Recensione. Annacarla Valeriano: Malacarne

Negli ultimi due decenni la storiografia ha compiuto un notevole lavoro di scavo e di indagine sui manicomi. Oltre alla mia monografia sul manicomio di Imola, Finora qui ho detto qualcosa su: Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918); Cinzia Migani, Memorie di trasformazione. Storie da manicomio. Malacarne di Annacarla Valeriano approfondisce la storia del manicomio di Teramo (al quale, prima di questo, ha dedicato una bella monografia che presenterò prossimamente). A conferma della straordinaria ricchezza degli archivi manicomiali, l’A. ci regala un approfondimento di una realtà già conosciuta e analizzata.

Manicomio importante quello teramano, “uno dei più grandi e importanti dell’Italia centro-meridionale” (p. 10) e quindi ricco di storie e di informazioni. Storia al femminile, di donne, alle quali Valeriano intende “restituire un volto, una storia e una voce […] che tra le mura del manicomio sembrano non averne mai avute”. Un intento che rientra nel più ampio proposito di “raccontare in che modo la nostra società ha saputo impiegare, nel corso degli anni, l’esclusione per farne un contenitore in cui depositare le proprie paure, le proprie insicurezze, i propri pregiudizi innescati dal contatto con l’’altro’, la propria incapacità di affrontare le questioni legate alla gestione di elementi diversi che sembrano minacciare equilibri e valori” (pp. X-XI).

Una lunga storia di ingiustizia

Si tratta di contesti che richiedono un’ampia e articolata argomentazione. La storia della psichiatria è in gran parte storia di lunghe, tenaci e profonde continuità, che giustamente l’A. inquadra nel primo capitolo dedicato all’illustrazione delle teorie elaborate nel corso dell’Ottocento. Fin dall’epoca napoleonica a sfavore delle donne cominciarono muoversi e a congiurare un ampio ventaglio di considerazioni politiche ed economiche, sociali e mediche, che in pochi decenni ridusse lo spazio delle donne all’ambito domestico o poco oltre e annullò quasi completamente qualsiasi loro ruolo sociale e intellettuale. A ragione l’A. delinea una vera e propria “antologia misogina” che sposta “le perversioni degli istinti” nell’ambito delle “malattie” dalla quale scaturisce “un’immagine complessiva della donna come creatura sessualmente minorata, mancante della ‘coscienza intellettuale’, subordinata all’uomo nei diversi momenti della sua vita, ‘sospinta verso la maternità da incoercibili leggi naturali'”. Sono puntualizzazioni importanti perché fin quasi allo scadere del Settecento la sessualità femminile era considerata in tutt’altro modo (su questo vedi Marzio Barbagli, Comprare piacere).

Dalle teorie positiviste ottocentesche il fascismo non solo eredita un mondo femminile (ri)modellato, (ri)plasmato e subordinato a quello maschile (su questi aspetti vedi ora Silvano Montaldo, Donne delinquenti) e che deve muoversi e agire in funzione di esso, ma lo codifica, lo perfeziona e, soprattutto, lo inasprisce. In generale la stretta repressiva del regime risulta evidente dall’impennata degli internamenti: dai sessantaduemila del 1927 si arriva a quasi novantacinquemila nel 1941 (p. 57); cifra impressionante se si considera che una malattia come la pellagra, che in decenni precedenti era stata una delle cause principali dei ricoveri in manicomio soprattutto nelle regioni centro-settentrionali, era quasi scomparsa. Inoltre, da un lato il potere di intervento di questori e prefetti viene ampliato e anche ai medici condotti viene imposto di “denunciare” all’autorità locale di pubblica sicurezza gli infermi di mente sospetti di essere pericolosi a sé e agli altri (p. 49); dall’altro il regime amplia la rete manicomiale, soprattutto in meridione, e affianca ai manicomi altre strutture (sanatori, Dispensari di Igiene Mentale) investite del compito di decongestionare gli ospedali psichiatrici (un problema che si trascina da decenni), e di separare accuratamente i sani dai malati.

In questo senso le teorie della follia morale e della degenerazione e dell’antropologia criminale messe a punto nel corso dell’Ottocento costituiscono un sostegno molto solido per il regime, ma nel ventennio si innestano altri fattori: il problema demografico e la questione della razza. Dunque, nelle continuità si registrano delle discontinuità, delle novità introdotte dal regime.

Pannello della mostra documentaria: L’anomalia del sentimento

Anche il problema demografico non era nuovo (vedi Carl Ipsen, Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista). In Italia diviene assillante dopo quella immane catastrofe che era stata la Grande Guerra. La prima guerra mondiale non aveva soltanto posto di fronte ai medici turbe mentali del tutto nuove che avevano investito i soldati (su questo si veda Antonio Gibelli, L’officina della guerra; per un caso di studio, Fabio Milazzo, Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)), ma avendo falcidiato una generazione di giovani uomini destava ora forti preoccupazioni anche per quanto riguardava le donne cui spettava il compito di “rigenerare” le forze fisiche e morali della nazione con un materiale umano (maschile) fortemente traumatizzato e decimato (si veda la testimonianza del dott. Cazzamalli a p. 62).

Di qui la necessità di fissare nel modo più saldo possibile la donna all’interno della famiglia e di inchiodarla alla sua missione sociale primaria: figliare, possibilmente a getto continuo. In questo modo la psichiatria incrocia il progetto eugenetico e razziale del regime e le donne si ritrovano tra l’incudine e il martello, strette in una morsa che assottiglia il confine tra controllo sociale e repressione. Accattonaggio e vagabondaggio, ad esempio, erano finiti da tempo sotto l’attenzione degli psichiatri e mendicanti e vagabondi conoscevano bene le mura dei manicomi; ma nel caso delle donne è sufficiente l’assentarsi da casa, il “vagare” in un raggio di pochi chilometri, per far scattare l’internamento. Per non dire di atteggiamenti che non collimavano perfettamente con la missione loro affidata dal regime: donne che non facevano o facevano pochi figli, che seguivano la moda, che intendevano dimagrire o che, in qualunque modo, mostrassero indipendenza di pensiero e un comportamento conseguente, finivano immediatamente in manicomio, anche a scopo preventivo (il “pubblico scandalo” era una delle motivazioni che – da sempre – giustificavano l’internamento).

La “normalizzazione” fascista

Accusare queste donne di essere affette da isteria, da tare ereditarie, di essere antisociali e perciò meritevoli di venire rinchiuse divenne straordinariamente facile non solo per le autorità o per i medici, ma anche per famigliari e vicinato desiderosi di liberarsi di presenze ingombranti o che faticavano a gestire. Isteriche, malinconiche, donne violate, da vittime diventano colpevoli: scontano la colpa di avere desideri, di non volere, o riuscire a omologarsi ai ruoli tradizionali loro assegnati, di non riuscire a sopportare una vita di stenti e di fatiche. Per queste donne la sofferenza mentale diventa allora una via di fuga da una realtà insopportabile. L’isteria ne è un esempio probante. Nel concetto di isteria, “ripropost[o] dai medici fascisti […] finirono per essere condensati tutti i caratteri più eversivi della devianza incarnati da corpi squalificati che […] avevano assunto un carattere patologico e si erano rivelati inadatti alla vita moderna” (p. 130). In realtà, dalle moltissime “tracce” delle ricoverate disseminate dall’A. nel corso del libro, di “vita moderna” vi è molto poco: ciò che emerge invece – qui, come in altre monografie – è invece un contesto caratterizzato da una generale povertà: una ricoverata, arrivata in manicomio in precarie condizioni fisiche anche perché malnutrita, spera di essere a breve dimessa con un sussidio (p. 121, è un caso, ma le testimonianze indirette sono molte). (Sarebbe auspicabile che l’A., benché l’abbia fatto anche nella monografia dedicata al manicomio, sfrutti questo immenso materiale per registrare continuità, rotture e mutamenti anche di carattere generale nelle zone che facevano riferimento a Teramo). Questo per dire che gli psichiatri, quando incapaci di comprendere, non esitano a forzare le interpretazioni; anziché individuare nel sintomo isterico l’espressione di un profondo dolore morale e il tentativo di comunicare situazioni oppressive e una richiesta di aiuto, i medici – maschi – vi vedevano un “castigo igienico per la negazione della natura proprio della donna” (p. 132).

“Castigo” poi curato con malarioterapia, insulinoterapia o elettroshock, rimedi di dubbia se non nulla efficacia quando non dannosi (sui quali si veda Valeria Babini, Liberi tutti. Manicomio e psichiatria in Italia). Eppure, come testimoniano le lettere in Appendice al testo, nemmeno il manicomio – una macchina perfetta per schiacciare e annullare la personalità delle persone, come ben sapevano i medici fin dai tempi della sua fondazione – è riuscito a spegnere del tutto la vitalità di queste donne.

Conclusioni

Merito dell’A. è di averle riportate alla luce. Ma non è l’unico merito di Malacarne, un libro di grande freschezza narrativa. Oltre allo scavo archivistico, che riporta numerosissime testimonianze ricavate dalle cartelle cliniche, il libro è frutto anche di uno studio approfondito di riviste scientifiche dell’epoca (sulle quali vedi: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti)) e della produzione storiografica in merito.

Malacarne è un ottimo libro, che merita di essere letto con attenzione. Buona lettura.

Recensione. Matteo Loconsole: Paolo Mantegazza

Curiosa figura quella di Paolo Mantegazza, “pioniere della sessuologia” (p. 12) dai molti interessi e dalle molteplici attività. C’è un Mantegazza cultore delle scienze naturali, dell’antropologia e dell’etnologia, come c’è un Mantegazza politico e giornalista, igienista e romanziere, pedagogo e divulgatore.

Campi del sapere disparati che riflettono non soltanto la sete di sapere e di cultura di uno studioso particolarmente curioso, ma anche – e forse soprattutto – un’epoca. Quando Mantegazza inizia la sua attività il Paese sta per inoltrarsi in tempi di veloci e in alcuni casi profondi cambiamenti. L’unificazione, in primo luogo (era nato nel 1831 a Monza e i suoi primi saggi sono dei primi anni Cinquanta) che gli porta sotto agli occhi un paese che deve ancora essere in gran parte conosciuto, scoperto, nelle sue culture, mentalità, abitudini ecc. Un Paese ancora prevalentemente agricolo, arretrato in molte sue parti e che soltanto a macchia di leopardo inizia ad essere interessato dagli effetti della seconda rivoluzione industriale.

“La produzione divulgativa mantegazziana – osserva Loconsole -, per sua stessa natura antidogmatica, rivolta a tutti e a nessuno […] era stata pensata dall’autore nella forma di un vadevecum, una bussola dell’igiene fisica e morale, cui il popolo italiano avrebbe potuto fare riferimento al fine di imparare a meglio gestire la propria esistenza in tutte le incombenze della quotidianità” (p. 84).

Un popolo da educare dunque, ma non nella sua completezza. L’analfabetismo rimase su percentuali assai alte almeno fino alla fine dell’Ottocento, soprattutto nelle campagne non solo meridionali, e questo limitava l’ampiezza del pubblico che poteva usufruire degli insegnamenti di Mantegazza.

Da questo punto di vista Mantegazza dispone di uno spazio d’azione enorme: le molte inchieste promosse da governi, province e singoli studiosi fotografano un Paese che necessita di numerosi interventi e lo studioso monzese li individua con sicurezza: “gli italiani non sanno bere, non sanno mangiare, non sanno dormire”, sprecano le proprie energie “e quando si ammalano” cadono vittima di ciarlatani, folklore e “pregiudizi” (p. 101). Il suo intento è redimerli educandoli proponendo loro almanacchi (ne scrisse più di quaranta) e opere divulgative scritte in modo chiaro, diretto e semplice.

Se non che, com’è noto, per la grandissima maggioranza degli italiani il passaggio da sudditi a cittadini avviene con estrema lentezza ed è spesso ostacolato dalle classi dirigenti (su questo si veda, ad esempio, Renato Zangheri, Storia del socialismo italiano (vol. 1). Più in generale, miseria e ignoranza vengono criminalizzate e/o medicalizzate dalle élites alla guida del Paese che si sentono minacciate su più versanti: quello clericale, ostile al nuovo stato unitario, quello di sinistra, col movimento anarchico e socialista in fase di sviluppo, quello di gran parte del “popolo” che porta con sé tare che ne minano la salute psico-fisica dovute ad arretratezza, miseria e ignoranza.

Non a caso la prevenzione, uno dei precetti cardine dei medici e degli igienisti positivisti, è anche per Mantegazza lo strumento più idoneo alla formazione di una popolazione sempre più sana, in salute e affidabile anche per quanto riguarda la salute mentale. Consapevole di questi ostacoli, Mantegazza impronta anche la sua carriera politica – prima alla Camera poi al Senato – a “mezzo per portare al centro dell’opinione pubblica e della amministrazione italiane temi che avrebbero rischiato di non essere trattati con la dovuta accortezza” (p. 65).

Un secolo borghese e “nevrosico”

Tanto più che ai mali antichi, “atavici” del paese – per usare un termine di Lombroso che Mantegazza (a ragione, secondo me) non ammirava – se ne sommavano di nuovi. Parlando dell’Ottocento come di un “secolo nevrosico” egli dimostrava di essere interessato soprattutto agli effetti della seconda rivoluzione industriale: le ferrovie, il telegrafo, l’urbanizzazione, gli effetti del lavoro intellettuale sulla psiche: aspetti che indicano la modernità, un’accelerazione del vivere che dalla fine del XIX secolo cominciò ad interessare alcune zone molto limitate e alcune città.

Gli effetti del progresso (della “civilizzazione” come si diceva allora) sulla popolazione erano studiati da tempo dai medici, soprattutto in Belgio, Francia e Gran Bretagna; Mantegazza non fu l’unico ad indagarli (ad esempio, a testimonianza del ritardo italiano, gli Annali d’Igiene, diretti proprio da Mantegazza, sono di un cinquantennio successivi all’omonima rivista francese). Anche alcune sue conclusioni non erano nuove: ad esempio, la sua idea di “salute gerarchica” (vale a dire nell’imparare ad “accettare il proprio satus sociale“, p. 104), sia pure in altri modi, la si ritrova esposta in molte opere. Vero è che Mantegazza non scartava affatto l’ipotesi di crescita individuale nel campo delle professioni, ma le inseriva nel filone del “selph-help”, dell'”aiutati che di Dio ti aiuta”, un filone di pensiero che raccomandando una vita sobria, di duro lavoro e di risparmi, depoliticizzava i lavoratori e li rendeva perfettamente integrabili nel quadro della società borghese che si stava rafforzando.

I “confini” entro i quali si muove il medico monzese sono quelli della società borghese: i 50 centesimi necessari per acquistare i suoi almanacchi erano al di fuori delle disponibilità economiche della maggior parte della popolazione (p. 105). Non di meno, il fatto stesso che i suoi testi circolassero abbondantemente e vendessero bene dimostra l’esistenza di un mercato in espansione e quindi anche un modificarsi della società e dei ceti produttivi. Mi pare che anche l’A. sia sulla stessa linea interpretativa: “Sembra, quindi, che l’opera di Mantegazza si adattasse, più che al popolo tout court, ad un pubblico di non specialisti” (p. 105).

Meriti e contraddizioni

Scegliendo la borghesia e quei gruppi artigianali piuttosto ristretti in grado di vivere discretamente al punto di potersi permettere di spendere qualcosa per qualche vizio, curiosità o modeste ambizioni personali, quale terreno su cui muoversi, Mantegazza ne individuò molti limiti e pregiudizi e, allo stesso tempo, ne incarnò pregi e difetti.

Assumendo una posizione indubbiamente progressista, egli fu uno dei pochi sostenitori del diritto al divorzio. Il rapporto che Mantegazza ebbe con l’universo femminile fu contraddittorio: riconobbe alle donne un ruolo sociale importante e le ritenne un soggetto “la cui educazione era per molti aspetti assimilabile a quella dell’uomo”. Di più: in antitesi col pensiero dominante dell’epoca, egli attribuiva alla donna “una maggiore sensibilità sessuale e, quindi, una innata predisposizione a godere più dell’uomo durante gli amplessi” (p. 188) . Posizioni avanzate e tutt’altro che scontate (sulla sensibilità sessuale delle donne si veda il quadro tracciato da Marzio Barbagli Comprare piacere ), inserita in un più vasto proposito pedagogico e igienico sanitario tendente a “debellare”, in materia di sessualità, il “moralismo tartufesco di ispirazione cattolica” e tuttavia, non di rado, ricade poi in una concezione della donna, tipica del suo tempo, inferiore all’uomo inserita in un contesto patriarcale (pp. 110-111). A ragione Loconsole afferma che Mantegazza fatica ad uscire da certi stereotipi e pregiudizi del suo tempo e del suo contesto sociale e culturale (p. 111, 197).

Mantegazza infatti risentì pesantemente degli indirizzi scientifici dell’età positivista e, in particolar modo, dell’eugenetica, portandolo su posizioni repressive piuttosto che pedagogiche (Su questi aspetti è opportuno vedere Silvano Montaldo, Donne delinquenti): ciò vale ad esempio, per la condanna senza appello per l’onanismo e qualunque altro atto “contro natura”, alla tolleranza (se non alla difesa) della prostituzione quale male minore e perfino il divorzio era pensato dallo scienziato monzese come una opportunità per le donne non tanto di liberarsi di uomini indesiderati ma per meglio ponderare e poter scegliere “il loro ” (p. 125), il loro matrimonio.

Besnard Albert, La prostitution

Anche nel caso del matrimonio le posizioni di Mantegazza furono contraddittorie. Da un lato, considerò la donna inferiore all’uomo (p. 184) e le attribuì il ruolo di custode del focolare domestico anche in virtù della propria conformazione naturale (p. 188); dall’altro – assumendo una posizione originale e progressista – considerò la contraccezione una eventualità accettabile (pp. 166-67). Ma anche in questo caso l’influsso dell’eugenetica risulta evidente: a suo parere la contraccezione è una forma di “perversione minore”, tollerabile e anzi talvolta necessaria essendo il matrimonio l’unica unione atta a procreare una stirpe sana e non afflitta da degenerazioni. Per questa ragione, in quanto procreatrice, le donne dovevano essere educate fin dall’infanzia al ruolo che avrebbero un giorno ricoperto . Una posizione, quest’ultima, che solo apparentemente cozzava con un altro suo precetto secondo il quale era bene che le madri raccontassero alle figlie senza reticenze “la verità sul sesso […] senza nascondere nulla” (p. 183).

Conclusioni

Ho toccato soltanto alcuni temi trattati da Loconsole in questo libro ricco di spunti. Ve n’è uno però, che forse meriterebbe qualche attenzione. L’A. ha mostrato giusta attenzione nel confronto Nord/Sud del Paese. C’è però un’Italia di mezzo, non solo geograficamente, che è quella dell’Italia centro settentrionale caratterizzata da un’agricoltura non arretrata e dalla corposa presenza mezzadrile e bracciantile. Sono soggetti che Mantegazza ha guardato (vedi, Adriano Prosperi, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento) e che meriterebbero maggiore attenzione. Non vuole essere una critica, piuttosto un suggerimento per ulteriori approfondimenti.

Infatti Loconsole ha evitato la trappola nella quale molto spesso cadono i biografi: quello di “innamorarsi” del recensito. Le sue osservazioni in sede di valutazione sono ponderate e persuasive, in un libro ricco di curiosità, informazioni bibliografiche e che si legge con piacere.

Buona lettura.

 

Recensione. Nicholas Terpstra: Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento

Saggio storico, giallo o romanzo storico? Leggendo Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento di Nicholas Terpstra, questa domanda si affaccia alla mente del lettore. Terpstra è docente di Storia all’Università di Toronto, quindi l’interrogativo non dovrebbe porsi, ma Ragazze perdute è un libro congegnato in modo molto particolare.

La ricerca prende spunto da un avvenimento piuttosto insolito: nella Casa della Pietà, una delle tante Opere Pie esistenti al tempo, fondata nel 1554 per proteggere le giovani dai pericoli della strada e, in primis, dalla possibilità che cadessero nella rete della prostituzione, nei primi 14 anni di vita dell’Istituto su 656 ragazze (e ragazzine, spesso poco più che bambine) soltanto 202 ne uscirono vive. Come mai una mortalità così alta?

La storia, si sa, è piena di misteri e per cercare di risolvere questa strana moria di donzelle l’A. spreme la non molta documentazione disponibile. Terpstra avanza il sospetto che, almeno per quel che riguarda quella più compromettente, sia stata fatta sparire. Perciò le sue fonti sono essenzialmente testamentarie e contabili. Che si siano verificati “tentativi di insabbiamento” (p. 231) o una probabile dispersione, allo storico poco deve importare: la storia si fa sui documenti, quando ci sono; quando mancano ci si può affidare ad altre fonti.

Infatti, per risolvere l’enigma l’A. segue molte piste. Il mistero sembra trovare soluzione grazie al ritrovamento di un Ricettario che si rivela essere una vera e propria miniera di conoscenze mediche del tempo. Il fatto che “nove delle cinquantaquattro sostanze presenti nel Ricettario” (p. 110) fossero erbe utilizzate nelle pratiche abortive induce l’A. a ritenere che, lontano dall’essere un istituto di beneficenza, la Casa della Pietà fosse in realtà un bordello clandestino e che la causa delle morti repentine delle giovani sia da attribuirsi, appunto, alla pericolosa pratica dell’aborto. L’ipotesi è curiosa ma improbabile: saremmo di fronte a uno o più inseminatore/i scatenato/i che mette/ono incinta centinaia di ragazze contemporaneamente, che poi tutte abortiscano per poi morire nel giro di poche settimane. È vero che non poche ragazze della Casa della Pietà uscivano dall’Istituto per trovare lavoro come domestiche e che gli “incidenti” di natura sessuale tra padroni o famigliari e donne prese a servizio erano frequenti, o che non poche domestiche “arrotondavano” i magri guadagni prostituendosi (sulla prostituzione in generale vedi Marzio Barbagli Comprare piacere), ma dal momento che l’A. ritratta quasi immediatamente l’ipotesi del bordello illegale, deve essersi convinto di aver esagerato nelle supposizioni (pp. 127-43).

Le argomentazioni sull’aborto conducono l’A. a inoltrarsi nel contesto del Radicalismo religioso del Rinascimento e a tracciare un discutibile rapporto tra gli strali di Savonarola contro l’aborto e il coinvolgimento delle ragazze della Casa della Pietà “nella distribuzione di rimedi abortivi”, affermazione non suffragata da prove convincenti.

L’A. non abbandona la pista della sessualità. Come ulteriore possibilità per capire lo strano fenomeno, sospetta che a uccidere le ragazze fosse la sifilide. La deduzione deriva ancora una volta dal Ricettario nel quale sei prescrizioni trattano di “apostemi, ulcere, scabbia e scrofole”, sintomi che la medicina dell’epoca associava appunto al terribile “male”. Ma anche per quanto riguarda questa ipotesi Terpstra deve riconoscere che “non rimane alcun manoscritto del tempo che si riferisca a questa malattia […] mettendola in relazione con le ragazze della Pietà” (p. 187).

Il libro si chiude con la storia di indubbio interesse e, in questo caso, ben documentata, di una donzella vittima della ragion di Stato: Giulia – la ragazza in questione – viene scelta per testare la virilità del Duca di Mantova che deve prendere in moglie la figlia del Granduca. Il fatto che venga effettuata questa “prova”, significa che sulla virilità del nobile mantovano si nutrivano parecchi dubbi. In ogni caso il Duca assolve alla sua missione: ingravida la donzella che viene liquidata con una dote cospicua (3000 scudi) che le garantiscono un matrimonio soddisfacente.

Tuttavia, il curioso caso dal quale l’A. è partito – la moria di tante ragazze della Casa della Pietà in brevissimo tempo – resta irrisolto. L’A. non trova prove convincenti e decisive: “alla fine dobbiamo ammettere di non sapere veramente quello che fu” (p. 231).

Un libro consigliato?

Terminata la lettura sorgono due interrogativi. Il primo è che l’A. si sia imbattuto in un avvenimento intrigante ma troppo poco documentato e che abbia rimpolpato e stiracchiato il testo. Gli storici non sono detective, indubbiamente, e tra i loro compiti vi è anche quello di sollevare problemi. Ma questa operazione si sarebbe potuta fare con un libro più breve.

Il secondo, riguarda gli argomenti inseriti nelle trattazione per dare corposità al libro: aborto, malattie, medicina, sessualità, radicalismo religioso, sono temi complessi, sfaccettati e studiati da tempo. Perché non supporre invece la possibilità che a provocare la morte pressoché improvvisa di tante ragazze non sia stata una epidemia di tifo o di quella che più tardi i medici avrebbero chiamato “febbre nosocomiale”? Dopo tutto è lo stesso Autore a rilevare il susseguirsi di annate critiche, contrassegnate da carestie e alle carestie spesso seguivano epidemie di vario genere.

Insomma, per quanto riguarda la procedura metodologica adottata da Terpstra, la risposta non può essere positiva. Una ricerca storica non può basarsi solamente su indizi e supposizioni. Mi sembra alquanto discutibile sostenere che “buona parte della sfida e dell’entusiasmo della ricerca storica sta […] nello spingersi oltre i limiti” (p. 25). Questa è una licenza concessa ai romanzieri, non agli storici.

Se invece escludiamo le fumose elucubrazioni che dovrebbero spiegare il caso, il libro di Terpstra è un libro che mi sento di consigliare per almeno due ragioni.

Dalla ricerca emerge l’altra faccia del Rinascimento: le ragazze che finiscono nella Casa della Pietà, gli artigiani che le prendono in casa o a bottega, i quartieri popolari hanno poco da spartire con i fasti del Rinascimento, con lo scintillio delle arti, con la colta e frivola vita di corte, con le cortigiane e lo sfarzo dei palazzi. Terpstra ci mostra una realtà quotidiana dura, rapporti sociali ruvidi e senza sentimentalismi, in alcuni casi codificata anche dalle leggi: le multe comminate allo stupro di una donna variavano a seconda della posizione sociale della vittima: altissime nel caso di nobildonne, leggere nel caso di popolane, non previste nel caso delle prostitute. Siamo di fronte ad una popolazione che deve vivere sprovvista di una qualunque forma di protezione sociale e questo comporta la presenza di leggi non scritte e scaltrezze che l’A. indaga a fondo e spesso con acume. Anche nella stessa Casa della Pietà si lavora, e si lavora sodo. Anzi, l’A. parla a ragione di “Carità come strategia industriale” (pp. 90 ss.gg) e non è del tutto improbabile che un certo numero di decessi fosse proprio da imputare allo sfruttamento in ambito lavorativo.

La fatica del vivere che indurisce l’anima e che porta molte ragazze, come argomenta con efficacia la cortigiana Veronica Franco, a cadere nel mondo avvilente della prostituzione per necessità mentre potrebbero vivere onestamente se fossero messe in condizioni di farlo o se vi fosse un luogo che fungesse da riparo (quello che sarà, appunto, la Casa della Pietà, p. 44.).

Non sono solo questi gli aspetti interessanti raccontati da Terpstra: i meccanismi che sono alla base delle strategie matrimoniali con un continuo comporsi e disfarsi di nuclei famigliari o dell’espandersi o deperire di ospedali, Opere Pie o Istituti di Carità; la descrizione dei vari mercati delle merci come, su tutt’altro versante della medicina del tempo.

Tutto questo – ed è il secondo motivo per cui consiglio la lettura di Ragazze perdute – è raccontato con una penna arguta, vivace, capace di restituire una Firenze popolare e popolana forse in penombra, ma vivida, affaccendata, formicolante, esuberante e, almeno per quanto riguarda la sessualità, non di rado eccessiva. Merito anche della traduttrice, davvero brava nel restituire al lettore la verve narrativa dell’A. e il clima di un’epoca e della città. Inoltre Terpstra mette a disposizione del lettore una buona bibliografia e un ricco apparato di note.

Buona lettura.

lo storico della domenica
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