Recensione. Matteo Loconsole: Paolo Mantegazza

Curiosa figura quella di Paolo Mantegazza, “pioniere della sessuologia” (p. 12) dai molti interessi e dalle molteplici attività. C’è un Mantegazza cultore delle scienze naturali, dell’antropologia e dell’etnologia, come c’è un Mantegazza politico e giornalista, igienista e romanziere, pedagogo e divulgatore.

Campi del sapere disparati che riflettono non soltanto la sete di sapere e di cultura di uno studioso particolarmente curioso, ma anche – e forse soprattutto – un’epoca. Quando Mantegazza inizia la sua attività il Paese sta per inoltrarsi in tempi di veloci e in alcuni casi profondi cambiamenti. L’unificazione, in primo luogo (era nato nel 1831 a Monza e i suoi primi saggi sono dei primi anni Cinquanta) che gli porta sotto agli occhi un paese che deve ancora essere in gran parte conosciuto, scoperto, nelle sue culture, mentalità, abitudini ecc. Un Paese ancora prevalentemente agricolo, arretrato in molte sue parti e che soltanto a macchia di leopardo inizia ad essere interessato dagli effetti della seconda rivoluzione industriale.

“La produzione divulgativa mantegazziana – osserva Loconsole -, per sua stessa natura antidogmatica, rivolta a tutti e a nessuno […] era stata pensata dall’autore nella forma di un vadevecum, una bussola dell’igiene fisica e morale, cui il popolo italiano avrebbe potuto fare riferimento al fine di imparare a meglio gestire la propria esistenza in tutte le incombenze della quotidianità” (p. 84).

Un popolo da educare dunque, ma non nella sua completezza. L’analfabetismo rimase su percentuali assai alte almeno fino alla fine dell’Ottocento, soprattutto nelle campagne non solo meridionali, e questo limitava l’ampiezza del pubblico che poteva usufruire degli insegnamenti di Mantegazza.

Da questo punto di vista Mantegazza dispone di uno spazio d’azione enorme: le molte inchieste promosse da governi, province e singoli studiosi fotografano un Paese che necessita di numerosi interventi e lo studioso monzese li individua con sicurezza: “gli italiani non sanno bere, non sanno mangiare, non sanno dormire”, sprecano le proprie energie “e quando si ammalano” cadono vittima di ciarlatani, folklore e “pregiudizi” (p. 101). Il suo intento è redimerli educandoli proponendo loro almanacchi (ne scrisse più di quaranta) e opere divulgative scritte in modo chiaro, diretto e semplice.

Se non che, com’è noto, per la grandissima maggioranza degli italiani il passaggio da sudditi a cittadini avviene con estrema lentezza ed è spesso ostacolato dalle classi dirigenti (su questo si veda, ad esempio, Renato Zangheri, Storia del socialismo italiano (vol. 1). Più in generale, miseria e ignoranza vengono criminalizzate e/o medicalizzate dalle élites alla guida del Paese che si sentono minacciate su più versanti: quello clericale, ostile al nuovo stato unitario, quello di sinistra, col movimento anarchico e socialista in fase di sviluppo, quello di gran parte del “popolo” che porta con sé tare che ne minano la salute psico-fisica dovute ad arretratezza, miseria e ignoranza.

Non a caso la prevenzione, uno dei precetti cardine dei medici e degli igienisti positivisti, è anche per Mantegazza lo strumento più idoneo alla formazione di una popolazione sempre più sana, in salute e affidabile anche per quanto riguarda la salute mentale. Consapevole di questi ostacoli, Mantegazza impronta anche la sua carriera politica – prima alla Camera poi al Senato – a “mezzo per portare al centro dell’opinione pubblica e della amministrazione italiane temi che avrebbero rischiato di non essere trattati con la dovuta accortezza” (p. 65).

Un secolo borghese e “nevrosico”

Tanto più che ai mali antichi, “atavici” del paese – per usare un termine di Lombroso che Mantegazza (a ragione, secondo me) non ammirava – se ne sommavano di nuovi. Parlando dell’Ottocento come di un “secolo nevrosico” egli dimostrava di essere interessato soprattutto agli effetti della seconda rivoluzione industriale: le ferrovie, il telegrafo, l’urbanizzazione, gli effetti del lavoro intellettuale sulla psiche: aspetti che indicano la modernità, un’accelerazione del vivere che dalla fine del XIX secolo cominciò ad interessare alcune zone molto limitate e alcune città.

Gli effetti del progresso (della “civilizzazione” come si diceva allora) sulla popolazione erano studiati da tempo dai medici, soprattutto in Belgio, Francia e Gran Bretagna; Mantegazza non fu l’unico ad indagarli (ad esempio, a testimonianza del ritardo italiano, gli Annali d’Igiene, diretti proprio da Mantegazza, sono di un cinquantennio successivi all’omonima rivista francese). Anche alcune sue conclusioni non erano nuove: ad esempio, la sua idea di “salute gerarchica” (vale a dire nell’imparare ad “accettare il proprio satus sociale“, p. 104), sia pure in altri modi, la si ritrova esposta in molte opere. Vero è che Mantegazza non scartava affatto l’ipotesi di crescita individuale nel campo delle professioni, ma le inseriva nel filone del “selph-help”, dell'”aiutati che di Dio ti aiuta”, un filone di pensiero che raccomandando una vita sobria, di duro lavoro e di risparmi, depoliticizzava i lavoratori e li rendeva perfettamente integrabili nel quadro della società borghese che si stava rafforzando.

I “confini” entro i quali si muove il medico monzese sono quelli della società borghese: i 50 centesimi necessari per acquistare i suoi almanacchi erano al di fuori delle disponibilità economiche della maggior parte della popolazione (p. 105). Non di meno, il fatto stesso che i suoi testi circolassero abbondantemente e vendessero bene dimostra l’esistenza di un mercato in espansione e quindi anche un modificarsi della società e dei ceti produttivi. Mi pare che anche l’A. sia sulla stessa linea interpretativa: “Sembra, quindi, che l’opera di Mantegazza si adattasse, più che al popolo tout court, ad un pubblico di non specialisti” (p. 105).

Meriti e contraddizioni

Scegliendo la borghesia e quei gruppi artigianali piuttosto ristretti in grado di vivere discretamente al punto di potersi permettere di spendere qualcosa per qualche vizio, curiosità o modeste ambizioni personali, quale terreno su cui muoversi, Mantegazza ne individuò molti limiti e pregiudizi e, allo stesso tempo, ne incarnò pregi e difetti.

Assumendo una posizione indubbiamente progressista, egli fu uno dei pochi sostenitori del diritto al divorzio. Il rapporto che Mantegazza ebbe con l’universo femminile fu contraddittorio: riconobbe alle donne un ruolo sociale importante e le ritenne un soggetto “la cui educazione era per molti aspetti assimilabile a quella dell’uomo”. Di più: in antitesi col pensiero dominante dell’epoca, egli attribuiva alla donna “una maggiore sensibilità sessuale e, quindi, una innata predisposizione a godere più dell’uomo durante gli amplessi” (p. 188) . Posizioni avanzate e tutt’altro che scontate (sulla sensibilità sessuale delle donne si veda il quadro tracciato da Marzio Barbagli Comprare piacere ), inserita in un più vasto proposito pedagogico e igienico sanitario tendente a “debellare”, in materia di sessualità, il “moralismo tartufesco di ispirazione cattolica” e tuttavia, non di rado, ricade poi in una concezione della donna, tipica del suo tempo, inferiore all’uomo inserita in un contesto patriarcale (pp. 110-111). A ragione Loconsole afferma che Mantegazza fatica ad uscire da certi stereotipi e pregiudizi del suo tempo e del suo contesto sociale e culturale (p. 111, 197).

Mantegazza infatti risentì pesantemente degli indirizzi scientifici dell’età positivista e, in particolar modo, dell’eugenetica, portandolo su posizioni repressive piuttosto che pedagogiche (Su questi aspetti è opportuno vedere Silvano Montaldo, Donne delinquenti): ciò vale ad esempio, per la condanna senza appello per l’onanismo e qualunque altro atto “contro natura”, alla tolleranza (se non alla difesa) della prostituzione quale male minore e perfino il divorzio era pensato dallo scienziato monzese come una opportunità per le donne non tanto di liberarsi di uomini indesiderati ma per meglio ponderare e poter scegliere “il loro ” (p. 125), il loro matrimonio.

Besnard Albert, La prostitution

Anche nel caso del matrimonio le posizioni di Mantegazza furono contraddittorie. Da un lato, considerò la donna inferiore all’uomo (p. 184) e le attribuì il ruolo di custode del focolare domestico anche in virtù della propria conformazione naturale (p. 188); dall’altro – assumendo una posizione originale e progressista – considerò la contraccezione una eventualità accettabile (pp. 166-67). Ma anche in questo caso l’influsso dell’eugenetica risulta evidente: a suo parere la contraccezione è una forma di “perversione minore”, tollerabile e anzi talvolta necessaria essendo il matrimonio l’unica unione atta a procreare una stirpe sana e non afflitta da degenerazioni. Per questa ragione, in quanto procreatrice, le donne dovevano essere educate fin dall’infanzia al ruolo che avrebbero un giorno ricoperto . Una posizione, quest’ultima, che solo apparentemente cozzava con un altro suo precetto secondo il quale era bene che le madri raccontassero alle figlie senza reticenze “la verità sul sesso […] senza nascondere nulla” (p. 183).

Conclusioni

Ho toccato soltanto alcuni temi trattati da Loconsole in questo libro ricco di spunti. Ve n’è uno però, che forse meriterebbe qualche attenzione. L’A. ha mostrato giusta attenzione nel confronto Nord/Sud del Paese. C’è però un’Italia di mezzo, non solo geograficamente, che è quella dell’Italia centro settentrionale caratterizzata da un’agricoltura non arretrata e dalla corposa presenza mezzadrile e bracciantile. Sono soggetti che Mantegazza ha guardato (vedi, Adriano Prosperi, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento) e che meriterebbero maggiore attenzione. Non vuole essere una critica, piuttosto un suggerimento per ulteriori approfondimenti.

Infatti Loconsole ha evitato la trappola nella quale molto spesso cadono i biografi: quello di “innamorarsi” del recensito. Le sue osservazioni in sede di valutazione sono ponderate e persuasive, in un libro ricco di curiosità, informazioni bibliografiche e che si legge con piacere.

Buona lettura.


 

Recensione. Nicholas Terpstra: Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento

Saggio storico, giallo o romanzo storico? Leggendo Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento di Nicholas Terpstra, questa domanda si affaccia alla mente del lettore. Terpstra è docente di Storia all’Università di Toronto, quindi l’interrogativo non dovrebbe porsi, ma Ragazze perdute è un libro congegnato in modo molto particolare.

La ricerca prende spunto da un avvenimento piuttosto insolito: nella Casa della Pietà, una delle tante Opere Pie esistenti al tempo, fondata nel 1554 per proteggere le giovani dai pericoli della strada e, in primis, dalla possibilità che cadessero nella rete della prostituzione, nei primi 14 anni di vita dell’Istituto su 656 ragazze (e ragazzine, spesso poco più che bambine) soltanto 202 ne uscirono vive. Come mai una mortalità così alta?

La storia, si sa, è piena di misteri e per cercare di risolvere questa strana moria di donzelle l’A. spreme la non molta documentazione disponibile. Terpstra avanza il sospetto che, almeno per quel che riguarda quella più compromettente, sia stata fatta sparire. Perciò le sue fonti sono essenzialmente testamentarie e contabili. Che si siano verificati “tentativi di insabbiamento” (p. 231) o una probabile dispersione, allo storico poco deve importare: la storia si fa sui documenti, quando ci sono; quando mancano ci si può affidare ad altre fonti.

Infatti, per risolvere l’enigma l’A. segue molte piste. Il mistero sembra trovare soluzione grazie al ritrovamento di un Ricettario che si rivela essere una vera e propria miniera di conoscenze mediche del tempo. Il fatto che “nove delle cinquantaquattro sostanze presenti nel Ricettario” (p. 110) fossero erbe utilizzate nelle pratiche abortive induce l’A. a ritenere che, lontano dall’essere un istituto di beneficenza, la Casa della Pietà fosse in realtà un bordello clandestino e che la causa delle morti repentine delle giovani sia da attribuirsi, appunto, alla pericolosa pratica dell’aborto. L’ipotesi è curiosa ma improbabile: saremmo di fronte a uno o più inseminatore/i scatenato/i che mette/ono incinta centinaia di ragazze contemporaneamente, che poi tutte abortiscano per poi morire nel giro di poche settimane. È vero che non poche ragazze della Casa della Pietà uscivano dall’Istituto per trovare lavoro come domestiche e che gli “incidenti” di natura sessuale tra padroni o famigliari e donne prese a servizio erano frequenti, o che non poche domestiche “arrotondavano” i magri guadagni prostituendosi (sulla prostituzione in generale vedi Marzio Barbagli Comprare piacere), ma dal momento che l’A. ritratta quasi immediatamente l’ipotesi del bordello illegale, deve essersi convinto di aver esagerato nelle supposizioni (pp. 127-43).

Le argomentazioni sull’aborto conducono l’A. a inoltrarsi nel contesto del Radicalismo religioso del Rinascimento e a tracciare un discutibile rapporto tra gli strali di Savonarola contro l’aborto e il coinvolgimento delle ragazze della Casa della Pietà “nella distribuzione di rimedi abortivi”, affermazione non suffragata da prove convincenti.

L’A. non abbandona la pista della sessualità. Come ulteriore possibilità per capire lo strano fenomeno, sospetta che a uccidere le ragazze fosse la sifilide. La deduzione deriva ancora una volta dal Ricettario nel quale sei prescrizioni trattano di “apostemi, ulcere, scabbia e scrofole”, sintomi che la medicina dell’epoca associava appunto al terribile “male”. Ma anche per quanto riguarda questa ipotesi Terpstra deve riconoscere che “non rimane alcun manoscritto del tempo che si riferisca a questa malattia […] mettendola in relazione con le ragazze della Pietà” (p. 187).

Il libro si chiude con la storia di indubbio interesse e, in questo caso, ben documentata, di una donzella vittima della ragion di Stato: Giulia – la ragazza in questione – viene scelta per testare la virilità del Duca di Mantova che deve prendere in moglie la figlia del Granduca. Il fatto che venga effettuata questa “prova”, significa che sulla virilità del nobile mantovano si nutrivano parecchi dubbi. In ogni caso il Duca assolve alla sua missione: ingravida la donzella che viene liquidata con una dote cospicua (3000 scudi) che le garantiscono un matrimonio soddisfacente.

Tuttavia, il curioso caso dal quale l’A. è partito – la moria di tante ragazze della Casa della Pietà in brevissimo tempo – resta irrisolto. L’A. non trova prove convincenti e decisive: “alla fine dobbiamo ammettere di non sapere veramente quello che fu” (p. 231).

Un libro consigliato?

Terminata la lettura sorgono due interrogativi. Il primo è che l’A. si sia imbattuto in un avvenimento intrigante ma troppo poco documentato e che abbia rimpolpato e stiracchiato il testo. Gli storici non sono detective, indubbiamente, e tra i loro compiti vi è anche quello di sollevare problemi. Ma questa operazione si sarebbe potuta fare con un libro più breve.

Il secondo, riguarda gli argomenti inseriti nelle trattazione per dare corposità al libro: aborto, malattie, medicina, sessualità, radicalismo religioso, sono temi complessi, sfaccettati e studiati da tempo. Perché non supporre invece la possibilità che a provocare la morte pressoché improvvisa di tante ragazze non sia stata una epidemia di tifo o di quella che più tardi i medici avrebbero chiamato “febbre nosocomiale”? Dopo tutto è lo stesso Autore a rilevare il susseguirsi di annate critiche, contrassegnate da carestie e alle carestie spesso seguivano epidemie di vario genere.

Insomma, per quanto riguarda la procedura metodologica adottata da Terpstra, la risposta non può essere positiva. Una ricerca storica non può basarsi solamente su indizi e supposizioni. Mi sembra alquanto discutibile sostenere che “buona parte della sfida e dell’entusiasmo della ricerca storica sta […] nello spingersi oltre i limiti” (p. 25). Questa è una licenza concessa ai romanzieri, non agli storici.

Se invece escludiamo le fumose elucubrazioni che dovrebbero spiegare il caso, il libro di Terpstra è un libro che mi sento di consigliare per almeno due ragioni.

Dalla ricerca emerge l’altra faccia del Rinascimento: le ragazze che finiscono nella Casa della Pietà, gli artigiani che le prendono in casa o a bottega, i quartieri popolari hanno poco da spartire con i fasti del Rinascimento, con lo scintillio delle arti, con la colta e frivola vita di corte, con le cortigiane e lo sfarzo dei palazzi. Terpstra ci mostra una realtà quotidiana dura, rapporti sociali ruvidi e senza sentimentalismi, in alcuni casi codificata anche dalle leggi: le multe comminate allo stupro di una donna variavano a seconda della posizione sociale della vittima: altissime nel caso di nobildonne, leggere nel caso di popolane, non previste nel caso delle prostitute. Siamo di fronte ad una popolazione che deve vivere sprovvista di una qualunque forma di protezione sociale e questo comporta la presenza di leggi non scritte e scaltrezze che l’A. indaga a fondo e spesso con acume. Anche nella stessa Casa della Pietà si lavora, e si lavora sodo. Anzi, l’A. parla a ragione di “Carità come strategia industriale” (pp. 90 ss.gg) e non è del tutto improbabile che un certo numero di decessi fosse proprio da imputare allo sfruttamento in ambito lavorativo.

La fatica del vivere che indurisce l’anima e che porta molte ragazze, come argomenta con efficacia la cortigiana Veronica Franco, a cadere nel mondo avvilente della prostituzione per necessità mentre potrebbero vivere onestamente se fossero messe in condizioni di farlo o se vi fosse un luogo che fungesse da riparo (quello che sarà, appunto, la Casa della Pietà, p. 44.).

Non sono solo questi gli aspetti interessanti raccontati da Terpstra: i meccanismi che sono alla base delle strategie matrimoniali con un continuo comporsi e disfarsi di nuclei famigliari o dell’espandersi o deperire di ospedali, Opere Pie o Istituti di Carità; la descrizione dei vari mercati delle merci come, su tutt’altro versante della medicina del tempo.

Tutto questo – ed è il secondo motivo per cui consiglio la lettura di Ragazze perdute – è raccontato con una penna arguta, vivace, capace di restituire una Firenze popolare e popolana forse in penombra, ma vivida, affaccendata, formicolante, esuberante e, almeno per quanto riguarda la sessualità, non di rado eccessiva. Merito anche della traduttrice, davvero brava nel restituire al lettore la verve narrativa dell’A. e il clima di un’epoca e della città. Inoltre Terpstra mette a disposizione del lettore una buona bibliografia e un ricco apparato di note.

Buona lettura.


Recensione. Marzio Barbagli: Comprare piacere.

Comprare Piacere di Marzio Barbagli è molto di più di una storia comparata della prostituzione dal Medioevo ad oggi. Un libro illuminante e sorprendente.

Si fa presto a dire “puttana”. Anzi, no, ci vuole un po’ di tempo, se pensiamo che “solo in Spagna, alla fine del Medioevo, vi erano quasi 300 espressioni per designare una meretrice” (p. 21). Anche in italiano, a ben guardare, i sinonimi o gli eufemismi di questo insulto non sono pochi. Senza dire che bisognerebbe distinguere tra femminile e maschile: “mignotta” e “checca”, per esempio. Ma anche in ambito maschile i sinonimi, sebbene meno numerosi della variante femminile, sono molti.

Già questa semplice e immediata costatazione sarebbe sufficiente per capire che il mondo della prostituzione è estremamente variegato e che quindi la sua storia è una storia articolata e complessa. Ed in effetti, il ricchissimo affresco che ci regala Marzio Barbagli, sociologo che non ha certo bisogno di presentazioni, Professore emerito all’Università di Bologna, lo conferma.

Intanto, per esempio, cos’è che permette di stabilire con certezza che una donna è una prostituta e l’altra no? Il numero degli uomini a cui si è concessa? Il fatto che li cerchi e li adeschi? O è il denaro ricevuto la prova decisiva? (pp. 165 ss.)

Città, taverne, “stufe” e ordine pubblico

La prostituzione è un fenomeno tipicamente cittadino (pp. 72-73). Cantieri, mercati, commerci, chiese, porti… popolazione significa clienti e in città la clientela si moltiplica facilmente in quanto protetta dall’anonimato e dalla mobilità di coloro che entrano ed escono per i più vari motivi. Non a caso molte delle prostitute su cui si hanno notizie certe non erano originarie della città in cui lavoravano ma erano straniere: a Valencia soltanto il 7% delle prostitute censite era nativa di quella città (p. 26).

Fu esattamente questo il fenomeno che videro e che preoccupò gli amministratori, i predicatori, e gli osservatori medievali. Il meretricio si diffondeva e si radicava man mano che le città ingrandivano. Città piccole, minuscole se confrontate a quelle odierne, ma i 100.000 abitanti di Parigi erano una cifra enorme per l’epoca. Da Londra a Palermo, da Parigi a Colonia, da Venezia a Firenze, le femine de pecato si moltiplicavano in modo preoccupante. I predicatori parlavano di “invasione” da parte delle meretrici con un codazzo di gentaglia dedita al gioco, alle risse e alla microcriminalità. Del resto, in linea generale, dal Medioevo fino ad ora, la prostituzione è un fenomeno strettamente collegato al variegato e mal tollerato mondo della marginalità. La figura del lenone, dell’intermediario e della mezzana ne sono una delle conferme più evidenti. Il termine “magnaccia” non fa venire certo alla mente uno stinco di santo.

Prostituzione/ordine pubblico diventa quindi, dal Medioevo in poi, un binomio costante, un’accoppiata di lunga durata che attraversa i secoli. Le ramificazioni dell’ordine pubblico, si sa, erano molteplici. Le taverne, con la loro clientela disparata – abituale, ma anche di passaggio o temporanea – fittissime nelle città maggiori, erano un ottimo punto di appoggio per le prostitute, sicure di trovarvi clientela in abbondanza.

Sempre nelle città un altro luogo in cui si poteva star certi di incontrare sesso mercenario erano i bagni pubblici, chiamati generalmente “stufe”. Erano luoghi in cui igiene, salute e svago si incrociavano in un groviglio difficilmente distinguibile. Moltiplicatisi dal Duecento fino almeno al Cinquecento, i “bagni pubblici” diventarono sempre più sinonimo di sesso venale (pp. 23 ss.); ma anche mercati, chiese, porti.

Abbondanza di clientela significa anche un ventaglio di “gusti” e preferenze tra i clienti stessi. Da questo punto di vista il lenone e la mezzana ricoprivano un ruolo strategico fondamentale: alcuni erano veri e propri imprenditori avendo sotto controllo un certo numero di prostitute; altri facevano prostituire la moglie o la figlia o la sorella; altri ancora avevano legami affettivi con la loro protetta. In molti casi il mestiere di mezzana o lenone era un secondo o un terzo lavoro, svolto soprattutto da persone che col lavoro “legittimo” e ufficiale erano in contatto con molte persone.

Le città furono una sorta di alimentatore della prostituzione anche con il progressivo incremento del numero delle università. Studenti in giovane età, che spesso disponevano di cifre modeste ma abbastanza sicure per un certo periodo di tempo, erano una clientela allettante per taverne, bisbocce e prostitute – che lavorassero in bordelli o in proprio (pp. 151-57). L’A riporta gustosi frammenti di lettere rigurgitanti indignazione e rampogne dei genitori lontani che rimproveravano ai loro pupilli di buttar via soldi correndo dietro alle sottane. Anche gli eserciti avevano al loro seguito un numero imponente di “donne pubbliche” (pp. 115-124).

Dunque, per i secoli precedenti la Rivoluzione industriale, città, università e soldati sono i tre elementi cardine che alimentarono il mestiere e attorno ai quali il mondo della prostituzione gravitava.

Repressione e “male minore”

Il sogno di debellare la prostituzione – accarezzato da alcuni soggetti particolarmente pii – si rivelò una illusione. I tentativi fatti in questo senso fallirono miseramente. Si cercò allora di arginare il fenomeno in vari modi: espellendo le prostitute dalle città; tollerandone la presenza in zone limitate e comunque lontano dai quartieri centrali e dalle “donne oneste”; rinchiudendole nei postriboli: sono regole e leggi che si differenziano da città a città che che mutano nell’arco del tempo con una grande varietà di pene per coloro che non le rispettavano: dall’espulsione alla fustigazione, alla tosatura dei capelli alle multe.

La soluzione più efficace per tenere le prostitute sotto controllo fu comunque quella di istituire bordelli municipali. Come riconosceva il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia, “le meretrici sono assolutamente necessarie in questa terra” di commerci, attraversata e popolata da una “moltitudine di genti” che vi passava e soggiornava. La creazione di un bordello pubblico era considerata una soluzione ottimale.

Il dato sorprendente è che l’istituzione dei bordelli pubblici derivò da motivazioni demografiche e non “dalla credenza che gli uomini avessero bisogni sessuali più forti delle donne perché […] a lungo si è pensato esattamente l’opposto” (p. 45). Dunque la prostituzione era necessaria. Autorità e religiosi concordavano nel ritenere essa preservasse o arginasse mali peggiori quali, ad esempio, “la trasmissione di passioni e pratiche perverse dalla popolazione femminile infetta a quella sana”, il pericolo che gli uomini insidiassero e violentassero donne oneste e, infine, era molto più raccomandabile optare per la prostituzione legale che il diffondersi del “maledetto vicio contro natura” (pp. 45-46).

Contro natura: il “vizio nefando”

Per “vizio contro natura” gli osservatori medievali e dell’età moderna intendevano la sodomia omosessuale. Naturalmente deprecavano e condannavano anche la variante eterosessuale, ma a preoccuparli maggiormente era la diffusione del vizio tra maschi. Pratica che deve essere stata piuttosto frequente dal momento che negli stati tedeschi storpiavano il nome di Firenze trasformandolo in “infilzare” proprio per indicare una tendenza sessuale particolarmente diffusa nella città toscana. Del resto, un intellettuale come Machiavelli, sposato e frequentatore di bordelli, ebbe anche amanti maschi e incontri omosessuali. Ma anche la Berlino degli anni Venti e Trenta del Novecento era considerata un paradiso di emozioni forti e un fiorente punto di incontro per omosessuali in cerca di avventure (su questo vedi anche Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938))

L’A dedica un paio di capitoli al mercato del sesso omosessuale. La differenza principale rispetto al meretricio femminile sembra consistere principalmente nella durata inferiore della “carriera” dei maschi, anche se iniziava prima di quella delle donne: la pederastia indicava proprio il rapporto sessuale tra un adulto e un adolescente. In secondo luogo, generalmente i maschi non avevano bisogno di mezzani né, ancor meno, di protettori. Infine il mercato del sesso omosessuale, essendo ovunque condannato, non conobbe mai alcuna forma di regolamentazione. Forse l’aspetto più interessante risiede nel fatto che assieme al progressivo affermarsi della “morale borghese” la posizione di chi cercava e praticava sesso omosessuale divenne progressivamente più fragile. Dovendo adattarsi a una morale pubblica più ristretta e bigotta gli omosessuali diventarono facilmente ricattabili (anche con conseguenze tragiche).

L’istituzionalizzazione della prostituzione

Dunque, se il tentativo di debellare la prostituzione fallì, quello di sottoporla interamente al controllo delle autorità cittadine e governative riscontrò un successo modesto. Le autorità politiche trovarono nella tassazione delle prostitute e dei bordelli una fonte di introiti non trascurabile, ma la prostituzione non autorizzata continuò a prosperare.

Tuttavia, almeno a partire dai decenni centrali del Quattrocento, la prostituzione “istituzionalizzata” raggiunse una certa stabilità. Lo si deduce dalla consultazione delle opere di architettura. Almeno per il caso italiano, queste prevedevano che il bordello si trovasse nelle vicinanze del centro della città proprio perché si trattava di un servizio pubblico (a Bologna era addirittura vicinissima alla centralissima Piazza Maggiore) e non di rado venne a trovarsi nei pressi di istituti religiosi (con sommo rammarico e vibrate proteste degli ecclesiastici). Altri Paesi e città europei invece optarono per spostare il postribolo lontano dal centro per proteggere i residenti da un andirivieni indecoroso (ad abitare nelle adiacenze del centro erano i ceti più ricchi).

Doppia morale

Oltre che a dipendere da fattori demografici, migratori, economici, dallo sviluppo di università e città e dalla presenza di un clero non ancora del tutto uniformato a regole precise, la vitalità della prostituzione derivava anche dalla convivenza di molteplici mentalità. “È un errore pensare che in Europa vi fosse allora un unico sistema di morale sessuale, monolitico, articolato e coerente, quello cristiano” (p. 165).

Come si vede, fare la “puttana” era un mestiere degradato (contraddistinto anche da abbigliamenti particolari o da ornamenti e distintivi che le distinguevano a colpo d’occhio dalle donne oneste), ma non lo era essere cliente. Agli uomini sposati e agli ecclesiastici l’accesso ai bordelli era ufficialmente interdetto, ma quasi ovunque il loro accesso era tollerato e le pene, quando venivano applicate, erano in genere poca cosa.

In secondo luogo, i teologi ritenevano che fossero le donne ad alimentare il mercato del sesso istigando l’uomo a cedere alle loro lusinghe e alla lussuria anche perché – fino al Settecento inoltrato – la donna era considerata “insaziabile” nei suoi appetiti sessuali.

Profondissima conoscitrice dell’animo umano, la Chiesa cattolica dimostrò maggiore duttilità e una grande capacità di adattamento nel fronteggiare il problema della prostituzione in confronto alla consorella protestante, molto più rigida e severa (p. 238 ss). Considerandolo come male minore, alla fin fine riconobbe l’impossibilità di eliminarla, ma questo non significò affatto diminuire gli sforzi per contrastarla. La costruzione di decine di conventi, di Opere Pie, di istituzioni dedite al recupero etico e sociale che la Chiesa edificò e diresse stanno a significare non solo un impegno concreto, immediato, ma anche e soprattutto l’impiantare nei centri nevralgici degli stati una presenza che superava di gran lunga il contrasto diretto alla prostituzione: la costruzione degli edifici creava lavoro; lavoro veniva poi procurato a coloro che vi entravano; le doti che venivano messe a disposizione creava una lunga scia di aspiranti a riceverle. Gli aspetti sono molti e Barbagli ci segnala giustamente che questa storia ebbe in Italia un’incidenza e una durata molto maggiori rispetto ad altri stati europei, mentre i suoi effetti si intersecarono con la “criminalizzazione” della prostituta di basso rango verificatasi con l’avvento e il consolidarsi del positivismo nella seconda metà dell’Ottocento (su questo si veda Silvano Montaldo. Donne delinquenti.). Dunque, al binomio prostituzione/ordine pubblico se ne affiancò un secondo, peccato/redenzione.

Tornando alle cortigiane e alla loro vita non si fatica a ritrovare una curiosa contraddizione. Diventare cortigiana non era affatto semplice. La semplice bellezza, per quanto indispensabile, non era elemento sufficiente. Alla bellezza e al fascino innato, la cortigiana doveva unire doti non comuni: saper di arte, di musica, di poesia; conoscere a perfezione l’arte della conversazione, saper mettere a proprio agio il cliente, indovinarne a colpo sicuro i gusti e le aspettative; saper tessere relazioni negli ambienti importanti non soltanto amorose. Ed è curioso constatare come per le donne che possedevano questi requisiti la prostituzione si trasformasse in un ascensore sociale che consentiva loro perfino di potersi scegliere gli amanti e rifiutare pretendenti non graditi (p. 306). Nei periodi d’oro delle cortigiane (Cinquecento, Sette-Ottocento), molte di loro accumularono fortune enormi, alcune colossali. Ma era e restava una condizione precaria: la bellezza poteva svanire in breve tempo, la concorrenza era agguerrita, gli amanti rivolgersi ad altre, rischiavano di ammalarsi. Per queste ragioni anche le cortigiane ambivano ad accasarsi prima o poi.

Ci troviamo dunque di fronte ad un largo ventaglio di posizioni assai diverse all’interno della professione: le prostitute occasionali o part-time, le immigrate recenti in cerca di occupazione o quella che lavoravano nel bordello regolare facevano una vita stentata, poco al di sopra della semplice sopravvivenza. Le più apprezzate e intraprendenti tra potevano arrischiarsi a mettersi in proprio, mentre poche potevano unire cultura e savoir faire per schiudere le porte dell’alta società ed arrampicarsi in cima alla piramide sociale.

Prostituzione e progresso

Si tratta di un insieme di fenomeni che dal Cinquecento all’Ottocento si perpetua e si dilata. I vettori che mantenevano vitale il mondo della prostituzione continuavano ad essere gli stessi: crescita – spesso esponenziale – delle città; eserciti – che dopo la Rivoluzione francese divennero regolari e quindi molto più numerosi – e aumento della popolazione studentesca. Semplicemente, gli effetti della Rivoluzione industriale li moltiplicarono, li articolarono e li ingigantirono. Il moltiplicarsi delle professioni, con il conseguente arricchimento dei ceti borghesi dilatò la richiesta di prostitute (p. 335). In Gran Bretagna furono le città che trainarono lo sviluppo industriale – e massimamente quelle portuali – a far esplodere la domanda di prostitute. In Francia, lo sviluppo edilizio di Parigi che rinnovò la città e la ingigantì, fece la fortuna di molte cortigiane.

L’ascesa della borghesia a classe dominante determinò anche il culmine della prostituzione in quanto professione. Già nel Settecento furono molti i viaggiatori e gli osservatori che notarono l’effervescenza del fenomeno. Da Liverpool a Venezia, Roma e altrove, l’A riporta numerose annotazioni di visitatori sbalorditi nel vedere meretrici dappertutto. (Su questo aspetto si veda anche Attilio Brilli. Quando viaggiare era un’arte).

Ma fu il secolo successivo quello che conobbe la massima diffusione. Non a caso Flaubert definì l’Ottocento “il secolo delle puttane” e la prostituzione finì per interessare scienziati e medici in misura molto più considerevole rispetto al passato. Alle loro indagini si devono gli studi più approfonditi sull’argomento così che possiamo disporre di una mappatura esauriente, ampiamente e accuratamente utilizzata da Barbagli. Anche gli artisti, com’è noto, benché fondamentalmente misogini, furono assidui frequentatori delle prostitute e profondi conoscitori del loro mondo (Toulouse-Lautrec, per citarne uno, visse con prostitute per un lungo periodo).

Sul mercato librario apparvero perfino delle guide apposite con tanto di indirizzo, tariffe e specialità delle prostitute per coloro che non intendevano rivolgersi ai mezzani, anche se era facile ricevere notizie in proposito da camerieri, facchini, personale d’albergo, trattorie…

La differenza tra le cortigiane cinquecentesche e le grandi orizzontali ottocentesche stava nel fatto che ora ad essere ricercate non erano più poetesse e scrittrici, ma ballerine e donne di spettacolo. Donne di questi ambienti potevano raggiungere la notorietà diventando muse di artisti e scrittori, ma anche grazie ai nuovi media, come i poster pubblicitari o, ancor più, la fotografia: il progresso aveva inciso anche sul mondo del piacere.

Le due rivoluzioni – quella industriale e quella francese – incisero profondamente anche sulla “geografia” della prostituzione. Nell’Europa medievale e moderna lungo le rotte dei pellegrinaggi le prostitute erano sicure di poter trovare clientela con facilità. Anche i Concili attiravano un gran numero di prostitute. L’Ottocento indebolì la presa della religione sulla popolazione e queste esperienze non ebbero più la centralità di un tempo. La ebbero però quelle che testimoniavano la dimostrazione della forza inarrestabile del progresso: le Esposizioni (universali, internazionali, nazionali, regionali), con la loro capacità di attirare un numero immenso di visitatori costituirono un punto di riferimento costante per le prostitute.

Il declino della professione

Col Novecento invece il fenomeno della prostituzione cominciò a diminuire. Col tempo si affermarono nuovi costumi sessuali. Se i soldati continuavano ad essere clienti affezionati delle prostitute, che però non seguivano più gli eserciti ma si facevano trovare in loco, sempre più spesso le donne non arrivavano più vergini al matrimonio. Rispetto all’epoca vittoriana i giovani erano più liberi, avevano maggiori possibilità di incontrarsi e di ritagliarsi momenti di intimità. Anche il progressivo accesso delle ragazze alle scuole superiori e alle università ha contribuito a ridimensionare la richiesta di sesso a pagamento. Dunque, nel corso del Novecento, la prostituzione non è scomparsa, si è ridimensionata e modificata ad un tempo.

Conclusioni

Nonostante abbia scritto moltissimo (forse troppo), ho tralasciato molti aspetti di questo libro ricchissimo, divertente, spesso illuminante e fornito di un formidabile apparato di note e bibliografia. Con Comprare piacere Marzio Barbagli ci regala un libro prezioso, che apre anche molti percorsi di ricerca.

PS: per chi volesse approfondire alcuni aspetti, segnalo che l’ultimo numero del Giornale di Storia è dedicato alla prostituzione.