Recensione. Jeremy D. Popkin: Un nuovo mondo inizia

A più di duecento anni di distanza gli storici continuano a interrogare la Rivoluzione francese. Quella grandiosa e terribile vicenda, la madre dell’età contemporanea, è ancora lontana dall’aver esaurito gli argomenti che ha da sottoporci. La bibliografia sull’argomento è talmente sterminata da aver dato vita a una corrente storiografica che si occupa di studiare la storia della Rivoluzione, eppure Un nuovo mondo inizia di Jeremy Popkin dimostra che c’è ancora molto da studiare e da capire. (Sulla Rivoluzione si vedano i siti: Allons enfants de la patrie – Siti e fonti sulla Rivoluzione francese e Un archivio digitale sulla Rivoluzione francese).

Apertura degli Stati Generali a Versailles il 5 maggio 1789

Questo studio ponderoso pone al centro almeno quattro aspetti principali. In primo luogo la visione di Popkin si distende sull’Europa e sulle colonie. La politica internazionale, le colonie e la storia dello schiavismo svolsero un ruolo importante sulla vicenda della Rivoluzione: “La Francia”, fa notare giustamente l’A., “divenne il primo paese europeo a considerare i suoi territori d’oltremare come parte integrante della nazione. Il prezzo da pagare, però, era la palese contraddizione che in tal modo si veniva a creare tra i principi di libertà da una parte e la cruda realtà della schiavitù dall’altra” (p. 146). Una contraddizione che per molto tempo gran parte dei rivoluzionari decisero di sorvolare. Per mantenere il controllo delle colonie e la schiavitù come sistema di produzione si aggrapparono a giustificazioni razzistiche, poi cedettero con riluttanza il diritto di voto a una ristretta minoranza di meticci e infine abolirono la schiavitù dopo rivolte nelle colonie.

la Bastiglia

La Rivoluzione al femminile

In secondo luogo, il corso degli eventi viene filtrato anche attraverso lo sguardo delle donne, escluse dalla vita politica attiva. Il ruolo fondamentale delle donne nella presa della Bastiglia, nei tumulti dovuti al caroviveri e nel costringere i deputati ad occuparsi concretamente dei problemi alimentari delle classi popolari (pp. 205 ssgg.), è riconosciuta da tempo dalla storiografia. Popkin non si limita semplicemente a riproporre questi aspetti. A fianco delle protagoniste più celebri che – sia pure spesso indirettamente tramite i loro uomini – esercitarono un’influenza importante sugli eventi, l’A. ripesca borghesi e popolane spesso semisconosciute e mostra la radicata misoginia di gran parte dei rivoluzionari. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino riguardava l’uomo, per l’appunto, non le donne: “la questione dei diritti delle donne non fu mai sollevata nel corso dei dibattiti” (p. 195). Le donne avanzarono richieste precise in materia di diritti e di partecipazione politica, ma spesso vennero semplicemente ignorate. L’ipocrisia maschile fu bersaglio del sarcasmo di una delle future icone del femminismo, Olympe de Gouges la quale fece notare che le donne erano libere di salire sulla forca, ma non su una tribuna (p. 298).

In realtà non tutti i patrioti erano misogini. L’approvazione della legge che legalizzava e garantiva il divorzio (20 settembre 1792) fu voluta da uomini che la ritennero indispensabile per non contraddire i princìpi della Rivoluzione: le donne ebbero allora la possibilità di liberarsi di mariti violenti o di porre fine a relazioni che non intendevano continuare (pp. 346-47). Naturalmente non segnò la fine di atteggiamenti misogini, ma fu una conquista decisiva.

L’opinione pubblica

La Rivoluzione francese portò alla ribalta sulla scena della storia un nuovo soggetto; un soggetto indistinto, multiforme, magmatico, capace di esercitare un’enorme influenza sugli eventi e a sua volta influenzabile: l’opinione pubblica. Le migliaia di chaiers de doléances redatti per gli Stati Generali, di fatto “sono da intendersi come una straordinaria inchiesta sulla opinione pubblica” (p. 123). La sua formazione era in atto già da prima, lungo il secolo, ma la sua crescita era modesta essendo limitata al teatro e a circoli che escludevano la gran parte delle classi popolari. Fu la Rivoluzione a imprimerle un’accelerazione e un’espansione decisive. Uomini dotati di fiuto verso i desideri e le aspirazioni delle masse come Brissot, Desmoulin, Marat e altri ancora divennero personalità influenti soprattutto grazie alla stampa, ai pamphlets e ai proclami che, soprattutto dopo la presa della Bastiglia, venivano sfornati a getto continuo anche grazie all’abolizione della censura. La Rivoluzione inondò la Francia opuscoli, corrispondenze, pamplhet e giornali. Imprenditori intelligenti come Panckouque non si fecero sfuggire l’occasione di farne una fonte di guadagno stampandoli e diffondendoli (pp. 212 ssg.).

La figura che più di ogni altra dimostra la possibilità di utilizzare la stampa per accumulare influenza e potere politico è forse quella dell’inquietante “amico del popolo” Marat, eletto deputato alla Convenzione e poi uscito indenne da un processo intentatogli dai girondini proprio grazie al prestigio e alla popolarità raggiunta grazie al suo giornale che gli aveva procurato una enorme schiera di sostenitori fedeli e decisi a proteggerlo o a vendicarlo (p. 386).

Boilly: Il trionfo di Marat
Boilly: Il trionfo di Marat

Popkin dimostra comunque che la stampa può facilmente trasformarsi in un’arma a doppio taglio a seconda del mutare delle situazioni. Con il radicalizzarsi dello scontro politico tra i gruppi e le fazioni – un processo che si sviluppò e si acuì fino al Terrore e alla caduta di Robespierre – quanto scritto in una fase precedente poteva trasformarsi per alcuni da azione benemerita in atto d’accusa. La parabola di Brissot, autorevole ma meno capace di altri nel procurarsi una base di massa attraverso la stampa, ne è una prova eloquente.

Considerata nel suo insieme, la Rivoluzione francese fu una gigantesca scuola di cultura politica; un apprendistato esaltante, burrascoso e non di rado violento oppure sconcertante e avvilente – a seconda dei punti di vista. Il dato centrale è che con la Rivoluzione francese i politici e tutti coloro che dirigevano la cosa pubblica non furono più al di sopra delle parti: adesso “una folla inferocita sarebbe potuta intervenire in qualsiasi momento, e in maniera decisiva, sui giochi politici” (p. 215).

Mort de la princesse de Lamballe, 3 septembre 1792

L’A. riporta molti esempi: la pressione dell’irrequieto Fauburg Saint Antoine, abitato per lo più da artigiani e che fu tra i protagonisti della presa della Bastiglia – che si trovava a due passi -, fu tale che costrinse la Convenzione ad approvare “una misura per fissare il prezzo massimo del grano” e poi a calmierare il prezzo del pane, provvedimenti che obbligavano ad “abbandonare quei princìpi economici che per tanti deputati – girondini e montagnardi – erano dei veri e propri articoli di fede” (p. 390).

La Rivoluzione francese pose sul tappeto questioni che sarebbero divenute centrali nel rapporto tra le classi. Pose sul tappeto il problema dell’assistenza sociale agli strati marginali della società e degli inabili al lavoro e la questione del diritto di voto. – “la Francia rivoluzionaria divenne […] il primo paese del mondo ad adottare il suffragio universale maschile” (p. 332).

Borghesia e popolo

Ora, la soluzione democratica dell’insieme di questi problemi – abolizione della schiavitù, divorzio, assistenza sociale, diritto di voto – non furono concessioni e nemmeno conquiste ottenute per tappe progressive. Furono traguardi raggiunti tramite conflitti, scontri tra fazioni, sommosse. La storia della Rivoluzione francese mostra un andamento simile a quello di un pendolo: a un certo punto un gruppo sociale si ritiene soddisfatto dei risultati ottenuti; altri invece no e spingono il moto rivoluzionario in avanti per raggiungere risultati più avanzati. Una volta ottenuti, questi gruppi mirano a spegnere la rivoluzione in corso e a stabilizzare l’esistente. Ma altre fazioni non si ritengono appagate e il moto riprende. Questo fenomeno produsse rivalità e scontri e alzò la febbre della competizione per la gestione del potere – non a caso i termini “destra” e “sinistra” nascono proprio nel corso della rivoluzione. L’A. mostra che le differenze teoriche e programmatiche tra girondini e montagnardi erano minime e comunque non insormontabili. A scatenare la guerra tra i due gruppi fu l’occupazione del potere.

Non a caso il libro di apre con una annotazione di Saint-Just: “la forza delle cose ci conduce forse a risultati ai quali non avevamo pensato”. Affermazione che attesta la forza di inerzia della rivoluzione una volta che si è messa in moto, ma che esprime anche il problema decisivo: quando fermarsi?

Nel corso della trattazione l’A. mostra in modo magistrale le varie posizioni. La borghesia poteva dirsi soddisfatta dopo l’abolizione dei diritti feudali della memorabile notte del 4 agosto 1789; ma la stessa cosa non potevano dirla i contadini poveri, né il “popolo” delle città. Uno dei meriti del libro è quello di mostrare la vaghezza di queste definizioni. I sanculotti non erano affatto tutti poveri e poverissimi come vorrebbe la definizione classica. Molti erano artigiani o bottegai o piccoli possidenti e non mancavano di una qualche istruzione (p. 304): sanculotto era Jacques Louis Ménétra, di professione vetraio, buontempone, donnaiolo incallito e con un talento innato per zuffe, tumulti e guai, ma anche capace di procurarsi incarichi e allacciare relazioni politiche. Le sottili argomentazioni di Sieyès nel dividere la popolazione tra “cittadini attivi” (con diritto di voto) e “passivi” (esclusi), o quelle chiaramente opportunistiche di Barnave che voleva escludere dal diritto di voto contadini e artigiani – “per tanta gente la sicurezza è più importante della libertà” (cit. a p. 293) – potevano rassicurare molti borghesi, ma non non potevano non fare inferocire contadini e artigiani. Questi ultimi avevano più di un motivo valido per diffidare delle intenzioni di molti deputati: molti contadini avevano sperato di poter comprare la terra sottratta alla Chiesa, invece fu oggetto di lottizzazioni al di fuori della loro portata. (pp. 308-309). Nei confronti degli artigiani la Guardia Nazionale e il sindaco di Parigi Bailly non erano andati per il sottile quando al Campo di Marte avevano tentato di mettere fuori gioco i radicali (pp. 289-290).

Il fatto è che l’intero processo rivoluzionario aveva fatto “entrare nella storia” questi ceti e una volta che essi si sentirono soggetti attivi nel corso degli eventi divenne estremamente difficile accantonarli nuovamente. I contadini potevano essere analfabeti e superstiziosi, ma dimostrarono di sapere perfettamente cosa fare per tutelare quelli che ritenevano loro diritti (p. 173). Prima di diventare un rivoluzionario Babeuf lo capì immediatamente sulla propria pelle dato che la distruzione dei documenti signorili che attestavano i diritti feudali lo lasciò senza lavoro (p. 181).

È questo processo che aiuta a capire gli eccessi della rivoluzione. Il timore di venire emarginati, provocò la furiosa reazione dei sanculotti con i massacri di settembre: non a caso si macchiarono di omicidi politici, non di delitti generalizzati. Un elemento altrettanto centrale riguarda un aspetto che da allora sarebbe diventato tipico delle rivoluzioni a venire: la capacità di “folgorare” gli animi, di infiammarli al punto di renderli totalmente dediti alla causa, di generare passioni travolgenti e divoranti. Lo dimostrano il percorso di Babeuf ma ancor più quello del giovane studente Jean Marie Goujon: un “puro”, un idealista e “un rivoluzionario modello” (p. 105), che rimase fedele agli ideali repubblicani anche dopo la caduta di Robespierre. Venne incarcerato per aver preso le difese degli insorti del 20 maggio 1795 quando il popolo in armi invase la Convenzione al grido di “pane e Costituzione del 1793”. Condannato a morte, Goujon si suicidò per restare fedele al suo giuramento di difendere la Costituzione dell’anno I (pp. 558-560).

Demanchy Pierre Antoine: Una esecuzione capitale
Demanchy Pierre Antoine: Una esecuzione capitale
Conclusioni

Il titolo – un nuovo mondo inizia – non è rivolto al passato, alla rottura epocale provocata dalla Rivoluzione, ma all’oggi. Tutti gli storici di valore, qualunque periodo studino, lavorano sotto la pressione dei problemi del proprio tempo. Da questo punto di vista mi pare evidente che l’intento di Popkin sia quello di mostrare che i princìpi e i valori nati dalla Rivoluzione non sono al sicuro.

Non lo furono nemmeno all’epoca: con l’arrivo di Napoleone il divorzio fu abolito, la schiavitù reintrodotta, la libertà di stampa limitata (Babeuf fu condannato a morte per aver violato la legge sulla stampa del 1796, p. 563). La parabola stessa della rivoluzione che a un certo punto divenne democratica – e, per alcuni aspetti, con Robespierre che si scaglia contro la distinzione tra cittadini “attivi” e “passivi” pose la “posizione di fondo della moderna democrazia” (p. 216) – ma che poi sfocia in una dittatura, lo dimostra. Una volta imboccata la via della guerra, era prevedibile che i militari e l’esercito avrebbero accumulato un potere sempre maggiore e in effetti, alla fine, si verificò proprio questo.

Certo, si può sostenere anche il contrario, e cioè che queste conquiste furono accantonate – anche per lungo tempo – ma poi ripresero il loro cammino (e infatti l’ultimo capitolo si spinge fino alla sconfitta della rivoluzione del 1848). Ma oggi queste conquiste sono messe in discussione e assediate da più parti; si ripresenta un populismo informe e rancoroso facile da strumentalizzare; l’emancipazione di genere e di razza è sotto ai nostri occhi ma non trova sbocchi soddisfacenti.

David, Jacques-LouisFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, RF 1942 18 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010066398 – https://collections.louvre.fr/CGU

Sia chiaro, in questo libro magistrale anche grazie a una penna sensibile (merito anche del traduttore Alessandro Manna), Popkin non invita affatto a una rivoluzione. Fa ciò che deve fare uno storico: mostrare e spiegare che i processi di emancipazione non sono mai facili e che le loro conquiste cadono facilmente se non custodite e difese.

Moltissimi aspetti restano fuori da queste mie note, ma mi premeva mettere in risalto quelli che mi sembrano gli aspetti centrali, fondamentali del libro e su cui vale la pena riflettere.

Buona lettura.

Le immagini sono tratte da:


Recensione. Fernanda Alfieri: Veronica e il Diavolo

Parlare di Veronica e il diavolo. Storia di un esorcismo a Roma, ultimo lavoro di Fernanda Alfieri, non è facile. Non lo è perché, benché l’A. sia una storica di professione, questo libro non è esattamente un libro di storia; allo stesso tempo però, Alfieri non ha scritto un romanzo. L’A. è perfettamente consapevole dei limiti della prima e delle libertà del secondo: quelle con cui ha a che fare sono persone, non personaggi; “il romanzo è libero, la storia no” afferma giustamente (p. 12).

Però la storia si può riempire: di odori, colori, sapori, volti, descrizioni, stagioni, strade, carrozze, palazzi, arredi, botteghe, ospedali… Alfieri lo fa basandosi saldamente su fonti e storiografia e prendendo a prestito la penna del romanziere. Arricchisce scenari, riempie spazi, segue i protagonisti. Prende per mano il lettore e lo accompagna a ritroso e in avanti per mezza Europa e oltre. Insieme attraversano eventi decisivi – la Rivoluziona francese – e altri silenti o quasi ma altrettanto fondamentali – l’evoluzione della medicina, la messa al bando e i ritorno dell’ordine dei Gesuiti, per esempio.

Visitiamo la Spagna e Edimburgo, la Russia e l’Inghilterra, Londra e Baltimora, Vienna e Torino, la Galizia e Coblenza, Bologna e Roma. Soprattutto Roma, la Roma dei Papi, dei tempi di splendore e grandezza poi di incertezza e della Restaurazione. La Roma in cui si svolge la vicenda.

Tutto si muove attorno a Veronica Amerani, ultima discendente di una (sfortunata) famiglia di incisori, un tempo in auge e ora decaduta, definita “ossessa”. Che cos’ha Veronica, questa giovane nemmeno ventenne, forse indemoniata. Ma a vent’anni dal Congresso di Vienna non sono più molti quelli disposti a credere nell’opera del maligno. La Compagnia di Gesù ha ripreso da poco a (ri)tessere la propria tela di relazioni e influenze, ma è malandata, scarsa di numero e composta in gran parte di vecchi o giovanissimi. Rientra in scena dopo essere stata osteggiata e bandita da non pochi governi nel secolo precedente, con armi arrugginite e sorpassate. Il progresso – scientifico, medico, culturale -, il grande nemico della Chiesa, ha fatto molta strada ed è sempre più potente. A Bologna la gente non teme più i gesuiti, li prende in giro, ne fa oggetto di scherno. Cosa possono fare i padri di fronte agli stranissimi atteggiamenti di Veronica Amerani?

E se fingesse? Se fosse pazza? O isterica? O se qualcuno le avesse fatto un sortilegio, un maleficio? Nel vagliare le ipotesi l’A. apre scenari immensi: storici, culturali, geo-politici. Fa di quella ragazza il perno di vicende enormi. Ed in effetti è così: che lo vogliamo o no, che ne siamo consapevoli o meno, la storia ci avvolge da ogni parte, ci sballotta, ci travolge, ci impregna, ci condiziona.

Una donna “contro” tutti

Che siano medici o religiosi, tranne la madre, sono tutti uomini quelli che si occupano di Veronica Amerani. Al centro delle loro preoccupazioni e del loro agire, però, non ci sono le sofferenze di una giovane, ci sono questioni di prestigio e di potere: “era in gioco l’onore loro [dei padri gesuiti], della Compagnia di Gesù e di tutta la Chiesa cattolica” (p. 198). Affermazioni simili si potrebbero riferire anche a proposito dei medici: una fase di trapasso quella della medicina che si avvia, non senza titubanze, ripensamenti e cautele a passare dalla medicina antica, degli umori, a quella moderna. Di fronte agli atti inconsulti della giovane, i medici non si azzardano ad andare più in là delle ipotesi.

Prelati, medici, il padre; sono loro che attorniano Veronica, che la prendono d’assedio. Gli sguardi, i gesti, i pensieri, le annotazioni sono tutti maschili. A questi uomini le donne sono profondamente estranee; un mondo sconosciuto in fattezze tentatrici che deve però essere escluso/rinchiuso, controllato, schiacciato. Perciò quella “battaglia”, per loro, è perduta in partenza. Non sono attrezzati a comprendere e capire. Il che non significa che alcuni di loro non indulgano a pena sincera nel vedere la straziante condizione della giovane.

Semplicemente, per loro, per questi uomini, non è lei l’aspetto essenziale della vicenda. Ciò che conta davvero è liberare il suo corpo da un demone, perché se quel corpo sofferente di donna, capace di scatenare un “furore uterino” incoercibile, non guarisse, non significherebbe forse ammettere che la castità a lungo andare fa ammalare e che il desiderio, alla fine, è più forte? Se così fosse allora avrebbero ragione i protestanti, che lasciano perfino i preti liberi di sposarsi. Su quel corpo non si gioca allora la battaglia tra bene e male: si gioca una partita epocale. Che fine farebbe la Chiesa cattolica, fondata su un esercito di celibi?

I documenti e la Storia

Dunque è il potere il vero protagonista di questa storia. Ma come raccontare una storia che ci è arrivata incompleta? Fernanda Afieri ha trovato un manoscritto, il diario di un esorcismo conservato presso l’Archivio centrale della Compagnia di Gesù. Ha scovato altri documenti in altri archivi e ha colmato i vuoti col sostegno di una vasta bibliografia. Ma ha fatto di più, è entrata nella storia: racconta, ragiona ed espone al lettore come se lo stesse accompagnando in una lunga passeggiata. In questo libro l’A. dà prova di saper padroneggiare egregiamente una scrittura “cinematografica”: le descrizioni di paesaggi e ambienti svegliano i sensi: vista, olfatto e tatto in primis: il lettore “sente” l’odore di umidità di Edimburgo in inverno, il sole estivo cocente e implacabile sulla strada che da Roma conduce a Genzano, il freddo della Russia o gli odori – fetidi – che impregnano le lenzuola e la camera di Veronica. Anche la struttura dell’apparato di note è originale.

A un certo punto, leggendo il libro mi sono sorpreso a pensare al “Memoriale del convento” di Saramago, un libro lontanissimo per struttura e scrittura. Ho impiegato un po’ di tempo perché mai mi venisse in mente Saramago. Poi ho capito: Saramago parlava di “infra-storia”, della possibilità di scrivere romanzi partendo da documentazione archivistica e persone realmente esistite: tra le carte e le persone esiste uno spazio che lo scrittore può riempire con la fantasia. Saramago lo fa: trasforma le persone in personaggi e ne inventa di nuovi.

Come ho detto all’inizio, Fernanda Alfieri non segue questa operazione. Basandosi su fonti d’archivio e una solida storiografia ci racconta una storia verosimile, come potrebbero essere andate le cose. A giudicare dal risultato – il libro è scritto veramente bene – l’esperimento è più che riuscito.

Buona lettura.


Recensione. Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione

Cosa ci ha lasciato la Rivoluzione francese in rapporto alla medicina e perché è opportuno riandare a quegli eventi? Risposte e spunti in uno dei libri migliori di uno dei massimi storici della medicina

Le rivoluzioni sono rare, rarissime, ma quando si verificano i loro effetti si propagano nello spazio e nel tempo e diventano acquisizioni definitive. È questo il caso della rivoluzione francese e della medicina rinnovata che da essa scaturì. Da quel vulcano che esplose nel 1789 le trasformazioni definitive che hanno plasmato l’età contemporanea sono molte. La medicina non fa eccezione: il sapere medico, la pratica, i luoghi in cui essa veniva appresa e praticata ne uscirono trasformati in modo definitivo.

In Medicina e rivoluzione Cosmacini ripercorre la storia di due soggetti molto spesso tenuti distinti: nelle moltissime storie della Rivoluzione francese rare volte la medicina trova lo spazio che merita e così pure nelle meno numerose storie della medicina la Rivoluzione francese appare raramente o quasi in sottofondo.

Cosmacini invece le intreccia e ne mostra l’evoluzione e i condizionamenti reciproci nelle sue tappe principali, ma naturalmente è una storia che si inscrive in un percorso più lungo, prima e dopo gli avvenimenti che prendono l’avvio nell’89.

C’è la lunga gestazione dell’Illuminismo che vede tra i suoi protagonisti non pochi medici – “medici-filosofi” – e c’è l’Impero napoleonico che suggella le conquiste avvenute. Se dal punto di vista politico la Rivoluzione sfocia in un regime che – almeno in Francia – non è più rivoluzionario, in medicina le trasformazioni avvenute continuano e continueranno il loro corso.

Quella dei filosofi è una rivoluzione dall’alto. Quelle che oggi verrebbero definite classi dirigenti si ritrovano nei “salon” (del barone d’Holbach, più tardi di Mdme Helvethius e altri) a discutere e dibattere – non a caso i fratelli Goncourt diranno che la Rivoluzione francese è iniziata nei salotti (p. 47) – e che hanno nella Encyclopédie il loro manifesto programmatico.

Questa élite promuove progetti fondamentali: la riunione di medici e chirurghi fino ad allora separati, l’inchiesta sugli ospedali di Tenon e le proposte di Cabanis, il rinnovamento dell’insegnamento.

Pierre-Jean_Georges-Cabanis, medico e filosofo. Una delle menti più brillanti e profonde

Sono tensioni che si incontrano con la rivoluzione che scaturisce “dal basso” la quale promuove il “Nuveau plan de constitution de la médecine en France” di Furcroy, la ghigliottina, la “liberazione” dei folli di Pinel, le lotte contro la ciarlateneria di medici fasulli, gli albori della clinica.

Dopo aver abbandonato le vuote e inutili discussioni di tesi discusse in latino completamente staccate dalla realtà nell’Ancien Régime, i medici sono chiamati al letto del malato, nelle corsie d’ospedale; devono redigere il “tableaux”, l’antenato della cartella clinica: il sapere medico si rinnova con l’osservazione e l’analisi (per questi concetti, p. 286). La moltiplicazione delle osservazioni, debitamente annotate, forma una base più solida per il confronto e un archivio sempre aggiornato e rinnovabile (p. 272)

Questo incontro tra “alto” e “basso” genera quella che Cosmacini chiama l’instaurazione necessaria, vale a dire la stabilizzazione di quanto costruito o rinnovato fino a quel momento e che, a sua volta, si perfeziona: “da [quel] cambiamento strutturale e funzionale […] il procedere della medicina non potrà essere in alcun modo invertito” (p. 194).

Dopo aver resistito agli assedi degli stati sbigottiti e intimoriti da quella cosa “non mai più veduta nel mondo” che è la rivoluzione (ho citato il titolo di un bel libro di Guerci), essa si espande in Europa col genio militare di Napoleone. Impaurisce e affascina. In Italia, affascinato sarà “il medico giacobino” Giovanni Rasori che investe la medicina di un mandato politico e sociale.

Le guerre napoleoniche falcidiano un’intera generazione sui campi di battaglia di tutta Europa, ma se le guerre sono portatrici di morte e sofferenze future per il sopravvissuti rimasti feriti, fa compiere progressi notevoli alla chirurgia e allo studio e comprensione di malattie (le oftalmie e le diarree della campagna d’Egitto); fa nascere “l’ambulanza volante”, inventata da Larrey, per soccorrere tempestivamente i feriti sul campo che altro non è se la progenitrice del futuro pronto soccorso (pp. 240 e 246).

Al centro della medicina rivoluzionata c’è l’uomo: che sia paziente di ospedale, soldato ferito, folle o donna partoriente. È a loro che sono indirizzati gli sforzi di questi medici: i “chirurghi di Napoleone” sono temuti per la loro brutalità, ma il loro operare e amputare senza esitazioni salva vite, sebbene menomate (p. 301); Pinel, il fondatore della psichiatria moderna, “libera i folli” da ceppi e catene e sebbene quella liberazione sfoci in una struttura che prenderà aspetti aberranti – il manicomio – la spinta iniziale è quella, umanissima, di curare la follia e di riconoscere nel folle la persona; perfino la ghigliottina nasce come strumento “egualitario” e progressista che nell’esecuzione riduce al minimo il dolore; le vaccinazioni cominceranno a dare i loro frutti.

Sono percorsi tortuosi e difficili. Se la spinta della rivoluzione facilita il rinnovamento gli ostacoli non mancano e la forza d’inerzia della tradizione e del passato restano: lo stetoscopio di Laennec, ad esempio, tarda ad essere riconosciuto come strumento utile da medici che nello strumento vedono uno svilirsi del loro colpo d’occhio e della loro abilità (p. 321). Ma nel complesso nessuna “Restaurazione” successiva potrà riportare le lancette della storia all’Ancien Régime.

Laennec e lo stetoscopio
Francia e Italia: un confronto

L’ultima delle quattro parti che compongono il libro ha per titolo “duecento anni dopo” ed è un confronto tra quanto la rivoluzione ha prodotto e quanto è stato realizzato in Italia dalla Repubblica nata dalla Resistenza. È un confronto impietoso. Cosmacini è storico troppo colto e attento per non sapere che la Resistenza non fu una rivoluzione, ma in un certo senso è costretto a prendere questa pietra di paragone perché è l’unico evento di rottura reale col passato che il nostro Paese ha conosciuto dall’unificazione in poi.

Che la profondità dei due eventi non sia paragonabile emerge proprio dalle tante continuità che in Italia persistono e che indeboliscono, svuotano dall’interno e comunque fiaccano le spinte innovative che pure i membri della Costituente avevano recepito e immesso nell’articolo 32 della Costituzione e che la riforma sanitaria si era incaricata di porre in essere. Nel corso della lettura del libro il lettore non può non rimanere colpito dai metodi di cooptazione nelle cattedre, negli ospedali, tra i medici militari e nelle cliniche: il maestro chiama il suo allievo prediletto e lo innalza, ma lo fa sulla base del merito acquisito col lavoro, lo promuove usando criteri che derivano dalle sue capacità e dedizione al lavoro, non in base a criteri estranei alla disciplina come continua ad accadere da noi; Pinel instaura col malato di mente un rapporto che ha nel dialogo e nel confronto uno dei suoi elementi fondanti, da noi il rapporto tra medico e paziente resta paternalistico, distante; in Francia le vecchie facoltà che conservano un sapere ormai inutile vengono accantonate e sostituite, le nostre università restano impenetrabili, gelosissime dei loro privilegi e impermeabili ai mutamenti della società. Sono pagine che non solo possono essere prese come valido sunto storico, ma che dovrebbero essere lette e meditate a fondo.

Giorgio Cosmacini è uno studioso prolifico. Tra i suoi libri che ho letto questo è a mio parere il più bello e il più “necessario”. Medicina e rivoluzione è un libro splendido sia per come l’A. riesce ad intrecciare gli avvenimenti politici e sociali con l’oggetto protagonista del libro mantenendo viva e costante la curiosità del lettore, ma per gli innumerevoli spunti che dissemina lungo tutto il testo. tra questi, il suggerimento che anima l’intero libro: dalla Rivoluzione francese è nata una “medicina della persona”; oggi che il sapere tecnico-scientifico ha cancellato questa centralità, a conti fatti è tempo di tornarvi.