Recensione. Vinzia Fiorino: Matti, indemoniati e vagabondi.

Matti, indemoniati e vagabondi di Vinzia Fiorino è uno dei libri che, circa un ventennio fa, hanno riacceso l’interesse degli storici per la storia della psichiatria e dei manicomi. Il suo lavoro è incentrato sul manicomio romano di Santa Maria della Pietà per il periodo 1850-1915. Fiorino ci regala un libro scrupoloso e notevole, sia per la messa a punto realizzata sul caso romano, sia per i percorsi di ricerca che ha aperto.

Il “gioco di squadra” nel controllo della follia

La storia locale (in questo caso Roma) o “particolare” (di un ente qualsiasi, in questo caso di un manicomio) è importante solo nella misura in cui si collega alla storia generale. Solo l’utilizzo di questa prospettiva permette di far emergere le specificità locali. L’A. ne è perfettamente consapevole e giustamente a collega situazioni e condizioni che interessano e riguardano il Paese, con eventi e dinamiche che riguardano il contesto romano o locale (vedi le pp. 77-78, molto acute, in cui espone il metodo di ricerca seguito). Non solo; molto spesso il quadro si amplia al contesto europeo. Questo vale, ad esempio, per l’isteria, una patologia sulla quale “il dibattito italiano non [offre] contributi particolarmente originali” (p. 156) mentre molto seguiti sono i lavori di Charcot. È un dato che non deve sorprendere: dai suoi esordi fino agli anni attorno all’unificazione, lo sviluppo della psichiatria italiana è strettamente condizionato da quella francese, ben più strutturata e organizzata, per poi lasciare il posto all’influenza di quella tedesca. Fiorino segue questo percorso segnalando gli snodi teorici e opportunamente li collega al susseguirsi dei direttori del Santa Maria della Pietà, ognuno con le proprie convinzioni e i propri approcci che potevano divergere da quelli del direttore precedente o successivo (pp. 132-33).

Ma sebbene il manicomio romano sia stato diretto da personalità di rilievo – come Girolami e Bonfigli, ad esempio – le sue particolarità risiedono nella lunghissima storia della città eterna e nel contesto economico e sociale della regione.

Ciò che distingue il Santa Maria della Pietà dagli altri manicomi è il fatto che può appoggiarsi e contare sulla collaborazione di molte altre “istituzioni totali” (carceri, conventi, educandati, depositi di mendicità e altri istituti di pubblica beneficenza) e ospedali generali. L’A. individua e ci accompagna in questi percorsi sotterranei, “invisibili”, ma importanti e spesso decisivi nella gestione della follia e della marginalità: non a caso funzionano in entrambi i sensi – dagli istituti verso il manicomio ma anche, sebbene in misura minore, in senso inverso. Si tratta di un fenomeno che solo a Roma può manifestarsi con l’ampiezza documentata dall’A. perché deriva proprio dal fittissimo reticolo di enti assistenziali che la Città eterna ha maturato nel corso dei secoli e che determina la conformazione di una “gerarchia” tra gli enti assistenziali al cui interno “il manicomio occupa senza dubbio il posto più basso” (p. 123). Così, per citare un altro esempio, l’attività dei medici delle carceri chiamati ad identificare condannati folli veri o presunti, non solo mostra un allineamento di medici generici alienistica del tempo (pp. 56-59), ma si qualifica come esempio tipico. In centri minori come Imola e Bologna o Pesaro non è presente (a Imola i medici delle carceri erano gli stessi dell’ospedale e del manicomio).

Manicomio, carceri ed enti di beneficenza sono soltanto una parte dei soggetti che si occupano della “gestione della follia”. Essi sono affiancati dai parroci (sostituiti dai sindaci dopo l’unità), dalle forze di polizia e dai medici condotti. Nessuno conosceva le condizioni famigliari, lavorative, i vizi, i bisogni e i segreti delle classi popolari come i parroci. Vivevano tra i loro parrocchiani e li confessavano. Era del tutto naturale, quindi, che i parroci fossero i primi intermediari tra i ceti più umili e le élites, anche per quanto riguardava i casi di follia: li segnalavano alle autorità, redigevano i certificati di povertà che servivano all’esonero della retta; si finiva in manicomio per essersi dimostrati di “pubblico scandalo” (da interpretarsi, come giustamente sottolinea l’A., in termini molto ampi) e perciò particolarmente occhiuta era l’attenzione dei parroci rivolta alle donne: non mancano casi di ricoveri “preventivi”, basati sulla supposizione che potesse accadere loro qualcosa.

Ma si finiva in manicomio anche quando un soggetto si dimostrava “pericoloso a sé o agli altri”; perciò ecco entrare in scena la forza pubblica, particolarmente solerte nelle procedure d’urgenza (pp. 49-50); ma soprattutto Fiorino evidenzia che con il passare del tempo il concetto di pericolosità si amplia, riguardando man mano un un ventaglio sempre più ampio di soggetti (pp. 139-40). Dopo l’unificazione, a fianco delle forze dell’ordine operano i sindaci, i quali dimostrano modi alquanto spicci nelle richieste di internamento, atteggiamento che dice molto anche sul passaggio dalla alienistica successiva alla Rivoluzione francese basata sulla “cura morale” della follia al positivismo; evoluzione che l’A. segue attentamente e documenta con puntualità (segnalando, tra l’altro, la scarsa incidenza delle teorie di Lombroso nel manicomio romano).

Manicomio di Santa Maria della Pietà, particolare

Naturalmente i protagonisti di questa storia sono i medici. In pagine riassuntive ma puntuali Fiorino ripercorre il lungo, difficile e tortuoso tragitto della professione medica e, all’interno di essa, quello della psichiatria. Occorse molto tempo prima che i medici riuscissero a sbarazzarsi della concorrenza di ciarlatani e medici non qualificati (su questo si veda anche Giorgio Cosmacini, Recensione. Giorgio Cosmacini: Ciarlataneria e medicina) e altrettanto complicata fu l’affermazione della psichiatria come specializzazione medica. Dopo l’unità, sindaci e soprattutto medici condotti sostituiscono l’operato che era stato dei parroci. Sono questi ultimi a redigere le informazioni per i medici del manicomio, a sollecitare ricoveri e farsi intermediari tra il manicomio e le famiglie dei ricoverati. Sono loro a sostenere, alimentare e diffondere il progetto alienista e ad impennare i ricoveri (p. 60).

Dunque siamo di fronte ad una “gestione polifonica” della follia; un “gioco di squadra” per gestirla e rinchiuderla. Quest’azione concertata tra molteplici soggetti potrebbe far pensare ad una rete che si stringe attorno a “folli” e marginali e che questi avessero poche o nessuna possibilità di sfuggirle. In realtà le cose non stanno così. Molto opportunamente Fiorino chiarisce che “per tutto il periodo considerato il flusso di internamenti presenta un notevolissimo turnover” (p. 94): poveri, alcolisti, isteriche e il variegato mondo dei marginali entra con facilità in manicomio, ma altrettanto spesso ne esce o vi resta per periodi relativamente brevi per poi tornarvi più volte. Medici e psichiatri devono fare i conti con una profonda, radicata avversione al manicomio, più tenace di quella che riguarda gli ospedali civili. Pur con molte eccezioni, sono soprattutto le famiglie ad opporre resistenza all’internamento o a chiederne insistentemente le dimissioni (pp. 97 ssgg). Il ricovero o la richiesta di dimissione sono spesso congiunte o derivano direttamente dagli altalenanti andamenti dell’economia famigliare. Accanto a fenomeni di povertà “strutturale” (cioè di famiglie e soggetti che non sono in grado di risollevarsi) destinati spesso a concludersi con lungodegenze, l’A. illustra molti casi di povertà “congiunturale”, di famiglie che necessitano dell’aiuto di enti per periodi più o meno brevi: in quei frangenti possono avere la necessità di sbarazzarsi momentaneamente di un congiunto, oppure di farlo rientrare in famiglia perché utile dal punto di vista economico.

Storia locale, “Grande storia”

Il sovraffollamento del manicomio romano fu dovuto soprattutto all’inurbamento di contadini provocato dalla crisi economica che colpì le campagne a partire dagli anni ’70/’80 dell’Ottocento e che cercavano una qualche soluzione nella capitale romana (e questo spiega la maggior presenza in manicomio di uomini rispetto alle donne, p. 89). Sono contadini che in città diventano muratori, facchini, vetturini, operai generici; donne di servizio o delle pulizie, sarte ecc. Fiorino parla giustamente di “proletariato senza industria” (p. 87) che, una volta sradicato dal contesto di provenienza, fatica o non riesce a formarsi una rete sociale dopo l’arrivo a Roma. Si forma così un’ampia fascia di marginali spaesati e privi di sostegno che finisce per approdare al Santa Maria della Pietà. Anche il caso romano, dunque, “dimostra come l’esperienza storica del manicomio resti saldamente legata alle condizioni di assoluta precarietà in cui versavano le classi povere dell’Ottocento e del primo Novecento” (p. 92).

Si tratta di un gioco complesso, connotato da un certo grado di ambiguità (pp. 112-113) al quale partecipano molti attori, nel quale le famiglie scovano e sfruttano margini di manovra insospettati (pp. 101, 115) e che, più spesso di quanto si supponga, ha esito positivo. In generale, e sicuramente a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo, i manicomi avevano problemi di sovraffollamento. Il manicomio romano non fa eccezione. D’altra parte, i comuni prima e le province poi, che dovevano mantenere i folli poveri in manicomio, avevano tutto l’interesse a rispedire a casa soggetti che non destassero particolari problemi. Così, ad esempio, sono relativamente pochi gli alcolisti lungodegenti: di norma venivano dimessi dopo un breve periodo di disintossicazione (pp. 170-78). L’incrociarsi delle esigenze di gestione manicomiale e i costi di mantenimento favorisce dunque la soluzione di aprire i cancelli del manicomio e restituire un certo numero di alienati alle famiglie. A questo si deve aggiungere la scarsissima fiducia delle classi popolari nelle probabilità reali di guarigione. Diffidenza ben motivata in quanto, concretamente, la psichiatria aveva ben poco da offrire sul versante della cura (pp. 105-106). Ciò è confermato anche dalla comparazione tra le cure praticate dai medici condotti e gli psichiatri del manicomio, che dimostra una somiglianza che non deve sorprendere.

Le cartelle cliniche sono la fonte più utilizzata ed è a partire dalle informazioni che contengono che l’A. apre e discute scenari, situazioni, condizioni ed esiti. Operazione tutt’altro che semplice, che però consentono una serie di “carotaggi” molto suggestivi. Il libro dedica ampio spazio alle donne e a come società e psichiatria le abbiano considerate e “curate”. Ho accennato al tema dell’isteria, ma non è l’unico. La descrizione dei deliri manifestati dalle ricoverate consente all’A. di “decifrarli”, di cogliere l’essenza della forma morbosa che le ha colpite: la possessione demoniaca, il grottesco e il mondo “alla rovescia”, diventano nella abili mani dell’A. degli scrigni da aprire ed indagare per svelare la permanenza di culture, mentalità, religiosità il cui nucleo affonda le proprie radici in epoche lontane, ma che mantengono una propria vitalità anche se interpretata e declinata in modi diversi a seconda delle epoche.

Si tratta di un’operazione quanto mai complessa, che incrocia molte forme del sapere (religione, etnografia, antropologia, linguaggio ecc.) e quindi di un terreno pieno di insidie. Ma Fiorino, benché consapevole dei rischi, ha fatto bene ad inoltrarvisi dimostrando da un lato l’immensa quantità di informazioni contenute negli archivi manicomiali; dall’altro come questo materiale, spesso frammentato in una miriade di minuscoli flash possa essere sfruttato anche a favore di una storia culturale dai confini ben più ampi dell’ambito psichiatrico. Infine, il capitolo che affronta queste tematiche (l’ultimo), caratterizza ulteriormente il caso romano in quanto molti dei casi esposti e discussi solo in parte sono riproducibili su altri contesti.

Conclusioni

Come ho accennato in apertura, Matti, indemoniati e vagabondi ha contribuito a riaccendere l’interesse degli storici per la storia della psichiatria e dei manicomi. Da allora le ricerche si sono moltiplicate (qui vedi per Bologna Cinzia Migani, Memorie di trasformazione. Storie da manicomio; per Pesaro, Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918); per Rqcconigi, Fabio Milazzo, Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919), infine, per Imola segnalo il mio: Il Manicomio modello. Storia dell’ospedale psichiatrico di Imola (1804-1904)). Oltre a confermare l’importanza di monografie su singoli manicomi, a distanza di un ventennio dalla pubblicazione questo libro resta un valido punto di riferimento per chi voglia approfondire l’argomento della follia. Fiorino confronta infatti le sue tesi con la storiografia non solo italiana, ma francese, inglese e statunitense offrendo al lettore la possibilità di orientarsi in molte direzioni. In tutto questo il lettore è agevolato anche da una scrittura precisa, puntuale, ma allo stesso tempo sempre chiara e scorrevole.

Buona lettura.

Recensione. Renzo Villa: Geel, la città dei matti

Un grande libro che racconta il caso unico in Europa di una cittadina i cui abitanti convivono con i “matti”.

“Ma che strano posto è mai questo?” Sono molti i visitatori che si pongono questa domanda quando visitano Geel, un piccolo paese in cui i “matti” vivono con gli abitanti, lavorano nei campi e (quasi tutti) vanno in chiesa, sono liberi di girare liberamente, i bambini giocano tranquillamente per strada incuranti di loro, vanno all’osteria a farsi una birra e una fumata e nessuno ne ha timore. E i visitatori sono davvero tanti: dai primi anni Sessanta dell’Ottocento ai primi anni del Novecento Geel è visitata da 403 europei, 54 nordamericani, 31 sudamericani e 18 asiatici (pp. 224-25).

Ad accrescere l’originalità vissuta a Geel concorre il fatto che il piccolo paese è situato in una zona piuttosto isolata, la Campine, nel cuore delle Fiandre, ritenuto da alcuni come un “luogo esotico […] un mondo lontano” nel quale forse, così suppone un osservatore, proprio a causa del relativo isolamento, il trascorrere del tempo ha finito per dar vita a una “varietà” antropologica negli abitanti, riscontrabile nella corporatura bassa e tozza, nelle cosce grosse, nel naso schiacciato e nella fronte sfuggente (p. 107).

I “folli” arrivano a Geel da tutto il Belgio, dall’Olanda, più avanti, a metà Ottocento, anche da Francia, Gran Bretagna e Svezia e vengono accolti dalle famiglie dietro compenso. L’aspetto economico è importante: gran parte della sua economia si basa proprio sull’accoglienza di folli: 60.000 livres a inizio Ottocento, 180.000 franchi a metà secolo (pp. 102-103). In un contesto povero e arretrato non sono cifre trascurabili, ma gli introiti non sono sufficienti a spiegare una storia secolare.

Geel è un’anomalia, un caso unico in Europa. Lo è nella storia della follia, anche (e forse soprattutto) dopo la nascita della psichiatria come branca della medicina e della nascita dei manicomi moderni. Lo è anche, in senso lato, storicamente: la consuetudine di ospitare i folli si perpetua nel tempo e resiste nonostante i numerosi, e talvolta profondi, rivolgimenti politici e militari che coinvolgono e stravolgono il piccolo villaggio.

L’originalità e l’importanza del libro di Renzo Villa risiede nello spiegare storicamente questo fatto: come mai la pratica che contraddistingue Geel nasce, si concretizza e perdura proprio qui?

Alle origini: una leggenda

Spiegare questo fenomeno è tutt’altro che semplice. Fare miscrostoria ha senso soltanto nella misura in cui questa aiuta a comprendere la “grande storia”. Perciò scrivere una microstoria è operazione quanto mai complessa e difficile. Delle molte difficoltà l’A. è perfettamente consapevole ma ha tutte le carte in regola per superarle.

Andare a ritroso nei secoli per individuare i fattori che sono all’origine delle vicende di Geel per poi risalire spiegando e mostrando il divenire storico, i molteplici percorsi che da quelle origini si dipanano, richiede una serie di competenze non comuni: la padronanza di numerose lingue; la consultazione di una quantità di fonti ampia e qualitativamente diverse, la capacità di interpretarle e di fonderle in una narrazione chiara e accattivante per offrire al lettore la possibilità di orientarsi senza sforzo.

Villa riesce egregiamente ad assolvere a questo compito. La peculiarità di Geel ha origine in una leggenda: la principessa Dimpna si sottrae con la fuga e poi col martirio al desiderio incestuoso del re d’Irlanda, suo padre snaturato. Le reliquie dell’eroina finiscono a Geel che diventa luogo di processione e consolida il culto dell’eroina. Di questa storia fioriscono versioni e composizioni differenti che l’A. rintraccia e ricompone con acribia, anche grazie alle sue competenze in ambito letterario e artistico.

Geel: una spina nel fianco della psichiatria

Al di là del mito fondativo, si resta colpiti dalle sottili distinzioni delle varie forme di follia individuate dai dotti già in età moderna che contrastano col robusto senso pratico dei contadini che ospitano e convivono con i folli e il fatto che sia proprio questa distanza dal sapere “scientifico” e ufficiale a divenire, col tempo, una spina nel fianco per gli alienisti.

L’Ottocento è stato definito giustamente “il secolo d’oro dell’alienismo”. La fondazione dei manicomi moderni e la conseguente nascita e formazione della psichiatria sono un prodotto della “duplice rivoluzione” industriale e politica (rivoluzione francese) che porta al potere la borghesia. Da questo punto di vista, Geel diventa un caso imbarazzante per la psichiatria. Com’è possibile che una minuscola comunità di contadini zotici e ignoranti ottengano risultati molto migliori nella cura dei folli rispetto agli scienziati? “Noi non possiamo credere che tutto ciò che costituisce il substrato della nostra scienza moderna sia assolutamente falso”, afferma significativamente uno di loro (p. 163).

Mentre in tutta Europa i manicomi diventano sempre più sovraffollati; i malati quando non peggiorano, cronicizzano e la psichiatria non riesce quasi mai a guarire, a Geel non solo i folli innocui, ma anche i maniaci furiosi e le forme più gravi di malinconia migliorano e spesso guariscono. A stupire gli osservatori è soprattutto il ruolo centrale delle donne della comunità di Geel, capaci di fondere gentilezza e autorevolezza nella convivenza coi folli e di guadagnarne affetto e rispetto (si veda la nota a p. 122, ma gli esempi sono molti).

Ma è tutto l’insieme delle relazioni sociali, affettive, lavorative che si instaura in ambito famigliare e collettivo a determinare quel salto qualitativo che manca completamente alla psichiatria asilare (p. 176). Il “sequestro” del folle in manicomio è fallimentare. Pinel e Esquirol avevano intuito la necessità di una “cura morale” basata sul confronto tra medico e paziente, ma questa è saltata in breve tempo a causa del sovraffollamento delle strutture, per la mancanza di personale medico e infermieristico sia in termini numerici che qualitativi. In manicomio il folle non solo non guarisce quasi mai, ma peggiora la propria condizione. Un esempio illuminante è quello del risposo: in manicomio le notti sono insopportabili: le ansie, le paure, le ossessioni dei ricoverati aumentano, nelle camerate si fondono con quelli degli altri ricoverati; il sonno spesso svanisce e al mattino il paziente è già stanco, sfibrato, privo di energie per affrontare una giornata che invece viene imposta nelle scansioni temporali e nelle mansioni decise dai medici.

A Geel accade l’opposto: i matti dispongono spesso di una camera propria, con un letto vero, possono riposare quanto vogliono, nessuno li obbliga ad alzarsi. In breve, viene data loro una dimensione privata, intima, della quale possono disporre e che imparano a gestire.

Il fallimento del manicomio è insito nella sua qualificazione di luogo di “cura e di custodia” allo stesso tempo. Quando il curare risulta inutile, allora l’aspetto custodialistico prevale e si impone. Gli alienisti non hanno cure efficaci e perciò i manicomi diventano molto presto dei giganteschi cronicari, degli enormi contenitori di tutti coloro che non reggono i ritmi o restano travolti di una società che per alcuni aspetti è in profonda e rapida trasformazione.

Nella cittadina belga oltre a una libertà limitata ma comunque infinitamente più ampia rispetto a quella dei manicomi il folle preserva la sua identità personale, presta e talvolta affina le sue capacità lavorative, sviluppa una sfera affettiva con i famigliari, i vicini, all’osteria. I limiti che conosce sono quelli imposti dalla sua malattia, che può spesso superare o con la quale può convivere senza traumi eccessivi (pp. 121, 148-49, 176). Di più: gli alienati si affezionano agli animali da cortile o che allevano, diventano compagni di giochi e custodi dei bambini di casa ai quali i genitori li affidano senza preoccupazioni (p. 137). Sono molti gli esempi riportati dall’A. e diluiti lungo la narrazione.

Ciò non significa che non si verifichino problemi. I molti regolamenti adottati e almeno un caso di cronaca nera lo testimoniano. Ma se confrontati con la situazione riscontrabile nei manicomi, la situazione a Geel è molto più rosea: pochi i tentativi di fuga, rarissimi quelli di violenza da parte degli alienati, quasi inesistenti i suicidi. Inoltre, come rileva giustamente l’autore, “accettare di collocare un parente malato” a Geel “non è scelta facile […] significa riconoscerne l’irrecuperabile follia”; significa compiere “una scelta poco meno disdicevole o vergognosa dell’invio in manicomio” (p. 128). (Tuttavia, stando almeno a quanto ho potuto constatare nel caso di Imola, le preoccupazioni derivanti dalla tara della follia, da “una sorta di colpa” che ricadeva sulla famiglia nell’avere un parente folle – come nota giustamente l’A. -, era una preoccupazione sentita molto più dalle famiglie borghesi rispetto ai ceti popolari).

Ma a dispetto dei limiti, alcuni dei quali risolti avanti nel tempo come la creazione di un’infermeria, Geel “funziona”. Ed è proprio questo il problema per alienisti. Certo, non mancano reazioni ammirate e perfino entusiastiche, ma in generale la corporazione psichiatrica in Europa e non solo, si sente minacciata, lesa nella propria professionalità, da quella piccola comunità sperduta. Le lunghe discussioni tra gli psichiatri sul “caso di Geel” mostrano una diffidenza risentita.

Gli alienisti italiani di fronte a Geel

Da questo punto di vista l’esempio della psichiatria italiana è eloquente. In ambito psichiatrico l’Italia non possiede una tradizione robusta come quella francese o inglese: la prima rivista di psichiatria disponibile su tutto il territorio nazionale vede la luce nel 1864, oltre vent’anni dopo quella francese; la Francia ha già una legislazione sui manicomi nel 1838, in Italia arriverà nel 1904.

La psichiatria italiana sta dunque muovendo i primi passi dopo l’unificazione del Paese e potrebbe trarre molte ispirazioni da Gheel, tanto più che l’Italia è ancora un paese profondamente agricolo e molti manicomi vengono costruiti dopo l’unificazione. Tuttavia le reazioni positive all’esperienza della cittadina belga sono poche. Agli ammirati resoconti di un giovane Serafino Biffi fanno riscontro le diffidenze di un Verga e uno snobismo perfino vantato di un Castiglioni.

I successi ottenuti dagli abitanti di Geel sono innegabili; ma una serie di giustificazioni viene apportata per impedirne l’emulazione: l’urbanizzazione che è ovunque in aumento rende impossibile impiantare dal nulla una costellazione di villaggi come a Geel nelle vicinanze di grandi città (senza contare che i medici migliori non accetterebbero mai di trasferirsi in zone eccessivamente sperdute); l’ostilità e l’avversione ai folli della popolazione, anche di quella di campagna è invincibile; Geel si basa su una tradizione che non è possibile inventare di sana pianta. Non mancano tentativi di mediazione: avvicinare il modello di Geel al manicomio chiuso e ispirarsi alla cittadina belga per concedere una oculata (e ben sorvegliata) libertà agli alienati.

Anche in Italia ben presto si affacceranno i problemi del sovraffollamento, della cronicizzazione dei malati e dell’inefficienza terapeutica dei manicomi. Le colonie agricole ispirate in qualche modo a Geel creerebbero la possibilità di sfoltire le strutture liberandole di folli tranquilli (e qualche tentativo in questo senso verrà fatto – sul problema del sovraffollamento dei manicomi, per Imola vedi il mio: Il Manicomio modello. Storia dell’ospedale psichiatrico di Imola (1804-1904), La Mandragora Editore, Imola, 2015; per Bologna, Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio; per Pesaro, Paolo Giovannini: Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)). Ma non si può nemmeno parlare di una sorta di appuntamento mancato. Un buon numero dei manicomi italiani è stato ricavato da edifici che antecedentemente avevano tutt’altra funzione (spesso erano conventi, mi permetto di rimandare al mio: I matti degli altri. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864)) e già questo dice qualcosa su come vengano considerati folli: la salute e la cura poveri che soffrono di disturbi mentali vengono dopo le ragioni di bilancio e di spesa. Se tarda ad arrivare il riconoscimento di cittadinanza per le classi popolari (ammesse in minima parte al diritto di voto e prive di altri diritti), gli alienati sono trattati come oggetti.

Il fantasma di Geel

Il caso di questa strana cittadina diventa internazionale anche in virtù di questa sorta di innalzamento del folle a persona. Di Geel si discute in Inghilterra, in Scozia, in Prussia, in Olanda, in Francia naturalmente e anche negli Stati Uniti. Alcuni la ammirano, altri ne accolgono alcuni aspetti e ne traggono parziale ispirazione, molti la osteggiano.

Geel in qualche modo si “impone”. Viene imitata nel Belgio francofono, in Francia e vi è una “città dei matti” autoctona perfino in Giappone. Ma viene imitata molto più per la convenienza di sfoltire i manicomi tradizionali più che per il significato profondo della storia della piccola cittadina delle Fiandre: “un modello di assistenza psichiatrica differenziata e anche un esempio dell’etica dell’accettazione del diverso, del disturbato mentale e intellettuale” (p. 297). Con quest’ultima affermazione siamo già nel Novecento inoltrato, quando anche il microcosmo di Geel ha conosciuto grandi e inevitabili trasformazioni: il progresso ha investito anche quella zona, il lavoro e il mondo del lavoro sono mutati radicalmente e con loro anche le forme del disagio del vivere e del disagio sociale.

Conclusioni

Con Geel, la città dei matti Villa ci regala un libro coltissimo e raffinato. L’A. “frequenta” Geel da quasi mezzo secolo e questo tornare sull’argomento, questo bisogno di capire testimonia il senso profondo dell’essere storico, che non è soltanto il piacere della conoscenza ma un impegno culturale e civile. Perché compito dello storico non è soltanto quello di comprendere e di spiegare ciò che ha capito, ma anche quello di sollevare domande. Il lettore interrogherà spesso il testo, si sentirà spinto a farlo.

Per questo – penso – Villa mostra una grande cautela anche nel dosaggio delle parole e delle espressioni. Raramente parla di “malattie mentali”, in riferimento ai “matti di Geel” argomenta giustamente sul disagio sociale e del vivere. In tempi in cui il campo della storia è attraversato da semplificazioni e banalizzazioni di ogni genere, Villa dimostra che si deve continuare a scrivere di storia con rigore metodologico. Il saper poi raccontare e argomentare la storia di questo piccola cittadina con uno stile narrativo personalissimo che “inchioda” il lettore alle pagine, è un ulteriore merito dell’Autore.

Buona lettura.

PS: per un ulteriore punto di vista, Giornale di Storia, Francesco Saverio Bersani: Geel e Santa Dinfna, una secolare tradizione di assistenza psichiatrica

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