Recensione. Stephen Kotkin: A un passo dall’Apocalisse. Il collasso sovietico 1970-2000

La storia dell’Unione Sovietica è la storia di un suicidio. Il suicidio di una società egualitaria e libera. Una delle tesi di Stephen Koktin in A un passo dall’Apocalisse è che il collasso dell’URSS non fu dovuto a cause esterne, ma interne. Non fu la Guerra fredda a sfiancare il sistema sovietico ma la sua struttura uscita dalla Rivoluzione. La previsione di una rivoluzione europea e mondiale fallì e la costruzione del socialismo in un paese solo fu impostata in modo da risultare irriformabile.

Il socialismo e l’URSS hanno avuto una capacità d’attrazione fenomenale. Tra le due guerre il capitalismo aveva poche cose di cui vantarsi: la Grande Guerra, l’imperialismo, le crisi economiche, i fascismi, il razzismo, in qualche modo venivano associati al capitalismo. “L’idea di un mondo non capitalista, in cui la modernità tecnologica convivesse con la giustizia sociale poteva risultare davvero attraente” (p. 25). E lo fu. La vittoria sul nazismo, ottenuta con costi umani e materiali impressionanti, da molti venne considerata una prova lampante e incontrovertibile della superiorità del socialismo sul capitalismo (e non a caso il consenso e l’adesione della popolazione alle celebrazioni della vittoria sul nazismo restarono sempre molto alti) .

La Glasnost e la Perestroika lanciate da Gorbaciov intendevano replicare quanto era già accaduto con Krusciov quando il processo di de-stalinizzazione aveva suscitato nella popolazione grandi speranze di rinnovamento e innervato il regime di nuove energie. Ma la creazione di un socialismo dal volto umano si rivelò impossibile da realizzare: Krusciov fu mandato in pensione proprio perché, tentando di riformarlo, stava destabilizzando il sistema; Gorbaciov, pur animato da propositi opposti, innescò il processo di autodistruzione dell’URSS (p. 53).

Questa sorta di autoinganno durò a lungo soltanto grazie al ritrovamento di giacimenti di petrolio le cui entrate prolungarono il declino dell’impero di un ventennio. L’estrema arretratezza dell’agricoltura, sacrificata a un potente apparato di industria pesante ricolmo di distorsioni che provocavano sprechi colossali e costi ambientali rilevantissimi (pp. 59-60) non furono rinnovati con l’utilizzo delle entrate derivanti dal petrolio mentre le spese militari che risucchiavano dal 20 al 30% dell’intero PIL (p. 57). In realtà anche se lo Sputnik parve per un attimo dimostrare il contrario, l’URSS perse non tanto la corsa agli armamenti, ma quella allo sviluppo della tecnologia, in primo luogo l’informatica: “negli anni Ottanta l’intera URSS possedeva circa 200.000 computer, spesso di qualità mediocre, contro i 25 milioni degli USA” (p. 59).

Tutto questo non significa che i cittadini fossero totalmente insoddisfatti: dall’inizio alla fine degli anni Settanta, il numero di coloro che avevano trascorso un periodo di vacanza in alberghi o altre strutture era più che raddoppiato; un milione di persone aveva viaggiato nei paesi “fratelli” dell’Europa dell’Est; quasi tutti avevano in frigorifero e ben più della metà delle famiglie aveva una lavatrice. La gente chiedeva un lavoro sicuro, abitazioni a basso costo, un sistema sanitario efficiente e queste cose il regime in qualche modo riusciva a garantirle. Senza dubbio i giovani dei primi anni Ottanta vivevano meglio e si istruivano di più rispetto ai loro genitori, ma questo non era più sufficiente. Il paragone che veniva fatto non era più con le generazioni precedenti, ma con l’Occidente.

Zwei flotte Mädchen posieren auf dem Roten Platz vor dem Riesenbildnis Lenins am Kaufhaus GUM. Aufgenommen im Sommer 1989. Foto Uwe Gerig
Gli aspetti del crollo

Tutte le rivoluzioni hanno il problema di restare legittimate agli occhi dei cittadini: tra la generazione che ha fatto la Rivoluzione e quelle successive le prospettive cambiano. Così come dopo la vampata di speranze suscitate da Krusciov si era tornati al tetro conformismo di Breznev, la Glasnost (cioè l’allentamento della censura, la circolazione di musica, film e libri fino a poco tempo prima proibiti ecc.) aprì il confronto con l’Occidente. Ed era un confronto impietoso. I beni di consumo non venivano prodotti ma importati: quando nel 1986 il prezzo del petrolio crollò con la conseguenza di minori entrate di valuta pregiata, diminuirono anche le importazioni proprio mentre la Glasnost iniziava ad alimentare aspettative opposte.

Senza volerlo Gorbaciov piazzò altre due mine nel cuore del sistema. In un certo senso il partito si ritrovò disarmato: il problema non era dato tanto dal fatto che le nuove generazioni non credevano più agli slogan e alla propaganda del partito. Da questo punto di vista bastava mantenere un certo grado di conformismo. Agli slogan e alla propaganda in moltissimi avevano smesso di credere da tempo, ma ora lo scollamento tra partito e società diventava incolmabile e irreversibile.

Governare un popolo che non crede più nell’ideologia ufficiale è molto difficile ma, come dimostra la stessa storia dell’URSS, non impossibile. Per i sovietici un’altra spina nel fianco dell’URSS che contribuì al suo indebolimento fu il rapporto con gli altri stati del blocco. A un certo punto l’uso della forza e la repressione non bastarono più: paesi come la DDR e la Polonia aumentarono in modo considerevole l’importazione di beni di consumo dall’Occidente per placare in qualche modo il malcontento popolare e finirono per indebitarsi enormemente e quindi indebolirsi. All’inizio degli anni Ottanta, in privato i dirigenti sovietici ammettevano di non essere in grado di ricorrere alla forza per mantenere al potere i regimi e pochi anni più tardi Gorbaciov li avvertì che avrebbero dovuto cavarsela da soli, l’URSS non sarebbe più intervenuta a puntellare i loro governi screditati.

L’altro fenomeno che accelerò la dissoluzione fu il distacco tra partito e stato. Svincolare le repubbliche dal controllo del partito e dall’economia centralizzata significava nei fatti dare avvio al processo che avrebbe condotto alla indipendenza delle repubbliche stesse. E fu quello che si verificò puntualmente anche se il nazionalismo era un fenomeno dalla forza trascurabile.

Le conseguenze del crollo

Kotkin ritiene che forse la fine dell’Unione Sovietica “non era comunque inevitabile” (pp. 91 ssgg), ma è certo che l’aggrovigliarsi di contraddizioni e ritardi la cui soluzione fu rimandata per decenni alla fine generò un effetto domino impossibile da controllare. La dissoluzione dell’URSS fu sostituita da “una democrazia senza liberalismo” che provocò la formazione di nuovi problemi in uno scenario già in agonia. L’introduzione del libero mercato ebbe effetti devastanti: non solo mancavano uomini dotati della preparazione necessaria per impiantarlo e dirigerlo, non esisteva una legislazione idonea e funzionante.

L’enorme apparato industriale benché obsoleto finì nelle mani di politici e burocrati lestissimi a riciclarsi o di uomini d’affari in guerra tra loro o con la burocrazia e con i potenti capi locali. Corruzione a tutti i livelli e mercato nero erano da sempre problemi endemici e radicati, ma l’economia del paese regredì a forme di baratto su scala mai vista mentre i servizi ai cittadini furono abbandonati a sé stessi e privati di risorse indispensabili per il loro funzionamento: il livello delle condizioni di vita, già bassissimo, peggiorò. Per la gente comune il passaggio fu tanto brusco quanto traumatico.

Conclusioni

La tragedia dell’URSS risiede nel fatto che non era possibile restare “congelata” per un tempo indefinito ma modifiche significative al sistema ne avrebbero provocato il crollo. Gorbaciov non fu un’anomalia ma un prodotto della storia sovietica. Semplicemente, le riforme che introdusse con l’intento sincero di riformare il socialismo, minarono il sistema contemporaneamente al vertice e alla base della piramide generando spinte centrifughe ingovernabili e letali. L’Unione Sovietica crollò, ma la sua eredità pesante restò sul tappeto. Le difficoltà e le anomalie della Russia di oggi derivano da quella storia.

La lettura di Adam Higginbotham: Mezzanotte a Černobyl’ mi ha spinto ad approfondire un poco la storia recente dell’Unione Sovietica; A un passo dall’apocalisse di Stephen Kotkin è una sintesi magistrale, scritta benissimo, che raccomando.

Buona lettura.

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