Recensione. Fabio Milazzo: Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)

Un ottimo libro di Fabio Milazzo sui traumi di guerra patiti dai soldati, studiati attraverso la documentazione del manicomio di Racconigi

Questo libro di Fabio Milazzo aggiunge un nuovo tassello  al rinnovato interesse della storiografia alla storia della psichiatria e dei manicomi, che da un ventennio a questa parte ha prodotto risultati importanti. La mappatura dei manicomi non è ancora completa e moltissimo resta ancora da indagare negli archivi dei manicomi, vere e proprie “miniere” per gli storici, ma poco per volta, anche per merito di ricerche come questa, le informazioni si vanno moltiplicando.

Una guerra di nervi si inserisce inoltre in un altro filone di studi. Quello relativo alla prima guerra mondiale; filone che si è arricchito di un gran numero di studi moltiplicatisi in occasione del centenario. L’importanza di questo libro è attestata proprio dal fatto che la nostra storiografia non ha ancora raggiunto i livelli di indagine di altri paesi su temi specifici come quelli affrontati nel libro.

Shell shock, scemi di guerra, soldati traumatizzati, psichiatria di guerra… sono questi i temi affrontati dall’A su una realtà manicomiale forse non prioritaria a livello di importanza della struttura (il manicomio di Racconigi non è tra i più grandi o conosciuti), ma lo fu dal punto di vista militare durante la Grande Guerra.

Milazzo ci descrive una storia che si muove tra continuità e situazioni particolari del manicomio. Da tempo la storiografia ha appurato la condizione pessima di molti istituti; tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e l’inizio secolo molti manicomi furono coinvolti in “scandali manicomiali” di vario genere: sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie pessime, soprusi da parte del personale di servizio, uso ancora massiccio dei mezzi di contenzione.

Da questo punto di vista Racconigi non si differenzia da altri manicomi. Stupisce di vedere ancona nel Novecento la promiscuità dei ricoverati e la mancata separazione tra le varie forme di follia, una delle condizioni più richieste dagli alienisti fin quasi dalla nascita della psichiatria moderna (per qualche esempio mi permetto di rimandare a I matti degli altri. Viaggi scientifici degli alienisti stranieri in Italia (1820-1864) in Storia e futuro n. 41). A causa della pessima manutenzione dei locali l’A. registra numerose morti per influenza e polmonite.

Così come per altri casi il manicomio si presentò all’appuntamento col conflitto impreparato, soprattutto in ragione dell’aumento dei ricoveri. L’istituto si ritrovò quasi sprovvisto di personale sanitario esperto per la chiamata alle armi del personale infermieristico; ma anche i locali risultarono ben presto insufficienti, disadatti e coordinati tra loro in modo sconveniente.

A soffrire di questa condizione furono soprattutto i ricoverati civili. I militari usufruirono di un trattamento migliore, garantito da rette più alte. Entriamo così nel vivo della narrazione osservando l’approccio dei medici ai traumi subiti dai soldati. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a continuità e particolarità del manicomio di Racconigi.

Non c’è bisogno di dilungarsi su carattere epocale della Grande Guerra. Anche il semplice cenno al fatto che essa da un lato chiuse il “lungo Ottocento” e aprì il “secolo breve” e dall’altro fu percepito come evento traumatico – come testimoniano i monumenti al “milite ignoto” – può essere sufficiente (sulla prima guerra mondiale per il caso italiano vedi: Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Data l’ampiezza, la gravità, la durata e l’impressionante cumulo di sofferenze e morte del conflitto non c’è da meravigliarsi se la psichiatria italiana arrivò all’appuntamento col conflitto con le “armi spuntate”, cioè con un bagaglio scientifico inadeguato. L’organicismo – che, tuttavia, non fu affatto una corrente di pensiero monolitica, ma presentava molte sfaccettature – risultò ben presto insufficiente a spiegare i sintomi “nuovi” presentati dai soldati ricoverati. Le teorie lombrosiane (Lombroso insegnò a Torino e quindi l’influenza delle sue idee sui medici del manicomio fu notevole), la  teoria della degenerazione e della “follia morale”, le tare ereditarie ecc. chiarivano ben poco degli smarrimenti e dei cupi silenzi, del mutismo e dello stato catatonico, della “confusione mentale” e di altri sintomi che caratterizzavano i soldati ricoverati.

D’altra parte, se è appurato che al pari di altre branche della medicina, anche gli psichiatri furono chiamati a smascherare soldati che cercavano di sottrarsi al proprio dovere di patrioti simulando forme di pazzia (su questo si veda, ad esempio Francesco Paolella Una Caporetto per la psichiatria? Il logoramento delle truppe italiane nel dibattito scientifico, in Luca Gorgolini, Fabio Montella, Alberto Preti, Superare Caporetto. L’esercito e gli italiani nella svolta del 1917 e la mia recensione in Storia e futuro n. 45), a Racconigi l’atteggiamento dei medici fu improntato a grande prudenza:

Il trauma di guerra, nelle sue multiformi sfaccettature, fu una sfida che i medici di Racconigi scelsero di non raccogliere, per evitare contrasti con le autorità militari o perché consapevoli di non avere a disposizione strumenti diagnostici adeguati (p. 165).

L’A. giunge a questa conclusione attraverso un’attenta e dettagliata disamina delle cartelle cliniche, utilizzate come documenti che gli consentono di passare dal caso singolo o particolare al contesto generale e viceversa o di inoltrarsi nel dibattito scientifico. Scopriamo così una moltitudine di vicende personali intrappolate nei meccanismi di fenomeni immensamente più grandi di loro. Attraverso l’enorme, continuo rimescolamento della popolazione (maschile), la guerra giocò un ruolo fondamentale nell’accelerazione del processo di nation building ma, come testimoniano la durezza della vita di trincea e la spietatezza dei vertici militari nei confronti delle truppe,  perdurò intatta la diffidenza delle classi dirigenti verso le classi popolari (pp. 126-27). L’idea, condivisa nelle élites del paese di “mascolinizzare”, “virilizzare” le masse italiane facendo loro attraversare il cerchio di fuoco del conflitto nacque durante il conflitto e si sarebbe incarnata nel fascismo. Perciò tutti coloro che non reggevano la prova si mostravano non tanto inadatti alle durissime prove della guerra, ma scarsamente virili, degenerati, tarati, inadatti tout court.

Da questo punto di vista l’A. ritrova però nella documentazione aspetti interessanti e sorprendenti. Ad esempio l’atteggiamento del Direttore il quale, nella corrispondenza con i famigliari di alcuni soldati sospettati di simulazione, mantiene riserbo sull’argomento per non allarmarli (p. 136).

Ciò non significa che le conseguenze di questo atteggiamento prudente dei medici non abbia ricadute importanti: in ossequio alle necessità dell’esercito ritenute assolutamente prioritarie, molti soldati vengono dichiarati guariti o migliorati e rimessi nelle mani delle autorità militari, col prevedibile manifestarsi di recidive, di tentativi di fuga o di suicidio.

Scandagliare il “mal di vivere” nei suoi molteplici aspetti dei soldati provocato dal conflitto – anche se il legame di causa-effetto tra i due fenomeni viene evidenziato rarissimamente dai medici del manicomio – se da un lato fa emergere in tutta evidenza l’arretratezza scientifica e l’impotenza dei medici nel comprendere la natura profonda di una guerra  e curare i traumi di soldati costretti a “imbarbarirsi per riuscire a sopportare le privazioni […] e trovare il coraggio di uccidere altri uomini” (e quindi, anche, implicitamente, dell’inutilità del manicomio); dall’altro – e qui sta uno degli elementi importanti del libro – consente di approfondire “lo svuotamento di senso di alcune esistenze” la cui ricostruzione e comprensione non indirizza a facili “generalizzazioni” (p. 231) ma all’approfondimento e al moltiplicarsi dei casi di studio.

A queste conclusioni si può giungere soltanto con ricerche d’archivio approfondite e faticose. Ricerche che quando vengono eseguite da chi possiede competenze, sicurezza e competenza del bagaglio scientifico dello storico, genera poi libri originali, importanti e godibili come Una guerra di nervi.

Buona lettura.


 

 

Recensione. Silvano Montaldo. Donne delinquenti.

Un libro ricchissimo che ripercorre la genesi e la storia della criminologia con particolare attenzione alle donne delinquenti.

Una precisazione va fatta subito a proposito del libro di Montaldo. Il titolo è riduttivo: c’è molto di più delle donne delinquenti in questo libro. Un’opera che offre una documentazione ricchissima su molti temi.

Ma veniamo al punto. Come mai a un certo punto della storia un fenomeno sociale diventa un problema? Perché con il XIX secolo medici, giuristi, uomini delle istituzioni, “psichiatri” (che per un trentennio almeno non si chiamavano ancora così), frenologi, “sociologi” (anche questa una professione nata nell’800), studiosi di statistica, benefattori/trici e altri ancora cominciarono a occuparsi sempre più – e con apprensione crescente – della delinquenza femminile?

“Psichiatria”, manicomi, medicalizzazione della delinquenza son prodotti della “duplice rivoluzione” che ha plasmato il mondo contemporaneo: Rivoluzione industriale e Rivoluzione francese, vale a dire l’ascesa, inarrestabile fino ad oggi, della borghesia. E con essa, dei suoi valori, delle sue conquiste e dai suoi pregiudizi.

Vi è una probabilità molto alta che, almeno in certe sfere della società, in coincidenza con l’evolversi degli effetti la Rivoluzione industriale e a partire dall’ascesa di Napoleone, la condizione delle donne conobbe un peggioramento sostanziale rispetto al secolo precedente. (Se non altro, nella misura in cui i romanzi fanno riferimento alla società, la protagonista delle “Relazioni pericolose” di Coderlos de Laclos è una donna che dispone di un patrimonio, che si sceglie gli amanti, che dispone come vuole della propria libertà).

Fare la guerra – il “motore” della politica napoleonica – significa poter disporre di soldati; per disporre di soldati occorrono famiglie; favorire la moltiplicazione della famiglia in funzione della prolificità vuol dire limitare la libertà dei singoli e delle donne  in particolare. Fare la guerra significa produrre armi, vestiario, scorte, strade. Potere politico e potere economico si saldano progressivamente – in alcune congiunture, non in tutte ovviamente – a scapito delle donne.

Il loro spazio sociale si restringe con l’inoltrarsi del secolo fino alla reclusione tra le mura domestiche o poco oltre. A convergere in questa direzione sono gli stessi protagonisti indicati sopra (medici, amministratori ecc.) i quali finiscono con l’affermare e con la stabilire una condizione di inferiorità della donna rispetto all’uomo che passa attraverso la diversità tra i due sessi che ne accentuano debolezze fisiche e mentali (impressionabilità, eccitabilità, “isteria”) e “vocazioni”.  La “naturale” vocazione alla procreazione diventava anche “naturale” inferiorità fisica, psicologica e mentale. Eppure le statistiche – sempre più raffinate e affidabili – dimostravano che la tendenza delle donne a delinquere era di molto inferiore a quella dell’uomo. Il punto era lo stabilire il perché.

Per un senso del pudore molto più marcato delle donne rispetto all’uomo? Perché naturalmente meno votate alla delinquenza? O semplicemente perché disponendo di minore libertà rispetto agli uomini avevano minori possibilità di delinquere?

La questione venne complicandosi con l’emergere della “questione sociale”, una definizione nebulosa che stava ad indicare questione del lavoro, del pauperismo, delle condizioni igieniche ecc. che riguardava il nascente proletariato e il sottoproletariato. Si complicava soprattutto in rapporto a come le donne disponevano del proprio corpo e della propria sessualità. Gli studi sulla prostituzione si moltiplicarono vorticosamente in tutti i paesi. Man mano che la Rivoluzione industriale svelava sempre più la povertà dei lavoratori e li prese a considerare “classi pericolose”, il confine tra prostituzione e reato si assottigliarono. La psichiatria entrò nel dibattito e lo influenzò profondamente: se la missione “vera”, “naturale” della donna era la maternità la prostituzione diventava un fenomeno destabilizzante dal punto di vista sociale. Forse ineliminabile e ritenuta da alcuni osservatori – naturalmente maschi – indispensabile allo sfogo sessuale maschile, i teorici della “degenerazione” (con la quale venivano spiegate molte patologie mentali) avvertivano però che donne sciagurate come le prostitute non potevano che generare figliolanze altrettanto degenerate e che, in una sorta di caduta rovinosa nel vizio, le donne una volta superata la barriera della prostituzione poi potevano diventare delinquenti molto più pericolose – e  non di rado raffinate – degli uomini.

Non si trattò affatto di un coro di voci univoco. Alcuni medici intuirono esattamente il nesso stringente tra povertà e prostituzione, anche quando le donne lavoravano. Studi molto precisi sulla prostituzione a Parigi, per esempio, dimostrava che una buona parte delle prostitute erano ragazze inurbate da poco tempo che si prostituivano saltuariamente per pagare debiti e fronteggiare altre necessità temporanee; un altro studio relativo a New York segnalava che a prostituirsi erano prevalentemente le immigrate dall’Europa, soprattutto tedesche e irlandesi. Alcuni osservatori denunciarono lo sfruttamento e i salari irrisori che condannavano le donne a prostituirsi con la condanna sociale definitiva che le colpiva e discriminava in quanto bollate come prostitute.

Questi percorsi – istituzionali, sociali, politici, medici – procedono e si intrecciano per gradi. Uno degli snodi cruciali, ottimamente delineato e discusso dall’A., fu il passaggio dal medico-filosofo allo scienziato, con la conseguente affermazione dell’organicismo nelle sue varie sfaccettature. Individuare i segni fisici dei folli, dei folli criminali e delle donne delinquenti con metodi scientifici in modo da poter prevenire il crimine o, almeno, riconoscerlo immediatamente divenne un’ossessione per molti medici e psichiatri.

La padronanza delle fonti – primarie e secondarie – dell’A. sui molti aspetti della materia è ammirevole; Montaldo si muove con sicurezza riuscendo a tenere assieme i molti fili che si dipanano dalla “diaspora” delle materie che si dipanano dal problema centrale.

L’esito e la massima espressione della criminalizzazione della prostituzione avviene con l’opera di Cesare Lombroso, al quale Montaldo dedica gli ultimi quattro capitoli del libro. Lombroso ha avuto molti biografi e storici di vaglia si sono occupati della sua opera (Bulferetti, Villa, Frigessi, Giacanelli tra i più noti). Montaldo, tra l’altro direttore scientifico del Museo Cesare Lombroso, ha tutte le carte in regola per approfondirne la figura e l’opera, che arricchisce con documentazione archivistica non solo italiana.

Montaldo ne ricostruisce l’ascesa, l’affermazione e il declino intrecciando il tragitto dello studioso veronese con le vicende culturali e scientifiche del periodo. E fa bene a sottolineare più volte che molte delle sue idee non erano frutto di sue elaborazioni originali, ma circolavano già e da tempo. Non a caso la parabola del prestigio di Lombroso in ambito scientifico internazionale declinò piuttosto velocemente quando in un paio di congressi di antropologia tenutisi alla fine degli anni ’80 le sue tesi furono demolite sistematicamente. (Va detto, e l’A. spesso lo rileva, che accanto ad ammiratori Lombroso ebbe anche osservatori quanto meno dubbiosi della scientificità della sua opera).

“La donna delinquente”, pubblicato nel 1897 e scritto a quattro mani con Guglielmo Ferrero rispecchiò il tentativo dello scienziato veronese di “risorgere” (il capitolo 5 ha appunto questo titolo). Qui la correlazione tra prostituzione e delinquenza divenne simbiosi: la prostituzione era il modo delle donne per delinquere (agli uomini, sebbene compartecipi, non veniva imputata alcuna colpa). Tuttavia il volume non presentava novità concettuali. Venivano riprese e applicate alle donne le vecchie teorie del “delinquente nato” che, nella versione femminile diveniva “prostituta nata”, riproponendo alla fin fine le sue idee dell’atavismo come tara originaria.

Così come la psichiatria italiana si era formata in ritardo (in Italia le prime due riviste importanti apparvero vent’anni e trent’anni dopo che in Francia) a causa certamente di un ritardo dovuto anche alla unificazione tardiva del Paese, le idee lombrosiane trovavano terreno fertile in un paese ancora per molti aspetti arretrato, patriarcale, paternalistico e misogino. Si può dire che l’apice di questa involuzione si sia avuta col fascismo, ma molto resta ancora da fare per superare pregiudizi, soprattutto da parte degli uomini.

Un ottimo libro da leggere per capire questioni ancora aperte e di strettissima attualità.


la città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola

Un ricco portale sui manicomi di Imola realizzato da giovani studenti.

Circa un anno fa sono stato coinvolto in una serie di progetti e eventi in alcune scuole superiori di Imola. In quanto autore di una monografia sulla storia del manicomio della città, ho tenuto in alcune classi degli incontri sulla storia di quella istituzione che è stata per oltre un secolo al centro della vita economica e sociale della loro città.

Da quella esperienza poi, autonomamente per quei giovani studenti, è maturato un progetto estremamente interessante: La città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola.

Si tratta di un portale, completamente realizzato dagli studenti, che raccoglie interviste, immagini, storie, cartelle cliniche ed altro ancora e che fornisce le informazioni principali e necessarie sulle istituzioni manicomiali della città di Imola.

Oltre che estremamente ben fatto, il progetto verrà progressivamente arricchito con la messa in rete di nuovo materiale. Un’esperienza estremamente gratificante per me in quanto studioso e che dimostra di quali e quante potenzialità abbiano i giovani. Potenzialità e capacità troppo spesso relegate in un angolo e non valorizzate a dovere.

(Intanto, per chi volesse approfondire la storia dei manicomi e della psichiatria, oltre ad alcuni miei lavori indicati alla pagina Chi sono, qui può vedere: Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918), John Foot, La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978). Giornale di Storia. Un numero monografico su follia, psichiatria e manicomi. Su manicomi, psichiatria e psichiatri: Carte da legare – Archivi della psichiatria in ItaliaASPI – Archivio Storico della Psicologia ItalianaArchitettura: portali, opere e riviste)

Buona visione: La città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola