Recensione. Giancarlo Cerasoli: Mais e miseria. Storia della pellagra in Romagna

 

La storia della pellagra è indagata da tempo dagli storici, ma per quanto riguarda la Romagna abbiamo dovuto attendere Mais e miseria di Giancarlo Cerasoli per colmare la lacuna con uno studio esaustivo e accuratissimo.

Medico e storico della medicina, Cerasoli è studioso scrupoloso e attentissimo. Questa Storia della pellagra in Romagna è preziosa in primo luogo sia per l’enorme quantità di fonti consultate dall’autore in molti archivi, sia per la bibliografia pressoché completa sull’argomento. Gli archivi di stato, comunali, ospedalieri e manicomiali sono miniere inesauribili non sempre valorizzate adeguatamente dagli studiosi. Cerasoli, invece, li ha sfruttati appieno, regalandoci una documentazione illuminante tanto per l’argomento del libro, quanto per informazioni indirette fornite da medici.

Ma è soprattutto il tema, questo mal della miseria, questo vero e proprio flagello che infuriò per tutto il XIX secolo mietendo migliaia di vittime ad essere fondamentale per capire la storia non solo dell’Italia centro settentrionale dove la pellagra era maggiormente diffusa, ma della storia del Paese.

Una malattia sconosciuta

Occorse molto tempo prima che i medici comprendessero l’esatta eziologia della pellagra. La malattia è provocata dall’assenza o insufficienza di niacina (vitamina PP, preserving pellagra, appunto), e pertanto la sua manifestazione rimanda alla storia dell’alimentazione, alle condizioni di vita, di lavoro e di salario dei contadini (la pellagra fu una malattia delle campagne, i casi riscontrati in città erano rarissimi). Al suo apparire i contadini confondevano la manifestazione (screpolatura e desquamazione nella pelle delle mani, dei piedi e talvolta del collo), con una normale insolazione. I medici la confusero a lungo con lo scorbuto o con una qualche forma di malaria (i sintomi dello scorbuto potevano facilmente sovrapporsi a quelli della pellagra).  La diagnosi non era semplice: in primo luogo perché si trattava di “un genere di malattia affatto nuovo”, come scriveva Chiarugi agli inizi del XIX secolo (p. 55); in secondo luogo perché era sufficiente coprire la pelle offesa perché questa almeno in parte risanasse; inoltre la malattia procedeva per gradi e aveva un decorso complessivo molto lungo, protratto negli anni.

Nel VI capitolo l’A. passa in rassegna e discute la letteratura sul tema. Le relazioni e i documenti riportati dall’A. sono eloquenti per quanto riguarda la concatenazione del paradigma delle “tre D” che costituiscono il decorso della malattia (dermatite, diarrea, demenza – e cioè desquamazione della pelle al primo stadio, diarrea al secondo e “mania pellagrosa” o “frenosi pellagrosa” al terzo); ma sono anche testimonianze preziose per capire l’abisso di sofferenza fisica e mentale nel quale sprofondavano i pellagrosi.

Notata per la prima volta in Spagna attorno alla metà del ‘700, in Italia la pellagra si presentò nelle regioni settentrionali alla fine del XVIII secolo per poi discendere nei decenni successivi verso le regioni centrali del Paese. L’A. segue questo percorso sfruttando le relazioni dei medici mano a mano che la malattia si estende. Verso la metà del secolo tutta la Romagna è ormai interessata da questa malattia.

Da tutte le relazioni – e l’A. ne indica moltissime – il nesso tra pellagra e povertà estrema si staglia con chiarezza e fu subito evidente. Mal della miseria era appunto una delle espressioni per indicarla. L’attenzione dei medici si soffermò fin da subito sull’alimentazione dei contadini. È il mais – o, meglio, il consumo quasi esclusivo di granturco assieme ad altre farinacee inferiori – il principale responsabile della malattia (pp. 44 ss.). Consumo forzato, obbligato dall’impossibilità di procurarsi un’alimentazione più varia, migliore e più nutriente (sulla storia dell’alimentazione si veda il classico Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza): in una delle moltissime “topografie mediche” redatte nel corso dell’Ottocento, un medico descrive in modo impietoso il vitto dei contadini della zona di S. Lorenzo (p. 85, nota 21, ma le informazioni indicate dall’A . sono moltissime). Cerasoli ci fa incontrare il consumo di piade, piadotti, impasti poverissimi e indigesti di farine inferiori, conditi per mesi dell’anno con un poco di lardo, di grasso, fagioli e aglio, salati con l’immersione o la cottura in acqua salmastra (insalubre). Con questo cibo poverissimo vivono i contadini romagnoli. Certo, l’Inchiesta Agraria Jacini, sommatoria di inchieste locali, distingue giustamente tra il vitto più ricco e abbondante dei mezzadri da quello dei braccianti, ma non va dimenticato che, in varia misura, per tutto il secolo, è in corso un processo di proletarizzazione. Non sono pochi i mezzadri a cui non viene rinnovato il contratto e scivolano negli abissi del bracciantato.

Perciò, al fine di contrastare la malattia,

Tutti i medici […] consigliavano di assumere alimenti ricchi di “azoto”, ossia di proprietà nutritive, soprattutto le carni, i brodi di carne, il pane di frumento, il latte, i latticini, le uova, il riso, le patate (p. 173).

Erano però costretti ad ammettere che quasi tutti gli affetti da pellagra non avevano alcuna possibilità di procurarseli. La povertà estrema – dalla denutrizione riscontrabile nelle deformità del corpo, al vestiario, alla fatica estrema, alle abitazioni che definire “malsane” spesso è perfino un eufemismo (in certe zone della “bassa” alcuni braccianti vivono ammassati in “capanne”) è lo sfondo di un secolo durissimo, infernale. Ed è una storia che si divide in qualche modo in due parti.

L’esplosione

Nei primi decenni dell’Ottocento, quando i medici iniziano a confrontarsi con questa nuova malattia, i rimedi che indicano sono di tipo assistenziale. Gli ospedali in genere non disponevano di reparti adibiti alla cura dei pellagrosi. In alcune città dove furono aperti nei primi decenni del XIX secolo proprio per tamponare l’endemia pellagrosa. Si tratta di una vicenda che ebbe anche alcuni risvolti positivi come nel caso di quegli ospedali che rinnovarono i reparti rendendoli più vivibili e accoglienti.

L’A. segnala giustamente il fatto, piuttosto curioso vista l’abbondanza di letteratura in merito, che non disponiamo di statistiche assolutamente affidabili sul numero dei pellagrosi. L’A. fa bene a dedicare un capitolo a questo problema (il IV) perché l’assenza di stime certe ha attinenze con la natura più intima della malattia. I segni della malattia sul corpo del pellagroso non indicano la condizione di povertà del soggetto , lo segnalano come miserabile (si vedano le penetranti osservazioni dell’A. alle pp. 255-256). La condizione di povertà, pur compassionevole e compatita, ha una sua dignità; la miserabilità no, è sospetta se non rigettata: la letteratura sul bracciantato agricolo – il più colpito in assoluto dalla pellagra – trasuda diffidenza e colpevolizzazione: il bracciante non è affidabile; tende alle libagioni e, quando può, ai bagordi; sperpera al gioco e nei vizi quanto guadagna e, a partire almeno dall’ultimo quarto del secolo, diventa sensibile ai richiami politici più radicali e sovversivi. Esiste tutta una letteratura su questi aspetti (si veda Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento). Occorre maneggiare con cautela le fonti, soprattutto le monografie che compongono gli Atti della Inchiesta Agraria Jacini o le relazioni stilate dai Comizi Agrari. In questi casi a fornire informazioni erano possidenti o notabili i quali essendo spesso parti in causa (almeno come ceto) degli squilibri sociali, pur non potendo negare la presenza e la diffusione della malattia, tendevano comunque a sminuirne la gravità. Le “topografie mediche” e le relazioni dei medici ospedalieri e condotti sono, in genere,  molto più crude e realistiche e man mano che ci si inoltra nel secolo diventano, a loro modo, in alcuni casi, un atto di accusa verso l’insensibilità delle classi dirigenti di fronte a una malattia devastante. (Naturalmente l’A. è perfettamente consapevole di questo pericolo e maneggia con la dovuta accortezza la documentazione che utilizza – vedi le sue osservazioni sulla documentazione dei manicomi a p. 100 e le Riflessioni conclusive. La mia osservazione è un’informazione al lettore della recensione perché troverà qui altri articoli su questo genere di fonti).

La “soluzione” del problema pellagroso

Non a caso, se l’A. deve ricorrere alle proprie competenze di medico per orientare il lettore nella letteratura riguardante i “rimedi dell’arte” messi in pratica da medici condotti e ospedalieri, nel fornire altre informazioni può affidarsi in tutta tranquillità agli scritti dei medici. Le indicazioni fornite dai medici sulla diffusione della malattia, sono circostanziate: la pellagra si diffuse maggiormente nelle zone appenniniche,  le più povere e più “avare” del territorio in termini di produzione agricola (si vedano le osservazioni del medico Attilio Raspini a p. 140 e nota 22, ma è solo un esempio tra i molti disseminati nel testo). Questo fenomeno creò un cortocircuito difficile da risolvere: con il lievitare progressivo e continuo dei casi e il conseguente ricovero in manicomio dei pellagrosi, i Comuni in un primo momento e le province a partire dal 1865, si trovano ad affrontare spese enormi e sempre crescenti per il mantenimento dei “folli” pellagrosi in manicomio.

Ma anche le indicazioni sull’età e sul sesso dei malati sono rivelatrici. A pagare il prezzo più alto furono le donne. Contadine, “giornaliere”, tessitrici, filatrici. In realtà lavoravano più degli uomini; erano spossate dalle numerose gravidanze e spesso si alimentavano peggio degli uomini, sacrificando parte del proprio cibo ai figli piccoli (p. 261). Sono informazioni e dati che Cerasoli scorpora e discute in pagine toccanti e importanti.

Ecco che allora si arriva al cuore della vicenda. Dalla metà del secolo in poi non fu più possibile negare l’evidenza: la pellagra era innegabilmente il frutto avvelenato della miseria più estrema delle campagne ed era evidente che questo flagello si innestava negli squilibri della distribuzione della ricchezza. L’andamento eziologico della malattia (che dal secondo stadio minava l’equilibrio psichico del pellagroso) fece sì che furono i manicomi ad essere sobbarcati del compito di contenere il problema. (L’enorme sviluppo, del tutto sproporzionato in confronto all’ampiezza della città, del manicomio imolese da me studiato, fu dovuto essenzialmente al dilagare della pellagra. Ma se il caso imolese è paradigmatico, gli esempi potrebbero essere molti. Per Bologna, Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio Pesaro, Paolo Giovannini Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)).

In manicomio i pellagrosi al primo stadio avevano buone probabilità di rimettersi in forze, ma nella stragrande maggioranza dei casi finivano per cronicizzare o morivano. In sostanza quindi il problema non fu affrontato, ma aggirato. E questo vale anche quando in molti Comuni si iniziò ad approntare “locande sanitarie” che offrivano un vitto adeguato ai pellagrosi nei periodi più critici dell’inverno.

La tragedia di questa storia è tutta qui. E che si tratti di una tragedia lo testimoniano anche i capitoli conclusivi, nei quali l’A. rileva l’incidenza della pellagra nel folklore e nella letteratura.

Conclusioni

A dispetto di un secolo che fece del “progresso” uno dei suoi vanti, la pellagra non fu sconfitta dal sapere scientifico e dalla medicina. La pellagra scomparve per una serie di fattori tra i quali spiccano la riduzione della coltivazione del mais a favore di altre colture e “l’elevata conflittualità bracciantile che nel corso dell’ultimo decennio del XIX secolo portò a conquiste salariali che ridussero la sottoalimentazione” (p. 259). Quella “classe oggetto” che è stato il mondo contadino cessa di finire i propri giorni in manicomio, di morire di stenti, di fatica e sottonutrizione quando inizia un percorso di riscatto, a discapito di autorità politiche nazionali e locali che, perfettamente consapevoli della strage che si sta consumando sotto i propri occhi, e della quale essi sono parte in causa si limitano a interventi che garantivano l’esclusione e la segregazione dei pellagrosi (i ricoveri in ospedali) o, seguendo una pratica secolare, a provvedere affidandosi alla beneficenza. (Si vedano le penetranti osservazioni dell’A. a p. 261).

In questo percorso all’interno del fenomeno complessivo, per limiti culturali e sociali i contadini sono muti. A dar loro voce sono i medici che declinano e filtrano le loro sofferenze con la propria cultura, sensibilità e convinzioni personali. A noi arrivano dunque voci deformate, ma dobbiamo essere grati a quei medici per avercele tramandate. Il medico, soprattutto il medico condotto, appartiene per cultura alle classi dirigenti, ma assorbe il mondo circostante e lo interpreta: il suo rapporto con le classi popolari non è a senso unico, non cala dall’alto, ma è un rapporto che crea contaminazioni e l’azione dei medici finisce per scoprire i nervi sensibili del Paese e dei problemi di fondo (pp. 262 ss).

Se passassi in rassegna tutti i percorsi di ricerca e le suggestioni che Mais e miseria suggerisce, dovrei scrivere non una recensione, ma un breve saggio. Lascio al lettore il piacere di scoprire quelle che non ho indicato.

Come sempre accade con i libri importanti, la lettura suscita impressioni e domande rivolte al presente. Comporre nella mente il mosaico di immagini che scaturisce dalla documentazione e confrontarla col paesaggio agrario di oggi e il benessere dei contadini non può non far interrogare su quali sofferenze poggi il benessere di oggi. Ripensare a quella storia significa innanzitutto non cadere in comode banalizzazioni e facili approssimazioni: le conquiste sociali e il benessere non sono caduti dal cielo. Mais e miseria. Storia della pellagra in Romagna di Cerasoli mostra perché continuare a interrogare la storia, la sua complessità e (come in questo caso), la sua drammaticità, è un’operazione necessaria affinché il mondo non peggiori.


Recensione. Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio

Una storia del manicomio di Bologna che va molto al di là del caso locale. Un libro veramente bello e prezioso.

Come già accennato in altre recensioni e articoli, la storia dei manicomi italiani si sta rinnovando e aumenta il numero di monografie a nostra disposizione.

Con Memorie di trasformazione di Cinzia Migani, si aggiunge un nuovo segmento alla conoscenza delle istituzioni manicomiali. Nello specifico, il libro di Migani ripercorre la tormentata storia del manicomio di Bologna.

Storia travagliata e di lunga durata come si evince dal primo, agile capitolo; Un lungo percorso che affonda le proprie radici negli albori della storia moderna e conosce un continuo susseguirsi di ostacoli. La dismissione del Sant’Orsola, ospedale inadatto al ricovero dei folli, richiese molto tempo e conobbe molti tentennamenti: per Bologna disporre di un manicomio è stata una faccenda lunga e complicata.

In linea con quanto si era già verificato per altre strutture manicomiali, anche a Bologna la soluzione fu trovata riadattando  ad uso di manicomio un ex Convento, quello di di Sant’Isaia.  (Su questo aspetto si veda, ad esempio, il mio saggio in Storia e Futuro n. 52, aprile 2020: I matti degli altri. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864))

Immediatamente, anche quando i folli erano ricoverati al Sant’Orsola, si stagliano due fattori che hanno contraddistinto la storia della psichiatria italiana e dei manicomi: il primo riguarda la graduale enucleazione dei “mentecatti” dalla più ampia nebulosa della marginalità e la medicalizzazione cui questi soggetti vengono progressivamente sottoposti. “La psichiatria”, nota giustamente l’A. “sin dalle prime fasi del suo sviluppo nel XIX secolo, si configur[ò] come una disciplina le cui funzioni sanitarie erano strettamente congiunte, e spesso subordinate, a quelle amministrative o di governo di situazioni marginali originanti, anche nella loro fisionomia patologica, nel pauperismo” (p. 64). Di qui, la pluralità di soggetti che si occupavano in un modo o nell’altro dei mentecatti (p. 63).

Il secondo riguarda la continua sfibrante battaglia tra medici o organismi amministrativi per la realizzazione di un’istituzione che non fosse “un’offesa alla civiltà” (p. 28). I medici dovettero combattere strenuamente e spesso patteggiare soluzioni estemporanee con amministrazioni che, a loro volta, trovandosi in gravi condizioni finanziarie, non si decidevano a trovare una soluzione definitiva al problema della follia che, soprattutto a partire dai primi decenni dell’Ottocento, andava estendendosi continuamente. Nemmeno tra gli organismi amministrativi – Deputazione Provinciale e Consiglio provinciale – vi era unanimità di pareri sulle attribuzioni che avrebbe dovuto avere il manicomio: la prima guardava con apprensione i costi e il lievitare delle spese e quindi si atteneva a una stretta razionalizzazione delle risorse; il secondo intendeva riqualificare l’Istituto con l’aumento del personale e altri provvedimenti tesi a modernizzarlo anche con una collaborazione integrata con l’Università cittadina, che lo rendesse centro di ricerca scientifica (pp. 75 ss.).

il Direttore Francesco Roncati

In questo senso il direttore Roncati diede prova di tenacia indefessa e di una certa abilità nel mettere al passo il suo istituto con i precetti della “tecnica manicomiale” dell’epoca. L’A. fa emergere chiaramente la concezione repressiva che Roncati affidava alla psichiatria. L’isolamento completo, assoluto dei ricoverati, tanto all’esterno – verso i cittadini – tanto all’interno del manicomio – tra i due sessi e fra le varie forme di follia – è un chiodo fisso, pervicacemente perseguito dal Direttore. Anche agli infermieri, reclutati più in rapporto alla loro prestanza fisica che a conoscenze di medicina, era espressamente vietato rivelare all’esterno quanto accadeva dentro il manicomio (p. 58).  Attorno a questa impostazione – che svela la sostanziale sfiducia di Roncati verso la capacità di curare del manicomio – fanno da corollario l’uso continuato di mezzi di contenzione e di camere isolamento. Mentre, soprattutto negli ultimi decenni del secolo, in altri manicomi si vanno sperimentando approcci diversi e più aperti al controllo dei ricoverati, Roncati, che mantenne la direzione del manicomio dal 1871 fino al 1905, rimase ancorato a una concezione repressiva della psichiatria.

Del resto, il continuo afflusso di ricoverati pregiudicava sul nascere qualsiasi tentativo di approccio terapeutico. In un manicomio concepito per ospitare 400 alienati, alla fine degli anni Settanta ve ne erano 650 e a fronte di questa situazione congestionata la Deputazione Provinciale non disponeva delle risorse finanziarie per ampliare l’istituto. Lo stesso Roncati doveva ammettere sconsolato che il manicomio si stava trasformando in “un gran dormentorio” – altri parleranno di “reclusorio” (p. 47 e  81).

Con l’eccezione del caso imolese (sul quale ho pubblicato una monografia) in quasi tutti gli altri casi finora indagati dalla storiografia i medici lamentarono di avere le mani legate nella direzione dei manicomi, dipendenti come erano dalla Congregazione di Carità comunale, dalla Deputazione Provinciale, dal Consiglio Provinciale e, dopo le riforme crispine, dalla Giunta Provinciale Amministrativa (su questo si veda anche Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)). Dovendo sostenere le spese, le amministrazioni comunali e provinciali non avevano alcuna intenzione di farsi accantonare. Ne derivava un dualismo che attribuiva agli organismi amministrativi del Comune e della Provincia la direzione finanziaria mentre ai direttori veniva riservata la direzione interna dell’Istituto.

Nonostante le lamentele, gli alienisti godevano comunque di un potere non indifferente: assumevano o licenziavano personale a loro piacimento, decidevano la scansione interna della vita degli istituti (lavoro dei ricoverati, orari di riposo, refezioni, diete, orario di lavoro di medici, infermieri e personale avventizio, premi, punizioni ecc.). Roncati – e l’A. lo dimostra a più riprese, fece un uso dispotico del potere di cui disponeva all’interno del manicomio garantito da un Regolamento approvato nel 1888, stemperato da marcate venature di provvedimenti paternalistici nei confronti di un personale medico e di servizio insufficiente nel numero e mal pagato (capitolo 3).

Stretto tra una costruzione architettonica riadattata ma non pensata e strutturata come istituto apposito (sulla scia, ad esempio, del vicinissimo manicomio imolese), il pragmatismo della Deputazione provinciale che spegneva sul nascere l’ambizione di dotare Bologna di un manicomio moderno e improntato anche alla cura oltre che alla custodia degli alienati, e la rigida visione custodialistica della psichiatria del suo direttore, il manicomio bolognese ebbe un ruolo marginale anche nel dibattito scientifico interno alla psichiatria sebbene fossero decenni di grande attività e fermento scientifico. L’attenzione di Roncati si rivolse piuttosto al funzionamento della macchina manicomiale all’interno della quale il malato non era considerato soggetto con esigenze proprio ma – “puro corpo” al quale garantire poco più delle minime condizioni di vita – l’igiene, i pasti, un letto.

L’A., sempre cauta e ponderata nelle valutazioni, non esclude un filo conduttore che spieghi la relativa importanza del manicomio bolognese nelle vicende della psichiatria italiana del tempo. Il sovraffollamento delle strutture era un problema comune a tutti i manicomi dell’epoca, ma quello diretto da Roncati aveva l’ulteriore problema che non poteva essere ampliato se non con costi molti elevati (che la Provincia non intendeva accollarsi, tanto che venne stipulata una convenzione col manicomio di Imola per inviarvi un certo numero di alienati) e si trovava all’interno della città. La “tecnica manicomiale” del tempo, invece, prevedeva la costruzione dei manicomi a ridosso delle città, ma fuori, in modo tale che venisse garantita la pace all’interno della struttura essendosi interrotto il “richiamo” della vita cittadina sui ricoverati, eventualità ritenuta dannosa per la cura.

Organizzare la vita dei degenti in spazi ristretti in una situazione di sovraffollamento e al tempo stesso isolare il più possibile l’istituto dalla città sono due elementi che ossessionarono la direzione di Roncati. Si spiega così l’importanza che il direttore attribuiva all’isolamento dell’istituto e all’ordine che doveva regnare sovrano e assoluto  al suo interno. Perché se – in questo in sintonia con la prima generazione di alienisti – il direttore pensava che il manicomio fosse già di per sé, in quanto struttura, un valido strumento di cura, dovendo la mente del folle essere riportata sui binari della normalità, non doveva essere distratta: come altri alienisti, Roncati riteneva che la follia fosse “contagiosa”, nel senso che i malati fossero ricettivi e suscettibili di assumere stati d’animo e atteggiamenti di altri. Per evitare che si dispiegasse un processo di emulazione tra i ricoverati occorreva suddividere le “forme” della follia in compartimenti stagni non comunicanti tra loro. Per queste e altre ragioni l’ordine, che contraddistingue l’istituzione manicomiale, ha la funzione – secondo Roncati – di bilanciare in un primo tempo e di imporsi successivamente, sulla mente deragliata del folle.

Il successo di un’istituzione fallimentare

Le osservazioni di Migani sullo sguardo sono acute e pregnanti. Per sguardo si intende un ventaglio ampio di posizioni. Per i cittadini il problema della follia aveva a che fare col pudore e lo scandalo offerti dalla vista indecorosa del folle: i cittadini potevano essere disturbati dalla vista di comportamenti anormali. Per i “mentecatti” invece l’osservare frammenti di vita cittadina poteva compromettere il loro equilibrio psichico sempre precario, mentre per il Direttore, i medici e il personale infermieristico la possibilità di sorvolare visivamente sull’intera struttura e su tutti i ricoverati era un elemento fondamentale per trarre osservazioni sul comportamento, intervenire in caso di necessità e mantenere l’ordine all’interno del manicomio. Dunque la follia e chi ne è colpito viene occultata, resa invisibile, in qualche modo eliminata dalla società.

In fin dei conti sta qui uno dei fattori che hanno contribuito al “successo” del manicomio, alla sua durata nonostante il palese fallimento sul versante della cura. Le tre storie raccontate e discusse nella terza e ultima parte del volume di un imprenditore, di un “sovversivo” e di un bambino sono esempi di persone ritenute “inadatte” a vivere in società, che devono essere “annullate”, rese invisibili ancor prima che curate.

Un altro elemento che ha contribuito fortemente a ritenere il manicomio un punto di riferimento per la società è l’ascesa della psichiatria come specializzazione medica che si incarica di neutralizzare attraverso il manicomio ansie collettive che scaturiscono dai mutamenti economico-sociali in corso. Da questo punto di vista il manicomio è collegato direttamente all’affermarsi della produzione capitalistica – soprattutto nelle campagne nel caso bolognese – e si (pro)pone come “contenitore” di quei soggetti che non ne reggono il ritmo o che ne subiscono l’affermazione: i pellagrosi, che da soli costituiscono la netta maggioranza dei ricoverati ne sono l’esempio lampante.

Perciò, nonostante restino ferme le peculiarità che fanno scattare l’internamento basate sulla pericolosità del soggetto per sé stesso o per altri e sulla condotta ritenuta scandalosa, il ventaglio delle figure sociali e degli atteggiamenti che aprono le porte del manicomio si ampliò velocemente, soprattutto a partire dall’ultimo quarto dell’Ottocento, perché a mutare fu la percezione dei connotati fondamentali alla base dell’ingresso: la categoria dei soggetti pericolosi per la società si ampliò enormemente: in manicomio entrarono alcolisti, epilettici, discoli, frenastenici, imbecilli pellagrosi, prostitute… (pp. 237 ss).

Ma se finire internati in manicomio era relativamente facile (e più si scende la scala sociale, più questa possibilità diventa concreta), uscire era estremamente difficile. Il fallimento del manicomio come luogo di cura emerge chiaramente nella seconda parte del libro che tratta delle “prime soluzioni al sovraffollamento dei manicomi”. Soluzioni che a fine Ottocento, inizio Novecento vennero individuate essenzialmente nel dislocare alcune categorie di malati – alcolisti, cronicizzati e dementi epilettici, frenastenici ecc.. – in istituti e ricoveri a loro dedicati.

Ma le cause economiche e sociali dell’aumento vertiginoso dei ricoveri che si stava verificando dall’ultimo trentennio del secolo (in un Congresso qualcuno riferendosi ai manicomi li definì “carnai”), sebbene non mancassero voci critiche all’interno dello stesso mondo psichiatrico, continuavano ad essere tenute in un angolo e a non essere affrontate a livello politico (su questo si veda anche Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento; sulla diffusione della pellagra in Romagna, Chiara Arrighetti (a cura di), La salute nella Romagna dell’Ottocento. Il caso della pellagra, (Quaderni della Società di Studi Romagnoli, n. 38), 2019). Per non intaccare gli squilibri economici e sociali tra le classi i ceti dirigenti continuarono a delegare ai manicomi il compito di contenere e nascondere coloro che non erano in grado di vivere dignitosamente e cedevano tanto fisicamente che a livello psichico alle pressioni cui erano sottoposti e ad una vita di stenti.

Conclusioni

Abbiamo fatto cenno alla suddivisione interna del libro in tre parti. A prima vista possono apparire disomogenee, in realtà non è così. Con Memorie di trasformazione Cinzia Migani porta a termine un lavoro di ricerca iniziato decenni addietro sotto la guida di Ferruccio Giacanelli. Psichiatra, direttore del manicomio bolognese, studioso appassionato e penetrante della storia della propria disciplina, Giacanelli era uomo di profonda umanità e sensibilità. Con questo libro l’A. salda un conto aperto. E lo fa con una ricerca ricchissima per la quantità di materiale consultato e debitamente vagliato, e con grande sensibilità ed empatia con le vittime di quei veri e propri inferni che furono i manicomi.

Buona lettura.


 

Recensione. Silvano Montaldo. Donne delinquenti.

Un libro ricchissimo che ripercorre la genesi e la storia della criminologia con particolare attenzione alle donne delinquenti.

Una precisazione va fatta subito a proposito del libro di Montaldo. Il titolo è riduttivo: c’è molto di più delle donne delinquenti in questo libro. Un’opera che offre una documentazione ricchissima su molti temi.

Ma veniamo al punto. Come mai a un certo punto della storia un fenomeno sociale diventa un problema? Perché con il XIX secolo medici, giuristi, uomini delle istituzioni, “psichiatri” (che per un trentennio almeno non si chiamavano ancora così), frenologi, “sociologi” (anche questa una professione nata nell’800), studiosi di statistica, benefattori/trici e altri ancora cominciarono a occuparsi sempre più – e con apprensione crescente – della delinquenza femminile?

“Psichiatria”, manicomi, medicalizzazione della delinquenza son prodotti della “duplice rivoluzione” che ha plasmato il mondo contemporaneo: Rivoluzione industriale e Rivoluzione francese, vale a dire l’ascesa, inarrestabile fino ad oggi, della borghesia. E con essa, dei suoi valori, delle sue conquiste e dai suoi pregiudizi.

Vi è una probabilità molto alta che, almeno in certe sfere della società, in coincidenza con l’evolversi degli effetti la Rivoluzione industriale e a partire dall’ascesa di Napoleone, la condizione delle donne conobbe un peggioramento sostanziale rispetto al secolo precedente. (Se non altro, nella misura in cui i romanzi fanno riferimento alla società, la protagonista delle “Relazioni pericolose” di Coderlos de Laclos è una donna che dispone di un patrimonio, che si sceglie gli amanti, che dispone come vuole della propria libertà).

Fare la guerra – il “motore” della politica napoleonica – significa poter disporre di soldati; per disporre di soldati occorrono famiglie; favorire la moltiplicazione della famiglia in funzione della prolificità vuol dire limitare la libertà dei singoli e delle donne  in particolare. Fare la guerra significa produrre armi, vestiario, scorte, strade. Potere politico e potere economico si saldano progressivamente – in alcune congiunture, non in tutte ovviamente – a scapito delle donne.

Il loro spazio sociale si restringe con l’inoltrarsi del secolo fino alla reclusione tra le mura domestiche o poco oltre. A convergere in questa direzione sono gli stessi protagonisti indicati sopra (medici, amministratori ecc.) i quali finiscono con l’affermare e con la stabilire una condizione di inferiorità della donna rispetto all’uomo che passa attraverso la diversità tra i due sessi che ne accentuano debolezze fisiche e mentali (impressionabilità, eccitabilità, “isteria”) e “vocazioni”.  La “naturale” vocazione alla procreazione diventava anche “naturale” inferiorità fisica, psicologica e mentale. Eppure le statistiche – sempre più raffinate e affidabili – dimostravano che la tendenza delle donne a delinquere era di molto inferiore a quella dell’uomo. Il punto era lo stabilire il perché.

Per un senso del pudore molto più marcato delle donne rispetto all’uomo? Perché naturalmente meno votate alla delinquenza? O semplicemente perché disponendo di minore libertà rispetto agli uomini avevano minori possibilità di delinquere?

La questione venne complicandosi con l’emergere della “questione sociale”, una definizione nebulosa che stava ad indicare questione del lavoro, del pauperismo, delle condizioni igieniche ecc. che riguardava il nascente proletariato e il sottoproletariato. Si complicava soprattutto in rapporto a come le donne disponevano del proprio corpo e della propria sessualità. Gli studi sulla prostituzione si moltiplicarono vorticosamente in tutti i paesi. Man mano che la Rivoluzione industriale svelava sempre più la povertà dei lavoratori e li prese a considerare “classi pericolose”, il confine tra prostituzione e reato si assottigliarono. La psichiatria entrò nel dibattito e lo influenzò profondamente: se la missione “vera”, “naturale” della donna era la maternità la prostituzione diventava un fenomeno destabilizzante dal punto di vista sociale. Forse ineliminabile e ritenuta da alcuni osservatori – naturalmente maschi – indispensabile allo sfogo sessuale maschile, i teorici della “degenerazione” (con la quale venivano spiegate molte patologie mentali) avvertivano però che donne sciagurate come le prostitute non potevano che generare figliolanze altrettanto degenerate e che, in una sorta di caduta rovinosa nel vizio, le donne una volta superata la barriera della prostituzione poi potevano diventare delinquenti molto più pericolose – e  non di rado raffinate – degli uomini.

Non si trattò affatto di un coro di voci univoco. Alcuni medici intuirono esattamente il nesso stringente tra povertà e prostituzione, anche quando le donne lavoravano. Studi molto precisi sulla prostituzione a Parigi, per esempio, dimostrava che una buona parte delle prostitute erano ragazze inurbate da poco tempo che si prostituivano saltuariamente per pagare debiti e fronteggiare altre necessità temporanee; un altro studio relativo a New York segnalava che a prostituirsi erano prevalentemente le immigrate dall’Europa, soprattutto tedesche e irlandesi. Alcuni osservatori denunciarono lo sfruttamento e i salari irrisori che condannavano le donne a prostituirsi con la condanna sociale definitiva che le colpiva e discriminava in quanto bollate come prostitute.

Questi percorsi – istituzionali, sociali, politici, medici – procedono e si intrecciano per gradi. Uno degli snodi cruciali, ottimamente delineato e discusso dall’A., fu il passaggio dal medico-filosofo allo scienziato, con la conseguente affermazione dell’organicismo nelle sue varie sfaccettature. Individuare i segni fisici dei folli, dei folli criminali e delle donne delinquenti con metodi scientifici in modo da poter prevenire il crimine o, almeno, riconoscerlo immediatamente divenne un’ossessione per molti medici e psichiatri.

La padronanza delle fonti – primarie e secondarie – dell’A. sui molti aspetti della materia è ammirevole; Montaldo si muove con sicurezza riuscendo a tenere assieme i molti fili che si dipanano dalla “diaspora” delle materie che si dipanano dal problema centrale.

L’esito e la massima espressione della criminalizzazione della prostituzione avviene con l’opera di Cesare Lombroso, al quale Montaldo dedica gli ultimi quattro capitoli del libro. Lombroso ha avuto molti biografi e storici di vaglia si sono occupati della sua opera (Bulferetti, Villa, Frigessi, Giacanelli tra i più noti). Montaldo, tra l’altro direttore scientifico del Museo Cesare Lombroso, ha tutte le carte in regola per approfondirne la figura e l’opera, che arricchisce con documentazione archivistica non solo italiana.

Montaldo ne ricostruisce l’ascesa, l’affermazione e il declino intrecciando il tragitto dello studioso veronese con le vicende culturali e scientifiche del periodo. E fa bene a sottolineare più volte che molte delle sue idee non erano frutto di sue elaborazioni originali, ma circolavano già e da tempo. Non a caso la parabola del prestigio di Lombroso in ambito scientifico internazionale declinò piuttosto velocemente quando in un paio di congressi di antropologia tenutisi alla fine degli anni ’80 le sue tesi furono demolite sistematicamente. (Va detto, e l’A. spesso lo rileva, che accanto ad ammiratori Lombroso ebbe anche osservatori quanto meno dubbiosi della scientificità della sua opera).

“La donna delinquente”, pubblicato nel 1897 e scritto a quattro mani con Guglielmo Ferrero rispecchiò il tentativo dello scienziato veronese di “risorgere” (il capitolo 5 ha appunto questo titolo). Qui la correlazione tra prostituzione e delinquenza divenne simbiosi: la prostituzione era il modo delle donne per delinquere (agli uomini, sebbene compartecipi, non veniva imputata alcuna colpa). Tuttavia il volume non presentava novità concettuali. Venivano riprese e applicate alle donne le vecchie teorie del “delinquente nato” che, nella versione femminile diveniva “prostituta nata”, riproponendo alla fin fine le sue idee dell’atavismo come tara originaria.

Così come la psichiatria italiana si era formata in ritardo (in Italia le prime due riviste importanti apparvero vent’anni e trent’anni dopo che in Francia) a causa certamente di un ritardo dovuto anche alla unificazione tardiva del Paese, le idee lombrosiane trovavano terreno fertile in un paese ancora per molti aspetti arretrato, patriarcale, paternalistico e misogino. Si può dire che l’apice di questa involuzione si sia avuta col fascismo, ma molto resta ancora da fare per superare pregiudizi, soprattutto da parte degli uomini.

Un ottimo libro da leggere per capire questioni ancora aperte e di strettissima attualità.