Recensione. Pasquale Palmieri: L’eroe criminale

Napoli, primi anni Sessanta del Settecento. La città è alle prese con una terribile carestia: torme di affamati provenienti dalle campagne circostanti inondano la città in cerca di una qualche forma di aiuto; le scorte alimentari sono al limite. Uno scenario gravido di tumulti, delinquenza comune e disordini che preoccupa il governo e le élites cittadine. Ma a tenere banco in città, a correre sulla bocca di tutti, è la vicenda di Leopoldo di San Pasquale, un frate agostiniano, personaggio torbido per alcuni – su di lui pendono accuse pesanti: scandali sessuali, truffa e altri reati – o in odore di santità e vittima di raggiri e ingiustizie per altri.

La vicenda era piuttosto inusuale, ma non poi così infrequente. Gli archivi sono pieni di processi che riguardano religiosi. Tuttavia il processo al frate agostiniano divenne un problema per le autorità religiose e civili e si trasformò in un caso giudiziario. Perché?

Tra Stato e Chiesa

A catalizzare l’interesse di un vasto pubblico eterogeno sulla vicenda di Leopoldo di San Pasquale concorsero un insieme di fattori. Il primo riguardava la contesa tra Stato e Chiesa sull’esercizio della giustizia. A chi spettava la pertinenza del caso? A Roma e al potere ecclesiastico o a quello civile? Il caso del frate si inseriva nel bel mezzo di una lotta tra i due poteri che aveva uno scenario ben più ampio di quello napoletano. In questo scontro un evento importante – e decisivo per la vicenda del frate – fu l’introduzione di regole precise e definite da parte di Carlo Borbone nel 1746 “decise a proibire ai vescovi l’adozione di procedure inquisitoriali” (p. 11).

Ma proprio questa era una delle accuse avanzate dagli avvocati difensori del frate. Il religioso era stato sottoposto ad un trattamento disumano: gettato in una “fossa”, tenuto in vita solo grazie alla somministrazione di acqua ma senza cibo, sporco, lacero e circondato da insetti.

I detrattori, invece, non solo ridimensionarono la durezza della punizione inferta al frate, ma spostarono l’attenzione sulla sua condotta immorale al punto che si era procurato un “tincone” (la sifilide), ingrato ma eloquente frutto di amplessi con più di una donna.

Naturalmente dietro alle due posizioni erano schierate le fazioni contrapposte, l’una a favore del cambiamento e l’altra propensa al mantenimento dello status quo.

Ma a rendere eclatante la vicenda del frate non furono gli scontri – e i patteggiamenti – esercitati dietro alle quinte. Le gesta del frate furono oggetto di molte pubblicazioni, prodotte da una parte e dall’altra: opuscoli e pamphlets di carattere giuridico e divulgativo.

In pasto al pubblico

Sta qui, nell’allargarsi e nel coinvolgere la sfera pubblica il fulcro della vicenda e del libro di Palmieri. La Napoli del XVIII secolo era un centro editoriale importante, con una cinquantina tra stampatori, tipografi, librai (i librai spesso erano anche stampatori) attivi. Ciò significa che Napoli era un mercato librario rilevante, ma accanto alla produzione per così dire ufficiale (non sempre in regola con gli imprimatur e la pur farraginosa legislazione dell’epoca in materia) circolavano abbondantemente manoscritti, gazzette, fogli volanti, ballate, opere teatrali ecc., tutta una serie di produzioni dalla vita breve, estemporanea, consumata per diletto o curiosità e subito “sorpassata” da altre novità (su questi temi vedi anche Giorgio Caravale, Libri pericolosi).

Nello specifico, ciò che accadeva nelle aule dei tribunali debordava al di fuori e i processi divenivano occasione di discussioni, commenti e dicerie di un pubblico eterogeneo: piazze, botteghe, salotti, cortili, fiere, le notizie viaggiavano ed era difficile tenerle sotto controllo (p. 55) (Sulla diffusione delle notizie, in generale, vedi Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Giudici e avvocati erano consapevoli al punto dell’importanza di quanto accadeva al di fuori dai tribunali che infarcivano le loro arringhe e i loro resoconti di spunti e strategie comunicative prese spesso di peso da romanzi e opere di vario genere: la destrezza oratoria, da sola, non era sufficiente per convincere. Per essere realmente efficace su entrambi i fronti – verso i giudici e verso il pubblico – doveva trasformarsi in una prosa capace di destare emozioni, di colpire addetti ai lavori e spettatori. Da un lato, “l’apertura dei processi al dibattito pubblico era [per loro] un’opportunità”, anche se non priva di pericoli (pp. 67, 80 ssgg. La citazione è a p. 65); dall’altro essi “non si accontentavano di costruirsi una solida reputazione all’interno del foro, ma cercavano di arrivare ad un uditorio molto più ampio, trasformando le loro arringhe in comizi” (p. 59).

Dunque, molto spesso, le argomentazioni degli avvocati non erano affatto asettiche concatenazioni logiche di argomenti e spiegazioni: “i legali cercavano di rintracciare nei documenti della controparte espedienti usati da scrittori famosi: smascherarli poteva rivelarsi decisivo in tribunale” (p. 52).

Ciò significa – e i molti scritti riguardanti il frate lo provano – che, in una certa misura, anche le memorie difensive o della accusa si trasformavano in opere per certi aspetti o in alcune parti trasfigurate, ingigantite o rimpicciolite, romanzate e diventavano una sorta di (sotto)genere letterario.

Detail van een gezicht op Napels in vogelvluchtperspectief – 1629 – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain. https://www.europeana.eu/it/item/90402/RP_P_1949_422D
Opinione pubblica?

Siamo di fronte al formarsi di quella che poi sarebbe stata chiamata “opinione pubblica”? In parte sicuramente sì. Lo prova la grande attenzione delle autorità sulla produzione libraria, “giornalistica” e teatrale esercitata da un lato attraverso forme di censura più o meno dure, dall’altro tentando di promuovere la diffusione di opere appositamente calibrate sulle classi popolari con contenuti pedagogici (vedi pp. 54 ssg). (Sulla censura, in generale, vedi anche Robert Darnton, I censori all’opera).

D’altra parte Palmieri stima un livello di alfabetizzazione abbastanza alto (circa il 40% quella maschile nelle città della penisola, un dato che per un ottocentista come il sottoscritto risulta sorprendente e interessante, dato che l’Inchiesta Agraria Jacini, pubblicata negli anni Ottanta del XIX secolo riferisce cifre più basse) cosa che annullerebbe, almeno in parte, gli steccati tra cultura alta e cultura bassa consentendo una circolazione di opere e di testi molto più ampia e frequente. Terreno spinoso dato che (a mio parere) l’ingresso effettivo, consapevolmente partecipe alle vicende della cosa pubblica, delle masse popolari nella storia avviene con (e in Italia dopo) la Rivoluzione francese – l’A. ne è perfettamente consapevole e si muove con cautela – che però aiuta a comprendere non solo la circolazione e il successo di opere famose, talvolta riscritte o riadattate all’uso di un pubblico popolare, ma anche di filoni editoriali come erano in Francia le causes célèbres.

In altre parole – e sicuramente da parte mia forzando un poco – Palmieri ci mostra interazioni tra classi sociali, cultura e istituzioni più trasversali, orizzontali che verticali. La prospettiva è estremamente interessante non solo perché il connubio stampa-riforme amplia enormemente il mercato librario e culturale ma innesca gli inizi di un nuovo rapporto tra potere e governati.

Le varie tappe del processo – conclusosi con la rimessa in libertà del frate e col suo ritiro in convento -, le memorie delle parti in causa e altre prese in esame dall’A. mostrano al pubblico i malfunzionamenti, le criticità, le falle della macchina della della giustizia di antico regime. Non a caso le opere in cui i soggetti criminali alla fine non si redimono ammonendo il lettore a non seguire il loro esempio, vengono messe al bando e i loro autori condannati a qualche pena.

In secondo luogo lo scontro tra potere religioso e potere civile vede il primo indietreggiare di fronte al progredire del secondo: i metodi inquisitoriali vengono criticati e poi banditi, la segretezza delle prove decade. Sono fenomeni che trasformano anche le figure stesse dei criminali i quali possono diventare vittime di una giustizia mal funzionante e iniqua e che, in ogni caso, introducono sfumature nella dicotomia bene/male.

Conclusioni

Fare microstoria – e con L’eroe criminale. Giustizia, politica e comunicazione nel XVIII secolo Pasquale Palmieri ci porta dentro ad un processo – è forse più difficile che fare qualsiasi altro genere di storia. La microstoria ha senso e valore soltanto nella misura in cui viene connessa e fatta interagire con la grande storia. In questo Palmieri dimostra una competenza e una capacità di prim’ordine. Collega il processo alla vita economico-politica del Regno e il Regno al quadro geopolitico europeo. Inserisce il processo all’eroe criminale nei filoni letterari dell’epoca e li scompone e li ricompone per mostrare al lettore scarti, mutamenti e passaggi. Usa e integra le molti fonti d’archivio a una letteratura amplissima, italiana, anglosassone e francese.

Personalmente ritengo che fare storia sia sempre interpretare come e perché i fatti si collegano tra loro, e in questo Palmieri è inappuntabile: spesso interviene proprio per spiegare al lettore il proprio metodo di indagine e di studio. Avrebbe potuto anche diluire le sue interpretazioni in una narrazione più ampia, più descrittiva. Non è una critica, ma un’osservazione dettata anche dalla sua capacità di muoversi tra più livelli e una facilità di scrittura ammirevole.

Infine, brevemente, va da sé che l’A. si interroga sui problemi del presente. In questo senso il suo libro offre spunti interessanti per seguire le metamorfosi di una comunicazione che va divenendo sempre più diretta tra coloro che governano e i governati, spesso saltando i canali di intermediazione. E da questo punto di vista l’eroe criminale ha molto da dire.

Buona lettura.

 

Allons enfants de la patrie – Siti e fonti sulla Rivoluzione francese

Una rassegna di siti e portali dedicati alla Rivoluzione francese.

La Rivoluzione francese, si sa, è una dei due eventi che hanno dato vita alla nostra epoca. Come tutte le rivoluzioni e gli eventi drastici della storia ha sviluppato un dibattito che è ancora ben lontano dall’essere esaurito tra sostenitori e avversari. Al punto che, volendo, perfino la seconda guerra mondiale potrebbe essere visto come lo scontro tra le filiazioni della Rivoluzione (liberalismo e socialismo) e i suoi nemici (fascismo e clero più conservatore).

Non stupisce quindi che il materiale su di essa sia sterminato, tanto che è nata una branca della storiografia che studia la storiografia della Rivoluzione.

Ovviamente, e non poteva essere altrimenti, anche il materiale disponibile on line abbonda.

Inizio questa rassegna segnalando un sito semplicemente magnifico: Révolution française l’esprit de lumières et de la Révolution. Vi si trova di tutto: recensioni, saggi, segnalazioni, fonti, bibliografie, immagini, discussioni. Presentarlo seguendolo sezione per sezione è praticamente impossibile. Il sito è amplissimo ma è perfettamente strutturato, così che il lettore si orienti con facilità su ciò che sta cercando.

Un altro splendido sito è Liberté égalitè fraternité. Exploring the french revolution, che propone molte sezioni tematiche, un ricco apparato iconografico e un gran numero di saggi in pdf redatti da specialisti.

Naturalmente Gallica offre una quantità enorme di materiale. In soccorso al lettore e al visitatore del blog vengono una serie di post sul blog del sito principale che si rivelano particolarmente utili. C’è una ricognizione generale con un’ampia scelta di documenti in La Révolution française e uno dedicato alla presa della Bastiglia: La prise de la Bastille. Tutti contengono dei links per approfondire i vari aspetti.

Un poco più complessa è la navigazione su Internet Archive. con i suoi venti milioni di opere bisogna impratichirsi un po’ prima di andare a colpo sicuro. Naturalmente non mancano gli strumenti interni per facilitare la ricerca e quindi si impara abbastanza velocemente. In ogni caso, il sito ospita collezioni interessanti.

La prima è la Newberry French Pamphlet Collection, una

collezione di opuscoli costituita principalmente da materiale pubblicato tra il 1780 e il 1810 dalla French Revolution Collection (FRC), dalla Louis XVI Trial and Execution Collection e da diverse collezioni minori di materiale dell’epoca della Rivoluzione Francese. Essa traccia la storia politica, sociale e religiosa della Rivoluzione Francese. Il materiale rappresenta le opinioni di tutte le fazioni che si opposero e difesero la monarchia durante il periodo turbolento dal 1789 al 1799 e racconta gli eventi – sia drammatici che quotidiani – della Prima Repubblica. La collezione FRC è stata acquistata dalla Newberry tra il 1957 e il 1961 da Michel Bernstein, un commerciante di libri a Parigi. Ci sono edizioni complete di riviste conosciute (parte fornita qui), così come molte pubblicazioni rare e sconosciute. Mentre la maggior parte degli opuscoli sono stati stampati a Parigi dall’Imprimerie nationale, ci sono anche un numero significativo di editori provinciali e impronte fittizie.
Questa raccolta comprende anche circa 3.000 opuscoli politici francesi pubblicati tra il 1560 e il 1653 che documentano un periodo di guerre di religione e l’instaurazione della monarchia assoluta.

http://data.abuledu.org/URI/50fd6ca2

A queste oltre 38.000 opere si affiancano gli 850 della collezione della Università del Maryland: University of Maryland, College Park – French Pamphlet Collection, opere e opuscoli di grande utilità per lo studio del del periodo.

La Rivoluzione francese è un tema troppo vasto per essere esaurito in un singolo post. Ne riparleremo. Intanto buona navigazione.

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