La collana “Utopie” della Fondazione Feltrinelli

Oltre 60 testi nella collana Utopie della Fondazione Feltrinelli che spaziano moltissimi argomenti tra presente e passato.

Le attività della Fondazione Feltrinelli sono molteplici. Abbiamo incontrato l’articolato progetto sul Risorgimento del quale ho presentato tre sezioni (Il Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Prima parteIl Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Seconda parteIl Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Terza Parte). Coniugando il lavoro di recupero e di storia del passato a quello dell’indagine sul presente, sulla situazione attuale, la Fondazione, tra i molti progetti che ha sviluppato e sta sviluppando (e che man mano incontreremo), propone una collana di particolare interesse: “Utopie”.

Come si legge nell’introduzione alla raccolta,

Con la collana Utopie la Fondazione Feltrinelli propone “schegge” dal proprio patrimonio librario e archivistico; pensieri e percorsi di riflessione che nascono dai propri progetti di ricerca; testi di lavoro portati al tavolo dei propri seminari. Prodotti offerti gratuitamente e riferiti alle cinque aree di ricerca di Fondazione (Globalizzazione e sostenibilità; Città e cittadinanzaInnovazione PoliticaFuturo del LavoroHistory Box).

Utopie potrebbe dunque definirsi una miscellanea nella quale vengono affrontati e discussi i grandi temi che travagliano il nostro presente: la democrazia, il lavoro, le masse, i giovani, il rapporto tra le generazioni, il cibo e il problema alimentare, la cultura, le imprese, le donne, la città… una buona parte di questi lavori sono incentrati o prendono le mosse dal presente; ma molti altri sono di carattere più prettamente storiografico (ad esempio, le lotte operaie negli anni Settanta, La resistenza. Una storia europea, Gli artisti innovativi e la Rivoluzione d’Ottobre).

E ancora. Altri volumi raccolgono e illustrano parte del vastissimo materiale posseduto dalla Fondazione: ad esempio, David Bidussa, “I giornali del triennio democratico (1848-1851). Le raccolte della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli” oppure “Il 1848 in Italia. Monografie e opuscoli” di Puttini. Questi testi possono divenire un’ottima cornice per il grande progetto realizzato dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma sulla La Repubblica Romana del 1849 che contiene “migliaia di documenti (giornali, opuscoli, bandi e fogli volanti, manoscritti […] di difficile reperibilità e di fondamentale importanza per gli studi storici, pubblicati tra l’elezione al soglio pontificio di Pio IX e il suo definitivo ritorno a Roma”.

Non a caso “Utopie” ospita anche materiale coevo a determinati avvenimenti, come l’Inchiesta operaia di Marx, curata e contestualizzata da Riccardo Emilio Chesta, oppure “La Grande guerra europea” di Sorel, opera curata da Massimiliano Panarari e altre ancora.

Naturalmente vi è molto altro in questa collana che si compone di oltre 60 testi. Non vi resta che andare a curiosare: Fondazione Feltrinelli: collana “Utopie” . Buona navigazione

Recensione. Angelo d’Orsi: 1917. L’anno della Rivoluzione

Un anno cruciale il 1917. Un anno di avvenimenti seguiti mese per mese. Un anno che Anglo d’Orsi ha sezionato e esaminato a fondo. Anno cruciale, il 1917. Per la Russia, ovviamente, ma il titolo del libro è riduttivo. C’è molto di più, nel libro, della Rivoluzione russa.

“1917” poggia su due filoni principali. Il primo è la guerra: una guerra micidiale, devastante, che sembra destinata a non finire mai e che anzi, come Hobsbawm, l’A. vede come evento che dà inizio a una “Guerra dei Trent’anni”, finita soltanto con la sconfitta del fascismo e del nazismo.  Il secondo, ovviamente, la rivoluzione russa. Quest’ultima sarebbe una sorta di filone secondario dato che è una conseguenza della guerra. Ma per la sua portata e per le forze che sprigiona finisce per imporsi come evento centrale nella storia del Novecento.

La guerra mette a nudo elementi che caratterizzano sia la condizione degli stati del tempo, sia fenomeni che si manifesteranno in futuro. Dalla narrazione, ben documentata, emerge in tutta la sua nettezza la distanza tra classi dirigenti e classi popolari inquadrate negli eserciti. Nel 1917 la stanchezza per la la guerra era diffusa su tutti i fronti. Oltre che in Russia, ammutinamenti si verificano in Francia e fenomeni consistenti di stanchezza sono registrabili anche in Germania. Sotto la spinta di quanto accade in Russia, governi e vertici militari cercano di correre ai ripari introducendo misure che migliorano le condizioni di vita delle truppe. In Italia si verifica la devastante rotta di Caporetto.

Se la tenuta degli eserciti può costituire il termometro per misurare il grado di integrazione delle masse nei rispettivi Stati, allora a superare la prova si salvano Inghilterra, Germania e, in misura minore, Francia. L’idea che le classi dirigenti italiane hanno dei “poveri fanti” emerge in tutta la sua nettezza: l’attività incessante dei tribunali militari, l’assoluta insensibilità di Cadorna e dei vertici dell’esercito verso i soldati che considerano i soldati nè più, nè meno come carne da macello, condannata da una guerra condotta con metodi spietati e combattuta con strategie fallimentari, sono descritte in pagine molto belle e coinvolgenti.

Ad evidenziarsi, soprattutto, è la progressiva affermazione della forza dei militari sui governi: le “misure emergenziali” si moltiplicano, la libertà di stampa si restringe, diventa impossibile manifestare qualunque pensiero minimamente critico davanti a quella che il Papa, ad agosto, inutilmente chiamerà “inutile strage”. E’ curioso, e qui i brevi paralleli che l’Autore traccia col presente sono illuminanti, che la motivazione ufficiale di combattere la guerra per la difesa della “civiltà” si traduca di fatto in una costante restrizione della democrazia e dei diritti individuali. Ed è un fenomeno che la classe politica non solo subisce, ma fa proprio. Lo dimostra la rivolta di Torino in agosto: una rivolta provocata dalla fame, dalla mancanza di pane, che governo e classi dirigenti locali assolutamente non comprendono. Buon per loro che quella rivolta, che potrebbe facilmente dilagare, non assume connotazioni politiche perché manca all’interno del partito socialista, sulla difensiva per gli attacchi continui e furibondi degli interventisti e per di più, anche se ufficialmente unito, in realtà diviso al proprio interno, chi sia in grado di dare uno sbocco politico al malcontento.

Cosa che, invece, si verifica in Russia dopo il ritorno di Lenin – capace di trovare una strada per arrivare ad una rivoluzione sia grazie alle sua capacità, frutto di logica ferrea, di afferrare gli eventi e di assecondarli, anche a costo di stravolgimenti della teoria ufficiale. Di fatto – mi pare – lo snodo decisivo si ha quando Lenin si rende conto che i poteri del Governo provvisorio e quello del Soviet non possono coesistere e che uno dei due deve essere sacrificato. È lì, in quella consapevolezza, l’accelerazione degli eventi che porteranno i bolscevichi al successo.

Costrette a subire una guerra micidiale e incomprensibile al fronte, ad alimentarla con turni di lavoro massacranti e senza diritti nelle fabbriche, le masse rivolgono allora le loro ansie, paure e timori al sovrannaturale. Nel quinto capitolo d’Orsi fa una bella dimostrazione di questo fenomeno esaminando il culto mariano di Fatima, solo apparentemente slegato e lontanissimo dalla guerra in corso, come fenomeno di consolazione collettiva.

Fatima

Tanto più, e d’Orsi qui e là dissemina esempi significativi, che la guerra consente arricchimenti veloci e clamorosi di industriali e uomini d’affari: ingiustizie di un Paese che non riequilibra disparità e, anzi, arriva a premiare incompetenti e immeritevoli (come nel caso di Badoglio) e punisce, persino estraendo “a sorte” innocenti che poi fucila contro un muro come traditori.

Allora ci si pone interrogativi profondi. Se dopo Caporetto qualche provvedimento a favore dei soldati venne preso, altrettanto non si può dire del rapporto complessivo tra “paese legale” e “paese reale”. Si veda l’ipocrisia di D’Annunzio nel descrivere la fucilazione di soldati o quella di Mussolini che si erge a difensore dei combattenti e che, a guerra ancora in corso preconizza di fatto le prossime squadre fasciste. D’Orsi ha ragione quando scrive che “La genesi del movimento va, in certo senso, retrodatata al 1917, al dopo-Caporetto e al dopo-Rivoluzione bolscevica” (p. 231).

In fondo, la base su cui poggiano i due filoni del libro è la modernità che si affaccia nel nuovo secolo e che si annuncia in vario modo: con i progressi stupefacenti della tecnologia – che in guerra sono sinonimi di morte, di una morte meccanica, tecnologica e disumana, come quella che provocano sommergibili e aerei – si veda il bombardamento di Londra – e l’uso dei gas; con l’affinamento dell’intelligence – di cui fa le spese una donna spregiudicata e affascinante come Mata Hari; con la “ragion di stato” e le politiche che i paesi più forti impongono a quelli più deboli – come mostra l’Autore con gli esempi sul Medio Oriente (la cui destabilizzazione comincia allora ad opera degli inglesi), di Israele, o degli Stati Uniti, consapevoli degli spazi che la guerra sta aprendo a loro favore per esercitare un ruolo di primo piano nel futuro del secolo. O dei nemici della modernità, come dimostra l’accanimento della Chiesa cattolica contro la legislazione laica e progressista scaturita dalla rivoluzione messicana – accanimento vittorioso, anche se dopo decenni, ad Opera di Woytila e Ratzinger.

Non molto tempo fa ho recensito Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario. Sono libri diversi, naturalmente, ma d’Orsi dedica un buon numero di pagine a Lenin e sul capo della Rivoluzione russa e sulla rivoluzione stessa qualche confronto può essere utile.

Con questo Anno rivoluzionario, d’Orsi ci ha regalato un gran bel libro, che si legge benissimo e avvince nonostante la densità e la quantità degli intrecci e delle considerazioni. 1917. L’anno della rivoluzione è un libro di qualità, che merita di essere letto.


Recensione. Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario

Le rivoluzioni dividono, spaccano, creano fazioni. Tra chi le auspica, le ammira e le condivide e chi le teme, le detesta e le avversa si crea un abisso che quasi mai si ricompone. Forse nessuna rivoluzione ha creato questa dinamica come avvenne nel 1917, con la rivoluzione russa. Anno mirabile o anno orribilis a seconda dei punti di vista e delle sensibilità.

È questa spaccatura che Carpi ci mostra in questo bel libro. L’autore ci inoltra in quell’anno unico e impressionante presentandoci e condensando con penna sensibile e sciolta un’enorme quantità di testimonianze.

Storico della letteratura, Carpi basa questa agevole ma preziosa ricostruzione su memorie, articoli di giornale, ricordi, pensieri di protagonisti o osservatori perlustrando l’intera gamma delle posizioni assunte di fronte agli eventi: dai simpatizzanti della Rivolzione a coloro che la rigettarono senza appello; dai bolscevichi ai reazionari. Ne è venuta fuori una narrazione vivida, che incuriosisce, invoglia il lettore ad approfondire e spesso diverte (le descrizioni dell’ipnotico potere della vodka sono splendide)

Le testimonianze in presa diretta sono intercalate da stringenti argomentazioni riassuntive. E finalmente, dopo decenni di opere che da un lato hanno presentato la rivoluzione russa come un colpo di stato, riuscito grazie ad una strana combinazione di audacia e fortuna da parte di Lenin e compagni; dall’altro come la brusca interruzione di un più o meno placido percorso verso l’occidentalizzazione del Paese (l’industria stava facendo progressi enormi, la borghesia si sarebbe irrobustita, il regime in crisi aveva già fatto le prime concessioni politiche, la servitù della gleba era stata abolita e la Russia sarebbe diventata un paese democratico di tipo europeo), Carpi dimostra in modo convincente che le cose non stavano affatto così.

La guerra approfondì e aggravò le contraddizioni del regime zarista (la modernizzazione squilibrata dell’Impero russo, il carattere arcaico del sistema di governo zarista, la mancata rivoluzione del 1905, che aveva approfondito le contraddizioni senza risolverne nessuna e la sconfitta militare nella guerra col Giappone nel 1904); pose il Paese su di un piano inclinato che fece accelerare gli eventi e li fece implodere, ma al momento dei fatti nessuno tranne i bolscevichi – e, per certi momenti, tranne Lenin – sapeva veramente cosa fare: non i Cadetti liberali, del tutto impreparati ad affrontare i problemi enormi di una guerra fallimentare e del gigantesco problema della terra; non lo erano i socialisti rivoluzionari, innamorati dei contadini, ma divisi al loro interno e indecisi sul da farsi; non lo erano i menscevichi, fedeli custodi della teoria marxista, ma proprio per questo decisi a non sfruttare immediatamente la crisi gravissima del regime zarista; non lo era la borghesia, capace di raggiungere le vette più alte nella letteratura e nelle arti, ma esilissima di numero, fragile e non di rado reazionaria in ambito della economia e nel rapporto tra le classi.

La debolezza della borghesia e le sue contraddizioni sono illustrate egregiamente da Carpi: tra il febbraio e l’ottobre il governo provvisorio dovrebbe prendere alcune decisioni fondamentali per rafforzarsi e indire le elezioni e la Costituente da una posizione di forza: uscire dalla guerra, riforma agraria e risistemare un minimo l’economia, sono necessità inderogabili (p. 97), ma gli Alleati sono disposti a concedere prestiti solo a patto che la Russia continui la guerra (p. 104) – continuare ad impegnarsi nel conflitto vuol dire radicalizzare ancora di più i soldati, già attratti dai partiti di sinistra e dai bolscevichi. Gli Alleati sono contrari ad una riforma agraria perché gran parte delle tenute sono ipotecate e la banche, che fallirebbero, sono in mano ai francesi e agli inglesi (p. 72). D’altra parte, nemmeno i cadetti sono seriamente intenzionati ad attuare una riforma agraria profonda e incisiva (p. 105). E quando finalmente la Costituente prende corpo, finisce per dissolversi in un mare di chiacchiere e discussioni: nemmeno si accorge che i bolscevichi hanno deciso di passare all’azione.

Ma le vicende dell’estate dimostrano il rischio concreto che il Paese si sfasci e l’inadeguatezza dei ceti abbienti e della borghesia tanto nella sua versione moderata dei cadetti, che nelle sue frange democratiche dei Soviet e dei socialisti rivoluzionari ad affrontare i problemi: si concretizza l’idea di un colpo di stato per rimettere le cose a posto (e i bolscevichi in galera o alla forca), e tra erati non sono pochi quelli che si dimostrano sensibili a quella sirena.

Anche i bolscevichi, in quel 1917 tempestoso, spesso ebbero le idee confuse, ma Lenin (che poteva contare su compagni di partito brillanti e capaci, primo fra tutti Trockij, che in quel 1917 svolse un ruolo fondamentale) aveva la capacità di incanalare la forza delle masse: arriva in Russia dall’esilio ben deciso a indebolire il governo provvisorio e radicalizzare lo scontro di classe e per questo trasforma Pietrogrado in una roccaforte bolscevica e fa del proletariato il “motore della rivoluzione” (p. 77); con le tesi di aprile fa inorridire i marxisti ortodossi per lo stravolgimento della teoria marxista: il potere va preso adesso, finché si può, senza che la borghesia faccia il suo percorso storico previsto da Marx; conosce la stanchezza per la guerra dei soldati, sa che la grandissima maggioranza di loro sono contadini affamati di terra e li asseconda: porta fuori la Russia dal conflitto, anche a costo di un prezzo altissimo – pace di Brest-Litovsk – e scippa l’influenza dei socialisti rivoluzionari sui contadini garantendo loro che i bolscevichi avrebbero appagato il loro desiderio di terra. Carpi lo definisce “uno dei capolavori politici di Lenin”, (p. 157), e ha ragione, perché solo saldando le aspettative degli operai e dei soldati a quelle dei contadini, i bolscevichi avrebbero avuto qualche possibilità di farcela: senza il sostegno dei contadini, Lenin e compagni avrebbero fatto la fine della Comune di Parigi – una brutta fine. E’ vero che in tempi successivi i contadini avrebbero avuto ben più di una ragione di pentirsi per aver sostenuto i bolscevichi (un Paese che nell’Ottocento era il granaio d’Europa, negli anni Settanta del ‘900 importava grano!), ma nel 1917 non potevano sapere cosa sarebbe successo in seguito, mentre invece sapevano benissimo cosa voleva dire vivere sotto lo zar…

In sostanza, fu su questa triade – pace, pane e terra – e sulla coerenza estrema nell’affrontarla che i bolscevichi non solo giunsero al potere, ma gettarono le basi per la loro sopravvivenza. I costi furono enormi: la rivoluzione fece ribollire il Paese e in quell’anno di caos e incertezza, fame e violenza furono cose quotidiane. Dopo la pace di Brest-Litovsk – che chiude la narrazione – la Russia sarebbe rimasta in preda a convulsioni per anni, ma la rivoluzione aveva vinto.

Insomma, per chi vuole farsi un’idea di cosa sia stato quell’anno rivoluzionario, quel formidabile e inquietante 1917 in Russia, questo libro di Guido Carpi fa al caso suo.