Recensione. Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio

Una storia del manicomio di Bologna che va molto al di là del caso locale. Un libro veramente bello e prezioso.

Come già accennato in altre recensioni e articoli, la storia dei manicomi italiani si sta rinnovando e aumenta il numero di monografie a nostra disposizione.

Con Memorie di trasformazione di Cinzia Migani, si aggiunge un nuovo segmento alla conoscenza delle istituzioni manicomiali. Nello specifico, il libro di Migani ripercorre la tormentata storia del manicomio di Bologna.

Storia travagliata e di lunga durata come si evince dal primo, agile capitolo; Un lungo percorso che affonda le proprie radici negli albori della storia moderna e conosce un continuo susseguirsi di ostacoli. La dismissione del Sant’Orsola, ospedale inadatto al ricovero dei folli, richiese molto tempo e conobbe molti tentennamenti: per Bologna disporre di un manicomio è stata una faccenda lunga e complicata.

In linea con quanto si era già verificato per altre strutture manicomiali, anche a Bologna la soluzione fu trovata riadattando  ad uso di manicomio un ex Convento, quello di di Sant’Isaia.  (Su questo aspetto si veda, ad esempio, il mio saggio in Storia e Futuro n. 52, aprile 2020: I matti degli altri. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864))

Immediatamente, anche quando i folli erano ricoverati al Sant’Orsola, si stagliano due fattori che hanno contraddistinto la storia della psichiatria italiana e dei manicomi: il primo riguarda la graduale enucleazione dei “mentecatti” dalla più ampia nebulosa della marginalità e la medicalizzazione cui questi soggetti vengono progressivamente sottoposti. “La psichiatria”, nota giustamente l’A. “sin dalle prime fasi del suo sviluppo nel XIX secolo, si configur[ò] come una disciplina le cui funzioni sanitarie erano strettamente congiunte, e spesso subordinate, a quelle amministrative o di governo di situazioni marginali originanti, anche nella loro fisionomia patologica, nel pauperismo” (p. 64). Di qui, la pluralità di soggetti che si occupavano in un modo o nell’altro dei mentecatti (p. 63).

Il secondo riguarda la continua sfibrante battaglia tra medici o organismi amministrativi per la realizzazione di un’istituzione che non fosse “un’offesa alla civiltà” (p. 28). I medici dovettero combattere strenuamente e spesso patteggiare soluzioni estemporanee con amministrazioni che, a loro volta, trovandosi in gravi condizioni finanziarie, non si decidevano a trovare una soluzione definitiva al problema della follia che, soprattutto a partire dai primi decenni dell’Ottocento, andava estendendosi continuamente. Nemmeno tra gli organismi amministrativi – Deputazione Provinciale e Consiglio provinciale – vi era unanimità di pareri sulle attribuzioni che avrebbe dovuto avere il manicomio: la prima guardava con apprensione i costi e il lievitare delle spese e quindi si atteneva a una stretta razionalizzazione delle risorse; il secondo intendeva riqualificare l’Istituto con l’aumento del personale e altri provvedimenti tesi a modernizzarlo anche con una collaborazione integrata con l’Università cittadina, che lo rendesse centro di ricerca scientifica (pp. 75 ss.).

il Direttore Francesco Roncati

In questo senso il direttore Roncati diede prova di tenacia indefessa e di una certa abilità nel mettere al passo il suo istituto con i precetti della “tecnica manicomiale” dell’epoca. L’A. fa emergere chiaramente la concezione repressiva che Roncati affidava alla psichiatria. L’isolamento completo, assoluto dei ricoverati, tanto all’esterno – verso i cittadini – tanto all’interno del manicomio – tra i due sessi e fra le varie forme di follia – è un chiodo fisso, pervicacemente perseguito dal Direttore. Anche agli infermieri, reclutati più in rapporto alla loro prestanza fisica che a conoscenze di medicina, era espressamente vietato rivelare all’esterno quanto accadeva dentro il manicomio (p. 58).  Attorno a questa impostazione – che svela la sostanziale sfiducia di Roncati verso la capacità di curare del manicomio – fanno da corollario l’uso continuato di mezzi di contenzione e di camere isolamento. Mentre, soprattutto negli ultimi decenni del secolo, in altri manicomi si vanno sperimentando approcci diversi e più aperti al controllo dei ricoverati, Roncati, che mantenne la direzione del manicomio dal 1871 fino al 1905, rimase ancorato a una concezione repressiva della psichiatria.

Del resto, il continuo afflusso di ricoverati pregiudicava sul nascere qualsiasi tentativo di approccio terapeutico. In un manicomio concepito per ospitare 400 alienati, alla fine degli anni Settanta ve ne erano 650 e a fronte di questa situazione congestionata la Deputazione Provinciale non disponeva delle risorse finanziarie per ampliare l’istituto. Lo stesso Roncati doveva ammettere sconsolato che il manicomio si stava trasformando in “un gran dormentorio” – altri parleranno di “reclusorio” (p. 47 e  81).

Con l’eccezione del caso imolese (sul quale ho pubblicato una monografia) in quasi tutti gli altri casi finora indagati dalla storiografia i medici lamentarono di avere le mani legate nella direzione dei manicomi, dipendenti come erano dalla Congregazione di Carità comunale, dalla Deputazione Provinciale, dal Consiglio Provinciale e, dopo le riforme crispine, dalla Giunta Provinciale Amministrativa (su questo si veda anche Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)). Dovendo sostenere le spese, le amministrazioni comunali e provinciali non avevano alcuna intenzione di farsi accantonare. Ne derivava un dualismo che attribuiva agli organismi amministrativi del Comune e della Provincia la direzione finanziaria mentre ai direttori veniva riservata la direzione interna dell’Istituto.

Nonostante le lamentele, gli alienisti godevano comunque di un potere non indifferente: assumevano o licenziavano personale a loro piacimento, decidevano la scansione interna della vita degli istituti (lavoro dei ricoverati, orari di riposo, refezioni, diete, orario di lavoro di medici, infermieri e personale avventizio, premi, punizioni ecc.). Roncati – e l’A. lo dimostra a più riprese, fece un uso dispotico del potere di cui disponeva all’interno del manicomio garantito da un Regolamento approvato nel 1888, stemperato da marcate venature di provvedimenti paternalistici nei confronti di un personale medico e di servizio insufficiente nel numero e mal pagato (capitolo 3).

Stretto tra una costruzione architettonica riadattata ma non pensata e strutturata come istituto apposito (sulla scia, ad esempio, del vicinissimo manicomio imolese), il pragmatismo della Deputazione provinciale che spegneva sul nascere l’ambizione di dotare Bologna di un manicomio moderno e improntato anche alla cura oltre che alla custodia degli alienati, e la rigida visione custodialistica della psichiatria del suo direttore, il manicomio bolognese ebbe un ruolo marginale anche nel dibattito scientifico interno alla psichiatria sebbene fossero decenni di grande attività e fermento scientifico. L’attenzione di Roncati si rivolse piuttosto al funzionamento della macchina manicomiale all’interno della quale il malato non era considerato soggetto con esigenze proprio ma – “puro corpo” al quale garantire poco più delle minime condizioni di vita – l’igiene, i pasti, un letto.

L’A., sempre cauta e ponderata nelle valutazioni, non esclude un filo conduttore che spieghi la relativa importanza del manicomio bolognese nelle vicende della psichiatria italiana del tempo. Il sovraffollamento delle strutture era un problema comune a tutti i manicomi dell’epoca, ma quello diretto da Roncati aveva l’ulteriore problema che non poteva essere ampliato se non con costi molti elevati (che la Provincia non intendeva accollarsi, tanto che venne stipulata una convenzione col manicomio di Imola per inviarvi un certo numero di alienati) e si trovava all’interno della città. La “tecnica manicomiale” del tempo, invece, prevedeva la costruzione dei manicomi a ridosso delle città, ma fuori, in modo tale che venisse garantita la pace all’interno della struttura essendosi interrotto il “richiamo” della vita cittadina sui ricoverati, eventualità ritenuta dannosa per la cura.

Organizzare la vita dei degenti in spazi ristretti in una situazione di sovraffollamento e al tempo stesso isolare il più possibile l’istituto dalla città sono due elementi che ossessionarono la direzione di Roncati. Si spiega così l’importanza che il direttore attribuiva all’isolamento dell’istituto e all’ordine che doveva regnare sovrano e assoluto  al suo interno. Perché se – in questo in sintonia con la prima generazione di alienisti – il direttore pensava che il manicomio fosse già di per sé, in quanto struttura, un valido strumento di cura, dovendo la mente del folle essere riportata sui binari della normalità, non doveva essere distratta: come altri alienisti, Roncati riteneva che la follia fosse “contagiosa”, nel senso che i malati fossero ricettivi e suscettibili di assumere stati d’animo e atteggiamenti di altri. Per evitare che si dispiegasse un processo di emulazione tra i ricoverati occorreva suddividere le “forme” della follia in compartimenti stagni non comunicanti tra loro. Per queste e altre ragioni l’ordine, che contraddistingue l’istituzione manicomiale, ha la funzione – secondo Roncati – di bilanciare in un primo tempo e di imporsi successivamente, sulla mente deragliata del folle.

Il successo di un’istituzione fallimentare

Le osservazioni di Migani sullo sguardo sono acute e pregnanti. Per sguardo si intende un ventaglio ampio di posizioni. Per i cittadini il problema della follia aveva a che fare col pudore e lo scandalo offerti dalla vista indecorosa del folle: i cittadini potevano essere disturbati dalla vista di comportamenti anormali. Per i “mentecatti” invece l’osservare frammenti di vita cittadina poteva compromettere il loro equilibrio psichico sempre precario, mentre per il Direttore, i medici e il personale infermieristico la possibilità di sorvolare visivamente sull’intera struttura e su tutti i ricoverati era un elemento fondamentale per trarre osservazioni sul comportamento, intervenire in caso di necessità e mantenere l’ordine all’interno del manicomio. Dunque la follia e chi ne è colpito viene occultata, resa invisibile, in qualche modo eliminata dalla società.

In fin dei conti sta qui uno dei fattori che hanno contribuito al “successo” del manicomio, alla sua durata nonostante il palese fallimento sul versante della cura. Le tre storie raccontate e discusse nella terza e ultima parte del volume di un imprenditore, di un “sovversivo” e di un bambino sono esempi di persone ritenute “inadatte” a vivere in società, che devono essere “annullate”, rese invisibili ancor prima che curate.

Un altro elemento che ha contribuito fortemente a ritenere il manicomio un punto di riferimento per la società è l’ascesa della psichiatria come specializzazione medica che si incarica di neutralizzare attraverso il manicomio ansie collettive che scaturiscono dai mutamenti economico-sociali in corso. Da questo punto di vista il manicomio è collegato direttamente all’affermarsi della produzione capitalistica – soprattutto nelle campagne nel caso bolognese – e si (pro)pone come “contenitore” di quei soggetti che non ne reggono il ritmo o che ne subiscono l’affermazione: i pellagrosi, che da soli costituiscono la netta maggioranza dei ricoverati ne sono l’esempio lampante.

Perciò, nonostante restino ferme le peculiarità che fanno scattare l’internamento basate sulla pericolosità del soggetto per sé stesso o per altri e sulla condotta ritenuta scandalosa, il ventaglio delle figure sociali e degli atteggiamenti che aprono le porte del manicomio si ampliò velocemente, soprattutto a partire dall’ultimo quarto dell’Ottocento, perché a mutare fu la percezione dei connotati fondamentali alla base dell’ingresso: la categoria dei soggetti pericolosi per la società si ampliò enormemente: in manicomio entrarono alcolisti, epilettici, discoli, frenastenici, imbecilli pellagrosi, prostitute… (pp. 237 ss).

Ma se finire internati in manicomio era relativamente facile (e più si scende la scala sociale, più questa possibilità diventa concreta), uscire era estremamente difficile. Il fallimento del manicomio come luogo di cura emerge chiaramente nella seconda parte del libro che tratta delle “prime soluzioni al sovraffollamento dei manicomi”. Soluzioni che a fine Ottocento, inizio Novecento vennero individuate essenzialmente nel dislocare alcune categorie di malati – alcolisti, cronicizzati e dementi epilettici, frenastenici ecc.. – in istituti e ricoveri a loro dedicati.

Ma le cause economiche e sociali dell’aumento vertiginoso dei ricoveri che si stava verificando dall’ultimo trentennio del secolo (in un Congresso qualcuno riferendosi ai manicomi li definì “carnai”), sebbene non mancassero voci critiche all’interno dello stesso mondo psichiatrico, continuavano ad essere tenute in un angolo e a non essere affrontate a livello politico (su questo si veda anche Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento; sulla diffusione della pellagra in Romagna, Chiara Arrighetti (a cura di), La salute nella Romagna dell’Ottocento. Il caso della pellagra, (Quaderni della Società di Studi Romagnoli, n. 38), 2019). Per non intaccare gli squilibri economici e sociali tra le classi i ceti dirigenti continuarono a delegare ai manicomi il compito di contenere e nascondere coloro che non erano in grado di vivere dignitosamente e cedevano tanto fisicamente che a livello psichico alle pressioni cui erano sottoposti e ad una vita di stenti.

Conclusioni

Abbiamo fatto cenno alla suddivisione interna del libro in tre parti. A prima vista possono apparire disomogenee, in realtà non è così. Con Memorie di trasformazione Cinzia Migani porta a termine un lavoro di ricerca iniziato decenni addietro sotto la guida di Ferruccio Giacanelli. Psichiatra, direttore del manicomio bolognese, studioso appassionato e penetrante della storia della propria disciplina, Giacanelli era uomo di profonda umanità e sensibilità. Con questo libro l’A. salda un conto aperto. E lo fa con una ricerca ricchissima per la quantità di materiale consultato e debitamente vagliato, e con grande sensibilità ed empatia con le vittime di quei veri e propri inferni che furono i manicomi.

Buona lettura.


 

Recensione. Fabio Milazzo: Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)

Un ottimo libro di Fabio Milazzo sui traumi di guerra patiti dai soldati, studiati attraverso la documentazione del manicomio di Racconigi

Questo libro di Fabio Milazzo aggiunge un nuovo tassello  al rinnovato interesse della storiografia alla storia della psichiatria e dei manicomi, che da un ventennio a questa parte ha prodotto risultati importanti. La mappatura dei manicomi non è ancora completa e moltissimo resta ancora da indagare negli archivi dei manicomi, vere e proprie “miniere” per gli storici, ma poco per volta, anche per merito di ricerche come questa, le informazioni si vanno moltiplicando.

Una guerra di nervi si inserisce inoltre in un altro filone di studi. Quello relativo alla prima guerra mondiale; filone che si è arricchito di un gran numero di studi moltiplicatisi in occasione del centenario. L’importanza di questo libro è attestata proprio dal fatto che la nostra storiografia non ha ancora raggiunto i livelli di indagine di altri paesi su temi specifici come quelli affrontati nel libro.

Shell shock, scemi di guerra, soldati traumatizzati, psichiatria di guerra… sono questi i temi affrontati dall’A su una realtà manicomiale forse non prioritaria a livello di importanza della struttura (il manicomio di Racconigi non è tra i più grandi o conosciuti), ma lo fu dal punto di vista militare durante la Grande Guerra.

Milazzo ci descrive una storia che si muove tra continuità e situazioni particolari del manicomio. Da tempo la storiografia ha appurato la condizione pessima di molti istituti; tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e l’inizio secolo molti manicomi furono coinvolti in “scandali manicomiali” di vario genere: sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie pessime, soprusi da parte del personale di servizio, uso ancora massiccio dei mezzi di contenzione.

Da questo punto di vista Racconigi non si differenzia da altri manicomi. Stupisce di vedere ancona nel Novecento la promiscuità dei ricoverati e la mancata separazione tra le varie forme di follia, una delle condizioni più richieste dagli alienisti fin quasi dalla nascita della psichiatria moderna (per qualche esempio mi permetto di rimandare a I matti degli altri. Viaggi scientifici degli alienisti stranieri in Italia (1820-1864) in Storia e futuro n. 41). A causa della pessima manutenzione dei locali l’A. registra numerose morti per influenza e polmonite.

Così come per altri casi il manicomio si presentò all’appuntamento col conflitto impreparato, soprattutto in ragione dell’aumento dei ricoveri. L’istituto si ritrovò quasi sprovvisto di personale sanitario esperto per la chiamata alle armi del personale infermieristico; ma anche i locali risultarono ben presto insufficienti, disadatti e coordinati tra loro in modo sconveniente.

A soffrire di questa condizione furono soprattutto i ricoverati civili. I militari usufruirono di un trattamento migliore, garantito da rette più alte. Entriamo così nel vivo della narrazione osservando l’approccio dei medici ai traumi subiti dai soldati. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a continuità e particolarità del manicomio di Racconigi.

Non c’è bisogno di dilungarsi su carattere epocale della Grande Guerra. Anche il semplice cenno al fatto che essa da un lato chiuse il “lungo Ottocento” e aprì il “secolo breve” e dall’altro fu percepito come evento traumatico – come testimoniano i monumenti al “milite ignoto” – può essere sufficiente (sulla prima guerra mondiale per il caso italiano vedi: Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Data l’ampiezza, la gravità, la durata e l’impressionante cumulo di sofferenze e morte del conflitto non c’è da meravigliarsi se la psichiatria italiana arrivò all’appuntamento col conflitto con le “armi spuntate”, cioè con un bagaglio scientifico inadeguato. L’organicismo – che, tuttavia, non fu affatto una corrente di pensiero monolitica, ma presentava molte sfaccettature – risultò ben presto insufficiente a spiegare i sintomi “nuovi” presentati dai soldati ricoverati. Le teorie lombrosiane (Lombroso insegnò a Torino e quindi l’influenza delle sue idee sui medici del manicomio fu notevole), la  teoria della degenerazione e della “follia morale”, le tare ereditarie ecc. chiarivano ben poco degli smarrimenti e dei cupi silenzi, del mutismo e dello stato catatonico, della “confusione mentale” e di altri sintomi che caratterizzavano i soldati ricoverati.

D’altra parte, se è appurato che al pari di altre branche della medicina, anche gli psichiatri furono chiamati a smascherare soldati che cercavano di sottrarsi al proprio dovere di patrioti simulando forme di pazzia (su questo si veda, ad esempio Francesco Paolella Una Caporetto per la psichiatria? Il logoramento delle truppe italiane nel dibattito scientifico, in Luca Gorgolini, Fabio Montella, Alberto Preti, Superare Caporetto. L’esercito e gli italiani nella svolta del 1917 e la mia recensione in Storia e futuro n. 45), a Racconigi l’atteggiamento dei medici fu improntato a grande prudenza:

Il trauma di guerra, nelle sue multiformi sfaccettature, fu una sfida che i medici di Racconigi scelsero di non raccogliere, per evitare contrasti con le autorità militari o perché consapevoli di non avere a disposizione strumenti diagnostici adeguati (p. 165).

L’A. giunge a questa conclusione attraverso un’attenta e dettagliata disamina delle cartelle cliniche, utilizzate come documenti che gli consentono di passare dal caso singolo o particolare al contesto generale e viceversa o di inoltrarsi nel dibattito scientifico. Scopriamo così una moltitudine di vicende personali intrappolate nei meccanismi di fenomeni immensamente più grandi di loro. Attraverso l’enorme, continuo rimescolamento della popolazione (maschile), la guerra giocò un ruolo fondamentale nell’accelerazione del processo di nation building ma, come testimoniano la durezza della vita di trincea e la spietatezza dei vertici militari nei confronti delle truppe,  perdurò intatta la diffidenza delle classi dirigenti verso le classi popolari (pp. 126-27). L’idea, condivisa nelle élites del paese di “mascolinizzare”, “virilizzare” le masse italiane facendo loro attraversare il cerchio di fuoco del conflitto nacque durante il conflitto e si sarebbe incarnata nel fascismo. Perciò tutti coloro che non reggevano la prova si mostravano non tanto inadatti alle durissime prove della guerra, ma scarsamente virili, degenerati, tarati, inadatti tout court.

Da questo punto di vista l’A. ritrova però nella documentazione aspetti interessanti e sorprendenti. Ad esempio l’atteggiamento del Direttore il quale, nella corrispondenza con i famigliari di alcuni soldati sospettati di simulazione, mantiene riserbo sull’argomento per non allarmarli (p. 136).

Ciò non significa che le conseguenze di questo atteggiamento prudente dei medici non abbia ricadute importanti: in ossequio alle necessità dell’esercito ritenute assolutamente prioritarie, molti soldati vengono dichiarati guariti o migliorati e rimessi nelle mani delle autorità militari, col prevedibile manifestarsi di recidive, di tentativi di fuga o di suicidio.

Scandagliare il “mal di vivere” nei suoi molteplici aspetti dei soldati provocato dal conflitto – anche se il legame di causa-effetto tra i due fenomeni viene evidenziato rarissimamente dai medici del manicomio – se da un lato fa emergere in tutta evidenza l’arretratezza scientifica e l’impotenza dei medici nel comprendere la natura profonda di una guerra  e curare i traumi di soldati costretti a “imbarbarirsi per riuscire a sopportare le privazioni […] e trovare il coraggio di uccidere altri uomini” (e quindi, anche, implicitamente, dell’inutilità del manicomio); dall’altro – e qui sta uno degli elementi importanti del libro – consente di approfondire “lo svuotamento di senso di alcune esistenze” la cui ricostruzione e comprensione non indirizza a facili “generalizzazioni” (p. 231) ma all’approfondimento e al moltiplicarsi dei casi di studio.

A queste conclusioni si può giungere soltanto con ricerche d’archivio approfondite e faticose. Ricerche che quando vengono eseguite da chi possiede competenze, sicurezza e competenza del bagaglio scientifico dello storico, genera poi libri originali, importanti e godibili come Una guerra di nervi.

Buona lettura.


 

 

Recensione. Silvano Montaldo. Donne delinquenti.

Un libro ricchissimo che ripercorre la genesi e la storia della criminologia con particolare attenzione alle donne delinquenti.

Una precisazione va fatta subito a proposito del libro di Montaldo. Il titolo è riduttivo: c’è molto di più delle donne delinquenti in questo libro. Un’opera che offre una documentazione ricchissima su molti temi.

Ma veniamo al punto. Come mai a un certo punto della storia un fenomeno sociale diventa un problema? Perché con il XIX secolo medici, giuristi, uomini delle istituzioni, “psichiatri” (che per un trentennio almeno non si chiamavano ancora così), frenologi, “sociologi” (anche questa una professione nata nell’800), studiosi di statistica, benefattori/trici e altri ancora cominciarono a occuparsi sempre più – e con apprensione crescente – della delinquenza femminile?

“Psichiatria”, manicomi, medicalizzazione della delinquenza son prodotti della “duplice rivoluzione” che ha plasmato il mondo contemporaneo: Rivoluzione industriale e Rivoluzione francese, vale a dire l’ascesa, inarrestabile fino ad oggi, della borghesia. E con essa, dei suoi valori, delle sue conquiste e dai suoi pregiudizi.

Vi è una probabilità molto alta che, almeno in certe sfere della società, in coincidenza con l’evolversi degli effetti la Rivoluzione industriale e a partire dall’ascesa di Napoleone, la condizione delle donne conobbe un peggioramento sostanziale rispetto al secolo precedente. (Se non altro, nella misura in cui i romanzi fanno riferimento alla società, la protagonista delle “Relazioni pericolose” di Coderlos de Laclos è una donna che dispone di un patrimonio, che si sceglie gli amanti, che dispone come vuole della propria libertà).

Fare la guerra – il “motore” della politica napoleonica – significa poter disporre di soldati; per disporre di soldati occorrono famiglie; favorire la moltiplicazione della famiglia in funzione della prolificità vuol dire limitare la libertà dei singoli e delle donne  in particolare. Fare la guerra significa produrre armi, vestiario, scorte, strade. Potere politico e potere economico si saldano progressivamente – in alcune congiunture, non in tutte ovviamente – a scapito delle donne.

Il loro spazio sociale si restringe con l’inoltrarsi del secolo fino alla reclusione tra le mura domestiche o poco oltre. A convergere in questa direzione sono gli stessi protagonisti indicati sopra (medici, amministratori ecc.) i quali finiscono con l’affermare e con la stabilire una condizione di inferiorità della donna rispetto all’uomo che passa attraverso la diversità tra i due sessi che ne accentuano debolezze fisiche e mentali (impressionabilità, eccitabilità, “isteria”) e “vocazioni”.  La “naturale” vocazione alla procreazione diventava anche “naturale” inferiorità fisica, psicologica e mentale. Eppure le statistiche – sempre più raffinate e affidabili – dimostravano che la tendenza delle donne a delinquere era di molto inferiore a quella dell’uomo. Il punto era lo stabilire il perché.

Per un senso del pudore molto più marcato delle donne rispetto all’uomo? Perché naturalmente meno votate alla delinquenza? O semplicemente perché disponendo di minore libertà rispetto agli uomini avevano minori possibilità di delinquere?

La questione venne complicandosi con l’emergere della “questione sociale”, una definizione nebulosa che stava ad indicare questione del lavoro, del pauperismo, delle condizioni igieniche ecc. che riguardava il nascente proletariato e il sottoproletariato. Si complicava soprattutto in rapporto a come le donne disponevano del proprio corpo e della propria sessualità. Gli studi sulla prostituzione si moltiplicarono vorticosamente in tutti i paesi. Man mano che la Rivoluzione industriale svelava sempre più la povertà dei lavoratori e li prese a considerare “classi pericolose”, il confine tra prostituzione e reato si assottigliarono. La psichiatria entrò nel dibattito e lo influenzò profondamente: se la missione “vera”, “naturale” della donna era la maternità la prostituzione diventava un fenomeno destabilizzante dal punto di vista sociale. Forse ineliminabile e ritenuta da alcuni osservatori – naturalmente maschi – indispensabile allo sfogo sessuale maschile, i teorici della “degenerazione” (con la quale venivano spiegate molte patologie mentali) avvertivano però che donne sciagurate come le prostitute non potevano che generare figliolanze altrettanto degenerate e che, in una sorta di caduta rovinosa nel vizio, le donne una volta superata la barriera della prostituzione poi potevano diventare delinquenti molto più pericolose – e  non di rado raffinate – degli uomini.

Non si trattò affatto di un coro di voci univoco. Alcuni medici intuirono esattamente il nesso stringente tra povertà e prostituzione, anche quando le donne lavoravano. Studi molto precisi sulla prostituzione a Parigi, per esempio, dimostrava che una buona parte delle prostitute erano ragazze inurbate da poco tempo che si prostituivano saltuariamente per pagare debiti e fronteggiare altre necessità temporanee; un altro studio relativo a New York segnalava che a prostituirsi erano prevalentemente le immigrate dall’Europa, soprattutto tedesche e irlandesi. Alcuni osservatori denunciarono lo sfruttamento e i salari irrisori che condannavano le donne a prostituirsi con la condanna sociale definitiva che le colpiva e discriminava in quanto bollate come prostitute.

Questi percorsi – istituzionali, sociali, politici, medici – procedono e si intrecciano per gradi. Uno degli snodi cruciali, ottimamente delineato e discusso dall’A., fu il passaggio dal medico-filosofo allo scienziato, con la conseguente affermazione dell’organicismo nelle sue varie sfaccettature. Individuare i segni fisici dei folli, dei folli criminali e delle donne delinquenti con metodi scientifici in modo da poter prevenire il crimine o, almeno, riconoscerlo immediatamente divenne un’ossessione per molti medici e psichiatri.

La padronanza delle fonti – primarie e secondarie – dell’A. sui molti aspetti della materia è ammirevole; Montaldo si muove con sicurezza riuscendo a tenere assieme i molti fili che si dipanano dalla “diaspora” delle materie che si dipanano dal problema centrale.

L’esito e la massima espressione della criminalizzazione della prostituzione avviene con l’opera di Cesare Lombroso, al quale Montaldo dedica gli ultimi quattro capitoli del libro. Lombroso ha avuto molti biografi e storici di vaglia si sono occupati della sua opera (Bulferetti, Villa, Frigessi, Giacanelli tra i più noti). Montaldo, tra l’altro direttore scientifico del Museo Cesare Lombroso, ha tutte le carte in regola per approfondirne la figura e l’opera, che arricchisce con documentazione archivistica non solo italiana.

Montaldo ne ricostruisce l’ascesa, l’affermazione e il declino intrecciando il tragitto dello studioso veronese con le vicende culturali e scientifiche del periodo. E fa bene a sottolineare più volte che molte delle sue idee non erano frutto di sue elaborazioni originali, ma circolavano già e da tempo. Non a caso la parabola del prestigio di Lombroso in ambito scientifico internazionale declinò piuttosto velocemente quando in un paio di congressi di antropologia tenutisi alla fine degli anni ’80 le sue tesi furono demolite sistematicamente. (Va detto, e l’A. spesso lo rileva, che accanto ad ammiratori Lombroso ebbe anche osservatori quanto meno dubbiosi della scientificità della sua opera).

“La donna delinquente”, pubblicato nel 1897 e scritto a quattro mani con Guglielmo Ferrero rispecchiò il tentativo dello scienziato veronese di “risorgere” (il capitolo 5 ha appunto questo titolo). Qui la correlazione tra prostituzione e delinquenza divenne simbiosi: la prostituzione era il modo delle donne per delinquere (agli uomini, sebbene compartecipi, non veniva imputata alcuna colpa). Tuttavia il volume non presentava novità concettuali. Venivano riprese e applicate alle donne le vecchie teorie del “delinquente nato” che, nella versione femminile diveniva “prostituta nata”, riproponendo alla fin fine le sue idee dell’atavismo come tara originaria.

Così come la psichiatria italiana si era formata in ritardo (in Italia le prime due riviste importanti apparvero vent’anni e trent’anni dopo che in Francia) a causa certamente di un ritardo dovuto anche alla unificazione tardiva del Paese, le idee lombrosiane trovavano terreno fertile in un paese ancora per molti aspetti arretrato, patriarcale, paternalistico e misogino. Si può dire che l’apice di questa involuzione si sia avuta col fascismo, ma molto resta ancora da fare per superare pregiudizi, soprattutto da parte degli uomini.

Un ottimo libro da leggere per capire questioni ancora aperte e di strettissima attualità.