Recensione. Klaus Bergdolt: La grande pandemia

Un libro chiaro, esaustivo e spesso sorprendente sull’epidemia di peste del 1348-’51.

Scopo del libro di Bergdolt è capire “come la peste nera generò il mondo nuovo”. Così recita il sottotitolo de La grande pandemia. Quali furono le conseguenze della grande epidemia di peste del 1348-51?

Le epidemie non erano un fatto nuovo, erano conosciute da tempo, ma la Peste Nera irruppe sulla scena della storia come una catastrofe inaudita, come terribile punizione divina, come un evento che preannunciava la fine del mondo. Falcidiando un terzo della popolazione europea, la peste nera fu un evento sconvolgente. Non si era mai vista una malattia con un tasso di mortalità così alta e con una rapidità di propagazione in quella misura. Tutte le testimonianze, raccolte con acribia dall’A., dall’Italia alla Spagna, dalla Francia all’Irlanda, dall’Austria ai paesi scandinavi concordano su questo aspetto.

Le vicende sono note. La peste si diffuse seguendo le rotte commerciali – la via della seta – e approdò in Europa a bordo delle navi. L’arrivo in porto di una nave che non si sapeva ancora essere infetta innescava immediatamente il propagarsi del morbo nella città e, da lì, iniziava a dilatarsi di città in città, di borgo in borgo. Questo schema si ripeté ovunque: navi provenienti da Caffa (nella Crimea di oggi) la portarono in alcuni porti italiani; navi italiane la spostarono in Francia; altre navi la fecero arrivare in Spagna e in Inghilterra; ovunque lo scenario fu identico: “non appena i marinai [infettati] scendevano a terra in una qualche località ed entravano in contatto con delle persone queste morivano”, scrive un cronista del tempo (p. 52). Via terra dall’Italia del nord la peste si propagò prima in Austria, poi in Germania e nell’Est Europa.

L’origine asiatica della malattia fu indicata in breve tempo, ma la morte repentina di un numero spropositato di persone non poteva non diffondere voci incontrollate su di una malattia con una letalità che lasciava sgomenti: le conoscenze geografiche erano incerte e quanto mai lacunose. Il Catai e le zone dell’Asia dalle quali la peste proveniva erano luoghi in qualche modo mitici, di cui non si sapeva pressoché nulla e nei quali – ed era l’opinione anche di medici prestigiosi chiamati dalle autorità a indagare sull’epidemia – si riteneva che si fossero verificati fenomeni climatici del tutto inusuali e imprevedibili, interpretati come pessimi presagi.

Così come non si sapeva nulla sul fatto che fossero i topi e le pulci i responsabili dell’epidemia, presenze abituali nella vita quotidiana di tutti e diffusi ovunque: nelle navi, nelle città, nelle, vie, nelle case. Essendo l’igiene personale più discutibile per non dire quasi inesistente, letti, vestiti, sacchi di tela, merci di vario genere, erano un habitat perfetto per le pulci infette.

La presenza del tutto scontata di topi e pulci, ritenuta fastidiosa ma innocua per la salute, portava medici e cronisti ad imputare ai miasmi, ai venti caldi e umidi, e alla discrasia degli umori la responsabilità della malattia. Secondo questa teoria la peste veniva trasportata e sparsa ovunque da aria impura. Solo pochi medici arabi attivi in Spagna cominciarono a sospettare che la malattia fosse il risultato di un contagio che avveniva dal contatto ravvicinato di persone e cose infette (pp. 97-98).

La panoramica effettuata dall’Autore sui vari paesi che ci hanno lasciato testimonianze scritte permette di registrare ovunque reazioni simili di fronti all’esplodere incontrollabile del flagello. L’amministrazione delle città fu sottoposta a sforzi estremi: l’alto numero di decessi anche tra le élites che le governavano ridusse fino alla sospensione temporanea le riunioni dei Consigli e quindi le decisioni per fronteggiare l’emergenza: è questo il caso di Messina, Trento e Venezia (p. 67). Ma indipendentemente da questo fattore, certo non trascurabile, il contagio ridusse al minimo i rifornimenti alimentari, il controllo dei prezzi e dell’ordine pubblico. La criminalità aumentò, la morale pubblica decadde e le famiglie si spaccarono o si dissolsero: accudire un ammalato significava avere la certezza quasi assoluta di infettarsi e quindi di finire all’altro mondo in pochi giorni. A Venezia furono prese misure drastiche che finirono per coinvolgere perfino i moribondi: morti e persone in fin di vita venivano trasportate su isolotti al di fuori dal centro abitato e abbandonati al proprio destino (i famigliari dei malati, se volevano, potevano seguirli…). In molte città fu vietato l’ingresso ai forestieri. A Pistoia il divieto venne esteso agli abitanti che intendessero spostarsi in zone in odore di infezione.

Il dato che si deve sottolineare è che, a parte il suggerimento di fuggire il più lontano possibile, colto al volo da coloro che ne avevano la possibilità come dimostrano i molti casi di famiglie, medici, religiosi e magistrati, la medicina svolse un ruolo del tutto marginale nelle misure prese per contrastare l’epidemia. Le teorie dei miasmi e degli umori, col loro corollario di diete specifiche, di proibizioni sul consumo di determinate carni, soprattutto di pesce, avevano una loro logica, ma semplicemente si basavano su presupposti del tutto inefficaci.

Anche i precetti e le proibizioni dettate dalle autorità cittadine risultarono vani, ma ebbero il merito, quanto meno, di appuntare lo sguardo sull’importanza dell’igiene delle città. In breve, anche se si trattò di misure assolutamente insufficienti, fecero da apripista a regolamenti futuri. (Per esempio, nel 1349 a Londra si presero provvedimenti per liberare le strade della città dalle feci, p. 119).

L’inefficacia della medicina attirò l’attenzione critica di poche menti particolarmente perspicaci come quella del Petrarca, ma mantenne intatto il proprio prestigio. Il Medioevo guardava con ammirazione all’età classica e l’autorevolezza degli antichi non venne scalfita. D’altra parte i medici si trovarono a combattere una malattia dalla virulenza sconosciuta e se per alcuni la fuga di un dottore smascherava la propria impotenza o anche qualcosa di peggio, non dovremmo dimenticare che a quell’epoca “esisteva una tradizione deontologica a non curare quei malati che non potevano essere aiutati” (p. 231). È un dato sorprendente e lontanissimo dalla mentalità odierna, ma aveva una sua logica: non essendovi la possibilità concreta di erigere in tempi brevi ospedali e ricoveri ed essendo la medicina disarmata di fronte a quella calamità, era sensato puntare alla cura di coloro che si riteneva potessero sopravvivere. Considerata da questa prospettiva, la fuga di un medico appariva meno biasimevole di quanto potremmo supporre.

D’altra parte anche il sapere medico ne risentì, non soltanto per la permanenza di teorie antiche, ma anche per la morte di alcune delle menti più brillanti che insegnavano nelle università, per l’interruzione forzata dei corsi e per il minor numero di studenti. I professori deceduti furono sostituiti con altri meno colti e preparati.

Lo stesso decadimento riguardò anche la Chiesa e le istituzioni ecclesiastiche. Non pochi vescovi si ritirarono nelle loro abitazioni di campagna o comunque lontano dai centri maggiori lasciando in sospeso questioni burocratiche e vita amministrativa ed elessero supplenti giovani e impreparati. Fu un fenomeno che toccò da vicino anche molti monasteri e conventi, dal momento che questi furono colpiti in modo considerevole dalla malattia e ne rimasero falcidiati.

Ma sia nel caso delle amministrazioni cittadine che delle università e della Chiesa, l’A. ci mostra effetti sorprendenti. Con la morte e la fuga di molti cittadini, le amministrazioni si ritrovarono a disposizione ampie zone su cui erigere nuovi palazzi e chiese; una volta passata la catastrofe le università si moltiplicarono ovunque, anche grazie a ingenti lasciti di ricchi deceduti; lasciti che andarono a rimpinguare le casse degli enti di beneficenza, caritatevoli, di monasteri, chiese ecc. Dunque, quanto meno sul medio, e sicuramente sul lungo periodo, la peste rimodellò in una certa misura le città, favorì l’ampliarsi della cultura e della circolazione delle idee e irrobustì la Chiesa.

La posizione in cui venne a trovarsi la Chiesa non fu affatto semplice. In una società intrisa di religiosità come quella medievale non fa nessuna meraviglia se il considerare la peste un castigo divino abbia prodotto due fenomeni solo apparentemente lontani come i flagellanti e ondate di persecuzione contro gli ebrei.

Già molte tempo prima dell’epidemia, profezie catastrofiche e annunci di sciagure circolavano abbondantemente nell’Europa del tempo. La peste parve la loro incarnazione e furono in molti a pensare che la fine del mondo fosse imminente o che sarebbe arrivato l’Anticristo. Esisteva un terreno fertile sul quale potevano attecchire movimenti millenaristici o, come quello dei flagellanti, dediti come si deduce dall’appellativo, a penitenze estreme. Furono il clima generale di instabilità e l’insicurezza del vivere divenuto improvvisamente un fatto quotidiano enormemente accentuati dall’epidemia a far lievitare, almeno inizialmente, la capacità di attrazione del movimento dei flagellanti. Nei loro confronti la popolazione provava un misto di repulsione e attrazione: repulsione in quanto, poco dopo il loro apparire arrivava la peste; attrazione perché esprimevano, sia pure in modo radicale ed esasperato, ansie di rinnovamento ampiamente condivise. Inizialmente il loro successo fu notevole: la gente ne ammirava la perfetta obbedienza verso i capi, la devozione e la non curanza del pericolo con i quali si prendevano cura di ammalati e appestati e si sentiva attratta da una scelta di vita estrema. L’alone di misticismo e di potente organizzazione interna, che sapevano diffondere con accurate scenografie e prediche efficaci, attraeva verso di loro un numero crescente di persone in cerca di una sicurezza che, in modo apparentemente paradossale, non derivava dalla ragione ma dall’irrazionalità e dalle fede cieca.

Ma, come spesso accade in questi casi, il lievitare tumultuoso delle adesioni, finì per infiacchire il movimento e per screditarlo: molti ladri, ad esempio, vi si infiltrarono per avere libero accesso alle città. Il fenomeno dei flagellanti può dunque essere storicamente inteso come una miscela di insicurezza collettiva e un bisogno profondo di rinnovamento verso il potere ecclesiastico espresso nell’imitazione di Cristo e con la penitenza per la salvezza che l’epidemia di peste fece lievitare e portò allo scoperto (p. 151).

Se con la penitenza i flagellanti cercavano autonomamente la via per la salvezza, la persecuzione degli ebrei fu invece l’espressione del tentativo di trovare un capro espiatorio che spiegasse in qualche modo l’origine della catastrofe. Gli ebrei erano un bersaglio facile. Soggetti come erano a forme di razzismo, divieti e imposizioni, bastò poco per incolparli di avvelenare i pozzi e diffondere così il contagio.

In realtà – e l’A. lo dimostra chiaramente nel capitolo diciannovesimo – i moltissimi pogrom che colpirono gli ebrei in molte parti d’Europa e soprattutto in Germania, erano il frutto non solo e non tanto della convinzione dei cristiani che questi fossero i responsabili dell’infezione delle acque, ma di molte questioni politiche ed economiche che nulla avevano a che fare con l’epidemia. In molti casi il malcontento verso gli ebrei o l’aperto antisemitismo fu assecondato, stimolato e sfruttato da parte dei gruppi dirigenti e dai potenti per tutt’altri motivi. Molte città si arricchirono con i beni confiscati agli ebrei.

Quelle descritte furono reazioni estreme a una situazione estrema. Anche la reazione della gente comune fa registrare delle polarizzazioni tra coloro che si abbandonarono a bagordi, vizi e reati e quanti invece diedero mostra di abnegazione, rettitudine, di soccorso disinteressato.

Tra questi due poli – la distrazione per non pensare a una catastrofe che stava inghiottendo tutti e la ricerca della salvezza eterna con un atteggiamento probo – la peste costrinse gli uomini a meditare sulla fugacità della vita terrena, sulla loro inutile vanità, sul crollo di istituzioni e certezze. Petrarca e Boccaccio, sia pure in modi diversi, lo fecero con capolavori letterari che testimoniano l’incidenza della epidemia sulla concezione del tempo. Se l’orologio appena inventato cominciava a modificare il tempo diurno e di lavoro, la peste modificò la percezione del tempo dal punto di vista del vivere. I capitoli finali sull’arte e sulla letteratura lo dimostrano ampiamente.

Nel valutare gli effetti della Peste Nera occorre distinguere tra quelli immeditati e quelli a lungo termine. Finita l’epidemia la gente si sentì enormemente sollevata dal punto di vista psicologico e, in generale, con maggiori risorse a disposizione. L’incalcolabile moria aveva portato con sé i limiti imposti dalla concorrenza. Per un certo periodo ci fu piena occupazione; molti usufruirono di eredità e in altrettanti ampliarono le proprie attività incamerando quelle dei defunti o di coloro che si erano dati alla fuga. Un clima generale di spensieratezza e di voglia di vivere si sparse nelle città: le autorità cercarono di frenare questa tendenza emanando leggi che limitavano il lusso (riguardarono anche l’abbigliamento femminile, divenuto succinto e scandaloso, vedi Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale): la Peste Nera generò “la più grande redistribuzione di patrimonio avvenuta in così breve tempo” (p. 251). Per qualche tempo perfino i contadini videro migliorare il proprio tenore di vita. Non ovunque, naturalmente: le città che dovevano la maggior parte dei loro introiti ai traffici commerciali via nave subirono colpi durissimi e spesso conobbero un declino irreversibile (p. 120).

Ma si trattò di un fenomeno dalla durata tutto sommato limitata. Le ondate successive di nuove epidemie impedirono per lungo tempo di pareggiare il gap demografico provocato dalla prima epidemia del 1348-’51. Le ripercussioni furono particolarmente gravi nelle campagne. Da un lato la fuga di contadini dalle carestie e dall’epidemia aveva compromesso gravemente la produzione; dall’altro una legislazione sempre più insofferente verso l’immigrazione nelle città aveva ricacciato nelle campagne vaste schiere di contadini i quali si ritrovarono in sovrannumero in un contesto agricolo decaduto e poco produttivo.

In questo contesto si verificò un andamento altalenante dei prezzi, tensioni tra città e campagna e anche all’interno delle stesse città nelle corporazioni di mestiere. Queste ultime avevano accresciuto il proprio potere e contrastavano l’immigrazione di contadini e forestieri se non per sostituire i deceduti, ma si ritrovarono a pagare tasse maggiori spalmate su un numero minore e limitato di aderenti.

Con le campagne in forte sofferenza, rifornire le città di merci divenne un problema enorme: l’arrivo di navi straniere cariche di merci avrebbe potuto alleviare la carenza di derrate e prodotti, ma non di rado la popolazione ritenendole responsabili del contagio, impedivano loro di attraccare (p. 55). Le città approfittarono ben presto a rifornirsi di grano nei periodi in cui il prezzo era al minimo alterando così il corso del mercato a spese delle campagne e dei contadini.

Anche dal punto di vista del rapporto città-campagna e sul problema del pauperismo nei secoli futuri senza la Peste Nera capiremmo poco: la legislazione sempre più vessatoria verso i poveri, i girovaghi e gli emarginati (e anche verso la stregoneria) ha nella epidemia del 1348-’51 radici profonde.

La grande pandemia di Klaus Bergdolt ci parla di tutto questo e altro ancora in uno stile limpido e chiaro. Ma il merito forse maggiore di questo libro sta nella grande prudenza e ponderatezza dell’A. nell’esprimere le sue ipotesi e opinioni. Una lettura illuminante e piacevole alla quale può far seguito William Naphy Andrew Spicer La peste in Europa.


Recensione: William Naphy Andrew Spicer La peste in Europa

Un libro sulla peste che è bene rileggere oggi.

Può sembrare piuttosto curioso che per cercare di capire il periodo che stiamo vivendo possa essere utile leggere un libro sulla peste in Europa.

In realtà non è così. Lo spunto per informarmi un po’ meglio sulle epidemie mi è stato offerto da una conferenza di Adriano Prosperi nella quale, in chiusura, disse una cosa che mi ha colpito – e cioè che “nei momenti di forte tensione i Paesi svelano ciò che li caratterizza nel profondo”. Naturalmente il concetto di longue durée di Braudel lo conoscevo fin dai tempi dell’università, ma l’idea di verificare cosa possano dirmi fenomeni di forte tensione come quelli scatenati dalle epidemie sui giorni nostri mi ha affascinato, e devo dire che le sorprese sono state molte.

Quando si affronta un argomento di cui si sa poco è sempre bene cominciare dai classici o da ricognizioni generali. Non so se questo libro di Naphy e Spicer sia un classico, ma sicuramente è una buona ricognizione dei fatti e delle interpretazioni.

Snodata in otto capitoli con una scrittura agile e sempre comprensibile, La peste in Europa è una lettura piacevole e interessante. Cos’è che rese l’epidemia di peste del 1347 una “cicatrice permanente sulla psiche degli europei occidentali”? (p. 141). Altre malattie, manifestatesi in forma epidemica, prima di allora avevano devastato l’Europa e decimato la popolazione. La differenza principale rispetto ad altre malattie consistette nel fatto che la peste era una malattia “nuova” (pp. 7 e 135). Le culture precedenti, ovviamente, avevano descritto malattie ed epidemie, ma questa attaccava e uccideva persone sane, non già debilitate per qualche altra ragione (p. 35).

La cultura classica non era di aiuto per la comprensione del fenomeno. Gli europei la intesero come una terrificante punizione divina e come il prodotto mortale di miasmi, cioè da un “avvelenamento dell’aria” che alterando gli umori corporei facevano ammalare gli uomini e che, circolando, poteva infettare non solo le persone ma anche le cose (i vestiti ad esempio).

Di qui nasceva la convinzione errata, ma tenacissima, che la peste non fosse contagiosa. Scartata questa ipotesi, per sfuggire alla peste, agli uomini non restava che fare tre cose: pentirsi, dato che la peste era un castigo divino, fuggire il più lontano possibile o, per quelli che restavano, purificare l’aria e gli ambienti.

Fuggire lontano in zone non infestate era naturalmente il modo più sicuro per sopravvivere. Ma quelli che potevano fuggire erano pochi: erano i ricchi. Agli altri toccava restare.

Si può partire da questo spartiacque tra privilegiati e non per entrare nel vivo del libro. Gli autori non danno molto credito alla forbice malthusiana che attanagliava il mondo prima della Rivoluzione industriale: l’equilibrio tra risorse disponibili e popolazione veniva irrimediabilmente compromesso dalla crescita demografica. Quando la popolazione eccedeva eccessivamente la disponibilità di risorse, la natura ripristinava l’equilibrio intervenendo con epidemie, carestie o guerre. A quel punto, con la popolazione fortemente diminuita, il ciclo poteva ricominciare: questa, in modo succinto, la tesi di Malthus. Gli Autori ritengono che l’economia dell’epoca fosse in grado di mantenere la popolazione esistente.

Che la crescita demografica fosse giunta al suo apice o meno, resta il fatto che la peste provocò una serie di mutamenti strutturali in Europa sia dal punto di vista economico, sia sociale, sia nella mentalità. Tanto più che la “peste nera” del 1347 fu una prima ondata. Da quel momento, fino al 1500 la peste si ripresentò con una cadenza di 6-12 anni; poi ogni 10-20 anni.

La morte di circa un terzo della popolazione europea ebbe ovvie ripercussioni nell’economia. In una società nella quale il progresso tecnologico era ancora modesto, ciò significò un impoverimento della produzione agricola, una drastica diminuzione dei commerci e di attività: semplicemente, molte industrie e attività avrebbero cessato di funzionare a causa della drastica diminuzione della manodopera nel volgere di pochi mesi.

Tuttavia, se coloro che potevano permetterselo fuggivano lontano e in zone che ritenevano più sicure, vi era anche chi restava per libera scelta: per il variegato mondo dell’artigianato, ad esempio, la peste portò un arricchimento dovuto alla minore concorrenza. Non solo: determinate professioni avrebbero richiesto un costante numero di lavoratori: i medici, ovviamente, dato che non pochi di loro morivano a contatto con gli appestati; i notai, per quelli in fin di vita che volevano andarsene con le cose in regola; i becchini, per ovvie ragioni. Quindi, nonostante i vari tentativi di rallentarne lo sviluppo, sul lungo periodo, peste significò anche “maggiori opportunità e una maggiore mobilità”.

In una società che contava 75/80 milioni di abitanti sul finire del Duecento e se ne ritrovò 20/40 nel 1430 (p. 34), gli impatti e le ripercussioni di un’epidemia così devastanti incisero anche per altri aspetti. La morte repentina di migliaia, decine di migliaia di persone che mettevano in ginocchio città e intere zone, favorì l’irrobustirsi della presenza dello Stato nella vita dei cittadini: le sepolture nelle fosse comuni andavano organizzate, così come doveva essere organizzato il soccorso agli infettati, fossero essi rinchiusi nei lazzaretti o forzatamente sigillati in casa; l’approvvigionamento alimentare e di merci delle città doveva pur continuare e la manodopera deceduta sostituita; dal momento che si riteneva che la peste fosse dovuta a miasmi che corrompevano l’aria, le città dovevano essere ripulite.

La peste a Londra nel 1665. Fumigazioni per purificare l’aria.

L’intervento dello Stato e delle autorità

I cittadini sperimentarono, forse come mai prima, l’ingerenza dello Stato e delle autorità politiche cittadine nella loro vita: il soccorso a coloro che non potevano lavorare, a lazzaretti e ospedali costava caro. In genere per le spese di questo genere ci si affidò alla carità privata, che di norma dimostrò grande solidarietà (gli autori riportano il caso di Pistoia, di Londra e di Marsiglia. A Pistoia il 45 per cento del denaro speso durante l’epidemia arrivò dalla beneficenza pubblica, p. 79), ma fiumi di denaro erano necessari per far fronte a commerci rallentati (le navi ferme in quarantena), pagare specialisti (alcuni medici richiesero grosse somme per prestare servizio. Nella epidemia di Marsiglia del 1720 un medico richiese 6.000 lire al mese e successivamente 1.000 lire di pensione annua per sè, sua moglie e i figli, p. 129) e mantenere quei lavoratori ai quali le autorità limitavano le attività (macellai, conciatori, pescatori e tutti coloro che svolgevano mestieri insalubri che emanavano cattivo odore). In pratica, il carico fiscale su coloro che rimasero aumentò.

Non basta: la difficoltà nei rifornimenti e la mancanza di merci potevano innescare turbolenze nella popolazione, molto temute dalle autorità. Città e Stati dovettero organizzare sistemi di vigilanza molto articolati per impedire di uscire a coloro che erano stati relegati in casa (una soluzione particolarmente usata in Italia), per evitare assembramenti che avrebbero facilitato il diffondersi del contagio e facilitato sommosse, per contrastare atti di sciacallaggio e disordini, per approntare cordoni sanitari affinché la popolazione sana non fuggisse lasciando vuote le città e forestieri non vi entrassero.

Stati e città-stato furono dunque costretti a implementare una serie di misure più o meno coercitive alla popolazione (e in questo le città-stato furono molto più efficienti dei grandi stati monarchici come Francia e Inghilterra): un medico palermitano riassunse molto bene tutto questo inventando il motto: “oro fuoco e forca” intendo: soldi per non far tracollare la vita cittadina, fuoco per distruggere gli oggetti contaminati, e la forca per ricordare cosa sarebbe capitato a chi disobbediva agli ordini (p. 65). L’accenno alla forca dimostra che quell’insieme di misure erano mal sopportate dalla popolazione, tanto più che autorità cittadine e medici non riuscivano ad arrestare l’epidemia.

Non era difficile accusare le autorità e i medici di inefficienza: la gente continuava a morire a frotte. Entrambi erano gelosi delle proprie prerogative ed entrambe vedevano nella epidemia una opportunità per irrobustire i consolidare il proprio potere. In più, come nel caso di Londra ma anche in altri, funzionari, medici e religiosi abbandonarono in fretta e furia la città, lasciando i cittadini in balia della peste.

In realtà, c’era bene poco da fare. La medicina era disarmata di fronte al flagello. Partendo dal presupposto errato che la peste fosse provocata da miasmi e non fosse contagiosa, non poteva fare altro che offrire consigli di prevenzione piuttosto che di cura: gli abiti e le cose degli infetti dovevano essere bruciati, fumigazioni nelle strade e nelle case, gli appestati morti ricoperti di calce viva e le loro case ripulite a fondo. Nei lazzaretti e negli ospedali, veri e propri gironi infernali, la gente moriva in massa.

Le reazioni popolari – I cambiamenti nella mentalità.

Di fronte a un fenomeno di queste dimensioni e con l’impotenza palese nel contrastarlo le reazioni della gente comune furono molteplici. Potevano oscillare dallo sperperare e nel godersi i (pochi) giorni che restavano da vivere di fronte a una morte certa, come dal rinchiudersi in conventi a meditare sui peccati dell’uomo e del mondo che, avendo scatenato l’ira divina, ora si ritrovavano nel mezzo di una punizione più che esemplare.

Tra questi due estremi, vivere col pericolo concreto e quotidiano di lasciarci le penne ogni giorno, con più tasse imposte da persone che anziché assumersi le proprie responsabilità era scappata non appena si era capito che la situazione volgeva al peggio oppure, nel caso fossero rimaste, avevano imposto regolamenti draconiani urtando anche sensibilità profonde (come le sepolture in fosse comuni, p. 76) e davano prova di incompetenza, non era una prospettiva allettante per nessuno. Era un cumulo di tensioni che richiedeva qualche tipo di sfogo.

In questo senso fu facile trovare capri espiatori in coloro che, per una qualunque ragione, si discostasse dal sentire comune: lebbrosi, ebrei, accattoni, vagabondi e prostitute furono fatti bersaglio di persecuzioni, espulsioni, esecuzioni un po’ ovunque. Fu facile o comodo per le autorità indirizzare o tollerare verso questi soggetti il risentimento popolare.

Se la peste era un castigo di Dio, chi meglio degli ebrei, in quanto uccisori di Cristo e (presunti) autori di altre nefandezze, poteva incarnare il ruolo di capro espiatorio? A seguito delle persecuzioni subite, “nel 1550 non erano rimasti quasi più ebrei in Europa” (pp. 52-53).

D’altra parte, se come dicevano i medici, la malattia era frutto della “corruzione” dell’aria quel termine – corruzione – poteva facilmente essere adattato anche ai comportamenti. Essendo la peste già presente nel territorio e nelle cose e si manifestava a causa della loro corruzione, essendo gli uomini peccatori (e quindi corrotti) ecco che quelli tra coloro che lo erano di più potevano essere accusati di essere i responsabili dell’epidemia da coloro che lo erano (o ritenevano di esserlo) meno: poveri, mendicanti, vagabondi, omosessuali e prostitute erano da questo punto di vista un bersaglio perfetto.

I medici consigliavano le fumigazioni per purificare l’aria. L’insalubrità era considerata una condizione ideale per il diffondersi del male. Nella seconda epidemia si capì ben presto che la peste infuriava molto di più nei quartieri poveri che in quelli ricchi. Dunque, poveri, vagabondi e mendicanti erano possibili incubatori del morbo.

Le cose stavano diversamente per quel che riguardava la prostituzione. I bordelli erano sotto il controllo cittadino, pagavano le tasse e la sua frequentazione era considerata normale: i padri incoraggiavano i figli ad andarci. Dunque la ragione dell’attacco alla prostituzione non poteva provenire dalla “vergogna” (p. 57). Le ragioni erano più profonde. L’Europa si stava spopolando a ritmi spaventosi. Per fermare l’emorragia scagliarsi contro pratiche sessuali che non sfociavano in un incremento demografico era un modo per cominciare a ripopolare il continente. Dunque, e questo è l’essenziale, la peste provocò una trasformazione profonda nella idea di sessualità e nei costumi.

Conclusioni

Così come la ragione per la quale si scatenò nell’Europa del 1347 e periodicamente si ripresentasse non è chiara, non si sa nemmeno perché dopo rigurgiti fin dentro all’800 la peste se ne sia andata. Quello che è certo è che la peste ha sedimentato reazioni profonde che riemergono, appunto, quando i popoli vengono sottoposti a “stress” pesanti e prolungati: lo si è visto in occasione della “mucca pazza”, dell’aviaria e nelle reazioni occidentali a un piccolo focolaio di peste in India poco tempo fa. Lo si constata oggi, quasi giorno per giorno, nella pandemia di Covid-19.

Uno dei temi costanti di questo libro è la paura, un concetto che si incarna in molte sfaccettature: paura dell’altro e del diverso, del povero, del governo, di qualcosa di sconosciuto che irrompe e che sfugge al nostro controllo. Un bel tema da approfondire con altre letture.

Gli ultimi capitoli, che trattano delle “pesti minori” (vaiolo, sifilide ecc.) e le conclusioni sono molto istruttive su questi aspetti.

La peste in Europa oltre ad essere un bel libro che si legge con piacere è un ottimo punto di partenza per studiare e approfondire argomenti tornati di urgente attualità. Lo si può confrontare con Klaus Bergdolt: La grande pandemia o altre epidemie come il caso della “spagnola” studiato da Laura Spinney: 1918. L’influenza spagnola e, per l’Italia, Eugenia Tognotti: La “spagnola” in Italia.

Matteo Banzola