Epidemie, malattie e altre sfortune – Seconda Parte

La storia delle epidemie ha una storiografia foltissima. Questi articoli non hanno lo scopo di aggiungere nulla di nuovo sull’argomento. I libri non sono sufficienti per fare ricerca storica; lo storico ha bisogno di integrare i suoi studi con altre fonti, archivistiche in primo luogo, ma non solo. Tuttavia questo materiale è importante, perciò pesco liberamente dalle biblioteche digitali saggi e opere che contengono informazioni che vanno al di là dell’argomento specifico. Si tratta di una letteratura in parte indagata, ma per molti aspetti non ancora utilizzata e sfruttata adeguatamente. Perciò mi limito ad alcune indicazioni.

Paure

Dopo le riforme introdotte in ambito medico dalla Rivoluzione francese il medico

“dovette gettarsi fra il popolo, smettere il suo aspetto grave e meditativo, il suo passo moderato, il sussiego, il mistero, la riservatezza: gli fu forza rinunciare alla sua parrucca inanellata, alle corte braghesse, ai dorati fibbioni […] all’anello dottorale. Bisognò che tutto riformasse […] e niuna differenza da quinci innanzi ponesse ne’ tratti fra il plebeo e il nobile, fra il ricco e il povero”. (Antigono Zappoli, Il medico di tutti i secoli, Bologna, 1855, volume 2. Nelle biblioteche digitali ho trovato soltanto il primo volume dell’opera).

Sembra quasi di leggere un necrologio. In effetti, in parte è così: la nostalgia del tempo che fu, il rimpianto del medico che scrive queste righe poco prima della metà del XIX secolo, sono il necrologio dell’Ancien régime, di quella intera epoca spazzata via dalla Rivoluzione francese (su questo, vedi Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione). La creazione delle condotte mediche e l’obbligo di frequentare le corsie d’ospedale registrando il decorso della malattia e le condizioni del paziente sul “tableau” (l’antenato della cartella clinica) sono provvedimenti che per un certo periodo i medici vivono come un declassamento: le condotte mediche, soprattutto quelle di campagna sono vaste e difficili da percorrere: in inverno molte strade diventano sentieri fangosi a causa del maltempo; spesso i municipi rifiutano di fornire ai dottori un cavallo per spostarsi; il lavoro diventa faticoso e malpagato. Le lamentele dei medici si moltiplicano: gli archivi comunali sono zeppi di questi reclami.

“Gittarsi tra il popolo” può significare molte cose. Innanzitutto si tratta di una scoperta. Non che prima le classi dirigenti non sapessero della condizione disperata delle fasce più povere della popolazione; ma si trattava per lo più di informazioni filtrate dalla sensibilità dei parroci, degli enti caritatevoli, di qualche filantropo. Ora i medici entrano nelle case – nei “tuguri”, come abbiamo visto nell’articolo precedente (Epidemie, malattie e altre sfortune.). Una cosa è sapere che ci sono condizioni di povertà; un’altra, e ben più sconvolgente, è vederla e conviverci – sia pure per il breve tempo di una visita. Toccare corpi sporchi giacenti in “letti” che spesso sono pagliericci con lenzuola e coperte non lavate da settimane se non mesi, frequentare corsie d’ospedale quando quest’ultimo è descritto spesso come una sorta di anticamera della morte (lo vedremo nei prossimi articoli); tutto questo provoca un profondo senso di declassamento nella categoria.

Il medico condotto svolge la funzione di cerniera tra le classi popolari e i ceti dirigenti: per formazione e cultura appartiene ai secondi, ma convive e lavora tra le prime. La popolazione dell’isola detta della Giudecca, a Venezia, “isola la più miserabile dove l’ozio, l’infingardaggine, la sporcizia, il puzzo delle case e degli abitanti non sono esprimibili” viene ritratta in modo impietoso: “lavoratori di corda, facchini da biade, pescatori tutti cenciosi vedonsi colle mani sulla cintola, donne cicalanti a torme di dodici, sedici con bambocci in braccio che non fanno nulla nemmeno filare” (Francesco Maria Marcolini, Intorno al cholera cianico di Venezia nell’ anno 1835. Annotazioni. Un’accozzaglia di gentaglia insomma.

Non sarebbe difficile moltiplicare descrizioni di questo tenore in relazione a molte città. Da esse traspare un disprezzo frutto di retaggi culturali radicati (la miseria come colpa del povero); ma che deriva anche dal contatto con soggetti sociali ritenuti inferiori.

Diffidenze

Soffermiamoci su questo aspetto anche se ovviamente non è l’unico. In primo luogo, in line a generale, le notizie attinenti le malattie venivano distorte con grande facilità. A Brescia, “la riproduzione di tal morbo succeduta in Vienna nella primavera del 1832 non turbò minimamente [la cittadinanza], e la sua scomparsa dagli stati austriaci in seguito avvenuta la rafforzò nella fiducia che l’Italia ne sarebbe andata per sempre incolume […]. L’idea ch’erasi formata questo popolo […] rappresentava il cholera come una malattia destinata a mietere le sue vittime nelle grandi città e nelle capitali, ove dappresso all’opulenza ed al fasto scorgesi la più turpe miseria ed il più ributtante squallore, o in paesi di mal’aria, o sopra terreni pessimamente condizionati e popolati da genti povere e sudicie. Da qui si fece forte nell’opinione che un tal male non avesse ad estendere le sue radici, né potesse allignare sopra un suolo dei meglio costituiti, in un’aria generalmente pura, e sotto un cielo mite, sereno e sfolgorante di luce qual è quello d’ Italia” (Guglielmo Menis, Saggio di topografia statistico-medica della provincia di Brescia: aggiuntevi le notizie storico-statistiche sul cholera epidemico che la desolò nell’ anno 1836).

Suggestioni e dicerie (alle quali non sono del tutto estranei nemmeno i medici, come avverte uno di essi), forse dovute a “un sommo pregiudizio ed errore adottato non solamente dal volgo, ma eziandio da molti che al volgo non appartengono […], fu quello che il vero e legittimo cholera morbus per esser tale debba troncare la vita degli attaccati in poche ore” (Giovanni Filippo Spongia: Comentarii di medicina. Volume 1; opera periodica). Vox populi destinata a capovolgersi immediatamente e a trasformarsi in panico una volta che l’epidemia inizia a diffondersi e a mietere vittime. Allora “eravi la generale opinione che attaccasse l’uomo come un colpo di fulmine […] e questa idea fatale domina pur troppo anche oggidì nel popolo. Questo pensiero nella sua prima invasione spaventava tutti” (Luigi Toffoli, Conforti ai paurosi del colera indiano ed avvertimenti al popolo). (Ho notato la stessa reazione a Faenza in occasione dell’epidemia di tifo petecchiale del 1817, Banzola Matteo L’anno senza estate. Carestia ed epidemia nella Legazione Pontificia di Ravenna, 1817-1818, in QUADERNO 22 (2019)).

Se i medici vivono le riforme introdotte dalla Rivoluzione francese ed esportate in tutta Europa dagli eserciti napoleonici come un ingiustificato declassamento, la loro frustrazione è accresciuta dal fatto che, in genere, la popolazione diffida di loro. Spesso il medico non viene creduto: “sempre si chiama il medico solamente negli ultimi stadi, e nei momenti della maggior gravezza, e cioè quando non è più curabile”, scrive un medico dell’imolese nei primi anni Quaranta a proposito della pellagra. Pochi anni più tardi, in occasione di una epidemia di vaiolo a Bologna, un medico denunciava che “molti, anzi moltissimi bambini e fanciulli erano fino allora privi della vaccina, non tanto per negligenza quanto per cieca ed ostinata ripugnanza dei proprii genitori e parenti a quel preservativo” (Società Medico-Chirurgica di Bologna; Bullettino delle Scienze Mediche, col 20, 1851), convinti che l’inoculazione del vaccino equivalga all’inoculazione della malattia.

Superstizioni, rimedi popolari e “rimedi dell’arte”

Le lamentele dei medici non sono infondate. Eppure, di fronte al panico scatenato dall’estendersi delle epidemie, tra le classi popolari si tende ad affidarsi alla “mirabilia di alcuni amuleti” fabbricati e venduti da “ceretani” senza scrupoli. A Milano, uno che “ha grande spaccio” è formato “d’un tubo di penna da scrivere ripieno di mercurio metallico e chiuso ai due estremi con cera lacca [e] vestito di alcuni adornamenti di color rosso, lo si raccomanda al collo la mercé di un nastrino pure rosso” (Precetti salutari onde essere preservati dal cholera-morbus ed adattati spezialmente alla maniera di vivere de’ Lombardi). (Sull’argomento si veda lo splendido libro di Giorgio Cosmacini, Recensione. Giorgio Cosmacini: Ciarlataneria e medicina).

A Napoli, ci informa Salvatore De Renzi “preservativi pel colera ne chiedevano tutti. Si videro in sulle prime i sigari canforati, e le tinture aromatiche, o canforate, e gli aceti, e cento secretuzzi, nelle mani di tutti. Poscia […] alcuni volevano circondarsi di un isolatore pel colera , e ricorsero alle resine, alla seta, alla lana, alle piastre metalliche, alle bottigline di mercurio metallico […]. Alcuni prendevano tutte le mattine un decotto di camomilla, rimedio innocente. Altri adoperavano la limonea gazosa formata col bicarbonato di soda e sugo di limone”. “Rimedi innocenti”, conclude giustamente il medico, ma quali erano i “rimedi” offerti dalla medicina?

“Prima che arrivi il medico soccorso conviene eccitare fortemente la pelle e richiamarvi il calore con applicarvi cenere o sabbia calda dentro a pannolini”, consiglia un dottore che si è scagliato contro ciarlatani che si spacciano per dottori. Un altro ritiene che contro il colera “si possono ottenere grandi vantaggi dai bagni di vapore fatti nella seguente maniera: si colloca sotto una seggiola ordinaria un vaso di terra contenente una pinta d’aceto [al quale si devono aggiungere] due ottavi di canfora disciolta in due o tre once di spirito di vino. Nel medesimo tempo si fanno arroventare pezzi di ferro o di pietre o di mattoni Si fa quindi sedere sulla seggiola il malato spogliato delle sue vesti Si copre poscia con coperte di lana la seggiola ed il malato dal collo fino ai piedi i quali dovranno posare su panno di lana o d’un altro panno qualunque. Ogni cosa così disposta si gettano nell’aceto ad intervalli di pochi minuti secondi i pezzi di ferro o di pietre arroventati. L’aceto in tal modo si scalda e si riduce ben presto in vapore. Questo bagno deve durare da 10 a 15 minuti. Dopo di ciò si rimette l’ammalato in letto”.

Con considerazioni di questo genere siamo poi così distanti dalla superstizione? In realtà molti medici ammettono di essere impotenti di fronte all’insorgere di molte malattie. Ciò che possono fare è promuovere avvertimenti e consigli per tentare di prevenire il diffondersi dei contagi sollecitando “fumigazioni” degli ambienti, disinfezioni, imbiancature, vitto moderato e igiene personale. Ma come abbiamo visto nell’articolo precedente e come ribadiscono in molti, i loro precetti sono destinati a cadere nel vuoto.

Ad esempio, a Como, “sussistono ancora così in città come nei sobborghi alcune località con viottoli angusti tortuosi non ventilati case depresse umide non aerate ed abitazioni al tutto malsane per mancanza d’aria e di luce ed ivi trovasi addensata la classe più povera della popolazione costretta a trascinare l’esistenza fra lo squallore e gli stenti, indifferente anzi ritrosa agli ordinamenti d’igiene pubblica e privata” (Alessandro Tassani, Cenni topografici statistico-medici sulla città di Como).

Il Dottor Tassani stilava queste note nel 1861, in anni in cui la medicina stava conoscendo profonde trasformazioni passando dall’arte medica a scienza, da sapere sperimentale a scienza. In realtà, per molto tempo, la distanza tra medicina ufficiale e sapere popolare fu minima o poco più:

“Non si stenta a trovare qua e là in questo territorio [di Dozza] delle piante medicinali, che possono servire a chi è privo di mezzi necessari di procacciarsele nelle farmacie. Quanto a me, non ho esitazione, quando ho a curare poveri attaccati da croniche tossi, di far loro prendere i decotti di tossilagine, di edera terrestre, di lichene, di poligola che essi medesimi vanno a raccogliere per la campagna. Così per le affezioni scorbutiche e pellagrose, e specialmente per queste ultime così comuni in questo territorio, insegno loro a rivolgersi alla beccabunga al nasturzio acquatico, alla fumaria, erbe prodotte da terreni acquitrinosi” (Bullettino delle scienze mediche. Volume 12, 1847).

Ecco allora che “senapismi”, cataplasmi, “bevande sub-acide”, succo di tamarindo ecc. prescritti dai medici e in uso negli ospedali non si distanziano poi molto dalla pratica popolare.

Conclusioni

L’intento di questo articolo non è quello di screditare la medicina moderna ancora in formazione, quanto piuttosto quello di mostrare, anche con pochi esempi, l’ampiezza delle informazioni che si possono recuperare da scritti e opere spesso trascurate. Certo, non tutte, ma moltissime sono le memorie, i saggi brevi, gli opuscoli, non di rado scritti da medici rimasti sconosciuti che offrono agli studiosi informazioni preziose.


Recensione. Marzio Barbagli: Comprare piacere.

Comprare Piacere di Marzio Barbagli è molto di più di una storia comparata della prostituzione dal Medioevo ad oggi. Un libro illuminante e sorprendente.

Si fa presto a dire “puttana”. Anzi, no, ci vuole un po’ di tempo, se pensiamo che “solo in Spagna, alla fine del Medioevo, vi erano quasi 300 espressioni per designare una meretrice” (p. 21). Anche in italiano, a ben guardare, i sinonimi o gli eufemismi di questo insulto non sono pochi. Senza dire che bisognerebbe distinguere tra femminile e maschile: “mignotta” e “checca”, per esempio. Ma anche in ambito maschile i sinonimi, sebbene meno numerosi della variante femminile, sono molti.

Già questa semplice e immediata costatazione sarebbe sufficiente per capire che il mondo della prostituzione è estremamente variegato e che quindi la sua storia è una storia articolata e complessa. Ed in effetti, il ricchissimo affresco che ci regala Marzio Barbagli, sociologo che non ha certo bisogno di presentazioni, Professore emerito all’Università di Bologna, lo conferma.

Intanto, per esempio, cos’è che permette di stabilire con certezza che una donna è una prostituta e l’altra no? Il numero degli uomini a cui si è concessa? Il fatto che li cerchi e li adeschi? O è il denaro ricevuto la prova decisiva? (pp. 165 ss.)

Città, taverne, “stufe” e ordine pubblico

La prostituzione è un fenomeno tipicamente cittadino (pp. 72-73). Cantieri, mercati, commerci, chiese, porti… popolazione significa clienti e in città la clientela si moltiplica facilmente in quanto protetta dall’anonimato e dalla mobilità di coloro che entrano ed escono per i più vari motivi. Non a caso molte delle prostitute su cui si hanno notizie certe non erano originarie della città in cui lavoravano ma erano straniere: a Valencia soltanto il 7% delle prostitute censite era nativa di quella città (p. 26).

Fu esattamente questo il fenomeno che videro e che preoccupò gli amministratori, i predicatori, e gli osservatori medievali. Il meretricio si diffondeva e si radicava man mano che le città ingrandivano. Città piccole, minuscole se confrontate a quelle odierne, ma i 100.000 abitanti di Parigi erano una cifra enorme per l’epoca. Da Londra a Palermo, da Parigi a Colonia, da Venezia a Firenze, le femine de pecato si moltiplicavano in modo preoccupante. I predicatori parlavano di “invasione” da parte delle meretrici con un codazzo di gentaglia dedita al gioco, alle risse e alla microcriminalità. Del resto, in linea generale, dal Medioevo fino ad ora, la prostituzione è un fenomeno strettamente collegato al variegato e mal tollerato mondo della marginalità. La figura del lenone, dell’intermediario e della mezzana ne sono una delle conferme più evidenti. Il termine “magnaccia” non fa venire certo alla mente uno stinco di santo.

Prostituzione/ordine pubblico diventa quindi, dal Medioevo in poi, un binomio costante, un’accoppiata di lunga durata che attraversa i secoli. Le ramificazioni dell’ordine pubblico, si sa, erano molteplici. Le taverne, con la loro clientela disparata – abituale, ma anche di passaggio o temporanea – fittissime nelle città maggiori, erano un ottimo punto di appoggio per le prostitute, sicure di trovarvi clientela in abbondanza.

Sempre nelle città un altro luogo in cui si poteva star certi di incontrare sesso mercenario erano i bagni pubblici, chiamati generalmente “stufe”. Erano luoghi in cui igiene, salute e svago si incrociavano in un groviglio difficilmente distinguibile. Moltiplicatisi dal Duecento fino almeno al Cinquecento, i “bagni pubblici” diventarono sempre più sinonimo di sesso venale (pp. 23 ss.); ma anche mercati, chiese, porti.

Abbondanza di clientela significa anche un ventaglio di “gusti” e preferenze tra i clienti stessi. Da questo punto di vista il lenone e la mezzana ricoprivano un ruolo strategico fondamentale: alcuni erano veri e propri imprenditori avendo sotto controllo un certo numero di prostitute; altri facevano prostituire la moglie o la figlia o la sorella; altri ancora avevano legami affettivi con la loro protetta. In molti casi il mestiere di mezzana o lenone era un secondo o un terzo lavoro, svolto soprattutto da persone che col lavoro “legittimo” e ufficiale erano in contatto con molte persone.

Le città furono una sorta di alimentatore della prostituzione anche con il progressivo incremento del numero delle università. Studenti in giovane età, che spesso disponevano di cifre modeste ma abbastanza sicure per un certo periodo di tempo, erano una clientela allettante per taverne, bisbocce e prostitute – che lavorassero in bordelli o in proprio (pp. 151-57). L’A riporta gustosi frammenti di lettere rigurgitanti indignazione e rampogne dei genitori lontani che rimproveravano ai loro pupilli di buttar via soldi correndo dietro alle sottane. Anche gli eserciti avevano al loro seguito un numero imponente di “donne pubbliche” (pp. 115-124).

Dunque, per i secoli precedenti la Rivoluzione industriale, città, università e soldati sono i tre elementi cardine che alimentarono il mestiere e attorno ai quali il mondo della prostituzione gravitava.

Repressione e “male minore”

Il sogno di debellare la prostituzione – accarezzato da alcuni soggetti particolarmente pii – si rivelò una illusione. I tentativi fatti in questo senso fallirono miseramente. Si cercò allora di arginare il fenomeno in vari modi: espellendo le prostitute dalle città; tollerandone la presenza in zone limitate e comunque lontano dai quartieri centrali e dalle “donne oneste”; rinchiudendole nei postriboli: sono regole e leggi che si differenziano da città a città che che mutano nell’arco del tempo con una grande varietà di pene per coloro che non le rispettavano: dall’espulsione alla fustigazione, alla tosatura dei capelli alle multe.

La soluzione più efficace per tenere le prostitute sotto controllo fu comunque quella di istituire bordelli municipali. Come riconosceva il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia, “le meretrici sono assolutamente necessarie in questa terra” di commerci, attraversata e popolata da una “moltitudine di genti” che vi passava e soggiornava. La creazione di un bordello pubblico era considerata una soluzione ottimale.

Il dato sorprendente è che l’istituzione dei bordelli pubblici derivò da motivazioni demografiche e non “dalla credenza che gli uomini avessero bisogni sessuali più forti delle donne perché […] a lungo si è pensato esattamente l’opposto” (p. 45). Dunque la prostituzione era necessaria. Autorità e religiosi concordavano nel ritenere essa preservasse o arginasse mali peggiori quali, ad esempio, “la trasmissione di passioni e pratiche perverse dalla popolazione femminile infetta a quella sana”, il pericolo che gli uomini insidiassero e violentassero donne oneste e, infine, era molto più raccomandabile optare per la prostituzione legale che il diffondersi del “maledetto vicio contro natura” (pp. 45-46).

Contro natura: il “vizio nefando”

Per “vizio contro natura” gli osservatori medievali e dell’età moderna intendevano la sodomia omosessuale. Naturalmente deprecavano e condannavano anche la variante eterosessuale, ma a preoccuparli maggiormente era la diffusione del vizio tra maschi. Pratica che deve essere stata piuttosto frequente dal momento che negli stati tedeschi storpiavano il nome di Firenze trasformandolo in “infilzare” proprio per indicare una tendenza sessuale particolarmente diffusa nella città toscana. Del resto, un intellettuale come Machiavelli, sposato e frequentatore di bordelli, ebbe anche amanti maschi e incontri omosessuali. Ma anche la Berlino degli anni Venti e Trenta del Novecento era considerata un paradiso di emozioni forti e un fiorente punto di incontro per omosessuali in cerca di avventure (su questo vedi anche Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938))

L’A dedica un paio di capitoli al mercato del sesso omosessuale. La differenza principale rispetto al meretricio femminile sembra consistere principalmente nella durata inferiore della “carriera” dei maschi, anche se iniziava prima di quella delle donne: la pederastia indicava proprio il rapporto sessuale tra un adulto e un adolescente. In secondo luogo, generalmente i maschi non avevano bisogno di mezzani né, ancor meno, di protettori. Infine il mercato del sesso omosessuale, essendo ovunque condannato, non conobbe mai alcuna forma di regolamentazione. Forse l’aspetto più interessante risiede nel fatto che assieme al progressivo affermarsi della “morale borghese” la posizione di chi cercava e praticava sesso omosessuale divenne progressivamente più fragile. Dovendo adattarsi a una morale pubblica più ristretta e bigotta gli omosessuali diventarono facilmente ricattabili (anche con conseguenze tragiche).

L’istituzionalizzazione della prostituzione

Dunque, se il tentativo di debellare la prostituzione fallì, quello di sottoporla interamente al controllo delle autorità cittadine e governative riscontrò un successo modesto. Le autorità politiche trovarono nella tassazione delle prostitute e dei bordelli una fonte di introiti non trascurabile, ma la prostituzione non autorizzata continuò a prosperare.

Tuttavia, almeno a partire dai decenni centrali del Quattrocento, la prostituzione “istituzionalizzata” raggiunse una certa stabilità. Lo si deduce dalla consultazione delle opere di architettura. Almeno per il caso italiano, queste prevedevano che il bordello si trovasse nelle vicinanze del centro della città proprio perché si trattava di un servizio pubblico (a Bologna era addirittura vicinissima alla centralissima Piazza Maggiore) e non di rado venne a trovarsi nei pressi di istituti religiosi (con sommo rammarico e vibrate proteste degli ecclesiastici). Altri Paesi e città europei invece optarono per spostare il postribolo lontano dal centro per proteggere i residenti da un andirivieni indecoroso (ad abitare nelle adiacenze del centro erano i ceti più ricchi).

Doppia morale

Oltre che a dipendere da fattori demografici, migratori, economici, dallo sviluppo di università e città e dalla presenza di un clero non ancora del tutto uniformato a regole precise, la vitalità della prostituzione derivava anche dalla convivenza di molteplici mentalità. “È un errore pensare che in Europa vi fosse allora un unico sistema di morale sessuale, monolitico, articolato e coerente, quello cristiano” (p. 165).

Come si vede, fare la “puttana” era un mestiere degradato (contraddistinto anche da abbigliamenti particolari o da ornamenti e distintivi che le distinguevano a colpo d’occhio dalle donne oneste), ma non lo era essere cliente. Agli uomini sposati e agli ecclesiastici l’accesso ai bordelli era ufficialmente interdetto, ma quasi ovunque il loro accesso era tollerato e le pene, quando venivano applicate, erano in genere poca cosa.

In secondo luogo, i teologi ritenevano che fossero le donne ad alimentare il mercato del sesso istigando l’uomo a cedere alle loro lusinghe e alla lussuria anche perché – fino al Settecento inoltrato – la donna era considerata “insaziabile” nei suoi appetiti sessuali.

Profondissima conoscitrice dell’animo umano, la Chiesa cattolica dimostrò maggiore duttilità e una grande capacità di adattamento nel fronteggiare il problema della prostituzione in confronto alla consorella protestante, molto più rigida e severa (p. 238 ss). Considerandolo come male minore, alla fin fine riconobbe l’impossibilità di eliminarla, ma questo non significò affatto diminuire gli sforzi per contrastarla. La costruzione di decine di conventi, di Opere Pie, di istituzioni dedite al recupero etico e sociale che la Chiesa edificò e diresse stanno a significare non solo un impegno concreto, immediato, ma anche e soprattutto l’impiantare nei centri nevralgici degli stati una presenza che superava di gran lunga il contrasto diretto alla prostituzione: la costruzione degli edifici creava lavoro; lavoro veniva poi procurato a coloro che vi entravano; le doti che venivano messe a disposizione creava una lunga scia di aspiranti a riceverle. Gli aspetti sono molti e Barbagli ci segnala giustamente che questa storia ebbe in Italia un’incidenza e una durata molto maggiori rispetto ad altri stati europei, mentre i suoi effetti si intersecarono con la “criminalizzazione” della prostituta di basso rango verificatasi con l’avvento e il consolidarsi del positivismo nella seconda metà dell’Ottocento (su questo si veda Silvano Montaldo. Donne delinquenti.). Dunque, al binomio prostituzione/ordine pubblico se ne affiancò un secondo, peccato/redenzione.

Tornando alle cortigiane e alla loro vita non si fatica a ritrovare una curiosa contraddizione. Diventare cortigiana non era affatto semplice. La semplice bellezza, per quanto indispensabile, non era elemento sufficiente. Alla bellezza e al fascino innato, la cortigiana doveva unire doti non comuni: saper di arte, di musica, di poesia; conoscere a perfezione l’arte della conversazione, saper mettere a proprio agio il cliente, indovinarne a colpo sicuro i gusti e le aspettative; saper tessere relazioni negli ambienti importanti non soltanto amorose. Ed è curioso constatare come per le donne che possedevano questi requisiti la prostituzione si trasformasse in un ascensore sociale che consentiva loro perfino di potersi scegliere gli amanti e rifiutare pretendenti non graditi (p. 306). Nei periodi d’oro delle cortigiane (Cinquecento, Sette-Ottocento), molte di loro accumularono fortune enormi, alcune colossali. Ma era e restava una condizione precaria: la bellezza poteva svanire in breve tempo, la concorrenza era agguerrita, gli amanti rivolgersi ad altre, rischiavano di ammalarsi. Per queste ragioni anche le cortigiane ambivano ad accasarsi prima o poi.

Ci troviamo dunque di fronte ad un largo ventaglio di posizioni assai diverse all’interno della professione: le prostitute occasionali o part-time, le immigrate recenti in cerca di occupazione o quella che lavoravano nel bordello regolare facevano una vita stentata, poco al di sopra della semplice sopravvivenza. Le più apprezzate e intraprendenti tra potevano arrischiarsi a mettersi in proprio, mentre poche potevano unire cultura e savoir faire per schiudere le porte dell’alta società ed arrampicarsi in cima alla piramide sociale.

Prostituzione e progresso

Si tratta di un insieme di fenomeni che dal Cinquecento all’Ottocento si perpetua e si dilata. I vettori che mantenevano vitale il mondo della prostituzione continuavano ad essere gli stessi: crescita – spesso esponenziale – delle città; eserciti – che dopo la Rivoluzione francese divennero regolari e quindi molto più numerosi – e aumento della popolazione studentesca. Semplicemente, gli effetti della Rivoluzione industriale li moltiplicarono, li articolarono e li ingigantirono. Il moltiplicarsi delle professioni, con il conseguente arricchimento dei ceti borghesi dilatò la richiesta di prostitute (p. 335). In Gran Bretagna furono le città che trainarono lo sviluppo industriale – e massimamente quelle portuali – a far esplodere la domanda di prostitute. In Francia, lo sviluppo edilizio di Parigi che rinnovò la città e la ingigantì, fece la fortuna di molte cortigiane.

L’ascesa della borghesia a classe dominante determinò anche il culmine della prostituzione in quanto professione. Già nel Settecento furono molti i viaggiatori e gli osservatori che notarono l’effervescenza del fenomeno. Da Liverpool a Venezia, Roma e altrove, l’A riporta numerose annotazioni di visitatori sbalorditi nel vedere meretrici dappertutto. (Su questo aspetto si veda anche Attilio Brilli. Quando viaggiare era un’arte).

Ma fu il secolo successivo quello che conobbe la massima diffusione. Non a caso Flaubert definì l’Ottocento “il secolo delle puttane” e la prostituzione finì per interessare scienziati e medici in misura molto più considerevole rispetto al passato. Alle loro indagini si devono gli studi più approfonditi sull’argomento così che possiamo disporre di una mappatura esauriente, ampiamente e accuratamente utilizzata da Barbagli. Anche gli artisti, com’è noto, benché fondamentalmente misogini, furono assidui frequentatori delle prostitute e profondi conoscitori del loro mondo (Toulouse-Lautrec, per citarne uno, visse con prostitute per un lungo periodo).

Sul mercato librario apparvero perfino delle guide apposite con tanto di indirizzo, tariffe e specialità delle prostitute per coloro che non intendevano rivolgersi ai mezzani, anche se era facile ricevere notizie in proposito da camerieri, facchini, personale d’albergo, trattorie…

La differenza tra le cortigiane cinquecentesche e le grandi orizzontali ottocentesche stava nel fatto che ora ad essere ricercate non erano più poetesse e scrittrici, ma ballerine e donne di spettacolo. Donne di questi ambienti potevano raggiungere la notorietà diventando muse di artisti e scrittori, ma anche grazie ai nuovi media, come i poster pubblicitari o, ancor più, la fotografia: il progresso aveva inciso anche sul mondo del piacere.

Le due rivoluzioni – quella industriale e quella francese – incisero profondamente anche sulla “geografia” della prostituzione. Nell’Europa medievale e moderna lungo le rotte dei pellegrinaggi le prostitute erano sicure di poter trovare clientela con facilità. Anche i Concili attiravano un gran numero di prostitute. L’Ottocento indebolì la presa della religione sulla popolazione e queste esperienze non ebbero più la centralità di un tempo. La ebbero però quelle che testimoniavano la dimostrazione della forza inarrestabile del progresso: le Esposizioni (universali, internazionali, nazionali, regionali), con la loro capacità di attirare un numero immenso di visitatori costituirono un punto di riferimento costante per le prostitute.

Il declino della professione

Col Novecento invece il fenomeno della prostituzione cominciò a diminuire. Col tempo si affermarono nuovi costumi sessuali. Se i soldati continuavano ad essere clienti affezionati delle prostitute, che però non seguivano più gli eserciti ma si facevano trovare in loco, sempre più spesso le donne non arrivavano più vergini al matrimonio. Rispetto all’epoca vittoriana i giovani erano più liberi, avevano maggiori possibilità di incontrarsi e di ritagliarsi momenti di intimità. Anche il progressivo accesso delle ragazze alle scuole superiori e alle università ha contribuito a ridimensionare la richiesta di sesso a pagamento. Dunque, nel corso del Novecento, la prostituzione non è scomparsa, si è ridimensionata e modificata ad un tempo.

Conclusioni

Nonostante abbia scritto moltissimo (forse troppo), ho tralasciato molti aspetti di questo libro ricchissimo, divertente, spesso illuminante e fornito di un formidabile apparato di note e bibliografia. Con Comprare piacere Marzio Barbagli ci regala un libro prezioso, che apre anche molti percorsi di ricerca.

PS: per chi volesse approfondire alcuni aspetti, segnalo che l’ultimo numero del Giornale di Storia è dedicato alla prostituzione.


DigitaMi. La Biblioteca digitale di Milano

Qualche tempo fa ho presentato la Biblioteca Digitale Lombarda (BDL), ricchissima di fondi e materiale. Ma anche Milano ha una sua Biblioteca Digitale: DigitaMi.

Stralcio dalla presentazione:

DigitaMi è una biblioteca digitale di documenti rappresentativi della tradizione storica e culturale di Milano. Il fondo, che comprende opere rare e preziose, spazia dai testi letterari di grandi scrittori milanesi e lombardi a quelli di autori minori, dalle descrizioni di costume alle vicende storiche, senza ignorare le tradizioni popolari e la letteratura dialettale.

La collezione, ad oggi selezionata dal patrimonio della Biblioteca Sormani, si arricchirà del contributo di altre biblioteche milanesi, nello sforzo comune di ricostruire la memoria della città. Vi saranno allora descrizioni di Milano ad opera di viaggiatori e scrittori illustri; repertori iconografici; classici italiani e stranieri apparsi nelle grandi collane di editori milanesi, a testimonianza del ruolo che Milano ha svolto come importante canale di diffusione della cultura straniera in Italia.

Sono disponibili al momento 9 percorsi tutti utili, interessanti e curiosi: si va dal panettone – il “Pane grande” – alla tradizione del giallo milanese; dalla cucina alle Esposizioni; dall’arte con mostre e altro alla Milano di Stendhal e degli Scapigliati; dagli enti di Assistenza alla storia locale.

La Biblioteca Sormani offre anche le opere in versione ebook pubblicate dalla Biblioteca Comunale di Milano.

Con le sue decine di pubblicazioni, immagini e altro, DigitaMi è l’ideale per approfondire la conoscenza di Milano o, anche semplicemente, per soddisfare curiosità.

La trovate qui: DigitaMi