Recensione. Annacarla Valeriano: Malacarne

Negli ultimi due decenni la storiografia ha compiuto un notevole lavoro di scavo e di indagine sui manicomi. Oltre alla mia monografia sul manicomio di Imola, Finora qui ho detto qualcosa su: Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918); Cinzia Migani, Memorie di trasformazione. Storie da manicomio. Malacarne di Annacarla Valeriano approfondisce la storia del manicomio di Teramo (al quale, prima di questo, ha dedicato una bella monografia che presenterò prossimamente). A conferma della straordinaria ricchezza degli archivi manicomiali, l’A. ci regala un approfondimento di una realtà già conosciuta e analizzata.

Manicomio importante quello teramano, “uno dei più grandi e importanti dell’Italia centro-meridionale” (p. 10) e quindi ricco di storie e di informazioni. Storia al femminile, di donne, alle quali Valeriano intende “restituire un volto, una storia e una voce […] che tra le mura del manicomio sembrano non averne mai avute”. Un intento che rientra nel più ampio proposito di “raccontare in che modo la nostra società ha saputo impiegare, nel corso degli anni, l’esclusione per farne un contenitore in cui depositare le proprie paure, le proprie insicurezze, i propri pregiudizi innescati dal contatto con l’’altro’, la propria incapacità di affrontare le questioni legate alla gestione di elementi diversi che sembrano minacciare equilibri e valori” (pp. X-XI).

Una lunga storia di ingiustizia

Si tratta di contesti che richiedono un’ampia e articolata argomentazione. La storia della psichiatria è in gran parte storia di lunghe, tenaci e profonde continuità, che giustamente l’A. inquadra nel primo capitolo dedicato all’illustrazione delle teorie elaborate nel corso dell’Ottocento. Fin dall’epoca napoleonica a sfavore delle donne cominciarono muoversi e a congiurare un ampio ventaglio di considerazioni politiche ed economiche, sociali e mediche, che in pochi decenni ridusse lo spazio delle donne all’ambito domestico o poco oltre e annullò quasi completamente qualsiasi loro ruolo sociale e intellettuale. A ragione l’A. delinea una vera e propria “antologia misogina” che sposta “le perversioni degli istinti” nell’ambito delle “malattie” dalla quale scaturisce “un’immagine complessiva della donna come creatura sessualmente minorata, mancante della ‘coscienza intellettuale’, subordinata all’uomo nei diversi momenti della sua vita, ‘sospinta verso la maternità da incoercibili leggi naturali'”. Sono puntualizzazioni importanti perché fin quasi allo scadere del Settecento la sessualità femminile era considerata in tutt’altro modo (su questo vedi Marzio Barbagli, Comprare piacere).

Dalle teorie positiviste ottocentesche il fascismo non solo eredita un mondo femminile (ri)modellato, (ri)plasmato e subordinato a quello maschile (su questi aspetti vedi ora Silvano Montaldo, Donne delinquenti) e che deve muoversi e agire in funzione di esso, ma lo codifica, lo perfeziona e, soprattutto, lo inasprisce. In generale la stretta repressiva del regime risulta evidente dall’impennata degli internamenti: dai sessantaduemila del 1927 si arriva a quasi novantacinquemila nel 1941 (p. 57); cifra impressionante se si considera che una malattia come la pellagra, che in decenni precedenti era stata una delle cause principali dei ricoveri in manicomio soprattutto nelle regioni centro-settentrionali, era quasi scomparsa. Inoltre, da un lato il potere di intervento di questori e prefetti viene ampliato e anche ai medici condotti viene imposto di “denunciare” all’autorità locale di pubblica sicurezza gli infermi di mente sospetti di essere pericolosi a sé e agli altri (p. 49); dall’altro il regime amplia la rete manicomiale, soprattutto in meridione, e affianca ai manicomi altre strutture (sanatori, Dispensari di Igiene Mentale) investite del compito di decongestionare gli ospedali psichiatrici (un problema che si trascina da decenni), e di separare accuratamente i sani dai malati.

In questo senso le teorie della follia morale e della degenerazione e dell’antropologia criminale messe a punto nel corso dell’Ottocento costituiscono un sostegno molto solido per il regime, ma nel ventennio si innestano altri fattori: il problema demografico e la questione della razza. Dunque, nelle continuità si registrano delle discontinuità, delle novità introdotte dal regime.

Pannello della mostra documentaria: L’anomalia del sentimento

Anche il problema demografico non era nuovo (vedi Carl Ipsen, Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista). In Italia diviene assillante dopo quella immane catastrofe che era stata la Grande Guerra. La prima guerra mondiale non aveva soltanto posto di fronte ai medici turbe mentali del tutto nuove che avevano investito i soldati (su questo si veda Antonio Gibelli, L’officina della guerra; per un caso di studio, Fabio Milazzo, Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)), ma avendo falcidiato una generazione di giovani uomini destava ora forti preoccupazioni anche per quanto riguardava le donne cui spettava il compito di “rigenerare” le forze fisiche e morali della nazione con un materiale umano (maschile) fortemente traumatizzato e decimato (si veda la testimonianza del dott. Cazzamalli a p. 62).

Di qui la necessità di fissare nel modo più saldo possibile la donna all’interno della famiglia e di inchiodarla alla sua missione sociale primaria: figliare, possibilmente a getto continuo. In questo modo la psichiatria incrocia il progetto eugenetico e razziale del regime e le donne si ritrovano tra l’incudine e il martello, strette in una morsa che assottiglia il confine tra controllo sociale e repressione. Accattonaggio e vagabondaggio, ad esempio, erano finiti da tempo sotto l’attenzione degli psichiatri e mendicanti e vagabondi conoscevano bene le mura dei manicomi; ma nel caso delle donne è sufficiente l’assentarsi da casa, il “vagare” in un raggio di pochi chilometri, per far scattare l’internamento. Per non dire di atteggiamenti che non collimavano perfettamente con la missione loro affidata dal regime: donne che non facevano o facevano pochi figli, che seguivano la moda, che intendevano dimagrire o che, in qualunque modo, mostrassero indipendenza di pensiero e un comportamento conseguente, finivano immediatamente in manicomio, anche a scopo preventivo (il “pubblico scandalo” era una delle motivazioni che – da sempre – giustificavano l’internamento).

La “normalizzazione” fascista

Accusare queste donne di essere affette da isteria, da tare ereditarie, di essere antisociali e perciò meritevoli di venire rinchiuse divenne straordinariamente facile non solo per le autorità o per i medici, ma anche per famigliari e vicinato desiderosi di liberarsi di presenze ingombranti o che faticavano a gestire. Isteriche, malinconiche, donne violate, da vittime diventano colpevoli: scontano la colpa di avere desideri, di non volere, o riuscire a omologarsi ai ruoli tradizionali loro assegnati, di non riuscire a sopportare una vita di stenti e di fatiche. Per queste donne la sofferenza mentale diventa allora una via di fuga da una realtà insopportabile. L’isteria ne è un esempio probante. Nel concetto di isteria, “ripropost[o] dai medici fascisti […] finirono per essere condensati tutti i caratteri più eversivi della devianza incarnati da corpi squalificati che […] avevano assunto un carattere patologico e si erano rivelati inadatti alla vita moderna” (p. 130). In realtà, dalle moltissime “tracce” delle ricoverate disseminate dall’A. nel corso del libro, di “vita moderna” vi è molto poco: ciò che emerge invece – qui, come in altre monografie – è invece un contesto caratterizzato da una generale povertà: una ricoverata, arrivata in manicomio in precarie condizioni fisiche anche perché malnutrita, spera di essere a breve dimessa con un sussidio (p. 121, è un caso, ma le testimonianze indirette sono molte). (Sarebbe auspicabile che l’A., benché l’abbia fatto anche nella monografia dedicata al manicomio, sfrutti questo immenso materiale per registrare continuità, rotture e mutamenti anche di carattere generale nelle zone che facevano riferimento a Teramo). Questo per dire che gli psichiatri, quando incapaci di comprendere, non esitano a forzare le interpretazioni; anziché individuare nel sintomo isterico l’espressione di un profondo dolore morale e il tentativo di comunicare situazioni oppressive e una richiesta di aiuto, i medici – maschi – vi vedevano un “castigo igienico per la negazione della natura proprio della donna” (p. 132).

“Castigo” poi curato con malarioterapia, insulinoterapia o elettroshock, rimedi di dubbia se non nulla efficacia quando non dannosi (sui quali si veda Valeria Babini, Liberi tutti. Manicomio e psichiatria in Italia). Eppure, come testimoniano le lettere in Appendice al testo, nemmeno il manicomio – una macchina perfetta per schiacciare e annullare la personalità delle persone, come ben sapevano i medici fin dai tempi della sua fondazione – è riuscito a spegnere del tutto la vitalità di queste donne.

Conclusioni

Merito dell’A. è di averle riportate alla luce. Ma non è l’unico merito di Malacarne, un libro di grande freschezza narrativa. Oltre allo scavo archivistico, che riporta numerosissime testimonianze ricavate dalle cartelle cliniche, il libro è frutto anche di uno studio approfondito di riviste scientifiche dell’epoca (sulle quali vedi: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti)) e della produzione storiografica in merito.

Malacarne è un ottimo libro, che merita di essere letto con attenzione. Buona lettura.


Recensione. Valeria P. Babini: Liberi tutti. Manicomio e psichiatria in Italia

Con Liberi tutti Valeria Babini (che da decenni si occupa di questi temi), inizia a colmare un vuoto storiografico pesante. Mancava una ricostruzione complessiva della psichiatria italiana nel Novecento (il libro di John Foot La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978) è centrato sull’Italia repubblicana). Ma fa anche di più: dimostra che fare storia, per così dire “di traverso”, (come ho detto in un articoletto: Entrare “di traverso” nella storia), cioè studiandola da un angolo visuale inedito e attraverso un argomento inusuale (in questo caso la follia, la psichiatria e i manicomi, ma i temi possono essere tanti) significa fare storia “grande”, storia nazionale, perché una posizione defilata permette di vedere e di cogliere quelli che sono i nervi scoperti del Paese o dei Paesi che si studia e della sua/loro storia.

Da questo approccio è nato un libro complesso e sfaccettato, in cui scienza, politica, cultura e società interagiscono, talvolta si incontrano e a volte si scontrano su percorsi tutt’altro che lineari, con vicende umane e collettive singolari.

Il contesto

Il libro si apre con uno sguardo sul grave ritardo culturale, organizzativo e scientifico della psichiatria italiana nel contesto internazionale, con i direttori dei manicomi nella veste di guardiani e di custodi di radicate convinzioni e altrettanto radicati interessi. Ritardo aggravato dal ventennio fascista nonostante il folgorante successo dell’elettroshock inventato da Cerletti (che diventa una celebrità mondiale) e che si spera possa aprire prospettive terapeutiche, successivamente andate deluse. Il regime, anzi si dimostrerà tanto spregiudicato nella sperimentazione di terapie da shock quanto insensibile e indifferente alle sofferenze provocate sui ricoverati (p. 104). Curiosamente sarà proprio Cerletti a indicare, nell’immediato dopoguerra, il manicomio come un universo per certi aspetti simile ai lager (p. 139), una sintesi destinata ad avere grande fortuna.

Rinnovamento

All’isolamento culturale imposto dal fascismo reagisce, nel secondo dopoguerra, un gruppo di giovani che, preso atto dell’arcigna resistenza al cambiamento messa in campo dalle istituzioni e dalle università, non ci sta a farsi mettere fuori dai giochi o ai margini: la scoperta degli psicofarmaci negli anni ’50 schiude prospettive promettenti, ma svela anche un volto ancor più cupo della psichiatria, in grado ora di sedare chimicamente, ma incapace, nel concreto di guarire: “l’espressione di un altro e nuovo dominio sul malato” consentito dalle nuove “pasticche” (è quanto teme Tobino, cfr. p. 217). Eppure, quelle “pasticche” un merito l’hanno avuto: rendendo docili i pazienti, esse aprono il varco alle prime critiche al manicomio come istituzione, quale puro deposito di reietti. Gli psicofarmaci svelano tutta l’ambiguità della psichiatria. Da un lato aprono la prima crisi veramente incisiva dell’istituzione manicomiale (gli psichiatri erano consapevoli da tempo, non solo in Italia, dei limiti della loro disciplina; vedi ad esempio: Geel, la città dei matti e anche il mio: Il manicomio modello, indicato alla pagina Chi sono) dall’altro schiudono nuovi percorsi come la pittura e l’arte come metodi terapeutici. Se è indubbio che di quelle pasticche allora e in seguito è stato fatto un uso eccessivo, tuttavia non sono del tutto privi di efficacia. Dunque, se in qualche modo gli psicofarmaci provocano una “rivoluzione” rispetto al passato, smuovono dall’interno la tragica staticità delle istituzioni manicomiali.

Il risveglio, cominciato con l’avvento della Repubblica e irrobustitosi via via nei decenni successivi, si scinde in molti percorsi: vi è la diaspora dei giovani più curiosi e brillanti, che se ne vanno all’estero a far tesoro di esperienze nuove (Francia, Inghilterra, Svizzera, USA); vi è la lungimiranza di editori audaci e innovatori (primi fra tutti, in questo ambito, Feltrinelli, Einaudi e, più tardi, Bollati-Boringhieri), impegnati nello svecchiamento culturale del Paese (e che, va detto, suppliscono a quanto spetterebbe fare alle università) i quali, traducendo e diffondendo quanto di meglio prodotto a livello internazionale seminano e dilatano il bisogno e il desiderio di cambiamento. Un’operazione, quest’ultima, facilitata dall’effervescenza del clima internazionale, in cui i giovani cominciano a giocare un ruolo fondamentale e che sfocerà nel ’68 e negli anni successivi della contestazione, che trova veicolo e cassa di risonanza nei mass-media. Sono giustamente celebri le inchieste di Francesco Jovane del 1959 – fotografica –, di Angelo del Boca del ’66 e ancor più quella di Zavoli, messa in onda dalla Rai venerdì 3 gennaio 1969 in prima serata (p. 7).

Un clima e un contesto che infonde coraggio e sprona i giovani “eretici”, relegati ai margini funzionali quanto operativi (Basaglia a Gorizia) a tentare l’impossibile: Basaglia smantellerà il manicomio dall’interno, ma i percorsi e le modalità sono molteplici e differenti. Non si tratta, e l’autrice lo sa bene e lo dimostra, di dividere i protagonisti in buoni e cattivi, di dipingere in bianco e nero: Mario Tobino, psichiatra e scrittore di talento, contrario alla chiusura dei manicomi, è trattato dall’Autrice con grande rispetto. Ed è curioso il fatto, sul quale bisognerebbe studiare, che così come prima delle leggi “unificatrici” del 1865 singole realtà statuali e poi provinciali avevano messo in campo soluzioni calibrate sulla realtà locale per costruire i manicomi, ora il processo si ripropone rovesciato: paradossalmente, là dove, nei decenni pre-unitari si era intervenuti con cognizione di causa per costruire manicomi intesi anche come luoghi di cura e si era dato vita a esperienze interessanti (Milano, Torino, Imola, Firenze, Umbria), ora, da lì o da quelle zone partono le riforme più incisive e radicali, disegnando una mappa variegata che l’autrice segue, descrive e argomenta in modo convincente.

Un successo inaspettato?

Il dato di fondo che rende possibile l’esito della 180, e l’autrice lo spiega bene (pp. 281 ss.gg.). è che senza il sostegno della società civile e di amministrazioni illuminate, la liberazione dei matti non sarebbe avvenuta. Ma forse c’è qualcosa di più. Non vi è dubbio che il tracollo disastroso del positivismo tardo ottocentesco, che – sia pure interpretato e sviluppato in modi diversi – aveva avuto un ruolo centrale nella psichiatria non solo italiana, avvenuto in concomitanza con la sconfitta dei fascismi, abbia lasciato aperto un immenso vuoto culturale e di ricerca scientifica occupato dai giovani innovatori. Ma l’obiettivo dei riformatori di rimettere in piedi gli ultimi tra gli ultimi – a mio parere – ha le sue radici nella Resistenza perché nell’organizzazione, nel funzionamento delle bande partigiane avviene una rottura quanto meno secolare: l’abbattimento di steccati di classe e sociali; la parità delle validità delle opinioni tra i componenti i gruppi; la discussione collettiva per trovare soluzioni a problemi. Questa impostazione, che è anche un apprendistato della politica, che fa crollare il rapporto gerarchico tra le persone, una volta uscito dall’esperienza resistenziale, resta, rimane.

Naturalmente giocano un ruolo importante anche altri fattori. Con una battuta un grande storico che conosceva bene il nostro Paese disse che l’Italia era uscita dal Medioevo per immettersi direttamente nella modernità. Scherzava, ma non aveva tutti i torti: il boom economico, con tutte le sue contraddizioni, si sovrappone a uno strato arretrato, in molti luoghi arcaico. I disagi della modernità traggono linfa nel mutamento dei ruoli e dall’apprendistato avvenuto nel corso della Resistenza: la rottura del ’68, col desiderio di comprendere e indagare realtà fino che fino ad allora avevano vissuto di vita propria – le carceri, l’esercito, i manicomi appunto -, sono il frutto di quell’onda lunga che poi si intreccia con un mondo del lavoro in trasformazione e combattivo e con un rinnovamento culturale che si diffonde in molte direzioni – penso anche agli effetti del Concilio Vaticano II -. Babini illustra e discute questa ansia e questo fermento di partecipazione nelle varie realtà della penisola che coinvolge medici e infermieri, studenti e lavoratori, gente comune e intellettuali.

In alcune regioni del Paese i partiti incanalarono queste urgenze, ma per almeno un trentennio dalla nascita della Repubblica i partiti furono organismi vitali, aperti, che recepivano buona parte delle istanze provenienti dalla società. Dunque fu un insieme complesso di fattori, anche molto diverse, a consentire il concretizzarsi di quella saldatura che sfociò nella legge 180.

Legge di compromesso, tra l’altro – e cosa non da poco -, che lasciò e lascia aperti interrogativi e problemi pesanti. Sancì il fallimento medico e storico del manicomio come luogo di cura e ridiede umanità e cittadinanza a una “umanità inutile” (per citare il titolo di un bel libro). Risultati straordinari e meritevoli di orgoglio, ma come affrontare il problema del disagio mentale resta un problema aperto (su questo si veda Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio).

Ma non spetta agli storici indicare soluzioni. Agli storici spetta spiegare come e perché si è giunti fin qui, e con Liberi tutti Valeria Babini ha svolto egregiamente il compito.


Recensione. Fabio Milazzo: Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)

Un ottimo libro di Fabio Milazzo sui traumi di guerra patiti dai soldati, studiati attraverso la documentazione del manicomio di Racconigi

Questo libro di Fabio Milazzo aggiunge un nuovo tassello al rinnovato interesse della storiografia alla storia della psichiatria e dei manicomi, che da un ventennio a questa parte ha prodotto risultati importanti. La mappatura dei manicomi non è ancora completa e moltissimo resta ancora da indagare negli archivi dei manicomi, vere e proprie “miniere” per gli storici, ma poco per volta, anche per merito di ricerche come questa, le informazioni si vanno moltiplicando.

Una guerra di nervi si inserisce inoltre in un altro filone di studi. Quello relativo alla prima guerra mondiale; filone che si è arricchito di un gran numero di studi moltiplicatisi in occasione del centenario. L’importanza di questo libro è attestata proprio dal fatto che la nostra storiografia non ha ancora raggiunto i livelli di indagine di altri paesi su temi specifici come quelli affrontati nel libro.

Shell shock, scemi di guerra, soldati traumatizzati, psichiatria di guerra… sono questi i temi affrontati dall’A su una realtà manicomiale forse non prioritaria a livello di importanza della struttura (il manicomio di Racconigi non è tra i più grandi o conosciuti), ma lo fu dal punto di vista militare durante la Grande Guerra.

Milazzo ci descrive una storia che si muove tra continuità e situazioni particolari del manicomio. Da tempo la storiografia ha appurato la condizione pessima di molti istituti; tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e l’inizio secolo molti manicomi furono coinvolti in “scandali manicomiali” di vario genere: sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie pessime, soprusi da parte del personale di servizio, uso ancora massiccio dei mezzi di contenzione.

Da questo punto di vista Racconigi non si differenzia da altri manicomi. Stupisce di vedere ancona nel Novecento la promiscuità dei ricoverati e la mancata separazione tra le varie forme di follia, una delle condizioni più richieste dagli alienisti fin quasi dalla nascita della psichiatria moderna (per qualche esempio mi permetto di rimandare a I matti degli altri. Viaggi scientifici degli alienisti stranieri in Italia (1820-1864) in Storia e futuro n. 41). A causa della pessima manutenzione dei locali l’A. registra numerose morti per influenza e polmonite.

Così come per altri casi il manicomio si presentò all’appuntamento col conflitto impreparato, soprattutto in ragione dell’aumento dei ricoveri. L’istituto si ritrovò quasi sprovvisto di personale sanitario esperto per la chiamata alle armi del personale infermieristico; ma anche i locali risultarono ben presto insufficienti, disadatti e coordinati tra loro in modo sconveniente.

A soffrire di questa condizione furono soprattutto i ricoverati civili. I militari usufruirono di un trattamento migliore, garantito da rette più alte. Entriamo così nel vivo della narrazione osservando l’approccio dei medici ai traumi subiti dai soldati. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a continuità e particolarità del manicomio di Racconigi.

Non c’è bisogno di dilungarsi su carattere epocale della Grande Guerra. Anche il semplice cenno al fatto che essa da un lato chiuse il “lungo Ottocento” e aprì il “secolo breve” e dall’altro fu percepito come evento traumatico – come testimoniano i monumenti al “milite ignoto” – può essere sufficiente (sulla prima guerra mondiale per il caso italiano vedi: Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Data l’ampiezza, la gravità, la durata e l’impressionante cumulo di sofferenze e morte del conflitto non c’è da meravigliarsi se la psichiatria italiana arrivò all’appuntamento col conflitto con le “armi spuntate”, cioè con un bagaglio scientifico inadeguato. L’organicismo – che, tuttavia, non fu affatto una corrente di pensiero monolitica, ma presentava molte sfaccettature – risultò ben presto insufficiente a spiegare i sintomi “nuovi” presentati dai soldati ricoverati. Le teorie lombrosiane (Lombroso insegnò a Torino e quindi l’influenza delle sue idee sui medici del manicomio fu notevole), la teoria della degenerazione e della “follia morale”, le tare ereditarie ecc. chiarivano ben poco degli smarrimenti e dei cupi silenzi, del mutismo e dello stato catatonico, della “confusione mentale” e di altri sintomi che caratterizzavano i soldati ricoverati.

D’altra parte, se è appurato che al pari di altre branche della medicina, anche gli psichiatri furono chiamati a smascherare soldati che cercavano di sottrarsi al proprio dovere di patrioti simulando forme di pazzia (su questo si veda, ad esempio Francesco Paolella Una Caporetto per la psichiatria? Il logoramento delle truppe italiane nel dibattito scientifico, in Luca Gorgolini, Fabio Montella, Alberto Preti, Superare Caporetto. L’esercito e gli italiani nella svolta del 1917 e la mia recensione in Storia e futuro n. 45), a Racconigi l’atteggiamento dei medici fu improntato a grande prudenza:

Il trauma di guerra, nelle sue multiformi sfaccettature, fu una sfida che i medici di Racconigi scelsero di non raccogliere, per evitare contrasti con le autorità militari o perché consapevoli di non avere a disposizione strumenti diagnostici adeguati (p. 165).

L’A. giunge a questa conclusione attraverso un’attenta e dettagliata disamina delle cartelle cliniche, utilizzate come documenti che gli consentono di passare dal caso singolo o particolare al contesto generale e viceversa o di inoltrarsi nel dibattito scientifico. Scopriamo così una moltitudine di vicende personali intrappolate nei meccanismi di fenomeni immensamente più grandi di loro. Attraverso l’enorme, continuo rimescolamento della popolazione (maschile), la guerra giocò un ruolo fondamentale nell’accelerazione del processo di nation building ma, come testimoniano la durezza della vita di trincea e la spietatezza dei vertici militari nei confronti delle truppe, perdurò intatta la diffidenza delle classi dirigenti verso le classi popolari (pp. 126-27). L’idea, condivisa nelle élites del paese di “mascolinizzare”, “virilizzare” le masse italiane facendo loro attraversare il cerchio di fuoco del conflitto nacque durante il conflitto e si sarebbe incarnata nel fascismo. Perciò tutti coloro che non reggevano la prova si mostravano non tanto inadatti alle durissime prove della guerra, ma scarsamente virili, degenerati, tarati, inadatti tout court.

Da questo punto di vista l’A. ritrova però nella documentazione aspetti interessanti e sorprendenti. Ad esempio l’atteggiamento del Direttore il quale, nella corrispondenza con i famigliari di alcuni soldati sospettati di simulazione, mantiene riserbo sull’argomento per non allarmarli (p. 136).

Ciò non significa che le conseguenze di questo atteggiamento prudente dei medici non abbia ricadute importanti: in ossequio alle necessità dell’esercito ritenute assolutamente prioritarie, molti soldati vengono dichiarati guariti o migliorati e rimessi nelle mani delle autorità militari, col prevedibile manifestarsi di recidive, di tentativi di fuga o di suicidio.

Scandagliare il “mal di vivere” nei suoi molteplici aspetti dei soldati provocato dal conflitto – anche se il legame di causa-effetto tra i due fenomeni viene evidenziato rarissimamente dai medici del manicomio – se da un lato fa emergere in tutta evidenza l’arretratezza scientifica e l’impotenza dei medici nel comprendere la natura profonda di una guerra e curare i traumi di soldati costretti a “imbarbarirsi per riuscire a sopportare le privazioni […] e trovare il coraggio di uccidere altri uomini” (e quindi, anche, implicitamente, dell’inutilità del manicomio); dall’altro – e qui sta uno degli elementi importanti del libro – consente di approfondire “lo svuotamento di senso di alcune esistenze” la cui ricostruzione e comprensione non indirizza a facili “generalizzazioni” (p. 231) ma all’approfondimento e al moltiplicarsi dei casi di studio.

A queste conclusioni si può giungere soltanto con ricerche d’archivio approfondite e faticose. Ricerche che quando vengono eseguite da chi possiede competenze, sicurezza e competenza del bagaglio scientifico dello storico, genera poi libri originali, importanti e godibili come Una guerra di nervi.

Buona lettura.