Recensione. Cesare De Seta: L’Italia nello specchio del Grand Tour

“Lo scopo principale del Grand Tour era quello di scoprire e studiare le culture straniere, al fine di incorporarne alcuni aspetti nel proprio tessuto sociale”. Così è quanto si legge nel catalogo di una delle numerose mostre dedicate a quel genere di viaggio che dalla metà del Cinquecento alla Rivoluzione francese coinvolse i giovani di tutta Europa destinati a ricoprire cariche importanti nei rispettivi paesi. Il Grand Tour definiva un’esperienza di viaggio ritenuta da molti essenziale ai fini della formazione di un “perfetto gentiluomo” (l’espressione è di Thomas Nugent, The grand tour, or, A journey through the Netherlands, Germany, Italy and France citato a p. 157). .

Formare un gentiluomo è un’espressione che indica già risvolti precisi. L’Europa era piena di gente in viaggio di ogni ceto, professione e condizione sociale, ma il Grand Tour è un’esperienza riservata, ai rampolli dell’alta società – inizialmente inglese, poi anche di altri paesi – destinati ad entrare nella classe dirigente del proprio paese. Visitare Francia, Svizzera, Italia e, al ritorno, Germania e Olanda richiedeva tempo e denaro. Questo viaggio di formazione durava circa un paio d’anni e i giovani che lo compivano non viaggiavano mai soli: avevano un tutore e disponevano di almeno un servitore. Naturalmente, più alto era il lignaggio, maggiore era il personale al seguito (su questo si veda Antoni Maçzak Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna).

Carte de l’Europe di Bellin, Jacques Nicolas – 1764 – Biblioteca Nazionale Marciana – Venezia, Italy – No Copyright – Other Known Legal Restrictions.
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I molti volti dell’Italia

“Non esiste sicuramente altro luogo al mondo in cui un uomo possa viaggiare con maggior piacere e beneficio dell’Italia… È la grande scuola della musica e della pittura, e in essa vi sono tutte le più nobili opere di scultura e di architettura, sia antiche che moderne…”. (Remarks on several parts of Italy, &c. in the years 1701, 1702, 1703).

Così presentava l’Italia Joseph Addison, poeta, giornalista di successo e futuro animatore dello “Spectator”, che viaggia in Italia tra il 1701-1703. Addison indica alcuni dei motivi per i quali l’Italia era una calamita irresistibile per viaggiatori, artisti, collezionisti e giovani desiderosi di acquisire gli ingredienti per diventare un uomo di mondo: l’arte, la storia, l’antichità. L’Italia è un museo a cielo aperto: da Venezia a Napoli (l’estremo sud e le isole verranno scoperte relativamente tardi) il visitatore non ha che l’imbarazzo della scelta; ovunque si rechi arte e cultura sono lì ad attenderlo, a farsi ammirare. “Addison viaggia attraverso i poeti” – è stato scritto e può essere vero. Viaggiare lungo un’Italia immaginaria, “costruita sulle citazioni, sui testi antichi, indagata attraverso le epigrafi”, i monumenti o le antiche rovine, è un modo adottato da molti dal Medio Evo a tutto il Settecento (p. 151).

Tutori e viaggiatori fissano in precedenza i propri itinerari utilizzando guide scritte da altri che li hanno preceduti. Alcune di queste – il Voyage d’Italie de Monsieur Misson : avec un mémoire contenant des avis utiles à ceux qui voudront faire le même voyage in quattro volumi, pubblicato nel 1691 o il Voyage en Italie di Lalande (1769), una vera e propria enciclopedia come si deduce dal titolo per esteso: Voyage en Italie, contenant l’histoire & les anecdotes les plus singulieres de l’Italie, & sa description. Les usages, le gouvernement, le commerce, la littérature, les arts, l’histoire naturelle, & les antiquités; avec des jugemens sur les ouvrages de peinture, sculpture & architecture, & les plans de toutes les grandes villes d’Italie – divennero opere di riferimento per tutti i viaggiatori successivi. In un certo senso quindi questi vedranno con gli occhi di chi li ha anticipati. A ragione De Seta rileva che “lo straniero [ha] la tendenza a identificare una qualsiasi parte d’Italia con i luoghi del mito classico” e che in molte descrizioni “l’Italia [diventa] una metafora” (p. 126).

Aquaduct van Nero te Rome – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
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Allo stesso modo essi vedranno attraverso la cultura che li ha formati: il disinteresse – per non dire il disprezzo – verso il gotico e il Medio Evo di molti di loro tradisce questa impronta. Ad attrarre sono le mirabilia, le antichità e l’arte. Lo sono al punto che a poco a poco si instaura l’abitudine di avere al proprio seguito un cicerone, non solo una guida ma un vero specialista che sia capace di scegliere l’itinerario più interessante […] e che […] sia capace di muoversi in quel grande mercato dell’arte che è l’Italia del tempo” (p. 135). Non solo: nel corso del ‘600 “il viaggio in Italia non è più iniziativa privata” di un singolo, “ma diviene programma dello Stato e da esso economicamente sostenuto” (p. 181). Vale per l’Inghilterra, ma vale anche per la Francia. A testimoniarlo è la fondazione a Roma dell’Accademia di Francia nel 1666. “L’Italia è la fonte a cui bisogna attingere” e la presenza di artisti come Velasquez o Rubens o architetti del calibro di Philibert de l’Orme, Inigo Jones e di tantissimi altri lo testimoniano.

Più o meno consapevolmente i protagonisti del Grand Tour cominciano a tessere una tela di relazioni di carattere eminentemente culturale, scientifico, di ricerca e di dibattito, più o meno profonda e duratura che si spande per l’Europa con le loro opere, con le traduzioni, con l’ispirazione o l’imitazione degli stili, con gli epistolari e che ripercuote nella vita dei singoli stati.

Trevifontein te Rome – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
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Gli stimoli che offre l’Italia sono davvero molti. L’arte, il pittoresco, i libri o i documenti che fanno gola a collezionisti e mercanti sono solo una parte di quanto il paese può offrire. Vi sono interi mondi da scoprire. George Berkeley fa proprio questo nel corso del suo secondo viaggio in Italia quando di discosterà dalle tappe classiche e consolidate del viaggio per avventurarsi nella scoperta e nell’esplorazione del sud Italia: gira per la Campania e la Puglia, scopre e resta affascinato dal tarantismo, affina e accresce i suoi interessi antropologici ed etnografici. La curiosità della sua mente aperta e la sua spregiudicatezza gli consentono di abbandonare letture e interpretazioni canonizzate per elaborarne di nuove e originali.

Berkeley indica una strada, un percorso, territori da scoprire o da reinterpretare. Dopo di lui il numero di coloro che si avventurano sotto Napoli aumenta. Raccogliere informazioni sulla popolazione delle città, sulla produzione agricola, sui commerci ecc. rientra tra i compiti affidati a tutori e giovani viaggiatori. Alcuni, come lo stesso Berkeley o Montesquieu hanno e approfondiscono questi interessi: ne prendono nota e li discutono e danno vita a descrizioni di zone agricole ben tenute, ricche, produttive. Descrizioni che si fondono o si scontrano con quelle di una natura incontaminata, selvaggia che fa da corollario a comunità appena sfiorate dalla civilisation, dalla modernità, ancora integre nelle loro regole comportamentali e comunitarie fissate da tempi immemorabili. Il paese reale e quello immaginario si fondono esagerando o distorcendo l’immagine dell’uno e dell’altro. C’è chi annota che “viaggiando attraverso questo paese, l’osservatore imparziale sarà colpito dal gusto degli italiani che è molto più raffinato di quello delle altre nazioni d’Europa: essi infatti curano con particolare attenzione l’aspetto esteriore di ogni cosa”. Giudizio che può anche essere condivisibile per alcune classi sociali, ma che dire, ad esempio, della campagna devastata dalla malaria che circonda Roma? Le campagne popolate da robusti campagnoli e floride contadine dicono molto più su quanto i viaggiatori si aspettavano di trovare e volessero vedere della realtà concreta ed effettiva delle campagne. Allo stesso modo i “lazzaroni” e gli scugnizzi napoletani sembrano far parte del panorama della città, come la mitezza del clima o una caratteristica qualsiasi, non la spia per indagare un pauperismo disperato.

Le città

Nel formarsi dell’immagine della “bella Italia” descritta dai viaggiatori, un ruolo fondamentale è giocato dalle città (sulle città vedi Attilio Brilli, Il grande racconto delle città italiane). Torino, Genova, Milano, Venezia, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli. Sono città diversissime tra loro. Roma naturalmente ha un ruolo centrale: Roma Caput Mundi, Roma faro del cattolicesimo, la Roma dell’antico e la Roma dei Papi e dei grandi mecenati le cui commesse attirano artisti da ogni dove: nel Seicento, a Roma, “gli stranieri sono altrettanto numerosi degli italiani” (p. 189, su Roma e Venezia vedi Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Montaigne se ne lamenta, non certo i commercianti, gli appassionati d’arte e i ritrattisti: la bottega di Batoni “divenne un centro mondano molto frequentato da aristocratici, gentiluomini, ‘virtuosi’ provenienti da ogni parte d’Europa, attratti – pare – anche dalla straordinaria bellezza di sua figlia” (p. 65) e non è l’unica. Per chi nutre interessi per l’archeologia Roma è un tesoro a cielo aperto già dentro le mura.

Festiviteiten op het Piazza della Signoria te Florence – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain.
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Alcuni avvenimenti come il Carnevale possono accomunare città come Roma e Venezia e accanto a quelli leciti vi sono piaceri molto meno confessabili: le cortigiane veneziane, romane o napoletane sono attrazioni potenti per ragazzi giovani se non giovanissimi: Coryat ammette esplicitamente di averle frequentate, ma molti altri non hanno la sua onestà e sorvolano, ma è innegabile che ai doveri e piaceri intellettuali si accompagnano quelli della carne.

Una “comunità” si aggira per l’Italia

Il Grand Tour è un’esperienza che riguarda gruppi ristretti di privilegiati ricchi, di sicuro avvenire, colti, raffinati. Non di meno è un gruppo cospicuo, che si irrobustisce nel corso del tempo: anche olandesi, polacchi e russi entreranno nei circuiti del Grand Tour. Si forma una cultura cosmopolita, un sentimento universalistico che non tiene conto di confini, si oppone al localismo e al particolarismo delle nazioni. Ma se le radici della cultura, della religione e dell’arte affondano nel Mediterraneo allora l’Italia, che ne possiede più di ogni altro paese, diventa un’unità culturale ben prima di unificarsi come paese. Attirando visitatori da ogni dove e tramite loro spargendo reliquie, libri, stampe, arte e ispirazione il Gran Tour funge da paziente incubatrice per il sentimento nazionale che è ancora di là da venire. Ecco la ragione per la quale De Seta parla di “specchio”. C’è un’Italia, una “Bella Italia” che prende forma proprio da questa esperienza che è, insieme, esperienza europea: “L’effetto […] del Grand Tour non si risolve nell’esperienza personale di chi lo vive, ma diviene un fattore essenziale nell’espressione del gusto e della mentalità dei Paesi d’origine. C’è dunque un effetto che potremmo definire di andata che agisce sulla personalità di chi lo compie e un effetto di ritorno che si propaga a macchia d’olio grazie ai racconti del tourist, ai dipinti, ai libri, alle incisioni, alle monete, alla statuaria antica […] , ai gioielli, ai reperti archeologici e naturalistici […]” (pp. 300-304).

Si tratta di un dato che deve essere tenuto presente anche oggi. Al di là del nazionalismo, del localismo, delle guerre la cultura e il sapere continuano a circolare, a muoversi, a smuovere coscienze e a creare. Oggi abbiamo la possibilità di ampliare i percorsi di queste nervature alle classi sociali che nei secoli del Grand Tour ne erano escluse ed è un bene che sia così. Il mondo non migliorerà se lasciato solo.

Conclusioni

L’Italia nello specchio del Grand Tour è un ottimo libro che si legge con piacere, anche se in alcune parti richiede un poco di attenzione, ricco di riflessioni e spunti interessanti e sorretto da un’abbondante bibliografia per ulteriori approfondimenti.

Buona lettura.

Recensione. Antoni Maçzak: Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna

In Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna, Maçzak ha scelto di studiare i secoli che precedono il Grand Tour: i viaggiatori di quest’epoca non sanno ancora con precisione cosa cercare, dove andare, come scrivere impressioni e osservazioni; talvolta non sanno nemmeno con precisione dove si trovano. Proprio per questo insieme di motivi le loro testimonianze sono più vivide, più fresche e, forse, più sincere.

CARROZZA DA PARATA DEL CONTE DI CASTELMAINE AMBASCIATORE D’INGHILTERRA di Van Westerhout Arnold (1651 – 1725) – 1687 – MuseiD-Italia, Italy – CC BY-NC-ND.
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Lo stupore è infatti uno degli elementi che ricorrono frequentemente nelle testimonianze: per la pulizia delle città olandesi o delle locande inglesi (o, al contrario, per la desolante povertà di quelle polacche o spagnole al di fuori dalle grandi città); per la facilità con la quale viaggiatori comuni possono avvicinare personaggi di alto lignaggio (anche regnanti) sia pure quasi sempre in occasioni informali come nelle locande; per gli usi e costumi di alcuni popoli (il consumo di frutta e l’uso della forchetta da parte degli italiani stupisce molti stranieri).

Gusti, mentalità e comportamenti spesso lontanissimi dai nostri, come l’attrazione per le pene capitali, eventi ai quali per assistervi non di rado i viaggiatori erano disposti ad allungare o deviare il proprio itinerario; o il piacere di collezionare cose che ai nostri occhi non hanno alcuna importanza. Semplicemente, come nota l’A., a quell’epoca, “tutto ciò che era nuovo, raro, strano e stravagante era degno di attenzione” (p. 289). Lo sapeva bene un locandiere di Amsterdam che fece della sua “Austeria” un luogo di attrazione proprio grazie a tutta una serie di marchingegni spettacolari e stupefacenti (pp. 103-105). Lo stesso discorso vale per l’arte. I modi di vedere e di intendere le arti era molto diverso dal nostro e sebbene dal Cinquecento alla fine del Seicento vi siano cambiamenti nei gusti e nell’approccio ad esse, ciò che interessava o suscitava ammirazione “era soprattutto una rarità, una curiosità, una testimonianza” (p. 311). I più diligenti e attenti si documentavano sulle guide prima del viaggio, ma anche queste, ovviamente, rispecchiavano i gusti dell’epoca: una guida segnala le stranezze realizzate da un vetraio di Murano, non l’arte vetraria in sè (p. 313). In loco ci si affidava alle guide delle città. Era un personale spesso improvvisato: vetturini, soldati momentaneamente disoccupati, bibliotecari s’improvvisavano guide turistiche e infarcivano le loro spiegazioni di inesattezze e invenzioni, che poi venivano riportate da coloro che prendevano appunti. Di qui gli errori che rinveniamo nelle guide stampate che sono giunte fino a noi (in generale vedi cap. 13).

Teniers the Younger, David, Smokers in a Tavern, 1635, Museo del Prado. Nelle locande si potevano fare incontri di ogni genere.

All’opposto, troviamo atteggiamenti che si sono mantenuti nel tempo. Studiosi e intellettuali avevano anche a quel tempo una tendenza a spostarsi molto più marcata rispetto ad altri gruppi sociali. Fiere come quella di Francoforte erano paradisi per i bibliofili, ma anche il richiamo di università, gabinetti di lettura e di studiosi rinomati era potente. Proprio un uomo colto come Montaigne, afflitto da numerosi acciacchi e disposto a coprire grandi distanze per curarli, ci mostra che talvolta alcune sensibilità erano avvertite in modo diverso dal nostro: ad esempio annota l’abitudine di orinare nei “bagni” dove si trovavano altre persone come una cosa del tutto normale (sui bagni e le stufe, vedi: Marzio Barbagli, Comprare piacere.). Altrettanto naturale era dormire in letti multipli con perfetti sconosciuti quando si pernottava nelle locande (la “privatizzazione” della camera singola con il letto ad una piazza avverrà più tardi. Vedi: Alain Corbin, Storia sociale degli odori).

Vernet, Claude-Joseph, La Construction d’un grand chemin. (A cheval, l’ingénieur Perronet), France, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 8331, https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010065348 – https://collections.louvre.fr/CGU. Fino a più della metà del ‘600 la rete stradale era sostanzialmente quella risalente all’Impero romano.
Scoprire il mondo, imparare a stare al mondo

Viaggiare è un verbo che racchiude molti intenti. Missioni diplomatiche, viaggi per imparare le lingue e le buone maniere, per recuperare la salute, pellegrinaggi e giubilei, per affari, per semplice turismo e senso di avventura; sono molti i motivi per cui la gente si metteva in viaggio. Mondo eterogeneo, dunque, quello dei viaggiatori, che però si incrociava nelle locande, nelle prime stazioni di posta, sul porticciolo per un battello o un’imbarcazione; si incontrava, si parlava, scambiava opinioni, condivideva tratte del viaggio – creava quella che Maçzak ha denominato con efficacia: “la società dei viaggiatori” (Capitolo 6).

In molte di queste occasioni le distanze sociali tra i viaggiatori si allentavano: nelle locande personaggi altolocati potevano fraternizzare temporaneamente con viaggiatori di estrazione molto più modesta, cenare con loro o passare qualche ora conversando e giocando nei dopocena o prima di coricarsi. Nei carri e nelle carrozze (sui quali si stava in 8, 10, 12) si creavano situazioni più informali, più confidenziali e “l’etichetta si faceva un po’ – talvolta davvero molto – meno rigida” (p. 189). Anche la paura – nelle zone infestate dal brigantaggio – o la convenienza (affittare una barca o una carrozza) erano collanti che saldavano rapporti destinati a sciogliersi una volta raggiunta la meta.

Ma viaggiare era anche un modo per mostrarsi e mostrare agli altri la propria ricchezza e il proprio potere. Re, principi e nobili spesso viaggiavano con un codazzo di cortigiani e personale di servizio di decine persone (e talvolta superavano abbondantemente il centinaio). Si trattava di eccezioni, naturalmente; di solito il corteo degli accompagnatori si riduceva a poche persone, ma per gente di rango era comunque inconcepibile mettersi in viaggio senza almeno un servitore.

Gerrit Berckheyde, The Golden Bend in the Herengracht in Amsterdam from the west, 1672, Rijksmuseum. Le città olandesi stupivano i viaggiatori per la loro pulizia.

Per i precettori delle famiglie altolocate che mandavano i propri figli (maschi) in Italia per motivi di studio e di educazione, il viaggio poteva rappresentare un’ottima occasione per fare carriera. Alcuni, come Thomas Hobbes, erano accompagnatori eccezionali, ma pochi erano di tale livello. Spesso però, se il primo viaggio si concludeva felicemente, il precettore diventava un accompagnatore professionista e una volta ritornato in patria si metteva al servizio di altre famiglie. In effetti il bagaglio di esperienze acquisite nel corso di un viaggio di circa un anno era notevole. Allacciare rapporti con persone influenti per districarsi nel difficile reticolo pieno di pericoli di passaporti e permessi, “fedi di sanità” e cambi di valuta (basti pensare a quanto erano frastagliate la Germania e l’Italia dell’epoca); nascondere il proprio credo religioso in paesi di fede diversa (e avversa, p. 258); trovare alloggi consoni al rango, professori e studiosi validi e, soprattutto, far quadrare i conti, non erano cose che si imparassero dalla sera alla mattina. (Sulle fedi di sanità vedi: Klaus Bergdolt La grande pandemia; William Naphy e Andrew Spicer: La peste in Europa e anche il bell’articolo Fedi di sanità: antichi passaporti che certificavano la salute ).

Thomas de Keyser, Ritratto di gruppo di un consiglio di amministrazione non identificato, 1630-1635, Rijksmuseum. Farsi inviare denaro o cambiare valuta era una faccenda complicata e rischiosa. Affidarsi a mercanti o a banchieri di provata solidità e affidabilità era il modo più sicuro per sbrigare queste faccende in sicurezza.

Per i rampolli si apriva invece un mare di prospettive allettanti e (almeno nei pensieri) di avventure, incluse quelle galanti. L’ospitalità aveva regole molto diverse da luogo a luogo: se in Spagna le donne venivano quasi nascoste, in altre zone il cliente era addirittura obbligato a baciare la moglie del locandiere al momento del suo arrivo. Le locande erano luoghi in cui non era impossibile avere qualche avventura fugace ma memorabile con una ragazza disponibile (p. 72) (pare che in certe zone della Francia le inservienti venissero assunte soltanto se di bella presenza). D’altra parte però, almeno nelle aspettative dei genitori, i viaggi avevano implicazioni molto serie per le future carriere dei figli: imparare a capire la condizione di uno Stato osservandone agricoltura e commerci, l’università e il numero delle accademie e delle locande; imparare a intuirne la solidità informandosi – con discrezione e tatto – sulle attitudini dei cittadini e sul loro grado di fedeltà ai regnanti; studiare le lingue, chiavi d’accesso per la carriera diplomatica – tutto questo ci si attendeva come risultato dei viaggi (e delle spese sostenute). Anche per questa ragione, soprattutto nei paesi protestanti – più “scientifici” e attenti a questo genere di informazioni (p. 235) – c’erano guide apposite, impostate e redatte per facilitare l’apprendimento di queste notizie. Incentivare lo studio, dunque, anche per indurre alla moderazione come stile di vita; raccomandazione questa ribadita in modo martellante dai padri ai figli e ai precettori perché tenessero gli occhi ben aperti.

Pericoli

Viaggiare era pericoloso. Il brigantaggio era una piaga che colpiva l’Europa dell’epoca a macchia di leopardo: era endemico in molte zone di confine, montuose e boscose e diventava un fenomeno imponente e preoccupante nel corso di conflitti – e, in generale, questi non furono secoli particolarmente pacifici. L’Italia era rinomata per i suoi banditi, e le guide segnalavano percorsi da evitare. In realtà il brigantaggio era una forma di ricatto, di “pedaggio” richiesto ed estorto al viandante e i banditi non avevano interesse ad uccidere viaggiatori pacifici, tanto più che l’A. riporta molti esempi di gesta cavalleresche da parte dei briganti, soprattutto quelli di area mediterranea: lasciare qualche soldo e qualche bestia per arrivare al primo paese (pp. 243 ssgg.). D’altronde era vero anche il contrario: il rischio di rimetterci la pelle era concreto, specie se durante le “trattative” qualcosa andava storto.

L’A. ci inoltra nel sottobosco delle leggi non scritte del mondo del brigantaggio con una serie di esempi che vanno dalle relazioni tra vetturini e briganti alle contromisure prese dai viaggiatori per proteggersi facendo gruppo, armandosi o assoldando scorte armate; “mance” lasciate alle autorità e con richieste di protezione al signore locale erano altri modi per attraversare territori in relativa tranquillità, e ci racconta cosa consigliavano le guide sul modo di comportarsi nel caso si venisse attaccati, dove nascondere il denaro oggetti preziosi e carte importanti. Sullo sfondo c’è la capacità (o, meglio, l’incapacità) degli stati di tenere i propri territori sotto controllo; fenomeno che diventava ancor più evidente in mare: il Mediterraneo e il Mare del Nord erano percorsi da pirati di ogni risma che attaccavano navi e coste.

Jacques Callot, Soldiers attacking a coach in a forest, 1633 ca., Europeana.
Curiosità vs paura

Per quanto validi possano essere i motivi per starsene a casa, oggi come allora, non avranno mai la stessa forza di quelli che spingono la gente a muoversi e viaggiare. Da questo punto di vista l’Italia, “santuario di cultura e arte antica” (p. 3939 era una calamita potentissima. Firenze, Roma e Venezia avevano tutto quello che un visitatore curioso potesse chiedere: storia, arte, curiosità, fede, svaghi, piaceri. Come resistere a tutto questo? Molti non avevano tempo a sufficienza per vedere tutto ed erano costretti a scegliere: Loreto, ad esempio, era una meta obbligata per i fedeli. Ma quasi sempre sacro e profano si mescolavano: Roma attirava enormi quantità di pellegrini ma era famosa anche per le sue innumerevoli cortigiane; quelle veneziane erano talmente importanti che la loro presenza poteva trasformare in successo o in un fiasco un avvenimento come il carnevale (sull’arte a Roma e Venezia in questo periodo si veda: Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Non c’era soltanto l’Italia, ovviamente: Parigi, Londra, i Paesi Bassi attiravano mercanti in gran quantità da tutta Europa. Anche la Spagna, nonostante l’Inquisizione fosse un buon deterrente, attirava visitatori da ogni parte.

Gaspar van Wittel, Piazza Navona, Carmen Thyssen-Bornemisza Collection on loan at the Museo Nacional Thyssen-Bornemisza 1699, CTB.1978.83_piazza-navona-roma
Conclusioni

Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna è basato sulle Guide e sulle relazioni di viaggio. Si tratta di una materiale eterogeneo, non solo per il valore letterario variabile a seconda di chi le compila, ma soprattutto perché diverge lo scopo per cui sono state scritte: un accompagnatore che durante il viaggio decide di diventare un accompagnatore di professione le compilerà in un certo modo; un viaggiatore che intende raccogliere materiale per le proprie memorie le scrive diversamente (e le rimaneggerà in futuro); un prelato che prende appunti su un viaggio diplomatico ometterà molte altre cose, ecc. Non di meno, pur con questi limiti dovuti alle fonti, Maçzak ci ha regalato un libro magnifico, ricchissimo, acuto e divertente. Tanto più che un buon numero delle fonti citate nella ricca bibliografia è ora disponibile nelle biblioteche digitali. Buona lettura.

Recensione. Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità

Uno splendido libro di Attilio Brilli sulle capitali d’Italia.

Diventare capitale può rivelarsi un ottimo affare. L’arrivo della burocrazia, dei ministeri, di esponenti politici e dell’esercito; il dover infondere alla città il piglio e il lustro dovuti alla città di riferimento di uno Stato significa attrarre investimenti e creare lavoro. Occupazione per operai, artigiani e maestranze, per negozianti, ristoratori, alberghi, impiegati pubblici ecc. Significa affari d’oro per costruttori e possidenti, banche e speculatori: il denaro scorre, il lavoro si moltiplica, la città si trasforma e cambia volto.

Tanto più se si tratta di città come Firenze e Roma, la prima protetta ma stretta da mura che ne impediscono l’espansione; la seconda che, come sospesa nel vuoto del tempo e dello spazio – vale a dire dei secoli di storia e isolata nel mezzo di una sterminata campagna – deve inevitabilmente modernizzarsi per mettersi a fianco delle altre capitali europee.

Firenze

Mura abbattute, interi quartieri da risanare a Firenze; zone intere e quartieri da abbattere letteralmente e da (ri)costruire a Roma. A Firenze il fragoroso abbattimento delle mura lascia entrare la campagna nella città snaturando il circostante paesaggio agreste e la prospettiva sulla città. Ma la scomparsa delle mura è solo l’annuncio di trasformazioni più profonde che coinvolgono il centro della città. Il groviglio di stradine e vicoli strettissimi di origine medievale che portano a un cuore della città tanto antico quanto desolante negli abituri e nella gente che lo abita sta per essere – e progressivamente verrà – spazzato via (pp. 28 ssgg.). Il Mercato Vecchio e il Ghetto lasceranno posto a una “piazza orrenda” ed enorme, a nuove strade e spazi: è la scomparsa non solo di ricettacoli della plebaglia cittadina – gente che vive alla giornata sul limitare e col debordare della legalità – ma di mondi fatti di miasmi e odori, di palazzi e abitazioni decrepiti ma pittoreschi, di una socialità sguaiata e non raccomandabile. Scompare il tratto saliente della città, ciò che la rendeva cara e inconfondibile.

Thomas Cole, View of Florence, 1837, Cleveland Museum of Art
Roma

A Roma non ci sono mura da prendere a cannonate per far posto alla città. Qui la campagna, ampi spazi coltivati o semi-incolti, fanno già parte del panorama cittadino: pastori e contadini fanno pascolare liberamente il bestiame dentro alla città. A rimetterci le penne sono da una parte i quartieri più insalubri del centro – il Ghetto il lugubre e misterioso “quartiere più malsano della città” (p. 86), e altri lungo un Tevere giallognolo e maleolente di immondizie e liquami che ammorba e inumidisce casupole precarie e cascanti -, luoghi affaticati e macilenti, pullulanti di bambini sporchi e pidocchiosi, di stamberghe umide e buie nelle quali il visitatore si guarda bene dall’entrare; dall’altra le ville che la circondano: edifici giganteschi e magnifici immersi in enormi parchi lussureggianti. Sono luoghi e contesti di incomparabile bellezza sacrificati a nuovi cantieri che si vorrebbero moderni ed efficienti.

Ettore Roesler Franz, Roma Sparita, www. ettoreroeslerfranz.com

Dietro a queste istanze di rinnovamento c’è la nuova borghesia di un Paese che fatica a mettersi al passo coi paesi più avanzati, ma che proprio per questo ha fretta di farlo. È gente che bada al sodo e al soldo, che sogna e si adopera per facili arricchimenti con la compravendita di terreni edificabili e speculazioni edilizie. È una borghesia vorace, ignorante e onnivora che manovra nascondendosi dietro al comodo paravento delle esigenze inderogabili della igiene pubblica, inderogabile per un Paese che si vuole moderno e civile, ma che poi si tradisce facendo tronfia mostra della ricchezza accumulata con un’eleganza pretesa ma non raggiunta e atteggiamenti tracotanti da “padroni” più che da signori (p. 107).

Ettore Roesler Franz, Roma sparita, Continuazione-di-Via-Capocciotto-nel-Ghetto-1886, www.ettoreroeslerfranz.com
Torino

Il caso di Torino è diverso. Questa città calma, compassata e geometrica, curata e ben tenuta, fiera della propria storia e orgogliosa della propria pragmatica efficienza, pur sapendo da tempo la transuenza in qualità di Capitale, mal digerisce il trapasso – pure temporaneo – a Firenze. La sua cittadinanza di solito prudente e cauta si riversa nelle strade a protestare: apparati dello Stato che se ne vanno altrove significa in disoccupazione e timori per il futuro.

Torino, Piazza Castello, Wikipedia

Da quanto detto fin qui ci si potrebbe aspettare che Brilli ci mostri questi sviluppi attraverso le dispute dei consigli comunali e dei piani regolatori. È vero in piccola parte. Grande storico del viaggio e dei viaggiatori, Brilli conosce alla perfezione questo genere di letteratura. Ci descrive l’evoluzione delle città con gli occhi e le penne di scrittori, giornalisti, artisti, storici dell’arte: pesca da romanzi come da corrispondenze private, da articoli giornale e da guide turistiche, da appunti e diari (il tutto indicato in un puntuale apparato di note e in una esauriente bibliografia).

Facciamo conoscenza della nutrita schiera di inglesi di stanza per lunghi periodi a Firenze, che inorridisce di fronte all’esecuzione degli sventramenti della città e protesta rivendicando Firenze città non degli italiani e nemmeno dei fiorentini, ma dei cittadini di tutto il mondo; di artisti, viaggiatori e scrittori immersi nell’immemore torpore romano capaci di cogliere le trame reali che si celano dietro ai proclami igienizzanti, che mette in guardia dagli interventi drastici, che piange e – negli anni successivi – rimpiange il sudiciume e la immemore polvere di Roma; che ammutolisce attonita e indignata di fronte allo sparire delle ville.

Con questo Il viaggio nella Capitale Brilli ci regala un libro colto, raffinato e piacevolissimo, con suggerimenti precisi: a diffidare degli slogan urlanti necessità improcrastinabili, specie se a promuoverli sono “voraci affaristi, [specchio dell’]inconsistenza della società italiana, priva di una borghesia alacre, moderna, votata allo spirito d’impresa, una borghesia che [sia] in grado di bilanciare un’aristocrazia parassitaria da un lato e dall’altro un popolo miserando, inetto e privo del minimo barlume di senso civico” (p. 100), e ad andare cauti quando si tratta di intervenire in modo massiccio nel cuore di città immerse nella storia.

Mi permetto di aggiungerne uno io, che ricavo da quanto scrive un’osservatrice brillante e assidua dell’Italia. Nel suo diario una scrittrice americana annotava osservazioni penetranti sulla capacità tutta romana di fagocitare tutto. Anche le nuove costruzioni rimaste a metà, incompiute e che non saranno mai finite dopo l’esplosione di una bolla finanziaria che ha prosciugato le risorse e fatto sparire gli investitori non sono un problema per Roma. Questa città “eterna”, che pare immobile, che si rinnova col ritmo impercettibile dei secoli farà suoi questi spezzoni di edifici e li inserirà nel suo contesto e nel suo paesaggio facendo affidamento sulla tranquilla, inesorabile tenacia del tempo. Farà suo anche l’inguardabile Vittoriale, mastodonte che nulla a che vedere con la città, macigno estraneo che più che altro si addice allo scopo di “pisciatoio di lusso” come lo definì Giovanni Papini?

A me pare che la capacità di Roma città capace di assorbire tutto, di addomesticare tutto e di incorporare tutto sia una buona metafora della Roma Capitale politica e un rimando ad una classe dirigente che resta sempre uguale a sé stessa anche quando sembra rinnovarsi e rinnovata nel profondo.

Buona lettura.

lo storico della domenica
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