Recensione. Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918

Un ottimo libro su come gli italiani vissero la prima guerra mondiale. Una lettura facile e preziosa.

Il valore di cesura epocale della Grande Guerra è un dato di fatto ormai comunemente accettato: Hobsbawm ha fatto iniziare il suo “Secolo breve” col 1914; in un libro discutibile e discusso Arno Mayer ha fatto finire l’Ancien régime alla stessa data e, più recentemente, Richard J. Evans ha chiuso la sua grande sintesi sull’Ottocento con l’inizio della prima guerra mondiale (vedi, Alla conquista del potere. Europa 1815-1914).

Che la Grande Guerra segni la fine del mondo aristocratico come ha sostenuto Mayer, o del mondo formatosi attorno all’ascesa della borghesia, come ritengono Hobsbawm e Evans, poco importa. Ciò che conta è il fatto che la Grande Guerra chiude un’epoca e ne apre un’altra.

La apre all’insegna della novità più sconvolgente: la capacità di produrre morte in modo seriale, anonima e su scala inimmaginabile fino a quel momento. Il progresso tecnologico che si innesta nella produzione bellica introduce per la prima volta la possibilità di produrre armi e munizioni a getto continuo e, conseguentemente, la possibilità di uccidere indefinitamente. Ma in realtà, in quella guerra, per la grande massa di fanti-contadini abituati alla vita dei piccoli paesi, tutto appare sovradimensionato, impressionante: il numero dei proiettili e delle armi, la quantità di derrate alimentari o della posta e… quello dei cadaveri: “i soldati parlano spesso della massa dei morti come se fosse merce accatastata e imballata” (p. 143). La guerra produce anche una morte qualitativamente diversa che inverte il percorso fatto fino allora fin almeno dalla fine del Settecento. Da due secoli si tendeva a rendere la morte più asettica, depurata, meno invadente (si pensi alla costruzione dei cimiteri al di fuori dei paesi); ora, in trincea, i soldati sono costretti a guardare continuamente i cadaveri immobili nella “terra di nessuno”, le loro carni entrare in putrefazione, marcire mutando lentamente in materiale organico e a sentirne il fetore (p. 337).

Il mito risorgimentale dell’eroismo del soldato cade miseramente e questi viene introdotto in un “tritacarne” che lo rende anonimo, lo trasforma in semplice carne da macello, lo spersonalizza inserendolo in un contesto in cui egli diventa e si sente come infinitesima parte, del tutto ininfluente, di un meccanismo infinitamente più grande di lui, avvertito come incontrastabile e inarrestabile.

Si tratta di un processo del tutto nuovo che ha ricadute su molti versanti. La “quantità” impressionante, continua, infinita di morte produce assuefazione: la morte (non soltanto quella provocata dalle armi, ma anche dalle malattie) diventa una costante, una presenza quotidiana che dà vita a reazioni molteplici: dal rifiuto della guerra e alla sua denuncia, a forme di “spaesamento” e smarrimento della propria personalità, all’esaltazione della morte e della violenza. A medici e psichiatri si presenta una psicopatologia inedita: lo “shell shock”, lo “shock da combattimento” (un tema sul quale Gibelli ha scritto un libro importante).

L’esaltazione della morte e della violenza rivestono una particolare importanza nel caso italiano. Gibelli illustra come la Grande Guerra sia stata l’incubatrice del fascismo. Un aspetto interessante di questo fenomeno, analizzato con finezza dall’A. è lo scadimento del linguaggio. In alcuni giornali il linguaggio diventa volgare, violento, diretto a screditare l’avversario non nella sfera delle idee ma con argomentazioni che escono dalla politica e che spesso riguardano perfino i connotati fisici dell’avversario. Anche in questo caso si tratta di un processo di incubazione: il disprezzo volgare dell’avversario e la violenza verbale diventano premessa per la futura violenza fisica delle squadre fasciste (vedi ad es. pp. 326 e ssgg.)

Il passaggio dalla violenza verbale a quella futura dei manganelli è solo uno degli aspetti della maturazione del fascismo. In realtà, e l’A., lo dimostra ampiamente, la guerra sviluppa una serie di “torsioni” che sboccano inevitabilmente nel prossimo regime.

In primo luogo la netta maggioranza degli italiani è contraria alla guerra e la decisione di entrare nel conflitto viene presa da un manipolo di personalità nel completo disprezzo di una volontà popolare di segno opposto sebbene perfettamente conosciuta. Siamo quindi di fronte ad una evidente forzatura al limite del “colpo di stato” per affermare la volontà di un’infima minoranza sulla stragrande maggioranza della popolazione. La spaccatura tra interventisti e neutralisti diventa così una frattura che attraversa tutto il conflitto e prosegue ben oltre. Il nemico non è soltanto quello esterno degli eserciti nemici, ma ne esiste anche uno interno: sono i pacifisti e le forze politiche neutraliste (socialisti e, in una certa misura, cattolici), accusati di sabotare lo sforzo bellico.

Il prevalere delle idee nazionaliste a favore della guerra fu dovuto alla messa a punto di una propaganda ossessiva e capillare – che fu indirizzata a tutti, perfino ai bambini – ma anche alle posizioni oggettivamente deboli delle forze pacifiste. Le posizioni neutraliste del socialismo internazionale si dissolsero: tranne quello italiano tutti i partiti socialisti dei paesi coinvolti nel conflitto votarono i crediti di guerra ai loro governi. L’interventismo democratico, che vedeva nella guerra l’occasione per fare piazza pulita della società esistente, vide le proprie idee clamorosamente smentite dai fatti. E lo stesso partito socialista finì paralizzato dalla propria posizione espressa nell’ambigua formula “nè aderire nè sabotare”.

Gli scenari aperti dalla Grande Guerra pongono sotto pressione la classe dirigente liberale che si rivela incapace di governarli. Uno dei più importanti e decisivi è il fatto che la guerra fa irrompere definitivamente le masse nella vita politica e civile del Paese. Oltre al bisogno incessante di soldati, il protrarsi e le dimensioni del conflitto richiedono interventi dello Stato in molti ambiti. Dall’organizzazione e direzione di alcuni settori dell’economia e della produzione (la Mobilitazione Industriale arriverà a controllare quasi 2000 stabilimenti per un totale di 571.000 occupati, più del 70% concentrati a Milano, Torino e Genova, p. 179), al proliferare della burocrazia, alla messa a punto di una propaganda diversificata, efficace e martellante.

Un ruolo centrale viene ricoperto dalle donne: esse entrano negli uffici e nelle fabbriche, nelle organizzazione di volontariato e negli ospedali. Per molte di loro la guerra apre un periodo di emancipazione e di relativa libertà dai molti vincoli e limiti nei quali erano costrette in precedenza. Sulle donne di campagna grava il peso del lavoro dei campi in sostituzione degli uomini, ma la direzione degli affari di famiglia le rende più autonome e sicure di sé. Non è un caso se alcune delle proteste più importanti contro il caro-viveri vedano in primo piano le donne.

Se le donne si pongono come soggetto che i governi non possono sottovalutare, l’incapacità delle classi dirigenti di comprendere le situazioni nuove prodotte dalla guerra sono visibili perfino nel fastidio che la parte della classe politica favorevole alla guerra dimostra verso le manifestazioni interventiste nella primavera del 1915. Abituata a governare dall’alto il Paese, la classe dirigente liberale non sa maneggiare e controllare la piazza e ne diffida.

Il ridursi della distanza tra “paese legale” e “paese reale”, tra governanti e governati e la scarsa conoscenza dei primi nei confronti dei secondi provoca un atteggiamento vessatorio delle élites nei confronti della popolazione. Se lo scatenarsi del conflitto ha colto di sorpresa i governi dei paesi coinvolti nel 1914, l’Italia ha avuto un anno a disposizione per valutare lo scenario che la guerra stava delineando. Al momento dell’entrata in guerra era già evidente che si trattava di un conflitto diverso e ben più micidiale di quelli precedenti.

Eppure quella distanza viene continuamente ribadita. Lo si vede nella implacabile disciplina di guerra; nell’abissale differenza di trattamento tra graduati e soldati semplici; nella odiata e temutissima pratica delle “decimazioni” (il sorteggio casuale di condanne a morte in caso di ammutinamenti e rivolte dei soldati, vedi p. 123); nella devastante e sempre più insensata strategia militare, imposta dall’inflessibile Cadorna, degli assalti che costano migliaia e migliaia di vittime e feriti per pochi palmi di terra. E ancora, lo si riconosce nella generale incomprensione dei medici sulle ragioni che portano non pochi soldati a procurarsi lesioni e ferite e in quella degli psichiatri di fronte ai traumi di guerra. Lo si constata nella durissima legislazione di guerra vigente nelle fabbriche impegnate nella produzione bellica (mentre alcune grandi industrie crescono enormemente sia in termini di addetti che di profitti). Lampante poi, in questo senso è l’atteggiamento dei governi nei confronti dei prigionieri di guerra: mentre le potenze dell’Intesa raggiunsero accordi con gli Imperi centrali per far avere rifornimenti ai prigionieri, “il governo italiano, convinto a lungo di non poter contare sulla fedeltà dei combattenti” proibì e ostacolò “in ogni modo la pratica degli aiuti organizzati” (pp. 130-131 e 265-66).

L’entrata delle masse nella vita del Paese ebbe anche altri effetti. Parafrasando il titolo di un libro importante sulla Francia, Gibelli titola un capitolo: “da contadini a italiani”. Per moltissimi soldati la guerra significò uscire dagli angusti limiti del paese in cui erano nati e avevano vissuto e lavorato fino a quel momento: conobbero città, usi e costumi nuovi; mentalità diversissime entrarono in contatto e si confrontarono (p. 162). La guerra fu anche, per moltissimi fanti-contadini, una grande scuola nel vero senso del termine: moltissimi impararono a leggere e scrivere. Da questo punto di vista “si trattava insomma del primo, grande esperimento di pedagogia di massa, della prima operazione su larga scala di condizionamento e di formazione dell’opinione pubblica in chiave nazional-patriottica. Quel che non aveva potuto o voluto fare la scuola veniva tentato ora in quella scuola sui generis che era l’esperienza di trincea” (p. 134)

Tuttavia, il passaggio da contadini a italiani o, in altri termini, da sudditi a cittadini, avvenne in modo distorto. Tra i ceti dominanti era diffusa l’idea che al popolo italiano fosse necessario passare attraverso una sorta di cerchio del fuoco per maturare e acquisire la piena cittadinanza. In altri termini, quel passaggio avvenne all’insegna della coercizione imposta dall’alto: “le classi dirigenti non solo gettarono milioni di uomini al massacro, ma contemporaneamente offrirono e imposero alle classi popolari le parole per dare un nome e un senso a ciò che ai loro occhi non ne aveva” (p. 151). Se espressioni di patriottismo, ancorché incerte (e spesso non del tutto sincere) si affacciano nella corrispondenza, segno di una certa efficacia della propaganda, tuttavia “quel che […] non emerge mai nelle testimonianze dei soldati è un’identificazione (e men che meno una fiducia) nello stato e nelle istituzioni” (p. 158).

Dunque il processo di nazionalizzazione delle masse avvenuto durante la Grande Guerra si presenta monco, incompiuto. Lo testimonia la vicenda tragica di Caporetto, in un certo senso punto di arrivo della storia dall’unificazione in poi e ripartenza di quella successiva (tra Caporetto e l’8 settembre 1943 si sono non poche analogie (pp. 260 e ssgg). Se è vero che dalla coercizione pura e semplice si passò ad una più sofisticata strategia di persuasione e di attenzione alla vita dei soldati, non di meno le responsabilità militari degli alti gradi dell’esercito furono occultati. Gli interventisti considerarono Caporetto come prova evidente della propaganda “disfattista” dei neutralisti – e a testimonianza di un’altra “torsione” la prosecuzione della guerra fino alla vittoria veniva giustificato proprio col fatto che la guerra aveva richiesto immensi sacrifici e innumerevoli vittime che dovevano essere onorati a tutti i costi. Ma Caporetto evocava lo spettro di masse armate le quali, anziché subire docilmente un “salutare processo di disciplinamento [e di] omologazione […] passando così dall’esclusione all’inclusione subalterna nella nazione”, si dimostrava pronta a dirigersi verso obiettivi diversi da quelli indicati. In breve: con Caporetto “si presentava insomma il problema del controllo sociale in una società rimescolata” dalla guerra e i cui vecchi equilibri venivano profondamente intaccati. La reazione delle classi dominanti fu quella di ricorrere agli schemi interpretativi della criminologia di stampo positivistico, ai temi dell’inferiorità biologica della plebe, evidenziando così la particolare arretratezza della società italiana (pp. 274-75). (Su Caporetto vedi anche Caporetto sul web).

Contrariamente a quanto è stato talvolta sostenuto, Gibelli ritiene che Caporetto non compattò affatto la società italiana che si riscuote di fronte allo spettro dell’invasione: questa interpretazione rischia di essere “più un mito che una verità accertata […]. L’idea della guerra come cosa propria […] non era mai diventata una convinzione davvero diffusa né tra le truppe né nel paese” (pp. 303-304). Al contrario, Caporetto rafforzò la contrapposizione tra interventisti e neutralisti convincendo i primi della necessità di imbavagliare “Parlamento e oppositori, liquidando le libertà e ristabilendo in maniera ferrea le gerarchie sociali” (p. 308). Da Caporetto si sprigionano pulsioni forcaiole e reazionarie che si espandono e coinvolgono i ceti medi, cresciuti numericamente anche grazie alla guerra, ma declassati dall’inflazione, dall’avvenire incerto e quindi attraversati da profonda irrequietezza. Questi ceti trovarono qualche rassicurazione proprio dall’intensa mobilitazione patriottica. In breve: il fascismo era alle porte.

La disfatta di Caporetto fu oggetto di una inchiesta che però occultò la responsabilità delle gerarchie miliari (Badoglio ne uscì indenne nonostante  avesse gravi responsabilità) e venne chiusa in fretta in quanto aveva accresciuto la spaccatura tra neutralisti e interventisti. Il vento di destra che iniziò a spirare nel Paese e l’avvento del fascismo misero a tacere il fatto che migliaia di uomini erano stati portati al massacro contro la loro volontà provocando così non solo una ulteriore sconfitta dei neutralisti, ma una nuova distorsione nel dar forma alla memoria dell’evento. Molto opportunamente l’A. rimarca che  “i combattenti non si sentivano affatto eroi […]. ll mito della guerra eroica è una costruzione culturale elaborata soprattutto a posteriori dai volontari per nobilitare la morte di massa” (p. 208).

Con La Grande Guerra degli italiani Gibelli ha scritto una storia di come gli italiani vissero e si comportarono durante il conflitto. Un angolo visuale del genere implica rispondere ai vari interrogativi insiti nella domanda più generale avvalendosi di una documentazione che consenta di studiare l’animo degli italiani di fronte e all’interno del conflitto. Per questa ragione alla letteratura e alla documentazione archivistica, Gibelli affianca epistolari, diari, testimonianze – esaminandoli con le dovute cautele e grande finezza. Ciò di consente da un lato di illustrare le molte sfumature  dei pensieri e delle posizioni via via assunti dai combattenti, dai loro famigliari, amici e dai protagonisti; dall’altro di illuminare dal basso le loro vicende.

Ne emerge un libro di grande finezza, scritto con una penna leggera e sensibile che pone in risalto il lascito di un evento che continua ancora oggi ad agire: dopo la Grande Guerra nessun conflitto di medie dimensioni avrebbe fatto contare le vittime in migliaia, ma a decine, centinaia di migliaia, se non a milioni. Senza possibilità di uccidere in serie, cioè senza la Grande Guerra, i campi di sterminio non sono immaginabili. Così come un percorso probabilmente diverso avrebbe preso la rivoluzione russa: la militarizzazione della società in URSS – certamente accresciuta e alimentata da una feroce guerra civile – aveva le sue radici nella prima guerra mondiale. E purtroppo anche la nostra assuefazione alla visione della morte e di violenza di ogni genere proviene da quel terribile evento.

Pubblicato più di vent’anni fa, La Grande Guerra degli italiani di Antonio Gibelli è ancora un libro importante e davvero bello.

Buona lettura.

Recensione. Ian Kershaw: All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949

Una grande sintesi di uno dei maggiori storici contemporanei sull’Europa della prima metà del ‘900

All’inferno e ritorno di Kershaw è senza dubbio la miglior introduzione alla storia d’Europa nella prima metà del ‘900. Dico introduzione non per svilire il libro a semplice manuale. Il libro è quanto mai ricco e documentato, ma essendo pensato per il lettore comune Kershaw dipana la trama in quasi 600 pagine di testo di piacevolissima lettura.

In All’inferno e ritorno non espone una tesi “forte” che funga da perno alla trattazione come nel caso del “Secolo breve” di Hobsbawm o del “Continente buio” di Mazawor. La scansione temporale riprende in sostanza l'”età della catastrofe” di Hobsbawm denominandola seconda guerra dei trent’anni.

Il libro è dominato, giustamente, dalla prima guerra mondiale e dalle sue conseguenze. Kershaw risolve l’annosa discussione sulle responsabilità del conflitto indicando le responsabilità di ogni singolo paese, anche se ritiene maggiori quelle della Germania. Da quel vulcano eruttante violenza e barbarie morali, nazionalismo, destabilizzazione geo-politica, economica e sociale l’Europa ne uscì inevitabilmente trasformata. L’A. sottolinea gli effetti distruttivi dello sviluppo tecnologico che poi, col perfezionarsi già nel corso del conflitto e soprattutto nei decenni successivi, avrebbe aperto le porte a futuri, immani massacri. E si sofferma con osservazioni perspicaci sugli effetti diretti e a lungo termine di una guerra che diventando sempre più spersonalizzata da un lato abituò chi vi prese parte alla morte, all’insensabilità e alla violenza (pp. 72 e ssgg.); dall’altro addomesticò lo popolazioni a lasciarsi privare più o meno completamente delle libertà civili e giuridiche con sorprendente facilità: la brutale disciplina imposta nelle trincee, lo sfruttamento draconiano della manodopera nelle fabbriche, l’imbavagliamento più o meno completo della stampa, furono elementi che abituarono le popolazioni a future restrizioni. Osservazioni puntuali riguardano l’uso strumentale del razzismo (che poteva assumere coloriture religiose, culturali o razziali o tutte assieme) da parte dei governi e della stampa, impegnati a presentare il proprio paese come depositario di un patrimonio di civiltà messo a repentaglio da avversari rozzi e culturalmente meno sviluppati.

La Grande Guerra fu anche, come è noto, la responsabile del crollo di quattro imperi e l’incubatrice della rivoluzione russa. Il vuoto lasciato dall’impero austro-ungarico fu occupato da una serie di stati deboli e instabili nei quali l’impianto della democrazia si rivelò di breve durata. In Russia la Grande Guerra fece da detonatore alla rivoluzione la quale, per affermarsi, dovette uscire vincitrice da una spaventosa, dilaniante guerra civile (7 milioni di morti) che avrebbe mandato in rovina l’economia del paese (p. 127).

Liberale di sinistra, Kershaw ha parole molto dure nei confronti di Lenin. Egli ritiene che le “caratteristiche [aberranti] del sistema bolscevico erano […] emerse quando Lenin era ancora in vita. Ciò che ne seguì fu la continuazione e la logica conseguenza del passato, non un’aberrazione” (p. 130). Vi sarebbe dunque un trait d’union tra Lenin e Stalin, il vincitore della faida interna dopo la morte di Lenin. Forse è un giudizio troppo duro, non tanto perché Lenin non fosse capace di essere estremamente duro, ma di sicuro non era era paranoico e sanguinario quanto Stalin e, soprattutto, riuscì a far sopravvivere una rivoluzione in un contesto e in una sequenza di avvenimenti spaventosi: l’arretratezza della Russia zarista, la Grande Guerra, e una guerra civile di quelle proporzioni e di quella durata non erano fenomeni governabili coi guanti di velluto. A cose fatte la NEP fu anche il riconoscimento di errori e di torti commessi nei confronti dei contadini (sulla Rivoluzione russa vedi anche Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario e Angelo d’Orsi: 1917. L’anno della Rivoluzione).

In ogni caso, sebbene l’A. tenga costantemente presente le vicende sovietiche e le analizzi con sottigliezza (“una cosa fu subito chiara: la rivoluzione bolscevica era un avvenimento di portata storico-mondiale”, p. 96), il problema dell’Europa erano la Germania e l’Europa orientale (e in relazione ad esse l’atteggiamento delle potenze principali: Francia e Inghilterra). Già la guerra aveva dimostrato che la democrazia sarebbe sopravvissuta con relativa sicurezza solo negli stati  nei quali affondava radici più profonde. In Inghilterra e in Francia “la legittimità dello Stato [non] fu mai messa seriamente in discussione” (p. 92). Dove i governi e le istituzioni non godevano della legittimità della maggioranza dei cittadini la democrazia era destinata a soccombere.

Prima guerra mondiale
Dopoguerra

La Grande Guerra lasciò un continente in preda a convulsioni di ogni genere: oltre ai milioni di morti in battaglia e a quelli provocati dalla Spagnola, i mutilati erano 8 milioni e centinaia di migliaia coloro che avevano subìto traumi psichici. La riconversione dell’economia a una produzione di pace fu difficile: dove l’inflazione passò a iper-inflazione come in Austria, Polonia e Russia, vivere divenne complicato. Inizialmente in Germania l’inflazione fece da volano all’industria, ma quando nel 1923 andò fuori controllo provocò una tragedia sociale (pp. 113 e ssgg.).

Il tasso di violenza incubato durante il conflitto riemerse e si incarnò nelle camicie nere di Mussolini, nei Freikorps tedeschi e negli innumerevoli gruppi e gruppuscoli paramilitari composti da gente che non riusciva a reintegrarsi nella società e nutriva un profondo rancore verso tutti coloro che avversavano o non condividevano i valori per i quali avevano combattuto (generalmente pacifisti, militanti di sinistra ed ebrei)

Uno dei problemi cruciali fu che la sistemazione del continente escogitata a Versailles alla fine creò più problemi di quanti ne risolvesse. Il principio dell’autodeterminazione di Wilson si rivelò ben presto inapplicabile nell’Europa centrale e orientale dove etnie diverse si contendevano gli stessi territori: i compromessi trovati ridisegnando la cartina geografica di quelle zone finirono per inglobare popolazioni diverse all’interno di uno stesso stato: soluzioni che avrebbero alimentato malcontento e portato problemi in un futuro prossimo (per questi aspetti e in generale sul dopoguerra vedi: Robert Gerwarth La rabbia dei vinti).

In secondo luogo, per i paesi vincitori della guerra voler punire la Germania fino giungere all’umiliazione poteva avere senso per soddisfare la sete di vendetta di un’opinione pubblica inferocita, ma non per preservare la pace e la stabilità sul continente. Soprattutto, addossando la responsabilità del conflitto alla sola Germania creò un risentimento generalizzato in un paese che era stato fino a quel momento la principale potenza economica e tecnologica del continente ma che aveva anche un percorso storico non compiutamente democratico nel quale l’esercito aveva avuto una posizione cruciale, che considerava “la propria nazionalità in termini etnici [e] non territoriali” e le cui élites non riconoscevano fino in fondo il valore della democrazia occidentale scaturita dalla Rivoluzione francese o dal liberalismo (p. 221). Le riparazioni “furono per più di dieci anni un cancro annidato un cancro annidato nella politica tedesca” che mise il vento in poppa ai nazisti (p. 139) (sulla Repubblica di Weimar vedi anche Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia).

Trattato di Versailles
Un problema nel cuore dell’Europa: la Germania

Perciò la Repubblica di Weimar nonostante gli indiscutibili successi e nonostante l’A. ritenga che nei tardi anni Venti fosse sul punto di riuscire a sanare ferite ancora brucianti dovette sempre destreggiarsi con forze che miravano alla sua delegittimazione. E giustamente Kershaw indica il pericolo principale e fondamentale nella congerie di forze di destra più che nelle velleità rivoluzionarie della sinistra radicale (responsabile però di indebolire la sinistra nel suo complesso).

La destra estrema era già giunta al potere in Italia, un paese che, sebbene vincitore reagì con le modalità di un paese sconfitto, e altrove, ma l’Italia non aveva la forza per mettere a soqquadro l’Europa. Il problema era la Germania.

Quando sul continente arrivarono gli effetti del crollo di Wall Street, le convulsioni politiche sul continente europeo crebbero di intensità. La zona orientale era quasi completamente in mano a regimi reazionari o filo fascisti, i paesi mediterranei lo erano già da tempo o lo sarebbero diventati a breve, in Germania le devastazioni occupazionali, sociali ed economiche della crisi suonarono a morte per una Repubblica già consunta e Hitler ebbe la strada spianata al potere.

Le pagine che Kershaw dedica agli effetti economici e sociali della crisi del ’29 sono molto belle e convincenti. Dovrebbe far meditare la catastrofica decisione delle politiche di taglio alla spesa, contenimento dei costi e deflazione. Quelle politiche aggravarono la crisi piuttosto che contrastarla.

Un’interpretazione

Consapevole dei fraintendimenti e delle facili volgarizzazioni della categoria interpretativa del “totalitarsimo”, Kershaw distingue tra dittature “statiche” e dittature “dinamiche”. Nelle prime egli ingloba i paesi in cui i governi miravano al controllo e al dominio della società senza volerla alterare o modificare. Esempi di questo genere li indica nella Spagna, nel Portogallo e in buona parte dei regimi dell’Europa dell’Est.

Per dittature “dinamiche” invece Kershaw intende quei regimi che intendevano operare una rivoluzione profonda non solo controllando i cittadini limitandone la libertà, ma pretendendo di plasmare un uomo nuovo – come nel caso tedesco e sovietico – o di instaurare un regime “totalitario” come nel caso italiano. Un altro fattore che accomuna i tre dittatori era il loro ragionare in termini politici e non economici: in Unione Sovietica l’industrializzazione forzata si trasformò in un massacro per i contadini e in una devastazione per la produzione agricola (dalla quale l’URSS non si sarebbe più ripresa), le “purghe” staliniane seguirono una logica politica sebbene la decapitazione di cervelli di prim’ordine provocasse danni enormi in ambito economico e militarermania il processo di riarmo avvenne sganciando il paese dalle dinamiche dell’economia internazionale a favore di scambi bilaterali con questo o quello stato. L’idea di trasformare i cittadini in schiere di fedeli dediti alla causa o a rifondare la società era un’idea completamente antitetica a quelle delle democrazie tradizionali e assolutamente nuova (pp. 299-338). A ben guardare questa impostazione si avvicina all’opinione di Hobsbawm secondo il quale nell’Europa degli anni tra le due guerre le opzioni di adesione politica fossero ridotte alla scelta tra comunismo o fascismo.

L’arrivo al potere di Hitler – e il fallimento plateale e definitivo della Società delle Nazioni – chiarì a tutti che il pericolo di una nuova guerra era concreto. Il capolavoro politico di Hitler fu quello di presentare il riarmo della Germania non come pre-condizione ad una politica di espansione ma come riparazione di un torto subito da potenze che volevano tenerla in una condizione di inferiorità.

Il problema era che Francia e Inghilterra si trovarono di fronte ad un interlocutore che non ragionava affatto come loro. Portando la Germania fuori dai normali circuiti internazionali sia nei rapporti politici che economici Hitler imboccò la strada che avrebbe portato alla guerra: la Germania aveva bisogno di “uno spazio vitale” per espandere la propria economia e questo combaciava perfettamente anche con la ossessione razzista e la contrapposizione ideologica frontale dei nazisti verso i sovietici. Il fallimento della strategia dell’appaesement (“venire a patti con Hitler e intanto guadagnare tempo, pp. 369-70) e la cedevolezza continua di inglesi e francesi nei confronti delle crescenti pretese di Hitler ha una sua motivazione anche in questa incomprensione di fondo, oltre che agli incubi di una nuova guerra e al timore del comunismo.

Dentro alla seconda catastrofe

Il risultato di questo mix micidiale si sarebbe toccato con mano proprio nel corso della seconda guerra mondiale. Fu la parte orientale dell’Europa a pagare il prezzo più alto del razzismo biologico dei nazisti (talvolta sostenuto dalle popolazioni locali quando rivolto a ebrei o ad altre etnie), della loro strategia di disumano sfruttamento di persone e risorse e del loro anticomunismo viscerale (pp. 409 e ssgg). Così, ad esempio, lo sfruttamento degli ebrei rendeva bene fin tanto fossero stati in grado di lavorare, dopo li si poteva eliminare; ma,fatto spaventoso e inedito, “la guerra in oriente ebbe un carattere schiettamente genocidario” (p. 419). Per gli ebrei fu fatale il fallimento dell’invasione dell’URSS: inizialmente i nazisti avevano previsto di spostarli lì; la mancata invasione accelerò il processo di sterminio che era comunque già iniziato (pp. 423-24).

In generale i nazisti fecero due errori fatali. In molte zone dell’Europa orientale l’anticomunismo era profondo e radicato, ma i pregiudizi razziali impedirono ai nazisti di farvi leva per procurarsi alleati che avrebbero potuto essere preziosi. Il secondo, soprattutto nell’Europa occidentale fu che il loro atteggiamento costringeva le popolazioni a violare le regole per sopravvivere mentre il bisogno di manodopera e i seguenti rastrellamenti finivano per alimentare la Resistenza che si andava organizzando (pp. 452-455).

Ma Kershaw dà anche spazio alle conseguenze dei bombardamenti alleati e sulla brutalità delle truppe sovietiche nella loro avanzata verso Berlino e in generale all’accrescere del tasso di violenza degli ultimi mesi del conflitto. I tedeschi resistettero fino all’ultimo perché consapevoli delle vendette che li aspettava. Quella tedesca è solo una tra le reazioni alla guerra: i sovietici la condussero fino in fondo perché Stalin fu capace di trasformarla in guerra patriottica e videro cosa li attendeva se l’avessero persa; i polacchi la combatterono in vista di uno Stato futuro; gli inglesi la combatterono per un futuro di pace e, per i soldati provenienti dai dominions, di prossima indipendenza.

Dopoguerra

La fine della guerra sancì la fine del fascismo come progetto politico credibile e l’Europa ne emerse nuovamente ridisegnata e suddivisa in due blocchi distinti e contrapposti. Nell’Europa Occidentale il protezionismo e il nazionalismo economico vennero accantonati a favore della cooperazione internazionale: “le lezioni erano state apprese” (p. 478).

Un altro elemento fondamentale affrontato dall’A. è la nascita del welfare state nella parte occidentale dell’Europa post-bellica. Riconoscimento dovuto agli immani sacrifici patiti dalle popolazioni durante il conflitto, certamente, ma anche deterrente nei confronti della capacità di attrazione dei partiti comunisti e socialisti; una scelta politica precisa e voluta dunque. Senza che nessuno potesse immaginarlo, l’Europa occidentale si sarebbe incamminata verso decenni di prosperità e stabilità politica.

Naturalmente Kershaw affronta anche molti altri temi che qui non considero: dalla religione alla cultura, dallo sterminio degli ebrei ad alcuni problemi del dopoguerra. Ma ora che che crisi economica, palese malfunzionamento dell’Europa e razzismo si stanno ripresentando sulla scena, ho voluto soffermarmi su aspetti essenziali. Mi preme dire che sarebbe importante leggere e meditare a fondo le pagine di All’inferno e ritorno.

Buona lettura.

La biblioteca digitale dell’Archiginnasio

Anche la Biblioteca comunale di Bologna Archiginnasio offre una corposa Biblioteca digitale.

In questa occasione mi limito a segnalare solo una minima parte dei molti progetti realizzati e in corso. Considerata la sua lunghissima storia e la ricchezza della biblioteca, non può sorprendere la diversità temporale e tematica delle raccolte.

Il primo riguarda LA BIBLIOTECA PERIODICA REPERTORIO DEI GIORNALI LETTERARI 6-700 IN EMILIA E IN ROMAGNA. Riprendendo dalla presentazione:

Il contributo dei giornali al movimento delle idee e alla formazione di un’opinione pubblica fu grande e, anche, sociologicamente, significativo, proprio per la qualità varia della produzione culturale che essi misero in circolazione.
Questo repertorio studia i giornali letterari che apparvero nei ducati e nelle legazioni dell’Emilia e della Romagna tre il 1668 e il 1796. Di ogni periodico viene fornito un indice-regesto integrale che consente di ripercorre nei suoi vari livelli tutta la variegata enciclopedia dell’informazione storica, scientifica, bibliografica che per centotrent’anni passò attraverso i fogli periodici.

Sono 4 i volumi che compongono l’opera: La biblioteca periodica. Giornali letterati 6-700.

Di due secoli più tardi è Il Resto del Carlino. l’Archiginnasio ci regala “Tutti i numeri de Il Resto del Carlino dal 29 giugno 1914 al 31 dicembre 1918: giorno per giorno la cronaca della Grande Guerra”: Il Resto del Carlino 1914-1918. La digitalizzazione de Il Resto del Carlino fa parte di un progetto più ampio disponibile su Storia e memoria di Bologna (al quale l’archiginnasio collabora) dove è possibile consultare il quotidiano bolognese anche per gli anni della seconda guerra mondiale: Il resto del Carlino 1914/1919 – 1939-1944 . Come ho accennato in un altro articolo, Quotidiani digitalizzati dalla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma, il giornale bolognese è in corso di digitalizzazione dalla biblioteca romana: dunque è possibile ampliarne la consultazione.

Del resto, il Resto del Carlino si inserisce in una raccolta più ampia, Il fondo Guerra europea, composto di:

1.800 volumi, 1.700 opuscoli, 200 testate di periodici, manifesti, volantini, cartoline, canzoni e spartiti musicali, immagini della Grande Guerra, tutti catalogati in rete: una fonte di straordinaria importanza per capire come si costruiva il consenso e si orientava l’opinione pubblica: Archiginnasio. Fondo Guerra europea

Cominciando a unire le varie unità rintracciate sui lavori di diverse biblioteche (Quotidiani di sinistra: Avanti! e l’Unità digitalizzatiPeriodici e giornali digitalizzati Parte IPeriodici e giornali digitalizzati Parte IIPeriodici e giornali digitalizzati Parte IIIPeriodici e giornali digitalizzati Parte IVPeriodici e giornali digitalizzati Parte VPeriodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960Fondazione Gramsci Emilia Romagna. Prima Guerra Mondiale – Opuscoli digitalizzati, Prima Guerra Mondiale. Giornali di Trincea e altroAlcuni progetti in rete sulla Prima Guerra Mondiale e altri ancora che ho segnalato e che è possibile rintracciare con la lente “cerca”), comincia a comporsi un mosaico corposo e di fondamentale importanza per studiosi, studenti e appassionati.

Per il momento mi fermo qui, anche se la biblioteca Archiginnasio riserva moltissime altre sorprese

Belgica. La Biblioteca Digitale del Belgio

Anche il Belgio ha promosso la propria Biblioteca Digitale. Si tratta di Belgica, che digitalizza e rende disponibili on line materiale proveniente dalla Biblioteca Reale del Belgio.

In realtà la sua realizzazione non è recentissima: Belgica, che in qualche modo segue le orme di Gallica , è infatti attiva da circa dieci anni.

Nel corso di questo decennio le acquisizioni e il materiale offerto è divenuto imponente. Sono oltre 65.000 i libri digitalizzati; migliaia le mappe, le immagini e le fotografie.

Sul sito la navigazione e la ricerca del materiale è semplice e intuitiva. Le sottosezioni sono immediatamente visibili e, una volta effettuata la propria scelta, sulla colonna di sinistra il lettore può selezionare parole chiave scegliendo tra una comoda serie di parametri: periodo, data, lingua ecc.

Oltre alla sezione dei testi digitalizzati di pubblico dominio, Belgica presenta una sezione a parte di testi e pubblicazioni più recenti in formato pdf e liberamente consultabili e scaricabili.

Particolarmente interessanti sono le sezioni preposte alle mappe, alle immagini e quella della stampa periodica e dei giornali. Vi sono anche sezioni dedicate alla musica, a libri rari e alla numismatica.

Per ragioni storiche e geografiche il materiale è non solo in francese, fiammingo, tedesco, inglese e olandese.

Una segnalazione a margine: per gli appassionati e gli studiosi della Prima Guerra Mondiale Belgica propone una quantità di materiale veramente notevole, sia che si tratti di libri, di immagini (fotografie) e altro genere di documentazione (rapporti, opuscoli, materiale di propaganda ecc.)

Non vi resta che andare a curiosare in questa ottima Biblioteca Digitale: Belgica

Storia e memoria di Bologna

Storia e memoria di Bologna è un portale ricchissimo di materiale storico, artistico iconografico e altro ancora. Presentarlo per esteso e in modo esaustivo risulterebbe troppo lungo per chi scrive e dispersivo e noioso per chi legge. Meglio quindi affidarsi alla presentazione del portale riportando direttamente dal sito:

I monumenti ci parlano.
Se ci fermiamo anche solo per un attimo a guardarli ed interrogarli, ci racconteranno di un passato affascinante, che è il nostro.
Partendo idealmente da essi, e attraverso di essi , il portale Storia e Memoria di Bologna dà voce ai protagonisti maggiori e minori della storia: i caduti bolognesi che persero la vita nella Grande Guerra e nella Resistenza, le vittime della strage di Monte Sole, i nostri predecessori illustri o sconosciuti che riposano al Cimitero Monumentale della Certosa ed altri ancora che andremo ad individuare seguendo una progettualità mai conclusa.
I nomi dei protagonisti diverranno via via volti, immagini, storie che si intrecciano, fino a disegnare i contorni di un mondo che un po’ ci appartiene, perché è quello da cui proveniamo.
I diversi database contenenti le informazioni sulle biografie, gli eventi, i luoghi, i monumenti e le opere, sono organizzati in scenari tematici, che rappresentano i “capitoli” di questo grande libro della memoria bolognese.

I “capitoli” che suddividono Storia e memoria di Bologna sono sei ampi macro-contenitori: La “memoria” del governo pontificio a Bologna, Ottocento, La Certosa, Lapidi cittadine, Prima Guerra Mondiale, La lotta di Liberazione 1943-45

Questi, a loro volta sono suddivisi in sezioni e sotto sezioni dettagliate che articolano la documentazione e la collegano alle altre.

Mi piace sottolineare il fatto che la sezione La Certosa contiene anche una fornitissima biblioteca digitale dalla quale ovviamente non tarderò a pescare a piene mani.

Vi lascio il piacere di avventurarvi in questa miniera e di scoprire la Storia e memoria di Bologna.

Recensione: Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)

Nel dire qualcosa su questo libro comincerei con tre osservazioni.

La prima: è un libro scritto in modo estremamente avvincente. La narrazione è fluida e Blom riesce a tenere incollato il lettore alle pagine con un sapiente dosaggio di narrazione, sintesi ed esempi insoliti.

La seconda: La grande frattura non è una storia d’Europa, ma essenzialmente è una storia culturale dell’Europa tra le due guerre comparata agli Stati Uniti.

La terza: il libro ha un’impostazione decisamente originale. Ogni capitolo corrisponde ad un anno. Per ogni anno Blom ha scelto un evento o un personaggio significativo e a partire da quello ha allargato lo sguardo e ampliato il panorama delle osservazioni offerte al lettore.

Hobsbawm ha definito il trentennio 1914-1945 “Età della catastrofe”: la prima guerra mondiale seguita dalla più grande crisi economica che il mondo avesse conosciuto e da una seconda guerra mondiale sono sufficienti a giustificare la definizione. Se c’è stato un periodo nella storia contemporanea in cui vivere era per la maggioranza delle persone una faccenda complicata, quel trentennio occupa probabilmente il primo posto.

Anche La grande frattura di Blom restituisce il clima di incertezza, sacrifici e angoscia che imperversò in quel trentennio. Ma il suo sguardo è allo stesso tempo più articolato e più semplificato. Per lui i processi e i fenomeni che contraddistinguono i decenni tra le due guerre erano già presenti e attivi prima della Grande Guerra. La prima guerra mondiale ne accelerò bruscamente la maturazione e li impose. Da questo punto di vista Blom ha ragione: la tecnologia, il rinnovamento delle scienze, i partiti di massa, le ideologie (o almeno una di esse, il socialismo) erano già presenti e cominciavano a muovere i primi passi. Li avremo conosciuti compiutamente dopo la prima guerra mondiale.

In effetti, giustamente, la prima guerra mondiale è l’elemento fondante del libro. Lo shell shock – i traumi psichici di guerra che colpiscono i soldati devastandone la mente – diventa metafora di un’epoca che resta irrimediabilmente orfana delle coordinate precedenti e non riesce a maturane di proprie: “molti aspetti caratteristici del ventennio tra le due guerre – osserva giustamente Blom – si spiegano solo a partire dal trauma, dalla sensazione di tradimento e dalla delusione” (p. 59).

I giovani che erano partiti per la guerra cantando, fiduciosi di poter dimostrare il proprio valore e immaginando avventure, restano avvinghiati in un mare di fango, immobilizzati in trincee che rendono il tempo monotono e vengono falcidiati da armi anonime e lontane: per loro si concretizza un inferno che è l’opposto dell’eroismo che avevano immaginato. La guerra rende queste sterminate masse d’uomini cinici, spaesati e brutali (si veda la testimonianza di Breton a p. 187).

La spaventosa fornace della guerra, alimentata a carne umana, ha in sé il trinomio che caratterizzeranno i decenni successivi: violenza, macchine e decadenza.

Il capitolo dedicato a Magnitogrsk (corrispondente al 1929) incarna alcuni aspetti della prima e, soprattutto, della seconda. Che l’Unione Sovietica sia stato un posto tremendo in cui vivere è fuori discussione, ma l’aver iniziato a parlarne dopo il 1917 e a partire dalla rivolta di Kronstadt del 1923, intesa come prova del sogno di una società equa annegato nel sangue, pongono l’Autore in una prospettiva in parte distorta. Restano escluse dall’analisi il crollo dell’impero zarista e la guerra civile; resta fuori la NEP (cioè la consapevolezza che la spietatezza del “comunismo di guerra” doveva essere accantonato a data da destinarsi): Lenin era un uomo capace di decisioni drastiche, ma non era necessariamente una matrioska dalla quale, per forza, doveva venir fuori un Stalin.

Ciò nulla toglie alla spietatezza del regime e ai costi umani spaventosi richiesti dall’industrializzazione forzata, illustrati egregiamente nei capitoli dedicati a Magnitogorsk e alla carestia che mise in ginocchio l’Ucraina nel 1932. (Blom però dimentica una “profezia” illuminante di Stalin: la sua affermazione del 1930 secondo la quale “tra dieci anni ci sarà una guerra e noi dobbiamo industrializzarci per essere pronti” riportata in uno dei libri che cita nella bibliografia).

Le macchine che divorano l’uomo non sono una prerogativa dell’Unione Sovietica. Con processi completamente diversi se ne rendono conto anche gli americani. Negli anni del dopoguerra, negli USA, l’industria automobilistica era stato il motore trainante dell’intera economia (p. 288 ss.). L’automobile aveva aperto orizzonti infiniti (incentivando la costruzione di strade), ampliato a dismisura la libertà dei giovani e, con la garanzia di avere un po’ di privacy (magari non proprio comoda), rivoluzionato i costumi e i rapporti di coppia. Ma la crisi del ’29 spezza bruscamente il sogno di una società inondata da macchine che semplificano la vita dell’uomo diminuendo la fatica e garantendo maggior tempo libero: i quattro anni di carestia che devastano l’Oklahoma nei primi anni Trenta (descritta stupendamente da Steinbeck in Furore) sono il frutto anche della meccanizzazione introdotta dai trattori. In Tempi moderni il genio di Chaplin si incaricherà di mostrare gli effetti di una società che trasforma gli uomini in schiavi di macchine (p. 26).

Gli Stati Uniti sono un paese troppo vasto e variegato per essere ritratti in un’unica immagine. C’è l’America delle grandi città dove il proibizionismo (espressione di una lotta tra la tradizione e il progresso) ha trasformato in fungaie di locali illegali che fanno la fortuna di jazzisti di talento e di mafiosi come Al Capone; c’è la profonda America del sud, nella quale le teorie di Darwin potevano ancora scatenare risentimenti profondi e processi in tribunale; ci sono le università e Hollywood che accolgono a braccia aperte i talenti in fuga dal nazismo (quelli affermati e conosciuti, per gli altri, giovani ricercatori, gli spazi sono minori); c’è l’America che rinnega se stessa cercando di bloccare l’immigrazione. Nel descrivere questi e altri fenomeni Blom è maestro. Qui li ho elencati, ma con grande finezza ne illumina i chiaro-scuri, le ambiguità e la forza: nei primi anni Venti, col jazz, gli Stati Uniti sono già in grado di esportare sul continente europeo una musica fino a poco prima relegata ai ghetti dei neri.

Una musica accolta benevolmente dalle élites colte di Parigi e Londra, ma avversata da una Vienna socialista e progressista e ormai orfana di un impero, capitale di un piccolo trancio di terra popolato da contadini di sentimenti tradizionali e cattolici; tollerata da una inquieta e inquietante Berlino, paradiso della prostituzione (soprattutto maschile), calamita per artisti disillusi dal ripiegarsi su se stessa di un’Austria smarrita e confusa e da una Londra dalla rigida legislazione in materia di morale.

Scrivere una storia culturale significa scrivere una storia di città. Una città come Berlino, ad esempio, non può ridursi a semplice capitale di ogni eccesso; attirava artisti da ogni dove e gli anni venti furono un decennio dorato (p 305). Vienna, sebbene disorientata dalla perdita dell’Impero, era stata capace di progettare il più grande quartiere popolare integrato dell’epoca: il Karl-Marx-Hof, costruito tra il 1927 e il 1930 e fiore all’occhiello dell’amministrazione socialista della città (p. 265 ss.) Parigi restava pur sempre Parigi e, grazie al franco debole, attirava artisti dagli USA a frotte. Erano artisti stanchi o insofferenti del proibizionismo, attratti dalla grandeur che la capitale francese aveva goduto prima della guerra. Americani e non solo trovano riparo nella capitale francese – talvolta grazie alla protezione di qualche munifico mecenate. Qui matura il dadaismo, un movimento dedito allo sberleffo e al non-senso che ha il suo corrispettivo dorato nei “flappers” londinesi (tra i quali spiccavano donne emancipate e che destavano scandalo).

Vienna 1930: Karl-marx-hof

Dadaisti e “flappers” sono l’espressione di una “generation perdue” dalla guerra che rifiuta più o meno consapevolmente di fare i conti con la realtà durissima di quegli anni terribili. Agli occhi della generazione più giovane quella di coloro che avevano sciupato la propria giovinezza nel fango delle trincee era stata una generazione tradita dai padri, i cui valori non avevano più alcun senso. L’etica protestante del duro lavoro, di una morale un poco bigotta e del sacrificio era sentita come ridicola in tempi in cui tutto veniva percepito come provvisorio: meglio spassarsela come i “flappers” che potevano permetterselo (facendo la fortuna dei primi giornali di gossip) o andare fieri di un’arte che diventava la bandiera del disinteresse per quel che accadeva per le strade delle città italiane, insanguinate dalle squadracce fasciste, o, poco più tardi, di Berlino, da quelle brune.

Londra anni ’20: i flappers

Se l’onda d’urto della Rivoluzione russa aveva rischiato di travolgere il continente, Blom vede nel fascismo la contro-risposta della reazione, ma nelle pagine che dedica al fascismo la sua posizione è comunque molto diversa da quella di un Nolte. La sua chiave di lettura non è prettamente politica. Dedica spazio a Michele Schirru, l’anarchico sconfitto dal sogno americano che torna in Italia per per uccidere Mussolini, e il duce come uomo capace di dominare gli istinti e le aspettative delle masse anche attraverso i Patti Lateranensi che, garantendogli l’appoggio della Chiesa, gli conferiscono anche un’aureola di sacralità (non a caso qui l’A. si appoggia a Duggan).

Questa impostazione serve all’A. anche per indicare le differenze tra fascismo e nazismo. L’Italia era un Paese povero e agricolo, la Germania, benché in ginocchio per le riparazioni e la crisi economica era la massima potenza industriale d’Europa. Il nazismo non cercò il sostegno della Chiesa come il fascismo italiano o austriaco dopo il 1934.

Grande Depressione in USA

A una tradizione completamente inventata popolata di Nibelunghi e affini i nazisti affiancarono e proposero una religione totalitaria che mescolava versioni volgarizzate del pensiero di Nietzsche, un antisemitismo diffuso nell’Europa centro-orientale che oltre ad avere connotazioni religiose e sociali (gli ebrei ricchi, installati nei posti di comando) trasformarono in razzismo biologico, razziale (sulla Repubblica di Weimar vedi Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia).

Nelle illusioni distopiche delle religioni totalitarie, di destra o di sinistra, furono in molti a cadere, anche ingegni di prim’ordine – che poi di solito si sarebbero disillusi anche con conseguenze tragiche. Blom ne individua la forza nella loro capacità di offrire qualcosa in cui credere, “qualcosa di più grande e sublime dell’individuo, una legalità storica” (p. 370). Sono affermazioni corrispondenti al clima di quei decenni. Il successo clamoroso dell’oscuro libro di Spengler, Il tramonto dell’Occidente sarebbe inconcepibile al di fuori di quel contesto (vedi p. 70 e ss.). Ma da questo punto di vista vi erano profonde differenze tra il comunismo e i movimenti nazi-fascisti. La rivoluzione russa sembrava concretizzare un sogno di giustizia sociale antico almeno quanto la rivoluzione francese e che una generazione ha creduto possibile realizzare; il fascismo offriva caso mai la garanzia di appartenere alla razza giusta, ariana, prediletta, destinata a grandi cose. (Non a caso le Olimpiadi del 1936 diventano un miracolo di propaganda di un regime che ha ricacciato indietro i soldati sfigurati dalla Grande Guerra e ridotti alla miseria più nera e presenta atleti dalla muscolatura statuaria). Ma sono orizzonti completamente diversi, che infatti, nella seconda guerra mondiale saranno contrapposti.

Magnitogorsk

Il libro di Blom si ferma alla vigilia della catastrofe della seconda guerra mondiale, un incubo che ha aleggiato per tutti gli anni precedenti dopo la prima e si chiude con una serie di considerazioni molto assennate e condivisibili sui lasciti della Grande Guerra e sulle differenze tra “la crisi sistemica” del ’29 e quella di oggi. Vi sono pagine illuminanti. Tra le molte e a solo titolo di esempio, alcune relative all’immigrazione negli Stati Uniti illustrano molto bene lo stato d’animo di coloro che in qualche modo sono – o si sentono – già integrati e il disprezzo e il rigetto che provano e manifestano verso i nuovi arrivati o coloro che cercano di entrare nel Paese (p. 359 e ss.)

La grande frattura di Blom è una splendida introduzione alla storia dell’età della catastrofe. Anche se la storia dell’economia, centrale per la comprensione di quel periodo, resta in qualche modo sullo sfondo, i riferimenti sono puntuali, precisi e affidabili. Il libro è ricchissimo di informazioni e di percorsi originali. Ed è un libro che consiglio davvero con piacere.

GRANDE GUERRA EMILIA-ROMAGNA. TRA ORIZZONTE REGIONALE E NAZIONALE

Tra le moltissime iniziative fiorite in occasione del lungo Centenario della Grande Guerra (che in parte ho segnalato in altri articoli: Alcuni progetti in rete sulla Prima Guerra MondialeFondazione Gramsci Emilia Romagna. Prima Guerra Mondiale – Opuscoli digitalizzatiPrima Guerra Mondiale – Giornali di Trincea e altro e altre cose che potete trovarle usando la lente di ricerca), l’Emilia-Romagna si è inserita con una serie di convegni e di progetti estremamente interessanti.

Lo sforzo coordinato degli Istituti storici, che hanno potuto giovarsi del sostegno della Regione, ha portato anche alla realizzazione di un portale dedicato alla Prima Guerra Mondiale estremamente ricco.

Suddiviso nelle sezioni Convegni, Lezioni Magistrali, Public History, Pubblicazioni, il visitatore trova quanto di meglio sia stato realizzato finora dal gruppo di lavoro che dirige il progetto: dalle lezioni magistrali registrate e caricate su youtube, alle iniziative “per il pubblico” della public history, non solo di esclusivo carattere storiografico, ma frutto di una

contaminazione tra i linguaggi e le discipline: storia, teatro, fotografia, letteratura, musica e cinema, per un coinvolgimento il più ampio possibile della cittadinanza. Un modo, in fondo, per ribadire la convinzione che l’utilità della storia come disciplina di studio e di ricerca è tanto maggiore quanto più alto è il sapere diffuso che essa genera.

In questa sezione si possono consultare e/o scaricare incentrate sui profughi.

La sezione Pubblicazioni offre la possibilità di scaricare gratuitamente due testi per approfondire tutti i temi che gli Istituti stanno affrontando e proponendo.

Non mi resta quindi che augurarvi buona navigazione: Grande Guerra Emilia Romagna

Biblioteche digitali nelle biblioteche universitarie. Parte II

Ho deciso di dedicare una seconda puntata alle biblioteche digitali nelle biblioteche italiane universitarie perché navigando qui e là ho incontrato progetti molto interessanti.

L’Università di Torino presenta almeno tre progetti di sicuro interesse. Il primo riguarda L’Università di Torino nella Grande Guerra, con la presentazione al momento di 105 opere e articoli di giornale dai temi più variegati. Oltre a opere di carattere economico e di propaganda incontriamo molti sono volumi di medicina militare come (a solo titolo di esempio, ma vi sono molte altre opere): Note di esperienza clinica di chirurgia di guerra oppure, sulla epidemia di “Spagnola” a conflitto concluso: Sul problema eziologico dell’odierna pandemia di influenza o anche, riguardo ai traumi sulle ferite riportate nel corso del conflitto: Traumatismi mascello-facciali.

Di grande interesse gli opuscoli e le opere di psichiatria militare. Alcuni di questi sono estratti da riviste che abbiamo già incontrato in altri articoli (vedi: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti)): Annotazioni di neurologia di guerraI reati dei psiconevrotici di guerraIl tentato suicidio nei militariAlcune considerazioni attorno alle psiconeurosi di origine bellica e altre ancora. Questa collezione di opere va a connettersi e a integrarsi a quanto disponibile in un altro progetto già presentato: International Encyclopedia of the First World WarMedicine in World War I.

Col secondo progetto restiamo nell’ambito della psichiatria con l’ Archivio digitale “Cesare Lombroso”, un progetto che recupera e rende disponibili in formato pdf alcune delle rare monografie di Cesare Lombroso e della sua scuola facenti parte della collezione.

Infine, un terzo progetto riguarda la collezione digitale delle Opere di Pubblico dominio a Torino. In questo caso si tratta di una affiliazione a Internet Archive. In questo caso il numero delle opere ammonta a 120,  di ogni genere, alcune delle quali in francese, inglese, polacco e altre lingue.

Per il momento mi fermo qui. Buona navigazione.

 

Fondazione Gramsci Emilia Romagna. Prima Guerra Mondiale – Opuscoli digitalizzati

Anche la Fondazione Gramsci Emilia Romagna ha digitalizzato una corposa collezione di opuscoli socialisti pubblicati nel corso della prima guerra mondiale.

Probabilmente l’iniziativa si inserisce tra le moltissime che sono state approntate e svolte durante il lungo centenario della Grande Guerra. Abbiamo visto in un altro articolo che la Fondazione Gramsci di Roma ha messo a disposizione del pubblico oltre 250 opere relative alla produzione del Partito socialista: Prima Guerra Mondiale – Giornali di Trincea e altro.

Il percorso scelto dalla Fondazione Gramsci Emilia Romagna si innesta  sulla stessa produzione. Nello specifico, il fondo digitalizzato si suddivide in cinque sezioni che seguono il decorso della prima guerra mondiale sia in senso cronologico, che tematico (un buon numero di opuscoli riguardano Caporetto e le sue conseguenze).

La collezione della Fondazione bolognese va quindi ad affiancarsi alla consorella romana, ma anche al fondo digitalizzato dalla Biblioteca Gino Bianco – Giornali Riviste Opuscoli.

Quello relativo alla Prima Guerra mondiale è solo uno dei fondi digitalizzati dalla Fondazione Gramsci Emilia Romagna. Gli altri li vedremo un poco alla volta.

Intanto godetevi queste pubblicazioni in formato pdf. che potete scaricare e stampare a piacere: Prima guerra mondiale – Opuscoli socialisti.

Prima Guerra Mondiale – Giornali di Trincea e altro

Non è semplice districarsi tra i numerosi progetti realizzati in occasione del Centenario della Prima Guerra mondiale. Alcuni di carattere generale e internazionale li ho indicati in un articolo precedente: Alcuni progetti in rete sulla prima guerra mondiale, altro materiale è emerso presentando la Biblioteca Gino Bianco – Giornali Riviste Opuscoli.

Una quantità davvero sorprendente di Giornali di trincea viene offerta al pubblico dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, nella sua Digiteca. Come è noto, dopo Caporetto governo e Stato Maggiore dell’Esercito ingaggiarono giornalisti professionisti per produrre opuscoli e giornali di propaganda nel tentativo di risollevare il morale delle truppe e infondere spirito patriottico. Giornali spesso realizzati dagli stessi soldati (o, per meglio dire, da giornalisti, scrittori, poeti, disegnatori in quel momento sotto le armi). Questa ricchissima collezione – decine e decine di pubblicazioni – ci dà l’idea dello sforzo propagandistico messo in campo.

Un altro progetto interessante è stato realizzato dalla Fondazione Gramsci di Roma la quale ci regala

una ampia e significativa scelta di pubblicazioni edite negli anni della Grande Guerra, che danno conto delle posizioni politiche del Partito socialista di fronte agli eventi bellici e al coinvolgimento dell’Italia. Accanto agli scritti e ai discorsi dei dirigenti socialisti, sono state inserite pubblicazioni che testimoniano le tensioni che attraversarono il Paese e le varie forze politiche e sociali dalla vigilia del conflitto fino ai primi anni del dopoguerra.

Oltre 250 le opere disponibili che si possono consultare, ma non scaricare e stampare.

Un altro fondo interessante proviene dal ricchissimo portale Storia e memoria di Bologna che propone una raccolta depositata in cartaceo nell’Istituto del Risorgimento della città: I giornali di trincea.

Per chi vuole approfondire, il materiale non manca.

Buona navigazione