Recensione. Giorgio Caravale: Libri pericolosi

Può sembrare sorprendente che nei secoli che vanno dall’invenzione della stampa fino alla messa a punto del diritto d’autore, anche intellettuali più illuminati ritenevano giusto sorvegliare la circolazione dei libri. L’invenzione della stampa moltiplicò la proliferazione di libri pericolosi per la stabilità della società e per i detentori del potere.

I libri sono troppi?

Forme di controllo, di limitazione del sapere e di censura non erano nuove; venivano già messe in atto nel corso del Medio Evo. I dati nuovi, legati all’invenzione della stampa, sul quale la Chiesa si sentì in dovere di intervenire erano la moltiplicazione potenzialmente infinita dei libri e la volgarizzazione del sapere: c’era il rischio che persone ignoranti si ritrovassero per le mani libri che non erano in grado di comprendere correttamente (pp. 34). Era un’opinione condivisa dai dotti e dalle élites del tempo: “erano convinte […] che l’abisso che separava i saggi dal volgo fosse un dato di fatto incontrovertibile della natura umana” (p. 35). La diffusione della stampa poteva intaccare il sistema di potere politico, culturale e religioso. La Chiesa poggiava una parte considerevole del suo potere nel suo interporsi tra Dio e l’uomo; ora quest’opera di mediazione tra l’Altissimo e i fedeli veniva messa in discussione e potenzialmente incrinata dal moltiplicarsi di libri spirituali o a tema teologico dal contenuto poco o per nulla ortodosso. Allo stesso modo, la pubblicazione di segreti di stato poteva provocare malumori, sommosse o compromettere relazioni diplomatiche. In breve: controllare e limitare la circolazione dei libri aveva un fine preciso: “preservare la pace sociale, l’ortodossia religiosa, la moralità pubblica e l’ordine politico” (p. 38).

Su queste basi si cementò un’alleanza tra Roma e il potere politico a livello locale: la Chiesa “ottenne il pieno appoggio del potere civile alla repressione dell’eresia e controllo della circolazione libraria; la nobiltà e il patriziato urbano deli Stati italiani ricevettero in cambio una sorta di immunità rispetto all’invadenza della censura ecclesiastica, una garanzia di difesa” e il mantenimento dei loro privilegi (p. 63). Ricchi, con conoscenze e relazioni con personaggi influenti non avevano difficoltà a procurarsi libri proibiti, spesso proprio grazie all’intervento e alla protezione di alti prelati (cap. XXV).

Ci volle tempo prima che la macchina organizzativa della Chiesa iniziasse a funzionare a pieno regime: trovare il personale idoneo non era semplice; tra vescovi e inquisitori sorsero conflitti di competenza (anche se poi, col tempo, furono i secondi a prevalere sui primi). L’Indice dei libri proibiti fu ben più di uno spauracchio, ma i suoi numerosi aggiornamenti ne dimostravano l’inadeguatezza. Il latino era una lingua universale, ma padroneggiata da un numero limitatissimo di dotti. D’altra parte non si poteva pensare che stampatori e librai imparassero a memoria migliaia di titoli proibiti. Inoltre non solo la loro resistenza fu notevole e non di rado efficace (come a Venezia, per esempio. Su questo si veda: Mario Infelise, I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna). Roma doveva anche fare i conti con un contrabbando diffuso, spesso ben organizzato e perfino con traffici che partivano da città d’oltralpe.

Claude Vignon, Sant’Ambrogio (1623 o 1625), Minneapolis Institute of Art

“L’indice dei libri proibiti rimase un unicum” nell’Europa moderna che condizionò “fortemente il carattere della censura libraria nella penisola italiana” (p. 50).

Contro l’eresia

Ancor prima di Lutero e della Riforma fu Erasmo da Rotterdam ad attirarsi gli strali del potere ecclesiastico. Il suo anticlericalismo era stato l’anticamera dell’eresia luterana. “La condanna delle opere di Erasmo fu solo il segnale di un’offensiva censoria a tutto campo contro ogni forma di malcontento nei confronti del potere romano” (p. 77): Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini e moltissimi altri finirono nel mirino dei censori romani, ossessionati dalla ricerca del “veleno” anticlericale che l’invenzione della stampa stava spargendo a piene mani in tutte le classi sociali. La violenza di questa offensiva costrinse l’anticlericalismo a rifugiarsi nel sottobosco dell’illegalità, ma ebbe anche l’effetto di rafforzarlo e di diffondere un’opinione negativa su Roma.

La battaglia contro l’anticlericalismo non necessitava di particolari accorgimenti. A cambiare le cose, a creare una macchina censoria strutturata, articolata ed efficiente fu la Riforma luterana. Le opere di Lutero si diffusero con straordinaria rapidità e inizialmente attrassero i ceti più elevati. Poi però dilagarono tra tutte le classi sociali, ceti popolari e più umili compresi.

Fu questo aspetto ad annullare il confine tra potere temporale e potere spirituale. Col tempo l’aggettivo “luterano” assunse significati sempre meno definiti e più ampi finendo per riguardare tutti coloro che criticavano in qualche modo il potere di Roma: Machiavelli finì ben presto sotto il fuoco di una valanga di critiche con accuse di ateismo e di disprezzo per la dottrina cattolica (pp. 107-111).

Evert Collier, Vanitas. Natura morta con libri e manoscritti e un teschio, 1663, Museo Nazionale di Arte Occidentale, Tokyo

L’attacco alle opere di Machiavelli era dovuto essenzialmente allo scontro tra potere temporale e potere spirituale. Secondo Roma Machiavelli propagandava la sottomissione della sfera religiosa a quella politica; Roma invece “intendeva restituire alla religione la primazia che le era stata sottratta riformulando a proprio favore il rapporto tra politica e religione” (p. 111).

Un’azione di questa portata non poteva non investire pressoché tutti gli ambiti del potere: filosofia e scienza dovevano sottostare alla religione. In realtà – e Caravale lo dimostra a più riprese – la pervasività dell’occhiuta sorveglianza ecclesiastica sul sapere non riuscì mai ad essere completa e assoluta. Soprattutto per quanto riguardava la cerchia ristretta dei dotti e degli intellettuali vi fu sempre qualche margine di azione e di tolleranza.

Nondimeno, nonostante le falle, il sistema di controllo messo a punto fu articolato ed efficace per lungo tempo. Il rogo dei libri in odore di eresia fu solo uno degli strumenti messi in campo – certo il più eclatante ma in fondo piuttosto raro e nemmeno il più efficace. In realtà la censura ebbe molti volti: correzione o soppressione di frasi o paragrafi compromettenti, riscrittura di passaggi o di alcune parti. C’erano libri dal contenuto condivisibile o accettabile che però avevano incluso espressioni o frasi discutibili o giudicate errate o pericolose: una volta “spurgato”, emendato, ripulito, il libro poteva circolare tranquillamente. L'”espurgazione” di un testo era un intervento che non stravolgeva l’impalcatura generale dell’opera; molto più invasiva era invece la riscrittura di alcune sue parti. Si trattava di interventi tesi a depotenziare o spegnere definitivamente la carica eversiva di opere, specialmente se rivolte a un pubblico incolto e non di rado ne snaturavano completamente il senso e il messaggio dell’autore.

Mannen lezen in een bibliotheek, anonymous, Hans Weiditz (II), 1514 – 1532, Rijskmuseum
Spegnere l’intelligenza

Occorre soffermarsi su questi aspetti. In secoli in cui il diritto d’autore non esisteva, una volta pubblicato il libro l’autore non aveva più il controllo dell’opera. Spesso stampatori ed editori intervenivano sul libro a loro piacimento aggiungendo, togliendo, correggendo. Per questa ragione i manoscritti continuarono a circolare abbondantemente: era molto più facile mantenere l’originalità e l’attendibilità del testo per non dire della maggiore facilità con la quale potevano essere occultati (capitolo XVIII).

Ma al di là di questo, censurare significava indurre l’autore a sottomettersi a canoni e regole. Spesso i libri furono oggetto di “trattative” tra autori e censori. Correggere, sostituire, stemperare consentiva ad autori ed editori di continuare a lavorare, ma significava anche rendere mortificare l’intelligenza degli autori. “Dissimulare” idee e concetti nel corso di un testo sotto una coltre di citazioni, di sottili riferimenti eruditi, fingendo di dire cose dal significato opposto divenne uno stratagemma adottato da molti. Solo con l’illuminismo l’arte della dissimulazione venne criticata e abbandonata. Ma questo significò in primo luogo arginare non solo la diffusione ma anche la comprensione dei libri escludendo tutti coloro che non erano in grado di afferrare il significato profondo e complesso del libro. In secondo luogo le varie forme di censura rallentarono la diffusione del sapere: il confronto tra censori e autori poteva protrarsi per anni. Infine, soprattutto, la sola presenza dell’Inquisizione e degli organi di censura indusse molti autori ad autocensurarsi per timore o per prevenire l’intervento dei censori. Torquato Tasso, spirito particolarmente tormentato, chiese lui stesso che le sue opere venissero controllate: ne derivò una trattativa lunghissima che ritardò e influì in modo significativo il suo lavoro; altri autori, come Cartesio, tennero le loro opere nel cassetto rifiutando di pubblicarle e furono stampate molto più tardi; altri ancora, come Muratori, constatando che “non si può dire la verità, non si può dire” (p. 276) finirono per essere disgustati da questi continui patteggiamenti e si dedicarono ad altro. (capp. XVI-XVII).

Still Life with Books in a Niche, Barthélémy d’Eyck, 1442 – 1445, Rjiskmuseum

Le varie forme di censura, per quanto raffinate e invasive non riuscirono mai a bloccare completamente la circolazione del sapere e dei libri. In età moderna cultura scritta e cultura orale erano intrecciate: fiere, mercati, feste e botteghe artigiane erano luoghi e occasioni per letture pubbliche di opuscoli brevissimi, favole, canzoni, poesie, “orationi” e altri scritti venivano letti, cantati, decantati in pubblico. Si deve tenere a mente la dimensione sociale e popolare della condivisione poteva essere molto vasta e difficile da tenere sotto controllo e che non conveniva nemmeno reprimere completamente: risultati soddisfacenti si sarebbero ottenuti contrastando le “operette da strada” e sostituirle con opere edificanti e morigerate (cap. X).

Resta però il fatto che i detentori del potere (tanto quello spirituale che quello politico) tentarono di operare una sorta di taglio nella società escludendo e tenendo ai margini le classi popolari. Una volta arginata l’eresia proveniente d’oltralpe l’attenzione dei censori si rivolse all’interno della penisola e ad essere sorvegliati furono non solo i sospettati di eresia, ma anche i cattolici e la loro ortodossia.

Tommaso Campanella fu perseguitato anche perché sostenne che la conoscenza innescava la mobilità e la promozione sociale in una società che si voleva mantenere statica il più possibile (p. 145). Il ritenere che le persone semplici leggessero, ragionassero e discutessero testi “al di sopra della loro intelligenza” fu un’ossessione perseguita con tenacia tanto da Roma che dai governi. Ufficialmente si trattava di tutelare le persone ignoranti da suggestioni pericolose: la lettura di romanzi poteva indurre perfino alla follia (p. 155); in realtà l’obiettivo di fondo era il mantenimento della stabilità sociale e della distinzione di classe.

Still Life with Books, Jan Lievens, c. 1627 – c. 1628, Rijskmuseum
Conclusioni

Ora, escludere gran parte della popolazione dalla possibilità e dalla libertà di leggere da una parte e limitare l’intelligenza, l’iniziativa e l’impegno di molti intelletti critici dall’altro fu una combinazione devastante sul lungo periodo. Alla fine, dopo secoli, a Settecento inoltrato, gli argini caddero: libri ufficialmente proibiti erano facilmente reperibili più o meno ovunque. Ma non è non è possibile non interrogarsi sugli effetti a lungo termine di questo fenomeno, tanto più che la censura operò non solo sui testi scritti ma anche nella produzione artistica (capitolo XI, ma su questo resta insuperato Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Certo, l’A. ha ragione nel sostenere che a causa del nesso stampa-eresia Roma si accorse tardi delle potenzialità del libro (cap. XXIV, pp. 266 ssg.), ma è altrettanto vero che gli influssi della censura hanno avuto una durata ben più prolungata.

Ancora a Ottocento ben inoltrato un ecclesiastico come Morichini si dimostrava un fiero avversario di una eventuale acculturazione delle classi popolari e metteva in guardia le classi dirigenti dal guardarsi dal promuoverla. Alla metà degli anni Ottanta dell’Ottocento in molte regioni l’analfabetismo superava abbondantemente l’80% della popolazione. Inevitabilmente questo fenomeno ha fatto coincidere il sapere con il potere. Coloro che avevano nelle mani la direzione di Comuni, enti ospedalieri o altro apparteneva anche, per ceto e istruzione, a coloro che detenevano il potere economico. (Non è un caso se uno storico del calibro di Adriano Prosperi, ben addentro alle tematiche di Libri pericolosi, abbia pubblicato uno studio sui contadini: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).

La cultura è rimasta a lungo – ed è ancora – un fenomeno elitario: il meccanismo che sorregge ancora oggi il mondo accademico, accademie e molti centri di ricerca è la cooptazione, che non sempre avviene per meriti intellettuali. Del pari non pochi intellettuali e formatori dell’opinione pubblica non trovano nulla di strano nell'”adagiarsi” alle direttive provenienti dall’alto: è un fenomeno evidente nel mondo dei giornali (su questo si veda Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano). Scontiamo, appunto, gli effetti di una Controriforma senza Riforma e della storia di un paese che non avendo avuto rivoluzioni come quella francese o inglese ha reso difficile e tortuoso il percorso a una piena cittadinanza.

Giorgio Caravale ha lavorato a Libri pericolosi per un decennio. Ne è uscita un’opera ricchissima di percorsi e di intrecci, che non solo si imporrà come testo fondamentale per gli storici, ma incanta il lettore con uno stile narrativo piacevole e comprensibile anche al lettore comune.

Buona lettura.

Le pubblicazioni dell’Istituto Storico Italo-germanico su Internet Archive

 

L’Istituto Storico Italo-germanico non ha bisogno di presentazioni. Gli storici lo conoscono bene. Fondato nel 1973, fin dalla sua nascita l’Istituto Storico Italo Germanico (ISIG) ha rappresentato uno snodo importante per il dialogo tra le differenti storiografie europee, con particolare riguardo a quelle italiana e tedesca. Per intere generazioni di storici italiani e tedeschi l’Istituto ha rappresentato uno spazio privilegiato dove poter sperimentare l’incontro e la connessione tra orizzonti di studio differenti e lo sviluppo di filoni di ricerca capaci di influenzare in profondità la storiografia europea.

Nella sua tradizione l’ISIG ha affrontato problemi centrali della storia religiosa, politica e sociale quali la Riforma, la confessionalizzazione, il disciplinamento sociale e l’evoluzione dello Stato moderno, dando particolare attenzione alle analisi di lungo periodo e favorendo il dialogo con la storiografia di area germanica. In tempi più recenti, l’attività dell’Istituto è stata caratterizzata dall’indagine sui problemi chiave delle età di transizione e sugli sviluppi critici della modernità.

Ora l’Istituto ha avviato una collaborazione con Internet Archive e sta rendendo disponibili on line molti dei volumi frutto di convegni, colloqui, ricerche ecc.

Abbiamo così a disposizione, gratuitamente, con la possibilità di scaricare in vari formati e stampare una sessantina di lavori eccellenti su moltissimi aspetti della storia italiana, tedesca ed europea. Non ci resta che andare a curiosare e scegliere i volumi che ci interessano. Il link rimanda alla pagina che raccoglie la collezione: Pubblicazioni Istituto storico italo-germanico (ISIG) (Internet Archive).

Buona lettura.

Recensione. Luigi Mascilli Migliorini: Napoleone

La ricorrenza del bicentenario della morte ha offerto a molti editori di proporre nuovi studi su Napoleone. Salerno Editrice, invece, opta per una nuova edizione, accresciuta e aggiornata della splendida biografia dedicatagli da Luigi Mascilli Migliorini.

La fortuna e il genio

Le persone di talento non hanno molte difficoltà nel trovare la propria strada, e un uomo come Napoleone, che di talenti ne possedeva molti, non avrebbe fatto eccezione. Ma è fuor di dubbio che Napoleone divenne “Napoleone” grazie alla Rivoluzione francese (sulla quale rimando a Jeremy Popkin Un nuovo mondo inizia). Se non vi fosse stata, se l’Ancien régime avesse continuato a vivere, difficilmente il giovane corso avrebbe scalato fino alle vette la carriera militare. Invece la Rivoluzione spalanca le porte a questo umbratile, ambiziosissimo ragazzo che si presenta appena ventenne ad uno degli appuntamenti decisivi della storia.

Fino ad allora Bonaparte è un giovane provinciale per nascita, per cultura e per ambizioni: sogna l’indipendenza della Corsica, la selvaggia isola che gli ha dato i natali. Svanito quel sogno per il passaggio dall’altra parte della barricata della famiglia, Napoleone si trova catapultato in Francia e, quindi, in quel momento, al centro della storia europea.

Napoleone figlio della Rivoluzione o affossatore della Rivoluzione? Per Mascilli Migliorini questa sono domande mal poste e sbagliate. Napoleone è figlio della Rivoluzione in tutto e per tutto; alla Rivoluzione deve tutto, e ne sarà sempre consapevole. Comprende immediatamente la portata storica della Rivoluzione. Si rende conto – per citare il titolo di uno splendido film di Ettore Scola – che da quel clamoroso incendio sta nascendo un “mondo nuovo”: l’individuo, la società, il mondo stesso non saranno più gli stessi da quel momento in poi; la Rivoluzione è la madre della modernità, e di questo Napoleone non dubita.

Tuttavia, quel giovane caporale che vedrà schiudersi la sua carriera militare con la guerra del 1792, che in quel periodo è repubblicano e giacobino, si avvede che il potere politico è incapace di stabilizzare la Rivoluzione. La guerra, del resto, ha accresciuto il potere dei militari, ed è lì che Napoleone vede la soluzione al problema. Pur restando sempre, a suo modo, un “militare repubblicano” o, meglio, un soldato del nuovo regime uscito dal turbine rivoluzionario, egli pensa che i militari possano sobbarcarsi della missione tutta politica di far uscire la Rivoluzione dall’empasse in cui si trova e di darle la stabilità necessaria.

Il punto è che soltanto la pace può chiudere la Rivoluzione, ma proprio per questo è indispensabile che la guerra sia vinta. A partire da questo momento l’A. individua un percorso che prosegue anche con Napoleone imperatore: il modo in cui Napoleone concepisce e conduce la guerra è, a suo modo, il proseguimento della storia della Rivoluzione: anche da imperatore egli continua lo scontro tra il mondo nuovo partorito dalla Rivoluzione e il vecchio mondo delle corti europee.

Jacques Louis David Napoleon am Großen St. Bernhard
Trasformazione

L’ipotesi è suggestiva e plausibile: con la campagna d’Italia Napoleone si convince che l’esercito può rivendicare un “protagonismo autonomo” che egli stesso incarna (p. 115) e il suo ministro degli esteri, (il cinico ma dal raro talento politico Tayllerand) si sente in dovere di ricordargli che egli invece è un uomo della Rivoluzione e che le sue vittorie militari appartengono a tutti i francesi e non a lui solo (pp. 126-27). Ammonizione vana quella di Tayellarand perché di fronte alle indecisioni e alle inconcludenze del Consolato Bonaparte decide di mettere in campo proprio il “protagonismo” autonomo dei militari e sciogliere con un taglio netto il nodo irrisolto dell’uscita dalla Rivoluzione con il 18 di Brumaio.

E tuttavia Napoleone è e resta repubblicano. Non solo perché ha difeso la Costituzione dell’anno III, ma perché non militarizza la Francia (anche se questo accadrà in una certa misura molto più tardi, a partire dal 1808) e non pensa e non si muove nel senso di una restaurazione monarchica. Con una soluzione personalissima incanala la Francia verso una “Repubblica plebliscitaria” (p. 173). La definizione di Aulard (così come le osservazioni in proposito di Marx) coglie nel segno perché attraverso il plebiscito Napoleone si legittima dal basso, col consenso popolare, saltando le mediazioni della rappresentanza; così come elemento di consenso popolare è diventato anche l’esercito che si è formato nella Rivoluzione e che naturalmente, in grandissima parte, si riconosce in Bonaparte.

Consenso popolare che però non è sufficiente ad ottenere un’adesione completa della società. Ecco perché viene subito avvertita impellente la necessità di creare una nuova nobiltà, una nobiltà di stato, un’élite repubblicana che si dimostri in grado di assorbire i corpi intermedi dello Stato e, allo stesso tempo, non faccia temere una restaurazione.

Napoléon Ier sur le trône ou Sa majesté l’empereur des Français sur son trône par Ingres

Con la creazione dell’Impero il quadro si dilata e si complica perché ora al nuovo imperatore si pone il problema di trovare un modo per integrare forme statali diverse e potenzialmente concorrenti a quella francese e di come federarle. Sono gli stessi fratelli a spiegargli che non possono limitarsi semplicemente a sfruttare i loro regni; hanno comunque degli obblighi verso i loro sudditi e ci sono limiti che non possono oltrepassare (p. 181).

I fratelli fanno riferimento agli effetti controproducenti del blocco continentale imposto nel 1806; ma i problemi che questo suscita sul continente (benché la Francia, almeno per un certo periodo, ne tragga indubbiamente dei benefici), hanno a che vedere non soltanto con le difficoltà di mettere seriamente in crisi l’economia britannica, ma si intrecciano con i fermenti nazionalistici che cominciano a manifestarsi in Italia e nel frammentato mondo tedesco (si vedano, ad esempio, le considerazioni dell’A. a pp. 256 ssgg).

Nemmeno la strepitosa vittoria di Austerlitz, capolavoro indiscusso del genio militare napoleonico, riuscirà ad appianare le cose. Nello stesso momento, a fare da contrappeso, interviene Trafalgar, segno che l’Inghilterra rimane e rimarrà padrona dei mari e che pertanto non sarà possibile nessuna pace. Non solo la Gran Bretagna resta inattaccabile e mantenendo l’egemonia sui mari costringe Napoleone a tentare di egemonizzare il continente, ma non si rende conto che agli occhi delle monarchie europee la Francia napoleonica rimane comunque un corpo estraneo e che l’Austria non si rassegnerà mai a patteggiare un equilibrio continentale con uno Stato – la Francia – ideologicamente avversa e comunque estranea ai propri valori (pp. 242 e 249).

Restano ancora dieci anni da Austerlitz prima che la vicenda militare e politica di Napoleone si chiuda, ma a ben guardare tutti i nodi che non riuscirà a sciogliere sono già qui. Anzi, da quel momento in poi i nodi cominciano a stringersi. L’invasione della penisola iberica per rendere più efficace il blocco continentale contro la Gran Bretagna, si trasforma ben presto in un ginepraio che lo indebolisce via via (della Spagna, scrive l’A. Napoleone “sembra non capire nulla”, p. 292); l’espansione dell’impero verso est inizia a mostrare ai francesi tutta la brutalità, la ferocia e l’insensatezza della guerra: la lista dei morti, dei feriti e dei mutilati si allunga sempre più. Napoleone continua a vincere, ma le sue vittorie hanno prezzi sempre più alti. In discussione non è il suo formidabile colpo d’occhio e il suo genio militare. Ma man mano che si inoltra verso est, i rifornimenti diventano sempre più difficoltosi e la povertà dei territori non compensa in loco le necessità di eserciti sempre più grandi.

D’altra parte le vittorie militari legittimano il suo potere all’interno, ma non riescono a stabilizzare la situazione europea e a garantire la pace che i francesi aspettano ormai da tantissimo tempo. A nulla vale, in questo senso, anche il matrimonio con la figlia dell’Imperatore d’Austria Maria Luisa, dopo la separazione dall’amata (benché più volte infedele) Giuseppina. Anzi, questo lo conduce alle porte della Russia… cioè della sconfitta decisiva.

Naturalmente, nel frattempo, Napoleone ha realizzato un’infinità di cose che per molti aspetti hanno modernizzato la Francia (ma non in tutti, ci sono anche degli arretramenti) e fatto la fortuna di molti. Ma è proprio la contraddizione del Napoleone guerriero per trovare una pace che gli sfugge sempre un po’ più avanti e lo costringe a nuove guerre per tamponare falle e crepe e per tentare di riacciuffarla che logora il consenso all’interno: “aggiornando a tempo indefinito la pace è assai difficile che il paese prosperi”, nota con acutezza un uomo d’affari (pp. 334-35). In altre parole, depoliticizzando l’amministrazione e la società civile, Napoleone si priva di un appoggio ideologico che gli sarebbe venuto a mancare nell’attacco finale, nel 1814. Nei fatti le élite della società francese si erano lasciate “comprare”, senza mai vendersi… Questo spiega il veloce e disinvolto voltafaccia delle élites nei suoi confronti nel 1814 e del 1815.

Turner, Joseph Mallord William; The Field of Waterloo; Tate; http://www.artuk.org/artworks/the-field-of-waterloo-202320
Il mito

Si tratta di una fine mesta – anche se in parte meritata – ma mai come le pagine che ci descrivono l’esilio prima all’Elba e poi a Sant’Elena. Tuttavia, senza quei due anni finali – il 1814 e il 1815 – Napoleone, benché geniale, sarebbe rimasto un capo di stato, forse più notevole di altri. Invece quella sua tenacia alimentata da una sconfinata ambizione che lo porta a Waterloo a giocarsi il tutto per tutto – restando sconfitto quasi inspiegabilmente in una battaglia che gli sembrava vinta – e a perderlo, lo trasforma in mito.

Ma del resto un uomo come Napoleone non può non continuare a dividere i giudizi. Il pregio di questa splendida biografia sta nel fatto che Mascilli Migliorini ha una padronanza stupefacente di una bibliografia sterminata (oltre 170 pagine del libro sono di note a margine), confermata da una scrittura piacevolmente pacata e densa.

Redingote et bicorne de Napoléon Ier

Chi vuole cominciare a conoscere da vicino Napoleone fa bene a cominciare da questo libro.

Le immagini sono riprese da:

  1. Musée de l’Armée
  2. Belvedere Museum
  3. Tate

 

lo storico della domenica
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: