Recensione. Vincenzo d’Aquila: io, pacifista in trincea.

Avrei dovuto presentare il libro di Vincenzo d’Aquila Io, pacifista in trincea. Un italoamericano nella Grande Guerra assieme al curatore Claudio Staiti in una serie di presentazioni che avevamo preventivato. Poi la pandemia ha sconvolto tutti i progetti. Arrivo comunque tardi a dire qualcosa su questo libro – ma, come dice il proverbio, meglio tardi che mai.

Una storia singolare

Vincenzo D’Aquila, nato a Palermo e emigrato negli Stati Uniti quando era ancora un bambino di appena tre anni, è morto da tempo (nel 1975). Questo libro, pubblicato per la prima volta in inglese nel 1931 e finito poi nel dimenticatoio, è stato recuperato da Staiti che l’ha tradotto ottimamente, presentato con una introduzione precisa e puntuale e corredato da una opportuna serie di note a margine che facilitano la lettura. Lettura che del resto procede sciolta e scorrevole, dato che D’Aquila fu anche editore e quindi sapeva come costruire “plot” accattivanti per il lettore.

La prima cosa sorprendente di questo libro è che DAquila, ribadisce anche nel sottotitolo che quella che presenta è una storia vera, come se le autobiografie non lo siano o non dovrebbero esserlo. Forse questa precisazione deriva dalla consapevolezza dell’A. che la memoria è un continuo processo di elaborazione e distillazione. Ciò non significa che sia menzognera; significa che il valore e la rilevanza che attribuiamo alle nostre esperienze può modificarsi nel tempo. Perciò, considerato le esperienze che abbiamo vissuto cambiano di significato a seconda del tempo trascorso e delle esperienze successive che si intrecciano con quelle precedenti, riflettere e scrivere sulle proprie vicende personali a distanza di tempo può indurre a modificazioni significative, con quella precisazione D’Aquila avverte l’esigenza di fissarla entro limiti precisi.

Esperienze in un ampio contesto

Il secondo elemento che stupisce, relativamente poco conosciuto, è l’arruolamento volontario piuttosto massiccia di italiani residenti all’estero e con cittadinanza straniera. Complessivamente furono circa 300.000 i giovani di origine italiana che tornarono in Italia per arruolarsi. I motivi che spinsero questi giovani a tornare in Italia per combattere pur avendo la possibilità di non rischiare la pelle in guerra, restano ancora in gran parte da indagare. Se non si può certo escludere un sentimento patriottico, che però non è già più quello di tradizione risorgimentale bensì di segno nazionalistico, non di meno le ragioni potevano essere altre e molto distanti: l’ebrezza del senso dell’avventura, vedere nella guerra la scorciatoia per mettere da parte situazioni famigliari, sentimentali, di lavoro difficili ecc., i percorsi che indussero centinaia di migliaia di giovani a partecipare volontariamente alla Grande Guerra furono molti e disparati. Su questi aspetti Emilio Franzina fa luce e chiarisce in una densa e preziosa presentazione.

Un percorso inverso

Il centenario della Grande Guerra ha prodotto un certo rinnovamento storiografico. Il contesto della Prima Guerra Mondiale si è ampliato a ritroso, in avanti, si è focalizzato su certe aree geografiche e sono emersi approfondimenti su esperienze di singoli. Del resto, anche Europeana ha avviato da tempo il progetto Transcribathon nel quale vengono raccolti diari, lettere ecc. dei soldati (ne parlo qui: Alcuni progetti in rete sulla Prima Guerra Mondiale).

Molto è stato studiato, dunque. Ma stupisce anche la prontezza con la quale il protagonista registra i mutamenti decisivi introdotti dalla guerra – una guerra di sterminio come nessun’altra precedente, una guerra che elimina quasi completamente le emozioni suscitate dallo scontro corpo a corpo e uccide in modo anonimo; l’abitudine e l’indifferenza alla morte… -. Sono aspetti noti (vedi Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). L’aspetto interessante è che l’autore li registra e ne misura gli effetti su di sè. D’Aquila si estranea, si sdoppia, si osserva soldato e si stupisce di reazioni che non si sarebbe aspettato di mettere in atto.

In altri termini l’idea di una guerra rapida, vittoriosa e relativamente indolore, ma anche avventurosa e rispondente ai doveri di buon patriota si infrange quasi subito nella cruda realtà di un conflitto che pare diventato cannibale, inarrestabile e infinito.

Che qualcosa non combaciasse con le idee di cui si era nutrito e che lo avevano spinto ad arruolarsi, si affaccia immediatamente nella mente dell’A. ed è l’accoglienza indifferente ai soldati venuti da lontano come lui, e il disprezzo a loro riservato dalle gerarchie militari, che li liquidano con discorsi retorici, vacui e spicciativi. La distanza enorme tra graduati e soldati – con i primi a condurre una guerra micidiale al sicuro nelle retrovie, godendo di un livello di vita perfino agevole e i secondi costretti a subire ogni sorta di sacrificio, è la molla che gli fa apparire la guerra nella cruda realtà di un evento atroce e incomprensibile ai fanti di trincea e che fa maturare il rifiuto della guerra.

Convertirsi al pacifismo (anche se l’A. si definisce sempre “obiettore” e mai pacifista) per così dire in corso d’opera, nello svolgimento del conflitto, non è un passaggio agevole. Sul protagonista agisce una fede religiosa profondamente sentita, e il combaciare della fede con la condanna verso le ingiustizie che osserva e l’immane insensatezza del conflitto, fa scattare la molla dell’obiezione di coscienza; dell’imporre a sé stesso di non uccidere (pp. 105 ss.gg.).

D’Aquila interpreta alcuni eventi sfortunati e fortunosi ad un tempo che gli sono capitati come frutto di un disegno divino volto a proteggerlo – dal non essere mai presente in trincea alla “invulnerabilità” durante due ricognizioni che gli vengono affidate, al risveglio dal coma in un ospedale militare dove era stato ricoverato per aver contratto il tifo.

È proprio questa vicenda – l’aver contratto il tifo, il decorso della malattia e il suo esito – un fatto comunissimo tra i soldati, a determinare una svolta decisiva nella più ampia storia del protagonista: D’Aquila si ammala di tifo a ridosso del Natale e si risveglia nei giorni dell’Epifania, ma non interpreta questa coincidenza di date come una caso fortuito quanto piuttosto un palese segno di quella che ritiene la sua invisibile guardia del corpo (recita così, con una traduzione un po’ forzata, il sottotitolo dell’edizione inglese), cioè Dio.

In manicomio

Da quel momento – siamo ancora nel 1916 – D’Aquila inizia a manifestare apertamente il proprio dissenso verso la guerra fortemente impregnato di religiosità. D’Aquila si sente “profeta”, come scrive di sé stesso. Di fronte al “contegno” – per usare un’espressione dell’epoca – del soggetto, il passaggio dall’ospedale militare al manicomio è quasi obbligato: manicomi, in realtà, perché fu internato prima a Udine e poi a Siena. In manicomio il protagonista coglie alcuni degli aspetti tipici della psichiatria dell’epoca e del manicomio, vero “purgatorio in terra” (p. 186): il sovraffollamento, l’inefficacia delle cure, il timore dei medici che egli possa “contagiare” gli altri ricoverati con le proprie idee. Osserva anche alcune delle patologie provocate dal conflitto, intuisce con sicurezza la presenza di simulatori e anche le regole non scritte pattuite tra infermieri e ricoverati. Dalle sue osservazioni – prima a Udine poi a Siena – emerge anche tutta l’inadeguatezza della psichiatria di fronte alla guerra (su questo aspetto vedi Fabio Milazzo: Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)).

Stranamente i suoi internamenti non ebbero ripercussioni sul suo futuro. Non è da escludere – lo osserva lo stesso Staiti – che la sua cittadinanza americana abbia giocato a suo favore. Ottenuto un congedo illimitato, rimase in Italia per la durata del conflitto lavorando anche per la Croce Rossa americana.

Conclusioni

Si può concludere affermando che questo libro, piacevole e spesso acuto, non solo ci fa scoprire un aspetto poco noto della guerra come la non trascurabile partecipazione di soltati stranieri (e qui sta anche il merito della ri-scoperta di Staiti), ma dimostra che moltissimo resta ancora da scoprire e da studiare su quella immane tragedia che fu la Grande Guerra.


Recensione. Fabio Milazzo: Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)

Un ottimo libro di Fabio Milazzo sui traumi di guerra patiti dai soldati, studiati attraverso la documentazione del manicomio di Racconigi

Questo libro di Fabio Milazzo aggiunge un nuovo tassello al rinnovato interesse della storiografia alla storia della psichiatria e dei manicomi, che da un ventennio a questa parte ha prodotto risultati importanti. La mappatura dei manicomi non è ancora completa e moltissimo resta ancora da indagare negli archivi dei manicomi, vere e proprie “miniere” per gli storici, ma poco per volta, anche per merito di ricerche come questa, le informazioni si vanno moltiplicando.

Una guerra di nervi si inserisce inoltre in un altro filone di studi. Quello relativo alla prima guerra mondiale; filone che si è arricchito di un gran numero di studi moltiplicatisi in occasione del centenario. L’importanza di questo libro è attestata proprio dal fatto che la nostra storiografia non ha ancora raggiunto i livelli di indagine di altri paesi su temi specifici come quelli affrontati nel libro.

Shell shock, scemi di guerra, soldati traumatizzati, psichiatria di guerra… sono questi i temi affrontati dall’A su una realtà manicomiale forse non prioritaria a livello di importanza della struttura (il manicomio di Racconigi non è tra i più grandi o conosciuti), ma lo fu dal punto di vista militare durante la Grande Guerra.

Milazzo ci descrive una storia che si muove tra continuità e situazioni particolari del manicomio. Da tempo la storiografia ha appurato la condizione pessima di molti istituti; tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e l’inizio secolo molti manicomi furono coinvolti in “scandali manicomiali” di vario genere: sovraffollamento, condizioni igienico-sanitarie pessime, soprusi da parte del personale di servizio, uso ancora massiccio dei mezzi di contenzione.

Da questo punto di vista Racconigi non si differenzia da altri manicomi. Stupisce di vedere ancona nel Novecento la promiscuità dei ricoverati e la mancata separazione tra le varie forme di follia, una delle condizioni più richieste dagli alienisti fin quasi dalla nascita della psichiatria moderna (per qualche esempio mi permetto di rimandare a I matti degli altri. Viaggi scientifici degli alienisti stranieri in Italia (1820-1864) in Storia e futuro n. 41). A causa della pessima manutenzione dei locali l’A. registra numerose morti per influenza e polmonite.

Così come per altri casi il manicomio si presentò all’appuntamento col conflitto impreparato, soprattutto in ragione dell’aumento dei ricoveri. L’istituto si ritrovò quasi sprovvisto di personale sanitario esperto per la chiamata alle armi del personale infermieristico; ma anche i locali risultarono ben presto insufficienti, disadatti e coordinati tra loro in modo sconveniente.

A soffrire di questa condizione furono soprattutto i ricoverati civili. I militari usufruirono di un trattamento migliore, garantito da rette più alte. Entriamo così nel vivo della narrazione osservando l’approccio dei medici ai traumi subiti dai soldati. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a continuità e particolarità del manicomio di Racconigi.

Non c’è bisogno di dilungarsi su carattere epocale della Grande Guerra. Anche il semplice cenno al fatto che essa da un lato chiuse il “lungo Ottocento” e aprì il “secolo breve” e dall’altro fu percepito come evento traumatico – come testimoniano i monumenti al “milite ignoto” – può essere sufficiente (sulla prima guerra mondiale per il caso italiano vedi: Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Data l’ampiezza, la gravità, la durata e l’impressionante cumulo di sofferenze e morte del conflitto non c’è da meravigliarsi se la psichiatria italiana arrivò all’appuntamento col conflitto con le “armi spuntate”, cioè con un bagaglio scientifico inadeguato. L’organicismo – che, tuttavia, non fu affatto una corrente di pensiero monolitica, ma presentava molte sfaccettature – risultò ben presto insufficiente a spiegare i sintomi “nuovi” presentati dai soldati ricoverati. Le teorie lombrosiane (Lombroso insegnò a Torino e quindi l’influenza delle sue idee sui medici del manicomio fu notevole), la teoria della degenerazione e della “follia morale”, le tare ereditarie ecc. chiarivano ben poco degli smarrimenti e dei cupi silenzi, del mutismo e dello stato catatonico, della “confusione mentale” e di altri sintomi che caratterizzavano i soldati ricoverati.

D’altra parte, se è appurato che al pari di altre branche della medicina, anche gli psichiatri furono chiamati a smascherare soldati che cercavano di sottrarsi al proprio dovere di patrioti simulando forme di pazzia (su questo si veda, ad esempio Francesco Paolella Una Caporetto per la psichiatria? Il logoramento delle truppe italiane nel dibattito scientifico, in Luca Gorgolini, Fabio Montella, Alberto Preti, Superare Caporetto. L’esercito e gli italiani nella svolta del 1917 e la mia recensione in Storia e futuro n. 45), a Racconigi l’atteggiamento dei medici fu improntato a grande prudenza:

Il trauma di guerra, nelle sue multiformi sfaccettature, fu una sfida che i medici di Racconigi scelsero di non raccogliere, per evitare contrasti con le autorità militari o perché consapevoli di non avere a disposizione strumenti diagnostici adeguati (p. 165).

L’A. giunge a questa conclusione attraverso un’attenta e dettagliata disamina delle cartelle cliniche, utilizzate come documenti che gli consentono di passare dal caso singolo o particolare al contesto generale e viceversa o di inoltrarsi nel dibattito scientifico. Scopriamo così una moltitudine di vicende personali intrappolate nei meccanismi di fenomeni immensamente più grandi di loro. Attraverso l’enorme, continuo rimescolamento della popolazione (maschile), la guerra giocò un ruolo fondamentale nell’accelerazione del processo di nation building ma, come testimoniano la durezza della vita di trincea e la spietatezza dei vertici militari nei confronti delle truppe, perdurò intatta la diffidenza delle classi dirigenti verso le classi popolari (pp. 126-27). L’idea, condivisa nelle élites del paese di “mascolinizzare”, “virilizzare” le masse italiane facendo loro attraversare il cerchio di fuoco del conflitto nacque durante il conflitto e si sarebbe incarnata nel fascismo. Perciò tutti coloro che non reggevano la prova si mostravano non tanto inadatti alle durissime prove della guerra, ma scarsamente virili, degenerati, tarati, inadatti tout court.

Da questo punto di vista l’A. ritrova però nella documentazione aspetti interessanti e sorprendenti. Ad esempio l’atteggiamento del Direttore il quale, nella corrispondenza con i famigliari di alcuni soldati sospettati di simulazione, mantiene riserbo sull’argomento per non allarmarli (p. 136).

Ciò non significa che le conseguenze di questo atteggiamento prudente dei medici non abbia ricadute importanti: in ossequio alle necessità dell’esercito ritenute assolutamente prioritarie, molti soldati vengono dichiarati guariti o migliorati e rimessi nelle mani delle autorità militari, col prevedibile manifestarsi di recidive, di tentativi di fuga o di suicidio.

Scandagliare il “mal di vivere” nei suoi molteplici aspetti dei soldati provocato dal conflitto – anche se il legame di causa-effetto tra i due fenomeni viene evidenziato rarissimamente dai medici del manicomio – se da un lato fa emergere in tutta evidenza l’arretratezza scientifica e l’impotenza dei medici nel comprendere la natura profonda di una guerra e curare i traumi di soldati costretti a “imbarbarirsi per riuscire a sopportare le privazioni […] e trovare il coraggio di uccidere altri uomini” (e quindi, anche, implicitamente, dell’inutilità del manicomio); dall’altro – e qui sta uno degli elementi importanti del libro – consente di approfondire “lo svuotamento di senso di alcune esistenze” la cui ricostruzione e comprensione non indirizza a facili “generalizzazioni” (p. 231) ma all’approfondimento e al moltiplicarsi dei casi di studio.

A queste conclusioni si può giungere soltanto con ricerche d’archivio approfondite e faticose. Ricerche che quando vengono eseguite da chi possiede competenze, sicurezza e competenza del bagaglio scientifico dello storico, genera poi libri originali, importanti e godibili come Una guerra di nervi.

Buona lettura.


 

 

Recensione. Eugenia Tognotti: La “spagnola” in Italia

Franco Angeli riporta in libreria in una nuova edizione aggiornata l’ottimo libro di Eugenia Tognotti sulla “spagnola” in Italia.

Molto opportunamente l’editore Franco Angeli ripubblica, in una nuova edizione aggiornata l’ottimo libro di Eugenia Tognotti: La “spagnola” in Italia. Naturalmente un editore fa il proprio mestiere (che è quello di vendere) ed è naturale che in tempi di pandemia ai lettori venga la curiosità di fare confronti. E il confronto con la “spagnola” è scontato.

Questo aspetto del marketing però non sminuisce affatto l’importanza di questo libro. A ragione Adriano Prosperi ha sostenuto che nei momenti di forte tensione i popoli fanno emergere la loro natura profonda. La pandemia di “spagnola” fu un evento sconcertante, che si fuse con quello altrettanto drammatico della Grande Guerra (su come fu vissuta dagli italiani la prima guerra mondiale vedi Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Anzi, per certi aspetti lo fu ancora di più non soltanto perché la “spagnola” fece più morti del conflitto, ma anche perché si trattò di una malattia completamente nuova che, inevitabilmente, generò sconcerto, incertezza, panico, resuscitando antiche paure.

Che si trattasse di una malattia fino ad allora sconosciuta emerge chiaramente dalla miriade di osservazioni più disparate e quasi sempre discordanti che i medici diedero della malattia:

alcuni ci dissero che era una cosa da ridere […] altri che si trattava di influenza estiva; altri ancora misero in ballo i pappataci, poi la cosiddetta “febbre dei tre giorni”; e finalmente si disse: è influenza spagnola […]. Cosa sia poi questa influenza spagnola ancora non si sa (p. 51 e n. 121).

Le difficoltà nel comprendere la natura dell’epidemia furono dovute anche al fatto che il conflitto mondiale compromise la possibilità di coordinare la ricerca scientifica sul piano internazionale, ed è una componente di cui si deve tenere conto. (Infatti il nome dato alla malattia, “spagnola” si dovette al fatto che la Spagna, paese neutrale, fu l’unico paese a lasciar filtrare informazioni sulla gravità dell’epidemia).

Se medicina e scienza non avevano risposte attendibili sulla eziologia della malattia (sulla quale si vedano anche le osservazioni di Laura Spinney: 1918. L’influenza spagnola), uno stato e una condizione di inquietudine non potevano non diffondersi tra la popolazione. Tanto più che la censura di guerra, che mutilava inesorabilmente tutte le notizie che si supponeva deprimessero il morale della popolazione, contribuiva a creare confusione e sospetti: “il credito attribuito alle informazioni ufficiali”, osserva giustamente l’A. “doveva essere bassissimo” tra la popolazione (p. 123).

La stampa venne a trovarsi in una situazione oggettivamente difficile. Le direttive governative e militari imponevano di “minimizzare e tranquillizzare” lettori e cittadini (p. 120) e questo comportava omissioni sulla reale mortalità della malattia, descrizioni edulcorate della situazione generale e paragoni non veritieri con altri paesi. Ma la popolazione doveva districarsi tra le limitazioni della vita sociale – dapprima inviti e poi divieti di frequentare locali pubblici, tram, treni, di far visita a malati, di prender parte a funzioni religiose mentre la partecipazione ai soli famigliari dei deceduti ecc. -, avvertiva l’odore delle disinfestazioni un po’ ovunque e, in ogni caso, apprendeva informazioni ben diverse da conoscenti e vicinato. Dall’altra parte, sebbene l’analfabetismo non fosse stato ancora sconfitto in molte regioni, erano moltissimi i soldati che al fronte avevano imparato a leggere e a loro era indirizzata tutta una pubblicistica tesa a mantenere alto il morale delle truppe. In breve, conciliare gli ordini di ridimensionare l’ampiezza e la gravità della pandemia e l’incentivo a tenere vivo il morale delle truppe divenne un esercizio sempre più difficile.

La censura non era una novità nella storia del nostro Paese. Governi e poteri forti riuscivano ad addomesticare con una certa facilità le maggiori testate, mentre i prefetti esercitavano una sorveglianza occhiuta e piuttosto arcigna sulle testate locali e, naturalmente, in particolar modo sulla stampa di opposizione (su questi aspetti, in un quadro generale, si veda Mauro Forno Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano). Ma nel caso della “spagnola” si trattava di una forma di falsificazione che poteva scuotere coscienze. In un articolo apparso sul Resto del Carlino fu riconosciuto che i dati ufficiali sull’epidemia erano inferiori alla realtà (p. 120 e n. 31).

Fu soprattutto con la devastante seconda ondata che divenne impossibile occultare lo stato reale delle cose. Come accennato all’inizio col riferimento a un’affermazione di Prosperi, questo fatto portò alla luce alcuni problemi antichi del Paese: oltre all’insufficienza di posti letto negli ospedali e alla inadeguatezza di molti di questi, si palesò anche una grave insufficienza nella disponibilità di medici e di medicine (pp. 65 e ssgg.). Molti medici condotti lamentarono l’ampiezza spropositata delle loro condotte mediche e l’impossibilità materiale di servire adeguatamente la popolazione. Certo, la classe medica era stata quasi tutta rastrellata e inviata al fronte, ma quelli lamentati erano mali antichi, così come lo erano le incombenze eccessive che ricadevano sui Comuni (in proposito vedi, Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).

Lo stesso discorso vale per i “rimedi”, sia quelli adottati in autonomia dalla popolazione come il consumo di bevande alcoliche, sia quelli adottati dai medici, come il salasso, i bagni caldi, i purganti e gli “impacchi senapati”, rimedi antichi, se non antichissimi, adottati più che per la loro reale (in)efficacia, per rassicurare una popolazione che, conoscendoli da tempo, si sentiva in qualche modo confortata (vedi, ad esempio, p. 87). Speculare era la reazione della popolazione: poste di fronte alla impossibilità di capire, poco fiduciose delle contrastanti spiegazioni mediche, le masse si aggrappavano a interpretazioni consolidate come l’alterazione dell’aria (p. 131).

E ancora, l’apparizione sul mercato di “rimedi” confezionati alla meglio da ciarlatani e imbonitori, rimandava alle difficoltà sofferte dalla medicina ufficiale per imporsi e manifestava una sua superiorità non completamente affermata e definitiva. Del resto (e Tognotti giustamente lo sottolinea), a leggere le raccomandazioni e le precauzioni dei medici e dei Municipi si delineava una descrizione delle cose che combaciava con una realtà che era presente solo in minima parte del Paese ed era goduta da una parte assolutamente minoritaria della popolazione: la cura e l’igiene personale, la possibilità di mettersi a letto e riposare alle prime avvisaglie della malattia, una dieta variegata erano precetti che in pochissimi potevano permettersi di seguire (ad esempio, p. 86). Ecco allora che la tensione indotta dal dilagare della malattia finiva per mostrare il volto vero del Paese e i problemi irrisolti che ricadevano sulle spalle della popolazione più povera. La quale abitava in quartieri avvertiti come pericolosi focolai di infezione e doveva destreggiarsi col lievitare proibitivi dei prezzi di medicinali (spesso pubblicizzati sulla stampa come miracolosi) la cui efficacia era quanto meno dubbia e che andavano a sommarsi alle enorme difficoltà di procurarsi generi di prima necessità (ad esempio, p. 127 e ssgg.).

L’incontro tra queste deficienze radicate nella storia del Paese e la impossibilità di comprendere esattamente cosa stesse accadendo creava cortocircuiti nella reazione e nei comportamenti: “tutti i medici poi sono concordi – pare impossibile tra tanta disparità di pareri – nel convenire che il medicamento più utile nel tenere lontano l’influenza è quello di non avere paura” scriveva, non senza ironia, Il Resto del Carlino. Atteggiamento che poi si sarebbe tradotta in sfiducia nella medicina e nella scienza in generale (vedi p. 133).

Nel leggere queste reazioni e quelle relative alla “morte civile” di paesi e attività produttive temporaneamente sospesi o agli effetti della “desacralizzazione della morte” su famigliari e conoscenti che assistono impotenti al continuo mietere di vittime, alla mente del lettore non possono non affacciarsi considerazioni sulla epidemia che stiamo attraversando.

Ma Tognotti è studiosa troppo accorta per cadere nell’errore di applicare al passato sensibilità e convinzioni del presente. Siamo di fronte a un libro che mostra una padronanza sicura dei ferri del mestiere – l’A. utilizza le non molte fonti archivistiche disponibili, stampa e statistica – fondendoli in una narrazione avvincente, di piacevole lettura e di forte empatia con le vittime di quella strage silenziosa.

Se, come ha giustamente notato Roberto Bianchi in un articolo disponibile su Amici di Passato e Presente gli storici hanno spesso trascurato questa terribile epidemia (vedi Alcuni articoli sulla “spagnola”), Tognotti ne illumina gli aspetti più importanti con un libro che merita di essere letto e approfondito.

Buona lettura.