Recensione. Attilio Brilli: Il grande racconto delle città italiane

Comprendere perché gli stranieri si innamorano dell’Italia non è difficile: il clima benevolo, la cucina, la varietà dei paesaggi, l’infinito patrimonio architettonico e artistico… L’Italia trasuda storia in ogni angolo e per un viaggiatore colto e appassionato di archeologia, arte e storia è quanto di più prossimo al paradiso terrestre.

Non è un caso che sia proprio questo il taglio narrativo scelto da Brilli per accompagnarci in questo Grande racconto delle città italiane: un viaggio che si snoda per tutta la penisola, con ventinove tappe, ventinove città viste con gli occhi di viaggiatori e artisti, collezionisti d’arte e pittori, storici e musicisti, poeti e scrittori dal ‘600 al ‘900 inoltrato. Moltissimi occhi, moltissimi sguardi; una selva di osservazioni argute, di racconti appassionati e di descrizioni mirabili; così come tanti sono anche i pregiudizi e molta la retorica che si sono posati sulle nostre città.

Gli infiniti volti delle città

Le città cambiano, si trasformano, mutano e, come annotava con qualche rammarico Baudelaire, lo fanno più in fretta “del cuore degli uomini”. Non tutte le trasformazioni però balzano all’occhio. Vi sono città che cambiano rimanendo apparentemente sé stesse: è il caso di Torino, la “porta d’Italia”, città ordinata, regolare, con un qualcosa di austero e militaresco dove perfino la stratificazione sociale dei ceti non si connota per la suddivisione dei quartieri ma avviene in verticale, “dal piano nobile ai tetti” dei palazzi (p. 38), mescolando ricchezze e sventure e confondendo il visitatore. Vi è però una “Torino vecchia”, popolana, angusta, tetra, che a De Amicis pare sotterranea; un pezzo di città che spetta al viaggiatore cercare e scoprire, immersa com’è in una città che pur avendo perduto presto la centralità nella vita del Paese e con essa il suo massimo fulgore – innegabile anche se non sfavillante e sfarzoso -, mantiene la sua fisionomia anche con l’espandersi di nuovi quartieri e all’attività di speculatori e costruttori.

Anche Palermo desta sensazioni simili. Soprattutto ai viaggiatori settecenteschi pare una città simmetrica, con una struttura geometrica precisa, nitida, una sorta di grande scacchiera in cui è facile orientarsi. Ma sono sufficienti pochi decenni perché questa organicità si incrini e il visitatore scopra la complessità disorientante, labirintica e inclusiva dei sovraffollati quartieri popolari. Anche le sue bellezze, come la Cappella Palatina, riservano la stessa sorpresa: “racchiude un interno secentesco con un interno medievale”, annota un visitatore; un monumento che incarna gli incroci della Storia, in questo caso dell’Oriente e dell’Europa (pp. 261-62).

Perfino Milano, cuore pulsante dell’economia e perciò città moderna, europea, febbrile, mantiene zone nascoste, velate, mimetizzate nel vortice perpetuo delle attività; una Milano sorprendentemente “reticente, riservata” (p. 58), che può essere scovata e goduta nella parte vecchia della città, nonostante la sua espansione, i suoi traffici, gli ammodernamenti, il suo guardare all’Europa e al mondo.

A Perugia è perfino possibile scendere o salire lungo la Storia, dai quartieri più alti, giù giù fino ai vicoli della città medievale o, facendo il percorso inverno, dalle profondità del Medioevo alla modernità (vedi le osservazioni di un viaggiatore americano a p. 361).

Albert Rosengarten, Palazzo dei Priori mit der Piazza del Municipio in Perugia, 1841, Amburgo, Kunshalle

Un altro americano, Mark Twain, resta affascinato dagli altissimi palazzi di Napoli: guardando dalle strade chi abita lassù sembra di osservare tanti uccellini nei loro nidi, tanto le persone sono piccole, a un passo dalle nuvole. E quei palazzi poggiano su città di epoche precedenti: c’è – in molti ne hanno parlato e Brilli riporta alcune testimonianze – una Napoli sotterranea.

E cosa dire di Venezia, una città che muta col passare delle stagioni e perfino capace di cambiare i suoi colori più volte al giorno a seconda della luce e del suo riflesso sulle sue acque così particolari? O di Genova, la “superba” come viene definita per la bellezza dei suoi palazzi; superba ma non altezzosa, abituata com’è al rimescolamento continuo di merci e persone e ben disposta a giocare col visitatore che ha avuto la pazienza di frequentarla e si è concesso il tempo sufficiente per scoprirla offrendogli scorciatoie, tunnel, passaggi nel groviglio sconnesso dei suoi vicoli e che raccordano piazze e luoghi accorciando i tempi per raggiungerli?

Ma se Genova è disposta a punzecchiare il visitatore nel suo continuo schernirsi e svelarsi, mostrarsi a pezzi e strati in un saliscendi itinerante, Venezia è città tanto fascinosa quanto pericolosa. Gustave Moreau sapeva bene cosa faceva quando dipinse Venise:

Gustave Moreau, Venise, 1885, Musée Gustave Moreau
Città per vedere

Le città attirano per essere visitate e scoperte, ma i viaggiatori più esperti e più colti le sfruttano anche per ciò che consentono di far vedere. Uscire di pochi chilometri da Verona significa poter ammirare un panorama mozzafiato che si stende fino a Mantova, agli Appennini a ridosso di Parma, ai colli Euganei, Padova, Venezia o l’Adige a seconda di dove si giri lo sguardo. Ecco allora aprirsi al visitatore colto un panorama traboccante di storia, letteratura e arte (vedi quanto scrive Ruskin a p. 285). Lo stesso accade a Perugia – divenuta tappa del Gran Tour a partire dalla seconda metà del ‘700 – anche se qui sono la natura incredibilmente ricca e rigogliosa che la circondano e le meravigliose vedute ad attrarre pittori inglesi e soprattutto tedeschi a bizzeffe. Per certi aspetti, e con tutt’altro panorama, accade lo stesso al viaggiatore che da Palermo osservi la Sicilia: scoprirà non tanto la Grecia o la storia romana, come ci si potrebbe attendere – osserva Renan – ma – a testimonianza della straordinaria contaminazione storica dell’isola – l’Africa.

Può accadere anche l’opposto, e cioè che sia il panorama a valorizzare la città. È il caso di Orvieto: la cittadina gode di una “incomparabile posizione che nessuna trasformazione urbana può sottrarle” (p. 446). Ne era ben consapevole Turner, che la riprese nel suo splendido Veduta di Orvieto, quadro mirabilmente analizzato dalla scrittrice americana Edith Wharton la quale si trovò a passare esattamente nel punto scelto dall’artista per realizzarlo (pp. 446-47) .

Joseph Mallord William Turner (1775-1851), View of Orvieto, Painted in Rome 1828, reworked 1830, Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/N00511

Prima che la città iniziasse a cambiare fisionomia e volto, a partire dall’ultimo quarto dell’800, Arezzo presentava una prospettiva duplice: “insediata sul versante solatio di una modesta altura”, la città presentava “una facciata e un retro, un pieno e un vuoto, un versante inondato dalla luce e uno in ombra” (p. 325).

Un Paese sospeso?

Le cittadine umbre – Assisi, Spoleto oltre a quelle indicate – e toscane suscitano nei visitatori la sensazione di trovarsi in luoghi e città immemori, nei qual il tempo si sia fermato a epoche precedenti. Stando a quanto osserva Benjamin, San Gimignano sembra “avere la facoltà di annullare il tempo o di plasmarlo a piacere” (p. 413). Lo stesso accade a chi visita Siena, non solo mirabilmente conservata nel suo impianto medievale, ma addirittura, in controtendenza a quanto accaduto in altre città, ripulita da quanto i secoli XVI e XVII vi avevano aggiunto. La sensazione di vivere in una sospensione del tempo ha però varie sfumature. Il modo di guardare Bologna è sempre composito ma nell’osservarla – come accade per tante altre città italiane – i visitatori hanno l’occhio perennemente rivolto al passato: la città ha un’inconfondibile impronta medievale, palpabile in un centro storico che trasuda di pittoresco, “quel genere di attrazione ruvida, putrescente” (p. 89), che tanto affascina i visitatori stranieri.

Basoli Antonio 1774-1848, Veduta della Loggia e del Cortile di Palazzo Malvezzi a Bologna, ACRI

Se Bologna rimanda al medioevo, a Ravenna pare di sprofondare nella storia. Non è la stessa sensazione che genera Perugia; qui è la città intera ad essere ancorata, trattenuta, quasi risucchiata dal suo passato. “Entrare in San Vitale è come visitare uno scavo” (p. 345). La cittadina romagnola sembrerebbe garantire una fuga dal tempo, un’immersione negli avanzi di epoche lontanissime – avanzi favolosi e sfavillanti come gli inossidabili mosaici bizantini, ma pur sempre resti – generando una condizione apprezzata, ricercata e perfino amata dai viaggiatori dell’età romantica e non solo.

L’Italia offre perfino la possibilità di visitare un tentativo di realizzazione della “città ideale”, Pienza, fatta rimodellare da Pio II, “una delle menti più fervide e aperte del XV secolo” col vantaggio di avere a disposizione enormi quantità di denaro. Ne è scaturita una città che imprime nel visitatore “la sensazione di trovarsi in un luogo della mente, in un’astrazione di città” e quando la si abbandona si prova “un senso di sottile inquietudine e di insoddisfazione, come di chi si risveglia da un luogo visitato in sogno” (pp. 321-22). Se poi qualcuno avesse voluto vedere de visu l’abitazione di una mente fervida, avrebbe potuto far tappa ad Arezzo a visitare la casa di Vasari. (pp. 338-39).

Robert, Hubert, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 7637 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010056617 – https://collections.louvre.fr/CGU

Anche il viaggiatore che si aggira nella Roma dell’ultimo quarto dell’800 avverte la percezione di trovarsi in una città sospesa. In questo caso però l’impressione non è dovuta dalla pervasività dei luoghi, degli edifici e dei monumenti, ma dalla lotta tra antico e moderno, che si combatte tra conservatori della vecchia Roma, coi suoi quartieri fatiscenti come il ghetto ebraico, e i parvenus di una nuova borghesia affaristica, onnivora, assetata di facili guadagni, incurante della preservazione di splendide dimore e magnifici parchi e che si fa spazio e – come dicono alcuni – si impossessa della città sotto i vessilli del progresso e della scienza. Quella dei conservatori, dei difensori del pittoresco, è una battaglia combattuta con tenacia, ma di retroguardia e persa in partenza. Come negare la decrepitezza e l’insalubrità di interi quartieri dove la gente per bene si guarda bene dall’entrare e gli stessi visitatori lo fanno a proprio rischio e pericolo? Col divenire Capitale del Regno Roma conosce trasformazioni imponenti e altrettanti sfregi, ma resta sospesa, appunto. Il nuovo non riesce a imporsi sul vecchio e perciò la città ha qualcosa di incompiuto, di troncato, di interrotto. La speculazione edilizia si è presto sgonfiata in mezzo a fallimenti clamorosi, scandali finanziari e interi quartieri abbandonati a sé stessi, spesso incompiuti, sono ora occupati da torme di poveracci traferitisi dalla città vecchia. (su Roma molte notizie interessanti si trovano anche in Antoni Maçzak: Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna; per l’arte, invece Francis Haskell: Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca).

Louis Ducros L’arc de Titus. entre 1782 et 1787, Musée Cantonal del Beaux-Arts, Lausanne

Questo fenomeno non accade soltanto a Roma: anche Torino e Firenze conoscono vicende simili: a Firenze le mura che la circondavano sono state prese a cannonate e – sotto le vibrate proteste della nutrita schiera di visitatori stranieri che soggiornava in città per lunghi periodi – interi quartieri rasi al suolo (su questo, dello stesso Brilli, vedi: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità ). Identica sorte è toccata alle mura di Arezzo e Lecce; evento deturpante e doloroso compensato però, almeno in parte, da una luminosità unica, dall’utilizzo nelle costruzioni e nelle pavimentazioni di una pietra bianca malleabile come creta (ma poi straordinariamente resistente) e, soprattutto, dalla presenza dello stile Barocco talmente ingombrante e fagocitante da annullare il cattivo gusto per elevare la città ad una condizione assolutamente particolare, unica e gradevole. A Terni la modernizzazione si manifesta con esiti stravolgenti e brutali, tanto più che allo sconvolgimento provocato dall’industrializzazione seguirà quello dovuto ai bombardamenti dell’apparato industriale durante la seconda guerra mondiale.

Panini, Giovanni Paolo, Musée du Louvre, Département des Peintures, B 9 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010058025 – https://collections.louvre.fr/CGU

Queste vicende diventano metafora del Paese. Per non pochi visitatori l’Italia non è pronta per la modernità; il suo popolo si dimostra fatalista e rassegnato o ingordo ma impreparato e sostanzialmente fallimentare proprio nella gestione dei meccanismi del progresso: “l’affiorare di un tessuto commerciale e industriale nell[e] città viene registrato più con fastidio che con sorpresa dal viaggiatore” (p. 97); sono innumerevoli i forestieri “che hanno sempre cercato in Italia un’isola felice, un’arcadica sospensione del tempo” (p. 512). L’Italia poggia su secoli di storia, su un inestimabile patrimonio artistico e culturale; molto meglio che resti così com’è – dicono o lasciano intendere in molti: indolente e indifferente, apatica e sporca, lenta e fuori dal flusso della storia, ma proprio per questo splendida e unica. Naturalmente sono osservazioni interessate di innamorati dell’arte e dell’archeologia e dell’unicità di molte città rimaste intatte.

Odori, colori e elementi

Ci sono città come Lecce e Palermo che devono molto della loro particolarità alla luce che le investe. A Lecce è il riverbero riflesso dalla pietra particolare utilizzata nelle costruzioni a renderla particolare; per altre città invece è l’odore (o gli odori) a caratterizzarle: per alcuni Ravenna, città che gode della vicinanza del mare ma che resta comunque umida, odora di terra, per altri di pestilenza; l’esatto contrario di Napoli che combina luci e odori: una luce “sfolgorante” e calda – osserva Guy de Maupassant – si posa “per le sue strade […] dove tutte le polveri, fatte di tutti i detriti, di tutti i resti del nutrimento fagocitato durante la giornata, semina nell’aria tutti gli odori”(p. 230). È un segno della debordante, febbrile vitalità di una città vivace anche di notte, con le gelaterie piene di clienti, le bancarelle ricolme di frutta, le fritture di pesce e i maccheroni cotti e venduti ai lati delle strade (p. 230). E se vi è chi sente rinascere tutti i sensi e prova un istinto infantile di toccare, annusare, assaggiare, non di meno altri temono di restare travolti da quella folla variopinta e anche per questo indistinta, che si muove come in una bolgia, con tanto di animali e rumori i più disparati provenienti da ogni dove: Napoli è città accogliente, innervate dalla vitalità alimentata dalle sue strade e piazze perennemente affollate – al punto che per Mark Twain “è un mistero” il fatto che non vi siano ogni giorno migliaia di investiti e di feriti dalle carrozze, da carri e carretti – ma che sa farsi rispettare e resta indifferente o respinge quelli che vi transitano di fretta e non accettano i suoi tempi.

Ma dove la combinazione tra gli elementi produce qualcosa di assolutamente straordinario è Venezia: l’acqua, l’aria, il laterizio, il travertino e il marmo le conferiscono una qualità cromatica che la avvolge e la rende sempre nuova e diversa. Acqua e aria, mare e cielo. Il visitatore può restare ammaliato dallo splendore dei suoi palazzi e delle sue costruzioni, restare piacevolmente stordito dai piaceri che gli vengono offerti (famose e memorabili le sue cortigiane così come leggendari sono la permissività e l’alone di erotismo che l’hanno avvolta), ma la natura profonda della città sono il fango e la laguna. Perciò la sua acqua è diversa da quella che lambisce altre città: “L’acqua di Venezia infatti, non è un’acqua limpida: è consistente, sostanziale, prenatale, plasmatica, una materia prima insomma”, che con l’incontro della luce crea una “luminosità ineguagliabile” (p. 518).

David Roberts, The Giudecca Venise, 1854, Yale Center for British Art
Conclusioni

Ho scritto molto, ma ho detto pochissimo. Non ho nemmeno fatto cenno a tutte le città di cui parla Brilli, tanto il libro è ricco di suggestioni. Se c’è unacosa di cui posso essere sicuro è che Il grande racconto delle città italiane vi farà venir voglia di prenotare un biglietto. Buona lettura.

Epidemie, malattie e altre sfortune.

Tempo fa ho buttato giù qualche riga titolando l’articolo Entrare “di traverso” nella storia in cui accennavo ad alcune fonti che a mio giudizio sono particolarmente utili per la comprensione della storia. Qui riprendo e amplio un poco il discorso saccheggiando le biblioteche digitali. Le fonti, che non cito come si farebbe in un saggio su rivista (del resto queste note non lo sono, sono una specie di brogliaccio) provengono da Google libri, Internet Archive, MDZ e, per il Colera a Bologna, dallo splendido portale realizzato dalla biblioteca Archiginnasio: 1855 Cholera morbus. Società e salute pubblica nella Bologna pontificia

Avvertenza

Va da sé che da sole non bastano: occorre inquadrarle nel contesto economico, produttivo, politico locale e collegarlo al quadro nazionale; restano esclusi qui monografie già pubblicate e materiale d’archivio. Ma, ci tengo a ribadirlo, un blog non è una rivista specializzata. Ciò che si può fare con un blog è incuriosire, suggerire dei percorsi, indicare delle fonti. E ciò di cui disponiamo oggi è comunque sufficiente a rendere l’idea di mondi oggi scomparsi e di dinamiche che hanno attraversato la storia.

Con i limiti appena indicati (e altri che emergeranno nel corso del racconto), la storia delle epidemie offre molti spunti e indicazioni. Prendiamo, ad esempio quella di colera asiatico che colpì più volte il nostro paese.

Abitare in città

Siamo nell’anno di (dis)grazia 1854, anno funesto perché il “morbo asiatico” infuria in molte zone e città della penisola. I medici, affermati o sconosciuti che siano, scrivono molto sull’epidemia e in molti casi le loro relazioni sono infarcite di informazioni preziose.

Possiamo iniziare il nostro viaggio partendo dalla considerazione più ovvia, sostenuta dalla maggioranza dei medici, e cioè che le epidemie colpiscono molto più violentemente i poveri di chi vive in condizioni agiate: “in generale i poveri più che i ricchi sono dal cholera mietuti”, sintetizza la Regia Commissione Medica Piemontese, con un parere che trova un consenso unanime tra i medici dell’intera penisola. Gli scritti dei medici ci permettono dunque di avvicinarci alle abitudini e condizioni di vita delle classi popolari.

L’alimentazione

Il nesso tra povertà e epidemia è ben illustrato da caso genovese. L’anno precedente l’epidemia è stato un anno strano: particolarmente e insolitamente freddo al punto che a luglio l’estate non si era ancora presentata; battuta da venti freddissimi in un inverno protrattosi molto più a lungo rispetto al normale. Poi, da luglio inoltrato, la città ha dovuto fare i conti con un caldo torrenziale. Gli anziani faticano a ricordare annate così strane e inclementi. La durezza di quell’annata eccezionale provocò una grave carenza di cereali, vino e prodotti dell’ulivo e a farne spese, prima e più di tutti, è la popolazione che si trova “stipata nei quartieri più poveri, più sudici e mal collocati della città”. Le autorità corrono ai ripari abbassando il prezzo del pane e allargando i cordoni della borsa della beneficenza, ma questi provvedimenti si dimostrano insufficienti.

A Genova il popolo minuto si ciba in larga misura di pesce. In quell’anno il mare è stato generoso; la pesca degli scampirri è stata abbondante: i genovesi mettono sott’olio la carne di tonno giovane (gli scampirri, appunto) e ne fanno provvista per i mesi invernali. La disponibilità di tonno a buon mercato si prolunga fino alla primavera e oltre. Senonché la scarsa disponibilità di olio costringe la popolazione a sostituirlo con olio di sesamo e un altro condimento che i genovesi chiamano colsat; condimenti di scarsa qualità che provocano una “corruzione putrida” nel pesce. Il rischio di ritrovarsi con merce invenduta, “indusse necessariamente i venditori a ribassare straordinariamente il prezzo del tonno, che a qualche soldo per lib[b]ra smerciavasi con grande affluenza”. I genovesi, insomma, si ingozzano di “tonno guasto”.

Nutrirsi di cibo “guasto” non è affatto salutare. E’ vero che una lunga tradizione medica distingue tra gli stomaci dei ricchi e quelli dei poveri: più delicato quello dei primi e più robusto e lavoratore quello dei secondi. Il che significa che i poveri possono nutrirsi di alimenti che ai ricchi risulterebbero non solo indigesti ma molto difficili da digerire. Ma oltre al fatto che questa teoria sta perdendo terreno tra i medici, una cosa sono i cibi pesanti, un’altra la carne andata a male: “l’abuso […] de’ crostacei e de’ pesci di cattiva qualità” può “contribuire non poco alla produzione di siffatto morbo”, avvertono i medici da Venezia. Insomma, mangiare carne guasta infiacchisce il fisico e lo predispone a contrarre la malattia.

A Napoli “quasi tutti sono soliti, chi uno chi due volte la settimana, mangiar minestre verdi, sia di cicorie, sia ancora di cavoli cappucci, che ben condiscono con grassi e con salami”. In quell’anno però le erbe usate normalmente per condire si presentano “arsicce”, dure e poco invitanti. La gente preferisce di gran lunga la frutta: mandorle, pesche, pere, fichi, meloni e poponi, tutti disponibili in gran quantità e a bassissimo costo. Ma la frutta, sebbene consigliata da alcuni medici durante il corso della malattia, è generalmente guardata con sospetto. Fermenta e per questo si ritiene che favorisca disturbi gastrici e perciò il suo consumo è altamente sconsigliabile nel corso di un’epidemia di colera. A Bologna viene vietato anche il consumo di latte in quanto “scioglie il ventre”.

Anche a Roma, in occasione dell’epidemia del 1867, sono i quartieri popolari quelli più colpiti: Monti, Trastevere e Borgo. Qui, curiosamente – stando almeno all’opinione di un osservatore – sono i locandieri e gli osti ad essere additati di fornire piatti dalla salubrità discutibile gli avventori. A suo dire, “si può dimostrare che gli abitanti dei tre detti Rioni impotenti per buona parte a procacciarsi un vitto scelto nelle proprie case sono costretti di andarlo a consumare nelle taverne”. Un’affermazione quanto meno insolita, anche se è vero che il numero delle osterie e delle taverne è alto.

A Volterra la connessione tra alimentazione insufficiente e/o scadente appare molto meno evidente. I “tre quarti” della popolazione guadagna “discretamente nelle manifatture degl’alabastri”, cosa che le consente di “cibarsi bene”, ed infatti “il primo pensiero della mattina è quello di portarsi alla piazza a scegliere i migliori bocconi”, la cui natura però ci resta ignota. Eppure anche qui, come vedremo tra poco, i colpiti furono molti.

Tuguri, camerette, caverne

A metà secolo, tra due epidemie di colera, Bologna è colpita da un’epidemia di vaiolo. Non tutta la città in verità è interessata allo stesso modo: “al levante ed al settentrione della città […] non vi [sono] che pochi e rarissimi casi”. Al contrario, nelle “contrade S. Felice e Lamme e [le] vie intermedie a queste” sono più colpite. “S. Felice e Lamme [Lame]” sono i quartieri popolari. Qui “molte donne, quasi tutte madri di numerosa e tenera figliuolanza”, vanno “a certi magazzini detti di abbigliamento, a talune sartorie militari per prendere a cucire camicie, mutande, calzoni, cappotti ed altre tali cose, nelle quali sartorie vi si trovavano d’ordinario alcuni militari, i più malconci di vestito, per essere provveduti di quanto loro occorreva ed in quei magazzini eranvi, oltre gli indumenti nuovi già lavorati, grandi depositi di spoglie lorde, guaste e dismesse”.

Frugare tra quegli stracci infetti significa diffondere il morbo. Sarte, cucitrici, filatrici, casalinghe e straccivendole alla ricerca di qualcosa diffondono involontariamente la malattia. “Ad agevolare la propagazione e diffusione”, osserva un medico “vi ebbe gran parte la trascuranza nei più di ogni precauzione sanitaria […]. Convivevano assieme sani e malati dentro camere anguste, oscure, non ventilate, e certuni di questi avevano perfino il letto comune con essi […]. A quelle camere medesime dove stavano vaiuolosi avevano adito liberamente le persone tutte che abitavano la casa od altre fors’anche delle contrade, essendo propria di quella classe di gente una speciale vicendevole famigliarità e comunanza di vivere.

Quando sul finire del 1854 fa la sua comparsa il Colera, la malattia si presenta “in una parte della città dove regna maggior sucidume e grande miseria; ove non è infrequente l’incontrare nello stesso ambiente l’uomo col giumento o cavallo vivere insieme; ove le case e le strade mancano di chiaviche e degli scoli opportuni onde di continuo s’innalzano putride emanazioni”. Si tratta della via Pratello, in pieno centro. Stranamente la malattia risparmia quasi completamente quella zona. Infuria comunque in altre ed anche in questo caso il maggior numero di vittime si verifica tra le classi popolari: braccianti, canapini, lavandai, cucitrici e professioni che richiedono il contatto col pubblico.

Anche a Napoli le “lavandaje” e le loro famiglie han sofferto il colera”. E anche qui i medici suppongono perché si “trovavano di essere a contatto di oggetti imbevuti di materiali colerici”. Le osservazioni dei medici di Bologna e Napoli si possono confrontare con quelle di un collega di Milano il quale, notando una netta maggioranza di casi maschili rispetto a quelli femminili, la attribuisce al fatto che, diversamente alle donne di campagna, le milanesi escono poco di casa. Siamo allora di fronte ad una forma di socialità popolare diversa, già influenzata dalla maggior riservatezza della borghesia. Senza dubbio lo è rispetto alla pullulante e vivacissima socialità napoletana.

La situazione di Napoli è per certi aspetti spaventosa: nel quartiere Chiaja vi sono le Grotte degli Spagari, definite in una pubblicazione “vere tane destinate per numerose famiglie”; nel Quartiere Porto “sopra quelle arene e que’ frammenti di rottami misti a depositi lasciati dalle acque e dalle impurità, […] vennero costruite alcune case senza simmetria, senza ordine, senza lume, senza sole; piccoli e stretti viottoli, altri chiusi ed impervi, altri serpeggianti in labirinti; e qui un arco e là un angolo; e per tutto, luridezza e malproprietà. Case elevatissime” prosegue l’impietosa descrizione, “con scale strette nere affumicate, che mettono per ogni pianerottolo in una o più stanzette, che si aprono in que’ viottoli o in una piccola corte come in un pozzo. Condotti di acque immonde con poco declivio verso il mare, quasi ristagnanti sopra un terreno bibulo […]. E miserabili di ogni maniera si adunano in que’ tugurii, e non sempre una sola famiglia, ma spesso diverse persone e grandi e piccole si raggruppano la notte in mezzo a ’miasmi che esalano da ogni maniera d’impurità”. Non a caso qui il colera fa una vera strage.

Lo stesso vale per Genova: le case abitate dalla “plebe”, riferisce un medico nel 1835, “sono situate in viottoli ristrettissimi, mancano di cortili, di aria e di luce; le stanze sono basse, ristrette e immonde; le persone entrovi stivate” . Identica situazione a Volterra, dove nelle vicinanze del Collegio di S Michele si trovano “case tanto malsane e sudicie da non mai figurarsele, ed i loro abitanti dei più miserabili della popolazione […], certi tuguri umidi e sudici da non saper farsi idea del come si possa vivervi a lungo”. Anche a Brescia il morbo fu più violento nei quartieri popolari: “si fissò nelle parrocchie di S. Giovanni e di S. Faustino, facendo segno de’ suoi danni la poveraglia in esse stanziata. Gli attacchi si andavano moltiplicando in guisa che intorno alla metà del mese contavansene più di trenta al giorno”. Agghiaccianti le scene riportate a Palermo:

Furono i soliti chiassi e viuzze strette furono gli antigienici catodi e le case sottostanti al livello delle strade che diedero il maggior contingente di morti Era cosa desolante davvero per chi entrava in quei tuguri ove manca l’aria la luce e l’olfatto è ferito da una nauseante esalazione di umidità e di muffa il vedere poveri infermi giacere a terra o su luridissimi pagliericci spesso senza lenzuola e senza coperte tenersi coricati a fianco dei teneri pargoletti e di giovanette adolescenti che spesso poi erano attaccati dal morbo. In un meschino catodio del Chiasso Sciacchittano una sera giacevano sullo stesso letto un bambino a 22 mesi già morto la madre affetta da colèra tifico ed una fanciullina con sintomi di colèra a primo periodo simile scene non erano rare ad osservarsi.

Il problema degli alloggi riguarda tutte le grandi città. A preoccupare la Commissione d’igiene di Torino sono le “soffitte” nelle quali la “povera gente vi gela nell’inverno e vi soffoca nella ‘state”. Sarebbe anche il caso “che si provvedessero alcuni locali sufficientemente riscaldati per l’inverno nei quali vi fossero tavolati con poca paglia sopra di essi affine di ricoverarvi quegli infelici specialmente fanciulli che si rinvengono giacevoli per le vie sul nudo suolo con grave scandalo dei forestieri specialmente e con evidente pericolo per la salute di questi meschini”.

Quando le malattie contagiose arrivano in città, le “soffitte” di Torino o i ballatoi di Milano si trasformano immediatamente in focolai d’infezione che diffondono velocemente la malattia di caseggiato in caseggiato.

Alcune piste

Cosa troviamo in questi tuguri e camerette assai poco accoglienti? Il fatto che siano affumicate ci dice che nei mesi invernali sono riscaldate alla meglio; che vi è una grave insufficienza di “letti e coverture” cioè coperte; che molti – soprattutto se orfani o giovanetti o donzelle – dovendo essere rivestiti in quanto il loro vestiario, sporco e infetto, viene bruciato, non dispongono nemmeno di un cambio di biancheria. Ci mostra una promiscuità di fronte alla quale non pochi medici e i borghesi si ritraggono inorriditi e che, a sua volta, suscita interrogativi.

Quante famiglie condividono quelle camere molto meno che modeste? Chi sono “tutte le persone che abitano la casa? Cucitrici certo, ma gli altri? Quanto costano gli affitti? A chi appartengono allora quelle abitazioni precarie? Se non si dispone neppure di un ricambio di vestiario è difficile immaginare una casa di proprietà. E, allora, qual è la politica edilizia nelle città? Uno spunto ci viene da un medico bresciano.

A Brescia la scabbia non è un problema grave; è presente ma non diffusa. Non di meno il medico ne parla: “ho potuto convincermi”, scrive,

che il mezzo più ovvio di comunicazione della scabbia trovasi radicato nelle locande in cui il povero e l’accattone vengono ricoverati la notte”. Se le autorità non si decidono a chiudere i Ricoveri di Mendicità “non si perverrà mai, per quanto severa sia la vigilanza dell’Autorità politica, ad eliminare da siffatti ricetti i fomiti della diffusione scabbiosa, non solo fra la poveraglia stazionata nella città, ma anche nelle genti di campagna; imperocché servono le locande del mendico cittadino a dar ricovero ben di frequente al terrazzano, allorquando le sue faccende lo obbligano a qui trattenersi la notte.

Ma chiudere quegli “asili” non è decisione che si prende a cuor leggero. Costano poco – da 3 a 12 centesimi a notte – e “il buon prezzo è tale incentivo, che fa trascurare i più essenziali riguardi anche da quelli che non devono comprendersi nella categoria dei poveri, e invita talvolta anche l’agiato campagnuolo, cui preme l’avarizia, a dar la preferenza a questi alberghi liberi d’ogni soggezione”. A Milano, durante l’epidemia di colera del 1867, le forze dell’ordine “fecero visite domiciliari” presso alcuni affittaletti “esigendo, ove occorreva, diminuzione nel numero dei letti, imbiancatura delle pareti, maggior pulizia nella biancheria”; ma anche la Commissione di Sanità della capitale lombarda deve riconoscere che questi “notturni convegni di gente avveniticcia, sono sempre fonte di disordini e di diffusioni di contagi, specialmente in alcuni dei quartieri più popolati della città”.

La sostanziale impossibilità di chiudere quei ricoveri a basso costo rimanda senza dubbio ai rapporti tra città e campagna, legami ben saldi soprattutto per le piccole realtà di provincia nelle zone agricole, ma anche ad una notevole mobilità interna alle città, a quella “comunanza di vivere” dei ceti più bassi notati a Bologna, ma che riguarda il popolo napoletano come quello di un’infinità di altri luoghi: “tutti, come qui si costuma, in qualunque malattia, amici, vicini, parenti, di qualunque età e sesso, visitavansi, conversavano non solo con chi serviva i vajuolosi, ma con questi medesimi”, osserva il medico del piccolo comune pugliese di Castellaro.

Il dato interessante non risiede tanto nella registrazione puntuale delle abitudini e dei comportamenti, ma nelle domande che sollecitano. Se si collega l’immensa povertà di questa umanità alla sua stessa esistenza, allora si finisce per inoltrarsi nella ricerca di traffici illegali, del contrabbando e dei suoi legami col banditismo (non solo meridionale), e cioè in una sfaccettata illegalità che mantiene in una certa misura il mondo legale e gli consente di funzionare anche in tempi di crisi profonda (e temuta). La proverbiale arte di arrangiarsi degli italiani non può essere considerata una spiegazione sufficiente. Dietro a qualunque professione, più o meno lecita che sia, ci sono interessi che occorre indagare.

Prime conclusioni

Moltissimo è rimasto fuori da questo articolo. La condizione di lazzaretti e ospedali, le molte paure suscitate dalla malattia, la diffidenza popolare verso la medicina ufficiale e i medici e, per contrasto, il dilagare di praticoni, cerretani e consimili che riscuotono ampi consensi tra la gente comune e provocano invettive tra la corporazione medica.

Un’altra pista da seguire attentamente è il linguaggio usato dagli osservatori. Medici o altri che siano, appartengono tutti ai ceti dominanti (anche nel caso dei medici condotti, che non se la passavano affatto bene). Termini come plebe, poveraglia, miserabili, meschini ecc. sono griglie interpretative grossolane. Se non aiutano a mettere a fuoco il mondo delle professioni e delle sue dinamiche, dicono molto però sulla distanza tra le classi sociali. Non è difficile riscontrare la congiunzione tra la preoccupazione per le condizioni igienico-sanitarie dei ceti popolari e l’auspicio di misure repressive. Ad esempio, la Commissione di Sanità di Torino ritiene che provvedendo con alcuni locali adeguatamente riscaldati e confortevoli, “si potrebbe dar ordine alle pattuglie giranti la notte di raccogliere questi infelici ed ivi condurli tanto più che sovente solto questa apparente miseria celasi la malizia ed è noto che alcuni fra di essi fanno la spia ai ladri notturni”.

Osservare quando e come questo linguaggio paternalistico ma sprezzante che traspira ripugnanza e paura comincia a cambiare, può rivelarsi una buona spia per mettersi sulle tracce di cambiamenti più profondi e decisivi. Siamo di fronte ad uno dei fenomeni tipici di lunga durata della nostra storia. Per questo ho assemblato articoli scritti a decenni di distanza, ma anche su questo dovremo tornare.

Alla prossima puntata.

Recensione. Marzio Barbagli: Comprare piacere.

Comprare Piacere di Marzio Barbagli è molto di più di una storia comparata della prostituzione dal Medioevo ad oggi. Un libro illuminante e sorprendente.

Si fa presto a dire “puttana”. Anzi, no, ci vuole un po’ di tempo, se pensiamo che “solo in Spagna, alla fine del Medioevo, vi erano quasi 300 espressioni per designare una meretrice” (p. 21). Anche in italiano, a ben guardare, i sinonimi o gli eufemismi di questo insulto non sono pochi. Senza dire che bisognerebbe distinguere tra femminile e maschile: “mignotta” e “checca”, per esempio. Ma anche in ambito maschile i sinonimi, sebbene meno numerosi della variante femminile, sono molti.

Già questa semplice e immediata costatazione sarebbe sufficiente per capire che il mondo della prostituzione è estremamente variegato e che quindi la sua storia è una storia articolata e complessa. Ed in effetti, il ricchissimo affresco che ci regala Marzio Barbagli, sociologo che non ha certo bisogno di presentazioni, Professore emerito all’Università di Bologna, lo conferma.

Intanto, per esempio, cos’è che permette di stabilire con certezza che una donna è una prostituta e l’altra no? Il numero degli uomini a cui si è concessa? Il fatto che li cerchi e li adeschi? O è il denaro ricevuto la prova decisiva? (pp. 165 ss.)

Città, taverne, “stufe” e ordine pubblico

La prostituzione è un fenomeno tipicamente cittadino (pp. 72-73). Cantieri, mercati, commerci, chiese, porti… popolazione significa clienti e in città la clientela si moltiplica facilmente in quanto protetta dall’anonimato e dalla mobilità di coloro che entrano ed escono per i più vari motivi. Non a caso molte delle prostitute su cui si hanno notizie certe non erano originarie della città in cui lavoravano ma erano straniere: a Valencia soltanto il 7% delle prostitute censite era nativa di quella città (p. 26).

Fu esattamente questo il fenomeno che videro e che preoccupò gli amministratori, i predicatori, e gli osservatori medievali. Il meretricio si diffondeva e si radicava man mano che le città ingrandivano. Città piccole, minuscole se confrontate a quelle odierne, ma i 100.000 abitanti di Parigi erano una cifra enorme per l’epoca. Da Londra a Palermo, da Parigi a Colonia, da Venezia a Firenze, le femine de pecato si moltiplicavano in modo preoccupante. I predicatori parlavano di “invasione” da parte delle meretrici con un codazzo di gentaglia dedita al gioco, alle risse e alla microcriminalità. Del resto, in linea generale, dal Medioevo fino ad ora, la prostituzione è un fenomeno strettamente collegato al variegato e mal tollerato mondo della marginalità. La figura del lenone, dell’intermediario e della mezzana ne sono una delle conferme più evidenti. Il termine “magnaccia” non fa venire certo alla mente uno stinco di santo.

Prostituzione/ordine pubblico diventa quindi, dal Medioevo in poi, un binomio costante, un’accoppiata di lunga durata che attraversa i secoli. Le ramificazioni dell’ordine pubblico, si sa, erano molteplici. Le taverne, con la loro clientela disparata – abituale, ma anche di passaggio o temporanea – fittissime nelle città maggiori, erano un ottimo punto di appoggio per le prostitute, sicure di trovarvi clientela in abbondanza.

Sempre nelle città un altro luogo in cui si poteva star certi di incontrare sesso mercenario erano i bagni pubblici, chiamati generalmente “stufe”. Erano luoghi in cui igiene, salute e svago si incrociavano in un groviglio difficilmente distinguibile. Moltiplicatisi dal Duecento fino almeno al Cinquecento, i “bagni pubblici” diventarono sempre più sinonimo di sesso venale (pp. 23 ss.); ma anche mercati, chiese, porti.

Abbondanza di clientela significa anche un ventaglio di “gusti” e preferenze tra i clienti stessi. Da questo punto di vista il lenone e la mezzana ricoprivano un ruolo strategico fondamentale: alcuni erano veri e propri imprenditori avendo sotto controllo un certo numero di prostitute; altri facevano prostituire la moglie o la figlia o la sorella; altri ancora avevano legami affettivi con la loro protetta. In molti casi il mestiere di mezzana o lenone era un secondo o un terzo lavoro, svolto soprattutto da persone che col lavoro “legittimo” e ufficiale erano in contatto con molte persone.

Le città furono una sorta di alimentatore della prostituzione anche con il progressivo incremento del numero delle università. Studenti in giovane età, che spesso disponevano di cifre modeste ma abbastanza sicure per un certo periodo di tempo, erano una clientela allettante per taverne, bisbocce e prostitute – che lavorassero in bordelli o in proprio (pp. 151-57). L’A riporta gustosi frammenti di lettere rigurgitanti indignazione e rampogne dei genitori lontani che rimproveravano ai loro pupilli di buttar via soldi correndo dietro alle sottane. Anche gli eserciti avevano al loro seguito un numero imponente di “donne pubbliche” (pp. 115-124).

Dunque, per i secoli precedenti la Rivoluzione industriale, città, università e soldati sono i tre elementi cardine che alimentarono il mestiere e attorno ai quali il mondo della prostituzione gravitava.

Repressione e “male minore”

Il sogno di debellare la prostituzione – accarezzato da alcuni soggetti particolarmente pii – si rivelò una illusione. I tentativi fatti in questo senso fallirono miseramente. Si cercò allora di arginare il fenomeno in vari modi: espellendo le prostitute dalle città; tollerandone la presenza in zone limitate e comunque lontano dai quartieri centrali e dalle “donne oneste”; rinchiudendole nei postriboli: sono regole e leggi che si differenziano da città a città che che mutano nell’arco del tempo con una grande varietà di pene per coloro che non le rispettavano: dall’espulsione alla fustigazione, alla tosatura dei capelli alle multe.

La soluzione più efficace per tenere le prostitute sotto controllo fu comunque quella di istituire bordelli municipali. Come riconosceva il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia, “le meretrici sono assolutamente necessarie in questa terra” di commerci, attraversata e popolata da una “moltitudine di genti” che vi passava e soggiornava. La creazione di un bordello pubblico era considerata una soluzione ottimale.

Il dato sorprendente è che l’istituzione dei bordelli pubblici derivò da motivazioni demografiche e non “dalla credenza che gli uomini avessero bisogni sessuali più forti delle donne perché […] a lungo si è pensato esattamente l’opposto” (p. 45). Dunque la prostituzione era necessaria. Autorità e religiosi concordavano nel ritenere essa preservasse o arginasse mali peggiori quali, ad esempio, “la trasmissione di passioni e pratiche perverse dalla popolazione femminile infetta a quella sana”, il pericolo che gli uomini insidiassero e violentassero donne oneste e, infine, era molto più raccomandabile optare per la prostituzione legale che il diffondersi del “maledetto vicio contro natura” (pp. 45-46).

Contro natura: il “vizio nefando”

Per “vizio contro natura” gli osservatori medievali e dell’età moderna intendevano la sodomia omosessuale. Naturalmente deprecavano e condannavano anche la variante eterosessuale, ma a preoccuparli maggiormente era la diffusione del vizio tra maschi. Pratica che deve essere stata piuttosto frequente dal momento che negli stati tedeschi storpiavano il nome di Firenze trasformandolo in “infilzare” proprio per indicare una tendenza sessuale particolarmente diffusa nella città toscana. Del resto, un intellettuale come Machiavelli, sposato e frequentatore di bordelli, ebbe anche amanti maschi e incontri omosessuali. Ma anche la Berlino degli anni Venti e Trenta del Novecento era considerata un paradiso di emozioni forti e un fiorente punto di incontro per omosessuali in cerca di avventure (su questo vedi anche Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938))

L’A dedica un paio di capitoli al mercato del sesso omosessuale. La differenza principale rispetto al meretricio femminile sembra consistere principalmente nella durata inferiore della “carriera” dei maschi, anche se iniziava prima di quella delle donne: la pederastia indicava proprio il rapporto sessuale tra un adulto e un adolescente. In secondo luogo, generalmente i maschi non avevano bisogno di mezzani né, ancor meno, di protettori. Infine il mercato del sesso omosessuale, essendo ovunque condannato, non conobbe mai alcuna forma di regolamentazione. Forse l’aspetto più interessante risiede nel fatto che assieme al progressivo affermarsi della “morale borghese” la posizione di chi cercava e praticava sesso omosessuale divenne progressivamente più fragile. Dovendo adattarsi a una morale pubblica più ristretta e bigotta gli omosessuali diventarono facilmente ricattabili (anche con conseguenze tragiche).

L’istituzionalizzazione della prostituzione

Dunque, se il tentativo di debellare la prostituzione fallì, quello di sottoporla interamente al controllo delle autorità cittadine e governative riscontrò un successo modesto. Le autorità politiche trovarono nella tassazione delle prostitute e dei bordelli una fonte di introiti non trascurabile, ma la prostituzione non autorizzata continuò a prosperare.

Tuttavia, almeno a partire dai decenni centrali del Quattrocento, la prostituzione “istituzionalizzata” raggiunse una certa stabilità. Lo si deduce dalla consultazione delle opere di architettura. Almeno per il caso italiano, queste prevedevano che il bordello si trovasse nelle vicinanze del centro della città proprio perché si trattava di un servizio pubblico (a Bologna era addirittura vicinissima alla centralissima Piazza Maggiore) e non di rado venne a trovarsi nei pressi di istituti religiosi (con sommo rammarico e vibrate proteste degli ecclesiastici). Altri Paesi e città europei invece optarono per spostare il postribolo lontano dal centro per proteggere i residenti da un andirivieni indecoroso (ad abitare nelle adiacenze del centro erano i ceti più ricchi).

Doppia morale

Oltre che a dipendere da fattori demografici, migratori, economici, dallo sviluppo di università e città e dalla presenza di un clero non ancora del tutto uniformato a regole precise, la vitalità della prostituzione derivava anche dalla convivenza di molteplici mentalità. “È un errore pensare che in Europa vi fosse allora un unico sistema di morale sessuale, monolitico, articolato e coerente, quello cristiano” (p. 165).

Come si vede, fare la “puttana” era un mestiere degradato (contraddistinto anche da abbigliamenti particolari o da ornamenti e distintivi che le distinguevano a colpo d’occhio dalle donne oneste), ma non lo era essere cliente. Agli uomini sposati e agli ecclesiastici l’accesso ai bordelli era ufficialmente interdetto, ma quasi ovunque il loro accesso era tollerato e le pene, quando venivano applicate, erano in genere poca cosa.

In secondo luogo, i teologi ritenevano che fossero le donne ad alimentare il mercato del sesso istigando l’uomo a cedere alle loro lusinghe e alla lussuria anche perché – fino al Settecento inoltrato – la donna era considerata “insaziabile” nei suoi appetiti sessuali.

Profondissima conoscitrice dell’animo umano, la Chiesa cattolica dimostrò maggiore duttilità e una grande capacità di adattamento nel fronteggiare il problema della prostituzione in confronto alla consorella protestante, molto più rigida e severa (p. 238 ss). Considerandolo come male minore, alla fin fine riconobbe l’impossibilità di eliminarla, ma questo non significò affatto diminuire gli sforzi per contrastarla. La costruzione di decine di conventi, di Opere Pie, di istituzioni dedite al recupero etico e sociale che la Chiesa edificò e diresse stanno a significare non solo un impegno concreto, immediato, ma anche e soprattutto l’impiantare nei centri nevralgici degli stati una presenza che superava di gran lunga il contrasto diretto alla prostituzione: la costruzione degli edifici creava lavoro; lavoro veniva poi procurato a coloro che vi entravano; le doti che venivano messe a disposizione creava una lunga scia di aspiranti a riceverle. Gli aspetti sono molti e Barbagli ci segnala giustamente che questa storia ebbe in Italia un’incidenza e una durata molto maggiori rispetto ad altri stati europei, mentre i suoi effetti si intersecarono con la “criminalizzazione” della prostituta di basso rango verificatasi con l’avvento e il consolidarsi del positivismo nella seconda metà dell’Ottocento (su questo si veda Silvano Montaldo. Donne delinquenti.). Dunque, al binomio prostituzione/ordine pubblico se ne affiancò un secondo, peccato/redenzione.

Tornando alle cortigiane e alla loro vita non si fatica a ritrovare una curiosa contraddizione. Diventare cortigiana non era affatto semplice. La semplice bellezza, per quanto indispensabile, non era elemento sufficiente. Alla bellezza e al fascino innato, la cortigiana doveva unire doti non comuni: saper di arte, di musica, di poesia; conoscere a perfezione l’arte della conversazione, saper mettere a proprio agio il cliente, indovinarne a colpo sicuro i gusti e le aspettative; saper tessere relazioni negli ambienti importanti non soltanto amorose. Ed è curioso constatare come per le donne che possedevano questi requisiti la prostituzione si trasformasse in un ascensore sociale che consentiva loro perfino di potersi scegliere gli amanti e rifiutare pretendenti non graditi (p. 306). Nei periodi d’oro delle cortigiane (Cinquecento, Sette-Ottocento), molte di loro accumularono fortune enormi, alcune colossali. Ma era e restava una condizione precaria: la bellezza poteva svanire in breve tempo, la concorrenza era agguerrita, gli amanti rivolgersi ad altre, rischiavano di ammalarsi. Per queste ragioni anche le cortigiane ambivano ad accasarsi prima o poi.

Ci troviamo dunque di fronte ad un largo ventaglio di posizioni assai diverse all’interno della professione: le prostitute occasionali o part-time, le immigrate recenti in cerca di occupazione o quella che lavoravano nel bordello regolare facevano una vita stentata, poco al di sopra della semplice sopravvivenza. Le più apprezzate e intraprendenti tra potevano arrischiarsi a mettersi in proprio, mentre poche potevano unire cultura e savoir faire per schiudere le porte dell’alta società ed arrampicarsi in cima alla piramide sociale.

Prostituzione e progresso

Si tratta di un insieme di fenomeni che dal Cinquecento all’Ottocento si perpetua e si dilata. I vettori che mantenevano vitale il mondo della prostituzione continuavano ad essere gli stessi: crescita – spesso esponenziale – delle città; eserciti – che dopo la Rivoluzione francese divennero regolari e quindi molto più numerosi – e aumento della popolazione studentesca. Semplicemente, gli effetti della Rivoluzione industriale li moltiplicarono, li articolarono e li ingigantirono. Il moltiplicarsi delle professioni, con il conseguente arricchimento dei ceti borghesi dilatò la richiesta di prostitute (p. 335). In Gran Bretagna furono le città che trainarono lo sviluppo industriale – e massimamente quelle portuali – a far esplodere la domanda di prostitute. In Francia, lo sviluppo edilizio di Parigi che rinnovò la città e la ingigantì, fece la fortuna di molte cortigiane.

L’ascesa della borghesia a classe dominante determinò anche il culmine della prostituzione in quanto professione. Già nel Settecento furono molti i viaggiatori e gli osservatori che notarono l’effervescenza del fenomeno. Da Liverpool a Venezia, Roma e altrove, l’A riporta numerose annotazioni di visitatori sbalorditi nel vedere meretrici dappertutto. (Su questo aspetto si veda anche Attilio Brilli. Quando viaggiare era un’arte).

Ma fu il secolo successivo quello che conobbe la massima diffusione. Non a caso Flaubert definì l’Ottocento “il secolo delle puttane” e la prostituzione finì per interessare scienziati e medici in misura molto più considerevole rispetto al passato. Alle loro indagini si devono gli studi più approfonditi sull’argomento così che possiamo disporre di una mappatura esauriente, ampiamente e accuratamente utilizzata da Barbagli. Anche gli artisti, com’è noto, benché fondamentalmente misogini, furono assidui frequentatori delle prostitute e profondi conoscitori del loro mondo (Toulouse-Lautrec, per citarne uno, visse con prostitute per un lungo periodo).

Sul mercato librario apparvero perfino delle guide apposite con tanto di indirizzo, tariffe e specialità delle prostitute per coloro che non intendevano rivolgersi ai mezzani, anche se era facile ricevere notizie in proposito da camerieri, facchini, personale d’albergo, trattorie…

La differenza tra le cortigiane cinquecentesche e le grandi orizzontali ottocentesche stava nel fatto che ora ad essere ricercate non erano più poetesse e scrittrici, ma ballerine e donne di spettacolo. Donne di questi ambienti potevano raggiungere la notorietà diventando muse di artisti e scrittori, ma anche grazie ai nuovi media, come i poster pubblicitari o, ancor più, la fotografia: il progresso aveva inciso anche sul mondo del piacere.

Le due rivoluzioni – quella industriale e quella francese – incisero profondamente anche sulla “geografia” della prostituzione. Nell’Europa medievale e moderna lungo le rotte dei pellegrinaggi le prostitute erano sicure di poter trovare clientela con facilità. Anche i Concili attiravano un gran numero di prostitute. L’Ottocento indebolì la presa della religione sulla popolazione e queste esperienze non ebbero più la centralità di un tempo. La ebbero però quelle che testimoniavano la dimostrazione della forza inarrestabile del progresso: le Esposizioni (universali, internazionali, nazionali, regionali), con la loro capacità di attirare un numero immenso di visitatori costituirono un punto di riferimento costante per le prostitute.

Il declino della professione

Col Novecento invece il fenomeno della prostituzione cominciò a diminuire. Col tempo si affermarono nuovi costumi sessuali. Se i soldati continuavano ad essere clienti affezionati delle prostitute, che però non seguivano più gli eserciti ma si facevano trovare in loco, sempre più spesso le donne non arrivavano più vergini al matrimonio. Rispetto all’epoca vittoriana i giovani erano più liberi, avevano maggiori possibilità di incontrarsi e di ritagliarsi momenti di intimità. Anche il progressivo accesso delle ragazze alle scuole superiori e alle università ha contribuito a ridimensionare la richiesta di sesso a pagamento. Dunque, nel corso del Novecento, la prostituzione non è scomparsa, si è ridimensionata e modificata ad un tempo.

Conclusioni

Nonostante abbia scritto moltissimo (forse troppo), ho tralasciato molti aspetti di questo libro ricchissimo, divertente, spesso illuminante e fornito di un formidabile apparato di note e bibliografia. Con Comprare piacere Marzio Barbagli ci regala un libro prezioso, che apre anche molti percorsi di ricerca.

PS: per chi volesse approfondire alcuni aspetti, segnalo che l’ultimo numero del Giornale di Storia è dedicato alla prostituzione.

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