Recensione. Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918

Un ottimo libro su come gli italiani vissero la prima guerra mondiale. Una lettura facile e preziosa.

Il valore di cesura epocale della Grande Guerra è un dato di fatto ormai comunemente accettato: Hobsbawm ha fatto iniziare il suo “Secolo breve” col 1914; in un libro discutibile e discusso Arno Mayer ha fatto finire l’Ancien régime alla stessa data e, più recentemente, Richard J. Evans ha chiuso la sua grande sintesi sull’Ottocento con l’inizio della prima guerra mondiale (vedi, Alla conquista del potere. Europa 1815-1914).

Che la Grande Guerra segni la fine del mondo aristocratico come ha sostenuto Mayer, o del mondo formatosi attorno all’ascesa della borghesia, come ritengono Hobsbawm e Evans, poco importa. Ciò che conta è il fatto che la Grande Guerra chiude un’epoca e ne apre un’altra.

La apre all’insegna della novità più sconvolgente: la capacità di produrre morte in modo seriale, anonima e su scala inimmaginabile fino a quel momento. Il progresso tecnologico che si innesta nella produzione bellica introduce per la prima volta la possibilità di produrre armi e munizioni a getto continuo e, conseguentemente, la possibilità di uccidere indefinitamente. Ma in realtà, in quella guerra, per la grande massa di fanti-contadini abituati alla vita dei piccoli paesi, tutto appare sovradimensionato, impressionante: il numero dei proiettili e delle armi, la quantità di derrate alimentari o della posta e… quello dei cadaveri: “i soldati parlano spesso della massa dei morti come se fosse merce accatastata e imballata” (p. 143). La guerra produce anche una morte qualitativamente diversa che inverte il percorso fatto fino allora fin almeno dalla fine del Settecento. Da due secoli si tendeva a rendere la morte più asettica, depurata, meno invadente (si pensi alla costruzione dei cimiteri al di fuori dei paesi); ora, in trincea, i soldati sono costretti a guardare continuamente i cadaveri immobili nella “terra di nessuno”, le loro carni entrare in putrefazione, marcire mutando lentamente in materiale organico e a sentirne il fetore (p. 337).

Il mito risorgimentale dell’eroismo del soldato cade miseramente e questi viene introdotto in un “tritacarne” che lo rende anonimo, lo trasforma in semplice carne da macello, lo spersonalizza inserendolo in un contesto in cui egli diventa e si sente come infinitesima parte, del tutto ininfluente, di un meccanismo infinitamente più grande di lui, avvertito come incontrastabile e inarrestabile.

Si tratta di un processo del tutto nuovo che ha ricadute su molti versanti. La “quantità” impressionante, continua, infinita di morte produce assuefazione: la morte (non soltanto quella provocata dalle armi, ma anche dalle malattie) diventa una costante, una presenza quotidiana che dà vita a reazioni molteplici: dal rifiuto della guerra e alla sua denuncia, a forme di “spaesamento” e smarrimento della propria personalità, all’esaltazione della morte e della violenza. A medici e psichiatri si presenta una psicopatologia inedita: lo “shell shock”, lo “shock da combattimento” (un tema sul quale Gibelli ha scritto un libro importante).

L’esaltazione della morte e della violenza rivestono una particolare importanza nel caso italiano. Gibelli illustra come la Grande Guerra sia stata l’incubatrice del fascismo. Un aspetto interessante di questo fenomeno, analizzato con finezza dall’A. è lo scadimento del linguaggio. In alcuni giornali il linguaggio diventa volgare, violento, diretto a screditare l’avversario non nella sfera delle idee ma con argomentazioni che escono dalla politica e che spesso riguardano perfino i connotati fisici dell’avversario. Anche in questo caso si tratta di un processo di incubazione: il disprezzo volgare dell’avversario e la violenza verbale diventano premessa per la futura violenza fisica delle squadre fasciste (vedi ad es. pp. 326 e ssgg.)

Il passaggio dalla violenza verbale a quella futura dei manganelli è solo uno degli aspetti della maturazione del fascismo. In realtà, e l’A., lo dimostra ampiamente, la guerra sviluppa una serie di “torsioni” che sboccano inevitabilmente nel prossimo regime.

In primo luogo la netta maggioranza degli italiani è contraria alla guerra e la decisione di entrare nel conflitto viene presa da un manipolo di personalità nel completo disprezzo di una volontà popolare di segno opposto sebbene perfettamente conosciuta. Siamo quindi di fronte ad una evidente forzatura al limite del “colpo di stato” per affermare la volontà di un’infima minoranza sulla stragrande maggioranza della popolazione. La spaccatura tra interventisti e neutralisti diventa così una frattura che attraversa tutto il conflitto e prosegue ben oltre. Il nemico non è soltanto quello esterno degli eserciti nemici, ma ne esiste anche uno interno: sono i pacifisti e le forze politiche neutraliste (socialisti e, in una certa misura, cattolici), accusati di sabotare lo sforzo bellico.

Il prevalere delle idee nazionaliste a favore della guerra fu dovuto alla messa a punto di una propaganda ossessiva e capillare – che fu indirizzata a tutti, perfino ai bambini – ma anche alle posizioni oggettivamente deboli delle forze pacifiste. Le posizioni neutraliste del socialismo internazionale si dissolsero: tranne quello italiano tutti i partiti socialisti dei paesi coinvolti nel conflitto votarono i crediti di guerra ai loro governi. L’interventismo democratico, che vedeva nella guerra l’occasione per fare piazza pulita della società esistente, vide le proprie idee clamorosamente smentite dai fatti. E lo stesso partito socialista finì paralizzato dalla propria posizione espressa nell’ambigua formula “nè aderire nè sabotare”.

Gli scenari aperti dalla Grande Guerra pongono sotto pressione la classe dirigente liberale che si rivela incapace di governarli. Uno dei più importanti e decisivi è il fatto che la guerra fa irrompere definitivamente le masse nella vita politica e civile del Paese. Oltre al bisogno incessante di soldati, il protrarsi e le dimensioni del conflitto richiedono interventi dello Stato in molti ambiti. Dall’organizzazione e direzione di alcuni settori dell’economia e della produzione (la Mobilitazione Industriale arriverà a controllare quasi 2000 stabilimenti per un totale di 571.000 occupati, più del 70% concentrati a Milano, Torino e Genova, p. 179), al proliferare della burocrazia, alla messa a punto di una propaganda diversificata, efficace e martellante.

Un ruolo centrale viene ricoperto dalle donne: esse entrano negli uffici e nelle fabbriche, nelle organizzazione di volontariato e negli ospedali. Per molte di loro la guerra apre un periodo di emancipazione e di relativa libertà dai molti vincoli e limiti nei quali erano costrette in precedenza. Sulle donne di campagna grava il peso del lavoro dei campi in sostituzione degli uomini, ma la direzione degli affari di famiglia le rende più autonome e sicure di sé. Non è un caso se alcune delle proteste più importanti contro il caro-viveri vedano in primo piano le donne.

Se le donne si pongono come soggetto che i governi non possono sottovalutare, l’incapacità delle classi dirigenti di comprendere le situazioni nuove prodotte dalla guerra sono visibili perfino nel fastidio che la parte della classe politica favorevole alla guerra dimostra verso le manifestazioni interventiste nella primavera del 1915. Abituata a governare dall’alto il Paese, la classe dirigente liberale non sa maneggiare e controllare la piazza e ne diffida.

Il ridursi della distanza tra “paese legale” e “paese reale”, tra governanti e governati e la scarsa conoscenza dei primi nei confronti dei secondi provoca un atteggiamento vessatorio delle élites nei confronti della popolazione. Se lo scatenarsi del conflitto ha colto di sorpresa i governi dei paesi coinvolti nel 1914, l’Italia ha avuto un anno a disposizione per valutare lo scenario che la guerra stava delineando. Al momento dell’entrata in guerra era già evidente che si trattava di un conflitto diverso e ben più micidiale di quelli precedenti.

Eppure quella distanza viene continuamente ribadita. Lo si vede nella implacabile disciplina di guerra; nell’abissale differenza di trattamento tra graduati e soldati semplici; nella odiata e temutissima pratica delle “decimazioni” (il sorteggio casuale di condanne a morte in caso di ammutinamenti e rivolte dei soldati, vedi p. 123); nella devastante e sempre più insensata strategia militare, imposta dall’inflessibile Cadorna, degli assalti che costano migliaia e migliaia di vittime e feriti per pochi palmi di terra. E ancora, lo si riconosce nella generale incomprensione dei medici sulle ragioni che portano non pochi soldati a procurarsi lesioni e ferite e in quella degli psichiatri di fronte ai traumi di guerra. Lo si constata nella durissima legislazione di guerra vigente nelle fabbriche impegnate nella produzione bellica (mentre alcune grandi industrie crescono enormemente sia in termini di addetti che di profitti). Lampante poi, in questo senso è l’atteggiamento dei governi nei confronti dei prigionieri di guerra: mentre le potenze dell’Intesa raggiunsero accordi con gli Imperi centrali per far avere rifornimenti ai prigionieri, “il governo italiano, convinto a lungo di non poter contare sulla fedeltà dei combattenti” proibì e ostacolò “in ogni modo la pratica degli aiuti organizzati” (pp. 130-131 e 265-66).

L’entrata delle masse nella vita del Paese ebbe anche altri effetti. Parafrasando il titolo di un libro importante sulla Francia, Gibelli titola un capitolo: “da contadini a italiani”. Per moltissimi soldati la guerra significò uscire dagli angusti limiti del paese in cui erano nati e avevano vissuto e lavorato fino a quel momento: conobbero città, usi e costumi nuovi; mentalità diversissime entrarono in contatto e si confrontarono (p. 162). La guerra fu anche, per moltissimi fanti-contadini, una grande scuola nel vero senso del termine: moltissimi impararono a leggere e scrivere. Da questo punto di vista “si trattava insomma del primo, grande esperimento di pedagogia di massa, della prima operazione su larga scala di condizionamento e di formazione dell’opinione pubblica in chiave nazional-patriottica. Quel che non aveva potuto o voluto fare la scuola veniva tentato ora in quella scuola sui generis che era l’esperienza di trincea” (p. 134)

Tuttavia, il passaggio da contadini a italiani o, in altri termini, da sudditi a cittadini, avvenne in modo distorto. Tra i ceti dominanti era diffusa l’idea che al popolo italiano fosse necessario passare attraverso una sorta di cerchio del fuoco per maturare e acquisire la piena cittadinanza. In altri termini, quel passaggio avvenne all’insegna della coercizione imposta dall’alto: “le classi dirigenti non solo gettarono milioni di uomini al massacro, ma contemporaneamente offrirono e imposero alle classi popolari le parole per dare un nome e un senso a ciò che ai loro occhi non ne aveva” (p. 151). Se espressioni di patriottismo, ancorché incerte (e spesso non del tutto sincere) si affacciano nella corrispondenza, segno di una certa efficacia della propaganda, tuttavia “quel che […] non emerge mai nelle testimonianze dei soldati è un’identificazione (e men che meno una fiducia) nello stato e nelle istituzioni” (p. 158).

Dunque il processo di nazionalizzazione delle masse avvenuto durante la Grande Guerra si presenta monco, incompiuto. Lo testimonia la vicenda tragica di Caporetto, in un certo senso punto di arrivo della storia dall’unificazione in poi e ripartenza di quella successiva (tra Caporetto e l’8 settembre 1943 si sono non poche analogie (pp. 260 e ssgg). Se è vero che dalla coercizione pura e semplice si passò ad una più sofisticata strategia di persuasione e di attenzione alla vita dei soldati, non di meno le responsabilità militari degli alti gradi dell’esercito furono occultati. Gli interventisti considerarono Caporetto come prova evidente della propaganda “disfattista” dei neutralisti – e a testimonianza di un’altra “torsione” la prosecuzione della guerra fino alla vittoria veniva giustificato proprio col fatto che la guerra aveva richiesto immensi sacrifici e innumerevoli vittime che dovevano essere onorati a tutti i costi. Ma Caporetto evocava lo spettro di masse armate le quali, anziché subire docilmente un “salutare processo di disciplinamento [e di] omologazione […] passando così dall’esclusione all’inclusione subalterna nella nazione”, si dimostrava pronta a dirigersi verso obiettivi diversi da quelli indicati. In breve: con Caporetto “si presentava insomma il problema del controllo sociale in una società rimescolata” dalla guerra e i cui vecchi equilibri venivano profondamente intaccati. La reazione delle classi dominanti fu quella di ricorrere agli schemi interpretativi della criminologia di stampo positivistico, ai temi dell’inferiorità biologica della plebe, evidenziando così la particolare arretratezza della società italiana (pp. 274-75). (Su Caporetto vedi anche Caporetto sul web).

Contrariamente a quanto è stato talvolta sostenuto, Gibelli ritiene che Caporetto non compattò affatto la società italiana che si riscuote di fronte allo spettro dell’invasione: questa interpretazione rischia di essere “più un mito che una verità accertata […]. L’idea della guerra come cosa propria […] non era mai diventata una convinzione davvero diffusa né tra le truppe né nel paese” (pp. 303-304). Al contrario, Caporetto rafforzò la contrapposizione tra interventisti e neutralisti convincendo i primi della necessità di imbavagliare “Parlamento e oppositori, liquidando le libertà e ristabilendo in maniera ferrea le gerarchie sociali” (p. 308). Da Caporetto si sprigionano pulsioni forcaiole e reazionarie che si espandono e coinvolgono i ceti medi, cresciuti numericamente anche grazie alla guerra, ma declassati dall’inflazione, dall’avvenire incerto e quindi attraversati da profonda irrequietezza. Questi ceti trovarono qualche rassicurazione proprio dall’intensa mobilitazione patriottica. In breve: il fascismo era alle porte.

La disfatta di Caporetto fu oggetto di una inchiesta che però occultò la responsabilità delle gerarchie miliari (Badoglio ne uscì indenne nonostante  avesse gravi responsabilità) e venne chiusa in fretta in quanto aveva accresciuto la spaccatura tra neutralisti e interventisti. Il vento di destra che iniziò a spirare nel Paese e l’avvento del fascismo misero a tacere il fatto che migliaia di uomini erano stati portati al massacro contro la loro volontà provocando così non solo una ulteriore sconfitta dei neutralisti, ma una nuova distorsione nel dar forma alla memoria dell’evento. Molto opportunamente l’A. rimarca che  “i combattenti non si sentivano affatto eroi […]. ll mito della guerra eroica è una costruzione culturale elaborata soprattutto a posteriori dai volontari per nobilitare la morte di massa” (p. 208).

Con La Grande Guerra degli italiani Gibelli ha scritto una storia di come gli italiani vissero e si comportarono durante il conflitto. Un angolo visuale del genere implica rispondere ai vari interrogativi insiti nella domanda più generale avvalendosi di una documentazione che consenta di studiare l’animo degli italiani di fronte e all’interno del conflitto. Per questa ragione alla letteratura e alla documentazione archivistica, Gibelli affianca epistolari, diari, testimonianze – esaminandoli con le dovute cautele e grande finezza. Ciò di consente da un lato di illustrare le molte sfumature  dei pensieri e delle posizioni via via assunti dai combattenti, dai loro famigliari, amici e dai protagonisti; dall’altro di illuminare dal basso le loro vicende.

Ne emerge un libro di grande finezza, scritto con una penna leggera e sensibile che pone in risalto il lascito di un evento che continua ancora oggi ad agire: dopo la Grande Guerra nessun conflitto di medie dimensioni avrebbe fatto contare le vittime in migliaia, ma a decine, centinaia di migliaia, se non a milioni. Senza possibilità di uccidere in serie, cioè senza la Grande Guerra, i campi di sterminio non sono immaginabili. Così come un percorso probabilmente diverso avrebbe preso la rivoluzione russa: la militarizzazione della società in URSS – certamente accresciuta e alimentata da una feroce guerra civile – aveva le sue radici nella prima guerra mondiale. E purtroppo anche la nostra assuefazione alla visione della morte e di violenza di ogni genere proviene da quel terribile evento.

Pubblicato più di vent’anni fa, La Grande Guerra degli italiani di Antonio Gibelli è ancora un libro importante e davvero bello.

Buona lettura.

Recensione. Norman Ohler: Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista

Normalmente i movimenti di destra fanno della salute e del vigore fisico un loro tratto caratterizzante. A leggere questo libro di Ohler, sembrerebbe invece che, nella società tedesca durante il nazismo, nelle alte sfere militari e di partito e nel loro capo, le cose non stessero affatto così: “Benché i nazisti ostentassero un rigido moralismo e attuassero una severa politica antidroga […] sotto la dittatura di Hitler una sostanza potente, molto pericolosa e capace di dare dipendenza diventò un prodotto popolare”. Lo stesso Hitler era drogato marcio.

Personalmente penso che questo libro abbia una ambiguità di fondo. È un libro di storia, ma chi lo ha scritto non è uno storico; si basa su un certo numero di documenti resi disponibili recentemente, ma vi sono parti romanzate. Di più: vi sono momenti in cui la mancanza di perizia dell’A. nel padroneggiare i documenti emerge abbastanza chiaramente: ad esempio, sospetta che Rommel facesse uso di anfetamine basandosi esclusivamente sul suo modo di combattere senza altra fonte documentaria (p. 104 ss.). D’altra parte, lo afferma lo stesso Ohler: “non sono uno storico e non pretendo di riscrivere gli avvenimenti” (p. 141). Non è una confessione di umiltà, è un modo di mettere le mani avanti.

Infatti, le quattro parti in cui si suddivide il libro, a mio parere sono di valore diseguale. Documentata e, tutto sommato, convincente, è la prima parte: è plausibile che in un Paese sconfitto e nel mezzo di una catastrofe economica, quale era la Germania dopo la prima guerra mondiale, una buona parte della società cercasse rifugio e consolazione nei mondi artificiali delle droghe. Nel caso specifico si tratta, in particolare, di una droga sintetica, ma la cosa non stupisce se si pensa che la Germania era all’avanguardia nell’ambito della chimica, come testimonia la presenza di case farmaceutiche di livello mondiale come la Bayern e altre.

La droga sintetica era una anfetamina, il Pervitin, che riscosse un successo e una diffusione clamorosi. Era in grado di far sparire quasi completamente i sintomi della fame e di tenere il fisico sveglio e attivo per giorni. Un prodotto con caratteristiche del genere era l’ideale per gli eserciti e per i soldati.

Tuttavia, affermare che l’uso di questa anfetamina era largamente diffusa nella società tedesca (già prima dell’ascesa del nazismo) è un’affermazione impegnativa che andrebbe comprovata maggiormente. Se non ci sono dubbi che nel mondo dello spettacolo cocaina e altri stupefacenti circolassero in abbondanza, si trattava comunque di cerchie molto ristrette appartenenti al mondo dello spettacolo o comunque benestanti. Ma durante la gran parte degli anni della Repubblica di Weimar furono anni durissimi per la maggioranza della popolazione. Che vi fosse la tentazione di fuggire al presente ricorrendo a sostanze artificiali è più che probabile, ma data la povertà diffusa è più probabile che la piaga più grave fosse l’alcolismo piuttosto che l’uso di droghe.

Qualche altro dubbio comincia ad affiorare nella seconda parte, che tratta essenzialmente dei due primi due anni di guerra: secondo l’A., l’invasione della Polonia e la folgorante vittoria contro la Francia, furono dovuti essenzialmente all’uso smodato nell’esercito di questo nuovo ritrovato. Per la campagna contro la Francia l’esercito ordinò l’impressionante cifra di 35 milioni di compresse, ma se si considera che vi presero parte oltre due milioni di soldati, il numero di pillole per ciascun soldato diventa poca cosa. 

La replica invece non si verificò con l’invasione dell’URSS essenzialmente perché, considerata la vastità del Paese e quindi dei fronti e la tattica dei sovietici di ritirarsi, fu una guerra assai meno di movimento rispetto a quella sul fronte occidentale. Di conseguenza, l’uso del Pervitin risultò inefficace.

Con la parte terza (dal 1941 al 1944) la narrazione si sposta dal piano storiografico quasi sempre tenuto nelle due precedenti per far spazio ad ampi tratti romanzati. Qui l’A., ci parla del “paziente A” e del suo strano, simbiotico rapporto col suo medico personale di fiducia, Gilbert Theodor Morell – ciarlatano più che medico. Arrivista senza scrupoli, Morell somministrò a Hitler mix micidiali di sostanze dopanti, steroidi, Eukodal, zucchero d’uva e altre decine di sostanze, infiacchendone il fisico e oscurandogli progressivamente la ragione. Tra i due si verrà ad instaurare uno strano rapporto di reciproca dipendenza: a Hitler, il “dottore” deve fama, ricchezza e immunità per i suoi maneggi e commerci al di fuori di controlli e legalità; Hitler gli deve la capacità di resistere fisicamente alle pressioni dovute all’andamento fallimentare della guerra.

 Ohler, basa la sua ricostruzione su parecchi documenti, ma non mancano le contraddizioni. Ad esempio, a p. 226 scrive: “Dall’autunno del 1941 Hitler fu un consumatore accanito di ormoni e steroidi e, a partire dalla seconda metà del 1944, anche di cocaina e anche di Eukodal. In quella fase, dunque, Hitler non ebbe nemmeno un giorno di lucidità” (p. 226); qualche pagina più tardi afferma però che Hitler era diventato “tossicomane” dopo l’attentato del 1944 e, soprattutto, che l’assuefazione alle droghe aveva accentuato le sue caratteristiche umane preesistenti (p. 239). In breve, l’Autore non scioglie il dubbio che dalla sua stessa narrazione emerge: se dal punto di vista militare le cose per la Germania cominciarono a mettersi male nel 1941, e cioè quando Hitler comincia ad assumere ormoni, steroidi e altri ritrovati e, da quel momento, come afferma, non ha più un giorno di lucidità, allora Hitler ha perso la guerra a causa delle droghe? La risposta di Ohler è negativa: “Hitler […] rimase lucido fino alla fine. Il consumo di stupefacenti non compromise affatto la sua capacità decisionale. Fu sempre in sé, sapeva esattamente cosa faceva e agì con sangue freddo” (pp. 239-40).

Queste conclusioni però smentiscono descrizioni precedenti: ad esempio, anche se l’A., non lo dice espressamente, nella sua ricostruzione vi è una coincidenza tra errori tattici militari compiuti da Hitler in occasione dell’invasione della Russia e l’assunzione delle sostanze dopanti del suo medico: “L’intuito [di Hitler] che fino all’inizio dell’Operazione Barbarossa [l’invasione dell’URSS] si era dimostrato pressoché infallibile lo abbandonò quando le iniezioni cominciarono a devastare il suo organismo” (p. 156). 

Un’altra tesi sostenuta nel testo è che “le droghe nel Terzo Reich furono utilizzate come strumento artificiale di mobilitazione, per compensare la fisiologica perdita di motivazione e mantenere alto il morale dell’entourage” (p. 296) di Hitler – Morell, il suo medico, serviva anche altri pezzi grossi del regime. 

Sono tesi e affermazioni impegnative e, per certi aspetti, fuorvianti e pericolose. Sostenere che dopo l’invasione dell’Unione Sovietica Hitler perse progressivamente il controllo della situazione a causa delle droghe suona come assoluzione complessiva per una società che, a sua volta, non si avvide del disastro in arrivo e non reagì perché anch’essa obnubilata dalla diffusione delle anfetamine. Ne deriverebbe un’attenuante di non poco conto del sostegno di cui ha goduto il regime fino alle fine.

Romanziere di successo, Ohler sa come intrattenere il lettore. Il libro, oltre ad avere il merito di chiarire che dietro alla propaganda dei regimi fascisti improntata a eroismo, virilità e bellicosità, la realtà era ben diversa,  è scorrevole e avvincente.

Con le precauzioni a cui ho accennato “Tossici” si legge volentieri.