Recensione. Annacarla Valeriano: Malacarne

Negli ultimi due decenni la storiografia ha compiuto un notevole lavoro di scavo e di indagine sui manicomi. Oltre alla mia monografia sul manicomio di Imola, Finora qui ho detto qualcosa su: Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918); Cinzia Migani, Memorie di trasformazione. Storie da manicomio. Malacarne di Annacarla Valeriano approfondisce la storia del manicomio di Teramo (al quale, prima di questo, ha dedicato una bella monografia che presenterò prossimamente). A conferma della straordinaria ricchezza degli archivi manicomiali, l’A. ci regala un approfondimento di una realtà già conosciuta e analizzata.

Manicomio importante quello teramano, “uno dei più grandi e importanti dell’Italia centro-meridionale” (p. 10) e quindi ricco di storie e di informazioni. Storia al femminile, di donne, alle quali Valeriano intende “restituire un volto, una storia e una voce […] che tra le mura del manicomio sembrano non averne mai avute”. Un intento che rientra nel più ampio proposito di “raccontare in che modo la nostra società ha saputo impiegare, nel corso degli anni, l’esclusione per farne un contenitore in cui depositare le proprie paure, le proprie insicurezze, i propri pregiudizi innescati dal contatto con l’’altro’, la propria incapacità di affrontare le questioni legate alla gestione di elementi diversi che sembrano minacciare equilibri e valori” (pp. X-XI).

Una lunga storia di ingiustizia

Si tratta di contesti che richiedono un’ampia e articolata argomentazione. La storia della psichiatria è in gran parte storia di lunghe, tenaci e profonde continuità, che giustamente l’A. inquadra nel primo capitolo dedicato all’illustrazione delle teorie elaborate nel corso dell’Ottocento. Fin dall’epoca napoleonica a sfavore delle donne cominciarono muoversi e a congiurare un ampio ventaglio di considerazioni politiche ed economiche, sociali e mediche, che in pochi decenni ridusse lo spazio delle donne all’ambito domestico o poco oltre e annullò quasi completamente qualsiasi loro ruolo sociale e intellettuale. A ragione l’A. delinea una vera e propria “antologia misogina” che sposta “le perversioni degli istinti” nell’ambito delle “malattie” dalla quale scaturisce “un’immagine complessiva della donna come creatura sessualmente minorata, mancante della ‘coscienza intellettuale’, subordinata all’uomo nei diversi momenti della sua vita, ‘sospinta verso la maternità da incoercibili leggi naturali'”. Sono puntualizzazioni importanti perché fin quasi allo scadere del Settecento la sessualità femminile era considerata in tutt’altro modo (su questo vedi Marzio Barbagli, Comprare piacere).

Dalle teorie positiviste ottocentesche il fascismo non solo eredita un mondo femminile (ri)modellato, (ri)plasmato e subordinato a quello maschile (su questi aspetti vedi ora Silvano Montaldo, Donne delinquenti) e che deve muoversi e agire in funzione di esso, ma lo codifica, lo perfeziona e, soprattutto, lo inasprisce. In generale la stretta repressiva del regime risulta evidente dall’impennata degli internamenti: dai sessantaduemila del 1927 si arriva a quasi novantacinquemila nel 1941 (p. 57); cifra impressionante se si considera che una malattia come la pellagra, che in decenni precedenti era stata una delle cause principali dei ricoveri in manicomio soprattutto nelle regioni centro-settentrionali, era quasi scomparsa. Inoltre, da un lato il potere di intervento di questori e prefetti viene ampliato e anche ai medici condotti viene imposto di “denunciare” all’autorità locale di pubblica sicurezza gli infermi di mente sospetti di essere pericolosi a sé e agli altri (p. 49); dall’altro il regime amplia la rete manicomiale, soprattutto in meridione, e affianca ai manicomi altre strutture (sanatori, Dispensari di Igiene Mentale) investite del compito di decongestionare gli ospedali psichiatrici (un problema che si trascina da decenni), e di separare accuratamente i sani dai malati.

In questo senso le teorie della follia morale e della degenerazione e dell’antropologia criminale messe a punto nel corso dell’Ottocento costituiscono un sostegno molto solido per il regime, ma nel ventennio si innestano altri fattori: il problema demografico e la questione della razza. Dunque, nelle continuità si registrano delle discontinuità, delle novità introdotte dal regime.

Pannello della mostra documentaria: L’anomalia del sentimento

Anche il problema demografico non era nuovo (vedi Carl Ipsen, Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista). In Italia diviene assillante dopo quella immane catastrofe che era stata la Grande Guerra. La prima guerra mondiale non aveva soltanto posto di fronte ai medici turbe mentali del tutto nuove che avevano investito i soldati (su questo si veda Antonio Gibelli, L’officina della guerra; per un caso di studio, Fabio Milazzo, Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)), ma avendo falcidiato una generazione di giovani uomini destava ora forti preoccupazioni anche per quanto riguardava le donne cui spettava il compito di “rigenerare” le forze fisiche e morali della nazione con un materiale umano (maschile) fortemente traumatizzato e decimato (si veda la testimonianza del dott. Cazzamalli a p. 62).

Di qui la necessità di fissare nel modo più saldo possibile la donna all’interno della famiglia e di inchiodarla alla sua missione sociale primaria: figliare, possibilmente a getto continuo. In questo modo la psichiatria incrocia il progetto eugenetico e razziale del regime e le donne si ritrovano tra l’incudine e il martello, strette in una morsa che assottiglia il confine tra controllo sociale e repressione. Accattonaggio e vagabondaggio, ad esempio, erano finiti da tempo sotto l’attenzione degli psichiatri e mendicanti e vagabondi conoscevano bene le mura dei manicomi; ma nel caso delle donne è sufficiente l’assentarsi da casa, il “vagare” in un raggio di pochi chilometri, per far scattare l’internamento. Per non dire di atteggiamenti che non collimavano perfettamente con la missione loro affidata dal regime: donne che non facevano o facevano pochi figli, che seguivano la moda, che intendevano dimagrire o che, in qualunque modo, mostrassero indipendenza di pensiero e un comportamento conseguente, finivano immediatamente in manicomio, anche a scopo preventivo (il “pubblico scandalo” era una delle motivazioni che – da sempre – giustificavano l’internamento).

La “normalizzazione” fascista

Accusare queste donne di essere affette da isteria, da tare ereditarie, di essere antisociali e perciò meritevoli di venire rinchiuse divenne straordinariamente facile non solo per le autorità o per i medici, ma anche per famigliari e vicinato desiderosi di liberarsi di presenze ingombranti o che faticavano a gestire. Isteriche, malinconiche, donne violate, da vittime diventano colpevoli: scontano la colpa di avere desideri, di non volere, o riuscire a omologarsi ai ruoli tradizionali loro assegnati, di non riuscire a sopportare una vita di stenti e di fatiche. Per queste donne la sofferenza mentale diventa allora una via di fuga da una realtà insopportabile. L’isteria ne è un esempio probante. Nel concetto di isteria, “ripropost[o] dai medici fascisti […] finirono per essere condensati tutti i caratteri più eversivi della devianza incarnati da corpi squalificati che […] avevano assunto un carattere patologico e si erano rivelati inadatti alla vita moderna” (p. 130). In realtà, dalle moltissime “tracce” delle ricoverate disseminate dall’A. nel corso del libro, di “vita moderna” vi è molto poco: ciò che emerge invece – qui, come in altre monografie – è invece un contesto caratterizzato da una generale povertà: una ricoverata, arrivata in manicomio in precarie condizioni fisiche anche perché malnutrita, spera di essere a breve dimessa con un sussidio (p. 121, è un caso, ma le testimonianze indirette sono molte). (Sarebbe auspicabile che l’A., benché l’abbia fatto anche nella monografia dedicata al manicomio, sfrutti questo immenso materiale per registrare continuità, rotture e mutamenti anche di carattere generale nelle zone che facevano riferimento a Teramo). Questo per dire che gli psichiatri, quando incapaci di comprendere, non esitano a forzare le interpretazioni; anziché individuare nel sintomo isterico l’espressione di un profondo dolore morale e il tentativo di comunicare situazioni oppressive e una richiesta di aiuto, i medici – maschi – vi vedevano un “castigo igienico per la negazione della natura proprio della donna” (p. 132).

“Castigo” poi curato con malarioterapia, insulinoterapia o elettroshock, rimedi di dubbia se non nulla efficacia quando non dannosi (sui quali si veda Valeria Babini, Liberi tutti. Manicomio e psichiatria in Italia). Eppure, come testimoniano le lettere in Appendice al testo, nemmeno il manicomio – una macchina perfetta per schiacciare e annullare la personalità delle persone, come ben sapevano i medici fin dai tempi della sua fondazione – è riuscito a spegnere del tutto la vitalità di queste donne.

Conclusioni

Merito dell’A. è di averle riportate alla luce. Ma non è l’unico merito di Malacarne, un libro di grande freschezza narrativa. Oltre allo scavo archivistico, che riporta numerosissime testimonianze ricavate dalle cartelle cliniche, il libro è frutto anche di uno studio approfondito di riviste scientifiche dell’epoca (sulle quali vedi: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti)) e della produzione storiografica in merito.

Malacarne è un ottimo libro, che merita di essere letto con attenzione. Buona lettura.

la città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola

Un ricco portale sui manicomi di Imola realizzato da giovani studenti.

Circa un anno fa sono stato coinvolto in una serie di progetti e eventi in alcune scuole superiori di Imola. In quanto autore di una monografia sulla storia del manicomio della città, ho tenuto in alcune classi degli incontri sulla storia di quella istituzione che è stata per oltre un secolo al centro della vita economica e sociale della loro città.

Da quella esperienza poi, autonomamente per quei giovani studenti, è maturato un progetto estremamente interessante: La città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola.

Si tratta di un portale, completamente realizzato dagli studenti, che raccoglie interviste, immagini, storie, cartelle cliniche ed altro ancora e che fornisce le informazioni principali e necessarie sulle istituzioni manicomiali della città di Imola.

Oltre che estremamente ben fatto, il progetto verrà progressivamente arricchito con la messa in rete di nuovo materiale. Un’esperienza estremamente gratificante per me in quanto studioso e che dimostra di quali e quante potenzialità abbiano i giovani. Potenzialità e capacità troppo spesso relegate in un angolo e non valorizzate a dovere.

(Intanto, per chi volesse approfondire la storia dei manicomi e della psichiatria, oltre ad alcuni miei lavori indicati alla pagina Chi sono, qui può vedere: Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918), John Foot, La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978). Giornale di Storia. Un numero monografico su follia, psichiatria e manicomi. Su manicomi, psichiatria e psichiatri: Carte da legare – Archivi della psichiatria in Italia, ASPI – Archivio Storico della Psicologia Italiana, Architettura: portali, opere e riviste)

Buona visione: La città dei matti. Memorie dai manicomi di Imola

lo storico della domenica
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