa. Il vuoto lasciato dall’impero austro-ungarico fu occupato da una serie di stati deboli e instabili nei quali l’impianto della democrazia si rivelò di breve durata. In Russia la Grande Guerra fece da detonatore alla rivoluzione la quale, per affermarsi, dovette uscire vincitrice da una spaventosa, dilaniante guerra civile (7 milioni di morti) che avrebbe mandato in rovina l’economia del paese (p. 127).

Liberale di sinistra, Kershaw ha parole molto dure nei confronti di Lenin. Egli ritiene che le “caratteristiche [aberranti] del sistema bolscevico erano […] emerse quando Lenin era ancora in vita. Ciò che ne seguì fu la continuazione e la logica conseguenza del passato, non un’aberrazione” (p. 130). Vi sarebbe dunque un trait d’union tra Lenin e Stalin, il vincitore della faida interna dopo la morte di Lenin. Forse è un giudizio troppo duro, non tanto perché Lenin non fosse capace di essere estremamente duro, ma di sicuro non era era paranoico e sanguinario quanto Stalin e, soprattutto, riuscì a far sopravvivere una rivoluzione in un contesto e in una sequenza di avvenimenti spaventosi: l’arretratezza della Russia zarista, la Grande Guerra, e una guerra civile di quelle proporzioni e di quella durata non erano fenomeni governabili coi guanti di velluto. A cose fatte la NEP fu anche il riconoscimento di errori e di torti commessi nei confronti dei contadini (sulla Rivoluzione russa vedi anche Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario e Angelo d’Orsi: 1917. L’anno della Rivoluzione).

In ogni caso, sebbene l’A. tenga costantemente presente le vicende sovietiche e le analizzi con sottigliezza (“una cosa fu subito chiara: la rivoluzione bolscevica era un avvenimento di portata storico-mondiale”, p. 96), il problema dell’Europa erano la Germania e l’Europa orientale (e in relazione ad esse l’atteggiamento delle potenze principali: Francia e Inghilterra). Già la guerra aveva dimostrato che la democrazia sarebbe sopravvissuta con relativa sicurezza solo negli stati  nei quali affondava radici più profonde. In Inghilterra e in Francia “la legittimità dello Stato [non] fu mai messa seriamente in discussione” (p. 92). Dove i governi e le istituzioni non godevano della legittimità della maggioranza dei cittadini la democrazia era destinata a soccombere.

Prima guerra mondiale
Dopoguerra

La Grande Guerra lasciò un continente in preda a convulsioni di ogni genere: oltre ai milioni di morti in battaglia e a quelli provocati dalla Spagnola, i mutilati erano 8 milioni e centinaia di migliaia coloro che avevano subìto traumi psichici. La riconversione dell’economia a una produzione di pace fu difficile: dove l’inflazione passò a iper-inflazione come in Austria, Polonia e Russia, vivere divenne complicato. Inizialmente in Germania l’inflazione fece da volano all’industria, ma quando nel 1923 andò fuori controllo provocò una tragedia sociale (pp. 113 e ssgg.).

Il tasso di violenza incubato durante il conflitto riemerse e si incarnò nelle camicie nere di Mussolini, nei Freikorps tedeschi e negli innumerevoli gruppi e gruppuscoli paramilitari composti da gente che non riusciva a reintegrarsi nella società e nutriva un profondo rancore verso tutti coloro che avversavano o non condividevano i valori per i quali avevano combattuto (generalmente pacifisti, militanti di sinistra ed ebrei)

Uno dei problemi cruciali fu che la sistemazione del continente escogitata a Versailles alla fine creò più problemi di quanti ne risolvesse. Il principio dell’autodeterminazione di Wilson si rivelò ben presto inapplicabile nell’Europa centrale e orientale dove etnie diverse si contendevano gli stessi territori: i compromessi trovati ridisegnando la cartina geografica di quelle zone finirono per inglobare popolazioni diverse all’interno di uno stesso stato: soluzioni che avrebbero alimentato malcontento e portato problemi in un futuro prossimo (per questi aspetti e in generale sul dopoguerra vedi: Robert Gerwarth La rabbia dei vinti).

In secondo luogo, per i paesi vincitori della guerra voler punire la Germania fino giungere all’umiliazione poteva avere senso per soddisfare la sete di vendetta di un’opinione pubblica inferocita, ma non per preservare la pace e la stabilità sul continente. Soprattutto, addossando la responsabilità del conflitto alla sola Germania creò un risentimento generalizzato in un paese che era stato fino a quel momento la principale potenza economica e tecnologica del continente ma che aveva anche un percorso storico non compiutamente democratico nel quale l’esercito aveva avuto una posizione cruciale, che considerava “la propria nazionalità in termini etnici [e] non territoriali” e le cui élites non riconoscevano fino in fondo il valore della democrazia occidentale scaturita dalla Rivoluzione francese o dal liberalismo (p. 221). Le riparazioni “furono per più di dieci anni un cancro annidato un cancro annidato nella politica tedesca” che mise il vento in poppa ai nazisti (p. 139) (sulla Repubblica di Weimar vedi anche Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia).

Trattato di Versailles
Un problema nel cuore dell’Europa: la Germania

Perciò la Repubblica di Weimar nonostante gli indiscutibili successi e nonostante l’A. ritenga che nei tardi anni Venti fosse sul punto di riuscire a sanare ferite ancora brucianti dovette sempre destreggiarsi con forze che miravano alla sua delegittimazione. E giustamente Kershaw indica il pericolo principale e fondamentale nella congerie di forze di destra più che nelle velleità rivoluzionarie della sinistra radicale (responsabile però di indebolire la sinistra nel suo complesso).

La destra estrema era già giunta al potere in Italia, un paese che, sebbene vincitore reagì con le modalità di un paese sconfitto, e altrove, ma l’Italia non aveva la forza per mettere a soqquadro l’Europa. Il problema era la Germania.

Quando sul continente arrivarono gli effetti del crollo di Wall Street, le convulsioni politiche sul continente europeo crebbero di intensità. La zona orientale era quasi completamente in mano a regimi reazionari o filo fascisti, i paesi mediterranei lo erano già da tempo o lo sarebbero diventati a breve, in Germania le devastazioni occupazionali, sociali ed economiche della crisi suonarono a morte per una Repubblica già consunta e Hitler ebbe la strada spianata al potere.

Le pagine che Kershaw dedica agli effetti economici e sociali della crisi del ’29 sono molto belle e convincenti. Dovrebbe far meditare la catastrofica decisione delle politiche di taglio alla spesa, contenimento dei costi e deflazione. Quelle politiche aggravarono la crisi piuttosto che contrastarla.

Un’interpretazione

Consapevole dei fraintendimenti e delle facili volgarizzazioni della categoria interpretativa del “totalitarsimo”, Kershaw distingue tra dittature “statiche” e dittature “dinamiche”. Nelle prime egli ingloba i paesi in cui i governi miravano al controllo e al dominio della società senza volerla alterare o modificare. Esempi di questo genere li indica nella Spagna, nel Portogallo e in buona parte dei regimi dell’Europa dell’Est.

Per dittature “dinamiche” invece Kershaw intende quei regimi che intendevano operare una rivoluzione profonda non solo controllando i cittadini limitandone la libertà, ma pretendendo di plasmare un uomo nuovo – come nel caso tedesco e sovietico – o di instaurare un regime “totalitario” come nel caso italiano. Un altro fattore che accomuna i tre dittatori era il loro ragionare in termini politici e non economici: in Unione Sovietica l’industrializzazione forzata si trasformò in un massacro per i contadini e in una devastazione per la produzione agricola (dalla quale l’URSS non si sarebbe più ripresa), le “purghe” staliniane seguirono una logica politica sebbene la decapitazione di cervelli di prim’ordine provocasse danni enormi in ambito economico e militarermania il processo di riarmo avvenne sganciando il paese dalle dinamiche dell’economia internazionale a favore di scambi bilaterali con questo o quello stato. L’idea di trasformare i cittadini in schiere di fedeli dediti alla causa o a rifondare la società era un’idea completamente antitetica a quelle delle democrazie tradizionali e assolutamente nuova (pp. 299-338). A ben guardare questa impostazione si avvicina all’opinione di Hobsbawm secondo il quale nell’Europa degli anni tra le due guerre le opzioni di adesione politica fossero ridotte alla scelta tra comunismo o fascismo.

L’arrivo al potere di Hitler – e il fallimento plateale e definitivo della Società delle Nazioni – chiarì a tutti che il pericolo di una nuova guerra era concreto. Il capolavoro politico di Hitler fu quello di presentare il riarmo della Germania non come pre-condizione ad una politica di espansione ma come riparazione di un torto subito da potenze che volevano tenerla in una condizione di inferiorità.

Il problema era che Francia e Inghilterra si trovarono di fronte ad un interlocutore che non ragionava affatto come loro. Portando la Germania fuori dai normali circuiti internazionali sia nei rapporti politici che economici Hitler imboccò la strada che avrebbe portato alla guerra: la Germania aveva bisogno di “uno spazio vitale” per espandere la propria economia e questo combaciava perfettamente anche con la ossessione razzista e la contrapposizione ideologica frontale dei nazisti verso i sovietici. Il fallimento della strategia dell’appaesement (“venire a patti con Hitler e intanto guadagnare tempo, pp. 369-70) e la cedevolezza continua di inglesi e francesi nei confronti delle crescenti pretese di Hitler ha una sua motivazione anche in questa incomprensione di fondo, oltre che agli incubi di una nuova guerra e al timore del comunismo.

Dentro alla seconda catastrofe

Il risultato di questo mix micidiale si sarebbe toccato con mano proprio nel corso della seconda guerra mondiale. Fu la parte orientale dell’Europa a pagare il prezzo più alto del razzismo biologico dei nazisti (talvolta sostenuto dalle popolazioni locali quando rivolto a ebrei o ad altre etnie), della loro strategia di disumano sfruttamento di persone e risorse e del loro anticomunismo viscerale (pp. 409 e ssgg). Così, ad esempio, lo sfruttamento degli ebrei rendeva bene fin tanto fossero stati in grado di lavorare, dopo li si poteva eliminare; ma,fatto spaventoso e inedito, “la guerra in oriente ebbe un carattere schiettamente genocidario” (p. 419). Per gli ebrei fu fatale il fallimento dell’invasione dell’URSS: inizialmente i nazisti avevano previsto di spostarli lì; la mancata invasione accelerò il processo di sterminio che era comunque già iniziato (pp. 423-24).

In generale i nazisti fecero due errori fatali. In molte zone dell’Europa orientale l’anticomunismo era profondo e radicato, ma i pregiudizi razziali impedirono ai nazisti di farvi leva per procurarsi alleati che avrebbero potuto essere preziosi. Il secondo, soprattutto nell’Europa occidentale fu che il loro atteggiamento costringeva le popolazioni a violare le regole per sopravvivere mentre il bisogno di manodopera e i seguenti rastrellamenti finivano per alimentare la Resistenza che si andava organizzando (pp. 452-455).

Ma Kershaw dà anche spazio alle conseguenze dei bombardamenti alleati e sulla brutalità delle truppe sovietiche nella loro avanzata verso Berlino e in generale all’accrescere del tasso di violenza degli ultimi mesi del conflitto. I tedeschi resistettero fino all’ultimo perché consapevoli delle vendette che li aspettava. Quella tedesca è solo una tra le reazioni alla guerra: i sovietici la condussero fino in fondo perché Stalin fu capace di trasformarla in guerra patriottica e videro cosa li attendeva se l’avessero persa; i polacchi la combatterono in vista di uno Stato futuro; gli inglesi la combatterono per un futuro di pace e, per i soldati provenienti dai dominions, di prossima indipendenza.

Dopoguerra

La fine della guerra sancì la fine del fascismo come progetto politico credibile e l’Europa ne emerse nuovamente ridisegnata e suddivisa in due blocchi distinti e contrapposti. Nell’Europa Occidentale il protezionismo e il nazionalismo economico vennero accantonati a favore della cooperazione internazionale: “le lezioni erano state apprese” (p. 478).

Un altro elemento fondamentale affrontato dall’A. è la nascita del welfare state nella parte occidentale dell’Europa post-bellica. Riconoscimento dovuto agli immani sacrifici patiti dalle popolazioni durante il conflitto, certamente, ma anche deterrente nei confronti della capacità di attrazione dei partiti comunisti e socialisti; una scelta politica precisa e voluta dunque. Senza che nessuno potesse immaginarlo, l’Europa occidentale si sarebbe incamminata verso decenni di prosperità e stabilità politica.

Naturalmente Kershaw affronta anche molti altri temi che qui non considero: dalla religione alla cultura, dallo sterminio degli ebrei ad alcuni problemi del dopoguerra. Ma ora che che crisi economica, palese malfunzionamento dell’Europa e razzismo si stanno ripresentando sulla scena, ho voluto soffermarmi su aspetti essenziali. Mi preme dire che sarebbe importante leggere e meditare a fondo le pagine di All’inferno e ritorno.

Buona lettura.


Recensione. Giuseppe Lorentini: L’ozio coatto. Storia sociale del campo di concentramento fascista di Casoli (1940-1944)

Un libro importante per conoscere e capire un aspetto ancora poco noto della nostra storia e del fascismo.

Parlando con studenti che mi domandano un parere per le loro tesi o con appassionati cronachisti di storia locale mi capita spesso di metterli in guardia dall’imbarcarsi a scrivere di micro-storia. Solitamente si è portati a credere che scrivere la storia di un paesello, di un ente, un ospedale ecc. sia più semplice che scrivere di temi generali. A mio parere non è così. Scrivere di “micro-storia” è più difficile che scrivere di “macro-storia”. Lo è perché la micro-storia ha senso soltanto nella misura in cui riesce ad approfondire e a far comprendere meglio la macro storia. Perciò ho letto con grande curiosità questo L’ozio coatto di Lorentini, un libro che ci spiega la nascita e il funzionamento del campo di concentramento fascista di Casoli.

Lorentini si è mosso a cerchi concentrici. Nel primo dei quattro capitoli che compongono il suo lavoro, contestualizza il campo di Casoli dopo averlo inquadrato nel contesto generale dei Lager, dei campi di sterminio e dei campi di concentramento. Sono distinzioni importanti, fondamentali, che l’A. illustra e discute sulla base di una solida e profonda conoscenza e dimistichezza con la storiografia.

In particolare il primo e il terzo paragrafo sono utilissimi per chi desideri approfondire questi temi: vi si trovano bibliografie ragionate e puntuali nelle note a piè di pagina e spiega in modo chiaro perché in Italia la storiografia abbia cominciato ad interessarsi ai “campi” solo in tempi relativamente recenti.

Nel secondo capitolo si focalizza l’attenzione al caso italiano. Furono le leggi razziali, la legge di guerra del 1938 e i provvedimenti di polizia del 1940 a riversare la “grande storia” sulla pelle delle persone comuni che poi finiranno a Casoli. L’internamento in quanto tale non era una novità: l’Italia lo aveva già adottato nel corso della Grande Guerra nei confronti i sudditi austroungarici e tutti i soggetti genericamente ritenuti sovversivi (socialisti, anarchici, pacifisti ecc.) (p. 59). La legge di guerra del 1938 fu il risultato di una lunga gestazione, ma fu la guerra ad accelerare e rendere operativi l’approntamento dei campi e le normative che li riguardavano (p. 62, nota 23).

Leggi razziali e la guerra spiegano anche la duplicità del campo di Casoli: dal 1940 al 1942 vi furono internati gli “ebrei stranieri” per ragioni razziali; dal 1942 gli “internati politici”. Questi ultimi erano “ex jugoslavi” provenienti dalle zone occupate dall’esercito italiano dove era prevista la sostituzione della popolazione locale con italiani: è la storia di una brutale occupazione e sradicamento dal proprio ambiente (che smentisce la convinzione comune che gli italiani, “brava gente” siano stati più “morbidi” dei nazisti) che irrompe sulla scena e su un microcosmo come era il piccolo paese di Casoli.

L’A. mostra egregiamente queste due storie: in linea generale gli “ebrei stranieri” ebbero una vita meno dura nel campo di Casoli (pagata però a carissimo prezzo successivamente): si trattava di persone che in non pochi casi disponeva di mezzi finanziari (a volte anche notevoli) e questo valse loro la possibilità di cavarsela meglio rispetto agli “internati politici” che li sostituirono – in genere povera gente che talvolta nemmeno sapeva per quale ragione fosse finita lì e che fu sottoposta a un regime di controllo e di vita molto più pesante e invasivo.

Da questo punto di vista Lorentini fa bene a rimarcare che la nebulosità della legislazione in vigore consentisse ai vari organi e al personale periferico dello Stato un’ampia libertà di azione e come spesso i due piani si intrecciassero o si sovrapponessero. In altre parole la legislazione consentiva di fare un uso razziale di provvedimenti di ordine pubblico.

È descrivendo la vita interna del campo – allestito velocemente, cosa piuttosto strana ma indicativa, considerata la farraginosità della condotta di guerra del regime durante la guerra – che macro-storia e micro-storia si fondono: la descrizione dell’amministrazione del campo, la capacità – o l’incapacità – degli internati di adattarsi alle contingenze, le corrispondenze, fanno emergere la brutalità inumana del regime, le sottili strategie degli internati per sopravvivere – acquistare qualcosa dagli abitanti, pranzare o cenare alle osterie per gli ebrei che potevano permetterselo – la pesantezza di un “ozio coatto” avvilente e psicologicamente devastante.

Lorentini fa interagire questi soggetti – una burocrazia occhiuta inefficiente ma indifferente, il personale che dirige il campo, gli internati –  e ne emergono elementi significativi: la “funzionalità” dei luoghi di detenzione per la povera economia del paese, le eccezioni verso personalità importanti – un luminare ebreo invitato a pranzo da altri – le ipocrisie dei fascisti locali che espongono denunce trincerandosi dietro l’anonimato, l’organizzarsi degli “internati politici” con l’elezione di un capo.

Ho accennato alla smentita secca e documentata della bonarietà dei militari. Un altro “mito” da sfatare è la bonarietà degli apparati repressivi del regime: il confino come luogo di “vacanza” per gli oppositori del regime . Tutt’altro. Di “ozio” coatto, forzato, imposto parlano molti internati che subiscono la pesantezza dell’inazione e si sentono condannati (senza aver fatto nulla per esserlo) a una inazione psicologicamente rovinosa. Così come fa bene l’A. a ricordare che le leggi razziali non colpirono solo gli ebrei ma anche anche altre minoranze come gli zingari e a spiegare i motivi per i quali in Italia si è tardato molto a parlare dei campi. Lo fa citando un altro autore (p. 43, nota 87) dando prova di grande rispetto e maturità.

Completano il volume un’Appendice in cui si riportano le schedature degli internati “ebrei stranieri” e quella degli internati politici. È un lavoro che scaturisce da un’accurata ispezione all’Archivio Comunale e dal suo sito che ho già segnalato tempo fa: La repressione durante il ventennio. Un portale sui campi fascistiUn video sul Campo di concentramento fascista di Casoli

L’ozio coatto si inserisce in un filone di studi recente ma già discretamente nutrito, ma questo libro ha il pregio della chiarezza espositiva e della esaustività.

Perciò, chi vuole conoscere e capire un aspetto poco noto della nostra storia e cominciare a comprendere gli infiniti aspetti delle violenze e brutalità che i regimi fascisti hanno fatto e le guerre fanno esplodere, L’ozio coatto di Lorentini è il libro ideale.