Recensione. Nicholas Terpstra: Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento

Saggio storico, giallo o romanzo storico? Leggendo Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento di Nicholas Terpstra, questa domanda si affaccia alla mente del lettore. Terpstra è docente di Storia all’Università di Toronto, quindi l’interrogativo non dovrebbe porsi, ma Ragazze perdute è un libro congegnato in modo molto particolare.

La ricerca prende spunto da un avvenimento piuttosto insolito: nella Casa della Pietà, una delle tante Opere Pie esistenti al tempo, fondata nel 1554 per proteggere le giovani dai pericoli della strada e, in primis, dalla possibilità che cadessero nella rete della prostituzione, nei primi 14 anni di vita dell’Istituto su 656 ragazze (e ragazzine, spesso poco più che bambine) soltanto 202 ne uscirono vive. Come mai una mortalità così alta?

La storia, si sa, è piena di misteri e per cercare di risolvere questa strana moria di donzelle l’A. spreme la non molta documentazione disponibile. Terpstra avanza il sospetto che, almeno per quel che riguarda quella più compromettente, sia stata fatta sparire. Perciò le sue fonti sono essenzialmente testamentarie e contabili. Che si siano verificati “tentativi di insabbiamento” (p. 231) o una probabile dispersione, allo storico poco deve importare: la storia si fa sui documenti, quando ci sono; quando mancano ci si può affidare ad altre fonti.

Infatti, per risolvere l’enigma l’A. segue molte piste. Il mistero sembra trovare soluzione grazie al ritrovamento di un Ricettario che si rivela essere una vera e propria miniera di conoscenze mediche del tempo. Il fatto che “nove delle cinquantaquattro sostanze presenti nel Ricettario” (p. 110) fossero erbe utilizzate nelle pratiche abortive induce l’A. a ritenere che, lontano dall’essere un istituto di beneficenza, la Casa della Pietà fosse in realtà un bordello clandestino e che la causa delle morti repentine delle giovani sia da attribuirsi, appunto, alla pericolosa pratica dell’aborto. L’ipotesi è curiosa ma improbabile: saremmo di fronte a uno o più inseminatore/i scatenato/i che mette/ono incinta centinaia di ragazze contemporaneamente, che poi tutte abortiscano per poi morire nel giro di poche settimane. È vero che non poche ragazze della Casa della Pietà uscivano dall’Istituto per trovare lavoro come domestiche e che gli “incidenti” di natura sessuale tra padroni o famigliari e donne prese a servizio erano frequenti, o che non poche domestiche “arrotondavano” i magri guadagni prostituendosi (sulla prostituzione in generale vedi Marzio Barbagli Comprare piacere), ma dal momento che l’A. ritratta quasi immediatamente l’ipotesi del bordello illegale, deve essersi convinto di aver esagerato nelle supposizioni (pp. 127-43).

Le argomentazioni sull’aborto conducono l’A. a inoltrarsi nel contesto del Radicalismo religioso del Rinascimento e a tracciare un discutibile rapporto tra gli strali di Savonarola contro l’aborto e il coinvolgimento delle ragazze della Casa della Pietà “nella distribuzione di rimedi abortivi”, affermazione non suffragata da prove convincenti.

L’A. non abbandona la pista della sessualità. Come ulteriore possibilità per capire lo strano fenomeno, sospetta che a uccidere le ragazze fosse la sifilide. La deduzione deriva ancora una volta dal Ricettario nel quale sei prescrizioni trattano di “apostemi, ulcere, scabbia e scrofole”, sintomi che la medicina dell’epoca associava appunto al terribile “male”. Ma anche per quanto riguarda questa ipotesi Terpstra deve riconoscere che “non rimane alcun manoscritto del tempo che si riferisca a questa malattia […] mettendola in relazione con le ragazze della Pietà” (p. 187).

Il libro si chiude con la storia di indubbio interesse e, in questo caso, ben documentata, di una donzella vittima della ragion di Stato: Giulia – la ragazza in questione – viene scelta per testare la virilità del Duca di Mantova che deve prendere in moglie la figlia del Granduca. Il fatto che venga effettuata questa “prova”, significa che sulla virilità del nobile mantovano si nutrivano parecchi dubbi. In ogni caso il Duca assolve alla sua missione: ingravida la donzella che viene liquidata con una dote cospicua (3000 scudi) che le garantiscono un matrimonio soddisfacente.

Tuttavia, il curioso caso dal quale l’A. è partito – la moria di tante ragazze della Casa della Pietà in brevissimo tempo – resta irrisolto. L’A. non trova prove convincenti e decisive: “alla fine dobbiamo ammettere di non sapere veramente quello che fu” (p. 231).

Un libro consigliato?

Terminata la lettura sorgono due interrogativi. Il primo è che l’A. si sia imbattuto in un avvenimento intrigante ma troppo poco documentato e che abbia rimpolpato e stiracchiato il testo. Gli storici non sono detective, indubbiamente, e tra i loro compiti vi è anche quello di sollevare problemi. Ma questa operazione si sarebbe potuta fare con un libro più breve.

Il secondo, riguarda gli argomenti inseriti nelle trattazione per dare corposità al libro: aborto, malattie, medicina, sessualità, radicalismo religioso, sono temi complessi, sfaccettati e studiati da tempo. Perché non supporre invece la possibilità che a provocare la morte pressoché improvvisa di tante ragazze non sia stata una epidemia di tifo o di quella che più tardi i medici avrebbero chiamato “febbre nosocomiale”? Dopo tutto è lo stesso Autore a rilevare il susseguirsi di annate critiche, contrassegnate da carestie e alle carestie spesso seguivano epidemie di vario genere.

Insomma, per quanto riguarda la procedura metodologica adottata da Terpstra, la risposta non può essere positiva. Una ricerca storica non può basarsi solamente su indizi e supposizioni. Mi sembra alquanto discutibile sostenere che “buona parte della sfida e dell’entusiasmo della ricerca storica sta […] nello spingersi oltre i limiti” (p. 25). Questa è una licenza concessa ai romanzieri, non agli storici.

Se invece escludiamo le fumose elucubrazioni che dovrebbero spiegare il caso, il libro di Terpstra è un libro che mi sento di consigliare per almeno due ragioni.

Dalla ricerca emerge l’altra faccia del Rinascimento: le ragazze che finiscono nella Casa della Pietà, gli artigiani che le prendono in casa o a bottega, i quartieri popolari hanno poco da spartire con i fasti del Rinascimento, con lo scintillio delle arti, con la colta e frivola vita di corte, con le cortigiane e lo sfarzo dei palazzi. Terpstra ci mostra una realtà quotidiana dura, rapporti sociali ruvidi e senza sentimentalismi, in alcuni casi codificata anche dalle leggi: le multe comminate allo stupro di una donna variavano a seconda della posizione sociale della vittima: altissime nel caso di nobildonne, leggere nel caso di popolane, non previste nel caso delle prostitute. Siamo di fronte ad una popolazione che deve vivere sprovvista di una qualunque forma di protezione sociale e questo comporta la presenza di leggi non scritte e scaltrezze che l’A. indaga a fondo e spesso con acume. Anche nella stessa Casa della Pietà si lavora, e si lavora sodo. Anzi, l’A. parla a ragione di “Carità come strategia industriale” (pp. 90 ss.gg) e non è del tutto improbabile che un certo numero di decessi fosse proprio da imputare allo sfruttamento in ambito lavorativo.

La fatica del vivere che indurisce l’anima e che porta molte ragazze, come argomenta con efficacia la cortigiana Veronica Franco, a cadere nel mondo avvilente della prostituzione per necessità mentre potrebbero vivere onestamente se fossero messe in condizioni di farlo o se vi fosse un luogo che fungesse da riparo (quello che sarà, appunto, la Casa della Pietà, p. 44.).

Non sono solo questi gli aspetti interessanti raccontati da Terpstra: i meccanismi che sono alla base delle strategie matrimoniali con un continuo comporsi e disfarsi di nuclei famigliari o dell’espandersi o deperire di ospedali, Opere Pie o Istituti di Carità; la descrizione dei vari mercati delle merci come, su tutt’altro versante della medicina del tempo.

Tutto questo – ed è il secondo motivo per cui consiglio la lettura di Ragazze perdute – è raccontato con una penna arguta, vivace, capace di restituire una Firenze popolare e popolana forse in penombra, ma vivida, affaccendata, formicolante, esuberante e, almeno per quanto riguarda la sessualità, non di rado eccessiva. Merito anche della traduttrice, davvero brava nel restituire al lettore la verve narrativa dell’A. e il clima di un’epoca e della città. Inoltre Terpstra mette a disposizione del lettore una buona bibliografia e un ricco apparato di note.

Buona lettura.