Recensione. Giorgio Caravale: Libri pericolosi

Può sembrare sorprendente che nei secoli che vanno dall’invenzione della stampa fino alla messa a punto del diritto d’autore, anche intellettuali più illuminati ritenevano giusto sorvegliare la circolazione dei libri. L’invenzione della stampa moltiplicò la proliferazione di libri pericolosi per la stabilità della società e per i detentori del potere.

I libri sono troppi?

Forme di controllo, di limitazione del sapere e di censura non erano nuove; venivano già messe in atto nel corso del Medio Evo. I dati nuovi, legati all’invenzione della stampa, sul quale la Chiesa si sentì in dovere di intervenire erano la moltiplicazione potenzialmente infinita dei libri e la volgarizzazione del sapere: c’era il rischio che persone ignoranti si ritrovassero per le mani libri che non erano in grado di comprendere correttamente (pp. 34). Era un’opinione condivisa dai dotti e dalle élites del tempo: “erano convinte […] che l’abisso che separava i saggi dal volgo fosse un dato di fatto incontrovertibile della natura umana” (p. 35). La diffusione della stampa poteva intaccare il sistema di potere politico, culturale e religioso. La Chiesa poggiava una parte considerevole del suo potere nel suo interporsi tra Dio e l’uomo; ora quest’opera di mediazione tra l’Altissimo e i fedeli veniva messa in discussione e potenzialmente incrinata dal moltiplicarsi di libri spirituali o a tema teologico dal contenuto poco o per nulla ortodosso. Allo stesso modo, la pubblicazione di segreti di stato poteva provocare malumori, sommosse o compromettere relazioni diplomatiche. In breve: controllare e limitare la circolazione dei libri aveva un fine preciso: “preservare la pace sociale, l’ortodossia religiosa, la moralità pubblica e l’ordine politico” (p. 38).

Su queste basi si cementò un’alleanza tra Roma e il potere politico a livello locale: la Chiesa “ottenne il pieno appoggio del potere civile alla repressione dell’eresia e controllo della circolazione libraria; la nobiltà e il patriziato urbano deli Stati italiani ricevettero in cambio una sorta di immunità rispetto all’invadenza della censura ecclesiastica, una garanzia di difesa” e il mantenimento dei loro privilegi (p. 63). Ricchi, con conoscenze e relazioni con personaggi influenti non avevano difficoltà a procurarsi libri proibiti, spesso proprio grazie all’intervento e alla protezione di alti prelati (cap. XXV).

Ci volle tempo prima che la macchina organizzativa della Chiesa iniziasse a funzionare a pieno regime: trovare il personale idoneo non era semplice; tra vescovi e inquisitori sorsero conflitti di competenza (anche se poi, col tempo, furono i secondi a prevalere sui primi). L’Indice dei libri proibiti fu ben più di uno spauracchio, ma i suoi numerosi aggiornamenti ne dimostravano l’inadeguatezza. Il latino era una lingua universale, ma padroneggiata da un numero limitatissimo di dotti. D’altra parte non si poteva pensare che stampatori e librai imparassero a memoria migliaia di titoli proibiti. Inoltre non solo la loro resistenza fu notevole e non di rado efficace (come a Venezia, per esempio. Su questo si veda: Mario Infelise, I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna). Roma doveva anche fare i conti con un contrabbando diffuso, spesso ben organizzato e perfino con traffici che partivano da città d’oltralpe.

Claude Vignon, Sant’Ambrogio (1623 o 1625), Minneapolis Institute of Art

“L’indice dei libri proibiti rimase un unicum” nell’Europa moderna che condizionò “fortemente il carattere della censura libraria nella penisola italiana” (p. 50).

Contro l’eresia

Ancor prima di Lutero e della Riforma fu Erasmo da Rotterdam ad attirarsi gli strali del potere ecclesiastico. Il suo anticlericalismo era stato l’anticamera dell’eresia luterana. “La condanna delle opere di Erasmo fu solo il segnale di un’offensiva censoria a tutto campo contro ogni forma di malcontento nei confronti del potere romano” (p. 77): Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini e moltissimi altri finirono nel mirino dei censori romani, ossessionati dalla ricerca del “veleno” anticlericale che l’invenzione della stampa stava spargendo a piene mani in tutte le classi sociali. La violenza di questa offensiva costrinse l’anticlericalismo a rifugiarsi nel sottobosco dell’illegalità, ma ebbe anche l’effetto di rafforzarlo e di diffondere un’opinione negativa su Roma.

La battaglia contro l’anticlericalismo non necessitava di particolari accorgimenti. A cambiare le cose, a creare una macchina censoria strutturata, articolata ed efficiente fu la Riforma luterana. Le opere di Lutero si diffusero con straordinaria rapidità e inizialmente attrassero i ceti più elevati. Poi però dilagarono tra tutte le classi sociali, ceti popolari e più umili compresi.

Fu questo aspetto ad annullare il confine tra potere temporale e potere spirituale. Col tempo l’aggettivo “luterano” assunse significati sempre meno definiti e più ampi finendo per riguardare tutti coloro che criticavano in qualche modo il potere di Roma: Machiavelli finì ben presto sotto il fuoco di una valanga di critiche con accuse di ateismo e di disprezzo per la dottrina cattolica (pp. 107-111).

Evert Collier, Vanitas. Natura morta con libri e manoscritti e un teschio, 1663, Museo Nazionale di Arte Occidentale, Tokyo

L’attacco alle opere di Machiavelli era dovuto essenzialmente allo scontro tra potere temporale e potere spirituale. Secondo Roma Machiavelli propagandava la sottomissione della sfera religiosa a quella politica; Roma invece “intendeva restituire alla religione la primazia che le era stata sottratta riformulando a proprio favore il rapporto tra politica e religione” (p. 111).

Un’azione di questa portata non poteva non investire pressoché tutti gli ambiti del potere: filosofia e scienza dovevano sottostare alla religione. In realtà – e Caravale lo dimostra a più riprese – la pervasività dell’occhiuta sorveglianza ecclesiastica sul sapere non riuscì mai ad essere completa e assoluta. Soprattutto per quanto riguardava la cerchia ristretta dei dotti e degli intellettuali vi fu sempre qualche margine di azione e di tolleranza.

Nondimeno, nonostante le falle, il sistema di controllo messo a punto fu articolato ed efficace per lungo tempo. Il rogo dei libri in odore di eresia fu solo uno degli strumenti messi in campo – certo il più eclatante ma in fondo piuttosto raro e nemmeno il più efficace. In realtà la censura ebbe molti volti: correzione o soppressione di frasi o paragrafi compromettenti, riscrittura di passaggi o di alcune parti. C’erano libri dal contenuto condivisibile o accettabile che però avevano incluso espressioni o frasi discutibili o giudicate errate o pericolose: una volta “spurgato”, emendato, ripulito, il libro poteva circolare tranquillamente. L'”espurgazione” di un testo era un intervento che non stravolgeva l’impalcatura generale dell’opera; molto più invasiva era invece la riscrittura di alcune sue parti. Si trattava di interventi tesi a depotenziare o spegnere definitivamente la carica eversiva di opere, specialmente se rivolte a un pubblico incolto e non di rado ne snaturavano completamente il senso e il messaggio dell’autore.

Mannen lezen in een bibliotheek, anonymous, Hans Weiditz (II), 1514 – 1532, Rijskmuseum
Spegnere l’intelligenza

Occorre soffermarsi su questi aspetti. In secoli in cui il diritto d’autore non esisteva, una volta pubblicato il libro l’autore non aveva più il controllo dell’opera. Spesso stampatori ed editori intervenivano sul libro a loro piacimento aggiungendo, togliendo, correggendo. Per questa ragione i manoscritti continuarono a circolare abbondantemente: era molto più facile mantenere l’originalità e l’attendibilità del testo per non dire della maggiore facilità con la quale potevano essere occultati (capitolo XVIII).

Ma al di là di questo, censurare significava indurre l’autore a sottomettersi a canoni e regole. Spesso i libri furono oggetto di “trattative” tra autori e censori. Correggere, sostituire, stemperare consentiva ad autori ed editori di continuare a lavorare, ma significava anche rendere mortificare l’intelligenza degli autori. “Dissimulare” idee e concetti nel corso di un testo sotto una coltre di citazioni, di sottili riferimenti eruditi, fingendo di dire cose dal significato opposto divenne uno stratagemma adottato da molti. Solo con l’illuminismo l’arte della dissimulazione venne criticata e abbandonata. Ma questo significò in primo luogo arginare non solo la diffusione ma anche la comprensione dei libri escludendo tutti coloro che non erano in grado di afferrare il significato profondo e complesso del libro. In secondo luogo le varie forme di censura rallentarono la diffusione del sapere: il confronto tra censori e autori poteva protrarsi per anni. Infine, soprattutto, la sola presenza dell’Inquisizione e degli organi di censura indusse molti autori ad autocensurarsi per timore o per prevenire l’intervento dei censori. Torquato Tasso, spirito particolarmente tormentato, chiese lui stesso che le sue opere venissero controllate: ne derivò una trattativa lunghissima che ritardò e influì in modo significativo il suo lavoro; altri autori, come Cartesio, tennero le loro opere nel cassetto rifiutando di pubblicarle e furono stampate molto più tardi; altri ancora, come Muratori, constatando che “non si può dire la verità, non si può dire” (p. 276) finirono per essere disgustati da questi continui patteggiamenti e si dedicarono ad altro. (capp. XVI-XVII).

Still Life with Books in a Niche, Barthélémy d’Eyck, 1442 – 1445, Rjiskmuseum

Le varie forme di censura, per quanto raffinate e invasive non riuscirono mai a bloccare completamente la circolazione del sapere e dei libri. In età moderna cultura scritta e cultura orale erano intrecciate: fiere, mercati, feste e botteghe artigiane erano luoghi e occasioni per letture pubbliche di opuscoli brevissimi, favole, canzoni, poesie, “orationi” e altri scritti venivano letti, cantati, decantati in pubblico. Si deve tenere a mente la dimensione sociale e popolare della condivisione poteva essere molto vasta e difficile da tenere sotto controllo e che non conveniva nemmeno reprimere completamente: risultati soddisfacenti si sarebbero ottenuti contrastando le “operette da strada” e sostituirle con opere edificanti e morigerate (cap. X).

Resta però il fatto che i detentori del potere (tanto quello spirituale che quello politico) tentarono di operare una sorta di taglio nella società escludendo e tenendo ai margini le classi popolari. Una volta arginata l’eresia proveniente d’oltralpe l’attenzione dei censori si rivolse all’interno della penisola e ad essere sorvegliati furono non solo i sospettati di eresia, ma anche i cattolici e la loro ortodossia.

Tommaso Campanella fu perseguitato anche perché sostenne che la conoscenza innescava la mobilità e la promozione sociale in una società che si voleva mantenere statica il più possibile (p. 145). Il ritenere che le persone semplici leggessero, ragionassero e discutessero testi “al di sopra della loro intelligenza” fu un’ossessione perseguita con tenacia tanto da Roma che dai governi. Ufficialmente si trattava di tutelare le persone ignoranti da suggestioni pericolose: la lettura di romanzi poteva indurre perfino alla follia (p. 155); in realtà l’obiettivo di fondo era il mantenimento della stabilità sociale e della distinzione di classe.

Still Life with Books, Jan Lievens, c. 1627 – c. 1628, Rijskmuseum
Conclusioni

Ora, escludere gran parte della popolazione dalla possibilità e dalla libertà di leggere da una parte e limitare l’intelligenza, l’iniziativa e l’impegno di molti intelletti critici dall’altro fu una combinazione devastante sul lungo periodo. Alla fine, dopo secoli, a Settecento inoltrato, gli argini caddero: libri ufficialmente proibiti erano facilmente reperibili più o meno ovunque. Ma non è non è possibile non interrogarsi sugli effetti a lungo termine di questo fenomeno, tanto più che la censura operò non solo sui testi scritti ma anche nella produzione artistica (capitolo XI, ma su questo resta insuperato Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Certo, l’A. ha ragione nel sostenere che a causa del nesso stampa-eresia Roma si accorse tardi delle potenzialità del libro (cap. XXIV, pp. 266 ssg.), ma è altrettanto vero che gli influssi della censura hanno avuto una durata ben più prolungata.

Ancora a Ottocento ben inoltrato un ecclesiastico come Morichini si dimostrava un fiero avversario di una eventuale acculturazione delle classi popolari e metteva in guardia le classi dirigenti dal guardarsi dal promuoverla. Alla metà degli anni Ottanta dell’Ottocento in molte regioni l’analfabetismo superava abbondantemente l’80% della popolazione. Inevitabilmente questo fenomeno ha fatto coincidere il sapere con il potere. Coloro che avevano nelle mani la direzione di Comuni, enti ospedalieri o altro apparteneva anche, per ceto e istruzione, a coloro che detenevano il potere economico. (Non è un caso se uno storico del calibro di Adriano Prosperi, ben addentro alle tematiche di Libri pericolosi, abbia pubblicato uno studio sui contadini: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).

La cultura è rimasta a lungo – ed è ancora – un fenomeno elitario: il meccanismo che sorregge ancora oggi il mondo accademico, accademie e molti centri di ricerca è la cooptazione, che non sempre avviene per meriti intellettuali. Del pari non pochi intellettuali e formatori dell’opinione pubblica non trovano nulla di strano nell'”adagiarsi” alle direttive provenienti dall’alto: è un fenomeno evidente nel mondo dei giornali (su questo si veda Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano). Scontiamo, appunto, gli effetti di una Controriforma senza Riforma e della storia di un paese che non avendo avuto rivoluzioni come quella francese o inglese ha reso difficile e tortuoso il percorso a una piena cittadinanza.

Giorgio Caravale ha lavorato a Libri pericolosi per un decennio. Ne è uscita un’opera ricchissima di percorsi e di intrecci, che non solo si imporrà come testo fondamentale per gli storici, ma incanta il lettore con uno stile narrativo piacevole e comprensibile anche al lettore comune.

Buona lettura.

Recensione. Cesare De Seta: L’Italia nello specchio del Grand Tour

“Lo scopo principale del Grand Tour era quello di scoprire e studiare le culture straniere, al fine di incorporarne alcuni aspetti nel proprio tessuto sociale”. Così è quanto si legge nel catalogo di una delle numerose mostre dedicate a quel genere di viaggio che dalla metà del Cinquecento alla Rivoluzione francese coinvolse i giovani di tutta Europa destinati a ricoprire cariche importanti nei rispettivi paesi. Il Grand Tour definiva un’esperienza di viaggio ritenuta da molti essenziale ai fini della formazione di un “perfetto gentiluomo” (l’espressione è di Thomas Nugent, The grand tour, or, A journey through the Netherlands, Germany, Italy and France citato a p. 157). .

Formare un gentiluomo è un’espressione che indica già risvolti precisi. L’Europa era piena di gente in viaggio di ogni ceto, professione e condizione sociale, ma il Grand Tour è un’esperienza riservata, ai rampolli dell’alta società – inizialmente inglese, poi anche di altri paesi – destinati ad entrare nella classe dirigente del proprio paese. Visitare Francia, Svizzera, Italia e, al ritorno, Germania e Olanda richiedeva tempo e denaro. Questo viaggio di formazione durava circa un paio d’anni e i giovani che lo compivano non viaggiavano mai soli: avevano un tutore e disponevano di almeno un servitore. Naturalmente, più alto era il lignaggio, maggiore era il personale al seguito (su questo si veda Antoni Maçzak Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna).

Carte de l’Europe di Bellin, Jacques Nicolas – 1764 – Biblioteca Nazionale Marciana – Venezia, Italy – No Copyright – Other Known Legal Restrictions.
https://www.europeana.eu/it/item/447/GEO0000598
I molti volti dell’Italia

“Non esiste sicuramente altro luogo al mondo in cui un uomo possa viaggiare con maggior piacere e beneficio dell’Italia… È la grande scuola della musica e della pittura, e in essa vi sono tutte le più nobili opere di scultura e di architettura, sia antiche che moderne…”. (Remarks on several parts of Italy, &c. in the years 1701, 1702, 1703).

Così presentava l’Italia Joseph Addison, poeta, giornalista di successo e futuro animatore dello “Spectator”, che viaggia in Italia tra il 1701-1703. Addison indica alcuni dei motivi per i quali l’Italia era una calamita irresistibile per viaggiatori, artisti, collezionisti e giovani desiderosi di acquisire gli ingredienti per diventare un uomo di mondo: l’arte, la storia, l’antichità. L’Italia è un museo a cielo aperto: da Venezia a Napoli (l’estremo sud e le isole verranno scoperte relativamente tardi) il visitatore non ha che l’imbarazzo della scelta; ovunque si rechi arte e cultura sono lì ad attenderlo, a farsi ammirare. “Addison viaggia attraverso i poeti” – è stato scritto e può essere vero. Viaggiare lungo un’Italia immaginaria, “costruita sulle citazioni, sui testi antichi, indagata attraverso le epigrafi”, i monumenti o le antiche rovine, è un modo adottato da molti dal Medio Evo a tutto il Settecento (p. 151).

Tutori e viaggiatori fissano in precedenza i propri itinerari utilizzando guide scritte da altri che li hanno preceduti. Alcune di queste – il Voyage d’Italie de Monsieur Misson : avec un mémoire contenant des avis utiles à ceux qui voudront faire le même voyage in quattro volumi, pubblicato nel 1691 o il Voyage en Italie di Lalande (1769), una vera e propria enciclopedia come si deduce dal titolo per esteso: Voyage en Italie, contenant l’histoire & les anecdotes les plus singulieres de l’Italie, & sa description. Les usages, le gouvernement, le commerce, la littérature, les arts, l’histoire naturelle, & les antiquités; avec des jugemens sur les ouvrages de peinture, sculpture & architecture, & les plans de toutes les grandes villes d’Italie – divennero opere di riferimento per tutti i viaggiatori successivi. In un certo senso quindi questi vedranno con gli occhi di chi li ha anticipati. A ragione De Seta rileva che “lo straniero [ha] la tendenza a identificare una qualsiasi parte d’Italia con i luoghi del mito classico” e che in molte descrizioni “l’Italia [diventa] una metafora” (p. 126).

Aquaduct van Nero te Rome – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
https://www.europeana.eu/en/item/90402/RP_P_OB_39_413

Allo stesso modo essi vedranno attraverso la cultura che li ha formati: il disinteresse – per non dire il disprezzo – verso il gotico e il Medio Evo di molti di loro tradisce questa impronta. Ad attrarre sono le mirabilia, le antichità e l’arte. Lo sono al punto che a poco a poco si instaura l’abitudine di avere al proprio seguito un cicerone, non solo una guida ma un vero specialista che sia capace di scegliere l’itinerario più interessante […] e che […] sia capace di muoversi in quel grande mercato dell’arte che è l’Italia del tempo” (p. 135). Non solo: nel corso del ‘600 “il viaggio in Italia non è più iniziativa privata” di un singolo, “ma diviene programma dello Stato e da esso economicamente sostenuto” (p. 181). Vale per l’Inghilterra, ma vale anche per la Francia. A testimoniarlo è la fondazione a Roma dell’Accademia di Francia nel 1666. “L’Italia è la fonte a cui bisogna attingere” e la presenza di artisti come Velasquez o Rubens o architetti del calibro di Philibert de l’Orme, Inigo Jones e di tantissimi altri lo testimoniano.

Più o meno consapevolmente i protagonisti del Grand Tour cominciano a tessere una tela di relazioni di carattere eminentemente culturale, scientifico, di ricerca e di dibattito, più o meno profonda e duratura che si spande per l’Europa con le loro opere, con le traduzioni, con l’ispirazione o l’imitazione degli stili, con gli epistolari e che ripercuote nella vita dei singoli stati.

Trevifontein te Rome – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
https://www.europeana.eu/en/item/90402/RP_P_1941_600

Gli stimoli che offre l’Italia sono davvero molti. L’arte, il pittoresco, i libri o i documenti che fanno gola a collezionisti e mercanti sono solo una parte di quanto il paese può offrire. Vi sono interi mondi da scoprire. George Berkeley fa proprio questo nel corso del suo secondo viaggio in Italia quando di discosterà dalle tappe classiche e consolidate del viaggio per avventurarsi nella scoperta e nell’esplorazione del sud Italia: gira per la Campania e la Puglia, scopre e resta affascinato dal tarantismo, affina e accresce i suoi interessi antropologici ed etnografici. La curiosità della sua mente aperta e la sua spregiudicatezza gli consentono di abbandonare letture e interpretazioni canonizzate per elaborarne di nuove e originali.

Berkeley indica una strada, un percorso, territori da scoprire o da reinterpretare. Dopo di lui il numero di coloro che si avventurano sotto Napoli aumenta. Raccogliere informazioni sulla popolazione delle città, sulla produzione agricola, sui commerci ecc. rientra tra i compiti affidati a tutori e giovani viaggiatori. Alcuni, come lo stesso Berkeley o Montesquieu hanno e approfondiscono questi interessi: ne prendono nota e li discutono e danno vita a descrizioni di zone agricole ben tenute, ricche, produttive. Descrizioni che si fondono o si scontrano con quelle di una natura incontaminata, selvaggia che fa da corollario a comunità appena sfiorate dalla civilisation, dalla modernità, ancora integre nelle loro regole comportamentali e comunitarie fissate da tempi immemorabili. Il paese reale e quello immaginario si fondono esagerando o distorcendo l’immagine dell’uno e dell’altro. C’è chi annota che “viaggiando attraverso questo paese, l’osservatore imparziale sarà colpito dal gusto degli italiani che è molto più raffinato di quello delle altre nazioni d’Europa: essi infatti curano con particolare attenzione l’aspetto esteriore di ogni cosa”. Giudizio che può anche essere condivisibile per alcune classi sociali, ma che dire, ad esempio, della campagna devastata dalla malaria che circonda Roma? Le campagne popolate da robusti campagnoli e floride contadine dicono molto più su quanto i viaggiatori si aspettavano di trovare e volessero vedere della realtà concreta ed effettiva delle campagne. Allo stesso modo i “lazzaroni” e gli scugnizzi napoletani sembrano far parte del panorama della città, come la mitezza del clima o una caratteristica qualsiasi, non la spia per indagare un pauperismo disperato.

Le città

Nel formarsi dell’immagine della “bella Italia” descritta dai viaggiatori, un ruolo fondamentale è giocato dalle città (sulle città vedi Attilio Brilli, Il grande racconto delle città italiane). Torino, Genova, Milano, Venezia, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli. Sono città diversissime tra loro. Roma naturalmente ha un ruolo centrale: Roma Caput Mundi, Roma faro del cattolicesimo, la Roma dell’antico e la Roma dei Papi e dei grandi mecenati le cui commesse attirano artisti da ogni dove: nel Seicento, a Roma, “gli stranieri sono altrettanto numerosi degli italiani” (p. 189, su Roma e Venezia vedi Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Montaigne se ne lamenta, non certo i commercianti, gli appassionati d’arte e i ritrattisti: la bottega di Batoni “divenne un centro mondano molto frequentato da aristocratici, gentiluomini, ‘virtuosi’ provenienti da ogni parte d’Europa, attratti – pare – anche dalla straordinaria bellezza di sua figlia” (p. 65) e non è l’unica. Per chi nutre interessi per l’archeologia Roma è un tesoro a cielo aperto già dentro le mura.

Festiviteiten op het Piazza della Signoria te Florence – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
https://www.europeana.eu/en/item/90402/RP_P_1950_349

Alcuni avvenimenti come il Carnevale possono accomunare città come Roma e Venezia e accanto a quelli leciti vi sono piaceri molto meno confessabili: le cortigiane veneziane, romane o napoletane sono attrazioni potenti per ragazzi giovani se non giovanissimi: Coryat ammette esplicitamente di averle frequentate, ma molti altri non hanno la sua onestà e sorvolano, ma è innegabile che ai doveri e piaceri intellettuali si accompagnano quelli della carne.

Una “comunità” si aggira per l’Italia

Il Grand Tour è un’esperienza che riguarda gruppi ristretti di privilegiati ricchi, di sicuro avvenire, colti, raffinati. Non di meno è un gruppo cospicuo, che si irrobustisce nel corso del tempo: anche olandesi, polacchi e russi entreranno nei circuiti del Grand Tour. Si forma una cultura cosmopolita, un sentimento universalistico che non tiene conto di confini, si oppone al localismo e al particolarismo delle nazioni. Ma se le radici della cultura, della religione e dell’arte affondano nel Mediterraneo allora l’Italia, che ne possiede più di ogni altro paese, diventa un’unità culturale ben prima di unificarsi come paese. Attirando visitatori da ogni dove e tramite loro spargendo reliquie, libri, stampe, arte e ispirazione il Gran Tour funge da paziente incubatrice per il sentimento nazionale che è ancora di là da venire. Ecco la ragione per la quale De Seta parla di “specchio”. C’è un’Italia, una “Bella Italia” che prende forma proprio da questa esperienza che è, insieme, esperienza europea: “L’effetto […] del Grand Tour non si risolve nell’esperienza personale di chi lo vive, ma diviene un fattore essenziale nell’espressione del gusto e della mentalità dei Paesi d’origine. C’è dunque un effetto che potremmo definire di andata che agisce sulla personalità di chi lo compie e un effetto di ritorno che si propaga a macchia d’olio grazie ai racconti del tourist, ai dipinti, ai libri, alle incisioni, alle monete, alla statuaria antica […] , ai gioielli, ai reperti archeologici e naturalistici […]” (pp. 300-304).

Si tratta di un dato che deve essere tenuto presente anche oggi. Al di là del nazionalismo, del localismo, delle guerre la cultura e il sapere continuano a circolare, a muoversi, a smuovere coscienze e a creare. Oggi abbiamo la possibilità di ampliare i percorsi di queste nervature alle classi sociali che nei secoli del Grand Tour ne erano escluse ed è un bene che sia così. Il mondo non migliorerà se lasciato solo.

Conclusioni

L’Italia nello specchio del Grand Tour è un ottimo libro che si legge con piacere, anche se in alcune parti richiede un poco di attenzione, ricco di riflessioni e spunti interessanti e sorretto da un’abbondante bibliografia per ulteriori approfondimenti.

Buona lettura.

Recensione. Francesco Benigno: La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878

Le rivoluzioni possono essere terribili – e quelle che abbiamo conosciuto sicuramente, almeno in parte, lo furono – ma offrono il vantaggio se non di fare tabula rasa della storia che le ha precedute (elementi di continuità persistono comunque), quanto meno di rinnovare profondamente il nuovo stato che da esse sta nascendo.

L’Italia ha conosciuto la Controriforma senza avere la Riforma, non ha avuto rivoluzioni (nemmeno quella industriale, se non la seconda); l’unica rottura consistente che ha conosciuto è stata quella provocata dalla Resistenza – e anche questa con profonde continuità. E i problemi che derivano da questo processo storico sono evidenti.

La Controriforma e la mancanza di una rivoluzione sono fenomeni estranei a La mala setta di Francesco Benigno. In questo libro affascinante e innovativo infatti l’A. chiarisce che mafia e camorra non affondano le loro radici in un lontano passato imprecisato, ma si originano e fioriscono contestualmente all’unificazione: si strutturano “entro e non contro il sistema, formale e informale, dell’ordine pubblico allora vigente” (p. 370).

“Sistema informale”: che le forze dell’ordine infiltrino associazioni criminali, accade ovunque; Benigno ci descrive mondi in cui il confine tra legalità e illegalità non solo si dissolve, con frequenti passaggi da una parte e dall’altra e da una nutrita presenza di soggetti che tengono i piedi su due staffe, ma si contaminano, si intersecano, e, spesso, il mondo legale manovra, usa e sfrutta parti di quello criminale. Si veda, come caso emblematico, la vicenda di Filippo Curletti, un individuo a proprio agio nelle situazioni torbide, capace di riciclarsi a seconda delle situazioni e praticamente privo di scrupoli.

Ciò accade perché con piena ragione l’A. ritiene che il concetto di ordine pubblico dei decenni a cavallo dell’unificazione fosse essenzialmente diverso da quello odierno. A quell’epoca per ordine pubblico si intendeva l’ordine politico. Ordine politico minacciato da “classi pericolose”, possibili sovvertitrici dell’ordine esistente.

“Classi pericolose” rimanda al classico libro di Chevalier, un’opera che, benché mantenga gran parte del proprio fascino, giustamente l’A. ritiene superata, soprattutto dal punto di vista metodologico (p. XII). Benigno invece si è tuffato in un mare di fonti le più disparate (archivistiche e primarie soprattutto, ma anche storiografiche). Resta vero però che l’espressione “classi pericolose” rimanda alla Gran Bretagna e alla Francia della Rivoluzione industriale con la formazione contestuale di mondi criminali a sé stanti, con una fisionomia ben delineata di usi, costumi, linguaggi (l’argot); mondi misteriosi, ramificati e potenti che hanno fatto la fortuna di pubblicisti e romanzieri (da Balzac a Sue, da Dumas a Hugo e altri). Siamo dunque nella prima metà dell’Ottocento.

Giorgio Sommer, Veduta di via Toledo a Napoli, 1860-1880, Rjiskmuseum

Non a caso solo più tardi autori italiani descriveranno questi mondi. Mi sembra un dato che vale la pena di essere considerato per una serie di motivi. Primo: l’Italia dell’epoca subisce e importa un grande bagaglio di idee provenienti dall’estero (Francia, Belgio, Gran Bretagna soprattutto) e le applica al contesto italiano che però è profondamente diverso, essendo ancora l’Italia un Paese essenzialmente agricolo. Non si deve dimenticare che una buona parte della classe dirigente non vede di buon occhio l’eventualità della industrializzazione del Paese proprio perché, continuando ad affidarsi essenzialmente alla produzione agricola, si evitano quelli che venivano chiamati i “guasti sociali” dell’industrializzazione (un proletariato urbano turbolento e politicamente agguerrito, quartieri operai malsani ecc.), cioè proprio quei fenomeni che la letteratura straniera dipinge e propone all’opinione pubblica italiana anche in relazione alla “maffia” e alla camorra (Dumas in quegli anni è in Italia e in una serie di articoli propone al pubblico francese un’immagine della camorra rispondente a canoni già delineati per le classi pericolose del suo paese).

Immagini artificiose, “ricamate” e perfino immaginate (Dumas e non solo lui parlano dell’esistenza di un “Codice della camorra”) impattano dunque su una realtà che è essenzialmente diversa da quelli in cui è maturata la strategia di contrastare i mondi criminali usando i criminali stessi o, come titola un capitolo, usare il disordine per creare l’ordine. Non a caso molte delle descrizioni di questi mondi redatte da magistrati, prefetti, questori e politici ricalcano gli stessi stereotipi. Le descrizioni sono ad un tempo ripetitive e diverse: il camorrista può essere un ozioso ma anche un capo-popolo o un estorsore o un contrabbandiere; in ogni caso “non è facile dirimere il profilo criminale da quello politicamente ‘pericoloso'” (p. 112).

Ciò che si verifica nel corso del tempo è l’ampliarsi delle categorie delle classi pericolose. Essenzialmente cittadine, cominciano ad attirare le attenzioni e le preoccupazioni del mondo politico coll’attivismo repubblicano, col formarsi delle prime società di mutuo soccorso e con l’attecchire delle idee anarchiche prima e socialiste poi. La congiunzione, a prima vista alquanto singolare, tra associazionismo politico e organizzazioni criminali è dato – nell’ottica delle classi dirigenti – dalla pericolosità sociale di queste organizzazioni. (Caso quasi unico in Europa, il socialismo italiano ha la sua culla nel mondo bracciantile della pianura padana). Si assiste così, accanto all’ampliarsi della platea dei soggetti pericolosi, al continuo inasprirsi della legislazione nei loro confronti.

Libertà per chi?

La classe dirigente salda i mondi distanti delle città e della campagna – le “classi pericolose” sono un fenomeno tipicamente cittadino – e della criminalità con l’attivismo politico di vari colori (dalle forze reazionarie a quelle democratico-socialiste), tutte tendenti a scalzarla. Fa anche di più: li mescola rendendo intercambiabili le denominazioni e le le definizioni (vedi quanto scrive l’ex questore di Napoli Forni cit. a p. 376, che li fa derivare “dal medesimo tronco”). Che essa si sia sentita accerchiata dalle forze ostili dei “rossi” e dei “neri” é piuttosto comprensibile, ma inasprendo continuamente la legislazione contro oziosi, vagabondi, repubblicani, sovversivi e via discorrendo, ha ottenuto l’effetto di ingigantire gli effetti di questa percezione. Non è un caso se molti processi si sgonfiano o si risolvano in successi meno che parziali. È il caso del processo di Bologna del 1864, del clamoroso fiasco di “Villa Ruffi” e di altri ancora.

Palermo, Internet Archive

Inoltre, sempre in quest’ottica bene e spesso sono le forze dell’ordine a oltrepassare scientemente la legalità con provvedimenti sommari: pochissimi i prefetti che sollevano obiezioni (si vedano le ferme posizioni del prefetto di Brescia Zini, p. 149). In altri termini questo modo di procedere ha l’effetto di escludere le classi popolari anziché inglobarle nella vita civile e politica dello Stato. Ed è qui che si sommano gli effetti di una Controriforma senza Riforma e della mancanza di una Rivoluzione: la Controriforma ha spento le menti critiche, indotto al nepotismo, al clientelismo e al conformismo (sono le conclusioni a cui giunge Francis Haskell nel suo Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca, e anche se il libro è incentrato sulla storia dell’arte, le sue argomentazioni si prestano ad essere generalizzate). Sono tutte prassi che si confermano nell’uso di finanziare giornali filo-governativi e mettere a tacere quelli critici, nell’avvalersi dell’appoggio di intellettuali e in generale di manipolare in vario modo l’informazione (tra l’altro con risultati altalenanti. Si veda ad esempio il tentativo di Cadorna di addossare la responsabilità dell’insurrezione di Palermo del 1866 a un complotto ordito da forze clericali, borboniche e deliquenziali, fallito anche grazie a una “contro-informazione” ben organizzata, cap. VI – sulle distorsioni del giornalismo nostrano, vedi Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano).

Dall’altra parte, l’assenza di una rivoluzione ha impedito un primo ingresso delle masse popolari nella vita civile e politica mentre invece restano (e vengono mantenute) distanti e nell’ignoranza più profonda. Da questo punto di vista la documentazione riportata dall’A. è inequivocabile: “accoltellatori… feccia… malandrini… malfattori… popolazione pervertita negli istinti… tristi…” sono solo alcune delle spregiative definizioni affibbiate indistintamente a camorristi e mafiosi come delinquenti comuni, repubblicani o socialisti.

Certo, l’A. ha tutte le ragioni nel sostenere che mafia, camorra, pugnalatori, accoltellatori, repubblicanesimo e socialismo non sono compartimenti stagni separati tra loro, e dimostra abbondantemente contaminazioni di varia natura. Resta però il fatto che, sebbene il mondo politico non potesse decifrare quei mondi più o meno criminali se non con gli strumenti di cui disponeva – e cioè, essenzialmente tramite la cultura letteraria, e quindi con con rappresentazioni che dipendono solo in parte, e talora in minima parte, dall’esperienza diretta, ma che si basano invece su schemi narrativi reiterati, luoghi comuni racchiusi in testi precedenti e che si tramandano modificati qui e là -, la strada prescelta rendeva possibile contrastare mafia e camorra ma non di vincerle. Paradossalmente, a tenerle in vita e a permettere loro di prosperare era proprio il tentativo di usarle a fini politici. Se questo non significa che si sia stabilito un “patto” tra mafia e Stato, in concreto viene messa a frutto “la funzionalità dei gruppi criminali alle logiche e agli schieramenti della politica che coinvolgono anche le forze dell’ordine” così che “l’accusa di mafiosità appare come un’arma che viene lanciata reciprocamente nell’arena pubblica da vari schieramenti in competizione, nessuno dei quali disdegna l’assistenza di caporioni diffamati per atti di violenza ma dotati, proprio per questo, di autorità tra gli strati popolari” (pp. 333-35).

Uno dei molti interrogativi possibili che solleva il libro riguarda gli effetti che questo approccio nel gestire l’ordine pubblico ha avuto nella storia del Paese. Giustamente Benigno ritiene che il “modus operandi spiccio, volto a conseguire il risultato atteso, se non a tutti i costi, certo con varie forzature del diritto” ha influenzato “durevolmente” la vicenda dello Stato italiano (p. 148). Forse ci si può spingere anche oltre: viene alla mente l’atteggiamento parziale tenuto dai prefetti di fronte allo squadrismo fascista; ma anche, poco prima, le descrizioni dei fanti-contadini dopo Caporetto: non può sfuggire l’analogia con quelle dedicate a questi mondi: una massa bestiale, disumana, istintiva e brutale. Ma c’è anche, forse, un altro aspetto. Le forze di sinistra hanno interiorizzato (e forse mai superato completamente) un senso di inferiorità verso quelle liberali. In Romagna, anche dopo aver vinto le elezioni del 1889 e per molto tempo, nelle corrispondenze con prefetti e sotto-prefetti esse, quasi a nascondere il timore di non essere prese sul serio, sottolineano continuamente la legittimità del loro essere al governo dei municipi conquistati. Infine, permane la sensazione che l’isterica sensazione di essere continuamente accerchiati e minacciati da forze “senza confini precisi e [da] figure [non] ben determinate” (p. 54) ma ramificate e potenti, attribuendo “alle bande di delinquenti in circolazione una capacità organizzativa tale da rendere in sostanza spiegabile l’eversione politica” (p. 231) continuamente riversata sull’opinione pubblica sia stato anche un modo – tutto sommato comodo – per non affrontare e aggirare la “questione sociale” che in quei decenni stava emergendo. Certo, il diritto di voto si andava estendendo (in verità in modo limitatissimo), ma le dure forme preventive come il domicilio coatto e quelle repressive come il carcere – luogo spesso e da più parti indicato quale incubatore della camorra e della mafia – erano strumenti di controllo, repressione ed esclusione anche politica ad un tempo. Non si dovrebbe dimenticare che osservatori stranieri, già negli anni Quaranta dell’800, erano colpiti dalla distanza abissale che separava i governati dai governanti e che anche con l’avvento della Sinistra storica al governo l’atteggiamento delle classi dirigenti si modifica di poco. Come ha osservato Renato Zangheri, “il trasformismo non fu un’arte del non far niente, assorbendo le opposizioni […] ma un modo di fare, di dare avvio allo sviluppo, escludendo nei limiti del possibile la presenza delle masse popolari dalla scena politica” (Storia del socialismo italiano (vol. 1) p, 89).

Conclusioni

La mala setta di Francesco Benigno è un grande libro di storia. In primo luogo perché si basa su un formidabile scavo archivistico e su una miriade di fonti primarie. È un aspetto importante che ribadisce l’importanza della ricerca d’archivio e quanto vi sia ancora da scoprire e indagare. In secondo luogo perché il libro ci offre uno sguardo innovativo su un intero filone di studi e apre molti sentieri di ricerca. Infine perché la scrittura di Benigno ha un grande ritmo narrativo: intriga il lettore, lo appassiona. La mala setta è un libro avvicente

Buona lettura.

lo storico della domenica
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