la città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola

Un ricco portale sui manicomi di Imola realizzato da giovani studenti.

Circa un anno fa sono stato coinvolto in una serie di progetti e eventi in alcune scuole superiori di Imola. In quanto autore di una monografia sulla storia del manicomio della città, ho tenuto in alcune classi degli incontri sulla storia di quella istituzione che è stata per oltre un secolo al centro della vita economica e sociale della loro città.

Da quella esperienza poi, autonomamente per quei giovani studenti, è maturato un progetto estremamente interessante: La città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola.

Si tratta di un portale, completamente realizzato dagli studenti, che raccoglie interviste, immagini, storie, cartelle cliniche ed altro ancora e che fornisce le informazioni principali e necessarie sulle istituzioni manicomiali della città di Imola.

Oltre che estremamente ben fatto, il progetto verrà progressivamente arricchito con la messa in rete di nuovo materiale. Un’esperienza estremamente gratificante per me in quanto studioso e che dimostra di quali e quante potenzialità abbiano i giovani. Potenzialità e capacità troppo spesso relegate in un angolo e non valorizzate a dovere.

(Intanto, per chi volesse approfondire la storia dei manicomi e della psichiatria, oltre ad alcuni miei lavori indicati alla pagina Chi sono, qui può vedere: Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918), John Foot, La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978). Giornale di Storia. Un numero monografico su follia, psichiatria e manicomi. Su manicomi, psichiatria e psichiatri: Carte da legare – Archivi della psichiatria in ItaliaASPI – Archivio Storico della Psicologia ItalianaArchitettura: portali, opere e riviste)

Buona visione: La città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola

Recensione. John Foot: La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978)

Uno dei libri più belli e avvincenti sugli anni che portarono alla legge 180.

John Foot è uno storico inglese molto attento e partecipe alle vicende italiane e con questo “la Repubblica dei matti” lo dimostra ampiamente ancora una volta.

La Repubblica dei matti non è una storia della psichiatria italiana. Non è nemmeno una storia dei manicomi italiani e nemmeno una biografia di Basaglia. È una storia culturale dei decenni centrali e più fecondi della storia repubblicana, focalizzata sulle vicende della psichiatria. La centralità della figura di Basaglia è dovuta al suo ruolo svolto in quegli anni.
L’Italia è un paese capace di grandi innovazioni. In negativo, come nel caso del fascismo; ma anche in positivo, come nel caso della Resistenza (la più forte d’Europq dopo quella jugoslava), di un partito comunista capace di dar vita a “modelli” (emiliano, per esempio) studiati e ammirati perfino dagli USA, di realtà imprenditoriali di eccellenza e di prim’ordine (Olivetti, Ferrari), o di grande interesse (la moda). La chiusura dei manicomi può essere rivendicata a buon diritto come uno dei successi più belli e meritevoli della Repubblica. Il libro di Foot lo dimostra chiaramente con le descrizioni allucinanti dei manicomi e dei reparti.

Per altro, nel libro non c’è nessuna forma di sensazionalismo. La narrazione, sciolta, vivace, avvincente, è sempre equilibrata, sempre soppesata e meditata. Così come lo sono le valutazioni dei protagonisti e delle figure studiate e incontrate. Non c’è nessuna agiografia di Basaglia. Alla grande ammirazione per quello che definisce il più importante intellettuale della storia dell’Italia repubblicana, fa da bilanciamento il grande rispetto per altri protagonisti di quegli anni. Primo fra tutti, Giovanni Jervis, grande intellettuale e figura carismatica che collaborò con Basaglia a Gorizia e poi si distaccò da quella esperienza per seguire altri percorsi. E ancor di più, forse, Franca Ongaro, moglie di Basaglia. Se, come dice il proverbio, dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna, allora Basaglia ebbe la fortuna di avere per moglie una donna capace di stargli a fianco e, quando necessario, di guidarlo. Era lei non solo a dare forma alle vulcaniche idee del marito, ma anche a correggerle, indirizzarle, concretizzarle. Foot giustamente si rammarica la pressoché assoluta mancanza di studi sulla Ongaro.

Franco Basaglia e Franca Ongaro, in un piccolo manicomio all’estrema periferia del paese nel 1961: un posto insignificante, l’ultimo luogo a cui pensare per dar vita ad una rivoluzione. Non fu così, e non fu così per l’intrecciarsi di molti fattori.
All’ostracismo e all’esclusione che spesso le università italiane riservano ai giovani più brillanti e promettenti – motivo per cui Basaglia accettò l’incarico a Gorizia – fecero da lievito l’effervescente clima culturale che si stava formando in quegli anni: la “Storia della Follia in età classica” di Foucault, “I dannati della terra” di Fanon e “Asylum” di Goffman furono pubblicati proprio nel 1961. E a riprova della chiusura del mondo accademico, questi testi furono pubblicati grazie all’iniziativa di editori consapevoli del ritardo culturale del Paese accumulato durante il ventennio fascista come Einaudi e Feltrinelli.
Clima culturale inebriante e coinvolgente dovuto al fondersi di due fattori: da un lato, il tracollo del positivismo e dell’organicismo che avevano finito i loro giorni nell’ignominia del razzismo biologico; dall’altro, l’enorme energia creatrice sprigionata dalla Resistenza che intende muoversi per un profondo rinnovamento del Paese e recuperare alla vita civile e alla società gli ultimi, gli esclusi. Basaglia ha vissuto e si immerge in questo clima, va a confrontarsi con esperienze in Scozia e a Londra, allaccia contatti con altre esperienze, si circonda di collaboratori curiosi, aperti e decisi. Sono questi stimoli che Basaglia rielabora creando la comunità terapeutica man mano che, dall’interno, smantella il manicomio.

Gorizia diventa il centro, il faro di una rivoluzione culturale che si irradia sul Paese e trabocca al di fuori. Ma è frutto, anche, di un clima innovatore non solo a livello europeo o mondiale, ma interno. L’esperimento di Gorizia trova appoggio nel Ministro della Sanità, il socialista Mariotti, altri intellettuali si mettono ad indagare la questione manicomiale: Angelo del Boca, grande giornalista e storico dà alle stampe un’opera che diventa una bomba: “manicomi come lager”. È questa l’immagine che l’opinione  pubblica democratica e progressista  fa propria e quella conservatrice contrasta.; la stessa televisione si interessa al fenomeno: Zavoli gira un documentario, fotografi di valore creano opere.
La breccia è aperta, si aprono percorsi nuovi. È questa la seconda parte del volume, dove Foot analizza alcune realtà locali. Qui, tra gli altri, a mio parere spiccano due elementi interessanti.
Il primo riguarda il fatto che il mondo politico “scopre” e si occupa attivamente del problema manicomiale. Amministrazione centrale e locale si pongono in sintonia con una parte della società civile e dell’opinione pubblica. Si intraprendono percorsi diversi, ma nel complesso le amministrazioni provinciali e locali sono attente e collaborano. Politici che non conoscevano la realtà dei manicomi, una volta scoperta ne restano sconvolti:
“Pensavo che gli istituti assistenziali fossero una necessità. Per i matti il manicomio, per i bambini abbandonati il brefotrofio, per gli anziani soli l’ospizio. Con Basaglia […] ho imparato a rifiutare queste soluzioni […] istituzioni [pensate per] accantonare i problemi sociali più scottanti” (p. 201).
Sono parole di Mario Tommasini, assessore provinciale a Parma, operaio. Qui, come altrove, l’Italia a due livelli – quello delle classi dirigenti distanti dalle classi popolari – scompare, si attivano forze dal basso. È quel che succede a Reggio Emilia, che chiama Jervis il quale crea i centri di salute mentale; è quel che succede a Perugia con Giacanelli, ad Arezzo, a Trieste, dove Basaglia avrà l’appoggio di un esponente democristiano.

Sono esperienze che conducono al secondo aspetto. E cioè ai percorsi diversi nella chiusura dei manicomi seguiti dalle singole realtà. Per chi, come me, studia la nascita dei manicomi, questo è un aspetto particolarmente interessante perché, se si guarda alla formazione delle strutture nate prima dell’unificazione, si incontrano condizioni e soluzioni diversificate a seconda delle zone, degli Stati e delle realtà locali (si vedano le considerazioni a p. 217). Nella loro dismissione e chiusura, questi retaggi – sebbene rovesciati – sembrano ripetersi. Se è vero che ovunque i “basagliani” incontrano e ricevono sostegno politico (spesso del PCI e dei partiti di sinistra, ma non solo, come testimonia il caso di Trieste), è altrettanto vero che il movimento dal basso emerso negli anni Sessanta ed esploso a partire dal ’68 ha esercitato una pressione notevole sul ceto politico, spingendolo ad accettare o a promuovere soluzioni che altrimenti, da solo, difficilmente avrebbe realizzato. A dimostrazione di questo sta il fatto che la “legge Basaglia”, come erroneamente viene chiamata la 180, è frutto di mediazioni tra operatori e politici con posizioni a volte molto distanti tra loro. Marco Pannella fu un “critico feroce” di quella legge e ne mise in rilievo l’ambiguità, la vaghezza, e i problemi che avrebbe lasciato irrisolti (vedi pp. 287-288). Pannella, ne conviene anche l’A., non aveva tutti i torti, anzi aveva molte ragioni. Sulle colonne del Corriere della Sera un grande psichiatra, direttore di manicomio, e intellettuale come Mario Tobino, pubblicava articoli pacati ma fermi contro le posizioni della psichiatria radicale e la chiusura del manicomi ragionando sulle difficoltà che gli stessi ricoverati avrebbero incontrato e che non sarebbero stati in grado di affrontare né, tanto meno, di risolvere (Foot, in realtà, dedica poco più di un cenno a Tobino). Ma quelle posizioni avevano il torto di non tenere conto della realtà, e cioè del fatto che in Parlamento la mediazione tra DC e PCI era inevitabile per qualunque progetto di legge (p. 288). E, in quel 1978, la mediazione rese possibile la “180”.

La Repubblica dei matti è un libro che si apprezza per la capacità di Foot di tenere assieme le molte sfaccettature e particolarità di queste decenni, ma soprattutto perché mantiene sempre, in tutto l’arco della narrazione un equilibrio prudente tra i vari aspetti, momenti e personalità. Si vedano, ad esempio le pagine in cui analizza e discute il concetto di “antipsichiatria”, un concetto di cui Foot rileva e mostra adeguatamente l’ambiguità: Basaglia e i basagliani non furono solo scelti come guida da molti operatori culturali, del mestiere o attivisti che fossero, furono contrastati dall’opinione pubblica conservatrice, ma videro anche nascere posizioni alla loro “sinistra”, molto più estreme delle loro. Foot tratta questi aspetti con grande delicatezza, senza sbilanciarsi o lasciarsi andare a giudizi sommari o approssimativi (pp. 43 sgg). Oppure si vedano le pagine che ricostruiscono l’iter della legge 180 (pp. 285-294), dove si ritrova il medesimo equilibrio.

Il libro di Foot è un lavoro in cui il lettore avverte l’impegno e la fatica dell’Autore, costretto spesso ad utilizzare fonti di seconda mano per ricostruire passaggi e contesti. Ad esempio Foot segue percorso della dismissione del manicomio di Gorizia appoggiandosi a una pubblicazione interna del manicomio, “Il Picchio”, la rivista dei ricoverati. Scelta in parte obbligata perché, come spesso accade in Italia e soprattutto per enti istituzioni chiusi, parte della documentazione è andata dispersa.

Molto resta ancora da fare, da ricostruire; Foot lo ripete o lo lascia intendere spesso. Ma ci ha regalato una bussola affascinante, densa e bella davvero. Questo è un libro non dovrebbe mancare negli scaffali di chi voglia capire qualcosa di più, e da un’angolazione originale, sulla storia recente del nostro Paese.

Recensione: Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)

Questa storia del manicomio S. Benedetto di Pesaro di Giovannini si inserisce nel filone di un rinnovato interesse per le istituzioni manicomiali che si manifesta da circa un ventennio. Dopo una prima ondata di studi dovuta all’approvazione della legge 180 e proseguita per qualche anno, gli studi della storia dei manicomi e della psichiatria ha conosciuto un declino protrattosi fin verso il 2000.

Da allora, le opere si sono infoltite e oggi disponiamo di un buon numero di monografie sui manicomi di Ancona, Bologna, Colorno, Imola, Teramo, Torino, Verona, Voghera. In realtà questo di Giovannini è il rifacimento di una monografia pubblicata nell’ultimo numero di “note e riviste di psichiatria” del 1983.

Edizione riveduta, corretta e aggiornata più che opportuna perché consente di mettere a fuoco specificità regionali e locali importanti.

Gli inizi del manicomio pesarese non si discostano dalle dinamiche che si riscontrano altrove: tra la fine del ‘700 e i primi decenni dell’800 si apre un periodo di attenzione ai folli e alla loro condizione che conduce alla creazione dei manicomi quali luoghi di cura per una malattia che diventa finalmente curabile. L’A. documenta puntualmente l’influenza degli alienisti francesi sui medici operanti a Pesaro, Pinel ed Esquirol in primis.

Anche il luogo prescelto per ospitare il manicomio segue una soluzione diffusa in Italia: l’utilizzazione di ex conventi, una soluzione che stupisce gli osservatori stranieri i quali la ritengono inadeguata. Infatti, i limiti di questa scelta si manifestano immediatamente e vengono subito denunciati dal primo direttore Domenico Meli.

Si apre quindi immediatamente una lunghissima partita che vedrà da una parte i medici del manicomio nel richiedere ampliamenti, rifacimenti, sistemazione e, infine, l’erezione di un nuovo manicomio, e dall’altra, gli amministratori dello Stato Pontificio prima e della Deputazione Provinciale poi nel concedere soluzioni sempre parziali e insufficienti, giustificate per ragioni di economia.

Lungo tutta la narrazione l’A. segue e tratteggia lo svolgersi e le dinamiche di questo confronto/scontro che è anche il cozzare tra due poteri: quello medico e quello amministrativo. Quello medico, nello specifico, è quello psichiatrico, che rimarrà debole e soccombente per tutto il periodo trattato nel libro.

Il manicomio è piccolo, non consente di applicare le nosografie maturate a livello teorico separando le “forme” nelle quali la follia si manifesta; il personale paramedico è carente e spesso senza preparazione; il manicomio non dispone, se non molto tardi, di una colonia agricola; l’idroterapia non può essere praticata adeguatamente; il manicomio è malsano, impregnato di fetore, è freddo, a volte gelido: in più occasioni i ricoverati contraggono malattie e muoiono a causa di questa situazione.

Quasi tutti i direttori che si susseguono alla guida del San Benedetto credono profondamente nel manicomio non solo come luogo di cura della follia ma come struttura che, se ben organizzata e ben diretta, è di per sè uno strumento di cura: “Il manicomio – nota giustamente l’Autore – è visto come l’ambiente morale per eccellenza, da un lato di per sè terapeutico e dall’altro modello a cui avrebbe dovuto ispirarsi una seria politica statale di controllo sociale” (p. 103)

I direttori credono anche nella cura morale della follia, che si esprime nel lavoro degli alienati (“ergoterapia”, 180), nelle distrazioni, nei passeggi, nelle escursioni al di fuori del manicomio. Ma, come l’A documenta attraverso i ripetuti rapporti inviati agli amministratori, i direttori vedono le proprie aspettative sfumare continuamente e nonostante avesse finanziato per uno di loro, il Girolami, un viaggio di studio di un anno per visitare i manicomi europei: Intorno ad un viaggio scientifico ai manicomj delle principali nazioni di Europa, non soddisfano, se non in modo gravemente insufficiente e con molti ritardi, le loro aspettative e i loro reclami. Quasi tutti i direttori, prendono atto dell’ostracismo quasi inamovibile degli amministratori e se ne vanno.

Eppure i casi di follia aumentano: dai 36 rinchiusi del 1829 si passa ai 147 del 1851 e ai 250 del 1867 . Poi, dato che la provincia di Forlì sposta i suoi pazzi nel manicomio di Imola, il San Benedetto può respirare temporaneamente in quanto quelli provenienti dal riminese non vi entrano più. Ciò non toglie che ben presto il manicomio tornerà a congestionarsi. Arriverà a un massimo di 428 ricoveri nel 1905 quando il direttore riteneva che non si dovesse superare i 300 ricoveri.

Secondo i direttori il sovraffollamento era anche una conseguenza nefasta del passaggio dai Comuni alla Provincia nel mantenimento dei folli in manicomio. Ciò faceva sì che i Sindaci non si facessero troppi scrupoli nel far ricoverare persone in preda a crisi di vario genere ma non pazze e medici condotti, vuoi per negligenza, vuoi per imperizia, assecondassero questo stato di cose.

I tentativi di decongestionare il manicomio istituendo un patronato o restituendo i tranquilli alle loro famiglie fallirono perché non sostenuti a livello politico.

Sono le crisi economiche a far lievitare i ricoveri. L’A. registra puntualmente questa correlazione e, attraverso lo spoglio delle informazioni inviate dai medici condotti e delle cartelle cliniche, apre spaccati significativi e toccanti delle condizioni di vita dei ricoverati. Ricoverati che svolgono quasi tutti lavori manuali e nelle campagne. Sono per la maggior parte coloni, mezzadri impoveriti e i poverissimi braccianti, questi ultimi colpiti e falcidiati dalla pellagra.

Se gli psichiatri attribuiscono l’aumento della follia all’estendersi della “civilizzazione” (lo fanno Girolami, p. 83 e Michetti, p. 175) e se, nel caso di Girolami almeno, viene difesa la vita rurale e la struttura economico-sociale delle campagne perché risparmierebbe il Paese dai molti problemi dovuti all’industrializzazione (p. 120), la realtà in cui vivono, lavorano le classi popolari e i contadini è ben più cruda e pesante. L’A., lo dimostra con pagine molto chiare e molto efficaci (pp. 188 ss.gg.).

La pellagra e l’alcolismo ne sono una diretta conseguenza. Alla pellagra viene dedicato un intero capitolo, scansionato con i diversi gradi della malattia. Nonostante sulla pellagra si sia scritto molto l’A ha fatto bene ad illustrare con dovizia questa terribile malattia e le sue ricadute sociali. Anche in questa occasione lo stralcio di casi dalle informazioni dei medici restituiscono un quadro impressionante di quale prezzo il nostro Paese abbia dovuto pagare per diventare un paese moderno e, soprattutto di chi e come questo prezzo lo ha sostenuto e pagato.

In sostanza, sebbene credano nell’utilità del manicomio, i direttori devono prendere atto del suo fallimento. Non incontriamo, naturalmente, affermazioni nette in proposito, ma constatiamo invece – e l’A. le rileva – ammissioni parziali: si riconosce a più riprese che in manicomio i folli tendono a cronicizzare (pp. 86, 88, 182, 186); che il manicomio è diventato col tempo uno sfiatatoio, un decompressore “in cui smaltire gli scarti di una società in crisi” (p. 187) piuttosto che luogo di cura; che le nosografie che si sono imposte dopo l’unificazione con l’avvento del positivismo e dell’organicismo hanno adottato interpretazioni di comodo quali la “degenerazione”sotto cui nascondere casi di fronte ai quali la psichiatria era impotente (p. 143) e la tossicità del mais nel provocare la pellagra (per le idee di Girolami, p. 235; per quelle di Michetti, p. 252). Lombroso, il massimo esponente della tesi tossicozeista della pellagra, diresse il San Benedetto per pochi mesi, mentre un suo critico, Michetti, lo diresse per 32 anni.

La figura di Michetti è interessante perché nel pieno di massimo fulgore del positivismo e dell’organicismo è uno dei pochi psichiatri che restano critici su questo approccio, denunciandone gli scarsi risultati. Questa sua posizione e il dirigere un manicomio “di provincia” in condizioni tutt’altro che floride gli pregiudicano probabilmente sviluppi nella carriera, ma la sua dubbiosità nei riguardi dei metodi di indagine lombrosiani, la sua convinzione che la pellagra derivasse da una ipo-alimentazione e non da agenti tossici (p. 252) e la sua drammatica consapevolezza delle deficienze dell’istituto che dirigeva (anche se restava fermo nella convinzione dell’utilità del manicomio e nell’importanza della gerarchia al suo interno), ne fanno una figura singolare.

Alle novità che maturano altrove, il no-restraint e l’open door sono invece sensibili due direttori che per un periodo lavorano in coppia. Applicano queste innovazioni sostenendo di ottenere buoni risultati (183).

Sono soluzioni adottate anche perché sul versante strettamente medico-terapeutico i risultati erano nulli: coloro che si riprendevano lo facevano grazie ad una alimentazione migliore, non per le cure mediche: l’uso delle bagnature, dei setoni, dei tonici, dell’oppio e morfina, giovava poco o nulla alla guarigione.

Chiude il libro un saggio pubblicato precedentemente sui soldati ricoverati nel San Benedetto durante la prima guerra mondiale. I casi non sono molti (74) perché il manicomio era al di sotto della zona di guerra, ma tutti interessanti. Con la solita acribia dimostrata in tutta la ricerca, l’.A. apre un ventaglio di esempi che mostrano da un lato l’incapacità degli psichiatri di cogliere la natura della “follia di guerra”, mentre invece mirano alla sua medicalizzazione nel tentativo di separare la parte sana dell’esercito da quella malata; la vita di trincea come tremenda esperienza incubatrice di futuri disturbi psichici, e, ancora una volta, lo scarto brutale tra medico e paziente.

Questo libro ha molti meriti. È frutto di una ricerca laboriosa che ha attinto a molti archivi e fondi archivistici; è denso, ricco di informazioni e di spunti interpretativi, ma è scritto in uno stile scorrevole e piacevole. Infine, i manicomi sono stati chiusi e tali devono restare. Questo libro mostra bene perché.

Matteo Banzola