Epidemie, malattie e altre sfortune.

Tempo fa ho buttato giù qualche riga titolando l’articolo Entrare “di traverso” nella storia in cui accennavo ad alcune fonti che a mio giudizio sono particolarmente utili per la comprensione della storia. Qui riprendo e amplio un poco il discorso saccheggiando le biblioteche digitali. Le fonti, che non cito come si farebbe in un saggio su rivista (del resto queste note non lo sono, sono una specie di brogliaccio) provengono da Google libri, Internet Archive, MDZ e, per il Colera a Bologna, dallo splendido portale realizzato dalla biblioteca Archiginnasio: 1855 Cholera morbus. Società e salute pubblica nella Bologna pontificia

Avvertenza

Va da sé che da sole non bastano: occorre inquadrarle nel contesto economico, produttivo, politico locale e collegarlo al quadro nazionale; restano esclusi qui monografie già pubblicate e materiale d’archivio. Ma, ci tengo a ribadirlo, un blog non è una rivista specializzata. Ciò che si può fare con un blog è incuriosire, suggerire dei percorsi, indicare delle fonti. E ciò di cui disponiamo oggi è comunque sufficiente a rendere l’idea di mondi oggi scomparsi e di dinamiche che hanno attraversato la storia.

Con i limiti appena indicati (e altri che emergeranno nel corso del racconto), la storia delle epidemie offre molti spunti e indicazioni. Prendiamo, ad esempio quella di colera asiatico che colpì più volte il nostro paese.

Abitare in città

Siamo nell’anno di (dis)grazia 1854, anno funesto perché il “morbo asiatico” infuria in molte zone e città della penisola. I medici, affermati o sconosciuti che siano, scrivono molto sull’epidemia e in molti casi le loro relazioni sono infarcite di informazioni preziose.

Possiamo iniziare il nostro viaggio partendo dalla considerazione più ovvia, sostenuta dalla maggioranza dei medici, e cioè che le epidemie colpiscono molto più violentemente i poveri di chi vive in condizioni agiate: “in generale i poveri più che i ricchi sono dal cholera mietuti”, sintetizza la Regia Commissione Medica Piemontese, con un parere che trova un consenso unanime tra i medici dell’intera penisola. Gli scritti dei medici ci permettono dunque di avvicinarci alle abitudini e condizioni di vita delle classi popolari.

L’alimentazione

Il nesso tra povertà e epidemia è ben illustrato da caso genovese. L’anno precedente l’epidemia è stato un anno strano: particolarmente e insolitamente freddo al punto che a luglio l’estate non si era ancora presentata; battuta da venti freddissimi in un inverno protrattosi molto più a lungo rispetto al normale. Poi, da luglio inoltrato, la città ha dovuto fare i conti con un caldo torrenziale. Gli anziani faticano a ricordare annate così strane e inclementi. La durezza di quell’annata eccezionale provocò una grave carenza di cereali, vino e prodotti dell’ulivo e a farne spese, prima e più di tutti, è la popolazione che si trova “stipata nei quartieri più poveri, più sudici e mal collocati della città”. Le autorità corrono ai ripari abbassando il prezzo del pane e allargando i cordoni della borsa della beneficenza, ma questi provvedimenti si dimostrano insufficienti.

A Genova il popolo minuto si ciba in larga misura di pesce. In quell’anno il mare è stato generoso; la pesca degli scampirri è stata abbondante: i genovesi mettono sott’olio la carne di tonno giovane (gli scampirri, appunto) e ne fanno provvista per i mesi invernali. La disponibilità di tonno a buon mercato si prolunga fino alla primavera e oltre. Senonché la scarsa disponibilità di olio costringe la popolazione a sostituirlo con olio di sesamo e un altro condimento che i genovesi chiamano colsat; condimenti di scarsa qualità che provocano una “corruzione putrida” nel pesce. Il rischio di ritrovarsi con merce invenduta, “indusse necessariamente i venditori a ribassare straordinariamente il prezzo del tonno, che a qualche soldo per lib[b]ra smerciavasi con grande affluenza”. I genovesi, insomma, si ingozzano di “tonno guasto”.

Nutrirsi di cibo “guasto” non è affatto salutare. E’ vero che una lunga tradizione medica distingue tra gli stomaci dei ricchi e quelli dei poveri: più delicato quello dei primi e più robusto e lavoratore quello dei secondi. Il che significa che i poveri possono nutrirsi di alimenti che ai ricchi risulterebbero non solo indigesti ma molto difficili da digerire. Ma oltre al fatto che questa teoria sta perdendo terreno tra i medici, una cosa sono i cibi pesanti, un’altra la carne andata a male: “l’abuso […] de’ crostacei e de’ pesci di cattiva qualità” può “contribuire non poco alla produzione di siffatto morbo”, avvertono i medici da Venezia. Insomma, mangiare carne guasta infiacchisce il fisico e lo predispone a contrarre la malattia.

A Napoli “quasi tutti sono soliti, chi uno chi due volte la settimana, mangiar minestre verdi, sia di cicorie, sia ancora di cavoli cappucci, che ben condiscono con grassi e con salami”. In quell’anno però le erbe usate normalmente per condire si presentano “arsicce”, dure e poco invitanti. La gente preferisce di gran lunga la frutta: mandorle, pesche, pere, fichi, meloni e poponi, tutti disponibili in gran quantità e a bassissimo costo. Ma la frutta, sebbene consigliata da alcuni medici durante il corso della malattia, è generalmente guardata con sospetto. Fermenta e per questo si ritiene che favorisca disturbi gastrici e perciò il suo consumo è altamente sconsigliabile nel corso di un’epidemia di colera. A Bologna viene vietato anche il consumo di latte in quanto “scioglie il ventre”.

Anche a Roma, in occasione dell’epidemia del 1867, sono i quartieri popolari quelli più colpiti: Monti, Trastevere e Borgo. Qui, curiosamente – stando almeno all’opinione di un osservatore – sono i locandieri e gli osti ad essere additati di fornire piatti dalla salubrità discutibile gli avventori. A suo dire, “si può dimostrare che gli abitanti dei tre detti Rioni impotenti per buona parte a procacciarsi un vitto scelto nelle proprie case sono costretti di andarlo a consumare nelle taverne”. Un’affermazione quanto meno insolita, anche se è vero che il numero delle osterie e delle taverne è alto.

A Volterra la connessione tra alimentazione insufficiente e/o scadente appare molto meno evidente. I “tre quarti” della popolazione guadagna “discretamente nelle manifatture degl’alabastri”, cosa che le consente di “cibarsi bene”, ed infatti “il primo pensiero della mattina è quello di portarsi alla piazza a scegliere i migliori bocconi”, la cui natura però ci resta ignota. Eppure anche qui, come vedremo tra poco, i colpiti furono molti.

Tuguri, camerette, caverne

A metà secolo, tra due epidemie di colera, Bologna è colpita da un’epidemia di vaiolo. Non tutta la città in verità è interessata allo stesso modo: “al levante ed al settentrione della città […] non vi [sono] che pochi e rarissimi casi”. Al contrario, nelle “contrade S. Felice e Lamme e [le] vie intermedie a queste” sono più colpite. “S. Felice e Lamme [Lame]” sono i quartieri popolari. Qui “molte donne, quasi tutte madri di numerosa e tenera figliuolanza”, vanno “a certi magazzini detti di abbigliamento, a talune sartorie militari per prendere a cucire camicie, mutande, calzoni, cappotti ed altre tali cose, nelle quali sartorie vi si trovavano d’ordinario alcuni militari, i più malconci di vestito, per essere provveduti di quanto loro occorreva ed in quei magazzini eranvi, oltre gli indumenti nuovi già lavorati, grandi depositi di spoglie lorde, guaste e dismesse”.

Frugare tra quegli stracci infetti significa diffondere il morbo. Sarte, cucitrici, filatrici, casalinghe e straccivendole alla ricerca di qualcosa diffondono involontariamente la malattia. “Ad agevolare la propagazione e diffusione”, osserva un medico “vi ebbe gran parte la trascuranza nei più di ogni precauzione sanitaria […]. Convivevano assieme sani e malati dentro camere anguste, oscure, non ventilate, e certuni di questi avevano perfino il letto comune con essi […]. A quelle camere medesime dove stavano vaiuolosi avevano adito liberamente le persone tutte che abitavano la casa od altre fors’anche delle contrade, essendo propria di quella classe di gente una speciale vicendevole famigliarità e comunanza di vivere.

Quando sul finire del 1854 fa la sua comparsa il Colera, la malattia si presenta “in una parte della città dove regna maggior sucidume e grande miseria; ove non è infrequente l’incontrare nello stesso ambiente l’uomo col giumento o cavallo vivere insieme; ove le case e le strade mancano di chiaviche e degli scoli opportuni onde di continuo s’innalzano putride emanazioni”. Si tratta della via Pratello, in pieno centro. Stranamente la malattia risparmia quasi completamente quella zona. Infuria comunque in altre ed anche in questo caso il maggior numero di vittime si verifica tra le classi popolari: braccianti, canapini, lavandai, cucitrici e professioni che richiedono il contatto col pubblico.

Anche a Napoli le “lavandaje” e le loro famiglie han sofferto il colera”. E anche qui i medici suppongono perché si “trovavano di essere a contatto di oggetti imbevuti di materiali colerici”. Le osservazioni dei medici di Bologna e Napoli si possono confrontare con quelle di un collega di Milano il quale, notando una netta maggioranza di casi maschili rispetto a quelli femminili, la attribuisce al fatto che, diversamente alle donne di campagna, le milanesi escono poco di casa. Siamo allora di fronte ad una forma di socialità popolare diversa, già influenzata dalla maggior riservatezza della borghesia. Senza dubbio lo è rispetto alla pullulante e vivacissima socialità napoletana.

La situazione di Napoli è per certi aspetti spaventosa: nel quartiere Chiaja vi sono le Grotte degli Spagari, definite in una pubblicazione “vere tane destinate per numerose famiglie”; nel Quartiere Porto “sopra quelle arene e que’ frammenti di rottami misti a depositi lasciati dalle acque e dalle impurità, […] vennero costruite alcune case senza simmetria, senza ordine, senza lume, senza sole; piccoli e stretti viottoli, altri chiusi ed impervi, altri serpeggianti in labirinti; e qui un arco e là un angolo; e per tutto, luridezza e malproprietà. Case elevatissime” prosegue l’impietosa descrizione, “con scale strette nere affumicate, che mettono per ogni pianerottolo in una o più stanzette, che si aprono in que’ viottoli o in una piccola corte come in un pozzo. Condotti di acque immonde con poco declivio verso il mare, quasi ristagnanti sopra un terreno bibulo […]. E miserabili di ogni maniera si adunano in que’ tugurii, e non sempre una sola famiglia, ma spesso diverse persone e grandi e piccole si raggruppano la notte in mezzo a ’miasmi che esalano da ogni maniera d’impurità”. Non a caso qui il colera fa una vera strage.

Lo stesso vale per Genova: le case abitate dalla “plebe”, riferisce un medico nel 1835, “sono situate in viottoli ristrettissimi, mancano di cortili, di aria e di luce; le stanze sono basse, ristrette e immonde; le persone entrovi stivate” . Identica situazione a Volterra, dove nelle vicinanze del Collegio di S Michele si trovano “case tanto malsane e sudicie da non mai figurarsele, ed i loro abitanti dei più miserabili della popolazione […], certi tuguri umidi e sudici da non saper farsi idea del come si possa vivervi a lungo”. Anche a Brescia il morbo fu più violento nei quartieri popolari: “si fissò nelle parrocchie di S. Giovanni e di S. Faustino, facendo segno de’ suoi danni la poveraglia in esse stanziata. Gli attacchi si andavano moltiplicando in guisa che intorno alla metà del mese contavansene più di trenta al giorno”. Agghiaccianti le scene riportate a Palermo:

Furono i soliti chiassi e viuzze strette furono gli antigienici catodi e le case sottostanti al livello delle strade che diedero il maggior contingente di morti Era cosa desolante davvero per chi entrava in quei tuguri ove manca l’aria la luce e l’olfatto è ferito da una nauseante esalazione di umidità e di muffa il vedere poveri infermi giacere a terra o su luridissimi pagliericci spesso senza lenzuola e senza coperte tenersi coricati a fianco dei teneri pargoletti e di giovanette adolescenti che spesso poi erano attaccati dal morbo. In un meschino catodio del Chiasso Sciacchittano una sera giacevano sullo stesso letto un bambino a 22 mesi già morto la madre affetta da colèra tifico ed una fanciullina con sintomi di colèra a primo periodo simile scene non erano rare ad osservarsi.

Il problema degli alloggi riguarda tutte le grandi città. A preoccupare la Commissione d’igiene di Torino sono le “soffitte” nelle quali la “povera gente vi gela nell’inverno e vi soffoca nella ‘state”. Sarebbe anche il caso “che si provvedessero alcuni locali sufficientemente riscaldati per l’inverno nei quali vi fossero tavolati con poca paglia sopra di essi affine di ricoverarvi quegli infelici specialmente fanciulli che si rinvengono giacevoli per le vie sul nudo suolo con grave scandalo dei forestieri specialmente e con evidente pericolo per la salute di questi meschini”.

Quando le malattie contagiose arrivano in città, le “soffitte” di Torino o i ballatoi di Milano si trasformano immediatamente in focolai d’infezione che diffondono velocemente la malattia di caseggiato in caseggiato.

Alcune piste

Cosa troviamo in questi tuguri e camerette assai poco accoglienti? Il fatto che siano affumicate ci dice che nei mesi invernali sono riscaldate alla meglio; che vi è una grave insufficienza di “letti e coverture” cioè coperte; che molti – soprattutto se orfani o giovanetti o donzelle – dovendo essere rivestiti in quanto il loro vestiario, sporco e infetto, viene bruciato, non dispongono nemmeno di un cambio di biancheria. Ci mostra una promiscuità di fronte alla quale non pochi medici e i borghesi si ritraggono inorriditi e che, a sua volta, suscita interrogativi.

Quante famiglie condividono quelle camere molto meno che modeste? Chi sono “tutte le persone che abitano la casa? Cucitrici certo, ma gli altri? Quanto costano gli affitti? A chi appartengono allora quelle abitazioni precarie? Se non si dispone neppure di un ricambio di vestiario è difficile immaginare una casa di proprietà. E, allora, qual è la politica edilizia nelle città? Uno spunto ci viene da un medico bresciano.

A Brescia la scabbia non è un problema grave; è presente ma non diffusa. Non di meno il medico ne parla: “ho potuto convincermi”, scrive,

che il mezzo più ovvio di comunicazione della scabbia trovasi radicato nelle locande in cui il povero e l’accattone vengono ricoverati la notte”. Se le autorità non si decidono a chiudere i Ricoveri di Mendicità “non si perverrà mai, per quanto severa sia la vigilanza dell’Autorità politica, ad eliminare da siffatti ricetti i fomiti della diffusione scabbiosa, non solo fra la poveraglia stazionata nella città, ma anche nelle genti di campagna; imperocché servono le locande del mendico cittadino a dar ricovero ben di frequente al terrazzano, allorquando le sue faccende lo obbligano a qui trattenersi la notte.

Ma chiudere quegli “asili” non è decisione che si prende a cuor leggero. Costano poco – da 3 a 12 centesimi a notte – e “il buon prezzo è tale incentivo, che fa trascurare i più essenziali riguardi anche da quelli che non devono comprendersi nella categoria dei poveri, e invita talvolta anche l’agiato campagnuolo, cui preme l’avarizia, a dar la preferenza a questi alberghi liberi d’ogni soggezione”. A Milano, durante l’epidemia di colera del 1867, le forze dell’ordine “fecero visite domiciliari” presso alcuni affittaletti “esigendo, ove occorreva, diminuzione nel numero dei letti, imbiancatura delle pareti, maggior pulizia nella biancheria”; ma anche la Commissione di Sanità della capitale lombarda deve riconoscere che questi “notturni convegni di gente avveniticcia, sono sempre fonte di disordini e di diffusioni di contagi, specialmente in alcuni dei quartieri più popolati della città”.

La sostanziale impossibilità di chiudere quei ricoveri a basso costo rimanda senza dubbio ai rapporti tra città e campagna, legami ben saldi soprattutto per le piccole realtà di provincia nelle zone agricole, ma anche ad una notevole mobilità interna alle città, a quella “comunanza di vivere” dei ceti più bassi notati a Bologna, ma che riguarda il popolo napoletano come quello di un’infinità di altri luoghi: “tutti, come qui si costuma, in qualunque malattia, amici, vicini, parenti, di qualunque età e sesso, visitavansi, conversavano non solo con chi serviva i vajuolosi, ma con questi medesimi”, osserva il medico del piccolo comune pugliese di Castellaro.

Il dato interessante non risiede tanto nella registrazione puntuale delle abitudini e dei comportamenti, ma nelle domande che sollecitano. Se si collega l’immensa povertà di questa umanità alla sua stessa esistenza, allora si finisce per inoltrarsi nella ricerca di traffici illegali, del contrabbando e dei suoi legami col banditismo (non solo meridionale), e cioè in una sfaccettata illegalità che mantiene in una certa misura il mondo legale e gli consente di funzionare anche in tempi di crisi profonda (e temuta). La proverbiale arte di arrangiarsi degli italiani non può essere considerata una spiegazione sufficiente. Dietro a qualunque professione, più o meno lecita che sia, ci sono interessi che occorre indagare.

Prime conclusioni

Moltissimo è rimasto fuori da questo articolo. La condizione di lazzaretti e ospedali, le molte paure suscitate dalla malattia, la diffidenza popolare verso la medicina ufficiale e i medici e, per contrasto, il dilagare di praticoni, cerretani e consimili che riscuotono ampi consensi tra la gente comune e provocano invettive tra la corporazione medica.

Un’altra pista da seguire attentamente è il linguaggio usato dagli osservatori. Medici o altri che siano, appartengono tutti ai ceti dominanti (anche nel caso dei medici condotti, che non se la passavano affatto bene). Termini come plebe, poveraglia, miserabili, meschini ecc. sono griglie interpretative grossolane. Se non aiutano a mettere a fuoco il mondo delle professioni e delle sue dinamiche, dicono molto però sulla distanza tra le classi sociali. Non è difficile riscontrare la congiunzione tra la preoccupazione per le condizioni igienico-sanitarie dei ceti popolari e l’auspicio di misure repressive. Ad esempio, la Commissione di Sanità di Torino ritiene che provvedendo con alcuni locali adeguatamente riscaldati e confortevoli, “si potrebbe dar ordine alle pattuglie giranti la notte di raccogliere questi infelici ed ivi condurli tanto più che sovente solto questa apparente miseria celasi la malizia ed è noto che alcuni fra di essi fanno la spia ai ladri notturni”.

Osservare quando e come questo linguaggio paternalistico ma sprezzante che traspira ripugnanza e paura comincia a cambiare, può rivelarsi una buona spia per mettersi sulle tracce di cambiamenti più profondi e decisivi. Siamo di fronte ad uno dei fenomeni tipici di lunga durata della nostra storia. Per questo ho assemblato articoli scritti a decenni di distanza, ma anche su questo dovremo tornare.

Alla prossima puntata.


Recensione. Alberto De Bernardi: Il paese dei maccheroni

Un libro piacevolissimo, frutto dell’intreccio tra storia locale, nazionale e internazionale; storia sociale e dinamiche economiche; ricettari e intuizioni imprenditoriali

“Mangiamaccheroni” e “mangiaspaghetti” sono espressioni – non propriamente lusinghiere – che connotano gli italiani nel mondo. Come mai l’Italia è diventato il paese dei maccheroni nel mondo? Perché un piatto “povero” e popolare ha finito per connotare un popolo intero? Sono domande legittime e intriganti tanto più se si pensa che la pasta secca, nelle sue decine di varianti e misure come oggi la conosciamo e consumiamo (spaghetti, vermicelli, bucatini, favette, maccheroni, gobbetti, rigatoni…), è diventata piatto nazionale soltanto a fine Ottocento.

Il merito principale del libro di De Bernardi è proprio quello di delineare in modo convincente il percorso storico che ha fatto della pasta un manifesto di italianità nel mondo.

Per arrivare all’esito di questo processo l’A. costruisce la narrazione su più livelli intrecciandoli ad ogni snodo fondamentale. Naturalmente impasti di vario genere circolavano da tempo immemorabile nell’area del Mediterraneo ma furono le conseguenze dell’epidemia di peste di metà Seicento a innescare, soprattutto nell’Italia meridionale e nel napoletano in particolare, il processo che avrebbe finito per portare all’affermazione dei maccheroni.

Il deflusso della popolazione rurale verso la città di Napoli finì per creare quel “ventre di Napoli” poi descritto in modo magistrale dalla Serao: lazzaroni e lumpenproletariat che progressivamente congestionano la città creando quartieri sovraffollati e dalle condizioni igieniche spaventose – una massa di popolazione che vivacchia con l’arte di arrangiarsi” ma che desta preoccupazioni e ansie nei governi e nelle classi dirigenti. Per sfamarla e tenerla quieta i governi calmierarono innanzitutto il prezzo del pane, ma successivamente anche quello della pasta. Allo sguardo acuto di Goethe non sfugge la parte visibile di questo processo: di passaggio a Napoli nel 1787 il poeta notò che i maccheroni, questa “pasta fine, cotta e foggiata in varie maniere” veniva venduta ovunque per pochi soldi (p. 112).

Ma altri fenomeni si erano smossi in sottofondo. Uno dei più significativi è dato dalla separazione tra fornai e pastai all’interno delle corporazioni di mestiere: i pastai, consapevoli dell’importanza che la pasta secca veniva assumendo nella dieta delle classi popolari, si organizzarono per conto proprio.

Indistinguibili dalla miriade di botteghe artigiane, i primi pastifici erano poco più di semplici botteghe a conduzione famigliare. Affinché la produzione aumentasse era necessario che si verificasse una serie di fattori. Il primo riguardava il superamento della forza muscolare: un uomo non è in grado di impastare più di un certo quantitativo di pasta. Rudimentali attrezzi che consentirono il superamento di questo problema furono la stanga in un primo momento e il “congegno” in un secondo; in secondo luogo si presentò il problema di disporre di maggiore energia che non fosse quella umana. L’Italia non si era inserita nel vortice della rivoluzione industriale essenzialmente a causa della mancanza di carbone. Nel caso della pasta si ovviò a questa assenza sfruttando l’energia dell’acqua. Per questa ragione i mulini assunsero un’importanza fondamentale nei primi laboratori artigiani e fu sempre la disponibilità di acqua in molte zone del Paese a consentire la proliferazione di pastifici in zone meno vantaggiate rispetto al terzo fattore essenziale: la pasta doveva essere essiccata perciò occorrevano ventilazioni particolari. Fu questa la ragione fondamentale per cui Gragnagno e Torre Annunziata divennero centri propulsori della produzione di pasta secca: i venti che spirano in quelle zone erano eccellenti per essiccare la pasta.

Ma l’insieme di questi fattori non è sufficiente a spiegare il successo della pasta. Ve ne sono almeno altri due di capitale importanza.

Il primo riguarda la progressiva sparizione della carne sulla tavola delle classi popolari. In altri termini, nel corso dell’Ottocento i contadini si impoveriscono al punto che, in vaste zone del Paese, non riescono neppure a disporre di un’alimentazione sufficiente: l’estendersi della pellagra ne è l’esempio più probante. (Su questi aspetti si possono vedere Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza e Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).

È qui che entra in gioco l’importanza nutrizionale della pasta: il glutine è ricco di proteine e può supplire almeno in parte allo scarso consumo di carne. Ed è per questa ragione che Napoli non era l’unico centro produttivo di pasta importante. Per un certo periodo lo fu anche Cagliari, mentre Genova e la Liguria seppero ritagliarsi uno spazio notevole sul mercato indirizzando la propria attività pastarie alle regioni vicine. Non era un caso che Napoli e Genova avessero in comune la presenza di porti attivi. Infatti gran parte del grano duro, occorrente per la preparazione di pasta di buona qualità, proveniva dalla Russia.

Così, mentre l’Italia settentrionale restava sotto il dominio della polenta e del mais, la disponibilità di acqua, associata al talento di piccoli imprenditori che avevano fatto la gavetta, fu all’origine della creazione di pastifici anche in zone nelle quali questa lavorazione artigianale era sempre stata marginale, nel Lazio, negli Abruzzi, per esempio: classico è il caso della De Cecco, ma De Bernardi ne illustra anche altri.

Questi elementi si fondono con il secondo fattore di importanza decisiva: la mutazione del gusto. Fino a tutto il Seicento la pasta fu parte integrante della gastronomia riservata alle classi abbienti. Era parte integrante di una cucina che aveva più attinenze con l’esposizione del lusso e del potere economico che della dieta: in un contesto in cui pasticci, timballi e altri composti erano estremamente elaborati e farciti, la cucina rispondeva alla crapula e alla spettacolarizzazione.

Il formarsi della borghesia come classe e la sua crescente influenza finirono per accantonare queste tendenze. Cominciò ad affermarsi un gusto pur sempre elaborato ma più sobrio e dietetico, più rispondente alle esigenze dell’intimità di un convivio pensato per famigliari e una cerchia ristretta di amici e che, assieme al gusto unisse un apporto energetico. Così come stava accadendo in altri ambiti – ad esempio nel vestiario, che diventa più comodo, confortevole e pratico, rispondente ad esigenze inedite di mobilità e di nuovi mestieri (vedi Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale), il numero delle portate diminuisce, le ricette si semplificano e la pasta comincia ad assumere una fisionomia propria.

Nel presentare e discutere questi processi De Bernardi si affida a ricettari “farcendo” la narrazione storica di ricette che uniscono al valore documentale il piacere di incuriosire il lettore su piatti dimenticati. I ricettari consentono all’A. anche di chiarire di processi di diffusione della pasta. La grande opera di Artusi non contempla la cucina meridionale e la pasta.

A fare la fortuna della pasta nel mondo è la massiccia, ininterrotta emigrazione soprattutto dei contadini poveri del Sud nelle Americhe. È tramite gli immigrati – che portano con sé abitudini anche alimentari e tendono a creare “little Italy” un po’ ovunque – che imprenditori intraprendenti come De Cecco trasformano il mercato della pasta da locale a mondiale.

Infatti in patria la pasta fatica ad affermarsi. Il consumo resta per lungo tempo limitato. Sebbene aumenti durante l’età giolittiana e, soprattutto, con quel gigantesco rimescolamento di uomini e tradizioni che fu la Grande Guerra, coll’affermarsi del fascismo, la pasta – tanto nel consumo che nella produzione – va incontro a difficoltà crescenti. Innanzitutto gli Stati Uniti bloccarono quasi completamente l’immigrazione dal vecchio continente. Secondariamente, ad onta dei proclami e della propaganda, il tenore di vita delle classi popolari peggiorò in modo consistente con ripercussioni gravi sul consumo di pasta. Inoltre, nonostante la strombazzata “battaglia del grano” e le bonifiche, non solo la produzione non raggiunse livelli soddisfacenti, ma la qualità del grano prodotto non era all’altezza di quello importato e le importazioni divennero più difficili per varie ragioni (discusse egregiamente dall’A.). Infine, proprio in ragione della politica autarchica, il regime tentò di favorire il riso a scapito della pasta.

E tuttavia, nonostante l’agire di questi elementi sfavorevoli, non solo il riso non riuscì mai a soppiantare le preferenze degli italiani per la pasta, ma la sua produzione conobbe il passaggio decisivo con la messa a punto di una produzione continua che unificava in un unico processo i procedimenti che prima venivano effettuati separatamente.

Ed è un passaggio che segna anche un mutamento profondo nella geografia della produzione della pasta. Si verifica infatti nella Valle Padana, a Parma con la Barilla, che diventa uno dei centri più importanti nella produzione di pasta.

Mentre il meridione non riesce ad inserirsi nel processo di innovazione tecnologica, il regime funse dunque da incubatrice per il successo della pasta a livello mondiale: packaging e pubblicità, ripresa degli scambi e un gusto ormai definitivamente affermato connotano definitivamente gli italiani con la produzione e il consumo di pasta.

De Bernardi ci regala un libro che va molto al di là di una semplice storia sociale della pasta. Vi è molto di più in questo libro e di quanto io abbia detto qui. Il paese dei maccheroni è un libro veramente “gustoso che consiglio davvero con piacere. Buona lettura.


Un portale per la storia della Campania

Un nuovo portale per la storia della Campania.

In più occasioni ho sostenuto che il web, quando usato con criterio, si dimostra uno strumento potente per la diffusione della conoscenza. Una riprova di questa mia convinzione (sulla quale, certamente, si potrebbe discutere) è questo nuovo portale: Storia della Campania.

Nelle intenzioni dei promotori (Daniele Santarelli e Armando Pepe) il portale Storia della Campania

vuol essere un punto di incontro e di riflessione interdisciplinare per tutti gli studiosi, i cultori e gli appassionati della storia di questa regione tanto ricca di contraddizioni così come di testimonianze storiche, artistiche e culturali, e del suo ruolo nel contesto globale, europeo e mediterraneo. L’interesse del progetto attraversa il corso dei secoli, dall’antichità fino all’età contemporanea, senza particolari discriminanti cronologiche e/o tematiche.

L’auspicio è poter dar luogo ad un autentico, grande cantiere interdisciplinare che, nel rispetto delle specificità dei singoli settori di studio e degli interessi di ricerca e dell’autonomia dei singoli studiosi e ricercatori che vorranno contribuirvi, favorisca lo scambio di competenze ed idee nell’interesse comune.

Il portale è strutturato in diverse sezioni. In considerazione del carattere di work in progress del progetto e della flessibilità consentita dalla sua collocazione in rete, questa strutturazione non è definitiva e potrebbe subire importanti cambiamenti in corso d’opera.

  • Dizionario: dizionario storico con voci biografiche e tematiche di interesse per la storia della Campania.
  • Fonti: trascrizioni di fonti storiche di interesse per la storia della Campania, accompagnate da commento e inquadramento storico e storiografico.
  • Testi: rassegna in formato digitale di articoli e contributi, editi e inediti, di interesse per la storia della Campania.
  • Strumenti: cronologie, cronotassi, cartografie storiche e approfondimenti tematici di interesse per la storia della Campania.
  • Storici: profili biografici di storici che hanno contribuito con le loro ricerche alla storia della Campania.
  • Bibliografie: rassegne bibliografiche su specifici temi attinenti alla storia della Campania.
  • Links: liste di siti web di interesse per la storia della Campania.

Diverso nella struttura ma simile nelle finalità, Storia della Campania può essere affiancato a Storia e memoria di Bologna e ad altri siti e portali dedicati a singole realtà che incontreremo.

La presentazione del portale ci mostra un progetto ambizioso. Ma d’altra parte Santarelli e Pepe hanno una ottima esperienza in questo genere di progetti: entrambi sono tra gli ideatori del Cantiere Storico Filologico che ospita vari progetti, siti e blog.

Non ci resta che monitorare – e, perché no? – sostenere la crescita di Storia della Campania. In più occasioni ho presentato materiale riguardante la regione campana. In questa occasione, per evitare di ripetermi con un lungo elenco, mi limito a ricordare la Biblioteca Digitale sulla Camorra, i periodici della Emeroteca Tucci segnalati in Periodici e Giornali digitalizzati Parte VIII e la Rivista Municipale di Napoli segnalata in Riviste dei principali municipi italiani.

Buon lavoro e in bocca al lupo a Storia della Campania.