La biblioteca digitale dell’Archiginnasio

Anche la Biblioteca comunale di Bologna Archiginnasio offre una corposa Biblioteca digitale.

In questa occasione mi limito a segnalare solo una minima parte dei molti progetti realizzati e in corso. Considerata la sua lunghissima storia e la ricchezza della biblioteca, non può sorprendere la diversità temporale e tematica delle raccolte.

Il primo riguarda LA BIBLIOTECA PERIODICA REPERTORIO DEI GIORNALI LETTERARI 6-700 IN EMILIA E IN ROMAGNA. Riprendendo dalla presentazione:

Il contributo dei giornali al movimento delle idee e alla formazione di un’opinione pubblica fu grande e, anche, sociologicamente, significativo, proprio per la qualità varia della produzione culturale che essi misero in circolazione.
Questo repertorio studia i giornali letterari che apparvero nei ducati e nelle legazioni dell’Emilia e della Romagna tre il 1668 e il 1796. Di ogni periodico viene fornito un indice-regesto integrale che consente di ripercorre nei suoi vari livelli tutta la variegata enciclopedia dell’informazione storica, scientifica, bibliografica che per centotrent’anni passò attraverso i fogli periodici.

Sono 4 i volumi che compongono l’opera: La biblioteca periodica. Giornali letterati 6-700.

Di due secoli più tardi è Il Resto del Carlino. l’Archiginnasio ci regala “Tutti i numeri de Il Resto del Carlino dal 29 giugno 1914 al 31 dicembre 1918: giorno per giorno la cronaca della Grande Guerra”: Il Resto del Carlino 1914-1918. La digitalizzazione de Il Resto del Carlino fa parte di un progetto più ampio disponibile su Storia e memoria di Bologna (al quale l’archiginnasio collabora) dove è possibile consultare il quotidiano bolognese anche per gli anni della seconda guerra mondiale: Il resto del Carlino 1914/1919 – 1939-1944 . Come ho accennato in un altro articolo, Quotidiani digitalizzati dalla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma, il giornale bolognese è in corso di digitalizzazione dalla biblioteca romana: dunque è possibile ampliarne la consultazione.

Del resto, il Resto del Carlino si inserisce in una raccolta più ampia, Il fondo Guerra europea, composto di:

1.800 volumi, 1.700 opuscoli, 200 testate di periodici, manifesti, volantini, cartoline, canzoni e spartiti musicali, immagini della Grande Guerra, tutti catalogati in rete: una fonte di straordinaria importanza per capire come si costruiva il consenso e si orientava l’opinione pubblica: Archiginnasio. Fondo Guerra europea

Cominciando a unire le varie unità rintracciate sui lavori di diverse biblioteche (Quotidiani di sinistra: Avanti! e l’Unità digitalizzatiPeriodici e giornali digitalizzati Parte IPeriodici e giornali digitalizzati Parte IIPeriodici e giornali digitalizzati Parte IIIPeriodici e giornali digitalizzati Parte IVPeriodici e giornali digitalizzati Parte VPeriodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960Fondazione Gramsci Emilia Romagna. Prima Guerra Mondiale – Opuscoli digitalizzati, Prima Guerra Mondiale. Giornali di Trincea e altroAlcuni progetti in rete sulla Prima Guerra Mondiale e altri ancora che ho segnalato e che è possibile rintracciare con la lente “cerca”), comincia a comporsi un mosaico corposo e di fondamentale importanza per studiosi, studenti e appassionati.

Per il momento mi fermo qui, anche se la biblioteca Archiginnasio riserva moltissime altre sorprese

Belgica. La Biblioteca Digitale del Belgio

Anche il Belgio ha promosso la propria Biblioteca Digitale. Si tratta di Belgica, che digitalizza e rende disponibili on line materiale proveniente dalla Biblioteca Reale del Belgio.

In realtà la sua realizzazione non è recentissima: Belgica, che in qualche modo segue le orme di Gallica , è infatti attiva da circa dieci anni.

Nel corso di questo decennio le acquisizioni e il materiale offerto è divenuto imponente. Sono oltre 65.000 i libri digitalizzati; migliaia le mappe, le immagini e le fotografie.

Sul sito la navigazione e la ricerca del materiale è semplice e intuitiva. Le sottosezioni sono immediatamente visibili e, una volta effettuata la propria scelta, sulla colonna di sinistra il lettore può selezionare parole chiave scegliendo tra una comoda serie di parametri: periodo, data, lingua ecc.

Oltre alla sezione dei testi digitalizzati di pubblico dominio, Belgica presenta una sezione a parte di testi e pubblicazioni più recenti in formato pdf e liberamente consultabili e scaricabili.

Particolarmente interessanti sono le sezioni preposte alle mappe, alle immagini e quella della stampa periodica e dei giornali. Vi sono anche sezioni dedicate alla musica, a libri rari e alla numismatica.

Per ragioni storiche e geografiche il materiale è non solo in francese, fiammingo, tedesco, inglese e olandese.

Una segnalazione a margine: per gli appassionati e gli studiosi della Prima Guerra Mondiale Belgica propone una quantità di materiale veramente notevole, sia che si tratti di libri, di immagini (fotografie) e altro genere di documentazione (rapporti, opuscoli, materiale di propaganda ecc.)

Non vi resta che andare a curiosare in questa ottima Biblioteca Digitale: Belgica

Storia e memoria di Bologna

Storia e memoria di Bologna è un portale ricchissimo di materiale storico, artistico iconografico e altro ancora. Presentarlo per esteso e in modo esaustivo risulterebbe troppo lungo per chi scrive e dispersivo e noioso per chi legge. Meglio quindi affidarsi alla presentazione del portale riportando direttamente dal sito:

I monumenti ci parlano.
Se ci fermiamo anche solo per un attimo a guardarli ed interrogarli, ci racconteranno di un passato affascinante, che è il nostro.
Partendo idealmente da essi, e attraverso di essi , il portale Storia e Memoria di Bologna dà voce ai protagonisti maggiori e minori della storia: i caduti bolognesi che persero la vita nella Grande Guerra e nella Resistenza, le vittime della strage di Monte Sole, i nostri predecessori illustri o sconosciuti che riposano al Cimitero Monumentale della Certosa ed altri ancora che andremo ad individuare seguendo una progettualità mai conclusa.
I nomi dei protagonisti diverranno via via volti, immagini, storie che si intrecciano, fino a disegnare i contorni di un mondo che un po’ ci appartiene, perché è quello da cui proveniamo.
I diversi database contenenti le informazioni sulle biografie, gli eventi, i luoghi, i monumenti e le opere, sono organizzati in scenari tematici, che rappresentano i “capitoli” di questo grande libro della memoria bolognese.

I “capitoli” che suddividono Storia e memoria di Bologna sono sei ampi macro-contenitori: La “memoria” del governo pontificio a Bologna, Ottocento, La Certosa, Lapidi cittadine, Prima Guerra Mondiale, La lotta di Liberazione 1943-45

Questi, a loro volta sono suddivisi in sezioni e sotto sezioni dettagliate che articolano la documentazione e la collegano alle altre.

Mi piace sottolineare il fatto che la sezione La Certosa contiene anche una fornitissima biblioteca digitale dalla quale ovviamente non tarderò a pescare a piene mani.

Vi lascio il piacere di avventurarvi in questa miniera e di scoprire la Storia e memoria di Bologna.

Recensione: Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)

Nel dire qualcosa su questo libro comincerei con tre osservazioni.

La prima: è un libro scritto in modo estremamente avvincente. La narrazione è fluida e Blom riesce a tenere incollato il lettore alle pagine con un sapiente dosaggio di narrazione, sintesi ed esempi insoliti.

La seconda: La grande frattura non è una storia d’Europa, ma essenzialmente è una storia culturale dell’Europa tra le due guerre comparata agli Stati Uniti.

La terza: il libro ha un’impostazione decisamente originale. Ogni capitolo corrisponde ad un anno. Per ogni anno Blom ha scelto un evento o un personaggio significativo e a partire da quello ha allargato lo sguardo e ampliato il panorama delle osservazioni offerte al lettore.

Hobsbawm ha definito il trentennio 1914-1945 “Età della catastrofe”: la prima guerra mondiale seguita dalla più grande crisi economica che il mondo avesse conosciuto e da una seconda guerra mondiale sono sufficienti a giustificare la definizione. Se c’è stato un periodo nella storia contemporanea in cui vivere era per la maggioranza delle persone una faccenda complicata, quel trentennio occupa probabilmente il primo posto.

Anche La grande frattura di Blom restituisce il clima di incertezza, sacrifici e angoscia che imperversò in quel trentennio. Ma il suo sguardo è allo stesso tempo più articolato e più semplificato. Per lui i processi e i fenomeni che contraddistinguono i decenni tra le due guerre erano già presenti e attivi prima della Grande Guerra. La prima guerra mondiale ne accelerò bruscamente la maturazione e li impose. Da questo punto di vista Blom ha ragione: la tecnologia, il rinnovamento delle scienze, i partiti di massa, le ideologie (o almeno una di esse, il socialismo) erano già presenti e cominciavano a muovere i primi passi. Li avremo conosciuti compiutamente dopo la prima guerra mondiale.

In effetti, giustamente, la prima guerra mondiale è l’elemento fondante del libro. Lo shell shock – i traumi psichici di guerra che colpiscono i soldati devastandone la mente – diventa metafora di un’epoca che resta irrimediabilmente orfana delle coordinate precedenti e non riesce a maturane di proprie: “molti aspetti caratteristici del ventennio tra le due guerre – osserva giustamente Blom – si spiegano solo a partire dal trauma, dalla sensazione di tradimento e dalla delusione” (p. 59).

I giovani che erano partiti per la guerra cantando, fiduciosi di poter dimostrare il proprio valore e immaginando avventure, restano avvinghiati in un mare di fango, immobilizzati in trincee che rendono il tempo monotono e vengono falcidiati da armi anonime e lontane: per loro si concretizza un inferno che è l’opposto dell’eroismo che avevano immaginato. La guerra rende queste sterminate masse d’uomini cinici, spaesati e brutali (si veda la testimonianza di Breton a p. 187).

La spaventosa fornace della guerra, alimentata a carne umana, ha in sé il trinomio che caratterizzeranno i decenni successivi: violenza, macchine e decadenza.

Il capitolo dedicato a Magnitogrsk (corrispondente al 1929) incarna alcuni aspetti della prima e, soprattutto, della seconda. Che l’Unione Sovietica sia stato un posto tremendo in cui vivere è fuori discussione, ma l’aver iniziato a parlarne dopo il 1917 e a partire dalla rivolta di Kronstadt del 1923, intesa come prova del sogno di una società equa annegato nel sangue, pongono l’Autore in una prospettiva in parte distorta. Restano escluse dall’analisi il crollo dell’impero zarista e la guerra civile; resta fuori la NEP (cioè la consapevolezza che la spietatezza del “comunismo di guerra” doveva essere accantonato a data da destinarsi): Lenin era un uomo capace di decisioni drastiche, ma non era necessariamente una matrioska dalla quale, per forza, doveva venir fuori un Stalin.

Ciò nulla toglie alla spietatezza del regime e ai costi umani spaventosi richiesti dall’industrializzazione forzata, illustrati egregiamente nei capitoli dedicati a Magnitogorsk e alla carestia che mise in ginocchio l’Ucraina nel 1932. (Blom però dimentica una “profezia” illuminante di Stalin: la sua affermazione del 1930 secondo la quale “tra dieci anni ci sarà una guerra e noi dobbiamo industrializzarci per essere pronti” riportata in uno dei libri che cita nella bibliografia).

Le macchine che divorano l’uomo non sono una prerogativa dell’Unione Sovietica. Con processi completamente diversi se ne rendono conto anche gli americani. Negli anni del dopoguerra, negli USA, l’industria automobilistica era stato il motore trainante dell’intera economia (p. 288 ss.). L’automobile aveva aperto orizzonti infiniti (incentivando la costruzione di strade), ampliato a dismisura la libertà dei giovani e, con la garanzia di avere un po’ di privacy (magari non proprio comoda), rivoluzionato i costumi e i rapporti di coppia. Ma la crisi del ’29 spezza bruscamente il sogno di una società inondata da macchine che semplificano la vita dell’uomo diminuendo la fatica e garantendo maggior tempo libero: i quattro anni di carestia che devastano l’Oklahoma nei primi anni Trenta (descritta stupendamente da Steinbeck in Furore) sono il frutto anche della meccanizzazione introdotta dai trattori. In Tempi moderni il genio di Chaplin si incaricherà di mostrare gli effetti di una società che trasforma gli uomini in schiavi di macchine (p. 26).

Gli Stati Uniti sono un paese troppo vasto e variegato per essere ritratti in un’unica immagine. C’è l’America delle grandi città dove il proibizionismo (espressione di una lotta tra la tradizione e il progresso) ha trasformato in fungaie di locali illegali che fanno la fortuna di jazzisti di talento e di mafiosi come Al Capone; c’è la profonda America del sud, nella quale le teorie di Darwin potevano ancora scatenare risentimenti profondi e processi in tribunale; ci sono le università e Hollywood che accolgono a braccia aperte i talenti in fuga dal nazismo (quelli affermati e conosciuti, per gli altri, giovani ricercatori, gli spazi sono minori); c’è l’America che rinnega se stessa cercando di bloccare l’immigrazione. Nel descrivere questi e altri fenomeni Blom è maestro. Qui li ho elencati, ma con grande finezza ne illumina i chiaro-scuri, le ambiguità e la forza: nei primi anni Venti, col jazz, gli Stati Uniti sono già in grado di esportare sul continente europeo una musica fino a poco prima relegata ai ghetti dei neri.

Una musica accolta benevolmente dalle élites colte di Parigi e Londra, ma avversata da una Vienna socialista e progressista e ormai orfana di un impero, capitale di un piccolo trancio di terra popolato da contadini di sentimenti tradizionali e cattolici; tollerata da una inquieta e inquietante Berlino, paradiso della prostituzione (soprattutto maschile), calamita per artisti disillusi dal ripiegarsi su se stessa di un’Austria smarrita e confusa e da una Londra dalla rigida legislazione in materia di morale.

Scrivere una storia culturale significa scrivere una storia di città. Una città come Berlino, ad esempio, non può ridursi a semplice capitale di ogni eccesso; attirava artisti da ogni dove e gli anni venti furono un decennio dorato (p 305). Vienna, sebbene disorientata dalla perdita dell’Impero, era stata capace di progettare il più grande quartiere popolare integrato dell’epoca: il Karl-Marx-Hof, costruito tra il 1927 e il 1930 e fiore all’occhiello dell’amministrazione socialista della città (p. 265 ss.) Parigi restava pur sempre Parigi e, grazie al franco debole, attirava artisti dagli USA a frotte. Erano artisti stanchi o insofferenti del proibizionismo, attratti dalla grandeur che la capitale francese aveva goduto prima della guerra. Americani e non solo trovano riparo nella capitale francese – talvolta grazie alla protezione di qualche munifico mecenate. Qui matura il dadaismo, un movimento dedito allo sberleffo e al non-senso che ha il suo corrispettivo dorato nei “flappers” londinesi (tra i quali spiccavano donne emancipate e che destavano scandalo).

Vienna 1930: Karl-marx-hof

Dadaisti e “flappers” sono l’espressione di una “generation perdue” dalla guerra che rifiuta più o meno consapevolmente di fare i conti con la realtà durissima di quegli anni terribili. Agli occhi della generazione più giovane quella di coloro che avevano sciupato la propria giovinezza nel fango delle trincee era stata una generazione tradita dai padri, i cui valori non avevano più alcun senso. L’etica protestante del duro lavoro, di una morale un poco bigotta e del sacrificio era sentita come ridicola in tempi in cui tutto veniva percepito come provvisorio: meglio spassarsela come i “flappers” che potevano permetterselo (facendo la fortuna dei primi giornali di gossip) o andare fieri di un’arte che diventava la bandiera del disinteresse per quel che accadeva per le strade delle città italiane, insanguinate dalle squadracce fasciste, o, poco più tardi, di Berlino, da quelle brune.

Londra anni ’20: i flappers

Se l’onda d’urto della Rivoluzione russa aveva rischiato di travolgere il continente, Blom vede nel fascismo la contro-risposta della reazione, ma nelle pagine che dedica al fascismo la sua posizione è comunque molto diversa da quella di un Nolte. La sua chiave di lettura non è prettamente politica. Dedica spazio a Michele Schirru, l’anarchico sconfitto dal sogno americano che torna in Italia per per uccidere Mussolini, e il duce come uomo capace di dominare gli istinti e le aspettative delle masse anche attraverso i Patti Lateranensi che, garantendogli l’appoggio della Chiesa, gli conferiscono anche un’aureola di sacralità (non a caso qui l’A. si appoggia a Duggan).

Questa impostazione serve all’A. anche per indicare le differenze tra fascismo e nazismo. L’Italia era un Paese povero e agricolo, la Germania, benché in ginocchio per le riparazioni e la crisi economica era la massima potenza industriale d’Europa. Il nazismo non cercò il sostegno della Chiesa come il fascismo italiano o austriaco dopo il 1934.

Grande Depressione in USA

A una tradizione completamente inventata popolata di Nibelunghi e affini i nazisti affiancarono e proposero una religione totalitaria che mescolava versioni volgarizzate del pensiero di Nietzsche, un antisemitismo diffuso nell’Europa centro-orientale che oltre ad avere connotazioni religiose e sociali (gli ebrei ricchi, installati nei posti di comando) trasformarono in razzismo biologico, razziale.

Nelle illusioni distopiche delle religioni totalitarie, di destra o di sinistra, furono in molti a cadere, anche ingegni di prim’ordine – che poi di solito si sarebbero disillusi anche con conseguenze tragiche. Blom ne individua la forza nella loro capacità di offrire qualcosa in cui credere, “qualcosa di più grande e sublime dell’individuo, una legalità storica” (p. 370). Sono affermazioni corrispondenti al clima di quei decenni. Il successo clamoroso dell’oscuro libro di Spengler, Il tramonto dell’Occidente sarebbe inconcepibile al di fuori di quel contesto (vedi p. 70 e ss.). Ma da questo punto di vista vi erano profonde differenze tra il comunismo e i movimenti nazi-fascisti. La rivoluzione russa sembrava concretizzare un sogno di giustizia sociale antico almeno quanto la rivoluzione francese e che una generazione ha creduto possibile realizzare; il fascismo offriva caso mai la garanzia di appartenere alla razza giusta, ariana, prediletta, destinata a grandi cose. (Non a caso le Olimpiadi del 1936 diventano un miracolo di propaganda di un regime che ha ricacciato indietro i soldati sfigurati dalla Grande Guerra e ridotti alla miseria più nera e presenta atleti dalla muscolatura statuaria). Ma sono orizzonti completamente diversi, che infatti, nella seconda guerra mondiale saranno contrapposti.

Magnitogorsk

Il libro di Blom si ferma alla vigilia della catastrofe della seconda guerra mondiale, un incubo che ha aleggiato per tutti gli anni precedenti dopo la prima e si chiude con una serie di considerazioni molto assennate e condivisibili sui lasciti della Grande Guerra e sulle differenze tra “la crisi sistemica” del ’29 e quella di oggi. Vi sono pagine illuminanti. Tra le molte e a solo titolo di esempio, alcune relative all’immigrazione negli Stati Uniti illustrano molto bene lo stato d’animo di coloro che in qualche modo sono – o si sentono – già integrati e il disprezzo e il rigetto che provano e manifestano verso i nuovi arrivati o coloro che cercano di entrare nel Paese (p. 359 e ss.)

La grande frattura di Blom è una splendida introduzione alla storia dell’età della catastrofe. Anche se la storia dell’economia, centrale per la comprensione di quel periodo, resta in qualche modo sullo sfondo, i riferimenti sono puntuali, precisi e affidabili. Il libro è ricchissimo di informazioni e di percorsi originali. Ed è un libro che consiglio davvero con piacere.

GRANDE GUERRA EMILIA-ROMAGNA. TRA ORIZZONTE REGIONALE E NAZIONALE

Tra le moltissime iniziative fiorite in occasione del lungo Centenario della Grande Guerra (che in parte ho segnalato in altri articoli: Alcuni progetti in rete sulla Prima Guerra MondialeFondazione Gramsci Emilia Romagna. Prima Guerra Mondiale – Opuscoli digitalizzatiPrima Guerra Mondiale – Giornali di Trincea e altro e altre cose che potete trovarle usando la lente di ricerca), l’Emilia-Romagna si è inserita con una serie di convegni e di progetti estremamente interessanti.

Lo sforzo coordinato degli Istituti storici, che hanno potuto giovarsi del sostegno della Regione, ha portato anche alla realizzazione di un portale dedicato alla Prima Guerra Mondiale estremamente ricco.

Suddiviso nelle sezioni Convegni, Lezioni Magistrali, Public History, Pubblicazioni, il visitatore trova quanto di meglio sia stato realizzato finora dal gruppo di lavoro che dirige il progetto: dalle lezioni magistrali registrate e caricate su youtube, alle iniziative “per il pubblico” della public history, non solo di esclusivo carattere storiografico, ma frutto di una

contaminazione tra i linguaggi e le discipline: storia, teatro, fotografia, letteratura, musica e cinema, per un coinvolgimento il più ampio possibile della cittadinanza. Un modo, in fondo, per ribadire la convinzione che l’utilità della storia come disciplina di studio e di ricerca è tanto maggiore quanto più alto è il sapere diffuso che essa genera.

In questa sezione si possono consultare e/o scaricare incentrate sui profughi.

La sezione Pubblicazioni offre la possibilità di scaricare gratuitamente due testi per approfondire tutti i temi che gli Istituti stanno affrontando e proponendo.

Non mi resta quindi che augurarvi buona navigazione: Grande Guerra Emilia Romagna

Biblioteche digitali nelle biblioteche universitarie. Parte II

Ho deciso di dedicare una seconda puntata alle biblioteche digitali nelle biblioteche italiane universitarie perché navigando qui e là ho incontrato progetti molto interessanti.

L’Università di Torino presenta almeno tre progetti di sicuro interesse. Il primo riguarda L’Università di Torino nella Grande Guerra, con la presentazione al momento di 105 opere e articoli di giornale dai temi più variegati. Oltre a opere di carattere economico e di propaganda incontriamo molti sono volumi di medicina militare come (a solo titolo di esempio, ma vi sono molte altre opere): Note di esperienza clinica di chirurgia di guerra oppure, sulla epidemia di “Spagnola” a conflitto concluso: Sul problema eziologico dell’odierna pandemia di influenza o anche, riguardo ai traumi sulle ferite riportate nel corso del conflitto: Traumatismi mascello-facciali.

Di grande interesse gli opuscoli e le opere di psichiatria militare. Alcuni di questi sono estratti da riviste che abbiamo già incontrato in altri articoli (vedi: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti)): Annotazioni di neurologia di guerraI reati dei psiconevrotici di guerraIl tentato suicidio nei militariAlcune considerazioni attorno alle psiconeurosi di origine bellica e altre ancora. Questa collezione di opere va a connettersi e a integrarsi a quanto disponibile in un altro progetto già presentato: International Encyclopedia of the First World WarMedicine in World War I.

Col secondo progetto restiamo nell’ambito della psichiatria con l’ Archivio digitale “Cesare Lombroso”, un progetto che recupera e rende disponibili in formato pdf alcune delle rare monografie di Cesare Lombroso e della sua scuola facenti parte della collezione.

Infine, un terzo progetto riguarda la collezione digitale delle Opere di Pubblico dominio a Torino. In questo caso si tratta di una affiliazione a Internet Archive. In questo caso il numero delle opere ammonta a 120,  di ogni genere, alcune delle quali in francese, inglese, polacco e altre lingue.

Per il momento mi fermo qui. Buona navigazione.

 

Fondazione Gramsci Emilia Romagna. Prima Guerra Mondiale – Opuscoli digitalizzati

Anche la Fondazione Gramsci Emilia Romagna ha digitalizzato una corposa collezione di opuscoli socialisti pubblicati nel corso della prima guerra mondiale.

Probabilmente l’iniziativa si inserisce tra le moltissime che sono state approntate e svolte durante il lungo centenario della Grande Guerra. Abbiamo visto in un altro articolo che la Fondazione Gramsci di Roma ha messo a disposizione del pubblico oltre 250 opere relative alla produzione del Partito socialista: Prima Guerra Mondiale – Giornali di Trincea e altro.

Il percorso scelto dalla Fondazione Gramsci Emilia Romagna si innesta  sulla stessa produzione. Nello specifico, il fondo digitalizzato si suddivide in cinque sezioni che seguono il decorso della prima guerra mondiale sia in senso cronologico, che tematico (un buon numero di opuscoli riguardano Caporetto e le sue conseguenze).

La collezione della Fondazione bolognese va quindi ad affiancarsi alla consorella romana, ma anche al fondo digitalizzato dalla Biblioteca Gino Bianco – Giornali Riviste Opuscoli.

Quello relativo alla Prima Guerra mondiale è solo uno dei fondi digitalizzati dalla Fondazione Gramsci Emilia Romagna. Gli altri li vedremo un poco alla volta.

Intanto godetevi queste pubblicazioni in formato pdf. che potete scaricare e stampare a piacere: Prima guerra mondiale – Opuscoli socialisti.

Prima Guerra Mondiale – Giornali di Trincea e altro

Non è semplice districarsi tra i numerosi progetti realizzati in occasione del Centenario della Prima Guerra mondiale. Alcuni di carattere generale e internazionale li ho indicati in un articolo precedente: Alcuni progetti in rete sulla prima guerra mondiale, altro materiale è emerso presentando la Biblioteca Gino Bianco – Giornali Riviste Opuscoli.

Una quantità davvero sorprendente di Giornali di trincea viene offerta al pubblico dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, nella sua Digiteca. Come è noto, dopo Caporetto governo e Stato Maggiore dell’Esercito ingaggiarono giornalisti professionisti per produrre opuscoli e giornali di propaganda nel tentativo di risollevare il morale delle truppe e infondere spirito patriottico. Giornali spesso realizzati dagli stessi soldati (o, per meglio dire, da giornalisti, scrittori, poeti, disegnatori in quel momento sotto le armi). Questa ricchissima collezione – decine e decine di pubblicazioni – ci dà l’idea dello sforzo propagandistico messo in campo.

Un altro progetto interessante è stato realizzato dalla Fondazione Gramsci di Roma la quale ci regala

una ampia e significativa scelta di pubblicazioni edite negli anni della Grande Guerra, che danno conto delle posizioni politiche del Partito socialista di fronte agli eventi bellici e al coinvolgimento dell’Italia. Accanto agli scritti e ai discorsi dei dirigenti socialisti, sono state inserite pubblicazioni che testimoniano le tensioni che attraversarono il Paese e le varie forze politiche e sociali dalla vigilia del conflitto fino ai primi anni del dopoguerra.

Oltre 250 le opere disponibili che si possono consultare, ma non scaricare e stampare.

Un altro fondo interessante proviene dal ricchissimo portale Storia e memoria di Bologna che propone una raccolta depositata in cartaceo nell’Istituto del Risorgimento della città: I giornali di trincea.

Per chi vuole approfondire, il materiale non manca.

Buona navigazione

Recensione: Robert Gerwarth La rabbia dei vinti

Ultimamente Laterza sta inanellando una serie di pubblicazioni di alto livello. Ha ripubblicato Dopoguerra di Tony Judt, introvabile da anni; ha pubblicato Inferno andata e ritorno di Jan Kershaw; ora questo La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra. 1917-1923 (2017, pp. 421)  di Robert Gerwarth che, lo dico subito, è un ottimo libro.

A volte si incontrano studiosi che offrono interpretazioni originali. Come sanno bene gli studenti che devono preparare un esame di storia contemporanea, i manuali periodizzano la prima guerra mondiale negli anni 1914-18. Gerwarth ci invita ad allungare lo sguardo almeno fino al 1923. Non siamo di fronte semplicemente una interpretazione originale, ci ritroviamo a leggere argomentazioni convincenti.

Nell’interpretazione di Gerwarth la guerra non è solo la grande incubatrice della violenza che sprigionò e continuò per anni anche dopo la firma dell’armistizio in gran parte dell’Europa, soprattutto centro-orientale, ma è anche il fenomeno che serve ad inquadrare sia il processo che sfociò nella seconda guerra mondiale, sia in guerre molto più recenti come quella jugoslava degli anni Novanta del secolo scorso.

Il libro è diviso in tre parti, ognuna delle quali è suddivisa in cinque capitoli. Un epilogo molto interessante tira le somme e chiude il testo.

I Paesi vinti

La prima parte è centrata soprattutto sulle vicende di due dei paesi che persero la guerra: Germania e Russia. Secondo Gerwarth è improbabile che senza la guerra sarebbe scoppiata in Russia la rivoluzione e i bolscevichi avrebbero preso il potere. La decisione di Lenin di portare la Russia fuori dal conflitto ad ogni costo, anche al prezzo altissimo imposto dai tedeschi a Brest-Litovsk, nella mente di Lenin rispondeva all’esigenza di guadagnarsi il consenso dei soldati stanchi della guerra, di far sopravvivere in tutti i modi il regime che i bolscevichi stavano costruendo e di radicalizzare il clima politico in Europa in previsione della rivoluzione mondiale. “La maggior parte delle previsioni di Lenin si sarebbe rivelata corretta” (p. 28): il rilascio di centinaia di migliaia di prigionieri di guerra, molti dei quali si erano convertiti al bolscevismo, portò nei paesi di origine soggetti radicalizzati che destabilizzarono il quadro politico.

Dal canto suo, col trattato di Brest-Litovsk, la Germania accarezzò per la prima volta il sogno di diventare la potenza dominante in Europa, un fatto che sarebbe rimasto nel cuore e negli obiettivi dei movimenti di destra e che avrebbe dato frutti avvelenati.

Rivoluzione e controrivoluzione

Con la seconda parte si entra nel vivo della narrazione. Gerwarth analizza gli sviluppi e le conseguenze della rivoluzione russa e della sconfitta degli imperi centrali. Mentre la Russia cadeva in una guerra civile che avrebbe fatto più vittime della guerra combattuta fino a quel momento, nell’Europa orientale e centrale e perfino negli stati che si affacciavano sul Mediterraneo l’impatto della rivoluzione russa produsse situazioni rivoluzionarie molto simili a quelle avevano portato al potere i bolscevichi: condizioni ideali per lo scoppio di una rivoluzione si verificarono in Germania, in Austria e in Ungheria; in Italia vi furono sommosse e in Spagna e Portogallo emersero movimenti di destra dopo una serie di convulsioni politiche. Non solo “per la prima volta dal 1789 un movimento rivoluzionario aveva conquistato uno stato”, ma dopo il 1917 la possibilità di una rivoluzione in Europa fu percepita come una possibilità concreta (p. 85). Questo fatto delineò più chiaramente gli schieramenti tra rivoluzionari e contro rivoluzionari: in questo senso, l’inversione a destra di Italia, Spagna e Portogallo può essere intesa come risposta alla rivoluzione russa.

D’altra parte il crollo degli imperi fu un trauma per molti. In Germania la Repubblica di Weimar fu accolta benevolmente dalla maggioranza dei tedeschi, ma non tra i soldati che vi vedevano l’incarnazione di un’umiliazione. Mentre la Germania entrava in un periodo estremamente confuso e convulso, Francia  e Inghilterra potevano dirsi relativamente al riparo da terremoti politici: nonostante l’isteria antibolscevica dei loro governi, la possibilità di una rivoluzione in quei due paesi fu minimo (e in Inghilterra, si può dire, inesistente) (pp. 144-45). Francia e Inghilterra diedero prova di una sostanziale stabilità non tanto perché avevano vinto la guerra, ma per la solidità delle loro istituzioni: anche l’Italia era tra i paesi vincitori, ma si rivelò molto più fragile dei suoi alleati. La destra europea vide nel fascismo l’incarnazione del modo più efficace per sconfiggere le forze rivoluzionarie (p. 155, nota 44).

Imperi che crollano

La terza parte si occupa del crollo degli imperi. Se vi fu un modo per aggrovigliare le situazioni prodotte dal conflitto e per aggravarne i problemi, quello fu Versailles. Dopo la sconfitta di Napoleone il Congresso di Vienna diede prova di lungimiranza evitando di mostrarsi troppo duro nei confronti della Francia sconfitta. Dopo la Grande Guerra diplomatici dei paesi vincitori, non furono altrettanto previdenti. Anzi, non lo furono affatto. In primo luogo perché ciascun paese vincitore si presentò al tavolo della pace con l’intento di perseguire i propri interessi senza tenere in gran conto quelli degli alleati dimostrando così di non aver elaborato alcuna azione comune. L’unico fattore comune fu quello di imporre una “pace cartaginese” alla Germania: l’umiliazione e i pesantissimi risarcimenti richiesti alla Germania, sono noti e non occorre soffermarcisi qui. Piuttosto, Gerwarth allarga lo sguardo e mostra in modo convincente la convergenza di due fattori i cui effetti si sarebbero dimostrati del tutto negativi: il primo fu l’atteggiamento dei vincitori verso gli sconfitti, un atteggiamento vendicativo, che molto spesso non tenne conto delle condizioni reali dei paesi, dettato dalla consapevolezza che i loro popoli chiedevano punizioni esemplari e  risarcimenti concreti. Gerwarth lo dimostra molto bene sia nel caso dell’Ungheria, che in quello della Bulgaria e della Turchia.

Il secondo elemento riguarda gli effetti del tutto negativi dei quattordici punti del presidente americano Wilson. Se si può dire che, in qualche modo, la partita giocata tra Lenin, che giocava la carta della rivoluzione mondiale e Wilson, che giocava quella dell’autodeterminazione, fu vinta dal secondo, nel senso che una rivoluzione europea alla fine non si verificò, il prezzo da pagare fu enorme. Il fatto che nel 1914 gli imperi sembrassero vivi, vegeti e in piena salute e che nessuno poteva prevederne il tracollo nel giro di così pochi anni (pp. 167, 170) va riconosciuto e tenuto nel debito conto, ma il principio dell’autodeterminazione creò molti più problemi di quanti ne risolvesse. Nell’analizzare questo processo Gerwarth scrive pagine molto belle: la creazione di una decina di nuovi stati con la presenza di popoli, religioni, lingue e abitudini diverse, fu una pessima soluzione. Questi Stati non solo cominciarono ben presto a combattersi tra loro per questioni territoriali e di confine, ma anche al loro interno i vari gruppi etnici che li componevano entrarono ben presto in collisione tra loro. Il nazionalismo assieme alle questione territoriali innescarono una violenza generalizzata. Non solo, “l’autodeterminazione veniva concessa solo ai popoli considerati alleati dell’Intesa e non a quelli che erano stati nemici durante la guerra” (p. 211), un sistema molto efficace per gettare benzina sul fuoco e alimentare nei paesi sconfitti il desiderio di riprendersi le proprie popolazioni che i maneggi dei vincitori avevano collocato in altri Stati.

Qualche considerazione

Possiamo cominciare a trarre qualche conclusione. Il primo dato che il lettore rileva è che nonostante Francia e Inghilterra siano stati protagonisti alla pari degli altri Stati e imperi, sono rimaste praticamente immuni sia dalla progressiva iper politicizzazione di altri Paesi – anche vincitori come l’italia – sia dall’escalation di violenza che li coinvolse. Per spiegare questo fenomeno fino ad ora gli studiosi hanno utilizzato l’interpretazione di Mosse secondo la quale i soldati al fronte avevano subito un processo di brutalizzazione nel corso della guerra e che i fascismi siano stati un prodotto di questa brutalizzazione di massa. Gerwarth trova invece la spiegazione nel dopoguerra, nei problemi irrisolti lasciati dal conflitto.

A parere dell’Autore il confine tra vincitori e vinti è molto meno netto ed è  più labile di quanto abitualmente si sostiene: l’Italia vinse la guerra, ma si sentì e si comportò come se l’avesse persa (vedi il cap. 10 su Fiume). Non c’è ombra di dubbio che Germania, Ungheria, Austria, Bulgaria e Ungheria siano state sconfitte, che abbiano conosciuto notevoli tumulti e violenze nel dopoguerra e sul fatto che abbiano lasciato il posto a regimi autoritari di diverso tipo, ma nel complesso  totalitari e violenti. Tuttavia in altri casi il rapporto tra perdere (o vincere) e ciò che è successo dopo è meno diretto. I Turchi persero la guerra, ma mantennero gran parte della loro integrità territoriale e una Repubblica (anche se dominata energicamente da Atatürk); i Greci vinsero apparentemente nel 1918 per poi veder crollare bruscamente nel 1923 i loro sogni di un impero del dopoguerra – e meno di vent’anni più tardi, nel 1939, la Grecia era già diventata una dittatura militare. Né i polacchi né i cechi erano popoli “sconfitti” – entrambi avevano vinto per se stessi e per i territori dell’Europa centrale – eppure le loro esperienze del dopoguerra furono molto diverse: la democrazia ceca sopravvisse fino all’invasione tedesca nel 1939, mentre la Polonia – coinvolta anche in una miriade di conflitti con nazionalisti tedeschi, cechi e ucraini e con l’ Armata Rossa – alla fine degli anni Venti era preda di un “uomo forte” proveniente dai militari. La Romania era sul versante vincente e aveva conquistato nuovi territori, ma ciò nonostante produsse un movimento di massa di estrema destra e antisemita (la Guardia di Ferro), e alla metà degli anni Trenta si trovò nel mezzo di tempeste civili e politiche. Dal canto suo in Spagna, che non era stata nemmeno coinvolta nella guerra come belligerante, nel dopoguerra il conflitto civile aveva assunto proporzioni quasi rivoluzionarie nel 1923, segnalando come reazione l’insediamento di una dittatura militare sotto Primo de Rivera e, 13 anni dopo, una guerra civile devastante.

Su questo sfondo si possono fare altre considerazioni. Innanzi tutto, c’è una continuità nei protagonisti delle violenze dei cinque anni successivi al 1918 e quelli del 1939-45: non di rado incontriamo gli stessi uomini. Questo vale per i Freikorps, come per molti nazionalisti poi divenuti nazisti (in Germania) o filofascisti in paesi dell’Europa centro-orientale (p. 256).

Secondo, il  passaggio del monopolio della violenza dallo Stato a forze autonome (come lo squadrismo fascista) o parzialmente autonome (come le polizie politiche, ad esempio la Ceka) è un fenomeno nato in questo periodo; accanto al mito della “vittoria mutilata” la convinzione cara alla destra (anche italiana) che gli Imperi centrali fossero sul punto di vincere la guerra, ma la persero a causa di “nemici interni” che si erano adoperati per sabotare la vittoria avrà poi nella Germania nazista esiti spaventosi per ebrei, militanti di sinistra e pacifisti (p. 253).

Terzo, uno dei frutti avvelenati del nazionalismo, l’idea che la stabilità di uno stato si debba alla omogeneità razziale, religiosa, linguistica e culturale della popolazione inaugurò, sempre nel quinquennio 1918-1923, la pratica della pulizia etnica, destinata a ripresentarsi anche in tempi recentissimi. Così pure si spiegano l’aggressività tra stati nei decenni fra le due guerre per “riprendersi” popolazioni che si ritenevano proprie.

Quarto, il diritto che governi e stati hanno fatto proprio di spostare intere popolazioni a proprio piacimento in base a presupposti razziali o religiosi è una pratica che ha avuto il proprio battesimo con la pace di Losanna con la quale si pose fine alla guerra greco-turca, un conflitto post-bellico devastante.

Infine, come dato di fondo complessivo, la memoria collettiva di quegli anni si mantenne viva nei decenni successivi e condizionò più di un atteggiamento verso il formarsi dei governi e dei regimi, sia verso la seconda guerra mondiale (p. 265).

Robert Gerwarth ha scritto un libro ottimo non solo per quanto riguarda l’analisi dei fatti e la loro interpretazione. Il libro si legge davvero molto bene e con piacere grazie ad una scrittura mai noiosa e sempre fluida e chiara. In più, ed è un merito notevole, l’ampio apparato delle note e la bibliografia sono costituite da testi aggiornati e autorevoli.

La rabbia dei vinti di Robert Gerwarth è un libro merita un posto negli scaffali degli appassionati di storia.

Matteo Banzola

Alcuni progetti in rete sulla Prima Guerra Mondiale

Si è concluso da poco il centenario della Grande Guerra con decine e decine di manifestazioni culturali, convegni, pubblicazioni di ogni genere. Grandi autori e opinionisti si sono mobilitati, libri non più in commercio sono stati ristampati, molti di nuovi sono stati scritti. Ne incontreremo qualcuno nelle recensioni.

Anche Internet è stato tra i protagonisti dell’evento. Non poteva non essere altrimenti, dato che oggi gli studenti la prima cosa che fanno per cercare informazioni è digitare qualcosa sui motori di ricerca. Ognuno è figlio del proprio tempo quindi non può fare nessuna meraviglia che le ultime generazioni si comportino in questo modo.

anzi, a mio modo di vedere, è un bene che siano stati realizzati progetti di grande affidabilità. Uno dei più importanti, che si avvale della partecipazione di specialisti di grande levatura è senza dubbio l’International Encyclopedia of the First World War: lo trovate a questo indirizzo: International Encyclopedia of the First World War

Frutto della collaborazione di numerose istituzioni internazionali, coordinate dalla Freie Universität di Berlino e dalla Bayerische Staatsbibliothek con il supporto tecnico della DFG-Deutsche Forschungsgemeinshaft, dopo essere stato annunciato da molto tempo è ora disponibile on line.

Il portale, che raccoglie una quantità davvero enorme di materiale, è di facile intuizione e fruibilità. E’ possibile fare ricerche per Temi, RegioniArticoliAutori e Timeline. Non mancano un Indice, naturalmente, e vengono segnalati gli ultimi articoli caricati.

Bastano quindi informazioni anche sommarie per trovare, attraverso una veloce ricerca incrociata, le informazioni che cerchiamo. Ad esempio, per trovare materiale sulla battaglia di Caporetto si può consultare l’elenco degli articoli, oppure ricercare uno dei protagonisti (Cadorna, ad esempio) o, se ne siamo a conoscenza, l’autore; è possibile sfruttare la timeline concentrandosi sull’anno, o la sezione Regioni per individuare la zona.

Siamo quindi di fronte ad un progetto di prima qualità, continuamente rinnovato e infoltito, che può essere consultato tanto per notizie e nozioni precise quanto per bibliografie aggiornate.

La presenza nelle nostre piazze di monumenti al milite ignoto è la testimonianza immediatamente riscontrabile da chiunque che la Grande Guerra è stato l’evento che più ha inciso sulla memoria di chi la visse (infatti, sebbene sia stata più devastante, mancano monumenti a ricordo della seconda, perché quando scoppiò gli uomini già sapevano che si sarebbe trattato di una tragedia immane).

una splendida collezione di poster, proveniente da vari paesi, è stata messa on line dalla Library of Congress. Oggi si tratterebbe di materiale per collezionisti, ma la Grande Guerra fu anche un grande esperimento di propaganda. vale dunque la pena osservarli bene: https://www.loc.gov/collections/world-war-i-posters/

Grande importanza viene quindi ad assumere uno dei progetti Europeana) Europeana Transcribathon 1914-1918 (Europeana Transcribathon 1914-1918) un progetto crowfounding dedicato alla trascrizione e alla conservazione di materiale inedito relativo alla prima guerra mondiale. Lo scopo è quello di creare un grande archivio digitale. Europeana 1914-1918

(https://www.europeana.eu/portal/it/collections/world-war-I) è infatti il grande portale della biblioteca digitale europea riccamente composto di sottosezioni di documenti, medaglie, manifesti, immagini, film ecc.

Europeana Transcribathon è quindi una sotto serie del più ampio progetto incentrato sulla Grande Guerra, ma che può diventare col tempo ben più di un semplice corredo. Al contrario, il materiale che potrebbe andare a costituire questo archivio digitale, potrebbe divenire facilmente un patrimonio documentario estremamente prezioso per appassionati,  studiosi e appassionati. Già da qualche tempo la storiografia ha cominciato ad occuparsi e ad utilizzare lettere, diari e fotografie come materiale di studio, ma moltissimo resta ancora da fare.

com’è noto, i traumi più gravi provocati dal conflitto si dovettero alle ferite di guerra. Uno dei portali più interessanti sull’argomento lo si deve all’iniziativa congiunta della Medical Heritage Library (medicalheritagelibrary) e dell’Università di Yale le quali hanno dato vita ad un  portale centrato sulla medicina durante la prima guerra mondiale: Medicine in World War I .

Come sempre quando si tratta di progetti di questo genere, gli americani risultano imbattibili. questa sorta di “mostra on line” – in realtà un vero e proprio portale – offre un ampia gamma di argomenti. Come recita l’introduzione, che ho cercato di tradurre, il portale ci guida ad osservare:

la medicina, la chirurgia e l’ assistenza infermieristica in guerra, con testi e immagini tratte dal corpus digitale del MHL. Una notevole quantità di letteratura medica e chirurgica professionale è stata prodotta anche quando il conflitto continuava a infuriare, e molti racconti personali di medici e infermieri e storie di ospedali e unità mediche dell’ esercito sono stati pubblicati anche negli anni immediatamente dopo la guerra. Una selezione di questo materiale viene incorporata nella mostra.

Il portale è suddiviso in diverse grandi categorie: malattie comuni del campo di battaglia e campi; lesioni e dispositivi protesici; nevrosi di guerra e stress; infermieristica militare; e l’ epidemia di influenza spagnola. Sono presenti anche sezioni di riferimenti bibliografici con link a voci della medicalheritagelibrary e una breve lista di altri reperti dedicati alla prima guerra mondiale e alla medicina.

Matteo Banzola