Recensione. Renzo Villa: Geel, la città dei matti

Un grande libro che racconta il caso unico in Europa di una cittadina i cui abitanti convivono con i “matti”.

“Ma che strano posto è mai questo?” Sono molti i visitatori che si pongono questa domanda quando visitano Geel, un piccolo paese in cui i “matti” vivono con gli abitanti, lavorano nei campi e (quasi tutti) vanno in chiesa, sono liberi di girare liberamente, i bambini giocano tranquillamente per strada incuranti di loro, vanno all’osteria a farsi una birra e una fumata e nessuno ne ha timore. E i visitatori sono davvero tanti: dai primi anni Sessanta dell’Ottocento ai primi anni del Novecento Geel è visitata da 403 europei, 54 nordamericani, 31 sudamericani e 18 asiatici (pp. 224-25).

Ad accrescere l’originalità vissuta a Geel concorre il fatto che il piccolo paese è situato in una zona piuttosto isolata, la Campine, nel cuore delle Fiandre, ritenuto da alcuni come un “luogo esotico […] un mondo lontano” nel quale forse, così suppone un osservatore, proprio a causa del relativo isolamento, il trascorrere del tempo ha finito per dar vita a una “varietà” antropologica negli abitanti, riscontrabile nella corporatura bassa e tozza, nelle cosce grosse, nel naso schiacciato e nella fronte sfuggente (p. 107).

I “folli” arrivano a Geel da tutto il Belgio, dall’Olanda, più avanti, a metà Ottocento, anche da Francia, Gran Bretagna e Svezia e vengono accolti dalle famiglie dietro compenso. L’aspetto economico è importante: gran parte della sua economia si basa proprio sull’accoglienza di folli: 60.000 livres a inizio Ottocento, 180.000 franchi a metà secolo (pp. 102-103). In un contesto povero e arretrato non sono cifre trascurabili, ma gli introiti non sono sufficienti a spiegare una storia secolare.

Geel è un’anomalia, un caso unico in Europa. Lo è nella storia della follia, anche (e forse soprattutto) dopo la nascita della psichiatria come branca della medicina e della nascita dei manicomi moderni. Lo è anche, in senso lato, storicamente: la consuetudine di ospitare i folli si perpetua nel tempo e resiste nonostante i numerosi, e talvolta profondi, rivolgimenti politici e militari che coinvolgono e stravolgono il piccolo villaggio.

L’originalità e l’importanza del libro di Renzo Villa risiede nello spiegare storicamente questo fatto: come mai la pratica che contraddistingue Geel nasce, si concretizza e perdura proprio qui?

Alle origini: una leggenda

Spiegare questo fenomeno è tutt’altro che semplice. Fare miscrostoria ha senso soltanto nella misura in cui questa aiuta a comprendere la “grande storia”. Perciò scrivere una microstoria è operazione quanto mai complessa e difficile. Delle molte difficoltà l’A. è perfettamente consapevole ma ha tutte le carte in regola per superarle.

Andare a ritroso nei secoli per individuare i fattori che sono all’origine delle vicende di Geel per poi risalire spiegando e mostrando il divenire storico, i molteplici percorsi che da quelle origini si dipanano, richiede una serie di competenze non comuni: la padronanza di numerose lingue; la consultazione di una quantità di fonti ampia e qualitativamente diverse, la capacità di interpretarle e di fonderle in una narrazione chiara e accattivante per offrire al lettore la possibilità di orientarsi senza sforzo.

Villa riesce egregiamente ad assolvere a questo compito. La peculiarità di Geel ha origine in una leggenda: la principessa Dimpna si sottrae con la fuga e poi col martirio al desiderio incestuoso del re d’Irlanda, suo padre snaturato. Le reliquie dell’eroina finiscono a Geel che diventa luogo di processione e consolida il culto dell’eroina. Di questa storia fioriscono versioni e composizioni differenti che l’A. rintraccia e ricompone con acribia, anche grazie alle sue competenze in ambito letterario e artistico.

Geel: una spina nel fianco della psichiatria

Al di là del mito fondativo, si resta colpiti dalle sottili distinzioni delle varie forme di follia individuate dai dotti già in età moderna che contrastano col robusto senso pratico dei contadini che ospitano e convivono con i folli e il fatto che sia proprio questa distanza dal sapere “scientifico” e ufficiale a divenire, col tempo, una spina nel fianco per gli alienisti.

L’Ottocento è stato definito giustamente “il secolo d’oro dell’alienismo”. La fondazione dei manicomi moderni e la conseguente nascita e formazione della psichiatria sono un prodotto della “duplice rivoluzione” industriale e politica (rivoluzione francese) che porta al potere la borghesia. Da questo punto di vista, Geel diventa un caso imbarazzante per la psichiatria. Com’è possibile che una minuscola comunità di contadini zotici e ignoranti ottengano risultati molto migliori nella cura dei folli rispetto agli scienziati? “Noi non possiamo credere che tutto ciò che costituisce il substrato della nostra scienza moderna sia assolutamente falso”, afferma significativamente uno di loro (p. 163).

Mentre in tutta Europa i manicomi diventano sempre più sovraffollati; i malati quando non peggiorano, cronicizzano e la psichiatria non riesce quasi mai a guarire, a Geel non solo i folli innocui, ma anche i maniaci furiosi e le forme più gravi di malinconia migliorano e spesso guariscono. A stupire gli osservatori è soprattutto il ruolo centrale delle donne della comunità di Geel, capaci di fondere gentilezza e autorevolezza nella convivenza coi folli e di guadagnarne affetto e rispetto (si veda la nota a p. 122, ma gli esempi sono molti).

Ma è tutto l’insieme delle relazioni sociali, affettive, lavorative che si instaura in ambito famigliare e collettivo a determinare quel salto qualitativo che manca completamente alla psichiatria asilare (p. 176). Il “sequestro” del folle in manicomio è fallimentare. Pinel e Esquirol avevano intuito la necessità di una “cura morale” basata sul confronto tra medico e paziente, ma questa è saltata in breve tempo a causa del sovraffollamento delle strutture, per la mancanza di personale medico e infermieristico sia in termini numerici che qualitativi. In manicomio il folle non solo non guarisce quasi mai, ma peggiora la propria condizione. Un esempio illuminante è quello del risposo: in manicomio le notti sono insopportabili: le ansie, le paure, le ossessioni dei ricoverati aumentano, nelle camerate si fondono con quelli degli altri ricoverati; il sonno spesso svanisce e al mattino il paziente è già stanco, sfibrato, privo di energie per affrontare una giornata che invece viene imposta nelle scansioni temporali e nelle mansioni decise dai medici.

A Geel accade l’opposto: i matti dispongono spesso di una camera propria, con un letto vero, possono riposare quanto vogliono, nessuno li obbliga ad alzarsi. In breve, viene data loro una dimensione privata, intima, della quale possono disporre e che imparano a gestire.

Il fallimento del manicomio è insito nella sua qualificazione di luogo di “cura e di custodia” allo stesso tempo. Quando il curare risulta inutile, allora l’aspetto custodialistico prevale e si impone. Gli alienisti non hanno cure efficaci e perciò i manicomi diventano molto presto dei giganteschi cronicari, degli enormi contenitori di tutti coloro che non reggono i ritmi o restano travolti di una società che per alcuni aspetti è in profonda e rapida trasformazione.

Nella cittadina belga oltre a una libertà limitata ma comunque infinitamente più ampia rispetto a quella dei manicomi il folle preserva la sua identità personale, presta e talvolta affina le sue capacità lavorative, sviluppa una sfera affettiva con i famigliari, i vicini, all’osteria. I limiti che conosce sono quelli imposti dalla sua malattia, che può spesso superare o con la quale può convivere senza traumi eccessivi (pp. 121, 148-49, 176). Di più: gli alienati si affezionano agli animali da cortile o che allevano, diventano compagni di giochi e custodi dei bambini di casa ai quali i genitori li affidano senza preoccupazioni (p. 137). Sono molti gli esempi riportati dall’A. e diluiti lungo la narrazione.

Ciò non significa che non si verifichino problemi. I molti regolamenti adottati e almeno un caso di cronaca nera lo testimoniano. Ma se confrontati con la situazione riscontrabile nei manicomi, la situazione a Geel è molto più rosea: pochi i tentativi di fuga, rarissimi quelli di violenza da parte degli alienati, quasi inesistenti i suicidi. Inoltre, come rileva giustamente l’autore, “accettare di collocare un parente malato” a Geel “non è scelta facile […] significa riconoscerne l’irrecuperabile follia”; significa compiere “una scelta poco meno disdicevole o vergognosa dell’invio in manicomio” (p. 128). (Tuttavia, stando almeno a quanto ho potuto constatare nel caso di Imola, le preoccupazioni derivanti dalla tara della follia, da “una sorta di colpa” che ricadeva sulla famiglia nell’avere un parente folle – come nota giustamente l’A. -, era una preoccupazione sentita molto più dalle famiglie borghesi rispetto ai ceti popolari).

Ma a dispetto dei limiti, alcuni dei quali risolti avanti nel tempo come la creazione di un’infermeria, Geel “funziona”. Ed è proprio questo il problema per alienisti. Certo, non mancano reazioni ammirate e perfino entusiastiche, ma in generale la corporazione psichiatrica in Europa e non solo, si sente minacciata, lesa nella propria professionalità, da quella piccola comunità sperduta. Le lunghe discussioni tra gli psichiatri sul “caso di Geel” mostrano una diffidenza risentita.

Gli alienisti italiani di fronte a Geel

Da questo punto di vista l’esempio della psichiatria italiana è eloquente. In ambito psichiatrico l’Italia non possiede una tradizione robusta come quella francese o inglese: la prima rivista di psichiatria disponibile su tutto il territorio nazionale vede la luce nel 1864, oltre vent’anni dopo quella francese; la Francia ha già una legislazione sui manicomi nel 1838, in Italia arriverà nel 1904.

La psichiatria italiana sta dunque muovendo i primi passi dopo l’unificazione del Paese e potrebbe trarre molte ispirazioni da Gheel, tanto più che l’Italia è ancora un paese profondamente agricolo e molti manicomi vengono costruiti dopo l’unificazione. Tuttavia le reazioni positive all’esperienza della cittadina belga sono poche. Agli ammirati resoconti di un giovane Serafino Biffi fanno riscontro le diffidenze di un Verga e uno snobismo perfino vantato di un Castiglioni.

I successi ottenuti dagli abitanti di Geel sono innegabili; ma una serie di giustificazioni viene apportata per impedirne l’emulazione: l’urbanizzazione che è ovunque in aumento rende impossibile impiantare dal nulla una costellazione di villaggi come a Geel nelle vicinanze di grandi città (senza contare che i medici migliori non accetterebbero mai di trasferirsi in zone eccessivamente sperdute); l’ostilità e l’avversione ai folli della popolazione, anche di quella di campagna è invincibile; Geel si basa su una tradizione che non è possibile inventare di sana pianta. Non mancano tentativi di mediazione: avvicinare il modello di Geel al manicomio chiuso e ispirarsi alla cittadina belga per concedere una oculata (e ben sorvegliata) libertà agli alienati.

Anche in Italia ben presto si affacceranno i problemi del sovraffollamento, della cronicizzazione dei malati e dell’inefficienza terapeutica dei manicomi. Le colonie agricole ispirate in qualche modo a Geel creerebbero la possibilità di sfoltire le strutture liberandole di folli tranquilli (e qualche tentativo in questo senso verrà fatto – sul problema del sovraffollamento dei manicomi, per Imola vedi il mio: Il Manicomio modello. Storia dell’ospedale psichiatrico di Imola (1804-1904), La Mandragora Editore, Imola, 2015; per Bologna, Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio; per Pesaro, Paolo Giovannini: Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)). Ma non si può nemmeno parlare di una sorta di appuntamento mancato. Un buon numero dei manicomi italiani è stato ricavato da edifici che antecedentemente avevano tutt’altra funzione (spesso erano conventi, mi permetto di rimandare al mio: I matti degli altri. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864)) e già questo dice qualcosa su come vengano considerati folli: la salute e la cura poveri che soffrono di disturbi mentali vengono dopo le ragioni di bilancio e di spesa. Se tarda ad arrivare il riconoscimento di cittadinanza per le classi popolari (ammesse in minima parte al diritto di voto e prive di altri diritti), gli alienati sono trattati come oggetti.

Il fantasma di Geel

Il caso di questa strana cittadina diventa internazionale anche in virtù di questa sorta di innalzamento del folle a persona. Di Geel si discute in Inghilterra, in Scozia, in Prussia, in Olanda, in Francia naturalmente e anche negli Stati Uniti. Alcuni la ammirano, altri ne accolgono alcuni aspetti e ne traggono parziale ispirazione, molti la osteggiano.

Geel in qualche modo si “impone”. Viene imitata nel Belgio francofono, in Francia e vi è una “città dei matti” autoctona perfino in Giappone. Ma viene imitata molto più per la convenienza di sfoltire i manicomi tradizionali più che per il significato profondo della storia della piccola cittadina delle Fiandre: “un modello di assistenza psichiatrica differenziata e anche un esempio dell’etica dell’accettazione del diverso, del disturbato mentale e intellettuale” (p. 297). Con quest’ultima affermazione siamo già nel Novecento inoltrato, quando anche il microcosmo di Geel ha conosciuto grandi e inevitabili trasformazioni: il progresso ha investito anche quella zona, il lavoro e il mondo del lavoro sono mutati radicalmente e con loro anche le forme del disagio del vivere e del disagio sociale.

Conclusioni

Con Geel, la città dei matti Villa ci regala un libro coltissimo e raffinato. L’A. “frequenta” Geel da quasi mezzo secolo e questo tornare sull’argomento, questo bisogno di capire testimonia il senso profondo dell’essere storico, che non è soltanto il piacere della conoscenza ma un impegno culturale e civile. Perché compito dello storico non è soltanto quello di comprendere e di spiegare ciò che ha capito, ma anche quello di sollevare domande. Il lettore interrogherà spesso il testo, si sentirà spinto a farlo.

Per questo – penso – Villa mostra una grande cautela anche nel dosaggio delle parole e delle espressioni. Raramente parla di “malattie mentali”, in riferimento ai “matti di Geel” argomenta giustamente sul disagio sociale e del vivere. In tempi in cui il campo della storia è attraversato da semplificazioni e banalizzazioni di ogni genere, Villa dimostra che si deve continuare a scrivere di storia con rigore metodologico. Il saper poi raccontare e argomentare la storia di questo piccola cittadina con uno stile narrativo personalissimo che “inchioda” il lettore alle pagine, è un ulteriore merito dell’Autore.

Buona lettura.

PS: per un ulteriore punto di vista, Giornale di Storia, Francesco Saverio Bersani: Geel e Santa Dinfna, una secolare tradizione di assistenza psichiatrica


Recensione. Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio

Una storia del manicomio di Bologna che va molto al di là del caso locale. Un libro veramente bello e prezioso.

Come già accennato in altre recensioni e articoli, la storia dei manicomi italiani si sta rinnovando e aumenta il numero di monografie a nostra disposizione.

Con Memorie di trasformazione di Cinzia Migani, si aggiunge un nuovo segmento alla conoscenza delle istituzioni manicomiali. Nello specifico, il libro di Migani ripercorre la tormentata storia del manicomio di Bologna.

Storia travagliata e di lunga durata come si evince dal primo, agile capitolo; Un lungo percorso che affonda le proprie radici negli albori della storia moderna e conosce un continuo susseguirsi di ostacoli. La dismissione del Sant’Orsola, ospedale inadatto al ricovero dei folli, richiese molto tempo e conobbe molti tentennamenti: per Bologna disporre di un manicomio è stata una faccenda lunga e complicata.

In linea con quanto si era già verificato per altre strutture manicomiali, anche a Bologna la soluzione fu trovata riadattando ad uso di manicomio un ex Convento, quello di di Sant’Isaia. (Su questo aspetto si veda, ad esempio, il mio saggio in Storia e Futuro n. 52, aprile 2020: I matti degli altri. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864))

Immediatamente, anche quando i folli erano ricoverati al Sant’Orsola, si stagliano due fattori che hanno contraddistinto la storia della psichiatria italiana e dei manicomi: il primo riguarda la graduale enucleazione dei “mentecatti” dalla più ampia nebulosa della marginalità e la medicalizzazione cui questi soggetti vengono progressivamente sottoposti. “La psichiatria”, nota giustamente l’A. “sin dalle prime fasi del suo sviluppo nel XIX secolo, si configur[ò] come una disciplina le cui funzioni sanitarie erano strettamente congiunte, e spesso subordinate, a quelle amministrative o di governo di situazioni marginali originanti, anche nella loro fisionomia patologica, nel pauperismo” (p. 64). Di qui, la pluralità di soggetti che si occupavano in un modo o nell’altro dei mentecatti (p. 63).

Il secondo riguarda la continua sfibrante battaglia tra medici o organismi amministrativi per la realizzazione di un’istituzione che non fosse “un’offesa alla civiltà” (p. 28). I medici dovettero combattere strenuamente e spesso patteggiare soluzioni estemporanee con amministrazioni che, a loro volta, trovandosi in gravi condizioni finanziarie, non si decidevano a trovare una soluzione definitiva al problema della follia che, soprattutto a partire dai primi decenni dell’Ottocento, andava estendendosi continuamente. Nemmeno tra gli organismi amministrativi – Deputazione Provinciale e Consiglio provinciale – vi era unanimità di pareri sulle attribuzioni che avrebbe dovuto avere il manicomio: la prima guardava con apprensione i costi e il lievitare delle spese e quindi si atteneva a una stretta razionalizzazione delle risorse; il secondo intendeva riqualificare l’Istituto con l’aumento del personale e altri provvedimenti tesi a modernizzarlo anche con una collaborazione integrata con l’Università cittadina, che lo rendesse centro di ricerca scientifica (pp. 75 ss.).

il Direttore Francesco Roncati

In questo senso il direttore Roncati diede prova di tenacia indefessa e di una certa abilità nel mettere al passo il suo istituto con i precetti della “tecnica manicomiale” dell’epoca. L’A. fa emergere chiaramente la concezione repressiva che Roncati affidava alla psichiatria. L’isolamento completo, assoluto dei ricoverati, tanto all’esterno – verso i cittadini – tanto all’interno del manicomio – tra i due sessi e fra le varie forme di follia – è un chiodo fisso, pervicacemente perseguito dal Direttore. Anche agli infermieri, reclutati più in rapporto alla loro prestanza fisica che a conoscenze di medicina, era espressamente vietato rivelare all’esterno quanto accadeva dentro il manicomio (p. 58). Attorno a questa impostazione – che svela la sostanziale sfiducia di Roncati verso la capacità di curare del manicomio – fanno da corollario l’uso continuato di mezzi di contenzione e di camere isolamento. Mentre, soprattutto negli ultimi decenni del secolo, in altri manicomi si vanno sperimentando approcci diversi e più aperti al controllo dei ricoverati, Roncati, che mantenne la direzione del manicomio dal 1871 fino al 1905, rimase ancorato a una concezione repressiva della psichiatria.

Del resto, il continuo afflusso di ricoverati pregiudicava sul nascere qualsiasi tentativo di approccio terapeutico. In un manicomio concepito per ospitare 400 alienati, alla fine degli anni Settanta ve ne erano 650 e a fronte di questa situazione congestionata la Deputazione Provinciale non disponeva delle risorse finanziarie per ampliare l’istituto. Lo stesso Roncati doveva ammettere sconsolato che il manicomio si stava trasformando in “un gran dormentorio” – altri parleranno di “reclusorio” (p. 47 e 81).

Con l’eccezione del caso imolese (sul quale ho pubblicato una monografia) in quasi tutti gli altri casi finora indagati dalla storiografia i medici lamentarono di avere le mani legate nella direzione dei manicomi, dipendenti come erano dalla Congregazione di Carità comunale, dalla Deputazione Provinciale, dal Consiglio Provinciale e, dopo le riforme crispine, dalla Giunta Provinciale Amministrativa (su questo si veda anche Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)). Dovendo sostenere le spese, le amministrazioni comunali e provinciali non avevano alcuna intenzione di farsi accantonare. Ne derivava un dualismo che attribuiva agli organismi amministrativi del Comune e della Provincia la direzione finanziaria mentre ai direttori veniva riservata la direzione interna dell’Istituto.

Nonostante le lamentele, gli alienisti godevano comunque di un potere non indifferente: assumevano o licenziavano personale a loro piacimento, decidevano la scansione interna della vita degli istituti (lavoro dei ricoverati, orari di riposo, refezioni, diete, orario di lavoro di medici, infermieri e personale avventizio, premi, punizioni ecc.). Roncati – e l’A. lo dimostra a più riprese, fece un uso dispotico del potere di cui disponeva all’interno del manicomio garantito da un Regolamento approvato nel 1888, stemperato da marcate venature di provvedimenti paternalistici nei confronti di un personale medico e di servizio insufficiente nel numero e mal pagato (capitolo 3).

Stretto tra una costruzione architettonica riadattata ma non pensata e strutturata come istituto apposito (sulla scia, ad esempio, del vicinissimo manicomio imolese), il pragmatismo della Deputazione provinciale che spegneva sul nascere l’ambizione di dotare Bologna di un manicomio moderno e improntato anche alla cura oltre che alla custodia degli alienati, e la rigida visione custodialistica della psichiatria del suo direttore, il manicomio bolognese ebbe un ruolo marginale anche nel dibattito scientifico interno alla psichiatria sebbene fossero decenni di grande attività e fermento scientifico. L’attenzione di Roncati si rivolse piuttosto al funzionamento della macchina manicomiale all’interno della quale il malato non era considerato soggetto con esigenze proprio ma – “puro corpo” al quale garantire poco più delle minime condizioni di vita – l’igiene, i pasti, un letto.

L’A., sempre cauta e ponderata nelle valutazioni, non esclude un filo conduttore che spieghi la relativa importanza del manicomio bolognese nelle vicende della psichiatria italiana del tempo. Il sovraffollamento delle strutture era un problema comune a tutti i manicomi dell’epoca, ma quello diretto da Roncati aveva l’ulteriore problema che non poteva essere ampliato se non con costi molti elevati (che la Provincia non intendeva accollarsi, tanto che venne stipulata una convenzione col manicomio di Imola per inviarvi un certo numero di alienati) e si trovava all’interno della città. La “tecnica manicomiale” del tempo, invece, prevedeva la costruzione dei manicomi a ridosso delle città, ma fuori, in modo tale che venisse garantita la pace all’interno della struttura essendosi interrotto il “richiamo” della vita cittadina sui ricoverati, eventualità ritenuta dannosa per la cura.

Organizzare la vita dei degenti in spazi ristretti in una situazione di sovraffollamento e al tempo stesso isolare il più possibile l’istituto dalla città sono due elementi che ossessionarono la direzione di Roncati. Si spiega così l’importanza che il direttore attribuiva all’isolamento dell’istituto e all’ordine che doveva regnare sovrano e assoluto al suo interno. Perché se – in questo in sintonia con la prima generazione di alienisti – il direttore pensava che il manicomio fosse già di per sé, in quanto struttura, un valido strumento di cura, dovendo la mente del folle essere riportata sui binari della normalità, non doveva essere distratta: come altri alienisti, Roncati riteneva che la follia fosse “contagiosa”, nel senso che i malati fossero ricettivi e suscettibili di assumere stati d’animo e atteggiamenti di altri. Per evitare che si dispiegasse un processo di emulazione tra i ricoverati occorreva suddividere le “forme” della follia in compartimenti stagni non comunicanti tra loro. Per queste e altre ragioni l’ordine, che contraddistingue l’istituzione manicomiale, ha la funzione – secondo Roncati – di bilanciare in un primo tempo e di imporsi successivamente, sulla mente deragliata del folle.

Il successo di un’istituzione fallimentare

Le osservazioni di Migani sullo sguardo sono acute e pregnanti. Per sguardo si intende un ventaglio ampio di posizioni. Per i cittadini il problema della follia aveva a che fare col pudore e lo scandalo offerti dalla vista indecorosa del folle: i cittadini potevano essere disturbati dalla vista di comportamenti anormali. Per i “mentecatti” invece l’osservare frammenti di vita cittadina poteva compromettere il loro equilibrio psichico sempre precario, mentre per il Direttore, i medici e il personale infermieristico la possibilità di sorvolare visivamente sull’intera struttura e su tutti i ricoverati era un elemento fondamentale per trarre osservazioni sul comportamento, intervenire in caso di necessità e mantenere l’ordine all’interno del manicomio. Dunque la follia e chi ne è colpito viene occultata, resa invisibile, in qualche modo eliminata dalla società.

In fin dei conti sta qui uno dei fattori che hanno contribuito al “successo” del manicomio, alla sua durata nonostante il palese fallimento sul versante della cura. Le tre storie raccontate e discusse nella terza e ultima parte del volume di un imprenditore, di un “sovversivo” e di un bambino sono esempi di persone ritenute “inadatte” a vivere in società, che devono essere “annullate”, rese invisibili ancor prima che curate.

Un altro elemento che ha contribuito fortemente a ritenere il manicomio un punto di riferimento per la società è l’ascesa della psichiatria come specializzazione medica che si incarica di neutralizzare attraverso il manicomio ansie collettive che scaturiscono dai mutamenti economico-sociali in corso. Da questo punto di vista il manicomio è collegato direttamente all’affermarsi della produzione capitalistica – soprattutto nelle campagne nel caso bolognese – e si (pro)pone come “contenitore” di quei soggetti che non ne reggono il ritmo o che ne subiscono l’affermazione: i pellagrosi, che da soli costituiscono la netta maggioranza dei ricoverati ne sono l’esempio lampante.

Perciò, nonostante restino ferme le peculiarità che fanno scattare l’internamento basate sulla pericolosità del soggetto per sé stesso o per altri e sulla condotta ritenuta scandalosa, il ventaglio delle figure sociali e degli atteggiamenti che aprono le porte del manicomio si ampliò velocemente, soprattutto a partire dall’ultimo quarto dell’Ottocento, perché a mutare fu la percezione dei connotati fondamentali alla base dell’ingresso: la categoria dei soggetti pericolosi per la società si ampliò enormemente: in manicomio entrarono alcolisti, epilettici, discoli, frenastenici, imbecilli pellagrosi, prostitute… (pp. 237 ss).

Ma se finire internati in manicomio era relativamente facile (e più si scende la scala sociale, più questa possibilità diventa concreta), uscire era estremamente difficile. Il fallimento del manicomio come luogo di cura emerge chiaramente nella seconda parte del libro che tratta delle “prime soluzioni al sovraffollamento dei manicomi”. Soluzioni che a fine Ottocento, inizio Novecento vennero individuate essenzialmente nel dislocare alcune categorie di malati – alcolisti, cronicizzati e dementi epilettici, frenastenici ecc.. – in istituti e ricoveri a loro dedicati.

Ma le cause economiche e sociali dell’aumento vertiginoso dei ricoveri che si stava verificando dall’ultimo trentennio del secolo (in un Congresso qualcuno riferendosi ai manicomi li definì “carnai”), sebbene non mancassero voci critiche all’interno dello stesso mondo psichiatrico, continuavano ad essere tenute in un angolo e a non essere affrontate a livello politico (su questo si veda anche Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento; sulla diffusione della pellagra in Romagna, Chiara Arrighetti (a cura di), La salute nella Romagna dell’Ottocento. Il caso della pellagra, (Quaderni della Società di Studi Romagnoli, n. 38), 2019). Per non intaccare gli squilibri economici e sociali tra le classi i ceti dirigenti continuarono a delegare ai manicomi il compito di contenere e nascondere coloro che non erano in grado di vivere dignitosamente e cedevano tanto fisicamente che a livello psichico alle pressioni cui erano sottoposti e ad una vita di stenti.

Conclusioni

Abbiamo fatto cenno alla suddivisione interna del libro in tre parti. A prima vista possono apparire disomogenee, in realtà non è così. Con Memorie di trasformazione Cinzia Migani porta a termine un lavoro di ricerca iniziato decenni addietro sotto la guida di Ferruccio Giacanelli. Psichiatra, direttore del manicomio bolognese, studioso appassionato e penetrante della storia della propria disciplina, Giacanelli era uomo di profonda umanità e sensibilità. Con questo libro l’A. salda un conto aperto. E lo fa con una ricerca ricchissima per la quantità di materiale consultato e debitamente vagliato, e con grande sensibilità ed empatia con le vittime di quei veri e propri inferni che furono i manicomi.

Buona lettura.