Recensione. Cesare de Seta: Arti della modernità

Titolo azzeccato quello scelto da Cesare de Seta per un viaggio nel “lungo Ottocento” studiato con l’occhio dello storico dell’arte. Il secolo che si apre con la “duplice rivoluzione” (industriale e francese) e la conseguente ascesa della borghesia è, appunto, una gigantesca fucina della “modernità”, un secolo inebriato del progresso (su questo si veda: Donald Sassoon, Il trionfo ansioso. Storia globale del capitalismo 1860-1914), un fenomeno che ha molte facce: dalle colate di ferro e acciaio alla esplorazione di civiltà e paesi lontani, dalle conquiste coloniali all’emergere di nuovi ceti sociali; dalla disponibilità sempre più ampia di manufatti alla vita turbinosa delle grandi città…

Guerre, industria e ferrovie reclamano la formazione di figure specifiche: l’espansione dell’industria crea “la vera figura dell’ingegnere”, un professionista che sia in grado di utilizzare i nuovi ritrovati dell’innovazione tecnologica – ghisa, vetro, ferro e poi acciaio e più avanti cemento armato. Architettura e ingegneria divorziano ognuna seguendo percorsi tracciati da nuove necessità. Si separano anche modelli: la Rivoluzione francese stravolge e cambia anche l’istruzione rinnovando istituti e corsi. Il suo modello si diffonde sul continente con le conquiste napoleoniche; ma l’Inghilterra mantiene le proprie tradizioni – con una presenza del privato anche nella gestione dell’istruzione molto più marcata rispetto alla Francia. Sono diversità che affondano le proprie radici nella storia e nel ruolo che i due paesi vengono a svolgere (in generale si veda il capitolo VI).

Civil engineering; various bridges in Britain and Europe. En Wellcome, V0024339ER
Robert, Hubert, La Grande Galerie du Louvre, entre 1794 et 1796, France, Musée du Louvre, Département des Peintures, RF 1948 36 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010063967 – https://collections.louvre.fr/CGU

Il mondo si rimpicciolisce e si allarga allo stesso tempo: ferrovie, telegrafo e navi “allacciano” paesi e continenti, le persone si spostano con più facilità e con più frequenza. Quella degli artisti era già da tempo una comunità seminomade; anche guardando epoche precedenti è impressionante la frequenza e l’ampiezza dei viaggi quando i trasporti erano scomodi, insicuri e viaggiare era spesso pericoloso (sul tema del viaggio vedi: Antoni Maçzak, Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna; per altri aspetti, Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi., per l’arte: Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). In pieno Ottocento “fu l’apertura dell’istmo di Suez a trasformare l’attrazione per l’Oriente in una vera moda” che “affascina tutti, modernisti come Delacroix e tradizionalisti come Gérôme” (pp. 176-79).

Jean-Léon Gérôme, Prayer in the Mosque, 1871. Fonte: Metropolitan Museum of Art, New York

Le turbolenze dovute alla Rivoluzione francese e poi alle guerre napoleoniche segnano la fine della parabola storica del Gran Tour (sul quale si veda dello stesso De Seta, L’Italia nello specchio del Grand Tour e Attilio Brilli, Quando viaggiare era un’arte.) che si ridimensiona in un più modesto, ma comunque vivace Voyage en Italie, dove Roma continua a primeggiare ma anche altre città, Venezia, Firenze, Napoli, mantengono intatto il loro fascino nell’attrarre artisti da tutta Europa (su questo si veda: Attilio Brilli, Il grande racconto delle città italiane). Anche il clima italiano, la sua luce e i suoi colori giocano un ruolo importante, basti pensare al modo in cui Turner dipinge Venezia (De Seta propone molte opere) e all’importanza che clima e luce assumo nell’opera di Ruskin; i pittori tedeschi dell’età della Restaurazione trovano i loro “tropici” a Napoli nel meridione d’Italia (p. 286).

Va da sé che instabilità politica e guerre non sono un terreno congeniale per il rifacimento o la sistemazione di piazze, viali e ristrutturazioni: l’architettura ha bisogno di stabilità e finanziamenti. Per questa ragione gran parte dei faraonici progetti che Napoleone aveva in serbo per Parigi restarono sulla carta, ma con l’avanzare del secolo il riassetto urbano si afferma in molte città ed è il segno, come nel caso di Milano, della sicurezza e della prosperità raggiunta dalla borghesia. Le città hanno bisogno di nuovi spazi, parchi, viali; di nuove strutture, ospedali, manicomi, ricoveri; la borghesia di propri spazi di sociabilità, caffè, ristoranti, passeggiate e per gli affari; i governi di edifici di rappresentanza, ministeri, biblioteche, teatri (pp. 91 e ssgg.).

D’altra parte con la Restaurazione siamo di fronte ad una operazione di “ripristino” su larga scala; le teste coronate ritornate sui troni sono assetate di legittimità: mai come in questo secolo le piazze sono riempite di sculture e monumenti che riflettono il tentativo di nazionalizzare le masse. In questo senso la storia assume un significato particolare, sia perché molti artisti si sono formati intellettualmente prima che la duplice rivoluzione si sia messa in moto, sia perché il passato (di epoche, di stili) mantiene un proprio fascino, sia perché governi e regnanti proseguono una tradizione di mecenatismo fondamentale per molti artisti che in cambio li “legittimano” con le proprie opere. Da questo punto di vista negli anni Trenta in Francia si verifica una frattura importante tra l’epopea napoleonica e il colonialismo da un lato e coloro che volgono lo sguardo alla modernità (p. 176). Anche se per alcuni artisti l’affermarsi inesorabile della modernità è vissuto in modo traumatico perché ciò implica la fine del vecchio mondo nel quale si erano formati (p. 56) o perché rifiutano i valori della nuova società borghese-industriale (i Preraffaeliti o, per certi aspetti, i Nazareni) o ancora perché si sentono rifiutati da essa come un Gauguin, non si tratta di dividere il mondo dell’arte in gruppi o fazioni: si può essere innovatori o rivoluzionari in ambito artistico e moderati o conservatori su altri versanti e viceversa: Manet e Pissarro si frequentavano e si stimavano ma il primo inorridì di fronte alla Comune di Parigi mentre il secondo era convintamente anarchico (su questo si veda Sue Roe, Impressionisti. Biografia di un gruppo; su Manet, Fred Licht, Manet). Amato e rispettato dagli impressionisti, Manet aspirò sempre all’approvazione del pubblico che i Salon gli restituirono in modo intermittente. Senza dire che lo stesso Marx aveva gusti tutt’altro che rivoluzionari mentre non di rado le preferenze della destra andavano ad artisti innovatori (su tutto questo, pp. 201 e ssgg.). Inoltre c’è una sorta di “grande dialogo” tra artisti; una fitta trama di influenze reciproche, rivisitazioni, ispirazioni, percorsi che si intrecciano o si biforcano per poi magari reincontrarsi. È uno degli aspetti più affascinanti del libro: De Seta si muove con stupefacente disinvoltura in queste polifonie che si contaminano a vicenda.

Adesioni e reazioni alla modernità

La modernità è un fenomeno essenzialmente cittadino: “larga parte della pittura dell’Ottocento francese [ma non solo] è una pittura urbana ed è intimamente impastata con la città industriale: le stazioni, i boulevard, i grandi magazzini, i passages”; e anche quando alcuni fuggono dalla città (Cézanne, Monet, van Gogh…) “tutti sono pittori della civiltà urbana” (p. 326).

Auguste Renoir, Bal du moulin de la Galette, En 1876, Huile sur toile, H. 131,5 ; L. 176,5 cm., Legs Gustave Caillebotte, 1894 © Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
Hilaire-Germain-Edgar Degas, Interior, Philadelphia Museum of Art

La vita culturale delle accademie, dei teatri, delle riviste; quella mondana dei caffè, dei balli e dei ritrovi; quella dello svago dei grandi magazzini e delle passeggiate; le innovazioni architettoniche e, naturalmente, artistiche, hanno il loro centro pulsante e propulsore nelle città. Le città italiane calamitano artisti per la loro storia, per i tesori che conservano, per le mirabilia in abbondanza; Londra è capitale di un Impero, ma è Parigi il grande vulcano del secolo. Quelle che oggi possiamo considerare scosse di assestamento del terrificante terremoto dell’89 (i moti del 1820-21, del 1830, il ’48) all’epoca furono invece interpretate come “annunci” di nuove ondate rivoluzionarie. È del tutto ovvio che l’arte ne sia stata influenzata: gli stessi Salon, un prodotto dell’Ancien Régime, si democratizzano consentendo la partecipazione a chiunque voglia esporre (anche se la giuria, insindacabile, è ancorata all’Accademia e questo determina bocciature con discussioni e polemiche).

Claude Monet, La Gare Saint-Lazare en 1877, huile sur toile, H. 75,0 ; L. 105,0 cm. ,Legs Gustave Caillebotte, 1894,©Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais/ Patrice Schmidt

Le città sono anche il luogo naturale della borghesia in ascesa. Esiste anche una potente borghesia agraria, naturalmente, ma il mondo dell’arte anche se si rinnova in molti modi, ha nel mecenatismo di uomini d’affari, industriali e banchieri un sostegno la cui importanza si accresce nel tempo. Sono loro, i nuovi ricchi, che affiancano l’aristocrazia di antico lignaggio e spesso la superano in ricchezza, a soppiantare il mecenatismo che un tempo era stato della Chiesa e poi dello Stato (anche se, naturalmente, aristocratici col gusto per l’arte e gli stati continuano a fare la loro parte). Fare sfoggio di collezioni d’arte, ville e giardini magari costruiti anche con nuovi materiali come il vetro per le serre è un modo per segnalare il proprio status sociale, ma ciò significa anche promuovere i ritrovati e le conquiste tecnologiche che la rivoluzione industriale sforna a getto continuo – un’operazione di cui si fanno carico le Esposizioni universali e, non a caso, la Great Exibition di Londra del 1851 è ospitata in un immenso palazzo di ferro e vetro.

Un artista come Manet, che sebbene collabori col veriegato gruppo degli impressionisti ha e mantiene una formazione borghese, espone opere che scandalizzano l’opinione pubblica. La satira feroce di Daumier non avrebbe avuto spazio per esprimersi senza l’affermarsi della borghesia, così come minore impatto avrebbe avuto il realismo di denuncia di un Courbet o quello più sfumato di un Millet che guarda alle campagne. Ma i decenni centrali dell’Ottocento sono pesanti per il proletariato industriale o agricolo che sia. Se alcuni artisti come Philip James de Loutherbourg restano affascinati dalla forza portentosa della Rivoluzione industriale (p. 44), dietro a quell’evento che sta plasmando il mondo si celano fatiche immani e sfruttamento che poco per volta emergeranno in vario modo, engagée o semplicemente ritratta ma comunque ineludibile: a un artista innovatore come Menzel, sensibile a molti temi, non sfugge la potenza della Rivoluzione industriale e le fatiche che impone.

Proprio la consapevolezza che la rivoluzione industriale sia un processo irreversibile e inarrestabile spinge gruppi di artisti a rivisitare epoche passate come il medioevo: le opere dei Preraffaeliti sono una reazione, un rigetto della modernità e della Rivoluzione industriale (p. 258). Se la rivoluzione industriale aveva provocato drammi esistenziali e sociali “silenziosamente” (per così dire), in ambito artistico l’altra Rivoluzione, quella francese, ne aveva provocati molti e in modo clamoroso: incendi di chiese e saccheggi, distruzioni e menomazioni si erano verificati su larga scala al punto che i responsabili saranno paragonati ai vandali, così come vandali Victor Hugo definì gli incompetenti restauratori di molti edifici che con la loro imperizia li avevano snaturati.

Ford Madox Brown, L’ultimo sguardo all’Inghilterra. Fonte: Birmingham Museum and Art Gallery

Naturalmente non tutto si risolve nelle città. Artisti come Caillebotte si dividono tra città e campagna; altri, che almeno agli inizi non possono permettersi gli affitti di Parigi, si piazzano nei dintorni facendo la spola tra città e sobborghi; altri ancora cercano nelle campagne pace e ispirazione: e infatti con gli impressionisti si assiste al rinnovamento della pittura en plen air. Ma è nelle città che avviene la trasformazione del mondo artistico: l’artista ha bisogno di pubblico e lungo il secolo il pubblico gioca un ruolo sempre più determinante per i guadagni i successi e la fama di un artista: la società inizia il suo divenire in società di massa, massa che se guardata a volo d’uccello può sembrare indistinta, ma in quella massa sono sempre di più coloro che sanno leggere, alcune categorie di operai sono diventate “aristocrazie operaie” con una maggiore disponibilità di denaro e di tempo: è quella sorta di mondo di mezzo, che si muove sul crinale che – non sempre – separa piccola borghesia e proletariato, ritratto in modo impareggiabile da Toulouse-Lautrec. Appaiono e intervengono i mercanti d’arte che si interpongono come intermediari tra gli artisti e la loro produzione e il pubblico: il mercato dell’arte si arricchisce di nuovi soggetti attivi, si fa più articolato e sfaccettato, con successi e frustrazioni.

La posizione di Parigi nella dinamica di questi processi è centrale perché sebbene anche altrove si verifichino processi simili, ciò avviene in una misura molto minore rispetto alla capitale francese: in Italia a Milano, Torino e Napoli si formano circuiti di questo genere ma restano molto più limitati. Parigi pulsa e ammalia, soprattutto i giovani provenienti da realtà di provincia o periferiche come van Gogh, ma in altre realtà, per esempio in quel mosaico di stati e staterelli che è all’epoca la Germania, i decenni della Restaurazione corrispondono in un affacciarsi di valori tradizionali, in un rinchiudersi nell’intimità famigliare in abitazioni che sono espressione di un benessere solido e severo, con un mobilio rimpicciolito, più sobrio e modesto anche nella scelta dei materiali: è lo stile Biedemeier, fortuna dei molti ebanisti di Vienna (pp. 278 ssgg.), destinato a lunga vita.

Conclusioni

De Seta chiude Arti della modernità con un capitolo dedicato alla fotografia. È quasi un’intrusione, ma un’intrusione dovuta, obbligata dal percorso di tutto il libro: lo sviluppo incessante della tecnologia lungo tutto il secolo chiama anche gli artisti a confrontarsi e misurarsi con gli stravolgimenti che impone: colori, spessori, volumi cambiano non soltanto in relazione al gusto e alle mode, ma anche per il confronto col mondo scientifico in costante evoluzione.

La penna di De Seta in Arti della modernità è fluida, leggera e agile. Il lettore resta affascinato dalla capacità dell’autore di muoversi nei più disparati contesti e, allo stesso tempo, di tenere saldo il filo conduttore. Inoltre, si ha la possibilità di approfondire i temi dei dieci capitoli del libro con un’ampia bibliografia.

Buona lettura.

Recensione. Daniel Roche: Il popolo di Parigi

A più di duecento anni di distanza il perché sia scoppiata la Rivoluzione francese resta ancora un mistero. Anche volendo tener conto delle molte concause che, a un certo punto, intrecciandosi hanno dato vita a una miscela esplosiva che poi ha fatto divampare l’incendio, gli storici continuano a interrogarsi. (A conclusioni simili giunge anche Jeremy D. Popkin: Un nuovo mondo inizia). Con Il popolo di Parigi. Cultura popolare e civiltà materiale alla vigilia della Rivoluzione, Daniel Roche non si occupa della popolazione parigina durante la Rivoluzione, ma prende in esame l’intero XVIII secolo.

Il libro è un vagabondare lungo un secolo in una città enorme e in continua espansione come Parigi. Già l’idea, di per sé, non può non attirare il lettore tanto più se l’invito viene da uno storico originale come Daniel Roche.

Che cos’è il popolo?

Popolo è una definizione vaga e incerta: comprende tutto e definisce poco. Popolo può essere il barbone come il rigattiere, il barbiere come il facchino, il piccolo commerciante come la prostituta, la sarta come il macellaio o il fornaio… (senza dire che già all’epoca a Parigi c’erano molti stranieri). Tutti questi soggetti o gruppi sociali possono avere atteggiamenti, reazioni, mentalità, aspirazioni o timori anche molto diversi tra loro. Come tenerli assieme, cos’è, se c’è, che li lega, che li rende un corpo in qualche modo unico?

Scotin, Jean-Baptiste (1678-17..). Graveur, [Illustrations de Description de Paris], 1742. Fonte: Gallica

Gli storici hanno bisogno di definire, sono costretti a fare dei “tagli”, delle distinzioni. Daniel Roche ha scelto di definire il corpo sociale che intende studiare escludendo verso il basso il fitto sottobosco dei marginali e dei piccoli criminali e verso l’alto dalla media borghesia in su. Entro questi limiti si colloca il grosso della popolazione parigina: 3/400 mila persone a inizio Settecento, 350/450 mila alla vigilia della Rivoluzione su una popolazione complessiva di stimata sui 6/700 mila abitanti. È senza dubbio una fetta di popolazione notevole, ma resta pur sempre una decisione arbitraria. Già al momento della pubblicazione del libro (Il popolo di Parigi è apparso circa quarant’anni fa), Foucault aveva dimostrato che il confine tra legalità e illegalità era molto labile e veniva attraversato frequentemente dalle classi popolari. Roche lo sa perfettamente (p. 76), ma queste figure entrano in modo sporadico nel libro.

Nella scala sociale, verso il vertice, il confine tracciato da Roche è rappresentato dai domestici, una parte non trascurabile della popolazione parigina: sono circa 40.000 le persone che vivevano di questo mestiere nella capitale francese. L’A. decide di focalizzarsi su di loro benché sia una professione spesso transitoria, perché i domestici assorbono le influenze delle classi superiori e, contemporaneamente, a loro volta, sono portatori di abitudini e mentalità delle classi popolari.

Desrais, Claude-Louis (1746-1816). Dessinateur, [Petits métiers et cris de Paris]. D décroteur, a la marotte. E Encre pour écrire, encre double et luisante. F fanchon la vielleuse. G gateaux de Nanterre, gateaux fins. H habits vieilles bottes a vendre. J jardinier. Fonte: Gallica

In realtà si ha l’impressione che, prendendo in esame soprattutto i ceti salariati, l’A. tenti di delineare i contorni di una classe operaia che però, all’epoca, non esisteva o comunque aveva caratteri pre-moderni e piuttosto vaghi. Roche è comunque molto lontano da Marx. In ambito storiografico le sue guide sono piuttosto Jaurés, Michelet e Braudel mentre tra gli autori coevi la sua predilezione va a Mercier e Retiff de la Bretonne: entrambi sono autori di opere che non hanno – né potrebbero avere – valore storiografico; Roche le utilizza come il bastone nelle mani del rabdomante. Mercier è autore di una opera monumentale su Parigi; Retiff scrive sul popolo con l’occhio dell’alta società. Ne deriva un incrocio che se pure necessita di molti accorgimenti, nelle mani di uno storico esperto e navigato come Roche diventa una leva capace di far sbalzare agli occhi del lettore l’impressione viva di una città in perenne fermento: “tra il popolo caldo della storia militante e il popolo freddo di una storia troppo ragionata, bisogna tentare di ritrovare l’identità specifica di una classe nel suo costituirsi” (p. 50).

Tra questi due estremi, ricchi e poveri, indigenti e arricchiti, popolo e marmaglia convivono, si mescolano, si contaminano. Nel corso del secolo Parigi cresce molto più per l’immigrazione che per le nascite: la città è una calamita che attira gente in cerca di occupazione e di occasioni. Tuttavia, lo sguardo sul lungo periodo – tutto il XVIII secolo – consente a Roche di certificare l’impoverimento delle classi popolari: circa i 2/3 dei salariati sono diventati più poveri: non riescono a vivere senza qualche forma di sussidio o senza entrate supplementari.

Lequeu, Jean-Jacques (1757-1826). Dessinateur, Coupe longitudinale d’une maison de plaisance: le temple du Silence, 1788. Fonte: Gallica
Descrizioni

Non stupisce quindi che gli alloggi dei ceti più poveri siano troppo ristretti, inadeguati e freddi: proteggersi dal freddo è ancora una priorità, anche se il grande problema e, insieme, l’elemento che certifica le difficoltà in cui si dibattono i ceti più umili è la promiscuità delle famiglie numerose in una o due stanze: “l’intimità è innanzitutto rifugio per la sessualità” (p. 215); per il resto il privato è quasi inesistente. Il letto diventa accessibile a quasi tutti, ma i domestici che hanno trovato un’occupazione duratura possono permettersi di spendere per quest’oggetto il triplo di quanto fanno famiglie con occupazioni saltuarie (che spesso, al momento di pagare l’affitto, se la squagliano alla chetichella nottetempo).

La descrizione minuziosa degli oggetti – tende, specchi, brocche, ceramiche, stoviglie, orologi, carte da parati ecc. – diventano nelle mani di Roche sia oggetti la cui presenza o assenza certificano in qualche modo l’appartenenza a un gruppo sociale, sia rimandi a contesti e situazioni più generali. Lo si vede, per esempio, nelle pagine in cui si occupa del vestiario. “Nel XVIII secolo” scrive Roche, “gli strati popolari di Parigi conoscono una rivoluzione che coinvolge il loro abbigliamento” (p. 263): i tessuti di lana, un tempo predominanti, hanno perduto il loro primato a favore di tessuti più leggeri come le indiane e il cotone. Tessuti economici e più comodi, ma anche più colorati, più sgargianti, più sensuali. Un tempo sfoggiare abiti colorati e appariscenti era un modo per segnalare l’elevatezza dello status sociale. Ora il fatto che i ceti popolari se ne siano in qualche modo appropriati può indicare una “discesa” dall’alto dei gusti. Ma forse è eccessivo sostenere che le classi popolari risentono e copiano “i dettami stilistici che cadono dalle classi superiori” (p. 263). Può essere, anzi l’A. lo documenta per i domestici i quali, dopo averli riadattati al loro rango, riadattano i vestiti dismessi dei loro padroni (p. 251). Ma riguardo al resto della popolazione bisognerebbe verificare il vasto campo del riciclo, del mercato nero, delle donazioni di beneficenza.

Bosch, Pieter van denPays-Bas, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 1842 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010062121 – https://collections.louvre.fr/CGU

Senza dubbio l’idea di studiare il modo di vestire popolare partendo dagli sventurati che sono caduti o si sono gettati nella Senna è a suo modo geniale perché consente di “vedere” i vestiti indossati ogni giorno, ma ci sono dinamiche, scambi, abitudini che lasciano tracce minime che non consentono di seguire percorsi, o non ne lasciano affatto: vale per i pantaloni – sorprendentemente poco usati – o per i vestiti di lino o per gli abiti dei bambini (p. 219) : senza dubbio circolavano, ma semplicemente gli inventari non dicono nulla sulle dinamiche degli scambi. Ritenere la stima del 10/15% del reddito per le spese del guardaroba può essere interpretato come prova di una maggiore disponibilità finanziaria (p. 247), ma potrebbe anche essere indizio di un rialzo dei prezzi o essere dovuto alla diversa e più facile e frequente deperebilità del cotone rispetto alla lana. Così come forse è eccessivo sostenere che “per la prima volta nella storia viene sperimentato con l’abbigliamento popolare un sistema di consumo di massa che […] fa posto al superfluo” (p. 264).

Le persone si mescolano

In linea generale concedersi il superfluo significa aver prima appagato le necessità, il che sarebbe in contrasto con altre affermazioni nel libro a testimonianza di un impoverimento lungo il secolo. Ma Roche, in questo non ha torto: si può far sfoggio di qualcosa di superfluo anche se si è in stato di necessità: ad esempio, poco prima della popolazione tre domestici su cinque e un salariato su tre aveva un orologio (p. 303).

La gran parte della popolazione parigina sa leggere e scrivere, ma legge relativamente poco o, almeno, sono pochi quelli che possiedono libri (p. 286). Ma mano che ci si inoltra nel secolo Parigi diventa una città che deve essere “letta”: insegne e vie, piazze e manifesti fermate di posta e osterie (pp. 305-313).

Roche ci svela abitudini in auge fino a non molto tempo fa ma oggi quasi scomparse: le classi popolari vivevano in buona parte a credito: monte dei pegni, piccoli prestiti, pasti a credito. L’abitudine di consumare per poi pagare in seguito era estremamente diffusa. C’è anche, e l’A. fa bene a segnalarla, “un’economia della donazione che non entrerà mai nelle statistiche storiche” (p. 359) che ha come punti di riferimento relazioni famigliari, amicali, di vicinato o anche occasionali.

Le pagine dedicate alla convivialità imperniata sulle osterie sono splendide: osterie e taverne sono un “crocevia tra il mondo stabile della città […] e quello erratico della mobilità” (p. 356): si vende di tutto e di tutto si compra; si cerca e si trova lavoro; si discute di politica e ci si organizza; si discute, esaltati dal vino che scorre abbondante, di donne e di cose di bassa lega, si litiga e si arriva a zuffe generali; ci si riempie lo stomaco per pochi soldi – e a volte si mangia anche bene -; ci si informa, si scambiano notizie (sulla circolazione delle notizie, si veda: Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi). C’è una dimensione corale che al lettore di oggi può sfuggire: le osterie sono sempre frequentate, dall’apertura alla chiusura, con il pienone a pranzo e cena.

Demachy, Pierre-AntoineFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, DL 1989 3 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010061238 – https://collections.louvre.fr/CGU
Conclusioni

Non c’è contraddizione tra l’impoverimento degli anni che precedono la Rivoluzione e l’effervescenza e il pullulare dei ritrovi: “il vivere alla giornata fa parte della cultura popolare” (p. 360). Nel far rivivere il popolo che abita la capitale, Roche si affida soprattutto a quelli che definisce “archivi dormienti”, i testamenti, gli inventari, i lasciti (pp. 77 ssgg.) e i documenti di polizia. Il risultato è un libro ricchissimo di percorsi e di intrecci e in molte sue parti riuscito egregiamente. Così, ad esempio, “il mobilio popolare consente ad un tempo di comprendere la riorganizzazione dello spazio domestico” (p. 203) mentre la sostituzione di utensili con altri, spesso più comodi e funzionali o più ridotti o efficienti, indica mutamenti nella mentalità (p. 193). Spesso sono scarti minimi, quasi impercettibili nell’immediato i cui effetti diventano palesi solo sul lungo periodo: vale per il ricambio degli utensili della cucina (stufe incluse) come per le calzature.

Dopo aver condotto uno studio per alcuni aspetti accuratissimo, le conclusioni dell’A. non sono nette e ben delineate. Anche se l’A. si tiene alla larga dall’ossessione di molti storici sulle origini della Rivoluzione, quel fantasma inevitabilmente aleggia in tutta l’opera. Ma probabilmente ha ragione Roche nel giungere a conclusioni elastiche; non sceglie tra una Rivoluzione figlia della miseria o di una maggiore prosperità – anche se in conclusione del libro propende più per questa ipotesi. Ciò che ha tentato di fare in questo libro è dimostrare l’obliquità e l’ambivalenza della storia, il suo essere in parte sfuggente e per certi aspetti inafferrabile.

Scritto quarant’anni fa, Il popolo di Parigi risente anche del modo di allora di scrivere la storia. Roche ha una scrittura molto densa, ma anche molto viva e spesso ammaliante. Ci ha regalato un libro piacevole e prezioso.

Buona lettura.

Recensione. Marina Garbellotti: Per carità

Nell’ultimo venticinquennio del secolo scorso era opinione condivisa che, almeno per quanto riguardava l’Europa occidentale, il secolare problema della povertà (almeno nelle sue frange più estreme) fosse stato definitivamente sconfitto. I primi vent’anni del XXI secolo stanno dimostrando che le cose non stanno così: il divario tra ricchi e poveri si sta ampliando enormemente e il numero di coloro che non ce la fanno sta aumentando.

Il dato sorprendente è che gran parte delle idee suggerite per contrastare il problema in realtà sono versioni aggiornate di proposte vecchie di secoli. Fare il punto sui “poveri e politiche assistenziali” – come recita il sottotitolo di “Carità”, scritto da Marina Garbellotti – è non solo doveroso, ma utile per comprendere i vari temi che compongono l’intera questione della povertà.

Sul tema del libro esiste una bibliografia sterminata e se si può sostenere che la povertà è sempre esistita, fa bene l’A. a scegliere come punto di partenza della sua analisi la rottura decisiva che si verifica tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento che muta l’approccio e la percezione del problema della povertà (il titolo completo del libro è Marina Garbellotti, Per Carità. Poveri e politiche assistenziali nell’età moderna). Si inizia a parlare in quel periodo di poveri meritevoli di essere assistiti e di poveri che non meritano assistenza. Tra i poveri vi sono persone sane, in forze, in salute, che potrebbero lavorare e invece scelgono di non farlo. La letteratura esaminata dall’A. ci restituisce immagini di marginali che si fingono vittime di tutta una serie di malattie e infermità invalidanti per poter questuare indisturbati, evitare essere soggetti a tassazioni, al reclutamento negli eserciti e ad altri obblighi sociali e che pertanto, pur vivendo in povertà, conducono una vita spensierata sulle spalle della collettività la quale, concedendo loro questue e altre forme di sostegno, di fatto li mantiene. Il dato di fondo, che diventa disturbante, destabilizzante, è che questa gente rifiuta il lavoro, il rifiuto del lavoro spalanca le porte all’ozio e l’ozio – come da allora si ritiene – è il padre dei vizi. Dunque, rifiutarsi di lavorare è accaparrarsi da vivere in altri modi (col gioco o prostituendosi, per esempio) è una scelta da condannare, in qualche modo criminosa. (Sulla prostituzione si veda Marzio Barbagli, Comprare piacere).

Adriaen Brouwer, Poveri bevono alla locanda, c. 1625 – c. 1630, Rijskmuseum

Non a caso la trattatistica sul problema del pauperismo si infittisce “a cavaliere tra XV e XVI secolo” in decenni di crisi durante i quali il fenomeno del pauperismo divenne una “piaga sociale” (p. 20): crescita demografica non compensata da un aumento di terra coltivabile, epidemie, guerre e carestie innescarono cambiamenti profondi: dalle campagne, torme di contadini cercarono una qualche forma di occupazione o assistenza e sostegno nelle città, ma queste non erano in grado di fronteggiare emergenze più o meno prolungate che investivano un numero elevato di persone. La reazione delle città a queste pressioni fu l’elaborazione di forme assistenziali il cui scopo era quello di rimuovere la mendicità: “l’accettazione o l’avversione al lavoro divenne il principale segno di riconoscimento dei veri poveri” (p. 23). Chi lavorava accettava le regole economiche, etiche e sociali della società, coloro che si rifiutavano di lavorare pur essendone in grado rifiutava anche quelle regole e pertanto non solo non era degno di essere assistito, ma meritevole di essere espulso dalle comunità.

“Bocche inutili”

Soprattutto nel corso o dopo una calamità – ad esempio una epidemia, una carestia o un terremoto – le maestranze delle città ritenevano conveniente espellere mendicanti, vagabondi, “birboni” che provenivano da fuori per tutelare invece i poveri meritevoli che contribuivano in qualche modo allo sviluppo della città: il “prima” i propri cittadini non è uno slogan di oggi (p. 45). Tuttavia gli stati e le città dell’età moderna avevano notevoli difficoltà nel controllo capillare del territorio: birri, osti e altro personale, disponevano di informazioni sufficienti per avere il polso della situazione, ma le continue intimazioni (corredate da pene di varia entità e gravità) ai forestieri di abbandonare le città nell’arco di pochi giorni comprovano quanto fosse difficile censire compiutamente il via e vai di persone che entravano e uscivano dalle città. Nonostante i rischi – che c0munque c’erano – non era difficile restare in città o tornarvi. D’altra parte la mobilità era considerata dannosa se non pericolosa.

Dunque, l’idea che le autorità cercano di instillare era una stanzialità laboriosa. Gli indigenti sani in grado di lavorare ma che non lo facevano erano considerati i più pericolosi: questuando sottraevano l’elemosina ai “veri poverelli”, perciò questa gente doveva venire costretta a lavorare. Restauri a ponti e palazzi, sistemazioni di canali, manutenzione delle strade ecc. erano tutti lavori che i poveri avrebbero potuto e potevano svolgere. Forza fisica e resistenza alla fatica erano le qualità indispensabili, non occorrevano molte abilità per venire impiegati come braccianti. Questo fenomeno ha due aspetti sui quali conviene soffermarsi. La costruzione di edifici poteva durare anni se non decenni. La convinzione secondo che il fabbricare era una forma di “carità pubblica, e che tutti i Principi far lo dovrebbero” (questa citazione è ripresa da Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca), per certi aspetti ancora in auge, in realtà è fallace. Se è vero che in questo modo una moltitudine di maestranze trovava impiego nei cantieri, si deve considerare il fatto che questo genere di lavori non generavano né altro lavoro, né ricchezza fruttifera. In altre parole non modificano gli assetti delle proprietà, mantenevano inalterati i rapporti di potere e non producevano travasi di ricchezza dalle classi dominanti a quelle popolari.

Che vi fosse un’attenzione particolare nel conservare le gerarchie sociali è comprovato dalla reclusione di questi soggetti in ospedali o alberghi per i poveri, brefotrofi, orfanotrofi e istituti per alcuni aspetti non molto dissimili dalle Workhouses inglesi (pp. 105-107). Il lavoro coatto diventava così una forma di controllo su masse potenzialmente pericolose e in più aggiungeva un messaggio morale all’intera popolazione: chi lavora ottiene cibo, assistenza, sussidi, medicinali ecc., chi lavora incontra e usufruisce della carità.

Ha ragione però Garbellotti nel ritenere che per il caso italiano non si possa parlare di grande internamento sulla scia degli studi di Foucault (pp. 109-110). Se è indubbio che questi istituti ospitavano soggetti di ogni genere – vecchi, invalidi, inabili, malati, scemi, pazzi, uomini, donne, ragazzini o bambini – essi costituivano una sorta di monito per coloro che si rifiutavano di lavorare o punti di riferimento temporanei per coloro che non riuscivano a gestire situazioni famigliari particolarmente difficili.

Tamburini Giovanni Maria (Bologna 1575-1660 ca.), Scena di mendicanti che chiedono la questua, Fondazione Cassa di Risparmio Bologna

Tuttavia tra i cittadini e i forestieri esisteva tutta una serie di persone che costituivano altre tipologie. Nelle città risiedevano stranieri presenti da molto tempo. Potevano avere o essere in affitto in una casa o in una bottega: non erano cittadini a pieno titolo, ma nemmeno stranieri. Questa gente era meritevole di sostegno? Contribuire al bene della comunità lavorando e versando le imposte divenne un requisito fondamentale per usufruire degli aiuti (pp. 52-53).

Quanti sono i poveri?

Dividere i meritevoli dagli immeritevoli significava censirli. Cosa tutt’altro che semplice. C’erano forme di povertà temporanee (infortuni, malattie, calamità) e coloro che non erano in grado di risollevarsi (vecchi, invalidi, cronici, vedove anziane ecc.). Tuttavia le città tentarono di farlo munendo i mendicanti autorizzati a chiedere l’elemosina di un distintivo che consentisse di riconoscerli. Era un modo per stabilire “quanti meritavano di restare nella comunità e quanti, al contrario non erano degni di occuparvi alcuna posizione” e di essere scacciati (pp. 55-57). Ma stabilire con certezza chi fossero i veri poveri era tutt’altro che semplice: “povero, miserabile, miserabilissimo, indigente” e altre connotazioni venivano usate indifferentemente e il loro significato cambia da luogo a luogo da epoca a epoca, senza dire che restano comunque categorie piuttosto incerte. Il fatto è che il concetto stesso di povertà “è relativo e non assoluto quindi i parametri per definirla variano in ogni società”; d’altra parte, in epoca moderna la netta maggioranza della popolazione può essere considerata povera (pp. 66). Indicativamente dal 4 all’8% della popolazione aveva bisogno di aiuti in modo continuativo; un 20% erano poveri congiunturali, momentanei, per la durata di una qualche crisi ma che, una volta superata, sarebbero stati in grado di provvedere a sé stessi; l’ultimo gruppo – il più ampio, dal 50 al 70% – era costituito da lavoratori che in tempi normali era in grado di sostenersi anche se in precario equilibrio tra povertà e indigenza e che viveva sul limite della soglia di povertà.

Tirare avanti

Tolte le spese per il vitto a questa gente non restava molto: portava quel poco che possedeva al banco dei pegni o al Monte di Pietà per piccoli prestiti che consentisse loro di tirare avanti qualche giorno. Del resto la loro alimentazione, basata soprattutto sul pane, su vino annacquato, su ortaggi e poco altro (sull’alimentazione si veda Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza) benché povera, portava via molte risorse: il pane costava molto: circa la metà della paga di un salariato (p. 75). Se si tiene a mente la precarietà di molti mestieri – i lunghi mesi invernali nella campagne, ad esempio, ma anche nell’edilizia – allora non è difficile comprendere perché spesso intere fasce della popolazione adottasse stratagemmi di sopravvivenza non privi di rischi per la salute (su questo si veda: Madeleine Ferrières Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo). In breve: “la maggior parte degli individui, dunque, viveva ai limiti della soglia di sussistenza e la loro condizione economica era tutt’altro che stabile. Essi oscillavano dalla sottoccupazione alla disoccupazione e un semplice accidente, un imprevisto, la perdita temporanea del lavoro, poteva ridurli in breve tempo in miseria”. Persone apparentemente non indigenti e lavoratrici in realtà erano povere e non disponevano né di risorse né di risparmi sufficienti che consentissero loro di superare inconvenienti anche temporanei (p. 77).

“Tre mendicanti” – Giacomo Ceruti detto ‘il Pitocchetto’ – 1737, olio su tela, “Museo Thyssen-Bornemisza”, Madrid

L’A. aggiunge giustamente che alla mentalità dell’età moderna era estraneo il concetto di previdenza sociale: la popolazione restava “scoperta”, priva di tutele e ciò diventava un problema gravoso soprattutto per anziani e invalidi; ma ritiene anche che “l’accantonamento del denaro non era una pratica diffusa” (p. 77), un’affermazione forse troppo perentoria: se si tiene conto del susseguirsi di epidemie e carestie e dei loro strascichi talvolta lunghi (sulla peste, vedi William Naphy e Andrew Spicer La peste in Europa e Klaus Bergdolt La grande pandemia della precarietà e periodicità di gran parte del mondo del lavoro, del lievitare dei prezzi ma non dei salari nei periodi di crisi e, in molti casi, di salari troppo bassi, allora la tendenza a non risparmiare non corrisponderebbe ad una mentalità diffusa, ma ad una drammatica necessità. Del resto, ciò è dimostrato indirettamente dalla stessa A. nel riportare un dato significativo. Comparando realtà diversissime quali Parigi e Prato, Garbellotti rileva che “l’andamento della curva dei prezzi del grano coincide con quello degli abbandoni dei bambini” (p. 98).

Fronteggiare la povertà: brefotrofi, Opere Pie, Ospedali
Andrea Biffi, Ospedale Maggiore di Milano, 1704, Rijksmuseum

Nei decenni di crisi a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, di fronte all’aumento consistente del pauperismo la rete assistenziale medievale cominciò a dimostrarsi insufficiente, si imponeva una riorganizzazione complessiva dettata dal fatto che gli enti assistenziali erano gli unici ad occuparsi dei poveri e questi stavano aumentando.

In linea generale due furono le soluzioni intraprese: la concentrazione dei molti piccoli enti esistenti in un unico ospedale maggiore oppure la riorganizzazione della rete assistenziale con soppressione di alcuni enti, accorpamenti tra alcuni di essi, modifica agli statuti e agli indirizzi d’uso di altri. Sulla carta entrambe le soluzione apparivano vantaggiose, “di fatto” esse non sortirono “gli effetti desiderati”. Sebbene si aprisse una sorta di “specializzazione” dei vari enti – brefotrofi, conservatori femminili, orfanotrofi, ospedali ecc. – da un lato “la tradizionale ospitalità medievale, caratterizzata dalla commistione della pratica caritativa e di quella terapeutica restò un tratto dominante degli ospedali” (p. 83); dall’altro il problema della mendicità rimase “una spina nel fianco” delle autorità (p. 114).

Carità e potere

Le amministrazioni laiche e le élites alla guida delle città cercarono di mettere le mani in qualche modo sugli enti ospedalieri e caritativi. Raramente lo fecero scontrandosi col potere religioso che storicamente li amministrava e li dirigeva; molto più spesso cercò e ottenne la collaborazione degli ecclesiastici. Sebbene gli ospedali soprattutto ma anche altri enti avessero costi di gestione notevoli e le cariche alla loro direzione non fosse retribuita, non di meno entrare a far parte degli amministratori faceva gola a molti. In primo luogo perché “il patrimonio del povero”, come si diceva all’epoca, era cospicuo: nel corso del tempo donazioni, lasciti testamentari, legati ecc. accrebbero considerevolmente la ricchezza di questi enti che disponevano di beni mobili, immobili e di terre. Entrare nel novero degli amministratori significava assicurarsi una posizione vantaggiosa dal punto di vista economico: gli archivi sono pieni di “scandali”, favoritismi e malversazioni. In secondo luogo, raggiungere quella posizione voleva dire infittire la propria trama di relazioni politiche, economiche e sociali: giustamente l’A. pone in evidenza il fatto che spessissimo i nomi di coloro che amministravano gli enti delle beneficenza erano gli stessi che ricoprivano altri incarichi rilevanti: non di rado gli ospedali furono al centro di oligarchie ristrette e potenti. Infine, cariche amministrative di questo genere garantivano una posizione sociale di primo piano e la possibilità di esercitare forme di potere molto concrete anche se in forme indefinite e avvolte da discrezione: tra chi elargisce la beneficenza e chi la riceve si crea un legame asimmetrico, una sudditanza che “paga” in termini di dipendenza e rispetto, obbedienza e fedeltà. Ospedali ed enti assistenziali garantivano e irrobustivano la stabilità sociale e lo status quo delle gerarchie del potere economico e sociale.

La morale della carità

Per quest’insieme di ragione concretissime i compiti di questi enti non si esauriva nell’assistenza ospedaliera o medica in generale ma investiva la sfera morale e l’educazione. Un’attenzione particolare fu rivolta ai bambini, con differenze significative tra maschi e femmine.

Maestro della tela Jean, Piccolo mendicante con focaccia ripiena, Wikipedia

Gli esposti, che fossero maschi o femmine – o meglio, quelli che riuscivano a sopravvivere perché il tasso di mortalità nei brefotrofi e negli orfanotrofi era spaventoso (p. 101) – lavoravano fin da piccoli, ma mentre nel caso dei maschi la tutela dell’Istituto terminava col raggiungimento del quattordicesimo anno di età, nel caso delle femmine se non si sposavano o non entravano in convento o non andavano a servizio, proseguiva sine die. Mentre l’onore delle pulzelle doveva essere tutelato, nei confronti dei maschi molti internamenti in istituti erano dovuti a motivazioni di ordine pubblico.

Per le ragazze tutelare l’onore e procurarsi una dote era assolutamente fondamentale non essere rifiutate dalla società o per non finire ai margini (su questo si veda anche Nicholas Terpstra, Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento): l’infinito numero delle Opere Pie dotali e dei conservatori ne é la prova più eloquente (pp. 122-124). La povertà però non era il requisito fondamentale, più importante erano la salute, l’onestà e la modestia delle giovani che chiedevano o concorrevano per la dote. Considerata più fragile e indifesa dell’uomo, la donna doveva essere protetta dai maschi della famiglia (una convinzione dura a morire, vedi Silvano Montaldo Donne delinquenti.. Dopo aver imparato un mestiere in un istituto le ragazze che diventavano mogli costituivano anche un investimento sia per la nuova famiglia sia per l’istituto stesso: “non a caso i conservatori sono stati definiti fabbriche di spose e di serve” (p. 133).

Vermeer, Johannes Pays Bas, Musée du Louvre, Département des Peintures, La merlettaia, MI 1448 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010064918 – https://collections.louvre.fr/CGU
Conclusioni

Per Carità. Poveri e politiche assistenziali nell’età moderna dimostra che il problema non era la povertà in sé, erano i poveri: questi dovevano essere arginati, confinati, “sbanditi”, posti sotto controllo e accettare le regole che garantivano la stabilità e la convivenza sociale. È questo che dovremmo tenere a mente osservando il dibattito odierno sulla povertà.

Consiglio vivamente di leggere Per Carità di Marina Garbellotti per tre motivi. Innanzitutto è una ottima sintesi: il libro offre un quadro d’insieme ben articolato; in secondo luogo l’A. ha una prosa chiarissima, il libro si legge con facilità e con gusto e i concetti vengono esposti con grande limpidezza. Infine il libro è corredato da un robusto apparato di note a mergine e da una ottima bibliografia per chi voglia approfondire l’argomento.

Buona lettura.

lo storico della domenica
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: