Recensione. Daniel Roche: Il popolo di Parigi

A più di duecento anni di distanza il perché sia scoppiata la Rivoluzione francese resta ancora un mistero. Anche volendo tener conto delle molte concause che, a un certo punto, intrecciandosi hanno dato vita a una miscela esplosiva che poi ha fatto divampare l’incendio, gli storici continuano a interrogarsi. (A conclusioni simili giunge anche Jeremy D. Popkin: Un nuovo mondo inizia). Con Il popolo di Parigi. Cultura popolare e civiltà materiale alla vigilia della Rivoluzione, Daniel Roche non si occupa della popolazione parigina durante la Rivoluzione, ma prende in esame l’intero XVIII secolo.

Il libro è un vagabondare lungo un secolo in una città enorme e in continua espansione come Parigi. Già l’idea, di per sé, non può non attirare il lettore tanto più se l’invito viene da uno storico originale come Daniel Roche.

Che cos’è il popolo?

Popolo è una definizione vaga e incerta: comprende tutto e definisce poco. Popolo può essere il barbone come il rigattiere, il barbiere come il facchino, il piccolo commerciante come la prostituta, la sarta come il macellaio o il fornaio… (senza dire che già all’epoca a Parigi c’erano molti stranieri). Tutti questi soggetti o gruppi sociali possono avere atteggiamenti, reazioni, mentalità, aspirazioni o timori anche molto diversi tra loro. Come tenerli assieme, cos’è, se c’è, che li lega, che li rende un corpo in qualche modo unico?

Scotin, Jean-Baptiste (1678-17..). Graveur, [Illustrations de Description de Paris], 1742. Fonte: Gallica

Gli storici hanno bisogno di definire, sono costretti a fare dei “tagli”, delle distinzioni. Daniel Roche ha scelto di definire il corpo sociale che intende studiare escludendo verso il basso il fitto sottobosco dei marginali e dei piccoli criminali e verso l’alto dalla media borghesia in su. Entro questi limiti si colloca il grosso della popolazione parigina: 3/400 mila persone a inizio Settecento, 350/450 mila alla vigilia della Rivoluzione su una popolazione complessiva di stimata sui 6/700 mila abitanti. È senza dubbio una fetta di popolazione notevole, ma resta pur sempre una decisione arbitraria. Già al momento della pubblicazione del libro (Il popolo di Parigi è apparso circa quarant’anni fa), Foucault aveva dimostrato che il confine tra legalità e illegalità era molto labile e veniva attraversato frequentemente dalle classi popolari. Roche lo sa perfettamente (p. 76), ma queste figure entrano in modo sporadico nel libro.

Nella scala sociale, verso il vertice, il confine tracciato da Roche è rappresentato dai domestici, una parte non trascurabile della popolazione parigina: sono circa 40.000 le persone che vivevano di questo mestiere nella capitale francese. L’A. decide di focalizzarsi su di loro benché sia una professione spesso transitoria, perché i domestici assorbono le influenze delle classi superiori e, contemporaneamente, a loro volta, sono portatori di abitudini e mentalità delle classi popolari.

Desrais, Claude-Louis (1746-1816). Dessinateur, [Petits métiers et cris de Paris]. D décroteur, a la marotte. E Encre pour écrire, encre double et luisante. F fanchon la vielleuse. G gateaux de Nanterre, gateaux fins. H habits vieilles bottes a vendre. J jardinier. Fonte: Gallica

In realtà si ha l’impressione che, prendendo in esame soprattutto i ceti salariati, l’A. tenti di delineare i contorni di una classe operaia che però, all’epoca, non esisteva o comunque aveva caratteri pre-moderni e piuttosto vaghi. Roche è comunque molto lontano da Marx. In ambito storiografico le sue guide sono piuttosto Jaurés, Michelet e Braudel mentre tra gli autori coevi la sua predilezione va a Mercier e Retiff de la Bretonne: entrambi sono autori di opere che non hanno – né potrebbero avere – valore storiografico; Roche le utilizza come il bastone nelle mani del rabdomante. Mercier è autore di una opera monumentale su Parigi; Retiff scrive sul popolo con l’occhio dell’alta società. Ne deriva un incrocio che se pure necessita di molti accorgimenti, nelle mani di uno storico esperto e navigato come Roche diventa una leva capace di far sbalzare agli occhi del lettore l’impressione viva di una città in perenne fermento: “tra il popolo caldo della storia militante e il popolo freddo di una storia troppo ragionata, bisogna tentare di ritrovare l’identità specifica di una classe nel suo costituirsi” (p. 50).

Tra questi due estremi, ricchi e poveri, indigenti e arricchiti, popolo e marmaglia convivono, si mescolano, si contaminano. Nel corso del secolo Parigi cresce molto più per l’immigrazione che per le nascite: la città è una calamita che attira gente in cerca di occupazione e di occasioni. Tuttavia, lo sguardo sul lungo periodo – tutto il XVIII secolo – consente a Roche di certificare l’impoverimento delle classi popolari: circa i 2/3 dei salariati sono diventati più poveri: non riescono a vivere senza qualche forma di sussidio o senza entrate supplementari.

Lequeu, Jean-Jacques (1757-1826). Dessinateur, Coupe longitudinale d’une maison de plaisance: le temple du Silence, 1788. Fonte: Gallica
Descrizioni

Non stupisce quindi che gli alloggi dei ceti più poveri siano troppo ristretti, inadeguati e freddi: proteggersi dal freddo è ancora una priorità, anche se il grande problema e, insieme, l’elemento che certifica le difficoltà in cui si dibattono i ceti più umili è la promiscuità delle famiglie numerose in una o due stanze: “l’intimità è innanzitutto rifugio per la sessualità” (p. 215); per il resto il privato è quasi inesistente. Il letto diventa accessibile a quasi tutti, ma i domestici che hanno trovato un’occupazione duratura possono permettersi di spendere per quest’oggetto il triplo di quanto fanno famiglie con occupazioni saltuarie (che spesso, al momento di pagare l’affitto, se la squagliano alla chetichella nottetempo).

La descrizione minuziosa degli oggetti – tende, specchi, brocche, ceramiche, stoviglie, orologi, carte da parati ecc. – diventano nelle mani di Roche sia oggetti la cui presenza o assenza certificano in qualche modo l’appartenenza a un gruppo sociale, sia rimandi a contesti e situazioni più generali. Lo si vede, per esempio, nelle pagine in cui si occupa del vestiario. “Nel XVIII secolo” scrive Roche, “gli strati popolari di Parigi conoscono una rivoluzione che coinvolge il loro abbigliamento” (p. 263): i tessuti di lana, un tempo predominanti, hanno perduto il loro primato a favore di tessuti più leggeri come le indiane e il cotone. Tessuti economici e più comodi, ma anche più colorati, più sgargianti, più sensuali. Un tempo sfoggiare abiti colorati e appariscenti era un modo per segnalare l’elevatezza dello status sociale. Ora il fatto che i ceti popolari se ne siano in qualche modo appropriati può indicare una “discesa” dall’alto dei gusti. Ma forse è eccessivo sostenere che le classi popolari risentono e copiano “i dettami stilistici che cadono dalle classi superiori” (p. 263). Può essere, anzi l’A. lo documenta per i domestici i quali, dopo averli riadattati al loro rango, riadattano i vestiti dismessi dei loro padroni (p. 251). Ma riguardo al resto della popolazione bisognerebbe verificare il vasto campo del riciclo, del mercato nero, delle donazioni di beneficenza.

Bosch, Pieter van denPays-Bas, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 1842 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010062121 – https://collections.louvre.fr/CGU

Senza dubbio l’idea di studiare il modo di vestire popolare partendo dagli sventurati che sono caduti o si sono gettati nella Senna è a suo modo geniale perché consente di “vedere” i vestiti indossati ogni giorno, ma ci sono dinamiche, scambi, abitudini che lasciano tracce minime che non consentono di seguire percorsi, o non ne lasciano affatto: vale per i pantaloni – sorprendentemente poco usati – o per i vestiti di lino o per gli abiti dei bambini (p. 219) : senza dubbio circolavano, ma semplicemente gli inventari non dicono nulla sulle dinamiche degli scambi. Ritenere la stima del 10/15% del reddito per le spese del guardaroba può essere interpretato come prova di una maggiore disponibilità finanziaria (p. 247), ma potrebbe anche essere indizio di un rialzo dei prezzi o essere dovuto alla diversa e più facile e frequente deperebilità del cotone rispetto alla lana. Così come forse è eccessivo sostenere che “per la prima volta nella storia viene sperimentato con l’abbigliamento popolare un sistema di consumo di massa che […] fa posto al superfluo” (p. 264).

Le persone si mescolano

In linea generale concedersi il superfluo significa aver prima appagato le necessità, il che sarebbe in contrasto con altre affermazioni nel libro a testimonianza di un impoverimento lungo il secolo. Ma Roche, in questo non ha torto: si può far sfoggio di qualcosa di superfluo anche se si è in stato di necessità: ad esempio, poco prima della popolazione tre domestici su cinque e un salariato su tre aveva un orologio (p. 303).

La gran parte della popolazione parigina sa leggere e scrivere, ma legge relativamente poco o, almeno, sono pochi quelli che possiedono libri (p. 286). Ma mano che ci si inoltra nel secolo Parigi diventa una città che deve essere “letta”: insegne e vie, piazze e manifesti fermate di posta e osterie (pp. 305-313).

Roche ci svela abitudini in auge fino a non molto tempo fa ma oggi quasi scomparse: le classi popolari vivevano in buona parte a credito: monte dei pegni, piccoli prestiti, pasti a credito. L’abitudine di consumare per poi pagare in seguito era estremamente diffusa. C’è anche, e l’A. fa bene a segnalarla, “un’economia della donazione che non entrerà mai nelle statistiche storiche” (p. 359) che ha come punti di riferimento relazioni famigliari, amicali, di vicinato o anche occasionali.

Le pagine dedicate alla convivialità imperniata sulle osterie sono splendide: osterie e taverne sono un “crocevia tra il mondo stabile della città […] e quello erratico della mobilità” (p. 356): si vende di tutto e di tutto si compra; si cerca e si trova lavoro; si discute di politica e ci si organizza; si discute, esaltati dal vino che scorre abbondante, di donne e di cose di bassa lega, si litiga e si arriva a zuffe generali; ci si riempie lo stomaco per pochi soldi – e a volte si mangia anche bene -; ci si informa, si scambiano notizie (sulla circolazione delle notizie, si veda: Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi). C’è una dimensione corale che al lettore di oggi può sfuggire: le osterie sono sempre frequentate, dall’apertura alla chiusura, con il pienone a pranzo e cena.

Demachy, Pierre-AntoineFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, DL 1989 3 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010061238 – https://collections.louvre.fr/CGU
Conclusioni

Non c’è contraddizione tra l’impoverimento degli anni che precedono la Rivoluzione e l’effervescenza e il pullulare dei ritrovi: “il vivere alla giornata fa parte della cultura popolare” (p. 360). Nel far rivivere il popolo che abita la capitale, Roche si affida soprattutto a quelli che definisce “archivi dormienti”, i testamenti, gli inventari, i lasciti (pp. 77 ssgg.) e i documenti di polizia. Il risultato è un libro ricchissimo di percorsi e di intrecci e in molte sue parti riuscito egregiamente. Così, ad esempio, “il mobilio popolare consente ad un tempo di comprendere la riorganizzazione dello spazio domestico” (p. 203) mentre la sostituzione di utensili con altri, spesso più comodi e funzionali o più ridotti o efficienti, indica mutamenti nella mentalità (p. 193). Spesso sono scarti minimi, quasi impercettibili nell’immediato i cui effetti diventano palesi solo sul lungo periodo: vale per il ricambio degli utensili della cucina (stufe incluse) come per le calzature.

Dopo aver condotto uno studio per alcuni aspetti accuratissimo, le conclusioni dell’A. non sono nette e ben delineate. Anche se l’A. si tiene alla larga dall’ossessione di molti storici sulle origini della Rivoluzione, quel fantasma inevitabilmente aleggia in tutta l’opera. Ma probabilmente ha ragione Roche nel giungere a conclusioni elastiche; non sceglie tra una Rivoluzione figlia della miseria o di una maggiore prosperità – anche se in conclusione del libro propende più per questa ipotesi. Ciò che ha tentato di fare in questo libro è dimostrare l’obliquità e l’ambivalenza della storia, il suo essere in parte sfuggente e per certi aspetti inafferrabile.

Scritto quarant’anni fa, Il popolo di Parigi risente anche del modo di allora di scrivere la storia. Roche ha una scrittura molto densa, ma anche molto viva e spesso ammaliante. Ci ha regalato un libro piacevole e prezioso.

Buona lettura.

Recensione. Marina Garbellotti: Per carità

Nell’ultimo venticinquennio del secolo scorso era opinione condivisa che, almeno per quanto riguardava l’Europa occidentale, il secolare problema della povertà (almeno nelle sue frange più estreme) fosse stato definitivamente sconfitto. I primi vent’anni del XXI secolo stanno dimostrando che le cose non stanno così: il divario tra ricchi e poveri si sta ampliando enormemente e il numero di coloro che non ce la fanno sta aumentando.

Il dato sorprendente è che gran parte delle idee suggerite per contrastare il problema in realtà sono versioni aggiornate di proposte vecchie di secoli. Fare il punto sui “poveri e politiche assistenziali” – come recita il sottotitolo di “Carità”, scritto da Marina Garbellotti – è non solo doveroso, ma utile per comprendere i vari temi che compongono l’intera questione della povertà.

Sul tema del libro esiste una bibliografia sterminata e se si può sostenere che la povertà è sempre esistita, fa bene l’A. a scegliere come punto di partenza della sua analisi la rottura decisiva che si verifica tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento che muta l’approccio e la percezione del problema della povertà (il titolo completo del libro è Marina Garbellotti, Per Carità. Poveri e politiche assistenziali nell’età moderna). Si inizia a parlare in quel periodo di poveri meritevoli di essere assistiti e di poveri che non meritano assistenza. Tra i poveri vi sono persone sane, in forze, in salute, che potrebbero lavorare e invece scelgono di non farlo. La letteratura esaminata dall’A. ci restituisce immagini di marginali che si fingono vittime di tutta una serie di malattie e infermità invalidanti per poter questuare indisturbati, evitare essere soggetti a tassazioni, al reclutamento negli eserciti e ad altri obblighi sociali e che pertanto, pur vivendo in povertà, conducono una vita spensierata sulle spalle della collettività la quale, concedendo loro questue e altre forme di sostegno, di fatto li mantiene. Il dato di fondo, che diventa disturbante, destabilizzante, è che questa gente rifiuta il lavoro, il rifiuto del lavoro spalanca le porte all’ozio e l’ozio – come da allora si ritiene – è il padre dei vizi. Dunque, rifiutarsi di lavorare è accaparrarsi da vivere in altri modi (col gioco o prostituendosi, per esempio) è una scelta da condannare, in qualche modo criminosa. (Sulla prostituzione si veda Marzio Barbagli, Comprare piacere).

Adriaen Brouwer, Poveri bevono alla locanda, c. 1625 – c. 1630, Rijskmuseum

Non a caso la trattatistica sul problema del pauperismo si infittisce “a cavaliere tra XV e XVI secolo” in decenni di crisi durante i quali il fenomeno del pauperismo divenne una “piaga sociale” (p. 20): crescita demografica non compensata da un aumento di terra coltivabile, epidemie, guerre e carestie innescarono cambiamenti profondi: dalle campagne, torme di contadini cercarono una qualche forma di occupazione o assistenza e sostegno nelle città, ma queste non erano in grado di fronteggiare emergenze più o meno prolungate che investivano un numero elevato di persone. La reazione delle città a queste pressioni fu l’elaborazione di forme assistenziali il cui scopo era quello di rimuovere la mendicità: “l’accettazione o l’avversione al lavoro divenne il principale segno di riconoscimento dei veri poveri” (p. 23). Chi lavorava accettava le regole economiche, etiche e sociali della società, coloro che si rifiutavano di lavorare pur essendone in grado rifiutava anche quelle regole e pertanto non solo non era degno di essere assistito, ma meritevole di essere espulso dalle comunità.

“Bocche inutili”

Soprattutto nel corso o dopo una calamità – ad esempio una epidemia, una carestia o un terremoto – le maestranze delle città ritenevano conveniente espellere mendicanti, vagabondi, “birboni” che provenivano da fuori per tutelare invece i poveri meritevoli che contribuivano in qualche modo allo sviluppo della città: il “prima” i propri cittadini non è uno slogan di oggi (p. 45). Tuttavia gli stati e le città dell’età moderna avevano notevoli difficoltà nel controllo capillare del territorio: birri, osti e altro personale, disponevano di informazioni sufficienti per avere il polso della situazione, ma le continue intimazioni (corredate da pene di varia entità e gravità) ai forestieri di abbandonare le città nell’arco di pochi giorni comprovano quanto fosse difficile censire compiutamente il via e vai di persone che entravano e uscivano dalle città. Nonostante i rischi – che c0munque c’erano – non era difficile restare in città o tornarvi. D’altra parte la mobilità era considerata dannosa se non pericolosa.

Dunque, l’idea che le autorità cercano di instillare era una stanzialità laboriosa. Gli indigenti sani in grado di lavorare ma che non lo facevano erano considerati i più pericolosi: questuando sottraevano l’elemosina ai “veri poverelli”, perciò questa gente doveva venire costretta a lavorare. Restauri a ponti e palazzi, sistemazioni di canali, manutenzione delle strade ecc. erano tutti lavori che i poveri avrebbero potuto e potevano svolgere. Forza fisica e resistenza alla fatica erano le qualità indispensabili, non occorrevano molte abilità per venire impiegati come braccianti. Questo fenomeno ha due aspetti sui quali conviene soffermarsi. La costruzione di edifici poteva durare anni se non decenni. La convinzione secondo che il fabbricare era una forma di “carità pubblica, e che tutti i Principi far lo dovrebbero” (questa citazione è ripresa da Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca), per certi aspetti ancora in auge, in realtà è fallace. Se è vero che in questo modo una moltitudine di maestranze trovava impiego nei cantieri, si deve considerare il fatto che questo genere di lavori non generavano né altro lavoro, né ricchezza fruttifera. In altre parole non modificano gli assetti delle proprietà, mantenevano inalterati i rapporti di potere e non producevano travasi di ricchezza dalle classi dominanti a quelle popolari.

Che vi fosse un’attenzione particolare nel conservare le gerarchie sociali è comprovato dalla reclusione di questi soggetti in ospedali o alberghi per i poveri, brefotrofi, orfanotrofi e istituti per alcuni aspetti non molto dissimili dalle Workhouses inglesi (pp. 105-107). Il lavoro coatto diventava così una forma di controllo su masse potenzialmente pericolose e in più aggiungeva un messaggio morale all’intera popolazione: chi lavora ottiene cibo, assistenza, sussidi, medicinali ecc., chi lavora incontra e usufruisce della carità.

Ha ragione però Garbellotti nel ritenere che per il caso italiano non si possa parlare di grande internamento sulla scia degli studi di Foucault (pp. 109-110). Se è indubbio che questi istituti ospitavano soggetti di ogni genere – vecchi, invalidi, inabili, malati, scemi, pazzi, uomini, donne, ragazzini o bambini – essi costituivano una sorta di monito per coloro che si rifiutavano di lavorare o punti di riferimento temporanei per coloro che non riuscivano a gestire situazioni famigliari particolarmente difficili.

Tamburini Giovanni Maria (Bologna 1575-1660 ca.), Scena di mendicanti che chiedono la questua, Fondazione Cassa di Risparmio Bologna

Tuttavia tra i cittadini e i forestieri esisteva tutta una serie di persone che costituivano altre tipologie. Nelle città risiedevano stranieri presenti da molto tempo. Potevano avere o essere in affitto in una casa o in una bottega: non erano cittadini a pieno titolo, ma nemmeno stranieri. Questa gente era meritevole di sostegno? Contribuire al bene della comunità lavorando e versando le imposte divenne un requisito fondamentale per usufruire degli aiuti (pp. 52-53).

Quanti sono i poveri?

Dividere i meritevoli dagli immeritevoli significava censirli. Cosa tutt’altro che semplice. C’erano forme di povertà temporanee (infortuni, malattie, calamità) e coloro che non erano in grado di risollevarsi (vecchi, invalidi, cronici, vedove anziane ecc.). Tuttavia le città tentarono di farlo munendo i mendicanti autorizzati a chiedere l’elemosina di un distintivo che consentisse di riconoscerli. Era un modo per stabilire “quanti meritavano di restare nella comunità e quanti, al contrario non erano degni di occuparvi alcuna posizione” e di essere scacciati (pp. 55-57). Ma stabilire con certezza chi fossero i veri poveri era tutt’altro che semplice: “povero, miserabile, miserabilissimo, indigente” e altre connotazioni venivano usate indifferentemente e il loro significato cambia da luogo a luogo da epoca a epoca, senza dire che restano comunque categorie piuttosto incerte. Il fatto è che il concetto stesso di povertà “è relativo e non assoluto quindi i parametri per definirla variano in ogni società”; d’altra parte, in epoca moderna la netta maggioranza della popolazione può essere considerata povera (pp. 66). Indicativamente dal 4 all’8% della popolazione aveva bisogno di aiuti in modo continuativo; un 20% erano poveri congiunturali, momentanei, per la durata di una qualche crisi ma che, una volta superata, sarebbero stati in grado di provvedere a sé stessi; l’ultimo gruppo – il più ampio, dal 50 al 70% – era costituito da lavoratori che in tempi normali era in grado di sostenersi anche se in precario equilibrio tra povertà e indigenza e che viveva sul limite della soglia di povertà.

Tirare avanti

Tolte le spese per il vitto a questa gente non restava molto: portava quel poco che possedeva al banco dei pegni o al Monte di Pietà per piccoli prestiti che consentisse loro di tirare avanti qualche giorno. Del resto la loro alimentazione, basata soprattutto sul pane, su vino annacquato, su ortaggi e poco altro (sull’alimentazione si veda Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza) benché povera, portava via molte risorse: il pane costava molto: circa la metà della paga di un salariato (p. 75). Se si tiene a mente la precarietà di molti mestieri – i lunghi mesi invernali nella campagne, ad esempio, ma anche nell’edilizia – allora non è difficile comprendere perché spesso intere fasce della popolazione adottasse stratagemmi di sopravvivenza non privi di rischi per la salute (su questo si veda: Madeleine Ferrières Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo). In breve: “la maggior parte degli individui, dunque, viveva ai limiti della soglia di sussistenza e la loro condizione economica era tutt’altro che stabile. Essi oscillavano dalla sottoccupazione alla disoccupazione e un semplice accidente, un imprevisto, la perdita temporanea del lavoro, poteva ridurli in breve tempo in miseria”. Persone apparentemente non indigenti e lavoratrici in realtà erano povere e non disponevano né di risorse né di risparmi sufficienti che consentissero loro di superare inconvenienti anche temporanei (p. 77).

“Tre mendicanti” – Giacomo Ceruti detto ‘il Pitocchetto’ – 1737, olio su tela, “Museo Thyssen-Bornemisza”, Madrid

L’A. aggiunge giustamente che alla mentalità dell’età moderna era estraneo il concetto di previdenza sociale: la popolazione restava “scoperta”, priva di tutele e ciò diventava un problema gravoso soprattutto per anziani e invalidi; ma ritiene anche che “l’accantonamento del denaro non era una pratica diffusa” (p. 77), un’affermazione forse troppo perentoria: se si tiene conto del susseguirsi di epidemie e carestie e dei loro strascichi talvolta lunghi (sulla peste, vedi William Naphy e Andrew Spicer La peste in Europa e Klaus Bergdolt La grande pandemia della precarietà e periodicità di gran parte del mondo del lavoro, del lievitare dei prezzi ma non dei salari nei periodi di crisi e, in molti casi, di salari troppo bassi, allora la tendenza a non risparmiare non corrisponderebbe ad una mentalità diffusa, ma ad una drammatica necessità. Del resto, ciò è dimostrato indirettamente dalla stessa A. nel riportare un dato significativo. Comparando realtà diversissime quali Parigi e Prato, Garbellotti rileva che “l’andamento della curva dei prezzi del grano coincide con quello degli abbandoni dei bambini” (p. 98).

Fronteggiare la povertà: brefotrofi, Opere Pie, Ospedali
Andrea Biffi, Ospedale Maggiore di Milano, 1704, Rijksmuseum

Nei decenni di crisi a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, di fronte all’aumento consistente del pauperismo la rete assistenziale medievale cominciò a dimostrarsi insufficiente, si imponeva una riorganizzazione complessiva dettata dal fatto che gli enti assistenziali erano gli unici ad occuparsi dei poveri e questi stavano aumentando.

In linea generale due furono le soluzioni intraprese: la concentrazione dei molti piccoli enti esistenti in un unico ospedale maggiore oppure la riorganizzazione della rete assistenziale con soppressione di alcuni enti, accorpamenti tra alcuni di essi, modifica agli statuti e agli indirizzi d’uso di altri. Sulla carta entrambe le soluzione apparivano vantaggiose, “di fatto” esse non sortirono “gli effetti desiderati”. Sebbene si aprisse una sorta di “specializzazione” dei vari enti – brefotrofi, conservatori femminili, orfanotrofi, ospedali ecc. – da un lato “la tradizionale ospitalità medievale, caratterizzata dalla commistione della pratica caritativa e di quella terapeutica restò un tratto dominante degli ospedali” (p. 83); dall’altro il problema della mendicità rimase “una spina nel fianco” delle autorità (p. 114).

Carità e potere

Le amministrazioni laiche e le élites alla guida delle città cercarono di mettere le mani in qualche modo sugli enti ospedalieri e caritativi. Raramente lo fecero scontrandosi col potere religioso che storicamente li amministrava e li dirigeva; molto più spesso cercò e ottenne la collaborazione degli ecclesiastici. Sebbene gli ospedali soprattutto ma anche altri enti avessero costi di gestione notevoli e le cariche alla loro direzione non fosse retribuita, non di meno entrare a far parte degli amministratori faceva gola a molti. In primo luogo perché “il patrimonio del povero”, come si diceva all’epoca, era cospicuo: nel corso del tempo donazioni, lasciti testamentari, legati ecc. accrebbero considerevolmente la ricchezza di questi enti che disponevano di beni mobili, immobili e di terre. Entrare nel novero degli amministratori significava assicurarsi una posizione vantaggiosa dal punto di vista economico: gli archivi sono pieni di “scandali”, favoritismi e malversazioni. In secondo luogo, raggiungere quella posizione voleva dire infittire la propria trama di relazioni politiche, economiche e sociali: giustamente l’A. pone in evidenza il fatto che spessissimo i nomi di coloro che amministravano gli enti delle beneficenza erano gli stessi che ricoprivano altri incarichi rilevanti: non di rado gli ospedali furono al centro di oligarchie ristrette e potenti. Infine, cariche amministrative di questo genere garantivano una posizione sociale di primo piano e la possibilità di esercitare forme di potere molto concrete anche se in forme indefinite e avvolte da discrezione: tra chi elargisce la beneficenza e chi la riceve si crea un legame asimmetrico, una sudditanza che “paga” in termini di dipendenza e rispetto, obbedienza e fedeltà. Ospedali ed enti assistenziali garantivano e irrobustivano la stabilità sociale e lo status quo delle gerarchie del potere economico e sociale.

La morale della carità

Per quest’insieme di ragione concretissime i compiti di questi enti non si esauriva nell’assistenza ospedaliera o medica in generale ma investiva la sfera morale e l’educazione. Un’attenzione particolare fu rivolta ai bambini, con differenze significative tra maschi e femmine.

Maestro della tela Jean, Piccolo mendicante con focaccia ripiena, Wikipedia

Gli esposti, che fossero maschi o femmine – o meglio, quelli che riuscivano a sopravvivere perché il tasso di mortalità nei brefotrofi e negli orfanotrofi era spaventoso (p. 101) – lavoravano fin da piccoli, ma mentre nel caso dei maschi la tutela dell’Istituto terminava col raggiungimento del quattordicesimo anno di età, nel caso delle femmine se non si sposavano o non entravano in convento o non andavano a servizio, proseguiva sine die. Mentre l’onore delle pulzelle doveva essere tutelato, nei confronti dei maschi molti internamenti in istituti erano dovuti a motivazioni di ordine pubblico.

Per le ragazze tutelare l’onore e procurarsi una dote era assolutamente fondamentale non essere rifiutate dalla società o per non finire ai margini (su questo si veda anche Nicholas Terpstra, Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento): l’infinito numero delle Opere Pie dotali e dei conservatori ne é la prova più eloquente (pp. 122-124). La povertà però non era il requisito fondamentale, più importante erano la salute, l’onestà e la modestia delle giovani che chiedevano o concorrevano per la dote. Considerata più fragile e indifesa dell’uomo, la donna doveva essere protetta dai maschi della famiglia (una convinzione dura a morire, vedi Silvano Montaldo Donne delinquenti.. Dopo aver imparato un mestiere in un istituto le ragazze che diventavano mogli costituivano anche un investimento sia per la nuova famiglia sia per l’istituto stesso: “non a caso i conservatori sono stati definiti fabbriche di spose e di serve” (p. 133).

Vermeer, Johannes Pays Bas, Musée du Louvre, Département des Peintures, La merlettaia, MI 1448 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010064918 – https://collections.louvre.fr/CGU
Conclusioni

Per Carità. Poveri e politiche assistenziali nell’età moderna dimostra che il problema non era la povertà in sé, erano i poveri: questi dovevano essere arginati, confinati, “sbanditi”, posti sotto controllo e accettare le regole che garantivano la stabilità e la convivenza sociale. È questo che dovremmo tenere a mente osservando il dibattito odierno sulla povertà.

Consiglio vivamente di leggere Per Carità di Marina Garbellotti per tre motivi. Innanzitutto è una ottima sintesi: il libro offre un quadro d’insieme ben articolato; in secondo luogo l’A. ha una prosa chiarissima, il libro si legge con facilità e con gusto e i concetti vengono esposti con grande limpidezza. Infine il libro è corredato da un robusto apparato di note a mergine e da una ottima bibliografia per chi voglia approfondire l’argomento.

Buona lettura.

Recensione. Attilio Brilli: Il grande racconto delle città italiane

Comprendere perché gli stranieri si innamorano dell’Italia non è difficile: il clima benevolo, la cucina, la varietà dei paesaggi, l’infinito patrimonio architettonico e artistico… L’Italia trasuda storia in ogni angolo e per un viaggiatore colto e appassionato di archeologia, arte e storia è quanto di più prossimo al paradiso terrestre.

Non è un caso che sia proprio questo il taglio narrativo scelto da Brilli per accompagnarci in questo Grande racconto delle città italiane: un viaggio che si snoda per tutta la penisola, con ventinove tappe, ventinove città viste con gli occhi di viaggiatori e artisti, collezionisti d’arte e pittori, storici e musicisti, poeti e scrittori dal ‘600 al ‘900 inoltrato. Moltissimi occhi, moltissimi sguardi; una selva di osservazioni argute, di racconti appassionati e di descrizioni mirabili; così come tanti sono anche i pregiudizi e molta la retorica che si sono posati sulle nostre città.

Gli infiniti volti delle città

Le città cambiano, si trasformano, mutano e, come annotava con qualche rammarico Baudelaire, lo fanno più in fretta “del cuore degli uomini”. Non tutte le trasformazioni però balzano all’occhio. Vi sono città che cambiano rimanendo apparentemente sé stesse: è il caso di Torino, la “porta d’Italia”, città ordinata, regolare, con un qualcosa di austero e militaresco dove perfino la stratificazione sociale dei ceti non si connota per la suddivisione dei quartieri ma avviene in verticale, “dal piano nobile ai tetti” dei palazzi (p. 38), mescolando ricchezze e sventure e confondendo il visitatore. Vi è però una “Torino vecchia”, popolana, angusta, tetra, che a De Amicis pare sotterranea; un pezzo di città che spetta al viaggiatore cercare e scoprire, immersa com’è in una città che pur avendo perduto presto la centralità nella vita del Paese e con essa il suo massimo fulgore – innegabile anche se non sfavillante e sfarzoso -, mantiene la sua fisionomia anche con l’espandersi di nuovi quartieri e all’attività di speculatori e costruttori.

Anche Palermo desta sensazioni simili. Soprattutto ai viaggiatori settecenteschi pare una città simmetrica, con una struttura geometrica precisa, nitida, una sorta di grande scacchiera in cui è facile orientarsi. Ma sono sufficienti pochi decenni perché questa organicità si incrini e il visitatore scopra la complessità disorientante, labirintica e inclusiva dei sovraffollati quartieri popolari. Anche le sue bellezze, come la Cappella Palatina, riservano la stessa sorpresa: “racchiude un interno secentesco con un interno medievale”, annota un visitatore; un monumento che incarna gli incroci della Storia, in questo caso dell’Oriente e dell’Europa (pp. 261-62).

Perfino Milano, cuore pulsante dell’economia e perciò città moderna, europea, febbrile, mantiene zone nascoste, velate, mimetizzate nel vortice perpetuo delle attività; una Milano sorprendentemente “reticente, riservata” (p. 58), che può essere scovata e goduta nella parte vecchia della città, nonostante la sua espansione, i suoi traffici, gli ammodernamenti, il suo guardare all’Europa e al mondo.

A Perugia è perfino possibile scendere o salire lungo la Storia, dai quartieri più alti, giù giù fino ai vicoli della città medievale o, facendo il percorso inverno, dalle profondità del Medioevo alla modernità (vedi le osservazioni di un viaggiatore americano a p. 361).

Albert Rosengarten, Palazzo dei Priori mit der Piazza del Municipio in Perugia, 1841, Amburgo, Kunshalle

Un altro americano, Mark Twain, resta affascinato dagli altissimi palazzi di Napoli: guardando dalle strade chi abita lassù sembra di osservare tanti uccellini nei loro nidi, tanto le persone sono piccole, a un passo dalle nuvole. E quei palazzi poggiano su città di epoche precedenti: c’è – in molti ne hanno parlato e Brilli riporta alcune testimonianze – una Napoli sotterranea.

E cosa dire di Venezia, una città che muta col passare delle stagioni e perfino capace di cambiare i suoi colori più volte al giorno a seconda della luce e del suo riflesso sulle sue acque così particolari? O di Genova, la “superba” come viene definita per la bellezza dei suoi palazzi; superba ma non altezzosa, abituata com’è al rimescolamento continuo di merci e persone e ben disposta a giocare col visitatore che ha avuto la pazienza di frequentarla e si è concesso il tempo sufficiente per scoprirla offrendogli scorciatoie, tunnel, passaggi nel groviglio sconnesso dei suoi vicoli e che raccordano piazze e luoghi accorciando i tempi per raggiungerli?

Ma se Genova è disposta a punzecchiare il visitatore nel suo continuo schernirsi e svelarsi, mostrarsi a pezzi e strati in un saliscendi itinerante, Venezia è città tanto fascinosa quanto pericolosa. Gustave Moreau sapeva bene cosa faceva quando dipinse Venise:

Gustave Moreau, Venise, 1885, Musée Gustave Moreau
Città per vedere

Le città attirano per essere visitate e scoperte, ma i viaggiatori più esperti e più colti le sfruttano anche per ciò che consentono di far vedere. Uscire di pochi chilometri da Verona significa poter ammirare un panorama mozzafiato che si stende fino a Mantova, agli Appennini a ridosso di Parma, ai colli Euganei, Padova, Venezia o l’Adige a seconda di dove si giri lo sguardo. Ecco allora aprirsi al visitatore colto un panorama traboccante di storia, letteratura e arte (vedi quanto scrive Ruskin a p. 285). Lo stesso accade a Perugia – divenuta tappa del Gran Tour a partire dalla seconda metà del ‘700 – anche se qui sono la natura incredibilmente ricca e rigogliosa che la circondano e le meravigliose vedute ad attrarre pittori inglesi e soprattutto tedeschi a bizzeffe. Per certi aspetti, e con tutt’altro panorama, accade lo stesso al viaggiatore che da Palermo osservi la Sicilia: scoprirà non tanto la Grecia o la storia romana, come ci si potrebbe attendere – osserva Renan – ma – a testimonianza della straordinaria contaminazione storica dell’isola – l’Africa.

Può accadere anche l’opposto, e cioè che sia il panorama a valorizzare la città. È il caso di Orvieto: la cittadina gode di una “incomparabile posizione che nessuna trasformazione urbana può sottrarle” (p. 446). Ne era ben consapevole Turner, che la riprese nel suo splendido Veduta di Orvieto, quadro mirabilmente analizzato dalla scrittrice americana Edith Wharton la quale si trovò a passare esattamente nel punto scelto dall’artista per realizzarlo (pp. 446-47) .

Joseph Mallord William Turner (1775-1851), View of Orvieto, Painted in Rome 1828, reworked 1830, Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/N00511

Prima che la città iniziasse a cambiare fisionomia e volto, a partire dall’ultimo quarto dell’800, Arezzo presentava una prospettiva duplice: “insediata sul versante solatio di una modesta altura”, la città presentava “una facciata e un retro, un pieno e un vuoto, un versante inondato dalla luce e uno in ombra” (p. 325).

Un Paese sospeso?

Le cittadine umbre – Assisi, Spoleto oltre a quelle indicate – e toscane suscitano nei visitatori la sensazione di trovarsi in luoghi e città immemori, nei qual il tempo si sia fermato a epoche precedenti. Stando a quanto osserva Benjamin, San Gimignano sembra “avere la facoltà di annullare il tempo o di plasmarlo a piacere” (p. 413). Lo stesso accade a chi visita Siena, non solo mirabilmente conservata nel suo impianto medievale, ma addirittura, in controtendenza a quanto accaduto in altre città, ripulita da quanto i secoli XVI e XVII vi avevano aggiunto. La sensazione di vivere in una sospensione del tempo ha però varie sfumature. Il modo di guardare Bologna è sempre composito ma nell’osservarla – come accade per tante altre città italiane – i visitatori hanno l’occhio perennemente rivolto al passato: la città ha un’inconfondibile impronta medievale, palpabile in un centro storico che trasuda di pittoresco, “quel genere di attrazione ruvida, putrescente” (p. 89), che tanto affascina i visitatori stranieri.

Basoli Antonio 1774-1848, Veduta della Loggia e del Cortile di Palazzo Malvezzi a Bologna, ACRI

Se Bologna rimanda al medioevo, a Ravenna pare di sprofondare nella storia. Non è la stessa sensazione che genera Perugia; qui è la città intera ad essere ancorata, trattenuta, quasi risucchiata dal suo passato. “Entrare in San Vitale è come visitare uno scavo” (p. 345). La cittadina romagnola sembrerebbe garantire una fuga dal tempo, un’immersione negli avanzi di epoche lontanissime – avanzi favolosi e sfavillanti come gli inossidabili mosaici bizantini, ma pur sempre resti – generando una condizione apprezzata, ricercata e perfino amata dai viaggiatori dell’età romantica e non solo.

L’Italia offre perfino la possibilità di visitare un tentativo di realizzazione della “città ideale”, Pienza, fatta rimodellare da Pio II, “una delle menti più fervide e aperte del XV secolo” col vantaggio di avere a disposizione enormi quantità di denaro. Ne è scaturita una città che imprime nel visitatore “la sensazione di trovarsi in un luogo della mente, in un’astrazione di città” e quando la si abbandona si prova “un senso di sottile inquietudine e di insoddisfazione, come di chi si risveglia da un luogo visitato in sogno” (pp. 321-22). Se poi qualcuno avesse voluto vedere de visu l’abitazione di una mente fervida, avrebbe potuto far tappa ad Arezzo a visitare la casa di Vasari. (pp. 338-39).

Robert, Hubert, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 7637 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010056617 – https://collections.louvre.fr/CGU

Anche il viaggiatore che si aggira nella Roma dell’ultimo quarto dell’800 avverte la percezione di trovarsi in una città sospesa. In questo caso però l’impressione non è dovuta dalla pervasività dei luoghi, degli edifici e dei monumenti, ma dalla lotta tra antico e moderno, che si combatte tra conservatori della vecchia Roma, coi suoi quartieri fatiscenti come il ghetto ebraico, e i parvenus di una nuova borghesia affaristica, onnivora, assetata di facili guadagni, incurante della preservazione di splendide dimore e magnifici parchi e che si fa spazio e – come dicono alcuni – si impossessa della città sotto i vessilli del progresso e della scienza. Quella dei conservatori, dei difensori del pittoresco, è una battaglia combattuta con tenacia, ma di retroguardia e persa in partenza. Come negare la decrepitezza e l’insalubrità di interi quartieri dove la gente per bene si guarda bene dall’entrare e gli stessi visitatori lo fanno a proprio rischio e pericolo? Col divenire Capitale del Regno Roma conosce trasformazioni imponenti e altrettanti sfregi, ma resta sospesa, appunto. Il nuovo non riesce a imporsi sul vecchio e perciò la città ha qualcosa di incompiuto, di troncato, di interrotto. La speculazione edilizia si è presto sgonfiata in mezzo a fallimenti clamorosi, scandali finanziari e interi quartieri abbandonati a sé stessi, spesso incompiuti, sono ora occupati da torme di poveracci traferitisi dalla città vecchia. (su Roma molte notizie interessanti si trovano anche in Antoni Maçzak: Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna; per l’arte, invece Francis Haskell: Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca).

Louis Ducros L’arc de Titus. entre 1782 et 1787, Musée Cantonal del Beaux-Arts, Lausanne

Questo fenomeno non accade soltanto a Roma: anche Torino e Firenze conoscono vicende simili: a Firenze le mura che la circondavano sono state prese a cannonate e – sotto le vibrate proteste della nutrita schiera di visitatori stranieri che soggiornava in città per lunghi periodi – interi quartieri rasi al suolo (su questo, dello stesso Brilli, vedi: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità ). Identica sorte è toccata alle mura di Arezzo e Lecce; evento deturpante e doloroso compensato però, almeno in parte, da una luminosità unica, dall’utilizzo nelle costruzioni e nelle pavimentazioni di una pietra bianca malleabile come creta (ma poi straordinariamente resistente) e, soprattutto, dalla presenza dello stile Barocco talmente ingombrante e fagocitante da annullare il cattivo gusto per elevare la città ad una condizione assolutamente particolare, unica e gradevole. A Terni la modernizzazione si manifesta con esiti stravolgenti e brutali, tanto più che allo sconvolgimento provocato dall’industrializzazione seguirà quello dovuto ai bombardamenti dell’apparato industriale durante la seconda guerra mondiale.

Panini, Giovanni Paolo, Musée du Louvre, Département des Peintures, B 9 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010058025 – https://collections.louvre.fr/CGU

Queste vicende diventano metafora del Paese. Per non pochi visitatori l’Italia non è pronta per la modernità; il suo popolo si dimostra fatalista e rassegnato o ingordo ma impreparato e sostanzialmente fallimentare proprio nella gestione dei meccanismi del progresso: “l’affiorare di un tessuto commerciale e industriale nell[e] città viene registrato più con fastidio che con sorpresa dal viaggiatore” (p. 97); sono innumerevoli i forestieri “che hanno sempre cercato in Italia un’isola felice, un’arcadica sospensione del tempo” (p. 512). L’Italia poggia su secoli di storia, su un inestimabile patrimonio artistico e culturale; molto meglio che resti così com’è – dicono o lasciano intendere in molti: indolente e indifferente, apatica e sporca, lenta e fuori dal flusso della storia, ma proprio per questo splendida e unica. Naturalmente sono osservazioni interessate di innamorati dell’arte e dell’archeologia e dell’unicità di molte città rimaste intatte.

Odori, colori e elementi

Ci sono città come Lecce e Palermo che devono molto della loro particolarità alla luce che le investe. A Lecce è il riverbero riflesso dalla pietra particolare utilizzata nelle costruzioni a renderla particolare; per altre città invece è l’odore (o gli odori) a caratterizzarle: per alcuni Ravenna, città che gode della vicinanza del mare ma che resta comunque umida, odora di terra, per altri di pestilenza; l’esatto contrario di Napoli che combina luci e odori: una luce “sfolgorante” e calda – osserva Guy de Maupassant – si posa “per le sue strade […] dove tutte le polveri, fatte di tutti i detriti, di tutti i resti del nutrimento fagocitato durante la giornata, semina nell’aria tutti gli odori”(p. 230). È un segno della debordante, febbrile vitalità di una città vivace anche di notte, con le gelaterie piene di clienti, le bancarelle ricolme di frutta, le fritture di pesce e i maccheroni cotti e venduti ai lati delle strade (p. 230). E se vi è chi sente rinascere tutti i sensi e prova un istinto infantile di toccare, annusare, assaggiare, non di meno altri temono di restare travolti da quella folla variopinta e anche per questo indistinta, che si muove come in una bolgia, con tanto di animali e rumori i più disparati provenienti da ogni dove: Napoli è città accogliente, innervate dalla vitalità alimentata dalle sue strade e piazze perennemente affollate – al punto che per Mark Twain “è un mistero” il fatto che non vi siano ogni giorno migliaia di investiti e di feriti dalle carrozze, da carri e carretti – ma che sa farsi rispettare e resta indifferente o respinge quelli che vi transitano di fretta e non accettano i suoi tempi.

Ma dove la combinazione tra gli elementi produce qualcosa di assolutamente straordinario è Venezia: l’acqua, l’aria, il laterizio, il travertino e il marmo le conferiscono una qualità cromatica che la avvolge e la rende sempre nuova e diversa. Acqua e aria, mare e cielo. Il visitatore può restare ammaliato dallo splendore dei suoi palazzi e delle sue costruzioni, restare piacevolmente stordito dai piaceri che gli vengono offerti (famose e memorabili le sue cortigiane così come leggendari sono la permissività e l’alone di erotismo che l’hanno avvolta), ma la natura profonda della città sono il fango e la laguna. Perciò la sua acqua è diversa da quella che lambisce altre città: “L’acqua di Venezia infatti, non è un’acqua limpida: è consistente, sostanziale, prenatale, plasmatica, una materia prima insomma”, che con l’incontro della luce crea una “luminosità ineguagliabile” (p. 518).

David Roberts, The Giudecca Venise, 1854, Yale Center for British Art
Conclusioni

Ho scritto molto, ma ho detto pochissimo. Non ho nemmeno fatto cenno a tutte le città di cui parla Brilli, tanto il libro è ricco di suggestioni. Se c’è unacosa di cui posso essere sicuro è che Il grande racconto delle città italiane vi farà venir voglia di prenotare un biglietto. Buona lettura.

lo storico della domenica
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