Recensione. Mimmo Franzinelli: Storia della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945)

Storia della Repubblica Sociale Italiana di Mimmo Franzinelli ha molti meriti. Il primo è quello di essere un libro rivolto a un pubblico ampio, di non specialisti. È bene che uno storico che studia da sempre il fascismo pubblichi un libro con questo taglio. La Repubblica Sociale è ancora ammantata di leggende e vere proprie falsità.

Il secondo merito del libro che mi preme segnalare risiede nella sua struttura. Franzinelli inserisce numerose brevi biografie di molti protagonisti. Lo fa non con un’appendice (come ha fatto anni fa in Squadristi), ma le rende parte integrante della narrazione. È un’operazione vincente, a mio avviso, perché consente al lettore di rendersi conto dell’inestricabile intreccio tra le caratteristiche della Repubblica: violenza – moltissimi sono gli ex squadristi della prima ora poi relegati in posizioni marginali durante il ventennio che ora occupano ruoli importanti -, corruzione, opportunismo, sudditanza verso l’alleato, codardia personale (molti dei memoriali inviati a Mussolini sono patetiche e piagnucolose autodifese e mistificanti autorappresentazioni), razzismo.

L’estrema fragilità della Repubblica, è dovuta certamente anche al fatto che i suoi organi sono sparpagliati sul territorio, ma anche perché l’incredibile quantità di corpi, polizie ecc. sono quasi sempre feudi personali di potere di singoli, spesso usati uno contro l’altro per rivalità, ruggini vecchie mai sopite, sete di ribalta o di vendetta e affarismo.

In secondo luogo queste biografie gli consentono di spostarsi da un argomento all’altro. Si possono prendere alcuni temi centrali. Mussolini non si “sacrificò” affatto per il bene dell’Italia evitandole un trattamento più duro da parte dei nazisti; la RSI non fu l’espressione di un tragico tentativo da parte di idealisti di riscattare il fascismo finito vittima di traditori. Era piena zeppa di gente della peggior specie: criminali, delinquenti, ladri, speculatori. Quasi tutti millantavano onestà e probità, ma così come il regime fascista era stato incredibilmente corrotto, lo fu anche la Repubblica Sociale. I pochissimi che avevano intenzione di “fare pulizia” si trovarono immediatamente le mani legate dalle manovre dei tantissimi che avevano moltissimo da nascondere e niente da guadagnare dalla carriera politica fatta durante il ventennio: non se ne fece nulla perché, come osserva giustamente l’A. a p. 92: “il fascismo non può certo condannare sé stesso”.

Il “fantasma” di Mussolini

La corruzione e la sete di arricchimento non sono l’unico cordone ombelicale col ventennio. Al centro vi è Mussolini. Un uomo assolutamente impotente, alla completa mercé dei nazisti, oscillante tra rassegnazioni e rigurgiti di protagonismo. Il Mussolini che emerge dal carteggio con la Petacci è la figura di un poveraccio: capace di ammaliare le folle, ma meschino e insicuro, debole e soprattutto codardo (del resto lo dimostra la sua fine… il capo del fascismo che per vent’anni ha predicato le virtù guerriere dell’audacia e del coraggio per poi finire fuggiasco travestito da soldato tedesco. In questo senso molto più dignitosa di lui fu la Petacci). La versione di un Mussolini che si sacrifica per il bene dell’Italia viene demolita nel corso della trattazione: L’Italia occupata dai nazisti viene sistematicamente spogliata di tutto. E questo aspetto rende schizofrenici i repubblichini: vorrebbero combattere alla pari coll’alleato, promettono di promuovere giustizia ed equità sociali, ma senza la presenza dei tedeschi crollerebbero in un attimo. La loro è una condizione di impotenza che genera continuamente una corrente di frustrazione che permea tutta la vicenda. Incapaci di provvedere a un popolo immiserito, spogliato, sfruttato e brutalizzato dall’alleato, anziché riconoscere il fallimento del ventennio, gli si ritorcono contro: nella loro ottica gli italiani meritano il trattamento brutale dell’alleato che combatte la guerra al loro posto.

È questa la responsabilità più grave della repubblica di Salò. Franzinelli giustamente mette in risalto il fatto che è il riapparire sulla scena di Mussolini ad alzare l’asticella della violenza. Lo si vede fin da subito con la reazione del neo-fascismo, all’omicidio del federale di Ferrara Igino Ghisellini: “La vendetta ordinata dal Congresso di Verona segna dunque la svolta decisiva verso la guerra civile” (pp. 54 e 60). Le ritorsioni indiscriminate, l’uccisione di innocenti, l’esposizione di impiccati e fucilati per giorni sono tutti elementi introdotti dai repubblichini e diventano “marchi di fabbrica” della Repubblica Sociale.

Non è un caso se ad emergere fin da subito è l’ala più violenta e radicale della repubblica: dietro a una confusa retorica di rinnovamento – “sociale” la repubblica non lo sarà mai, nemmeno lontanamente – hanno gioco facile coloro che puntano all’estremizzazione del conflitto. I repubblichini vedono (e non di rado immaginano) complotti e nemici dappertutto. Il tema del tradimento è fondamentale per capire il contesto: traditori sono i gerarchi che hanno deposto Mussolini il 25 luglio 1943; lo sono ovviamente i partigiani; ma lo sono anche – nella testa di molti – tutti gli italiani che non appoggiano la Repubblica. La replica dello schema adottato dal fascismo delle origini, di creare disordine in funzione dell’ordine fallisce miseramente: fatta eccezione per i tedeschi, non c’è quasi nessuno a sostenerli e comunque non forze nemmeno lontanamente sufficienti.

E ancora. La Repubblica non esita ad arruolare nelle proprie fila ragazzini che sono poco più che bambini. Gli ex fascisti (e non solo loro, purtroppo) che hanno parlato dei “ragazzi di Salò” che andavano a cercare “la bella morte” dimostrano con questo atteggiamento di rifiutarsi di fare i conti con quella storia: si dovrebbe pur riflettere sulla manipolazione di adolescenti.

Di “bello” la Repubblica Sociale non ha avuto niente. Franzinelli ci restituisce un mondo claustrofobico, in cui tutti sono contro tutti, pervaso di meschinità e colpi bassi a tutti i livelli, costantemente, dall’inizio alla fine. Un mondo di maschi, intriso di maschilismo in tutte le sue componenti, nel quale le donne vengono accettate e accolte soltanto se acconsentono a militarizzarsi e di sottostare a pregiudizi che in realtà nascondono un mondo di uomini fragili, deboli, subdoli, spietati ma vigliacchi.

Il “vischio” ereditato

C’è una vischiosità che impregna questa vicenda. I rapporti – tra i vari esponenti, tra i molti corpi militari, tra il partito e il governo, tra il governo e i nazisti, tra Mussolini e i sottoposti… – non sono mai lineari, mai schietti, mai diretti. Sono sempre obliqui, ambivalenti, spesso untuosi, opachi. A ben guardare questa è un’eredità del regime. Il fascismo fu un grande imitatore: gran parte dell’apparato assistenziale messo a punto dal regime (e che oggi ancora molti scambiano per “welfare” mentre invece era assistenza perché non si basava sul riconoscimento di diritti, ma di beneficenza calata dall’alto) era già presente in nuce nell’Italia liberale (le colonie si innestano sugli Ospizi Marini, l’OMNI su Opere Pie preesistenti). Il fascismo ebbe l’intuizione, vincente – bisogna di riconoscerlo – di colmare la distanza tra governati e governanti. Si tratta di un fenomeno diffuso: penso ad esempio ad una buona parte di agronomi e studiosi cooptati per la bonifica integrale – Serpieri, Jandolo ecc. Il regime gli mise a disposizione enti, strumenti e materiali per lavorare. La repubblica sociale riprende questi metodi: i Bombacci e altri che venivano da percorsi e storie lontane e avverse al regime non sono il frutto della banale equiparazione tra totalitarismi (i compagni in camicia nera); sono lì perché il regime sapeva attrarre e piegare molti soggetti (ad esempio, nel 1931 Mussolini recupera Bombacci, dopo che era stato espulso quattro anni prima dal partito comunista, pp. 201 ssgg.). Durante il ventennio, uomini di questo genere fanno comodo al dittatore che li utilizza a seconda dell’immagine che vuol fornire in un determinato momento. Autore di uno studio fondamentale sull’OVRA, Franzinelli queste cose le conosce bene e ci regala un panorama di intellettuali e ingegni dagli atteggiamenti a volte sorprendente. (Ma qui ci si addentra in una storia lunghissima di “mecenati” e raccomandati, di élites e servilismo).

Queste considerazioni ci portano ad altre osservazioni. Così come il regime era stato un formidabile laboratorio di mistificazione (e non a caso lo scollamento tra regime e società avverrà anche l’incapacità del regime di mantenere quanto continuamente promesso, vedi: Paul Corner, Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura); così la repubblica sociale riutilizza questa eredità: c’è una distanza colossale tra propaganda e realtà. Questa volta però gli italiani non ci cascano più; il che non vuol dire che diventino antifascisti in senso stretto: diventano ostili alla repubblica. Il sentirsi “élite” da parte di molti protagonisti di Salò è anche frutto di una linfa che viene da questo isolamento. E tuttavia una parte di questa opera di falsificazione è traghettata nell’Italia repubblicana. (Ma questo lo si deve in buona parte alla mancata epurazione sulla quale non è questo il momento di discutere).

Chiudo con due cenni che però sono importanti nel libro. Il primo riguarda il razzismo e l’antisemitismo: al contrario di quanto spesso si continua a sostenere, l’antisemitismo fu una componente essenziale della repubblica sociale e le responsabilità sono di molti, non solo dei più accaniti razzisti come Preziosi. Infine, nel libro vi sono decine e decine di fotografie. L’A. le usa non come corredo, ma come documenti: esse testimoniano l’atrocità di quei tempi, la sudditanza dei repubblichini ai nazisti, ma soprattutto il clima lugubre di quell’esperienza.

Non ho esaurito gli argomenti del libro e i suggerimenti che contiene. Il lettore li troverà da sé, aiutato da puntuali riferimenti archivistici e bibliografici. Con Storia della Repubblica Sociale Italiana, Mimmo Franzinelli ci regala un libro importante, scritto con una penna agile, coinvolgente e precisa al tempo stesso.

Buona lettura.


Giorno della memoria. Una rivista e un’enciclopedia

I Quaderni dell’ANEI e un’Enciclopedia sull’Olocausto perché un Giorno della memoria non basta

Ho molti dubbi sull’utilità di fissare per decreto ricorrenze sul genere del Giorno della memoria. Per qualche giorno veniamo inondati di film, servizi, interviste, cerimonie ecc. poi tutto torna come prima.

La storia contemporanea nelle scuole non viene fatta studiare e il risultato è sotto agli occhi di tutti. Stando a un sondaggio di questi giorni pare che nell’ultimo quindicennio sia aumentato in modo esponenziale il numero di quanti credono che i campi di sterminio non siano mai esistiti.

Tuttavia è evidente che qualcosa bisogna fare e può essere fatto. Come sempre, il materiale per informarsi e informare non manca. Anzi, navigando su internet le fonti sono numerose. (La questione del livello della loro affidabilità aprirebbe un problema che, sebbene importante, porterebbe via molto tempo e non rientra nell’ambito di questo articolo).

Emanuele Catone, che con gentilezza mi segnala progetti importanti mi ha indicato i Quaderni del centro di studi sulla deportazione e l’internamento realizzati tra il 1964 e il 1995 dall’Associazione Nazionale Ex Internati nei lager nazisti (ANEI).

Si tratta di 13 volumi

di raccolta di testimonianze e documenti condotta con metodo interdisciplinare e che ha coinvolto oltre ai testimoni diretti, anche storici, sociologi, psicologi, giuristi, medici, collaboratori italiani e stranieri.

Per ampliare lo sguardo sul fenomeno qui mi limito a indicare un’altra opera particolarmente importante, l’Holocaust Encyclopedia disponibile sul sito dell’United States Holocaust Memorial Museum.

Un Giorno della Memoria non è sufficiente (e non lo è di certo nemmeno un blog come questo), quindi penso sia il caso di indicare progetti un poco per volta.

Recensione: Carl Ipsen Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista

Carl Ipsen
Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista
Il Mulino, 1997, pp. 393.

In questo libro Carl Ipsen studia un aspetto delle vicende del regime fascista, ma le sorprese che quest’opera ci regala sono molte. Ipsen entra nel fascismo da una posizione defilata, ma essendo la demografia e la statistica argomenti non solo centrali per gli stessi fascisti, ma correlati a molti altri, arriva al cuore del regime e apre diverse piste di approfondimento con congiunzioni puntuali e affidabili dal punto di vista metodologico.

Il libro infatti è frutto di un notevole lavoro di scavo archivistico presso l’Archivio Centrale dello Stato e di uno studio approfondito delle fonti secondarie e della bibliografia. Strutturato in cinque capitoli Ipsen intreccia argomenti e considerazioni lungo tutto il testo, ma mette il lettore in condizione di riprendere il filo di un discorso abbandonato in precedenza segnalando i rimandi.

La Grande Guerra, falcidiando le generazioni più giovani e produttive dei paesi che presero parte al conflitto, pose in primo piano il problema del declino demografico. In Francia questo tema aveva investito l’opinione pubblica già dopo la catastrofica guerra contro la Prussia nel 1870-71; in Gran Bretagna e in Germania si affacciò non molto più tardi.

L’Italia aveva il problema opposto. Dalla seconda metà dell’Ottocento “l’Italia divenne il maggior Paese esportatore di popolazione della storia” (pp. 38, 43); un fatto che aveva diviso la classe dirigente liberale tra favorevoli (in quanto l’emigrazione manteneva a livelli accettabili la conflittualità sociale e garantiva la disponibilità di manodopera a basso costo) e contrari (a partire erano le giovani generazioni e quindi, in prospettiva, vi era chi temeva un impoverimento del paese).

Nei decenni tra le due guerre le democrazie liberali non godevano di buona salute. Anzi, gli stati fascisti (e in una certa misura l’Unione Sovietica) prevedevano che avesse i giorni contati. Tutti gli stati totalitari hanno cercato di modificare in qualche modo la società dei paesi che dirigevano.

In questo senso la centralità e l’importanza che il fascismo riservò alla demografia e alla statistica spiega molto sui suoi intenti di “rimodellare economicamente e ideologicamente la società italiana” (p. 41). Ne sono dimostrazione concreta la creazione dell’OMNI nel 1925, dell’ISTAT nel 1926 (potenziato negli organici e adeguatamente finanziato rispetto all’Istituto precedente) e la promozione di una politica pronatalista annunciata da Mussolini col “Discorso dell’Ascensione” del 1927.

Creato nel 1926 l’ISTAT fu potenziato negli organici e nei fondi. Gli stati totalitari (il fascismo non riuscì mai a diventarlo ma era una sua aspirazione) necessitano maggiormente di dati statistici rispetto alle democrazie perché fungendo da grande “osservatorio” sulla vita del Paese essi consentono, almeno in teoria e in prospettiva, la possibilità “di gestire la popolazione”, e il fascismo era convinto di poter esercitare non soltanto forme di controllo, ma anche di influenzarne il comportamento della popolazione (p. 298). Non a caso l’ISTAT doveva rispondere della propria attività al Ministero degli Interni che ne fece uno strumento non soltanto di studio, ma di propaganda politica: Mussolini “vide nelle statistiche ufficiali un mezzo per […] ottenere i dati necessari per il controllo autoritario della società [e] un mezzo per formare una migliore coscienza nazionale” (p. 112).

La nascita dell’Opera Nazionale Materità e Infanzia (ONMI) riflette il tentativo del regime di far fronte alla mortalità infantile, che in Italia aveva percentuali molto più alte rispetto alle altre potenze europee, un fatto che poneva in imbarazzo il regime a livello internazionale (p. 95). In realtà, l’ONMI non fu una creazione fascista. Ipsen osserva giustamente che il regime in più occasioni riprese, ampliandole e ramificandole, iniziative già in atto durante il periodo liberale post-unitario. È il caso dell’assistenza all’infanzia abbandonata e al congedo e all’assicurazione di maternità (p. 49).

Tuttavia, nonostante l’imponente sforzo propagandistico, l’ONMI non fu adeguatamente sostenuta; i fondi a sua disposizione furono sempre al di sotto delle necessità reali, tanto più che il regime demandò all’ente un notevole numero di mansioni, non ultimo un controllo di tipo poliziesco nel contrasto all’aborto (pp. 98-100), proibito fin dal 1926 (ma gli aborti clandestini rimasero diffusi). In secondo luogo la sua funzione si confuse e/o venne a cozzare con quella di altri enti: Opere Pie e Brefotrofi, ad esempio ma non solo. In terzo luogo, l’ONMI riuscì ad avere una qualche incidenza concreta in realtà circoscritte: funzionò relativamente bene nelle regioni più ricche del Nord del Paese e in alcune città (ad esempio Roma), ma nell’Italia meridionale l’efficacia del suo intervento si rivelò modesto.

Infine, sebbene in qualche misura questo come altri enti possa essere considerato come un precursore dello stato sociale moderno, l’Autore mostra con dati convincenti che lo fu solo in parte: soprattutto nelle campagne – e cioè nel settore produttivo più importante – gran parte delle donne rimase a lungo scoperta dalla protezione sociale garantita alle partorienti che lavoravano in altri settori, oppure ne furono coinvolte con molto ritardo e con misure più ristrette.

D’altra parte, ONMI e politica pronatalista erano iniziative che non potevano non incontrare il consenso, se non il sostegno, delle gerarchie ecclesiastiche in quanto andavano incontro alla sua concezione di famiglia tradizionale (pp. 92-93). La concezione fascista della donna subordinata e dipendente dal marito capo famiglia combaciava perfettamente con quella di madre e custode del focolare domestico di matrice cattolica. Ma Ipsen smentisce questa immagine idilliaca: l’economia italiana aveva bisogno delle donne nelle fabbriche, negli uffici e nei campi, perciò la propaganda mascherava una situazione molto diversa da quella che gli statistici dimostravano dati alla mano.

Dall’apparente aridità dei numeri e delle cifre emergono, man mano che l’A si sofferma a illustrarli, spaccati significativi dell’Italia del tempo: mancanza di levatrici e personale adeguato nell’assistenza al parto, insufficienza delle strutture ospedaliere, ridimensionamento dei benefit elargiti dal regime. (Tutto questo, comunque, rivelato e mostrato puntualmente, non impedisce all’A. di riconoscere aspetti modernizzanti del regime).

Famiglia tradizionale e numerosa significava anche, nella propaganda di regime, famiglia contadina. Ufficialmente il fascismo fu nemico della vita cittadina, accusata di infiacchire fisico e volontà degli abitanti e di deprimere l’incremento demografico.

La “ruralizzazione” e le bonifiche furono esperimenti che andavano in questa direzione. Anche in questo caso i risultati furono generalmente al di sotto delle aspettative: se non mancano esperimenti che, sul lungo periodo e ben oltre la durata del fascismo, avrebbero dato buoni risultati (Ipsen ne segnala e ne illustra uno in Sardegna), negli altri casi, incluso l’Agro Pontino, fiore all’occhiello della “bonifica integrale”, nel migliore dei casi i risultati furono in chiaro-scuro se non fallimentari. Anche i tentativi di trattenere i flussi migratori interni verso le città – con una legislazione apposita – non incontrò grande successo.

Complessivamente le misure pronataliste messe in campo dal fascismo incisero parzialmente sulle abitudini sessuali e demografiche degli italiani: ciò dipese da un lato dalla scarsa attitudine degli italiani a esporre il proprio vissuto privato e la propria intimità; dall’altro dal fatto che sebbene le iniziative fossero numerose spesso si trattò di misure parziali e farraginose.

L’Autore mostra molto bene, a più riprese, accavallamenti di competenze tra i vari enti che si disputavano posizioni di potere nel fitto sottobosco di enti statali, parastatali, provinciali e comunali e non di rado lo stesso Mussolini dovette intervenire e mediare tra diverse esigenze e aspirazioni.

Piuttosto stranamente, vista l’importanza che Mussolini riservava al genere di studi e sebbene godessero di fondi cospicui, statistici e demografi emersero tardi, verso la fine degli anni Trenta, come personalità di primo piano nel regime, anche se Ipsen riconosce più volte che il regime migliorò sensibilmente l’organizzazione e l’affidabilità dell’ISTAT e dei rilevamenti statistici. Alla guida dell’ISTAT lavorarono uomini di valore: Gini forse sopra tutti, ma anche altri.

Politica pronatalista per un regime che aspirava a diventare una potenza imperialista significò se non il blocco, quanto meno la drastica riduzione dell’emigrazione. O meglio, il regime tentò di travasare la popolazione in esubero in Italia nell’Impero. Perciò da un lato demografia e statistica dovettero occuparsi del problema razziale, soprattutto dopo le leggi del 1938, ma dall’altro, anche rimanendo all’interno del proprio ambito di ricerca, l’A. mostra in modo molto chiaro la fragilità delle pretese espansioniste e della capacità di controllo del regime: molti censimenti nelle colonie furono rimandati, non effettuati e la raccolta di dati fu molto parziale.

In conclusione, alla prova decisiva della guerra gran parte delle aspirazioni del regime non si erano realizzate se non molto al di sotto delle aspettative.

Questo è un libro prezioso sia per la solidità dell’impianto documentario e interpretativo, sia perché apre un ventaglio di questioni fondamentali in varie direzioni: storia economica, storia sociale, storia della politica estera, storia del colonialismo, storia della propaganda ecc. Il lettore curioso può approfondire le varie diramazioni anche grazie a una corposa e puntuale bibliografia.

Purtroppo non è un libro facile da reperire in libreria. Bisogna setacciare quelle che commerciano anche l’usato. Ma d’altra parte le biblioteche esistono proprio per rimediare alla mancanza di ristampe. Ed è sempre un bell’andarci, no? Questo libro vi offre un motivo in più.