Recensione. Richard J Evans: Il terzo reich al potere. 1933-1939

Il secondo libro della triologia di Evans sul nazismo. Un libro magistrale e illuminante.

Il Terzo Reich al potere. 1933-1939

Nell’interrogarsi sulle origini della seconda guerra mondiale, Eric Hobsbawm nel suo “Secolo breve” con una battuta afferma che si potrebbe rispondere in due parole: Adolf Hitler. Subito dopo precisa che, naturalmente, le cose sono un po’ più complesse, ma la battuta mantiene il suo valore di fondo. Anche Richard J. Evans in questo libro magistrale dimostra abbondantemente che la guerra fu fin dall’inizio l’obiettivo fondamentale di Hitler e del nazismo.

Evans è autore di una triologia di grande successo di pubblico e di critica. Iniziare a parlarne dal secondo volume può essere discutibile, ma la scansione dei tre volumi li rende, benché connessi, indipendenti uno dall’altro. Semplicemente mi è capitato tra le mani prima il secondo volume, incentrato sul “Terzo reich al potere. 1933-1939” del primo volume.

Evans ha scelto una suddivisione tematica del libro: le sette parti che lo compongono prendono in esame repressione e polizia; propaganda e cultura; religione e educazione; economia e società; vita quotidiana e antisemitismo e politica razziale e, infine, politica estera.

Questo taglio tematico fa sì che alcuni argomenti si ripresentino più volte all’interno del testo ma le grandi capacità di scrittore di Evans mantiene costante e vivissimo l’interesse del lettore.

Discutere di ogni singolo aspetto comporterebbe scrivere parecchie pagine. Perciò, anche per lasciare al lettore il gusto della lettura, mi limito a indicare alcuni temi che mi sono parsi centrali e importanti nel libro.

Continuità e innovazioni

Il primo dato su cui è bene soffermarsi è dato dal fatto che le componenti dell’ideologia nazista non erano nuove e si trovavano tutte, più o meno, nella società tedesca molto prima del 1933. La novità portata dal nazismo consistette nell’integrarle in un insieme coerente. Altrettanto importante è il richiamo dell’attenzione di Evans sulle somiglianze spesso eclatanti tra alcune delle politiche del Terzo Reich e quelle perseguite altrove in Europa e non solo negli anni Trenta. Evans sottolinea il rapido ed esteso cambiamento operato dal regime nazista, ma sottolinea anche la continuità con il passato. L’argomento centrale è che mentre lo Stato è stato portato sotto il totale controllo nel giro di pochi mesi, per molti versi la società è cambiata molto poco in questi anni, almeno per l’ampia massa della popolazione abbastanza fortunata da non rientrare nelle odiate categorie del governo. Amministrazione, burocrazia e per certi aspetti la vita delle università (che conobbero comunque un consistente calo di iscrizioni almeno in alcune facoltà), seppur “nazificate” almeno negli organismi direzionali e epurate dal personale di origini ebraica, e talvolta in contrasto con gli enti del partito, mantennero sostanzialmente le proprie posizioni precedenti.

La stessa “notte dei lunghi coltelli” che ridimensiona drasticamente il potere delle camicie brune è una brutale operazione di “normalizzazione” del regime il quale, cancellando nel sangue la possibilità di una seconda, radicale ondata rivoluzionaria, apre la strada a patteggiamenti di Hitler col mondo industriale, affaristico e con l’esercito. L’A. presenta questo evento come una strategia volta a distruggere qualunque forma di opposizione, sia interna che esterna. Evans vi vede una interconnessione delle persecuzioni del regime contro tutti i suoi nemici, che dovrebbero essere affrontate nel loro insieme. Questa strategia si inserisce anche nella più ampia tesi dell’autore, che sottolinea il terrore nazista laddove alcuni storici l’hanno minimizzato: il regime intimidì i tedeschi per ottenere l’acquiescenza; “la minaccia di essere arrestati, accusati e imprigionati […] incombeva su ogni cittadino del Terzo Reich, perfino […] sui membri del Partito nazista stesso” (p. 111). Il terrore è uno dei tratti distintivi del terzo reich. La stessa Gestapo era in realtà un organismo molto piccolo: a renderla tenutissima dai cittadini era la convinzione diffusa tra la gente che, all’opposto, la polizia segreta fosse ramificata capillarmente e disponesse di spie e informatori in ogni luogo.

Ambiguità

Questa forma di “catalogazione” dei nemici del nazismo apre considerazioni in diversi aspetti. In primo luogo “nemici” non erano soltanto coloro che vi si opponevano per ragioni politiche, ma anche per motivi razziali: il razzismo biologico dei nazisti formava uno spartiacque tra cittadini beneficiari di tutele, assistenza e benefici e coloro che ne erano esclusi: la chiusura di attività (industriali, commerciali ecc.), la confisca di beni e liquidità, l’esclusione da posti di lavoro degli ebrei, se da un lato spalancava la porta degli inferi di una vita di stenti, privazioni e rischio a coloro che non volevano o non potevano emigrare, dall’altro favoriva l’inclusione di quanti potevano dimostrare di avere le carte in regola dal punto di vista razziale. Cattedre nelle scuole e nelle università, eliminazione della concorrenza nelle attività commerciali, rilevamenti nell’industria e in ambito bancario e finanziario o in altri ambiti lavorativi legava i beneficiari al regime trasformandoli in sostenitori fedeli e sottomessi.

Si tratta di un fenomeno che inevitabilmente generava molte ambiguità tra la popolazione: non tutti i beneficiari si sentivano antisemiti in senso stretto; molti continuarono a rifornirsi nei negozi ebrei finché questi sopravvivevano, più per convenienza che per solidarietà, anche se questa in molti casi non venne a mancare. Ma questo significava anche chiudere gli occhi su quanto avveniva nei campi di lavoro, o sulla aberrante politica del regime nei confronti di quanti, afflitti da tare genetiche, malformazioni e altro, venivano percepiti e presentati come un peso economico inutile per la comunità, privati di ogni sostegno, spesso sterilizzati e poi eliminati e, comunque, sulla brutalità generalizzata dei nazisti. Il razzismo biologico costituisce un salto qualitativo rispetto a quelli culturale o religioso. Con le leggi di Norimberga il regime entrava nell’intimità, negli affetti, nei sentimenti della popolazione arrogandosi il diritto di annientarli e prepara il terreno alle atrocità di qualche anno più tardi. (In questi anni non si pensa ancora di eliminare gli ebrei ma di espellerli).

La creazione di un “welfare” ad hoc per quanti avevano sangue sufficientemente ariano aveva anche altre implicazioni. Il taglio di risorse destinate a marginali, vagabondi, oppositori e razzialmente inferiori aveva, per il regime, il duplice vantaggio del risparmio da un lato e di una zavorra considerata inutile e dannosa dall’altro. E si connetteva a quello che era il vero motore dell’economia tedesca di quegli anni: il riarmo.

Evans respinge l’idea che un “miracolo economico” sia avvenuto sotto l’egida nazista, sostenendo che i guadagni economici in questo periodo furono, nel migliore dei casi, parziali e frutto di politiche avviate da precedenti amministrazioni, in particolare da Franz von Papen (pp. 313 ss.gg.). Tutti i settori legati in qualche modo al riarmo conobbero incrementi spettacolari: l’industria pesante e l’innovazione, la chimica e la medicina godettero di finanziamenti corposi e garantiti (su un aspetto della medicina durante il terzo reich, in un libro molto discusso e discutibile, vedi: Norman Ohler: Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista). Ma il riarmo fu finanziato con un disavanzo sempre lievitante che, nell’ottica dei nazisti, sarebbe stato poi riallineato dall’espansione territoriale e quindi economica del reich. Inoltre, se il riarmo trascinò la ripresa economica, non si deve affatto pensare che si sia trattato di un fenomeno accuratamente preparato e organizzato. Evans chiarisce molto bene che rivalità personali, lotte intestine, sostituzioni e la volubilità di Hitler crearono confusione e sperperi.

Hitler aveva ben in mente le privazioni e la denutrizione patite dalla popolazione durante la prima guerra mondiale. Cercò di evitarla, ma l’autosufficienza alimentare fu raggiunta solo parzialmente ed anche per questo motivo l’economia era intimamente connessa alla conquista di uno spazio vitale in Europa orientale che avrebbe garantito l’autosufficienza alimentare alla Germania.

Per certi aspetti, dunque, il terzo reich corrispose a una modernizzazione (comunque già in corso) del Paese; modernizzazione che strideva con le fumose e del tutto infondate teorie che vedevano i tedeschi eredi di antiche tradizioni, soprattutto nelle campagne. Non soltanto il lavoro nelle fabbriche venne militarizzato, anche la società lo fu. Evans tuttavia non vede affatto nel nazismo una forma di religione politica. Certamente desiderava un’adesione attiva al regime, ai suoi organi, alle manifestazioni e alla sua politica. In questo senso la sua visione non è distante da quella di Kershaw in All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949, ma è condivisibile la sua convinzione nel considerare il nazismo come religione politica troppo generica e poco illuminante, tanto più che le due chiese – protestante e cattolica – riuscirono a mantenere sostanzialmente le proprie posizioni precedenti.

Consenso al regime?

D’altra parte, la consapevolezza di governare un paese in cui i lavoratori dell’industria superavano quantitativamente i contadini e nel quale i partiti di sinistra, benché annientati e ridotti al silenzio, erano stati fortissimi e ben organizzati, generò nel regime il tentativo di accaparrarsene i favori. Anche in questo ambito Evans è maestro nel mostrare contraddizioni e ambiguità. La sempre più accelerata politica di riarmo aumentava i ritmi di lavoro; la politica edilizia popolare del regime fu nettamente inferiore a quella degli anni di Weimar e la corruzione dilagante negli organi del regime, che raggiungeva vette spettacolari in alcuni alti papaveri, indignava una classe operaia che si vedeva restringere o annullare tutta una serie di servizi sociali. Ma è anche vero che attraverso le organizzazioni di partito godette di benefici (concerti, abbonamenti a teatro, viaggi, escursioni…) e, in una certa misura, di una maggiore stabilità.

Anche la politica estera era strettamente legata a quella interna. I successi di Hitler nella sua politica espansionistica raggiunti senza colpo ferire a danno dell’Austria e della Cecoslovacchia – ottenuti anche grazie alla fallimentare politica di Francia e Gran Bretagna e a quella cinica di Stalin – garantirono a Hitler grande ammirazione anche tra molti che avevano mantenuto un certo riserbo. La questione naturalmente pone il problema del consenso al regime. Domanda scontata ma fuorviante sia perché, come è ovvio, è complicato misurarlo all’interno di una dittatura in cui è bene fingere per tutelarsi; sia perché “di tutte le componenti che determinano la modernità della dittatura nazista, la sua incessante richiesta di legittimazione popolare fu una delle più singolari” attraverso plebisiciti i cui risultati erano naturalmente falsati  (p. 116).

Più che di consenso, fu la stanchezza accumulata negli anni precedenti dovuta alle turbolenze sociali e politiche e gli effetti devastanti della grande depressione da un lato (sugli anni Trenta si può vedere Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)) e la spietata durezza del regime dall’altro dimostratosi capace di annientare le forze di sinistra e di opposizione a garantire la remissività della maggioranza della popolazione e l’assenza di un’opposizione di qualche rilievo. “Nei primi anni Trenta”, chiarisce l’A., “la disoccupazione di massa aveva minato la coesione la coesione e il morale della classe operaia” e quindi indebolito anche i partiti che la rappresentava (p. 423).

A ogni grande evento del regime – la “notte dei lunghi coltelli”, le “leggi di Norimberga”, la “notte dei cristalli” – corrisposero ondate di violenza terrificante. Violenza e intimidazione – chiarisce giustamente Evans in contrapposizione ad altre interpretazioni secondo cui la società tedesca durante il nazismo fu una società dedita all'”autosorveglianza” – erano parte integrante “dei meccanismi di funzionamento del terzo reich” (p. 109).

L’importanza di un libro

Infine, come riesce l’A. a mantenere incollato il lettore alle quasi 600 pagine di testo? Evans dimostra di padroneggiare una letteratura sconfinata mescolando analisi, fonti e narrazione: articoli di giornale, testimonianze, diari, rapporti della Gestapo o di militanti social-democratici intercalano e connettono la narrazione che scorre fluida e avvincente.

Il pericolo di un approccio così personalizzante, che si presterebbe all’accusa di sentimentalizzare il soggetto, è sventato dall’A.  mantenendosi attento a non perdere mai di vista le questioni più ampie e mettendo fortemente in relazione la sua discussione sugli individui con un’analisi della società più in generale. La sua partecipazione empatica e emotiva con le vittime, che pure traspare, non gli fa smarrire l’obiettività dell’analisi e la facilità nel narrare. Non è la semplice applicazione di tecnica narrativa. le testimonianze e gli esempi ripresi da diari e rapporti esemplificano stati d’animo, modi di pensare, atmosfere più generali, che oltrepassano l’esperienza del singolo. Certo, è possibile il rischio di una generalizzazione eccessiva, ma l’A. ne è pienamente consapevole e avverte il lettore. Evans usa questi incisi per aprire considerazioni più ampie e argomentare la sua analisi coniugando egregiamente partecipazione emotiva – sua e di chi legge – con rigore del metodo storiografico.

Il terzo reich al potere è un libro splendido che meriterebbe un posto in ogni libreria.

Buona lettura.

Recensione. Richard J Evans: Alla conquista del potere. Europa 1815-1914

Alla conquista del potere è un affresco maestoso. Evans racconta e spiega l’Europa del XIX secolo in modo magistrale

 

Alla conquista del potere di Evans è molto più facile da leggere che da recensire perché questo libro di quasi 1000 pagine di testo si legge con una facilità sorprendente. Merito della penna sensibile di Evans che ci regala una storia d’Europa nel lungo Ottocento in buona parte innovativa.

Innovativo, Alla conquista del potere lo è sicuramente nell’impianto. Gli otto lunghi capitoli che compongono il libro (debitamente suddivisi in paragrafi) si aprono con brevi cenni biografici di personaggi oggi in gran parte dimenticati: da uno scalpellino all’uomo “più forte del mondo” che si riciclò come mercante d’arte saccheggiando le piramidi egizie, passando per biografie di donne solitamente sfortunate e infelici che spesso suppliscono la scarsa avvenenza fisica con un tenace impegno culturale e sociale.Sfruttando l’ampliamento delle tematiche studiate dagli storici negli ultimi decenni, Evans si sforza di farci sentire oltre che vedere il XIX secolo: l’odore fumoso e pungente delle bettole e delle osterie, quello acre delle manifatture che faceva ammalare di tisi le operaie, l’aria plumbea o opprimente di Londra o quella carica di odori della natura dei terreni di caccia e dei boschi… e ancora piazze, mercati, esposizioni universali, canali, fiumi, paludi…

In altri termini l’A. prende per mano il lettore per portarlo a spasso in un secolo carico di innovazioni, mutamenti, permanenze e contraddizioni.

Nessun secolo ha visto l’Europa al centro del mondo come l’Ottocento. La Rivoluzione francese e la rivoluzione industriale cominciano a plasmarlo. È un mondo che si amplia – nelle conoscenze geografiche ad esempio – e si restringe – le navi a vapore, le ferrovie, il telegrafo ne collegano i continenti e lo restringono: la fiumana di europei che se ne andarono dall’Europa verso le americhe e l’Australia sarebbe stata impensabile nei secoli precedenti. L’orizzonte limitatissimo dei contadini, che fino ad allora raramente uscivano dai loro villaggi si amplia, se non altro alle zone del circondario, a mercati più vicini.

Sebbene l’A. offra una trattazione comparata, all’interno di quell’Europa si possono notare grandi differenze. l’Europa non è un continente delimitato geograficamente: a est sfuma nell’Asia; lo è e lo era in senso culturale: per fare un esempio, il francese era la lingua delle classi colte anche in Russia. Un confine ideale che il lettore potrebbe inserire riguarda proprio la distinzione tra l’Europa occidentale e quella orientale. Nella prima, ad eccezione della penisola iberica, l’industrializzazione procede più spedita e con essa le città si trasformano e si ingrandiscono con tutto il corollario di problemi urbanistici, abitativi, sanitari ecc. (che si esemplificano e si manifestano, ad esempio, nelle epidemie di colera). Nella seconda, il dominio delle campagne persiste e con essa quella di una nobiltà terriera che, invece, a Ovest sta cedendo il passo: la condizione dei contadini e dei servi in quelle zone fa inorridire i visitatori. L’aristocrazia arretra ovunque, ma la sua forza rimane notevole.

Ma il vero spartiacque del secolo Evans lo colloca nella primavera del popoli del 1848. È da lì che decollano almeno due degli elementi che avranno un’importanza centrale nei decenni successivi: nazionalismo e questione sociale. Ma, giustamente, Evans avverte che il nazionalismo che si affaccia col ‘48 non corrisponde “alla volontà sovrana di un particolare popolo”. In realtà, “la maggior parte dei nazionalisti […] voleva solo una maggiore autonomia all’interno di una struttura politica più ampia, o semplicemente il riconoscimento della propria lingua e della propria cultura” (pp. 241-42).

I terribili anni Quaranta, gli “anni della fame” portarono sul tappeto le condizioni disperate del proletariato non solo nella Manchester descritta da Engels. Lo “spettro del comunismo” del Manifesto di Marx ed Engels rimase tale, così come non si verificò la spaccatura in due della società tra capitalisti e proletari. Al contrario, emersero ceti intermedi di professionisti e nella stessa classe operaia gli operai specializzati raggiunsero livelli di vita sicuramente migliori rispetto agli inizi della rivoluzione industriale. Movimenti operai però si organizzarono e il marxismo (o le sue varianti) si affermò nei partiti operai e nei sindacati e divennero una realtà con la quale, a partire dagli ultimi due decenni del secolo, i governi dovettero fare i conti. Ad eccezione della Gran Bretagna, dove i governi cercarono accuratamente di evitare lo scontro con le organizzazioni operaie e promossero, in diverse tappe, varie riforme, negli stati in cui la classe operaia era forte e organizzata i governi promossero i primi interventi a formare il welfare state allo scopo di sottrarre loro consensi.

Il giudizio di Evans sul ‘48 è positivo:

“i troni europei erano stati scossi fin dalle fondamenta. Figure come Metternich e Luigi Filippo [erano state scacciate]. I sovrani erano stati costretti ad abdicare, a cedere una parte sostanziale dei loro poteri o a rinunciare alla loro pretesa di governare per diritto divino […]. In tutta Europa erano sorte assemblee rappresentative […]. Il principio dell’autodeterminazione con successo in un paese dopo l’altro. Si erano avviate ampie e decisive riforme economiche e sociali con una spettacolare manifestazione dell’uguaglianza davanti alla legge” (p. 269).

E ancora:

“se la democrazia nella sua forma moderna si basa soprattutto sul suffragio universale maschile e sulla responsabilità dei governi nei confronti del Parlamento e dell’elettorato, allora il flusso della storia nella seconda metà del XIX secolo sembrava dirigersi inesorabilmente in questa direzione. La marcia indietro nella rivoluzione del 1848 non significò la sconfitta del liberalismo; al contrario” (pp. 766 e sgg).

Per Evans anche le condizioni delle donne conobbero un consistente miglioramento lungo il secolo: “Nonostante il persistere di molte disuguaglianze, uno degli aspetti più straordinari del XIX secolo fu la graduale affermazione dei diritti delle donne [e] anche nella sfera privata [i loro diritti] fecero passi avanti” (pp. 679 e 681). Sono giudizi complessivi condivisibili, ma l’A. stesso mostra come invece per almeno metà secolo (e nell’Europa meridionale e centro-orientale anche oltre) in confronto al Settecento la condizione delle donne dei ceti medio alti regredì, mentre col lavoro di fabbrica, la proliferazione e ampliamenti delle città e il conseguente aumento della prostituzione la loro condizione divenne infernale (sulla prostituzione, pp. 654 ssgg.). A metà secolo gli uomini che avessero confrontato il loro mondo con quello dell’Antico regime avrebbero ancora trovato molte somiglianze; ma se la stessa cosa avessero fatto gli uomini nel 1900 in rapporto al 1850 avrebbero notato molti più cambiamenti che continuità: la fotografia, l’automobile, la macchina da cucire, l’aspirina, l’ascensore (perfino le ancora poco affidabili scale mobili), la più modesta ma rivoluzionaria bicicletta annunciavano la modernità del XX secolo.

Alcuni progressi sono spettacolari. Carestie ed epidemie continuarono a manifestarsi, ma la più micidiale di tutte – la peste – sparì e le altre si fecero sporadiche; la mortalità infantile e l’analfabetismo in alcune zone diminuirono drasticamente; la speranza di vita iniziò ad allungarsi; la possibilità di spostarsi coinvolse sempre più persone (per non dire della comodità dei trasporti). Non si può non rimanere ammirati ancora oggi di fronte a interventi come la costruzione del Canale di Suez,  la Transiberiana o la bonifica di immense paludi.

Alcuni di questi progressi modificarono per sempre la vita delle persone: l’illuminazione ne è un esempio, mentre la costruzione di grattaceli testimonia l’affermarsi di una nuova concezione dello spazio.

Fatta eccezione per terremoti ed eruzioni vulcaniche il controllo dell’uomo sulla natura si fece pressoché completo. Evans collega questo tema alle ripercussioni sull’ambiente: i boschi si restrinsero; la caccia, passione di gran moda tra i ceti abbienti, portò all’estinzione di alcuni animali; l’inquinamento cominciò a manifestarsi. La vita, soprattutto quella di città, divenne frenetica provocando i primi malesseri e disturbi psichici. I manicomi iniziarono a proliferare. L’introduzione dell’istruzione obbligatoria, l’emergere di nuove professioni e l’urbanizzazione modificarono le strutture famigliari: in molti casi e per alcuni ceti professionali i figli smisero di essere considerati fonte di reddito e quindi  le famiglie divennero meno numerose. Una seconda conseguenza fu che la vita urbana allentava il controllo delle famiglie su componenti che soffrivano di disturbi psichici (pp. 552 e 578-79). I manicomi risposero ad una seconda necessità della borghesia: si affiancarono alle carceri per il controllo sociale di quelle classi che cominciarono ad essere percepite dalle élites come pericolose. (Le varie branche della medicina conobbero progressi spettacolari anche per quanto riguardava il risanamento delle città dotandole di reti fognarie e migliorando le condizioni abitative degli slums, ma come testimonia la vicenda di Jack lo squartatore, moltissimo restava ancora da fare. Vedi Paul Begg Jack lo squartatore. La vera storia). Infine, la loro presenza rimanda anche a cambiamenti profondi nella sfera dei sentimenti: la fredda ragione illuministica lascia il passo alle tempeste interiori del romanticismo che poi, più avanti nel secolo, saranno represse con l’accentuazione dei caratteri sessuali secondari nell’uomo – che diventa baffuto e barbuto – e nella capacità di reprimere le lacrime nelle donne.

Per illustrare questi e molti altri fenomeni e cambiamenti Evans saccheggia letteratura e arte. Del resto l’Ottocento produsse una quantità di scrittori e artisti di tale levatura che potrebbe essere studiato anche utilizzando esclusivamente questo genere di fonti.

Pur restando una componente importante del libro, la storia politica (della diplomazia, delle guerre ecc.) non è l’asse portante del testo. Evans colloca la storia d’Europa sul più ampio scenario mondiale, ma il libro fa emergere e illustra il modo di vivere degli europei. Da questo punto di vista allora un interrogativo lo pone il titolo del libro: chi va “Alla conquista del potere”? Se si trattasse soltanto del colonialismo e dell’imperialismo l’A. non avrebbe avuto bisogno di quasi 1000 pagine; sarebbe stato sufficiente l’ultimo capitolo. La borghesia? Certamente sì, tanto che l’autore titola un paragrafo l’età della borghesia. Ma in un certo senso tutti i protagonisti vanno alla ricerca del potere: le donne per una pari dignità con gli uomini; i lavoratori per condizioni di lavoro decenti e diritti; banchieri e industriali per i mercati; stati per raggiungere l’indipendenza o per l’impero; giornalisti e masse popolari per influire la vita politica… l’Ottocento e un secolo ascendente; il progresso – stimolato, ammirato, temuto o ostacolato – è, forse, il vero protagonista delle pagine di Evans.

Quel percorso ascendente si arresta con la Grande Guerra e con essa non finisce solo il “lungo Ottocento”, ma cala il sipario su un’intera epoca.
Con Alla conquista del potere Evans ci regala un libro straordinario che incatena letteralmente il lettore alle pagine. Ed è un libro che si presta magnificamente per chi è a digiuno della storia o per quelli che la ritengono noiosa. Un capolavoro.