Recensione. Annacarla Valeriano: Malacarne

Negli ultimi due decenni la storiografia ha compiuto un notevole lavoro di scavo e di indagine sui manicomi. Oltre alla mia monografia sul manicomio di Imola, Finora qui ho detto qualcosa su: Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918); Cinzia Migani, Memorie di trasformazione. Storie da manicomio. Malacarne di Annacarla Valeriano approfondisce la storia del manicomio di Teramo (al quale, prima di questo, ha dedicato una bella monografia che presenterò prossimamente). A conferma della straordinaria ricchezza degli archivi manicomiali, l’A. ci regala un approfondimento di una realtà già conosciuta e analizzata.

Manicomio importante quello teramano, “uno dei più grandi e importanti dell’Italia centro-meridionale” (p. 10) e quindi ricco di storie e di informazioni. Storia al femminile, di donne, alle quali Valeriano intende “restituire un volto, una storia e una voce […] che tra le mura del manicomio sembrano non averne mai avute”. Un intento che rientra nel più ampio proposito di “raccontare in che modo la nostra società ha saputo impiegare, nel corso degli anni, l’esclusione per farne un contenitore in cui depositare le proprie paure, le proprie insicurezze, i propri pregiudizi innescati dal contatto con l’’altro’, la propria incapacità di affrontare le questioni legate alla gestione di elementi diversi che sembrano minacciare equilibri e valori” (pp. X-XI).

Una lunga storia di ingiustizia

Si tratta di contesti che richiedono un’ampia e articolata argomentazione. La storia della psichiatria è in gran parte storia di lunghe, tenaci e profonde continuità, che giustamente l’A. inquadra nel primo capitolo dedicato all’illustrazione delle teorie elaborate nel corso dell’Ottocento. Fin dall’epoca napoleonica a sfavore delle donne cominciarono muoversi e a congiurare un ampio ventaglio di considerazioni politiche ed economiche, sociali e mediche, che in pochi decenni ridusse lo spazio delle donne all’ambito domestico o poco oltre e annullò quasi completamente qualsiasi loro ruolo sociale e intellettuale. A ragione l’A. delinea una vera e propria “antologia misogina” che sposta “le perversioni degli istinti” nell’ambito delle “malattie” dalla quale scaturisce “un’immagine complessiva della donna come creatura sessualmente minorata, mancante della ‘coscienza intellettuale’, subordinata all’uomo nei diversi momenti della sua vita, ‘sospinta verso la maternità da incoercibili leggi naturali'”. Sono puntualizzazioni importanti perché fin quasi allo scadere del Settecento la sessualità femminile era considerata in tutt’altro modo (su questo vedi Marzio Barbagli, Comprare piacere).

Dalle teorie positiviste ottocentesche il fascismo non solo eredita un mondo femminile (ri)modellato, (ri)plasmato e subordinato a quello maschile (su questi aspetti vedi ora Silvano Montaldo, Donne delinquenti) e che deve muoversi e agire in funzione di esso, ma lo codifica, lo perfeziona e, soprattutto, lo inasprisce. In generale la stretta repressiva del regime risulta evidente dall’impennata degli internamenti: dai sessantaduemila del 1927 si arriva a quasi novantacinquemila nel 1941 (p. 57); cifra impressionante se si considera che una malattia come la pellagra, che in decenni precedenti era stata una delle cause principali dei ricoveri in manicomio soprattutto nelle regioni centro-settentrionali, era quasi scomparsa. Inoltre, da un lato il potere di intervento di questori e prefetti viene ampliato e anche ai medici condotti viene imposto di “denunciare” all’autorità locale di pubblica sicurezza gli infermi di mente sospetti di essere pericolosi a sé e agli altri (p. 49); dall’altro il regime amplia la rete manicomiale, soprattutto in meridione, e affianca ai manicomi altre strutture (sanatori, Dispensari di Igiene Mentale) investite del compito di decongestionare gli ospedali psichiatrici (un problema che si trascina da decenni), e di separare accuratamente i sani dai malati.

In questo senso le teorie della follia morale e della degenerazione e dell’antropologia criminale messe a punto nel corso dell’Ottocento costituiscono un sostegno molto solido per il regime, ma nel ventennio si innestano altri fattori: il problema demografico e la questione della razza. Dunque, nelle continuità si registrano delle discontinuità, delle novità introdotte dal regime.

Pannello della mostra documentaria: L’anomalia del sentimento

Anche il problema demografico non era nuovo (vedi Carl Ipsen, Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista). In Italia diviene assillante dopo quella immane catastrofe che era stata la Grande Guerra. La prima guerra mondiale non aveva soltanto posto di fronte ai medici turbe mentali del tutto nuove che avevano investito i soldati (su questo si veda Antonio Gibelli, L’officina della guerra; per un caso di studio, Fabio Milazzo, Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)), ma avendo falcidiato una generazione di giovani uomini destava ora forti preoccupazioni anche per quanto riguardava le donne cui spettava il compito di “rigenerare” le forze fisiche e morali della nazione con un materiale umano (maschile) fortemente traumatizzato e decimato (si veda la testimonianza del dott. Cazzamalli a p. 62).

Di qui la necessità di fissare nel modo più saldo possibile la donna all’interno della famiglia e di inchiodarla alla sua missione sociale primaria: figliare, possibilmente a getto continuo. In questo modo la psichiatria incrocia il progetto eugenetico e razziale del regime e le donne si ritrovano tra l’incudine e il martello, strette in una morsa che assottiglia il confine tra controllo sociale e repressione. Accattonaggio e vagabondaggio, ad esempio, erano finiti da tempo sotto l’attenzione degli psichiatri e mendicanti e vagabondi conoscevano bene le mura dei manicomi; ma nel caso delle donne è sufficiente l’assentarsi da casa, il “vagare” in un raggio di pochi chilometri, per far scattare l’internamento. Per non dire di atteggiamenti che non collimavano perfettamente con la missione loro affidata dal regime: donne che non facevano o facevano pochi figli, che seguivano la moda, che intendevano dimagrire o che, in qualunque modo, mostrassero indipendenza di pensiero e un comportamento conseguente, finivano immediatamente in manicomio, anche a scopo preventivo (il “pubblico scandalo” era una delle motivazioni che – da sempre – giustificavano l’internamento).

La “normalizzazione” fascista

Accusare queste donne di essere affette da isteria, da tare ereditarie, di essere antisociali e perciò meritevoli di venire rinchiuse divenne straordinariamente facile non solo per le autorità o per i medici, ma anche per famigliari e vicinato desiderosi di liberarsi di presenze ingombranti o che faticavano a gestire. Isteriche, malinconiche, donne violate, da vittime diventano colpevoli: scontano la colpa di avere desideri, di non volere, o riuscire a omologarsi ai ruoli tradizionali loro assegnati, di non riuscire a sopportare una vita di stenti e di fatiche. Per queste donne la sofferenza mentale diventa allora una via di fuga da una realtà insopportabile. L’isteria ne è un esempio probante. Nel concetto di isteria, “ripropost[o] dai medici fascisti […] finirono per essere condensati tutti i caratteri più eversivi della devianza incarnati da corpi squalificati che […] avevano assunto un carattere patologico e si erano rivelati inadatti alla vita moderna” (p. 130). In realtà, dalle moltissime “tracce” delle ricoverate disseminate dall’A. nel corso del libro, di “vita moderna” vi è molto poco: ciò che emerge invece – qui, come in altre monografie – è invece un contesto caratterizzato da una generale povertà: una ricoverata, arrivata in manicomio in precarie condizioni fisiche anche perché malnutrita, spera di essere a breve dimessa con un sussidio (p. 121, è un caso, ma le testimonianze indirette sono molte). (Sarebbe auspicabile che l’A., benché l’abbia fatto anche nella monografia dedicata al manicomio, sfrutti questo immenso materiale per registrare continuità, rotture e mutamenti anche di carattere generale nelle zone che facevano riferimento a Teramo). Questo per dire che gli psichiatri, quando incapaci di comprendere, non esitano a forzare le interpretazioni; anziché individuare nel sintomo isterico l’espressione di un profondo dolore morale e il tentativo di comunicare situazioni oppressive e una richiesta di aiuto, i medici – maschi – vi vedevano un “castigo igienico per la negazione della natura proprio della donna” (p. 132).

“Castigo” poi curato con malarioterapia, insulinoterapia o elettroshock, rimedi di dubbia se non nulla efficacia quando non dannosi (sui quali si veda Valeria Babini, Liberi tutti. Manicomio e psichiatria in Italia). Eppure, come testimoniano le lettere in Appendice al testo, nemmeno il manicomio – una macchina perfetta per schiacciare e annullare la personalità delle persone, come ben sapevano i medici fin dai tempi della sua fondazione – è riuscito a spegnere del tutto la vitalità di queste donne.

Conclusioni

Merito dell’A. è di averle riportate alla luce. Ma non è l’unico merito di Malacarne, un libro di grande freschezza narrativa. Oltre allo scavo archivistico, che riporta numerosissime testimonianze ricavate dalle cartelle cliniche, il libro è frutto anche di uno studio approfondito di riviste scientifiche dell’epoca (sulle quali vedi: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti)) e della produzione storiografica in merito.

Malacarne è un ottimo libro, che merita di essere letto con attenzione. Buona lettura.


Recensione. Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio

Una storia del manicomio di Bologna che va molto al di là del caso locale. Un libro veramente bello e prezioso.

Come già accennato in altre recensioni e articoli, la storia dei manicomi italiani si sta rinnovando e aumenta il numero di monografie a nostra disposizione.

Con Memorie di trasformazione di Cinzia Migani, si aggiunge un nuovo segmento alla conoscenza delle istituzioni manicomiali. Nello specifico, il libro di Migani ripercorre la tormentata storia del manicomio di Bologna.

Storia travagliata e di lunga durata come si evince dal primo, agile capitolo; Un lungo percorso che affonda le proprie radici negli albori della storia moderna e conosce un continuo susseguirsi di ostacoli. La dismissione del Sant’Orsola, ospedale inadatto al ricovero dei folli, richiese molto tempo e conobbe molti tentennamenti: per Bologna disporre di un manicomio è stata una faccenda lunga e complicata.

In linea con quanto si era già verificato per altre strutture manicomiali, anche a Bologna la soluzione fu trovata riadattando ad uso di manicomio un ex Convento, quello di di Sant’Isaia. (Su questo aspetto si veda, ad esempio, il mio saggio in Storia e Futuro n. 52, aprile 2020: I matti degli altri. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864))

Immediatamente, anche quando i folli erano ricoverati al Sant’Orsola, si stagliano due fattori che hanno contraddistinto la storia della psichiatria italiana e dei manicomi: il primo riguarda la graduale enucleazione dei “mentecatti” dalla più ampia nebulosa della marginalità e la medicalizzazione cui questi soggetti vengono progressivamente sottoposti. “La psichiatria”, nota giustamente l’A. “sin dalle prime fasi del suo sviluppo nel XIX secolo, si configur[ò] come una disciplina le cui funzioni sanitarie erano strettamente congiunte, e spesso subordinate, a quelle amministrative o di governo di situazioni marginali originanti, anche nella loro fisionomia patologica, nel pauperismo” (p. 64). Di qui, la pluralità di soggetti che si occupavano in un modo o nell’altro dei mentecatti (p. 63).

Il secondo riguarda la continua sfibrante battaglia tra medici o organismi amministrativi per la realizzazione di un’istituzione che non fosse “un’offesa alla civiltà” (p. 28). I medici dovettero combattere strenuamente e spesso patteggiare soluzioni estemporanee con amministrazioni che, a loro volta, trovandosi in gravi condizioni finanziarie, non si decidevano a trovare una soluzione definitiva al problema della follia che, soprattutto a partire dai primi decenni dell’Ottocento, andava estendendosi continuamente. Nemmeno tra gli organismi amministrativi – Deputazione Provinciale e Consiglio provinciale – vi era unanimità di pareri sulle attribuzioni che avrebbe dovuto avere il manicomio: la prima guardava con apprensione i costi e il lievitare delle spese e quindi si atteneva a una stretta razionalizzazione delle risorse; il secondo intendeva riqualificare l’Istituto con l’aumento del personale e altri provvedimenti tesi a modernizzarlo anche con una collaborazione integrata con l’Università cittadina, che lo rendesse centro di ricerca scientifica (pp. 75 ss.).

il Direttore Francesco Roncati

In questo senso il direttore Roncati diede prova di tenacia indefessa e di una certa abilità nel mettere al passo il suo istituto con i precetti della “tecnica manicomiale” dell’epoca. L’A. fa emergere chiaramente la concezione repressiva che Roncati affidava alla psichiatria. L’isolamento completo, assoluto dei ricoverati, tanto all’esterno – verso i cittadini – tanto all’interno del manicomio – tra i due sessi e fra le varie forme di follia – è un chiodo fisso, pervicacemente perseguito dal Direttore. Anche agli infermieri, reclutati più in rapporto alla loro prestanza fisica che a conoscenze di medicina, era espressamente vietato rivelare all’esterno quanto accadeva dentro il manicomio (p. 58). Attorno a questa impostazione – che svela la sostanziale sfiducia di Roncati verso la capacità di curare del manicomio – fanno da corollario l’uso continuato di mezzi di contenzione e di camere isolamento. Mentre, soprattutto negli ultimi decenni del secolo, in altri manicomi si vanno sperimentando approcci diversi e più aperti al controllo dei ricoverati, Roncati, che mantenne la direzione del manicomio dal 1871 fino al 1905, rimase ancorato a una concezione repressiva della psichiatria.

Del resto, il continuo afflusso di ricoverati pregiudicava sul nascere qualsiasi tentativo di approccio terapeutico. In un manicomio concepito per ospitare 400 alienati, alla fine degli anni Settanta ve ne erano 650 e a fronte di questa situazione congestionata la Deputazione Provinciale non disponeva delle risorse finanziarie per ampliare l’istituto. Lo stesso Roncati doveva ammettere sconsolato che il manicomio si stava trasformando in “un gran dormentorio” – altri parleranno di “reclusorio” (p. 47 e 81).

Con l’eccezione del caso imolese (sul quale ho pubblicato una monografia) in quasi tutti gli altri casi finora indagati dalla storiografia i medici lamentarono di avere le mani legate nella direzione dei manicomi, dipendenti come erano dalla Congregazione di Carità comunale, dalla Deputazione Provinciale, dal Consiglio Provinciale e, dopo le riforme crispine, dalla Giunta Provinciale Amministrativa (su questo si veda anche Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)). Dovendo sostenere le spese, le amministrazioni comunali e provinciali non avevano alcuna intenzione di farsi accantonare. Ne derivava un dualismo che attribuiva agli organismi amministrativi del Comune e della Provincia la direzione finanziaria mentre ai direttori veniva riservata la direzione interna dell’Istituto.

Nonostante le lamentele, gli alienisti godevano comunque di un potere non indifferente: assumevano o licenziavano personale a loro piacimento, decidevano la scansione interna della vita degli istituti (lavoro dei ricoverati, orari di riposo, refezioni, diete, orario di lavoro di medici, infermieri e personale avventizio, premi, punizioni ecc.). Roncati – e l’A. lo dimostra a più riprese, fece un uso dispotico del potere di cui disponeva all’interno del manicomio garantito da un Regolamento approvato nel 1888, stemperato da marcate venature di provvedimenti paternalistici nei confronti di un personale medico e di servizio insufficiente nel numero e mal pagato (capitolo 3).

Stretto tra una costruzione architettonica riadattata ma non pensata e strutturata come istituto apposito (sulla scia, ad esempio, del vicinissimo manicomio imolese), il pragmatismo della Deputazione provinciale che spegneva sul nascere l’ambizione di dotare Bologna di un manicomio moderno e improntato anche alla cura oltre che alla custodia degli alienati, e la rigida visione custodialistica della psichiatria del suo direttore, il manicomio bolognese ebbe un ruolo marginale anche nel dibattito scientifico interno alla psichiatria sebbene fossero decenni di grande attività e fermento scientifico. L’attenzione di Roncati si rivolse piuttosto al funzionamento della macchina manicomiale all’interno della quale il malato non era considerato soggetto con esigenze proprio ma – “puro corpo” al quale garantire poco più delle minime condizioni di vita – l’igiene, i pasti, un letto.

L’A., sempre cauta e ponderata nelle valutazioni, non esclude un filo conduttore che spieghi la relativa importanza del manicomio bolognese nelle vicende della psichiatria italiana del tempo. Il sovraffollamento delle strutture era un problema comune a tutti i manicomi dell’epoca, ma quello diretto da Roncati aveva l’ulteriore problema che non poteva essere ampliato se non con costi molti elevati (che la Provincia non intendeva accollarsi, tanto che venne stipulata una convenzione col manicomio di Imola per inviarvi un certo numero di alienati) e si trovava all’interno della città. La “tecnica manicomiale” del tempo, invece, prevedeva la costruzione dei manicomi a ridosso delle città, ma fuori, in modo tale che venisse garantita la pace all’interno della struttura essendosi interrotto il “richiamo” della vita cittadina sui ricoverati, eventualità ritenuta dannosa per la cura.

Organizzare la vita dei degenti in spazi ristretti in una situazione di sovraffollamento e al tempo stesso isolare il più possibile l’istituto dalla città sono due elementi che ossessionarono la direzione di Roncati. Si spiega così l’importanza che il direttore attribuiva all’isolamento dell’istituto e all’ordine che doveva regnare sovrano e assoluto al suo interno. Perché se – in questo in sintonia con la prima generazione di alienisti – il direttore pensava che il manicomio fosse già di per sé, in quanto struttura, un valido strumento di cura, dovendo la mente del folle essere riportata sui binari della normalità, non doveva essere distratta: come altri alienisti, Roncati riteneva che la follia fosse “contagiosa”, nel senso che i malati fossero ricettivi e suscettibili di assumere stati d’animo e atteggiamenti di altri. Per evitare che si dispiegasse un processo di emulazione tra i ricoverati occorreva suddividere le “forme” della follia in compartimenti stagni non comunicanti tra loro. Per queste e altre ragioni l’ordine, che contraddistingue l’istituzione manicomiale, ha la funzione – secondo Roncati – di bilanciare in un primo tempo e di imporsi successivamente, sulla mente deragliata del folle.

Il successo di un’istituzione fallimentare

Le osservazioni di Migani sullo sguardo sono acute e pregnanti. Per sguardo si intende un ventaglio ampio di posizioni. Per i cittadini il problema della follia aveva a che fare col pudore e lo scandalo offerti dalla vista indecorosa del folle: i cittadini potevano essere disturbati dalla vista di comportamenti anormali. Per i “mentecatti” invece l’osservare frammenti di vita cittadina poteva compromettere il loro equilibrio psichico sempre precario, mentre per il Direttore, i medici e il personale infermieristico la possibilità di sorvolare visivamente sull’intera struttura e su tutti i ricoverati era un elemento fondamentale per trarre osservazioni sul comportamento, intervenire in caso di necessità e mantenere l’ordine all’interno del manicomio. Dunque la follia e chi ne è colpito viene occultata, resa invisibile, in qualche modo eliminata dalla società.

In fin dei conti sta qui uno dei fattori che hanno contribuito al “successo” del manicomio, alla sua durata nonostante il palese fallimento sul versante della cura. Le tre storie raccontate e discusse nella terza e ultima parte del volume di un imprenditore, di un “sovversivo” e di un bambino sono esempi di persone ritenute “inadatte” a vivere in società, che devono essere “annullate”, rese invisibili ancor prima che curate.

Un altro elemento che ha contribuito fortemente a ritenere il manicomio un punto di riferimento per la società è l’ascesa della psichiatria come specializzazione medica che si incarica di neutralizzare attraverso il manicomio ansie collettive che scaturiscono dai mutamenti economico-sociali in corso. Da questo punto di vista il manicomio è collegato direttamente all’affermarsi della produzione capitalistica – soprattutto nelle campagne nel caso bolognese – e si (pro)pone come “contenitore” di quei soggetti che non ne reggono il ritmo o che ne subiscono l’affermazione: i pellagrosi, che da soli costituiscono la netta maggioranza dei ricoverati ne sono l’esempio lampante.

Perciò, nonostante restino ferme le peculiarità che fanno scattare l’internamento basate sulla pericolosità del soggetto per sé stesso o per altri e sulla condotta ritenuta scandalosa, il ventaglio delle figure sociali e degli atteggiamenti che aprono le porte del manicomio si ampliò velocemente, soprattutto a partire dall’ultimo quarto dell’Ottocento, perché a mutare fu la percezione dei connotati fondamentali alla base dell’ingresso: la categoria dei soggetti pericolosi per la società si ampliò enormemente: in manicomio entrarono alcolisti, epilettici, discoli, frenastenici, imbecilli pellagrosi, prostitute… (pp. 237 ss).

Ma se finire internati in manicomio era relativamente facile (e più si scende la scala sociale, più questa possibilità diventa concreta), uscire era estremamente difficile. Il fallimento del manicomio come luogo di cura emerge chiaramente nella seconda parte del libro che tratta delle “prime soluzioni al sovraffollamento dei manicomi”. Soluzioni che a fine Ottocento, inizio Novecento vennero individuate essenzialmente nel dislocare alcune categorie di malati – alcolisti, cronicizzati e dementi epilettici, frenastenici ecc.. – in istituti e ricoveri a loro dedicati.

Ma le cause economiche e sociali dell’aumento vertiginoso dei ricoveri che si stava verificando dall’ultimo trentennio del secolo (in un Congresso qualcuno riferendosi ai manicomi li definì “carnai”), sebbene non mancassero voci critiche all’interno dello stesso mondo psichiatrico, continuavano ad essere tenute in un angolo e a non essere affrontate a livello politico (su questo si veda anche Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento; sulla diffusione della pellagra in Romagna, Chiara Arrighetti (a cura di), La salute nella Romagna dell’Ottocento. Il caso della pellagra, (Quaderni della Società di Studi Romagnoli, n. 38), 2019). Per non intaccare gli squilibri economici e sociali tra le classi i ceti dirigenti continuarono a delegare ai manicomi il compito di contenere e nascondere coloro che non erano in grado di vivere dignitosamente e cedevano tanto fisicamente che a livello psichico alle pressioni cui erano sottoposti e ad una vita di stenti.

Conclusioni

Abbiamo fatto cenno alla suddivisione interna del libro in tre parti. A prima vista possono apparire disomogenee, in realtà non è così. Con Memorie di trasformazione Cinzia Migani porta a termine un lavoro di ricerca iniziato decenni addietro sotto la guida di Ferruccio Giacanelli. Psichiatra, direttore del manicomio bolognese, studioso appassionato e penetrante della storia della propria disciplina, Giacanelli era uomo di profonda umanità e sensibilità. Con questo libro l’A. salda un conto aperto. E lo fa con una ricerca ricchissima per la quantità di materiale consultato e debitamente vagliato, e con grande sensibilità ed empatia con le vittime di quei veri e propri inferni che furono i manicomi.

Buona lettura.


 

la città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola

Un ricco portale sui manicomi di Imola realizzato da giovani studenti.

Circa un anno fa sono stato coinvolto in una serie di progetti e eventi in alcune scuole superiori di Imola. In quanto autore di una monografia sulla storia del manicomio della città, ho tenuto in alcune classi degli incontri sulla storia di quella istituzione che è stata per oltre un secolo al centro della vita economica e sociale della loro città.

Da quella esperienza poi, autonomamente per quei giovani studenti, è maturato un progetto estremamente interessante: La città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola.

Si tratta di un portale, completamente realizzato dagli studenti, che raccoglie interviste, immagini, storie, cartelle cliniche ed altro ancora e che fornisce le informazioni principali e necessarie sulle istituzioni manicomiali della città di Imola.

Oltre che estremamente ben fatto, il progetto verrà progressivamente arricchito con la messa in rete di nuovo materiale. Un’esperienza estremamente gratificante per me in quanto studioso e che dimostra di quali e quante potenzialità abbiano i giovani. Potenzialità e capacità troppo spesso relegate in un angolo e non valorizzate a dovere.

(Intanto, per chi volesse approfondire la storia dei manicomi e della psichiatria, oltre ad alcuni miei lavori indicati alla pagina Chi sono, qui può vedere: Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918), John Foot, La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978). Giornale di Storia. Un numero monografico su follia, psichiatria e manicomi. Su manicomi, psichiatria e psichiatri: Carte da legare – Archivi della psichiatria in Italia, ASPI – Archivio Storico della Psicologia Italiana, Architettura: portali, opere e riviste)

Buona visione: La città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola