Recensione. Donald Sassoon: Il trionfo ansioso. Storia globale del capitalismo 1860-1914

Un titolo che è quasi un ossimoro quello dell’ultimo libro di Donald Sassoon… Il trionfo ansioso. Un trionfo è una vittoria completa, senza appello, definitiva; non dovrebbe provocare ansia, tanto meno nel capitalismo visto che è uscito vittorioso nello scontro col comunismo. Oggi il capitalismo non ha rivali: non c’è nessuna idea, nessun movimento in qualsiasi forma antagonista che sia in grado di insidiarlo.

Che cosa sia esattamente il capitalismo non è semplice da definire. I paesi dell’America Latina, per esempio sono inseriti nel mercato mondiale, ma la loro economia si basa in gran parte sull’agricoltura e non sull’industria (p. 185). Bisognerebbe parlare al plurale, di “capitalismi”, anziché di un unico modello. Nei decenni studiati da Sassoon, quando la rivoluzione industriale coinvolgeva gran parte dell’Europa, gli Stati Uniti e il Giappone, le vie seguite per diventare un paese industriale furono diverse da caso a caso. Tuttavia Sassoon individua alcuni punti fermi.

Gemälde / Öl auf Leinwand (1878) von Adolph von Menzel [1815 – 1905] ildmass 71 x 90 cm Inventar-Nr.: A I 902, Systematik: Kulturgeschichte / Geselligkeit / Belle Epoque / Bälle
Capitalismo vs stato?

Ad esempio, al contrario di quanto sostengono oggi coloro che magnificano il libero mercato, lo Stato ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo e nel funzionamento del capitalismo. Lungo tutta la narrazione l’A. argomenta in modo convincente che i paesi che in cui la presenza dello Stato era forte hanno avuto uno sviluppo capitalistico molto più pronunciato di quanti avevano uno Stato debole. Il caso più evidente è il confronto tra Cina e Giappone. La Cina, che in età moderna era stata superiore all’Europa e che ancora nel ‘700 poteva considerarsi alla pari, nel XIX secolo fece una gran brutta fine proprio per il suo ostinato rifiuto di imitare l’Europa. Impressionato dalla vicenda cinese – finita smembrata, umiliata e sfruttata – il Giappone a partire dal 1868 si gettò a capofitto nella modernizzazione del paese: meno di quarant’anni dopo fu già in grado di sconfiggere in guerra una delle potenze europee (la Russia) e sarebbe diventato una potenza capitalistica di prim’ordine: “senza lo stato in Giappone non vi sarebbe stato il capitalismo” (p. 172).

C’era un motivo molto semplice per il quale i paesi arrivati secondi o terzi sulla via dell’industrializzazione e della modernizzazione si affidavano all’intervento dello Stato: nelle economie che devono essere trasformate da agricole in industriali gli imprenditori non si formano da un giorno all’altro e il ritardo accumulato poteva risultare fatale. In questo senso l’intervento dello Stato accelerava il passaggio da una forma di economia all’altra (p. 244).

La guerra dell’oppio. Fonte: The anti-empire project

Una burocrazia efficiente e la capacità di riscuotere le tasse sono requisiti fondamentali per il buon funzionamento del capitalismo perché col prelievo fiscale è possibile finanziare forze dell’ordine, esercito, “welfare” e infrastrutture che alimentano il mercato interno e favoriscono lo sviluppo dell’economia: perfino negli Stati Uniti il rapido espandersi delle ferrovie sarebbe stato impossibile senza l’aiuto del governo (p. 215). Filosofi liberali come Adam Smith, John Stuart Mill o Montesquieu consideravano ragionevole che i ricchi pagassero tasse più alte dei meno abbienti (p. 226).

Dalla soluzione di problemi legati al rispetto di contratti alla regolamentazione della concorrenza; dalle normative sul lavoro alla salute pubblica, gli interventi dello Stato si moltiplicarono in molti ambiti. Ad esempio, l’adulterazione di prodotti alimentari era una pratica diffusa (su questo vedi: Madeleine Ferrières, Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo) che diminuì drasticamente proprio grazie ai controlli statali (pp. 119 e ssgg.). Provvedimenti riguardanti edilizia popolare, servizi igienici, fognature, acqua corrente ecc., migliorarono sensibilmente l’igiene pubblica proprio per l’intervento pubblico (pp. 119 ssgg): il barone Hausmann, prefetto di Parigi di Napoleone III, quintuplicò la rete fognaria di Parigi (p. 210) e la dotò di un contingente di spazzini invidiabile rispetto ad altre città; ai primi del ‘900 la Vienna del cattolico e antisemita Lueger era un esempio eccellente di “socialismo municipale” con un ampia gamma di servizi (p. 402).

Avenue de l’Opéra. Chantier de la Butte du Moulin et de la rue Saint-Roch – Fonte: Gallica

I capitalisti, che guardavano con occhio torvo lo Stato quando di trattava di fisco o di legislazione sociale a tutela dei lavoratori, erano ben lieti di accogliere interventi di questo genere, che per dimensioni e portata generavano giri d’affari e speculazioni enormi. Lo erano ancora di più quando i governi intervenivano con misure protezionistiche nei periodi di crisi. Contrariamente a opinioni oggi correnti, l’idea che l’America sia diventata “la più formidabile potenza industriale del mondo [grazie al] fatto che fosse stato lasciato spazio all’iniziativa individuale privata per nascere e svilupparsi è un mito tanto affascinante quanto ingenuo […]. I capitalisti avevano bisogno di uno stato che li controllasse, li regolasse, li sostenesse e ne eliminasse alcuni per salvare gli altri” (pp. 293-306). In altre parole: il libero mercato funziona molto bene in teoria, in pratica le cose stanno diversamente: durante la grande crisi agraria che colpì l’Europa per quasi tutto l’ultimo quarto del XIX secolo i governi presero qualche misura protezionistica.

Dall’altra parte i capitalisti esprimevano il loro disappunto di fronte a misure che interferivano coi loro affari. Ad esempio, mentre in linea generale la popolazione era ostile all’immigrazione e gli operai ne temevano la concorrenza, la prospettiva di reclutare manodopera a basso costo faceva sì che essi non avessero nulla da eccepire all’arrivo di nuovi immigrati (magari disprezzandoli pubblicamente, vedi ad es. p. 378).

Muro anticinese. Fonte: Library of Congress

Ovviamente termini come “capitalista o “imprenditore” sono generici che dicono poco: i medi o piccoli padroncini o commercianti avevano certamente opinioni che li accomunavano ai grandi capitani d’industria, ma la pensavano diversamente per altri aspetti: spesso i piccoli detestavano di tutto cuore i grandi imprenditori e i trust industriali, ritenuti responsabili di schiacciarli rendendo vani i loro sforzi.

Il capitalismo inglese e americano erano nati “piccoli” e solo successivamente acquisirono le dimensioni e la forza per essere presenti su più mercati contemporaneamente. I primi grandi magazzini sono nati in Francia alla fine degli anni Trenta e poi rinnovati e rilanciati nel 1852, ma sono gli Stati Uniti l’esempio lampante della grande distribuzione. Alcuni dei prodotti che consumiamo ancora oggi a colazione o a cena erano già disponibili prima del 1914 (p. 419). C’erano ottimi motivi per abolire la schiavitù, ma la guerra civile americana fu anche una guerra condotta per creare un mercato interno potenzialmente gigantesco e non a caso a uscire vincitore fu il nord perché più avanzato (p. 291 e cap. 9). Il nord aveva ragione: già prima della Grande Guerra in America stava nascendo una società dei consumi.

Popolo e democrazia

Si può sostenere che fu la Rivoluzione francese a immettere le masse nella vita politica (almeno in Francia) e che da quel momento in poi ai governanti non sarebbe più convenuto comportarsi come se il popolo non esistesse. Ma è vero che il popolo “ha incominciato ad esistere come forza politica, reale o potenziale, specialmente alla fine del XIX secolo, in concomitanza con il capitalismo industriale. È da allora che esso ha avuto bisogno di essere placato, ingannato o forzato” (p. 216). E in effetti i modi per escluderlo o tenerlo a bada furono molti.

Oggi molti ritengono che capitalismo e democrazia vadano di pari passo. In realtà questo è vero solo in parte e sicuramente nel corso del XIX secolo non fu così. Di norma povertà e analfabetismo erano condizioni sufficienti per essere esclusi dal diritto di voto: la nonna di Gaugin, Flora Tristan, femminista e attivista socialista, era semplicemente orripilata dagli operai (pp. 107-108). Nelle città industriali soprattutto, le condizioni di vita erano spaventose: salari bassissimi, malattie legate al lavoro, quartieri insalubri, abitazioni malsane erano la norma (per una efficace descrizione dei bassifondi di Londra in epoca vittoriana vedi: Paul Begg, Jack lo squartatore. La vera storia). Che gente del genere potesse godere del diritto di voto pareva a molti inconcepibile: prima di avere voce in capitolo il popolo doveva essere istruito ed educato (p. 351).

Gustave Doré: Dudley Street (1872). Fonte: The British Museum

D’altra parte, man mano che l’industrializzazione avanzava, gli operai specializzati o alcune categorie (come ad es. i ferrovieri) tendevano a organizzarsi e a sindacalizzarsi: non era più possibile ignorarne sia il numero che la forza. Alla fine del secolo il suffragio era stato ampliato in quasi tutti gli stati e in un certo numero il suffragio universale maschile prima e femminile poi era una realtà (ma non in Gran Bretagna, che pure aveva aperto la strada inglobando gradualmente fasce sempre più ampie di popolazione nella vita politica del paese con l’ampliamento del diritto di voto). In sostanza, l’ampliamento del suffragio fu un modo utilizzato dalle classi dirigenti per nazionalizzare le masse nei rispettivi paesi (p. 411).

Ma il diritto di voto di per sé non garanzia di democrazia: il Messico ad esempio, ma gli esempi potrebbero essere molti, tentò di modernizzarsi mantenendo una “semi-dittatura” (pp. 348-49); in Russia i riformatori zaristi rimasero imbrigliati in una contraddizione: riconoscevano la necessità di riforme economiche e politiche indispensabili per l’industrializzazione ma allo stesso tempo volevano che quest’ultima irrobustisse il potere dell’autocrazia (p. 284). In Russia il problema della modernizzazione era ingarbugliato dalle stesse dimensioni del paese che divideva intellettuali e classi dirigenti tra occidentalisti che guardavano all’Europa occidentale e slavofili che puntavano sulla cultura contadina (cap. 8).

Imperialismo

Infine, vie era un altro modo per alimentare o irrobustire il sentimento nazionale della popolazione: creare un impero. Un impero poteva rivelarsi un buon affare (almeno per un certo periodo di tempo), come nel caso della Gran Bretagna; avvantaggiare determinati gruppi (come i grandi industriali nel caso della Germania); o trasformarsi in una catastrofe economica come nel caso del Portogallo (e in questo caso anche politica), della Spagna e, almeno in parte, dell’Italia.

Ma al di là della convenienza o meno in termini economici del possedere un impero (sulla quale politici realisti come Bismarck o Giolitti nutrivano seri e fondati dubbi), è evidente che con l’imperialismo alcuni paesi speravano di risolvere alcuni problemi interni (ad esempio sfoltire una popolazione in eccesso col miraggio di terre da coltivare nel caso italiano) o di vedersi confermare una posizione prestigiosa a livello internazionale (Italia e Germania).

Le potenze europee, e in una certa misura anche gli Stati Uniti che si misero a spartirsi il mondo si presentavano come portatori di una missione “civilizzatrice” verso paesi più poveri e arretrati. Naturalmente si trattava di una convinzione raramente sincera: dietro alla retorica della “civilizzazione” si nascondevano ben altri interessi e obiettivi. Tra questi, quello di offrire un senso di appartenenza e di superiorità ai propri governati, in una certa misura funzionò, ma è difficile trarre un bilancio definitivo sulla questione si sia convenuto o meno disporre di un impero. La Gran Bretagna costituisce un’eccezione perché dominava il più vasto impero della storia. Certamente le economie del suo impero giovarono a quella della madrepatria, ma sul lungo periodo le cose si complicarono. Anche sfruttando la collaborazione di una classe dirigente locale (istruita nelle università europee), creando infrastrutture (l’India ha una rete ferroviaria tra le più grandi al mondo), competenze e personale preparato nell’amministrazione, finì per fornire gli strumenti affinché questi paesi si liberassero (anche se in alcuni casi erano già semi-indipendenti), cosa che puntualmente si è poi verificata nel XX secolo (sull’India vedi l’interessante capitolo in I censori all’opera di Robert Darnton).

The East India House in Leadenhall Street, London, drawing by Thomas Hosmer Shepherd, c. 1817. Fonte: Encyclopedia Britannica
Ansie

Dunque i liberali ottocenteschi hanno avuto ragione: la storia li ha premiati. Eppure l’ansia è un fenomeno la cui presenza è costante nelle pagine del libro. Il fatto è, sostiene Sassoon, che l’ansia è una componente innata nel capitalismo, ne fa parte; il sistema la produce incessantemente negli individui, nelle classi sociali, nelle classi dirigenti, perfino nei paesi. Naturalmente le società e le classi soffrivano di ansia anche in epoca preindustriale: il maltempo che rovinava il raccolto, epidemie che falcidiavano le popolazioni, gli spostamenti con mezzi precari e insicuri, le guerre… la differenza sta nel fatto che questi fenomeni provenivano dal di fuori del sistema economico-sociale, non erano elementi interni che ne facessero parte: di fronte a un’epidemia o una grandinata non c’era molto altro da fare se non pregare perché passasse in fretta: i responsabili erano “il fato o gli déi”, non persone fisiche (p. 369).

Far parte del mondo degli esclusi era (ed è) una vera tragedia esistenziale. Lo era ancora di più nei decenni presi in esame da Sassoon – dal 1860 al 1914 – quando la stragrande maggioranza della popolazione non godeva di forme di protezione sociale (benché, almeno in alcuni paesi, il welfare non fosse del tutto assente anche se appena agli inizi). Da decenni si discute se la rivoluzione industriale abbia migliorato o peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori. Sembra difficile contestare che, almeno in Occidente, alla fine del periodo studiato dall’A. la netta maggioranza delle classi lavoratrici stesse meglio rispetto ai primi decenni della Rivoluzione industriale: a inizio Novecento “gli americani dibattevano su abbondanza e consumi (p. 417).

Adolph Menzel, Eisenwalzwerk (Moderne Cyklopen) Bild, 1872-75, Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie / Andres KilgerCC BY-NC-SA 4.0

Gli esclusi era l’infinito sciame di migranti che lasciava il proprio paese alla ricerca di un posto migliore in cui vivere (italiani, irlandesi, tedeschi in Europa; cinesi negli Stati Uniti), erano le minoranze etniche (ebrei) o la sterminata massa di disoccupati. Queste categorie avevano buone ragioni per sentirsi in ansia, per il semplice fatto che per loro il problema fondamentale era sopravvivere.

Lo stato sociale, che cominciò a formarsi negli ultimi decenni del secolo non fu un prodotto dell’azione del socialismo, figlio naturale, benché detestato, del capitalismo: governi e capitalisti avevano il problema di come tenere sotto controllo le masse e le masse erano composte in gran parte da poveri: nell’ultimo quarto del secolo la folla destava notevoli preoccupazioni nelle classi dirigenti di molti paesi (pp. 400 ssgg.). Le opzioni messe in campo furono molte: in Francia le prime politiche sociali furono intraprese non per contrastare il socialismo ma per togliere influenza e spazi d’azione alla Chiesa (p. 433); in Germania, al contrario, il Zentrum sostenne l’impianto dello stato sociale bismarckiano. Anche i grandi capitani di industria si mossero: negli USA Ford garantiva alti salari ai “propri” operai a patto che non entrassero nei sindacati (p. 310); Carnegie e altri filantropi fondarono biblioteche e altri enti, ma alla fine queste forme di paternalismo industriale fallirono (p. 466): fu lo Stato a occupare quello spazio.

Ciò non significa che il socialismo non avesse carte da giocare. Ne aveva molte e a fine secolo la sua forza, almeno in alcuni paesi, era notevole. Ma in generale “i socialisti […] avevano un’ideologia in un certo senso schizofrenica: da una parte auspicavano una futura società post-capitalistica senza classi […]; dall’altro sostenevano una serie di riforme […] che rafforzavano l’ordine esistente e consolidavano il capitalismo” (p. 415). Non era l’unica contraddizione dell’epoca: liberali e socialisti, nemici naturali, potevano trovarsi alleati contro i cattolici; per motivi diversissimi, conservatori e socialisti si trovarono talvolta alleati contro alcuni aspetti più pesanti del liberismo; liberali e reazionari potevano allearsi contro il socialismo.

In ansia si sentivano gli imprenditori e i commercianti, preoccupati dalla concorrenza e dalle fluttuazioni del mercato; i paesi più deboli che temevano di finire vittime di quelli più forti: lo sapevano bene imperi in decadenza come quello turco, che infatti ricevette il colpo di grazia con la prima guerra mondiale, paesi che faticavano a traghettare da una società arretrata e contadina ad una moderna e industriale come la Romania o che confinavano con stati nettamente superiori come il Messico con gli Stati Uniti.

New and correct map of the lines of the Northern Pacific Railroad and Oregon Railway & Navigation Co. Fonte: yale University Collection

In ansia erano i governi, preoccupati di non riuscire a gestire situazioni potenzialmente destabilizzanti: fenomeni come gli enormi flussi migratori tra continenti, il ricambio di popolazione nei centri storici della popolazione o i pogrom contro gli ebrei in Russia erano tutti provocati dalla moderna società industriale: le manifatture del cotone in India soccombevano sotto la spietata concorrenza di quelle inglesi; i contadini italiani che a fine secolo protestavano per il rialzo del prezzo del pane non potevano immaginare che quel rincaro era anche una conseguenza della guerra ispano-americana. Il fatto è che il capitalismo è dinamico e, sebbene sia molto più duttile di quanto abbiano immaginato i socialisti, si rinnova per crisi periodiche – e questi sono fattori che non possono non generare ansietà.

Conclusioni

Con Il trionfo ansioso Donald Sassoon ci porta dentro alla prima globalizzazione. 160 anni fa il mondo era già connesso. Ed è questo il fattore che spiega la periodizzazione scelta dall’A. Se il 1914 è una data facilmente comprensibile per chiudere la narrazione, apparentemente lo è meno quella di partenza. Ma nel 1860 i fenomeni di cui discute Sassoon sono già tutti pienamente visibili. E, d’altra parte è una periodizzazione molto flessibile: spessissimo l’A. si inoltra nel passato o si spinge fino ai giorni nostri.

La storia ha dimostrato che uno Stato senza mercato non riesce a resistere, ma con questo libro Sassoon documenta da par suo che il mercato deve essere controllato e guidato. Il trionfo ansioso è molto più di una storia globale del capitalismo; è un libro ricchissimo di riflessioni e spunti di ricerca a tutto campo. Consigliatissimo.

Buona lettura.

Recensione. Pasquale Palmieri: L’eroe criminale

Napoli, primi anni Sessanta del Settecento. La città è alle prese con una terribile carestia: torme di affamati provenienti dalle campagne circostanti inondano la città in cerca di una qualche forma di aiuto; le scorte alimentari sono al limite. Uno scenario gravido di tumulti, delinquenza comune e disordini che preoccupa il governo e le élites cittadine. Ma a tenere banco in città, a correre sulla bocca di tutti, è la vicenda di Leopoldo di San Pasquale, un frate agostiniano, personaggio torbido per alcuni – su di lui pendono accuse pesanti: scandali sessuali, truffa e altri reati – o in odore di santità e vittima di raggiri e ingiustizie per altri.

La vicenda era piuttosto inusuale, ma non poi così infrequente. Gli archivi sono pieni di processi che riguardano religiosi. Tuttavia il processo al frate agostiniano divenne un problema per le autorità religiose e civili e si trasformò in un caso giudiziario. Perché?

Tra Stato e Chiesa

A catalizzare l’interesse di un vasto pubblico eterogeno sulla vicenda di Leopoldo di San Pasquale concorsero un insieme di fattori. Il primo riguardava la contesa tra Stato e Chiesa sull’esercizio della giustizia. A chi spettava la pertinenza del caso? A Roma e al potere ecclesiastico o a quello civile? Il caso del frate si inseriva nel bel mezzo di una lotta tra i due poteri che aveva uno scenario ben più ampio di quello napoletano. In questo scontro un evento importante – e decisivo per la vicenda del frate – fu l’introduzione di regole precise e definite da parte di Carlo Borbone nel 1746 “decise a proibire ai vescovi l’adozione di procedure inquisitoriali” (p. 11).

Ma proprio questa era una delle accuse avanzate dagli avvocati difensori del frate. Il religioso era stato sottoposto ad un trattamento disumano: gettato in una “fossa”, tenuto in vita solo grazie alla somministrazione di acqua ma senza cibo, sporco, lacero e circondato da insetti.

I detrattori, invece, non solo ridimensionarono la durezza della punizione inferta al frate, ma spostarono l’attenzione sulla sua condotta immorale al punto che si era procurato un “tincone” (la sifilide), ingrato ma eloquente frutto di amplessi con più di una donna.

Naturalmente dietro alle due posizioni erano schierate le fazioni contrapposte, l’una a favore del cambiamento e l’altra propensa al mantenimento dello status quo.

Ma a rendere eclatante la vicenda del frate non furono gli scontri – e i patteggiamenti – esercitati dietro alle quinte. Le gesta del frate furono oggetto di molte pubblicazioni, prodotte da una parte e dall’altra: opuscoli e pamphlets di carattere giuridico e divulgativo.

In pasto al pubblico

Sta qui, nell’allargarsi e nel coinvolgere la sfera pubblica il fulcro della vicenda e del libro di Palmieri. La Napoli del XVIII secolo era un centro editoriale importante, con una cinquantina tra stampatori, tipografi, librai (i librai spesso erano anche stampatori) attivi. Ciò significa che Napoli era un mercato librario rilevante, ma accanto alla produzione per così dire ufficiale (non sempre in regola con gli imprimatur e la pur farraginosa legislazione dell’epoca in materia) circolavano abbondantemente manoscritti, gazzette, fogli volanti, ballate, opere teatrali ecc., tutta una serie di produzioni dalla vita breve, estemporanea, consumata per diletto o curiosità e subito “sorpassata” da altre novità (su questi temi vedi anche Giorgio Caravale, Libri pericolosi).

Nello specifico, ciò che accadeva nelle aule dei tribunali debordava al di fuori e i processi divenivano occasione di discussioni, commenti e dicerie di un pubblico eterogeneo: piazze, botteghe, salotti, cortili, fiere, le notizie viaggiavano ed era difficile tenerle sotto controllo (p. 55) (Sulla diffusione delle notizie, in generale, vedi Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Giudici e avvocati erano consapevoli al punto dell’importanza di quanto accadeva al di fuori dai tribunali che infarcivano le loro arringhe e i loro resoconti di spunti e strategie comunicative prese spesso di peso da romanzi e opere di vario genere: la destrezza oratoria, da sola, non era sufficiente per convincere. Per essere realmente efficace su entrambi i fronti – verso i giudici e verso il pubblico – doveva trasformarsi in una prosa capace di destare emozioni, di colpire addetti ai lavori e spettatori. Da un lato, “l’apertura dei processi al dibattito pubblico era [per loro] un’opportunità”, anche se non priva di pericoli (pp. 67, 80 ssgg. La citazione è a p. 65); dall’altro essi “non si accontentavano di costruirsi una solida reputazione all’interno del foro, ma cercavano di arrivare ad un uditorio molto più ampio, trasformando le loro arringhe in comizi” (p. 59).

Dunque, molto spesso, le argomentazioni degli avvocati non erano affatto asettiche concatenazioni logiche di argomenti e spiegazioni: “i legali cercavano di rintracciare nei documenti della controparte espedienti usati da scrittori famosi: smascherarli poteva rivelarsi decisivo in tribunale” (p. 52).

Ciò significa – e i molti scritti riguardanti il frate lo provano – che, in una certa misura, anche le memorie difensive o della accusa si trasformavano in opere per certi aspetti o in alcune parti trasfigurate, ingigantite o rimpicciolite, romanzate e diventavano una sorta di (sotto)genere letterario.

Detail van een gezicht op Napels in vogelvluchtperspectief – 1629 – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain. https://www.europeana.eu/it/item/90402/RP_P_1949_422D
Opinione pubblica?

Siamo di fronte al formarsi di quella che poi sarebbe stata chiamata “opinione pubblica”? In parte sicuramente sì. Lo prova la grande attenzione delle autorità sulla produzione libraria, “giornalistica” e teatrale esercitata da un lato attraverso forme di censura più o meno dure, dall’altro tentando di promuovere la diffusione di opere appositamente calibrate sulle classi popolari con contenuti pedagogici (vedi pp. 54 ssg). (Sulla censura, in generale, vedi anche Robert Darnton, I censori all’opera).

D’altra parte Palmieri stima un livello di alfabetizzazione abbastanza alto (circa il 40% quella maschile nelle città della penisola, un dato che per un ottocentista come il sottoscritto risulta sorprendente e interessante, dato che l’Inchiesta Agraria Jacini, pubblicata negli anni Ottanta del XIX secolo riferisce cifre più basse) cosa che annullerebbe, almeno in parte, gli steccati tra cultura alta e cultura bassa consentendo una circolazione di opere e di testi molto più ampia e frequente. Terreno spinoso dato che (a mio parere) l’ingresso effettivo, consapevolmente partecipe alle vicende della cosa pubblica, delle masse popolari nella storia avviene con (e in Italia dopo) la Rivoluzione francese – l’A. ne è perfettamente consapevole e si muove con cautela – che però aiuta a comprendere non solo la circolazione e il successo di opere famose, talvolta riscritte o riadattate all’uso di un pubblico popolare, ma anche di filoni editoriali come erano in Francia le causes célèbres.

In altre parole – e sicuramente da parte mia forzando un poco – Palmieri ci mostra interazioni tra classi sociali, cultura e istituzioni più trasversali, orizzontali che verticali. La prospettiva è estremamente interessante non solo perché il connubio stampa-riforme amplia enormemente il mercato librario e culturale ma innesca gli inizi di un nuovo rapporto tra potere e governati.

Le varie tappe del processo – conclusosi con la rimessa in libertà del frate e col suo ritiro in convento -, le memorie delle parti in causa e altre prese in esame dall’A. mostrano al pubblico i malfunzionamenti, le criticità, le falle della macchina della della giustizia di antico regime. Non a caso le opere in cui i soggetti criminali alla fine non si redimono ammonendo il lettore a non seguire il loro esempio, vengono messe al bando e i loro autori condannati a qualche pena.

In secondo luogo lo scontro tra potere religioso e potere civile vede il primo indietreggiare di fronte al progredire del secondo: i metodi inquisitoriali vengono criticati e poi banditi, la segretezza delle prove decade. Sono fenomeni che trasformano anche le figure stesse dei criminali i quali possono diventare vittime di una giustizia mal funzionante e iniqua e che, in ogni caso, introducono sfumature nella dicotomia bene/male.

Conclusioni

Fare microstoria – e con L’eroe criminale. Giustizia, politica e comunicazione nel XVIII secolo Pasquale Palmieri ci porta dentro ad un processo – è forse più difficile che fare qualsiasi altro genere di storia. La microstoria ha senso e valore soltanto nella misura in cui viene connessa e fatta interagire con la grande storia. In questo Palmieri dimostra una competenza e una capacità di prim’ordine. Collega il processo alla vita economico-politica del Regno e il Regno al quadro geopolitico europeo. Inserisce il processo all’eroe criminale nei filoni letterari dell’epoca e li scompone e li ricompone per mostrare al lettore scarti, mutamenti e passaggi. Usa e integra le molti fonti d’archivio a una letteratura amplissima, italiana, anglosassone e francese.

Personalmente ritengo che fare storia sia sempre interpretare come e perché i fatti si collegano tra loro, e in questo Palmieri è inappuntabile: spesso interviene proprio per spiegare al lettore il proprio metodo di indagine e di studio. Avrebbe potuto anche diluire le sue interpretazioni in una narrazione più ampia, più descrittiva. Non è una critica, ma un’osservazione dettata anche dalla sua capacità di muoversi tra più livelli e una facilità di scrittura ammirevole.

Infine, brevemente, va da sé che l’A. si interroga sui problemi del presente. In questo senso il suo libro offre spunti interessanti per seguire le metamorfosi di una comunicazione che va divenendo sempre più diretta tra coloro che governano e i governati, spesso saltando i canali di intermediazione. E da questo punto di vista l’eroe criminale ha molto da dire.

Buona lettura.

 

Recensione. Daniel Roche: Il popolo di Parigi

A più di duecento anni di distanza il perché sia scoppiata la Rivoluzione francese resta ancora un mistero. Anche volendo tener conto delle molte concause che, a un certo punto, intrecciandosi hanno dato vita a una miscela esplosiva che poi ha fatto divampare l’incendio, gli storici continuano a interrogarsi. (A conclusioni simili giunge anche Jeremy D. Popkin: Un nuovo mondo inizia). Con Il popolo di Parigi. Cultura popolare e civiltà materiale alla vigilia della Rivoluzione, Daniel Roche non si occupa della popolazione parigina durante la Rivoluzione, ma prende in esame l’intero XVIII secolo.

Il libro è un vagabondare lungo un secolo in una città enorme e in continua espansione come Parigi. Già l’idea, di per sé, non può non attirare il lettore tanto più se l’invito viene da uno storico originale come Daniel Roche.

Che cos’è il popolo?

Popolo è una definizione vaga e incerta: comprende tutto e definisce poco. Popolo può essere il barbone come il rigattiere, il barbiere come il facchino, il piccolo commerciante come la prostituta, la sarta come il macellaio o il fornaio… (senza dire che già all’epoca a Parigi c’erano molti stranieri). Tutti questi soggetti o gruppi sociali possono avere atteggiamenti, reazioni, mentalità, aspirazioni o timori anche molto diversi tra loro. Come tenerli assieme, cos’è, se c’è, che li lega, che li rende un corpo in qualche modo unico?

Scotin, Jean-Baptiste (1678-17..). Graveur, [Illustrations de Description de Paris], 1742. Fonte: Gallica

Gli storici hanno bisogno di definire, sono costretti a fare dei “tagli”, delle distinzioni. Daniel Roche ha scelto di definire il corpo sociale che intende studiare escludendo verso il basso il fitto sottobosco dei marginali e dei piccoli criminali e verso l’alto dalla media borghesia in su. Entro questi limiti si colloca il grosso della popolazione parigina: 3/400 mila persone a inizio Settecento, 350/450 mila alla vigilia della Rivoluzione su una popolazione complessiva di stimata sui 6/700 mila abitanti. È senza dubbio una fetta di popolazione notevole, ma resta pur sempre una decisione arbitraria. Già al momento della pubblicazione del libro (Il popolo di Parigi è apparso circa quarant’anni fa), Foucault aveva dimostrato che il confine tra legalità e illegalità era molto labile e veniva attraversato frequentemente dalle classi popolari. Roche lo sa perfettamente (p. 76), ma queste figure entrano in modo sporadico nel libro.

Nella scala sociale, verso il vertice, il confine tracciato da Roche è rappresentato dai domestici, una parte non trascurabile della popolazione parigina: sono circa 40.000 le persone che vivevano di questo mestiere nella capitale francese. L’A. decide di focalizzarsi su di loro benché sia una professione spesso transitoria, perché i domestici assorbono le influenze delle classi superiori e, contemporaneamente, a loro volta, sono portatori di abitudini e mentalità delle classi popolari.

Desrais, Claude-Louis (1746-1816). Dessinateur, [Petits métiers et cris de Paris]. D décroteur, a la marotte. E Encre pour écrire, encre double et luisante. F fanchon la vielleuse. G gateaux de Nanterre, gateaux fins. H habits vieilles bottes a vendre. J jardinier. Fonte: Gallica

In realtà si ha l’impressione che, prendendo in esame soprattutto i ceti salariati, l’A. tenti di delineare i contorni di una classe operaia che però, all’epoca, non esisteva o comunque aveva caratteri pre-moderni e piuttosto vaghi. Roche è comunque molto lontano da Marx. In ambito storiografico le sue guide sono piuttosto Jaurés, Michelet e Braudel mentre tra gli autori coevi la sua predilezione va a Mercier e Retiff de la Bretonne: entrambi sono autori di opere che non hanno – né potrebbero avere – valore storiografico; Roche le utilizza come il bastone nelle mani del rabdomante. Mercier è autore di una opera monumentale su Parigi; Retiff scrive sul popolo con l’occhio dell’alta società. Ne deriva un incrocio che se pure necessita di molti accorgimenti, nelle mani di uno storico esperto e navigato come Roche diventa una leva capace di far sbalzare agli occhi del lettore l’impressione viva di una città in perenne fermento: “tra il popolo caldo della storia militante e il popolo freddo di una storia troppo ragionata, bisogna tentare di ritrovare l’identità specifica di una classe nel suo costituirsi” (p. 50).

Tra questi due estremi, ricchi e poveri, indigenti e arricchiti, popolo e marmaglia convivono, si mescolano, si contaminano. Nel corso del secolo Parigi cresce molto più per l’immigrazione che per le nascite: la città è una calamita che attira gente in cerca di occupazione e di occasioni. Tuttavia, lo sguardo sul lungo periodo – tutto il XVIII secolo – consente a Roche di certificare l’impoverimento delle classi popolari: circa i 2/3 dei salariati sono diventati più poveri: non riescono a vivere senza qualche forma di sussidio o senza entrate supplementari.

Lequeu, Jean-Jacques (1757-1826). Dessinateur, Coupe longitudinale d’une maison de plaisance: le temple du Silence, 1788. Fonte: Gallica
Descrizioni

Non stupisce quindi che gli alloggi dei ceti più poveri siano troppo ristretti, inadeguati e freddi: proteggersi dal freddo è ancora una priorità, anche se il grande problema e, insieme, l’elemento che certifica le difficoltà in cui si dibattono i ceti più umili è la promiscuità delle famiglie numerose in una o due stanze: “l’intimità è innanzitutto rifugio per la sessualità” (p. 215); per il resto il privato è quasi inesistente. Il letto diventa accessibile a quasi tutti, ma i domestici che hanno trovato un’occupazione duratura possono permettersi di spendere per quest’oggetto il triplo di quanto fanno famiglie con occupazioni saltuarie (che spesso, al momento di pagare l’affitto, se la squagliano alla chetichella nottetempo).

La descrizione minuziosa degli oggetti – tende, specchi, brocche, ceramiche, stoviglie, orologi, carte da parati ecc. – diventano nelle mani di Roche sia oggetti la cui presenza o assenza certificano in qualche modo l’appartenenza a un gruppo sociale, sia rimandi a contesti e situazioni più generali. Lo si vede, per esempio, nelle pagine in cui si occupa del vestiario. “Nel XVIII secolo” scrive Roche, “gli strati popolari di Parigi conoscono una rivoluzione che coinvolge il loro abbigliamento” (p. 263): i tessuti di lana, un tempo predominanti, hanno perduto il loro primato a favore di tessuti più leggeri come le indiane e il cotone. Tessuti economici e più comodi, ma anche più colorati, più sgargianti, più sensuali. Un tempo sfoggiare abiti colorati e appariscenti era un modo per segnalare l’elevatezza dello status sociale. Ora il fatto che i ceti popolari se ne siano in qualche modo appropriati può indicare una “discesa” dall’alto dei gusti. Ma forse è eccessivo sostenere che le classi popolari risentono e copiano “i dettami stilistici che cadono dalle classi superiori” (p. 263). Può essere, anzi l’A. lo documenta per i domestici i quali, dopo averli riadattati al loro rango, riadattano i vestiti dismessi dei loro padroni (p. 251). Ma riguardo al resto della popolazione bisognerebbe verificare il vasto campo del riciclo, del mercato nero, delle donazioni di beneficenza.

Bosch, Pieter van denPays-Bas, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 1842 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010062121 – https://collections.louvre.fr/CGU

Senza dubbio l’idea di studiare il modo di vestire popolare partendo dagli sventurati che sono caduti o si sono gettati nella Senna è a suo modo geniale perché consente di “vedere” i vestiti indossati ogni giorno, ma ci sono dinamiche, scambi, abitudini che lasciano tracce minime che non consentono di seguire percorsi, o non ne lasciano affatto: vale per i pantaloni – sorprendentemente poco usati – o per i vestiti di lino o per gli abiti dei bambini (p. 219) : senza dubbio circolavano, ma semplicemente gli inventari non dicono nulla sulle dinamiche degli scambi. Ritenere la stima del 10/15% del reddito per le spese del guardaroba può essere interpretato come prova di una maggiore disponibilità finanziaria (p. 247), ma potrebbe anche essere indizio di un rialzo dei prezzi o essere dovuto alla diversa e più facile e frequente deperebilità del cotone rispetto alla lana. Così come forse è eccessivo sostenere che “per la prima volta nella storia viene sperimentato con l’abbigliamento popolare un sistema di consumo di massa che […] fa posto al superfluo” (p. 264).

Le persone si mescolano

In linea generale concedersi il superfluo significa aver prima appagato le necessità, il che sarebbe in contrasto con altre affermazioni nel libro a testimonianza di un impoverimento lungo il secolo. Ma Roche, in questo non ha torto: si può far sfoggio di qualcosa di superfluo anche se si è in stato di necessità: ad esempio, poco prima della popolazione tre domestici su cinque e un salariato su tre aveva un orologio (p. 303).

La gran parte della popolazione parigina sa leggere e scrivere, ma legge relativamente poco o, almeno, sono pochi quelli che possiedono libri (p. 286). Ma mano che ci si inoltra nel secolo Parigi diventa una città che deve essere “letta”: insegne e vie, piazze e manifesti fermate di posta e osterie (pp. 305-313).

Roche ci svela abitudini in auge fino a non molto tempo fa ma oggi quasi scomparse: le classi popolari vivevano in buona parte a credito: monte dei pegni, piccoli prestiti, pasti a credito. L’abitudine di consumare per poi pagare in seguito era estremamente diffusa. C’è anche, e l’A. fa bene a segnalarla, “un’economia della donazione che non entrerà mai nelle statistiche storiche” (p. 359) che ha come punti di riferimento relazioni famigliari, amicali, di vicinato o anche occasionali.

Le pagine dedicate alla convivialità imperniata sulle osterie sono splendide: osterie e taverne sono un “crocevia tra il mondo stabile della città […] e quello erratico della mobilità” (p. 356): si vende di tutto e di tutto si compra; si cerca e si trova lavoro; si discute di politica e ci si organizza; si discute, esaltati dal vino che scorre abbondante, di donne e di cose di bassa lega, si litiga e si arriva a zuffe generali; ci si riempie lo stomaco per pochi soldi – e a volte si mangia anche bene -; ci si informa, si scambiano notizie (sulla circolazione delle notizie, si veda: Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi). C’è una dimensione corale che al lettore di oggi può sfuggire: le osterie sono sempre frequentate, dall’apertura alla chiusura, con il pienone a pranzo e cena.

Demachy, Pierre-AntoineFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, DL 1989 3 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010061238 – https://collections.louvre.fr/CGU
Conclusioni

Non c’è contraddizione tra l’impoverimento degli anni che precedono la Rivoluzione e l’effervescenza e il pullulare dei ritrovi: “il vivere alla giornata fa parte della cultura popolare” (p. 360). Nel far rivivere il popolo che abita la capitale, Roche si affida soprattutto a quelli che definisce “archivi dormienti”, i testamenti, gli inventari, i lasciti (pp. 77 ssgg.) e i documenti di polizia. Il risultato è un libro ricchissimo di percorsi e di intrecci e in molte sue parti riuscito egregiamente. Così, ad esempio, “il mobilio popolare consente ad un tempo di comprendere la riorganizzazione dello spazio domestico” (p. 203) mentre la sostituzione di utensili con altri, spesso più comodi e funzionali o più ridotti o efficienti, indica mutamenti nella mentalità (p. 193). Spesso sono scarti minimi, quasi impercettibili nell’immediato i cui effetti diventano palesi solo sul lungo periodo: vale per il ricambio degli utensili della cucina (stufe incluse) come per le calzature.

Dopo aver condotto uno studio per alcuni aspetti accuratissimo, le conclusioni dell’A. non sono nette e ben delineate. Anche se l’A. si tiene alla larga dall’ossessione di molti storici sulle origini della Rivoluzione, quel fantasma inevitabilmente aleggia in tutta l’opera. Ma probabilmente ha ragione Roche nel giungere a conclusioni elastiche; non sceglie tra una Rivoluzione figlia della miseria o di una maggiore prosperità – anche se in conclusione del libro propende più per questa ipotesi. Ciò che ha tentato di fare in questo libro è dimostrare l’obliquità e l’ambivalenza della storia, il suo essere in parte sfuggente e per certi aspetti inafferrabile.

Scritto quarant’anni fa, Il popolo di Parigi risente anche del modo di allora di scrivere la storia. Roche ha una scrittura molto densa, ma anche molto viva e spesso ammaliante. Ci ha regalato un libro piacevole e prezioso.

Buona lettura.

lo storico della domenica
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