Recensione. Nicholas Terpstra: Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento

Saggio storico, giallo o romanzo storico? Leggendo Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento di Nicholas Terpstra, questa domanda si affaccia alla mente del lettore. Terpstra è docente di Storia all’Università di Toronto, quindi l’interrogativo non dovrebbe porsi, ma Ragazze perdute è un libro congegnato in modo molto particolare.

La ricerca prende spunto da un avvenimento piuttosto insolito: nella Casa della Pietà, una delle tante Opere Pie esistenti al tempo, fondata nel 1554 per proteggere le giovani dai pericoli della strada e, in primis, dalla possibilità che cadessero nella rete della prostituzione, nei primi 14 anni di vita dell’Istituto su 656 ragazze (e ragazzine, spesso poco più che bambine) soltanto 202 ne uscirono vive. Come mai una mortalità così alta?

La storia, si sa, è piena di misteri e per cercare di risolvere questa strana moria di donzelle l’A. spreme la non molta documentazione disponibile. Terpstra avanza il sospetto che, almeno per quel che riguarda quella più compromettente, sia stata fatta sparire. Perciò le sue fonti sono essenzialmente testamentarie e contabili. Che si siano verificati “tentativi di insabbiamento” (p. 231) o una probabile dispersione, allo storico poco deve importare: la storia si fa sui documenti, quando ci sono; quando mancano ci si può affidare ad altre fonti.

Infatti, per risolvere l’enigma l’A. segue molte piste. Il mistero sembra trovare soluzione grazie al ritrovamento di un Ricettario che si rivela essere una vera e propria miniera di conoscenze mediche del tempo. Il fatto che “nove delle cinquantaquattro sostanze presenti nel Ricettario” (p. 110) fossero erbe utilizzate nelle pratiche abortive induce l’A. a ritenere che, lontano dall’essere un istituto di beneficenza, la Casa della Pietà fosse in realtà un bordello clandestino e che la causa delle morti repentine delle giovani sia da attribuirsi, appunto, alla pericolosa pratica dell’aborto. L’ipotesi è curiosa ma improbabile: saremmo di fronte a uno o più inseminatore/i scatenato/i che mette/ono incinta centinaia di ragazze contemporaneamente, che poi tutte abortiscano per poi morire nel giro di poche settimane. È vero che non poche ragazze della Casa della Pietà uscivano dall’Istituto per trovare lavoro come domestiche e che gli “incidenti” di natura sessuale tra padroni o famigliari e donne prese a servizio erano frequenti, o che non poche domestiche “arrotondavano” i magri guadagni prostituendosi (sulla prostituzione in generale vedi Marzio Barbagli Comprare piacere), ma dal momento che l’A. ritratta quasi immediatamente l’ipotesi del bordello illegale, deve essersi convinto di aver esagerato nelle supposizioni (pp. 127-43).

Le argomentazioni sull’aborto conducono l’A. a inoltrarsi nel contesto del Radicalismo religioso del Rinascimento e a tracciare un discutibile rapporto tra gli strali di Savonarola contro l’aborto e il coinvolgimento delle ragazze della Casa della Pietà “nella distribuzione di rimedi abortivi”, affermazione non suffragata da prove convincenti.

L’A. non abbandona la pista della sessualità. Come ulteriore possibilità per capire lo strano fenomeno, sospetta che a uccidere le ragazze fosse la sifilide. La deduzione deriva ancora una volta dal Ricettario nel quale sei prescrizioni trattano di “apostemi, ulcere, scabbia e scrofole”, sintomi che la medicina dell’epoca associava appunto al terribile “male”. Ma anche per quanto riguarda questa ipotesi Terpstra deve riconoscere che “non rimane alcun manoscritto del tempo che si riferisca a questa malattia […] mettendola in relazione con le ragazze della Pietà” (p. 187).

Il libro si chiude con la storia di indubbio interesse e, in questo caso, ben documentata, di una donzella vittima della ragion di Stato: Giulia – la ragazza in questione – viene scelta per testare la virilità del Duca di Mantova che deve prendere in moglie la figlia del Granduca. Il fatto che venga effettuata questa “prova”, significa che sulla virilità del nobile mantovano si nutrivano parecchi dubbi. In ogni caso il Duca assolve alla sua missione: ingravida la donzella che viene liquidata con una dote cospicua (3000 scudi) che le garantiscono un matrimonio soddisfacente.

Tuttavia, il curioso caso dal quale l’A. è partito – la moria di tante ragazze della Casa della Pietà in brevissimo tempo – resta irrisolto. L’A. non trova prove convincenti e decisive: “alla fine dobbiamo ammettere di non sapere veramente quello che fu” (p. 231).

Un libro consigliato?

Terminata la lettura sorgono due interrogativi. Il primo è che l’A. si sia imbattuto in un avvenimento intrigante ma troppo poco documentato e che abbia rimpolpato e stiracchiato il testo. Gli storici non sono detective, indubbiamente, e tra i loro compiti vi è anche quello di sollevare problemi. Ma questa operazione si sarebbe potuta fare con un libro più breve.

Il secondo, riguarda gli argomenti inseriti nelle trattazione per dare corposità al libro: aborto, malattie, medicina, sessualità, radicalismo religioso, sono temi complessi, sfaccettati e studiati da tempo. Perché non supporre invece la possibilità che a provocare la morte pressoché improvvisa di tante ragazze non sia stata una epidemia di tifo o di quella che più tardi i medici avrebbero chiamato “febbre nosocomiale”? Dopo tutto è lo stesso Autore a rilevare il susseguirsi di annate critiche, contrassegnate da carestie e alle carestie spesso seguivano epidemie di vario genere.

Insomma, per quanto riguarda la procedura metodologica adottata da Terpstra, la risposta non può essere positiva. Una ricerca storica non può basarsi solamente su indizi e supposizioni. Mi sembra alquanto discutibile sostenere che “buona parte della sfida e dell’entusiasmo della ricerca storica sta […] nello spingersi oltre i limiti” (p. 25). Questa è una licenza concessa ai romanzieri, non agli storici.

Se invece escludiamo le fumose elucubrazioni che dovrebbero spiegare il caso, il libro di Terpstra è un libro che mi sento di consigliare per almeno due ragioni.

Dalla ricerca emerge l’altra faccia del Rinascimento: le ragazze che finiscono nella Casa della Pietà, gli artigiani che le prendono in casa o a bottega, i quartieri popolari hanno poco da spartire con i fasti del Rinascimento, con lo scintillio delle arti, con la colta e frivola vita di corte, con le cortigiane e lo sfarzo dei palazzi. Terpstra ci mostra una realtà quotidiana dura, rapporti sociali ruvidi e senza sentimentalismi, in alcuni casi codificata anche dalle leggi: le multe comminate allo stupro di una donna variavano a seconda della posizione sociale della vittima: altissime nel caso di nobildonne, leggere nel caso di popolane, non previste nel caso delle prostitute. Siamo di fronte ad una popolazione che deve vivere sprovvista di una qualunque forma di protezione sociale e questo comporta la presenza di leggi non scritte e scaltrezze che l’A. indaga a fondo e spesso con acume. Anche nella stessa Casa della Pietà si lavora, e si lavora sodo. Anzi, l’A. parla a ragione di “Carità come strategia industriale” (pp. 90 ss.gg) e non è del tutto improbabile che un certo numero di decessi fosse proprio da imputare allo sfruttamento in ambito lavorativo.

La fatica del vivere che indurisce l’anima e che porta molte ragazze, come argomenta con efficacia la cortigiana Veronica Franco, a cadere nel mondo avvilente della prostituzione per necessità mentre potrebbero vivere onestamente se fossero messe in condizioni di farlo o se vi fosse un luogo che fungesse da riparo (quello che sarà, appunto, la Casa della Pietà, p. 44.).

Non sono solo questi gli aspetti interessanti raccontati da Terpstra: i meccanismi che sono alla base delle strategie matrimoniali con un continuo comporsi e disfarsi di nuclei famigliari o dell’espandersi o deperire di ospedali, Opere Pie o Istituti di Carità; la descrizione dei vari mercati delle merci come, su tutt’altro versante della medicina del tempo.

Tutto questo – ed è il secondo motivo per cui consiglio la lettura di Ragazze perdute – è raccontato con una penna arguta, vivace, capace di restituire una Firenze popolare e popolana forse in penombra, ma vivida, affaccendata, formicolante, esuberante e, almeno per quanto riguarda la sessualità, non di rado eccessiva. Merito anche della traduttrice, davvero brava nel restituire al lettore la verve narrativa dell’A. e il clima di un’epoca e della città. Inoltre Terpstra mette a disposizione del lettore una buona bibliografia e un ricco apparato di note.

Buona lettura.


Recensione. Tommaso Scaramella: Un doge infame.

Un doge. Un doge mancato. Un doge mancato perché infame. Un doge infame perché sodomita. Tommaso Scaramella, dottorato all’Università di Bologna, racconta e storicizza la vicenda umana e politica di Alvise V Sebastiano Mocenigo, uomo di antico lignaggio e cospicue ricchezze, di notevoli capacità in qualità di diplomatico, ma di una spregiudicatezza in ambito sessuale tale da confondersi con l’incoscienza.

Perfino a Venezia, rinomata per le proprie molteplici libertà: intellettuali, di pensiero, nei piaceri della vita, per il rovesciamento dei ruoli in quel fantastico mondo temporaneo che è il celeberrimo carnevale, nella libertà sessuale, incarnata da un Casanova e dalle moltissime cortigiane che allietano la vita sociale della città.

In realtà, almeno in parte, le tanto decantate libertà della Serenissima rispondevano, già alla fine del Settecento a una serie di stereotipi. Dopo tutto Casanova era finito nei Piombi; il controllo su libri e stampa, benché più discreto che altrove, era presente operante ed efficiente (vedi Mario Infelise I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna). Dunque anche il pensiero – e soprattutto quello non conformista – era sottoposto a controllo. E Mocenigo era un uomo intellettualmente curioso e progressista.

E di pensiero anticonformista Sebastiano Mocenigo, l’aspirante “doge infame”, era un autentico campione. Scalati i gradini della amministrazione con relativa facilità come capitava a tutti i rampolli delle famiglie più ricche, la sua omosessualità se non dichiarata, esposta e di pubblico dominio faceva di lui un uomo chiacchierato.

La sua condotta disdicevole era troppo anche per la liberale Venezia, una città aperta anche nella sua particolarissima conformazione: “senza porte, senza fortificazioni, senza un solo soldato di guarnigione [eppure] imprendibile dalla terra e dal mare” (p. 34, nota 5). “Non esiste luogo al mondo dove la libertà e la dissolutezza regnino più sovrane di qui. Non vi occupate di politica, e per il resto fate tutto quello che volete” consigliava uno straniero.

Ma era proprio questo il punto: non solo Sebastiano Mocenigo era ben addentro alla vita politica della città, ma aspirava a rappresentarla al massimo grado. Il fatto di essersi sposato e di avere avuto un figlio – da una donna, tra l’altro, che dopo l’iniziale costernazione una volta scoperta la reale inclinazione sessuale del marito, si mostrò comprensiva e al suo fianco – non furono sufficienti a cancellare le dicerie del suo conto.

Del resto Mocenigo mostrava di sdegnare le più elementari precauzioni. Quando fu eletto ambasciatore in Spagna e poi in Francia, vietava l’accesso alle donne al palazzo di rappresentanza mentre si contornava di amanti – alcuni al suo servizio già a Venezia – meglio se giovani, belli e aitanti. Abitudini che non potevano non essere criticate in un paese profondamente cattolico come la Spagna e sollevare un certo biasimo anche in Francia (fu sorpreso anche “sul fatto” da una guardia e momentaneamente arrestato). L’Austria mise il veto sulla sua elezione ad ambasciatore e una volta tornato a Venezia fu processato e imprigionato nelle carceri di Brescia proprio per la sua sessualità “antisociale”.

In realtà, se certo l’atteggiamento “sfrontato” di Mocenigo ebbe un peso non trascurabile nello sviluppo del suo percorso politico, la sua vicenda si inserisce in un contesto culturale molto più ampio. Innanzitutto la sodomia era vista come uno scadimento della virilità maschile: nell’atto sodomitico l’uomo si fa femmina e dietro a questa immagine negativa seguiva il corollario di altri (presunti) difetti femminili che contrastavano con il necessario “polso” e la dovuta decisione necessari per reggere, governare e dirigere la cosa pubblica.

Ma, ancor più in generale, la sodomia è inserita, almeno a partire dal Quattro-Cinquecento in un grande processo di “restaurazione” sessuale che si inasprisce con la Controriforma, spartito tra potere politico e potere religioso. Il controllo della Chiesa si fece via via più capillare e occhiuto sulle pratiche sessuali che non tenevano alla procreazione: sodomia (anche eterosessuale), pederastia, incesto, stupro. Nel corso del Rinascimento a Venezia, Firenze e Lucca “apposite magistrature erano state istituite per occuparsi della repressione della sodomia” (p. 1549-150).

I sette anni di carcere a Brescia subiti dall’aspirante doge non erano pochi, ma la permanenza in prigione fu mitigata da trattamenti di favore certo dovuti al rango e alla ricchezza, ma anche perché il peccato/reato di sodomia non era ancora ben qualificato: l’A. riporta molti esempi di imputati che non la consideravano un peccato.

A bloccare l’elezione di Mocenigo fu proprio il discredito morale della sua inclinazione sessuale. Nel corso delle sue ambasciate in Spagna e Francia, le sue capacità di osservatore attento e acuto delle vicende politiche e le sue capacità diplomatiche risultarono ineccepibili. Su quel versante la sua affidabilità era fuori discussione. Perciò i suoi avversari, sostenitori di un candidato di alto lignaggio ma molto meno ricco di lui, giocarono la “campagna elettorale” orchestrando quella che oggi chiamiamo una “macchina del fango”. Screditare l’avversario non perché sprovvisto delle qualità necessarie, ma per la sua condotta: scritte, canzoni, dicerie diffuse e moltiplicate tese a satireggiare e screditare il candidato. In pagine molto belle e acute Scaramella mostra il fondersi e il sovrapporsi della sfera privata, intima, con quella pubblica, e come la prima incida e condizioni il percorso della seconda (pp. 91-102). Fenomeno questo, molto più presente e determinante nei paesi cattolici che in quelli protestanti.

La costruzione di meccanismi diffamatori non è l’unico aspetto interessante del libro. Giustamente Scaramella focalizza e dilata continuamente lo scenario e la contestualizzazione dalla particolarità veneziana al contesto generale. Il processo di “restaurazione sessuale” al quale abbiamo fatto riferimento è un processo in divenire: giocano un ruolo fondamentale religione, filosofia, etica e medicina. Siamo ancora molto distanti dalla medicalizzazione dell’omosessualità di marca positivista (si veda, ad esempio, Silvano Montaldo Donne delinquenti). Si oscilla ancora tra controllo, marginalizzazione sociale ed educazione reiterata e abitudinaria per incanalare sulla retta via temperamenti e passioni fuori controllo e difficili da tenere a freno. Resta comunque ancora una certa tolleranza verso il fenomeno, purché “non esercitat[o] apertamente” (p. 151). Esistevano e persistevano degli “spazi” privati nei quali il libertinismo poteva manifestarsi a patto che non si facesse quel che faceva Mocenigo: sorvolare sulla morale dominante e sulle convenienze sociali (su questo si veda Marzio Barbagli Comprare piacere.).

Vi sono altri aspetti che meriterebbero di essere approfonditi. Ma devo fare i conti con le mie scarse conoscenze. Padroneggiando una storiografia internazionale molto vasta, Scaramella mi ha introdotto in un filone di studi che sospettavo recentissimo mentre invece è già praticato da tempo dalla storiografia.

Un cenno però meritano le fonti archiviste. Fonti processuali soprattutto e perciò materiale molto insidioso da maneggiare. In tribunale gli imputati tendevano ovviamente a difendere il proprio comportamento – la posta era alta, si poteva finire all’altro mondo – e questo può aver provocato distorsioni nelle deposizioni difficili da verificare. Ma non di meno sono fonti preziose perché l’intimità raramente finisce in una documentazione più ampia. L’A. dimostra di possedere tutte le carte in regola nel padroneggiarle e ci regala un libro piacevole, colto e che facendo luce su un fenomeno poco conosciuto ci aiuta a comprendere meglio la “grande storia”

Buona lettura.


Recensione. Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale

C’è un nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile? Come hanno influito la Controriforma e la rivoluzione francese sul modo di vestire femminile. Che ruolo ha giocato, per quanto riguarda l’abito femminile, l’espansione in Europa della Rivoluzione industriale in Europa?

Sono soltanto alcune delle domande che il lettore può porsi leggendo questo bel libro di Georges Vigarello tradotto recentemente per Einaudi. Come spesso accade per altri suoi libri, Vigarello sceglie di indagare un aspetto apparentemente secondario della storia, poi riesce a collegarlo a molti filoni principali.

Del resto, come ha mostrato Schivelbush per il cibo nella sua Storia dei generi voluttuari le mutazione del gusto non sono mai casuali. Esse rispecchiano mutamenti più profondi, spesso all’inizio apparentemente impercettibili.

L’argomento del libro è l’abito, non la moda, anche se i due aspetti sono ovviamente intrecciati. Ma l’abito, il vestito rimanda a di cosa è fatto, come è fatto, perché è fatto in un determinato modo. Vale a dire che l’A. collega l’abito all’ambiente, al commercio, alla vita quotidiana. Usa l’abito e la sua storia per gettare uno sguardo inedito sui grandi fenomeni della storia al fine di comprenderli meglio, approfondirli.

È quello che in un brevissimo articolo sul mio blog ho definito, volgarizzando e sintetizzando al massimo, “entrare di traverso nella storia”; cioè prendere un fenomeno secondario – o apparentemente secondario – e usarlo come un cuneo per inoltrarsi al centro delle questioni fondamentali. Si può osservare un edificio o una piazza dal di fronte o da un angolo: l’edificio è lo stesso, ma la prospettiva cambia.

Per questo direi che per parlare di questo libro e, a mio parere, per illustrare l’intento dell’autore, si possono prendere tre esempi essenziali. Il Rinascimento, la Rivoluzione Francese e la prima guerra mondiale. Si tratta di tre passaggi, di tre snodi fondamentali (negli ultimi due casi, addirittura di eventi periodizzanti).

Il nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile lo si registra nel fatto che gli abiti di quel periodo hanno una confezione geometrica. Quando pensiamo al rinascimento vengono vengono alla mente grandi artisti: fu un’epoca che cambiò la pittura, l’architettura, approfondì le scienze naturali. Viene subito alla mente Leonardo, ma di Leonardo minori il Rinascimento pullulava. Inizia anche l’epoca delle grandi scoperte geografiche e quindi della cartografia, e dell’esplorazione del cosmo. Secondo Walter Benjamin il Rinascimento è indagatore dell’universo. Non stupisce allora se la lettura degli eventi avvenisse in forma geometrica. Questo lo si constata anche nei vestiti riportati nelle opere d’arte. Ve ne sono alcuni, e Vigarello li illustra e li discute, composti da due triangoli, quello alla base, che arriva fino alla vita, e quello superiore, ma rovesciato; oppure il colletto disegnato a mo’ di trapezio.

Naturalmente abiti del genere erano scomodissimi. La donna sembra imbalsamata e irrigidita in vestiti che rendono difficile il muoversi. In altre immagini sembra posta su di un piedistallo. Allora ci si può domandare quale fosse il ruolo della donna. La donna, e con essa l’abito che indossa servono in realtà a rafforzare e indicare il prestigio e la forza economica dell’uomo. La donna ha, in queste immagini almeno, una posizione ancillare, di decoro rispetto a quella maschile.

Una chiusura dunque, che raggiunge il massimo nel clima plumbeo della controriforma, con colletti che diventano enormi ciambelle mentre tutto il resto del corpo è accuratamente coperto e imperscrutabile. Delle donne si vedono soltanto viso e mani. Anche i colori si incupiscono: sono colori pesanti, ferrigni, nero, verde scuro, marrone scuro.

E tuttavia, sia pure in un contesto dai contorni cupi, molte cose si muovono. Le grandi rotte commerciali sono tracciate, il gusto nel cibo e nel mangiare si alleggerisce: entrano nuovi condimenti e nuovi prodotti; i primi caffè sono luoghi di ritrovo maschili, ma vi si va per avere e leggere notizie e per assicurare i viaggi d’affari (la Lloyd ebbe la prima sede in un caffè, così come molti giornali – su questo si veda Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Anche gli abiti cambiano. Lo si vede facilmente in quelli maschili: diventano più confortevoli, più comodi e pratici. Cominciano a mutare anche i materiali: stoffe che provengono dall’India, dalla Cina o dalle Americhe.

Nel corso del Settecento questo processo prosegue e coinvolge anche l’abito femminile, che si assottiglia e diventa più pratico. Indica che la donna ha conquistato nuovi spazi sociali. Il processo sfocia con la Rivoluzione francese, che non solo “libera” alcune parti del corpo, ma ne lascia scoperte alcune. È il segno di conquiste sociali importanti anche se temporanee. (Si potrebbe anche osservare che la Rivoluzione francese “politicizza” l’abito: coloro che ne rigettano valori e conquiste indicano la propria avversità persistendo a mantenere gli abiti dell’Ancien Régime)

Temporanee perché la Restaurazione ha usato la mano pesante con le donne. Mentre gli abiti maschili diventano via via più confortevoli, pratici e dinamici, le gonne tornano a gonfiarsi incredibilmente, il corpo torna ad essere nascosto ma enfatizzato artificialmente e la donna torna quasi ad essere “ornamento” dell’uomo.

Siamo di fronte a una lunga involuzione che testimonia un regresso sociale e forme di relegazione delle donne ai margini della vita sociale. La conquista di spazi sociali, di indipendenza e di emancipazione richiederà tempi lunghi. Vigarello li registra e li indica in mutamenti minimi. Certo, non mancano accelerazioni: un confronto tra le immagini dei visitatori delle due Esposizioni Universali del 1867 e del 1878 li mostra in modo molto evidente. L’apparizione dei “Grandi Magazzini” testimonia la capacità invasiva del mercato: la moda e l’abito femminile in una certa misura si si democratizzano.

C’è di più: la società ormai si è stratificata in molte classi: la stessa borghesia non è, come noto, un blocco unico: si suddivide in almeno tre sotto-classi (grande, piccola, media); si manifesta anche una “aristocrazia del proletariato” dalle minime pretese. Si cercano svaghi e ritrovi. Si pensi ai poster pubblicitari di Lautrec: le gonne si accorciano per facilitare il ballo. (per qualche esempio si veda Art of poster Manifesti della Belle Époque)

Un ruolo non trascurabile in questo senso lo ha esercitato lo sport. Tennis e golf erano sport elitari, ma aperti alle donne. Per praticarli occorreva accorciare la parte inferiore e rendere più liberi torace e braccia.

Le classi ai vertici della società, che avvertono immediatamente la necessità di rimanere elitarie e di marcare le differenze, reagiscono inventando l’alta moda con abiti che sono, di fatto, un’opera d’arte dai costi proibitivi.

Di fatto, per molti aspetti, l’ingresso delle donne in ambiti lavorativi da sempre di stretta competenza maschile sarà dettata da eventi contingenti come, ad esempio, le guerre mondiali le quali, inglobando le donne in nuove mansioni, le portano anche ad esprimere la femminilità con abiti pratici, comodi, che ne valorizzino il corpo e con mode che quasi si fanno gioco del predominio maschile e lo sfidano: il fumare in pubblico, il taglio di capelli “alla maschietto”, i pantaloni.

Inizia a emergere, verrebbe da dire “disseppellirsi” il corpo moderno, con un profilo slanciato, verticale. Il diritto soppianta il curvo, modificando radicalmente lo stile. Si arriva così fino alla rottura provocata dalla scandalosa minigonna, che scopre finalmente e valorizza le gambe.

Nel compiere questo lungo viaggio sull’abito femminile, Vigarello pesca a piene mani da molte fonti: memorie, carteggi, letteratura, riviste specialistiche, stampa quotidiana… Le voci maschili, come è in una certa misura ovvio e prevedibile, sono in netta maggioranza e tra esse dominano le osservazioni impregnate di biasimo e sarcasmo che indicano un malcelato timore degli uomini nei confronti delle donne. Perciò le note a margine diventano così indicazioni preziose per inoltrarsi lungo percorsi più ampi.

L’abito femminile ha anche un altro pregio meritevole di menzione. Vigarello fa un larghissimo uso di illustrazioni: dipinti, xilografie, fotografie, vignette. Un valore aggiunto per apprezzare e magari riguardare con occhi diversi opere d’arte scelte con cura e acutezza.

Vigarello ci ha regalato un libro ben scritto, piacevolissimo e ricco di suggestioni. Buona lettura.