Recensione: Mario Infelise. I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna

Mario Infelise è uno storico serio, scrupoloso e capace di accattivarsi il lettore con uno stile piano, colto ma non dotto e condendo la narrazione con fatti curiosi e divertenti.
Il suo I padroni dei libri è incentrato sullo scontro tra la Repubblica di Venezia e l’Inquisizione romana sul controllo dei libri (e quindi delle opinioni che dalla lettura si formano): più che uno scontro, Infelise ci mostra una lunga partita a scacchi (a volte alla luce del sole, più spesso occulta) tra di due poteri.

Infelise dedica molte pagine alla figura di Paolo Sarpi, l’ideologo principale della Repubblica di Venezia e uno dei primi a comprendere – non solo in Italia, ma in Europa – quelle che devono essere le responsabilità dello Stato e quelle che spettano alla Chiesa: a suo parere spetta allo Stato occuparsi dell’informazione e a controllarla; le opinioni dei sudditi sono linfa vitale per la stabilità dello Stato, perciò è fondamentale averne il controllo.

Ecco quindi l’animarsi della partita a scacchi tra i due poteri. Sarpi sostiene queste posizioni proprio nella prospettiva di contrastare il potere di controllo delle idee e delle opinioni da parte della Chiesa. Perciò ci sono libri sgraditi all’inquisizione ma che la Repubblica protegge e lascia pubblicare per convenienza (e anche per scendere a patti con la potente corporazione dei librai), e viceversa – libri di provenienza clericale bloccati dalla Repubblica. Nel mezzo, il primo incerto formarsi, i primi nuclei, di quella che si sarebbe chiamata più tardi “opinione pubblica”, con la consapevolezza – per niente rassicurante – che “le parole […] tirano seco eserciti armati”.

Verrebbe quasi da dire che questi primi nuclei in formazione di opinione pubblica si trovano al centro e ad essere oggetto di una partita che in quel periodo sembra essere più grande di loro. La chiesa fiuta immediatamente il pericolo destabilizzante dei libri scritti in volgare e quindi comprensibili non solo a fasce di popolazione molto più ampie rispetto a quelle capaci di leggere il latino. Non si tratta solo di fasce più ampie: a quell’epoca coloro che erano in grado di leggere il latino ricoprivano incarichi di potere o si trovavano in prossimità di esso: la letteratura in volgare è pericolosa perché raggiunge persone che non solo ne sono escluse, ma possono essere anche ostili ad esso.

Forse ho semplificato troppo perché in realtà i protagonisti sono tre. Tra lo Stato veneziano (il più potente degli stati italiani dell’epoca) e Roma c’è l’industria libraria. E questa per un certo periodo gioca un ruolo tutt’altro che secondario: fino al corpo di provvedimenti del 1559, che ne limitano fortemente gli spazi di manovra e la indeboliscono, gli stampatori-editori veneziani sono in grado di promuovere una letteratura di qualità e i profitti derivanti da una letteratura di qualità alimentano la produzione di altre opere di valore: fin quando questo circolo virtuoso funziona, autorità di stato ed ecclesiastici devono tenerne conto.

Non riassumo il testo, ci sono altre vicende che potrei riportare: dallo “scrittore maledetto” del tempo Pallavicino a Galileo. Le tralascio non perché non siano importanti, ma perché è bene lasciarvi un po’ di curiosità. Lo sfondo è dato dalla Controriforma, con la quale la Chiesa si appresta a fronteggiare l’eresia protestante e librai capaci di muoversi con naturalezza sui mercati di mezza Europa: troviamo librai-stampatori-avventurieri che nascondono libri tra altre merci, li fanno entrare o uscire dalla Laguna da altre vie e con altri mezzi – a volte affidandosi a bande di delinquenti –; vediamo stratagemmi per scivolare tra le maglie della censura (ecclesiastica ma anche di Stato) con frontespizi falsificati; troviamo spie ai confini della repubblica e personale stipendiato per dare informazioni sui testi. Vediamo il declino della stampa provocato dalla peste e la conseguente mobilità di coloro che confezionano i libri.
Ma soprattutto Infelise ci fa scoprire le infinite sottigliezze del potere per contrastare, indirizzare, promuovere o bloccare i libri: quando è opportuno reclamizzare un’opera e quando è meglio osteggiarla apertamente; quando conviene fare in modo che si “estingua” (anche bloccando i libri che la denigrano e, se necessario, portando alla rovina il libraio-stampatore) e quando è opportuno lasciar correre; quando è bene “mutilare” un libro e quando no.

A me I padroni dei libri interessa soprattutto per i molti percorsi che apre. In primo luogo, anche se i fatti che ci racconta Infelise sono vecchi di quattro-cinque secoli, ci sono alcuni aspetti che ci “parlano” del presente: in quel periodo si manifesta una prima forma di globalizzazione – almeno per quello che riguarda la stampa -: Venezia ha la più importante industria libraria del tempo; l’invenzione della stampa di Gutenberg ha ampliato enormemente i mercati (il risultato, quindi, di una decisiva e sconvolgente innovazione tecnologica); ci sono fiere internazionali importanti. 

Come sempre gli storici studiano il passato per cercare risposte al presente. Va da sè che gli interrogativi che I padroni dei libri solleva riguardino l’oggi. La stampa e i modi di veicolare le notizie stanno cambiando radicalmente e velocità incredibile. Potenzialmente internet potrebbe essere un’arma potentissima per il formarsi di un’opinione pubblica informata, attenta e combattiva.

Senonché Infelise spiega bene la genesi di uno dei frutti avvelenati delle molte forme di censura e di controllo delle coscienze che hanno operato a lungo nella nostra storia. Vale a dire, “quello che è forse uno dei caratteri identitari di lunga durata degli italiani”: l’attitudine al conformismo, un macigno che blocca l’erompere di una società civile progressista e progredita. 

I padroni dei libri è un’opera frutto di lungo lavoro precedente e di profonde meditazioni. Lo si capisce immediatamente dalla complessità del testo e dalla capacità sovrana dell’A. di guidare il lettore anche poco smaliziato come me (parla di un’epoca che conosco poco) con mano sicura tra il fitto bosco delle moltissime fonti utilizzate, degli avvenimenti, dei ragionamenti e delle sue conclusioni, sempre meditate e profonde. Il tutto svolto con uno stile piano, calmo, che garantisce una facile e piacevole lettura.

Lo raccomando (così come raccomando di collegare questo libro a quello di Darnton I censori all’opera e Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.).

Buona lettura