Recensione. Richard J Evans: Il terzo reich al potere. 1933-1939

Il secondo libro della triologia di Evans sul nazismo. Un libro magistrale e illuminante.

Il Terzo Reich al potere. 1933-1939

Nell’interrogarsi sulle origini della seconda guerra mondiale, Eric Hobsbawm nel suo “Secolo breve” con una battuta afferma che si potrebbe rispondere in due parole: Adolf Hitler. Subito dopo precisa che, naturalmente, le cose sono un po’ più complesse, ma la battuta mantiene il suo valore di fondo. Anche Richard J. Evans in questo libro magistrale dimostra abbondantemente che la guerra fu fin dall’inizio l’obiettivo fondamentale di Hitler e del nazismo.

Evans è autore di una triologia di grande successo di pubblico e di critica. Iniziare a parlarne dal secondo volume può essere discutibile, ma la scansione dei tre volumi li rende, benché connessi, indipendenti uno dall’altro. Semplicemente mi è capitato tra le mani prima il secondo volume, incentrato sul “Terzo reich al potere. 1933-1939” del primo volume.

Evans ha scelto una suddivisione tematica del libro: le sette parti che lo compongono prendono in esame repressione e polizia; propaganda e cultura; religione e educazione; economia e società; vita quotidiana e antisemitismo e politica razziale e, infine, politica estera.

Questo taglio tematico fa sì che alcuni argomenti si ripresentino più volte all’interno del testo ma le grandi capacità di scrittore di Evans mantiene costante e vivissimo l’interesse del lettore.

Discutere di ogni singolo aspetto comporterebbe scrivere parecchie pagine. Perciò, anche per lasciare al lettore il gusto della lettura, mi limito a indicare alcuni temi che mi sono parsi centrali e importanti nel libro.

Continuità e innovazioni

Il primo dato su cui è bene soffermarsi è dato dal fatto che le componenti dell’ideologia nazista non erano nuove e si trovavano tutte, più o meno, nella società tedesca molto prima del 1933. La novità portata dal nazismo consistette nell’integrarle in un insieme coerente. Altrettanto importante è il richiamo dell’attenzione di Evans sulle somiglianze spesso eclatanti tra alcune delle politiche del Terzo Reich e quelle perseguite altrove in Europa e non solo negli anni Trenta. Evans sottolinea il rapido ed esteso cambiamento operato dal regime nazista, ma sottolinea anche la continuità con il passato. L’argomento centrale è che mentre lo Stato è stato portato sotto il totale controllo nel giro di pochi mesi, per molti versi la società è cambiata molto poco in questi anni, almeno per l’ampia massa della popolazione abbastanza fortunata da non rientrare nelle odiate categorie del governo. Amministrazione, burocrazia e per certi aspetti la vita delle università (che conobbero comunque un consistente calo di iscrizioni almeno in alcune facoltà), seppur “nazificate” almeno negli organismi direzionali e epurate dal personale di origini ebraica, e talvolta in contrasto con gli enti del partito, mantennero sostanzialmente le proprie posizioni precedenti.

La stessa “notte dei lunghi coltelli” che ridimensiona drasticamente il potere delle camicie brune è una brutale operazione di “normalizzazione” del regime il quale, cancellando nel sangue la possibilità di una seconda, radicale ondata rivoluzionaria, apre la strada a patteggiamenti di Hitler col mondo industriale, affaristico e con l’esercito. L’A. presenta questo evento come una strategia volta a distruggere qualunque forma di opposizione, sia interna che esterna. Evans vi vede una interconnessione delle persecuzioni del regime contro tutti i suoi nemici, che dovrebbero essere affrontate nel loro insieme. Questa strategia si inserisce anche nella più ampia tesi dell’autore, che sottolinea il terrore nazista laddove alcuni storici l’hanno minimizzato: il regime intimidì i tedeschi per ottenere l’acquiescenza; “la minaccia di essere arrestati, accusati e imprigionati […] incombeva su ogni cittadino del Terzo Reich, perfino […] sui membri del Partito nazista stesso” (p. 111). Il terrore è uno dei tratti distintivi del terzo reich. La stessa Gestapo era in realtà un organismo molto piccolo: a renderla tenutissima dai cittadini era la convinzione diffusa tra la gente che, all’opposto, la polizia segreta fosse ramificata capillarmente e disponesse di spie e informatori in ogni luogo.

Ambiguità

Questa forma di “catalogazione” dei nemici del nazismo apre considerazioni in diversi aspetti. In primo luogo “nemici” non erano soltanto coloro che vi si opponevano per ragioni politiche, ma anche per motivi razziali: il razzismo biologico dei nazisti formava uno spartiacque tra cittadini beneficiari di tutele, assistenza e benefici e coloro che ne erano esclusi: la chiusura di attività (industriali, commerciali ecc.), la confisca di beni e liquidità, l’esclusione da posti di lavoro degli ebrei, se da un lato spalancava la porta degli inferi di una vita di stenti, privazioni e rischio a coloro che non volevano o non potevano emigrare, dall’altro favoriva l’inclusione di quanti potevano dimostrare di avere le carte in regola dal punto di vista razziale. Cattedre nelle scuole e nelle università, eliminazione della concorrenza nelle attività commerciali, rilevamenti nell’industria e in ambito bancario e finanziario o in altri ambiti lavorativi legava i beneficiari al regime trasformandoli in sostenitori fedeli e sottomessi.

Si tratta di un fenomeno che inevitabilmente generava molte ambiguità tra la popolazione: non tutti i beneficiari si sentivano antisemiti in senso stretto; molti continuarono a rifornirsi nei negozi ebrei finché questi sopravvivevano, più per convenienza che per solidarietà, anche se questa in molti casi non venne a mancare. Ma questo significava anche chiudere gli occhi su quanto avveniva nei campi di lavoro, o sulla aberrante politica del regime nei confronti di quanti, afflitti da tare genetiche, malformazioni e altro, venivano percepiti e presentati come un peso economico inutile per la comunità, privati di ogni sostegno, spesso sterilizzati e poi eliminati e, comunque, sulla brutalità generalizzata dei nazisti. Il razzismo biologico costituisce un salto qualitativo rispetto a quelli culturale o religioso. Con le leggi di Norimberga il regime entrava nell’intimità, negli affetti, nei sentimenti della popolazione arrogandosi il diritto di annientarli e prepara il terreno alle atrocità di qualche anno più tardi. (In questi anni non si pensa ancora di eliminare gli ebrei ma di espellerli).

La creazione di un “welfare” ad hoc per quanti avevano sangue sufficientemente ariano aveva anche altre implicazioni. Il taglio di risorse destinate a marginali, vagabondi, oppositori e razzialmente inferiori aveva, per il regime, il duplice vantaggio del risparmio da un lato e di una zavorra considerata inutile e dannosa dall’altro. E si connetteva a quello che era il vero motore dell’economia tedesca di quegli anni: il riarmo.

Evans respinge l’idea che un “miracolo economico” sia avvenuto sotto l’egida nazista, sostenendo che i guadagni economici in questo periodo furono, nel migliore dei casi, parziali e frutto di politiche avviate da precedenti amministrazioni, in particolare da Franz von Papen (pp. 313 ss.gg.). Tutti i settori legati in qualche modo al riarmo conobbero incrementi spettacolari: l’industria pesante e l’innovazione, la chimica e la medicina godettero di finanziamenti corposi e garantiti (su un aspetto della medicina durante il terzo reich, in un libro molto discusso e discutibile, vedi: Norman Ohler: Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista). Ma il riarmo fu finanziato con un disavanzo sempre lievitante che, nell’ottica dei nazisti, sarebbe stato poi riallineato dall’espansione territoriale e quindi economica del reich. Inoltre, se il riarmo trascinò la ripresa economica, non si deve affatto pensare che si sia trattato di un fenomeno accuratamente preparato e organizzato. Evans chiarisce molto bene che rivalità personali, lotte intestine, sostituzioni e la volubilità di Hitler crearono confusione e sperperi.

Hitler aveva ben in mente le privazioni e la denutrizione patite dalla popolazione durante la prima guerra mondiale. Cercò di evitarla, ma l’autosufficienza alimentare fu raggiunta solo parzialmente ed anche per questo motivo l’economia era intimamente connessa alla conquista di uno spazio vitale in Europa orientale che avrebbe garantito l’autosufficienza alimentare alla Germania.

Per certi aspetti, dunque, il terzo reich corrispose a una modernizzazione (comunque già in corso) del Paese; modernizzazione che strideva con le fumose e del tutto infondate teorie che vedevano i tedeschi eredi di antiche tradizioni, soprattutto nelle campagne. Non soltanto il lavoro nelle fabbriche venne militarizzato, anche la società lo fu. Evans tuttavia non vede affatto nel nazismo una forma di religione politica. Certamente desiderava un’adesione attiva al regime, ai suoi organi, alle manifestazioni e alla sua politica. In questo senso la sua visione non è distante da quella di Kershaw in All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949, ma è condivisibile la sua convinzione nel considerare il nazismo come religione politica troppo generica e poco illuminante, tanto più che le due chiese – protestante e cattolica – riuscirono a mantenere sostanzialmente le proprie posizioni precedenti.

Consenso al regime?

D’altra parte, la consapevolezza di governare un paese in cui i lavoratori dell’industria superavano quantitativamente i contadini e nel quale i partiti di sinistra, benché annientati e ridotti al silenzio, erano stati fortissimi e ben organizzati, generò nel regime il tentativo di accaparrarsene i favori. Anche in questo ambito Evans è maestro nel mostrare contraddizioni e ambiguità. La sempre più accelerata politica di riarmo aumentava i ritmi di lavoro; la politica edilizia popolare del regime fu nettamente inferiore a quella degli anni di Weimar e la corruzione dilagante negli organi del regime, che raggiungeva vette spettacolari in alcuni alti papaveri, indignava una classe operaia che si vedeva restringere o annullare tutta una serie di servizi sociali. Ma è anche vero che attraverso le organizzazioni di partito godette di benefici (concerti, abbonamenti a teatro, viaggi, escursioni…) e, in una certa misura, di una maggiore stabilità.

Anche la politica estera era strettamente legata a quella interna. I successi di Hitler nella sua politica espansionistica raggiunti senza colpo ferire a danno dell’Austria e della Cecoslovacchia – ottenuti anche grazie alla fallimentare politica di Francia e Gran Bretagna e a quella cinica di Stalin – garantirono a Hitler grande ammirazione anche tra molti che avevano mantenuto un certo riserbo. La questione naturalmente pone il problema del consenso al regime. Domanda scontata ma fuorviante sia perché, come è ovvio, è complicato misurarlo all’interno di una dittatura in cui è bene fingere per tutelarsi; sia perché “di tutte le componenti che determinano la modernità della dittatura nazista, la sua incessante richiesta di legittimazione popolare fu una delle più singolari” attraverso plebisiciti i cui risultati erano naturalmente falsati  (p. 116).

Più che di consenso, fu la stanchezza accumulata negli anni precedenti dovuta alle turbolenze sociali e politiche e gli effetti devastanti della grande depressione da un lato (sugli anni Trenta si può vedere Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)) e la spietata durezza del regime dall’altro dimostratosi capace di annientare le forze di sinistra e di opposizione a garantire la remissività della maggioranza della popolazione e l’assenza di un’opposizione di qualche rilievo. “Nei primi anni Trenta”, chiarisce l’A., “la disoccupazione di massa aveva minato la coesione la coesione e il morale della classe operaia” e quindi indebolito anche i partiti che la rappresentava (p. 423).

A ogni grande evento del regime – la “notte dei lunghi coltelli”, le “leggi di Norimberga”, la “notte dei cristalli” – corrisposero ondate di violenza terrificante. Violenza e intimidazione – chiarisce giustamente Evans in contrapposizione ad altre interpretazioni secondo cui la società tedesca durante il nazismo fu una società dedita all'”autosorveglianza” – erano parte integrante “dei meccanismi di funzionamento del terzo reich” (p. 109).

L’importanza di un libro

Infine, come riesce l’A. a mantenere incollato il lettore alle quasi 600 pagine di testo? Evans dimostra di padroneggiare una letteratura sconfinata mescolando analisi, fonti e narrazione: articoli di giornale, testimonianze, diari, rapporti della Gestapo o di militanti social-democratici intercalano e connettono la narrazione che scorre fluida e avvincente.

Il pericolo di un approccio così personalizzante, che si presterebbe all’accusa di sentimentalizzare il soggetto, è sventato dall’A.  mantenendosi attento a non perdere mai di vista le questioni più ampie e mettendo fortemente in relazione la sua discussione sugli individui con un’analisi della società più in generale. La sua partecipazione empatica e emotiva con le vittime, che pure traspare, non gli fa smarrire l’obiettività dell’analisi e la facilità nel narrare. Non è la semplice applicazione di tecnica narrativa. le testimonianze e gli esempi ripresi da diari e rapporti esemplificano stati d’animo, modi di pensare, atmosfere più generali, che oltrepassano l’esperienza del singolo. Certo, è possibile il rischio di una generalizzazione eccessiva, ma l’A. ne è pienamente consapevole e avverte il lettore. Evans usa questi incisi per aprire considerazioni più ampie e argomentare la sua analisi coniugando egregiamente partecipazione emotiva – sua e di chi legge – con rigore del metodo storiografico.

Il terzo reich al potere è un libro splendido che meriterebbe un posto in ogni libreria.

Buona lettura.

Recensione. Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia

Un ottimo libro sulla Repubblica di Weimar che unisce alla ricchezza delle fonti, chiarezza espositiva e fermezza nelle valutazioni.

Guerra e rivoluzione: binomio terribile e liberatorio, oscuro e abbagliante, utopistico e tragico appunto. La Repubblica di Weimar, molto di più di un tumultuoso e tormentato periodo di passaggio tra la Grande Guerra e il Terzo Reich, fu l’espressione di molteplici contraddizioni.

Eric Weitz ci guida con mano sicura nella storia di questa repubblica nata sotto una cattiva stella: il riassetto dell’economia nel dopoguerra, anni di iper-inflazione e, pochi anni più tardi, gli effetti devastanti della Grande Depressione del 1929. “Tre capovolgimenti del mondo” come li definisce Weitz.

Fare i conti con il dopoguerra fu un compito estremamente difficile. Basterebbe citare i 2 milioni di morti e i 4,2 milioni di invalidi quale lascito per rendersene conto. Eppure ciò che la Repubblica di Weimar riuscì a mettere in campo fu qualcosa di straordinario: democrazia parlamentare, voto alle donne, riduzione dell’orario di lavoro nelle fabbriche, un maggior intervento dello Stato nell’economia, libertà di stampa, welfare diffuso (sussidi di disoccupazione agli operai – ma non ai contadini e ad altri lavoratori, che ne restarono esclusi – pp. 123-24). Furono – e restano – misure straordinarie.

Senonché la Repubblica dovette fare i conti con altri lasciti della Grande Guerra, veleni estremamente corrosivi. Molti tra le centinaia di migliaia di reduci tornarono a casa sconvolti nel fisico e nella mente dalle tragedie della guerra. Una buona parte di loro non riuscì più a tornare ad una vita normale e divenne un potenziale destabilizzante per la Repubblica. Un altro lascito della guerra fu l’immissione nel dibattito e nel confronto politico di un tasso di violenza verbale e fisica enorme e fino ad allora sconosciuto. L’odio divenne un elemento onnipresente nella vita politica di quegli anni: odio verso l’avversario politico, gli stranieri e gli ebrei, verso le potenze che avevano vinto al guerra e che avevano imposto riparazioni umilianti, devastanti e ingiuste (così furono percepite, in modo trasversale, da tutte le forze politiche). “L’assassinio politico praticato da gruppi di estrema destra […] diventò quotidianità tra il 1919 e il 1923” (p. 94).

Non può sorprendere che la Repubblica, anche nei momenti in cui godette di maggior consenso, non fu “mai completamente legittimata” (p. 45). Non lo fu alla sua sinistra dal partito comunista che, pur non essendo in grado di compierla – come dimostrano i ripetuti tentativi falliti miseramente – cercava di scatenare una rivoluzione sulla scia di quella russa. Non lo fu, soprattutto, alla sua destra – una destra composita, che sommariamente si può suddividere in due parti:  una comprendente la destra vecchio stampo della antica nobiltà terriera prussiana, alcuni settori del mondo degli affari, militari, alti funzionari pubblici, magistrati (che usarono la mano leggera con i gruppi eversivi di destra ma molto pesante nei confronti della sinistra), docenti universitari e prelati di entrambe le chiese; l’altra, quella dei gruppuscoli della destra estrema e paramilitare dei frei korps, rozza e violenta e che poi confluirono nel nazionalsocialismo.

La prima destra era ben installata nella Repubblica fin dalla sua nascita. La socialdemocrazia, sebbene potente e ben organizzata, non ebbe mai la maggioranza necessaria per dar vita a governi stabili. Giunse così a patti, incorporandoli, con gruppi potenti che erano avversi alla Repubblica e lavorarono incessantemente per indebolirla e affossarla. Se si può sostenere che fino al 1920 in Europa nel temere forze capaci di rovesciare governi liberali le classi dirigenti guardassero con apprensione a sinistra e non a destra, nella Repubblica di Weimar “era la destra a rappresentare la vera minaccia all’esistenza stessa della Repubblica” (p. 105).

La Repubblica nacque con questo tarlo. L’atteggiamento di Hindenburg e Ludendorff che crearono la leggenda della “pugnalata alle spalle” rovesciando la colpa della sconfitta sul parlamento, sui partiti democratici e sui del tutto inventati traditori interni (partiti di sinistra, ebrei, pacifisti ecc.) fu solo il primo segnale della presenza attiva di forze ostili che vedevano nella Repubblica di Weimar un ostacolo o qualcosa di illegittimo. Dopo la rivoluzione russa e la sopravvivenza politica dei bolscevichi, per la sinistra radicale il miraggio di una rivoluzione proletaria era una calamita potente e da questo punto di vista la Repubblica era qualcosa che si frapponeva sul percorso della rivoluzione.

Diametralmente opposte, naturalmente, le convinzioni della destra. Questa considerò il robusto impianto democratico della Repubblica come se non l’incarnazione di una forma appena più edulcorata di socialismo, quanto meno il suo preambolo e comunque un miscuglio di forze liberali e progressiste disposte a lasciar umiliare il paese sul piano internazionale e ad abbattere steccati sociali e di genere al suo interno.

Le donne ad esempio, che durante la guerra avevano sostituito gli uomini nelle fabbriche, conobbero forme di indipendenza economica mai sperimentate in precedenza. Indipendenza che, col voto e col riconoscimento di altri diritti legati alla maternità divenne emancipazione (anche se l’aborto rimase illegale). Si parlò spesso di “donna nuova”: indipendente, sportiva, libera di scegliere chi amare, come e quanto. Se ne parlò con ammirazione come fece Zweig (pp. 361-62), con stupore paternalistico nel caso di Hessel (p. 64), con toni velatamente intimoriti in quello di Eggebrecht. Certo, per le operaie la vita restava dura. Weitz ci descrive il duro lavoro e le abitazioni scomode delle operaie. Non a caso la propaganda di sinistra le raffigurava oppresse dai datori di lavoro e bisognose di un compagno forte che le proteggesse. Ma per le donne che potevano permetterselo gli anni di Weimar furono un periodo splendido: liberate da quella sorta di imbalsamazione che era l’abbigliamento ottocentesco, ora vestivano abiti leggeri e alla moda, che esaltavano e lasciavano vedere parti del corpo. I grandi magazzini e la stampa femminile dettavano le leggi da seguire, Berlino brulicava di locali in cui poter ballare musiche americane e fare conoscenze. La contraccezione si diffuse e una vita sessuale soddisfacente divenne un diritto rivendicato – anche in forme paternalistiche da parte di maschi che pure si ritenevano progressisti.

Il welfare a favore delle classi lavoratrici furono un altro terreno di scontro. Far quadrare i conti dello Stato era un’impresa disperata e forze di centro e di destra vedevano nei sussidi alla disoccupazione e altre coperture uno sperpero di denaro. L’estensione del welfare poteva considerarsi un ampliamento di quanto già iniziato tempo addietro da Bismarck, ma le élites ne accettarono l’impianto soltanto perché timorose di una rivoluzione e quindi come strumento per togliere acqua al mulino dei comunisti. In ogni caso considerarono sussidi e protezione sociale non come diritti riconosciuti ma come espedienti temporanei che avrebbero dovuto essere se non cancellati, quanto meno ridimensionati. In un contesto completamente trasformato dalla guerra, la formazione culturale formazione di molti esponenti del governo considerava ancora il libero gioco della domanda e dell’offerta una regola dalla quale era bene non deragliare e una politica deflattiva, di contenimento dei costi e delle spese, il miglior modo per tenere la barra dritta e risistemare le finanze. Buona parte delle protezioni sociali furono tagliate e i costi del risanamento furono fatte ricadere sulle classi popolari.

Eppure, nonostante le enormi difficoltà, la Repubblica sprigionò energie straordinarie. La fioritura delle arti, e delle scienze ha qualcosa di incredibile e difficilmente spiegabile. Sulla scena erano presenti cervelli di prim’ordine: Einstein per la fisica, Mendelsohn, Taut, Gropius in architettura, Brecht nel teatro, Weill nella musica, Moholy-Nagy e Sander per la fotografia, Anna Höch  nel fotomontaggio sono solo alcuni dei grandi nomi che trovarono nella Germania di Weimar il loro momento creativo migliore e irripetibile. Così pure di movimenti come il Bauhaus e il dadaismo

Forse ciò che rese unico quel periodo è il fatto che l’arte si fuse con la politica e con la vita delle persone comuni. Nel secondo capitolo Weitz prende a prestito lo sguardo di osservatori intelligenti del calibro di Joseph Roth e altri per farci da guida nella Berlino dell’epoca. Ne viene fuori un quadro affascinante e divertente. In giro per quartieri, locali, ritrovi per artisti troviamo “tante” Berlino: dal quartiere ebraico innervato di viuzze strette sulle quali svetta imponente la Sinagoga – simbolo di integrazione per molti ebrei – ai lugubri quartieri operai, a quelli innovativi progettati da Mendelsohn e altri che a volte si innestano nella natura circostante mentre altre, per singoli edifici, si contrappongono alle costruzioni che li attorniano: edifici leggeri, sinuosi, la cui imponenza si dissolve nelle curve; edifici funzionali, “organici” – come si diceva all’epoca. Vale per i grandi magazzini, le cui immense vetrate consentono di vedere all’interno clienti e merci, come per i cinema. Nel caso di Mendelsohn, come in quello di Taut l’architettura si fondeva in un messaggio dalle valenze sociali: gli appartamenti per i lavoratori erano pratici, ampiamente illuminati di luce naturale e funzionali; sono pensati per agevolare e sveltire le faccende di casa e facilitare il riposo nei momenti liberi. La Berlino di quegli anni era una città inebriante, elettrizzante, capace di accontentare tutti i gusti: dalle esigenze culturali a chi andava a caccia di svaghi e emozioni forti. Per contrasto era anche una città che destava repulsione e veniva guardata con sospetto, soprattutto da chi abitava in campagna.

Sociali erano le intenzioni di Sander, che intendeva fotografare la società tedesca attraverso una forma di realismo dei volti ripresi: una sorta di Comédie humaine andata purtroppo in gran parte distrutta. Lo erano anche, almeno in alcune occasioni, i fotomontaggi bizzarri di Anna Höch, che smontavano certezze acquisite e provocano il lettore con quesiti inquietanti (p. 338).

Cinema, musica, teatro e radio modificarono la vita delle persone. Se alcuni capolavori come Metropolis non raggiunsero la grande massa, il cinema divenne un passatempo per milioni di tedeschi; Brecht sconvolse le regole del teatro facendo interagire attori e spettatori, il jazz e altri generi di importazione americana spazzarono via il modo di ballare dei tempi andati: i corpi si sfioravano, si toccavano, ci si lasciava andare a ritmi vertiginosi.

La società di Weimar – cosa di cui, nei suoi momenti migliori, la Repubblica tenne conto – era diventata una società di massa. Gli intellettuali si interrogarono su questo fenomeno. Alcuni, come Brecth e molti altri artisti di sinistra lo considerarono un evento positivo e promettente; altri lo osservarono con molto scetticismo e giunsero a conclusioni più negative che positive: tutt’al più le masse si sarebbero trasformate in consumatori ma avrebbero mantenuto la propria subalternità; era sufficiente osservare attentamente ciò che succedeva nei paraggi dei grandi magazzini, o  nei cinema, oppure nei parchi che attorniavano Berlino brulicanti di gente nei giorni di festa.

Tutto questo era destabilizzante per larghi settori della società. Nella “donna nuova” le chiese protestante e cattolica vedevano minate alla base la famiglia, il loro pilastro della società. Non era concepibile che la donna rifiutasse la sottomissione all’uomo e sconvolgesse gli equilibri della società disponendo di sé stessa come voleva – tanto più dopo la guerra che aveva portato sotto terra milioni di maschi e quindi stava conoscendo un deficit demografico. (L’atteggiamento e la sicurezza in sé stesse acquisita da tante donne destabilizzava perfino, in una certa misura, settori delle forze di sinistra dato che per loro il posto in fabbrica spettava all’uomo).

Anche altri settori della società erano sconcertati da quanto stava accadendo. Nei primi anni Venti di iper-inflazione e poi più tardi con la Grande Depressione, per la classe media era umiliante perdere il proprio status sociale e vedersi allo stesso livello – se non più in basso – di manovali, falegnami e operai (p. 159). Impiegati, piccoli commercianti e altre categorie nutrirono invidia per una classe operaia che consideravano inferiore ma che vedevano rafforzata e maggiormente tutelata. Era tutta gente desiderosa di stabilità, ordine e tranquillità e che avrebbe guardato con favore chi prometteva di darglieli.

Per larga parte della destra la fioritura di arti innovative era ciarpame, “arte degenerata” come la qualificò Hitler. Cos’altro dire di un movimento come quello dadaista che dileggiava tutto e tutti e rifiutava qualunque impegno serio? Chi non riusciva a comprendere che quelle reazioni riflettevano angosce profonde maturate nelle trincee o nell’imperante clima di incertezza restava privo della chiave per comprenderne il significato e finiva col rifiutarlo a prescindere (su questo, per un contesto più ampio, vedi anche Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)). Inoltre, buna parte di questi innovatori erano di sinistra e, non pochi tra loro, ebrei. (Ciò però non toglie il fatto che la propaganda di destra – soprattutto della destra estrema – si impossessò di buona parte della tecnologia all’avanguardia sfruttandola egregiamente a proprio favore: l’organizzazione dei nazionalsocialisti si perfezionò e divenne molto più efficiente rispetto a quella degli altri partiti).

Schocken bei Nacht III. Foto: Michael Jungblut

Nei nove capitoli che compongono il libro, Eric Weitz ci mostra egregiamente la tensione continua tra queste forze, tra l’utopia e la tragedia. Le forze di sinistra persero lo scontro perché la Repubblica fu incessantemente logorata dal lavorio indefesso e implacabile delle due destre – quella rispettabile ben annidata in posti di responsabilità e fondamentali per il funzionamento dello Stato e della società e quella di strada, rozza e violenta delle squadracce. Quando la Grande Depressione del 1929 bussò alle porte, la Repubblica era ormai moribonda: da quel momento, fino all’avvento al poter di Hitler il Parlamento fu praticamente paralizzato e il governo diresse il paese per decreto in base all’articolo 48. La crisi mondiale del 1929, provocando 1/3 di disoccupati sull’intera forza lavoro diede il colpo di grazia, ma il grosso del lavoro era già stato fatto.

La forza del pensiero conservatore può essere illustrata dal percorso tormentato di un grande intellettuale come Thomas Mann. Mann era già famoso prima della nascita della Repubblica, non era quindi un suo prodotto ma è indicativo il fatto che se più tardi riconobbe il valore della democrazia, negli anni di Weimar lo troviamo su posizioni conservatrici con la sua adesione alla legge della protezione della gioventù dagli scritti turpi e immondi (p. 122), nel difendere la kultur in contrapposizione alla civilisation, nel mantenere uno stile di vita e di abitudini genuinamente borghesi come una corazza per non confondersi e non essere confuso con la massa anonima della gente comune e sottolineare la sua appartenenza di classe.

La Repubblica di Weimar ha una folta letteratura anche in italiano. Ho scelto di cominciare a parlarne da questo libro di Weitz per due ragioni fondamentali: la prima è la chiarezza dell’esposizione. Weitz ha una scrittura scorrevole e accattivante. La seconda riguarda la presa di posizione dell’Autore. Weitz non ha paura di schierarsi. Ha parole piuttosto dure nei confronti del partito comunista e ne indica puntualmente gli errori, ma le sue posizioni democratiche emergono senza mezzi termini. “Weimar non crollò: fu assassinata. Distrutta deliberatamente dalla destra tedesca antidemocratica, antisocialista, antisemita che, alla fine, saltò sul carrozzone del nazionalsocialismo” (p. 426).

Hitler non fu affatto il prodotto inevitabile di quel percorso. Weitz documenta i rapporti tra “destra rispettabile” e destra violenta fin da subito, con la prima larga di finanziamenti e atteggiamenti compiacenti. Quando giudicò che la Repubblica era diventata troppo debole per reagire spinse avanti Hitler e i suoi scherani nella convinzione di poterli controllare in un secondo momento. Ma le cose non andarono così e Hitler divenne il padrone della Germania.

Il libro di Weitz merita davvero di essere letto e la vicenda di Weimar di essere studiata ancora e approfondita. La sua fine dimostra cosa può accadere “quando un sistema democratico non è in grado di soddisfare […] richieste basilari, persino i democratici più convinti possono volgergli le spalle e auspicare posizioni più autoritarie” (p. 428).

Direi che visti i tempi in cui stiamo vivendo sarebbe bene tenerlo a mente. (Einaudi ha recentemente ripubblicato in una nuova edizione leggermente più lunga della prima, da me usata).

Recensione: Robert Gerwarth La rabbia dei vinti

Ultimamente Laterza sta inanellando una serie di pubblicazioni di alto livello. Ha ripubblicato Dopoguerra di Tony Judt, introvabile da anni; ha pubblicato Inferno andata e ritorno di Jan Kershaw; ora questo La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra. 1917-1923 (2017, pp. 421)  di Robert Gerwarth che, lo dico subito, è un ottimo libro.

A volte si incontrano studiosi che offrono interpretazioni originali. Come sanno bene gli studenti che devono preparare un esame di storia contemporanea, i manuali periodizzano la prima guerra mondiale negli anni 1914-18. Gerwarth ci invita ad allungare lo sguardo almeno fino al 1923. Non siamo di fronte semplicemente una interpretazione originale, ci ritroviamo a leggere argomentazioni convincenti.

Nell’interpretazione di Gerwarth la guerra non è solo la grande incubatrice della violenza che sprigionò e continuò per anni anche dopo la firma dell’armistizio in gran parte dell’Europa, soprattutto centro-orientale, ma è anche il fenomeno che serve ad inquadrare sia il processo che sfociò nella seconda guerra mondiale, sia in guerre molto più recenti come quella jugoslava degli anni Novanta del secolo scorso.

Il libro è diviso in tre parti, ognuna delle quali è suddivisa in cinque capitoli. Un epilogo molto interessante tira le somme e chiude il testo.

I Paesi vinti

La prima parte è centrata soprattutto sulle vicende di due dei paesi che persero la guerra: Germania e Russia. Secondo Gerwarth è improbabile che senza la guerra sarebbe scoppiata in Russia la rivoluzione e i bolscevichi avrebbero preso il potere. La decisione di Lenin di portare la Russia fuori dal conflitto ad ogni costo, anche al prezzo altissimo imposto dai tedeschi a Brest-Litovsk, nella mente di Lenin rispondeva all’esigenza di guadagnarsi il consenso dei soldati stanchi della guerra, di far sopravvivere in tutti i modi il regime che i bolscevichi stavano costruendo e di radicalizzare il clima politico in Europa in previsione della rivoluzione mondiale. “La maggior parte delle previsioni di Lenin si sarebbe rivelata corretta” (p. 28): il rilascio di centinaia di migliaia di prigionieri di guerra, molti dei quali si erano convertiti al bolscevismo, portò nei paesi di origine soggetti radicalizzati che destabilizzarono il quadro politico.

Dal canto suo, col trattato di Brest-Litovsk, la Germania accarezzò per la prima volta il sogno di diventare la potenza dominante in Europa, un fatto che sarebbe rimasto nel cuore e negli obiettivi dei movimenti di destra e che avrebbe dato frutti avvelenati.

Rivoluzione e controrivoluzione

Con la seconda parte si entra nel vivo della narrazione. Gerwarth analizza gli sviluppi e le conseguenze della rivoluzione russa e della sconfitta degli imperi centrali. Mentre la Russia cadeva in una guerra civile che avrebbe fatto più vittime della guerra combattuta fino a quel momento, nell’Europa orientale e centrale e perfino negli stati che si affacciavano sul Mediterraneo l’impatto della rivoluzione russa produsse situazioni rivoluzionarie molto simili a quelle avevano portato al potere i bolscevichi: condizioni ideali per lo scoppio di una rivoluzione si verificarono in Germania, in Austria e in Ungheria; in Italia vi furono sommosse e in Spagna e Portogallo emersero movimenti di destra dopo una serie di convulsioni politiche. Non solo “per la prima volta dal 1789 un movimento rivoluzionario aveva conquistato uno stato”, ma dopo il 1917 la possibilità di una rivoluzione in Europa fu percepita come una possibilità concreta (p. 85). Questo fatto delineò più chiaramente gli schieramenti tra rivoluzionari e contro rivoluzionari: in questo senso, l’inversione a destra di Italia, Spagna e Portogallo può essere intesa come risposta alla rivoluzione russa.

D’altra parte il crollo degli imperi fu un trauma per molti. In Germania la Repubblica di Weimar fu accolta benevolmente dalla maggioranza dei tedeschi, ma non tra i soldati che vi vedevano l’incarnazione di un’umiliazione. Mentre la Germania entrava in un periodo estremamente confuso e convulso, Francia  e Inghilterra potevano dirsi relativamente al riparo da terremoti politici: nonostante l’isteria antibolscevica dei loro governi, la possibilità di una rivoluzione in quei due paesi fu minimo (e in Inghilterra, si può dire, inesistente) (pp. 144-45). Francia e Inghilterra diedero prova di una sostanziale stabilità non tanto perché avevano vinto la guerra, ma per la solidità delle loro istituzioni: anche l’Italia era tra i paesi vincitori, ma si rivelò molto più fragile dei suoi alleati. La destra europea vide nel fascismo l’incarnazione del modo più efficace per sconfiggere le forze rivoluzionarie (p. 155, nota 44).

Imperi che crollano

La terza parte si occupa del crollo degli imperi. Se vi fu un modo per aggrovigliare le situazioni prodotte dal conflitto e per aggravarne i problemi, quello fu Versailles. Dopo la sconfitta di Napoleone il Congresso di Vienna diede prova di lungimiranza evitando di mostrarsi troppo duro nei confronti della Francia sconfitta. Dopo la Grande Guerra diplomatici dei paesi vincitori, non furono altrettanto previdenti. Anzi, non lo furono affatto. In primo luogo perché ciascun paese vincitore si presentò al tavolo della pace con l’intento di perseguire i propri interessi senza tenere in gran conto quelli degli alleati dimostrando così di non aver elaborato alcuna azione comune. L’unico fattore comune fu quello di imporre una “pace cartaginese” alla Germania: l’umiliazione e i pesantissimi risarcimenti richiesti alla Germania, sono noti e non occorre soffermarcisi qui. Piuttosto, Gerwarth allarga lo sguardo e mostra in modo convincente la convergenza di due fattori i cui effetti si sarebbero dimostrati del tutto negativi: il primo fu l’atteggiamento dei vincitori verso gli sconfitti, un atteggiamento vendicativo, che molto spesso non tenne conto delle condizioni reali dei paesi, dettato dalla consapevolezza che i loro popoli chiedevano punizioni esemplari e  risarcimenti concreti. Gerwarth lo dimostra molto bene sia nel caso dell’Ungheria, che in quello della Bulgaria e della Turchia.

Il secondo elemento riguarda gli effetti del tutto negativi dei quattordici punti del presidente americano Wilson. Se si può dire che, in qualche modo, la partita giocata tra Lenin, che giocava la carta della rivoluzione mondiale e Wilson, che giocava quella dell’autodeterminazione, fu vinta dal secondo, nel senso che una rivoluzione europea alla fine non si verificò, il prezzo da pagare fu enorme. Il fatto che nel 1914 gli imperi sembrassero vivi, vegeti e in piena salute e che nessuno poteva prevederne il tracollo nel giro di così pochi anni (pp. 167, 170) va riconosciuto e tenuto nel debito conto, ma il principio dell’autodeterminazione creò molti più problemi di quanti ne risolvesse. Nell’analizzare questo processo Gerwarth scrive pagine molto belle: la creazione di una decina di nuovi stati con la presenza di popoli, religioni, lingue e abitudini diverse, fu una pessima soluzione. Questi Stati non solo cominciarono ben presto a combattersi tra loro per questioni territoriali e di confine, ma anche al loro interno i vari gruppi etnici che li componevano entrarono ben presto in collisione tra loro. Il nazionalismo assieme alle questione territoriali innescarono una violenza generalizzata. Non solo, “l’autodeterminazione veniva concessa solo ai popoli considerati alleati dell’Intesa e non a quelli che erano stati nemici durante la guerra” (p. 211), un sistema molto efficace per gettare benzina sul fuoco e alimentare nei paesi sconfitti il desiderio di riprendersi le proprie popolazioni che i maneggi dei vincitori avevano collocato in altri Stati.

Qualche considerazione

Possiamo cominciare a trarre qualche conclusione. Il primo dato che il lettore rileva è che nonostante Francia e Inghilterra siano stati protagonisti alla pari degli altri Stati e imperi, sono rimaste praticamente immuni sia dalla progressiva iper politicizzazione di altri Paesi – anche vincitori come l’italia – sia dall’escalation di violenza che li coinvolse. Per spiegare questo fenomeno fino ad ora gli studiosi hanno utilizzato l’interpretazione di Mosse secondo la quale i soldati al fronte avevano subito un processo di brutalizzazione nel corso della guerra e che i fascismi siano stati un prodotto di questa brutalizzazione di massa. Gerwarth trova invece la spiegazione nel dopoguerra, nei problemi irrisolti lasciati dal conflitto.

A parere dell’Autore il confine tra vincitori e vinti è molto meno netto ed è  più labile di quanto abitualmente si sostiene: l’Italia vinse la guerra, ma si sentì e si comportò come se l’avesse persa (vedi il cap. 10 su Fiume). Non c’è ombra di dubbio che Germania, Ungheria, Austria, Bulgaria e Ungheria siano state sconfitte, che abbiano conosciuto notevoli tumulti e violenze nel dopoguerra e sul fatto che abbiano lasciato il posto a regimi autoritari di diverso tipo, ma nel complesso  totalitari e violenti. Tuttavia in altri casi il rapporto tra perdere (o vincere) e ciò che è successo dopo è meno diretto. I Turchi persero la guerra, ma mantennero gran parte della loro integrità territoriale e una Repubblica (anche se dominata energicamente da Atatürk); i Greci vinsero apparentemente nel 1918 per poi veder crollare bruscamente nel 1923 i loro sogni di un impero del dopoguerra – e meno di vent’anni più tardi, nel 1939, la Grecia era già diventata una dittatura militare. Né i polacchi né i cechi erano popoli “sconfitti” – entrambi avevano vinto per se stessi e per i territori dell’Europa centrale – eppure le loro esperienze del dopoguerra furono molto diverse: la democrazia ceca sopravvisse fino all’invasione tedesca nel 1939, mentre la Polonia – coinvolta anche in una miriade di conflitti con nazionalisti tedeschi, cechi e ucraini e con l’ Armata Rossa – alla fine degli anni Venti era preda di un “uomo forte” proveniente dai militari. La Romania era sul versante vincente e aveva conquistato nuovi territori, ma ciò nonostante produsse un movimento di massa di estrema destra e antisemita (la Guardia di Ferro), e alla metà degli anni Trenta si trovò nel mezzo di tempeste civili e politiche. Dal canto suo in Spagna, che non era stata nemmeno coinvolta nella guerra come belligerante, nel dopoguerra il conflitto civile aveva assunto proporzioni quasi rivoluzionarie nel 1923, segnalando come reazione l’insediamento di una dittatura militare sotto Primo de Rivera e, 13 anni dopo, una guerra civile devastante.

Su questo sfondo si possono fare altre considerazioni. Innanzi tutto, c’è una continuità nei protagonisti delle violenze dei cinque anni successivi al 1918 e quelli del 1939-45: non di rado incontriamo gli stessi uomini. Questo vale per i Freikorps, come per molti nazionalisti poi divenuti nazisti (in Germania) o filofascisti in paesi dell’Europa centro-orientale (p. 256).

Secondo, il  passaggio del monopolio della violenza dallo Stato a forze autonome (come lo squadrismo fascista) o parzialmente autonome (come le polizie politiche, ad esempio la Ceka) è un fenomeno nato in questo periodo; accanto al mito della “vittoria mutilata” la convinzione cara alla destra (anche italiana) che gli Imperi centrali fossero sul punto di vincere la guerra, ma la persero a causa di “nemici interni” che si erano adoperati per sabotare la vittoria avrà poi nella Germania nazista esiti spaventosi per ebrei, militanti di sinistra e pacifisti (p. 253).

Terzo, uno dei frutti avvelenati del nazionalismo, l’idea che la stabilità di uno stato si debba alla omogeneità razziale, religiosa, linguistica e culturale della popolazione inaugurò, sempre nel quinquennio 1918-1923, la pratica della pulizia etnica, destinata a ripresentarsi anche in tempi recentissimi. Così pure si spiegano l’aggressività tra stati nei decenni fra le due guerre per “riprendersi” popolazioni che si ritenevano proprie.

Quarto, il diritto che governi e stati hanno fatto proprio di spostare intere popolazioni a proprio piacimento in base a presupposti razziali o religiosi è una pratica che ha avuto il proprio battesimo con la pace di Losanna con la quale si pose fine alla guerra greco-turca, un conflitto post-bellico devastante.

Infine, come dato di fondo complessivo, la memoria collettiva di quegli anni si mantenne viva nei decenni successivi e condizionò più di un atteggiamento verso il formarsi dei governi e dei regimi, sia verso la seconda guerra mondiale (p. 265).

Robert Gerwarth ha scritto un libro ottimo non solo per quanto riguarda l’analisi dei fatti e la loro interpretazione. Il libro si legge davvero molto bene e con piacere grazie ad una scrittura mai noiosa e sempre fluida e chiara. In più, ed è un merito notevole, l’ampio apparato delle note e la bibliografia sono costituite da testi aggiornati e autorevoli.

La rabbia dei vinti di Robert Gerwarth è un libro merita un posto negli scaffali degli appassionati di storia.

Matteo Banzola