Recensione. Ian Littlewood: Climi bollenti. Viaggi e sesso dai giorni del Grand Tour

Le motivazioni che spingono a viaggiare sono moltissime: esplorazione, avventura, cultura, ricerca di una dimensione interiore, politica, diplomazia, affari, fuga, rinascita… Una dimensione relativamente poco indagata dagli storici, sempre legata al viaggio, è la sessualità. Eppure l’impulso sessuale è uno dei più potenti che spingono le persone a viaggiare.

È questo l’oggetto di studio di Ian Littlewood in Climi bollenti. Che il Grand Tour (sul quale si veda Cesare De Seta, L’Italia nello specchio del Grand Tour) fosse, tra le molte altre cose, un viaggio di iniziazione sessuale, è un dato che non può sorprendere. La giovane, se non giovanissima età dei rampolli dell’alta società prima britannica, poi francese e di altri paesi poi, in visita in paesi circondati da una fama di licenziosità, erano di per sé elementi che non potevano non sfociare in questa direzione. I genitori avevano un bel raccomandarsi e ricordare le vere motivazioni del viaggio (p. 23), in realtà i pensieri che occupavano gran parte della mente dei loro figli erano di tutt’altra natura.

Forain, Jean-Louis – The Client, Il cliente, Dixon Gallery & Gardens 1993.7.1 – HIGH RES

La Francia e soprattutto l’Italia erano considerati paesi nei quali la lussuria nelle sue infinite forme regnava sovrana: “i luoghi che più reputiamo di essere visitati sono anche i più infettivi”, ammoniva un vescovo inglese agli inizi del Seicento. Secondo molti, che condividevano un’opinione che ha avuto lunga vita, “l’Italia è il bacino del peccato”: con le sue circa 20.000 prostitute, Venezia era considerata “il vero bordello d’Europa”, ma Roma e Napoli non erano da meno (sulla prostituzione si veda Marzio Barbagli, Comprare piacere). Come se non bastasse l’Italia era una terra funestata, tra l’altro dall’immondo vizio dei rapporti contro natura (in particolare omosessuali ma non solo). Alcuni inglesi non poco prevenuti consideravano l’Italia “madre e culla della sodomia” ed erano terrorizzati dalla eventualità che il figliolo se ne tornasse a casa “italianizzato”. Anche se il numero delle donne che viaggiano sul continente è di gran lunga inferiore rispetto a quello degli uomini e, tra queste, coloro coinvolte in avventure amorose sono poche (o, almeno, sono pochi i casi documentabili – p. 69), apprensioni simili sono rivolte anche verso le ragazze; non tanto per il timore che cadessero preda di Lesbo, ma per le suggestioni e i pericoli sparsi ovunque in un paese che sprigionava sensualità in ogni sua parte (p. 66).

C’è qualche briciola di verità in questi timori. La morale sessuale si modifica nel tempo: nel Settecento non pochi visitatori inglesi restano stupefatti dalla naturalezza con la quale molti mariti italiani offrono le loro mogli in omaggio agli ospiti (le quali, a loro volta, sono liberissime se concedersi o meno). Dalle molte testimonianze raccolte dall’A. emerge chiaramente che il confine tra eterosessualità e omosessualità per lungo tempo è stato molto labile ed oltrepassato disinvoltamente più volte. Nelle città italiane non è difficile procurarsi piaceri proibiti, maschili o femminili che siano: in entrambi i casi, per chi dispone di una discreta somma di denaro, costano poco. In epoca vittoriana le cose cambieranno: per gli omosessuali la vita non è facile in Gran Bretagna; l’omosessualità oltre che un peccato è un reato punito severamente.

Emancipazione, scoperta di sé, fuga

Solo in parte il Grand Tour può considerarsi una forma di emancipazione: è pagato dalla famiglia o dai governi, si è accompagnati da un tutore incaricato di vigilare e controllare, ha una finalità: quella di affinare l’educazione del rampollo per poi inserirlo nella vita politica e civile ad alti livelli. Eppure è innegabile che per molti aspetti sia un’esperienza liberatoria: dopo tutto i genitori sono lontani; si può patteggiare un certo grado di libertà col proprio tutore o eluderne la sorveglianza in qualche modo. Da questo punto di vista le esperienze sessuali consumate durante il viaggio hanno anche un valore di iniziazione.

Tutti questi elementi si trovano nel viaggio di James Boswell, seguito attentamente da Littlewood. Sottoposto ad un’occhiuta vigilanza dal padre, le avventure collezionate (o pagate) nel corso del suo viaggio sono anche un affrancamento dalla ingombrante figura paterna. André Gide scopre la sua vera natura omosessuale durante un viaggio in Algeria grazie a Oscar Wilde che con intuito sicuro l’ha scoperta e gli organizza un incontro rivelatore. Molti inglesi fuggono dal rigido conformismo della madrepatria e dal clima impietoso (p. 60). L’Italia e il Mediterraneo sono la terra del sole e della libertà sessuale. Byron, che colleziona avventure etero e omo in quantità stupefacente, trasforma questa fuga in una ribellione all’ingratitudine del suo paese che prima lo ha osannato e poi rifiutato. Byron e altri meno conosciuti di lui, tracciano un percorso poi seguito da molti altri. “L’Europa dell’Ottocento, e in particolar modo l’Inghilterra vittoriana, ponevano un’enfasi sempre maggiore sulla continenza; ogni progresso della civiltà era accompagnato da un irrigidimento delle redini sessuali” (p. 161).

Ma con Byron siamo in una nuova dimensione del viaggio: Il Gran Tour ha concluso il suo percorso storico con le guerre napoleoniche. “Per i romantici viaggiare non significa solo vedere nuove cose, acquisire nuovi dati e stabilire nuovi contatti. Significa anche diventare una persona nuova. Ciò che accade nella mente e nel cuore del viaggiatore durante il percorso è altrettanto importante della messe di avvenimenti e osservazioni” (p. 58): in questo senso il viaggio diventa una illuminazione.

Goya Maia e Celestina al Balcone – Metropolitan Museum – DP-20750-001

Si forma così una triade che riguarda tutti i viaggiatori: denaro, clima e incontro/scontro con le convenzioni sociali del proprio paese o di quello visitato. Avere a disposizione molti soldi consente al viaggiatore di sfruttare sessualmente la popolazione più povera del paese che visita. Lo fanno in molti, forse tutti, anche chi, come Gauguin ad esempio, spesso si mette dalla parte della popolazione locale. In questo atteggiamento si svela un’ambiguità di fondo: quanto vi è di deplorabile in questo atteggiamento non pregiudica quanto vi è di buono nel contesto e nelle situazioni; il viaggiatore dispone del potere ricattatorio del denaro e lo usa, ma non è detto che chi subisce si senta vittima: spesso vi vede soltanto una buona occasione da cogliere e un soggetto da sfruttare: spesso il denaro elargito a prostitute e prostituti è molto di più della tariffa di un incontro e talvolta si prolunga nel tempo, anche ad avventura conclusa.

Certo, per molti viaggiatori il problema è come dar sfogo liberamente alle proprie inclinazioni e allo stesso tempo mantenere una rispettabilità sociale. Il viaggio consente di rimandare, di posticipare nel tempo, la soluzione o la composizione di questo nodo. Dopo l’avvento della ferrovia arrivare sul continente non è più questione di giorni, ma di ore. Nel corso dell’Ottocento Parigi diventa ciò che era stata Venezia un secolo o due prima. La capitale francese è la muova Babilonia dove il turista può soddisfare qualunque desiderio (pp. 119 ssgg). Anche se è indubbio che vi siano tracce di ipocrisia in questo atteggiamento dal doppio volto, si tratta di un problema che va molto al di là della criticabile mentalità vittoriana: in molti c’è anche una tensione, sofferta e sincera nel tentativo di ricomporre la contraddizione tra appetiti sessuali e decenza civile.

A ben guardare questo tentativo potrebbe anche definirsi una forma di auto-illusione. E nell’auto-illusione cadono senza dubbio molti omosessuali che si rifugiano in vere e proprie colonie a Capri, a Tangeri o altrove e dove si divertono a scandalizzare i benpensanti (pp. 139), ma anche coloro che finiscono nelle isole caraibiche e in quelle della Polinesia. Si tratta di luoghi in cui la connessione tra il clima caldo e la sessualità prorompente naturale dei nativi viene percepita come un fenomeno che emana dai luoghi stessi. C’è tutta una letteratura che si dipana dal XVI secolo in poi e che insiste su questa connessione: il caldo “libera” gli istinti, stimola gli appetiti sessuali; la pelle abbronzata, levigata dal sole è di per sé un richiamo sessuale così come lo è la natura selvaggia e rigogliosa (lussureggiante, appunto) di quei luoghi: che sia il sedere perfetto delle africane – come annota Graham Greene (p. 53) – o le braccia nerborute di gondolieri veneziani o pescatori del meridione d’Italia, per non dire della pelle di creole, mulatte ecc. delle donne – e ragazzine – dei Tropici, non fa differenza, è soltanto questione di gusti. Non sono pochi coloro che sono rimasti soggiogati dal fascino potente di luoghi paradisiaci fino a decidere di fermarsi per viverci. E in fondo è ancora questo che viene proposto al turista mordi e fuggi di oggi o è ciò che cercano coloro che affollano i bar di Bankok o le turiste bianche e ricche che si concedono una vacanza in Giamaica.

Camillo Innocenti, La sultana, 1913, Galleria d’Arte Moderna (Roma)
Conclusioni

Climi bollenti. Viaggio e sesso dai giorni del Grand Tour di Ian Littlewood è un libro intelligente. Innanzitutto perché non è facile reperire documentazione su un tema che di solito viene omesso nelle relazioni e nei diari destinati alla pubblicazione. Forse in alcune parti l’A. si dilunga un pò troppo, stiracchiando le informazioni di cui dispone, ma sa destreggiarsi e incuriosire il lettore tra una molteplicità di fonti molto ampia: diari, lettere, romanzi, opere scientifiche, film. In secondo luogo perché, storicizzando l’argomento, fa cadere molti luoghi comuni, semplificazioni e banalizzazioni su pulsioni che ci riguardano tutti.

Buona lettura

Epidemie, malattie e altre sfortune – Seconda Parte

La storia delle epidemie ha una storiografia foltissima. Questi articoli non hanno lo scopo di aggiungere nulla di nuovo sull’argomento. I libri non sono sufficienti per fare ricerca storica; lo storico ha bisogno di integrare i suoi studi con altre fonti, archivistiche in primo luogo, ma non solo. Tuttavia questo materiale è importante, perciò pesco liberamente dalle biblioteche digitali saggi e opere che contengono informazioni che vanno al di là dell’argomento specifico. Si tratta di una letteratura in parte indagata, ma per molti aspetti non ancora utilizzata e sfruttata adeguatamente. Perciò mi limito ad alcune indicazioni.

Paure

Dopo le riforme introdotte in ambito medico dalla Rivoluzione francese il medico

“dovette gettarsi fra il popolo, smettere il suo aspetto grave e meditativo, il suo passo moderato, il sussiego, il mistero, la riservatezza: gli fu forza rinunciare alla sua parrucca inanellata, alle corte braghesse, ai dorati fibbioni […] all’anello dottorale. Bisognò che tutto riformasse […] e niuna differenza da quinci innanzi ponesse ne’ tratti fra il plebeo e il nobile, fra il ricco e il povero”. (Antigono Zappoli, Il medico di tutti i secoli, Bologna, 1855, volume 2. Nelle biblioteche digitali ho trovato soltanto il primo volume dell’opera).

Sembra quasi di leggere un necrologio. In effetti, in parte è così: la nostalgia del tempo che fu, il rimpianto del medico che scrive queste righe poco prima della metà del XIX secolo, sono il necrologio dell’Ancien régime, di quella intera epoca spazzata via dalla Rivoluzione francese (su questo, vedi Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione). La creazione delle condotte mediche e l’obbligo di frequentare le corsie d’ospedale registrando il decorso della malattia e le condizioni del paziente sul “tableau” (l’antenato della cartella clinica) sono provvedimenti che per un certo periodo i medici vivono come un declassamento: le condotte mediche, soprattutto quelle di campagna sono vaste e difficili da percorrere: in inverno molte strade diventano sentieri fangosi a causa del maltempo; spesso i municipi rifiutano di fornire ai dottori un cavallo per spostarsi; il lavoro diventa faticoso e malpagato. Le lamentele dei medici si moltiplicano: gli archivi comunali sono zeppi di questi reclami.

“Gittarsi tra il popolo” può significare molte cose. Innanzitutto si tratta di una scoperta. Non che prima le classi dirigenti non sapessero della condizione disperata delle fasce più povere della popolazione; ma si trattava per lo più di informazioni filtrate dalla sensibilità dei parroci, degli enti caritatevoli, di qualche filantropo. Ora i medici entrano nelle case – nei “tuguri”, come abbiamo visto nell’articolo precedente (Epidemie, malattie e altre sfortune.). Una cosa è sapere che ci sono condizioni di povertà; un’altra, e ben più sconvolgente, è vederla e conviverci – sia pure per il breve tempo di una visita. Toccare corpi sporchi giacenti in “letti” che spesso sono pagliericci con lenzuola e coperte non lavate da settimane se non mesi, frequentare corsie d’ospedale quando quest’ultimo è descritto spesso come una sorta di anticamera della morte (lo vedremo nei prossimi articoli); tutto questo provoca un profondo senso di declassamento nella categoria.

Il medico condotto svolge la funzione di cerniera tra le classi popolari e i ceti dirigenti: per formazione e cultura appartiene ai secondi, ma convive e lavora tra le prime. La popolazione dell’isola detta della Giudecca, a Venezia, “isola la più miserabile dove l’ozio, l’infingardaggine, la sporcizia, il puzzo delle case e degli abitanti non sono esprimibili” viene ritratta in modo impietoso: “lavoratori di corda, facchini da biade, pescatori tutti cenciosi vedonsi colle mani sulla cintola, donne cicalanti a torme di dodici, sedici con bambocci in braccio che non fanno nulla nemmeno filare” (Francesco Maria Marcolini, Intorno al cholera cianico di Venezia nell’ anno 1835. Annotazioni. Un’accozzaglia di gentaglia insomma.

Non sarebbe difficile moltiplicare descrizioni di questo tenore in relazione a molte città. Da esse traspare un disprezzo frutto di retaggi culturali radicati (la miseria come colpa del povero); ma che deriva anche dal contatto con soggetti sociali ritenuti inferiori.

Diffidenze

Soffermiamoci su questo aspetto anche se ovviamente non è l’unico. In primo luogo, in line a generale, le notizie attinenti le malattie venivano distorte con grande facilità. A Brescia, “la riproduzione di tal morbo succeduta in Vienna nella primavera del 1832 non turbò minimamente [la cittadinanza], e la sua scomparsa dagli stati austriaci in seguito avvenuta la rafforzò nella fiducia che l’Italia ne sarebbe andata per sempre incolume […]. L’idea ch’erasi formata questo popolo […] rappresentava il cholera come una malattia destinata a mietere le sue vittime nelle grandi città e nelle capitali, ove dappresso all’opulenza ed al fasto scorgesi la più turpe miseria ed il più ributtante squallore, o in paesi di mal’aria, o sopra terreni pessimamente condizionati e popolati da genti povere e sudicie. Da qui si fece forte nell’opinione che un tal male non avesse ad estendere le sue radici, né potesse allignare sopra un suolo dei meglio costituiti, in un’aria generalmente pura, e sotto un cielo mite, sereno e sfolgorante di luce qual è quello d’ Italia” (Guglielmo Menis, Saggio di topografia statistico-medica della provincia di Brescia: aggiuntevi le notizie storico-statistiche sul cholera epidemico che la desolò nell’ anno 1836).

Suggestioni e dicerie (alle quali non sono del tutto estranei nemmeno i medici, come avverte uno di essi), forse dovute a “un sommo pregiudizio ed errore adottato non solamente dal volgo, ma eziandio da molti che al volgo non appartengono […], fu quello che il vero e legittimo cholera morbus per esser tale debba troncare la vita degli attaccati in poche ore” (Giovanni Filippo Spongia: Comentarii di medicina. Volume 1; opera periodica). Vox populi destinata a capovolgersi immediatamente e a trasformarsi in panico una volta che l’epidemia inizia a diffondersi e a mietere vittime. Allora “eravi la generale opinione che attaccasse l’uomo come un colpo di fulmine […] e questa idea fatale domina pur troppo anche oggidì nel popolo. Questo pensiero nella sua prima invasione spaventava tutti” (Luigi Toffoli, Conforti ai paurosi del colera indiano ed avvertimenti al popolo). (Ho notato la stessa reazione a Faenza in occasione dell’epidemia di tifo petecchiale del 1817, Banzola Matteo L’anno senza estate. Carestia ed epidemia nella Legazione Pontificia di Ravenna, 1817-1818, in QUADERNO 22 (2019)).

Se i medici vivono le riforme introdotte dalla Rivoluzione francese ed esportate in tutta Europa dagli eserciti napoleonici come un ingiustificato declassamento, la loro frustrazione è accresciuta dal fatto che, in genere, la popolazione diffida di loro. Spesso il medico non viene creduto: “sempre si chiama il medico solamente negli ultimi stadi, e nei momenti della maggior gravezza, e cioè quando non è più curabile”, scrive un medico dell’imolese nei primi anni Quaranta a proposito della pellagra. Pochi anni più tardi, in occasione di una epidemia di vaiolo a Bologna, un medico denunciava che “molti, anzi moltissimi bambini e fanciulli erano fino allora privi della vaccina, non tanto per negligenza quanto per cieca ed ostinata ripugnanza dei proprii genitori e parenti a quel preservativo” (Società Medico-Chirurgica di Bologna; Bullettino delle Scienze Mediche, col 20, 1851), convinti che l’inoculazione del vaccino equivalga all’inoculazione della malattia.

Superstizioni, rimedi popolari e “rimedi dell’arte”

Le lamentele dei medici non sono infondate. Eppure, di fronte al panico scatenato dall’estendersi delle epidemie, tra le classi popolari si tende ad affidarsi alla “mirabilia di alcuni amuleti” fabbricati e venduti da “ceretani” senza scrupoli. A Milano, uno che “ha grande spaccio” è formato “d’un tubo di penna da scrivere ripieno di mercurio metallico e chiuso ai due estremi con cera lacca [e] vestito di alcuni adornamenti di color rosso, lo si raccomanda al collo la mercé di un nastrino pure rosso” (Precetti salutari onde essere preservati dal cholera-morbus ed adattati spezialmente alla maniera di vivere de’ Lombardi). (Sull’argomento si veda lo splendido libro di Giorgio Cosmacini, Recensione. Giorgio Cosmacini: Ciarlataneria e medicina).

A Napoli, ci informa Salvatore De Renzi “preservativi pel colera ne chiedevano tutti. Si videro in sulle prime i sigari canforati, e le tinture aromatiche, o canforate, e gli aceti, e cento secretuzzi, nelle mani di tutti. Poscia […] alcuni volevano circondarsi di un isolatore pel colera , e ricorsero alle resine, alla seta, alla lana, alle piastre metalliche, alle bottigline di mercurio metallico […]. Alcuni prendevano tutte le mattine un decotto di camomilla, rimedio innocente. Altri adoperavano la limonea gazosa formata col bicarbonato di soda e sugo di limone”. “Rimedi innocenti”, conclude giustamente il medico, ma quali erano i “rimedi” offerti dalla medicina?

“Prima che arrivi il medico soccorso conviene eccitare fortemente la pelle e richiamarvi il calore con applicarvi cenere o sabbia calda dentro a pannolini”, consiglia un dottore che si è scagliato contro ciarlatani che si spacciano per dottori. Un altro ritiene che contro il colera “si possono ottenere grandi vantaggi dai bagni di vapore fatti nella seguente maniera: si colloca sotto una seggiola ordinaria un vaso di terra contenente una pinta d’aceto [al quale si devono aggiungere] due ottavi di canfora disciolta in due o tre once di spirito di vino. Nel medesimo tempo si fanno arroventare pezzi di ferro o di pietre o di mattoni Si fa quindi sedere sulla seggiola il malato spogliato delle sue vesti Si copre poscia con coperte di lana la seggiola ed il malato dal collo fino ai piedi i quali dovranno posare su panno di lana o d’un altro panno qualunque. Ogni cosa così disposta si gettano nell’aceto ad intervalli di pochi minuti secondi i pezzi di ferro o di pietre arroventati. L’aceto in tal modo si scalda e si riduce ben presto in vapore. Questo bagno deve durare da 10 a 15 minuti. Dopo di ciò si rimette l’ammalato in letto”.

Con considerazioni di questo genere siamo poi così distanti dalla superstizione? In realtà molti medici ammettono di essere impotenti di fronte all’insorgere di molte malattie. Ciò che possono fare è promuovere avvertimenti e consigli per tentare di prevenire il diffondersi dei contagi sollecitando “fumigazioni” degli ambienti, disinfezioni, imbiancature, vitto moderato e igiene personale. Ma come abbiamo visto nell’articolo precedente e come ribadiscono in molti, i loro precetti sono destinati a cadere nel vuoto.

Ad esempio, a Como, “sussistono ancora così in città come nei sobborghi alcune località con viottoli angusti tortuosi non ventilati case depresse umide non aerate ed abitazioni al tutto malsane per mancanza d’aria e di luce ed ivi trovasi addensata la classe più povera della popolazione costretta a trascinare l’esistenza fra lo squallore e gli stenti, indifferente anzi ritrosa agli ordinamenti d’igiene pubblica e privata” (Alessandro Tassani, Cenni topografici statistico-medici sulla città di Como).

Il Dottor Tassani stilava queste note nel 1861, in anni in cui la medicina stava conoscendo profonde trasformazioni passando dall’arte medica a scienza, da sapere sperimentale a scienza. In realtà, per molto tempo, la distanza tra medicina ufficiale e sapere popolare fu minima o poco più:

“Non si stenta a trovare qua e là in questo territorio [di Dozza] delle piante medicinali, che possono servire a chi è privo di mezzi necessari di procacciarsele nelle farmacie. Quanto a me, non ho esitazione, quando ho a curare poveri attaccati da croniche tossi, di far loro prendere i decotti di tossilagine, di edera terrestre, di lichene, di poligola che essi medesimi vanno a raccogliere per la campagna. Così per le affezioni scorbutiche e pellagrose, e specialmente per queste ultime così comuni in questo territorio, insegno loro a rivolgersi alla beccabunga al nasturzio acquatico, alla fumaria, erbe prodotte da terreni acquitrinosi” (Bullettino delle scienze mediche. Volume 12, 1847).

Ecco allora che “senapismi”, cataplasmi, “bevande sub-acide”, succo di tamarindo ecc. prescritti dai medici e in uso negli ospedali non si distanziano poi molto dalla pratica popolare.

Conclusioni

L’intento di questo articolo non è quello di screditare la medicina moderna ancora in formazione, quanto piuttosto quello di mostrare, anche con pochi esempi, l’ampiezza delle informazioni che si possono recuperare da scritti e opere spesso trascurate. Certo, non tutte, ma moltissime sono le memorie, i saggi brevi, gli opuscoli, non di rado scritti da medici rimasti sconosciuti che offrono agli studiosi informazioni preziose.

La Biblioteca Digitale del Metropolitan Museum

La fornitissima biblioteca digitale del Metropolitan Museum

Pochi giorni fa ho pubblicato un articolo sul Metropolitan Museum indicando la sua collezione di 400.000 immagini liberamente scaricabili. Non sapevo però che il Metropolitan ha anche una fornitissima Biblioteca Digitale.

Si tratta della Thomas J. Watson Library la quale dispone di

oltre 1.020.000 volumi, tra monografie e cataloghi di mostre, oltre 21.000 titoli periodici e oltre 140.000 cataloghi d’asta e di vendita. Consente inoltre di accedere a una vasta collezione di risorse elettroniche (tra cui numerosi indici, enciclopedie, dizionari, riviste online, banche dati e risorse Internet), lettere autografe e file di ephemera relativi ai singoli artisti e alla storia del Museo.

Numerose le collezioni disponibili e visitabili online. Curiose quelle sui costumi che rimanda a tutta una serie di sotto-collezioni molto ampia e ben fatta. Chi ha letto qui gli articoli sulla moda Periodici e giornali digitalizzati Parte I) dovrebbe tenerla presente. C’è anche una bellissima collezione di manoscritti, arte giapponese e molto altro

Ho scoperto la Biblioteca Digitale del Metropolitan Museum su Internet Archive dove si trovano attualmente più di 6000 libri digitalizzati: cataloghi di mostre e d’asta, monografie, riviste ecc. (per il momento sono solo cinque i libri in italiano).

Per accedere ai libri su Internet Archive si può andare qui: https://archive.org/details/metmuseumlibraries; per visitare le altre collezioni direttamente sulla biblioteca il link è il seguente: Thomas J. Watson Library.

Buon divertimento.

lo storico della domenica
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