Recensione. Matteo Loconsole: Paolo Mantegazza

Curiosa figura quella di Paolo Mantegazza, “pioniere della sessuologia” (p. 12) dai molti interessi e dalle molteplici attività. C’è un Mantegazza cultore delle scienze naturali, dell’antropologia e dell’etnologia, come c’è un Mantegazza politico e giornalista, igienista e romanziere, pedagogo e divulgatore.

Campi del sapere disparati che riflettono non soltanto la sete di sapere e di cultura di uno studioso particolarmente curioso, ma anche – e forse soprattutto – un’epoca. Quando Mantegazza inizia la sua attività il Paese sta per inoltrarsi in tempi di veloci e in alcuni casi profondi cambiamenti. L’unificazione, in primo luogo (era nato nel 1831 a Monza e i suoi primi saggi sono dei primi anni Cinquanta) che gli porta sotto agli occhi un paese che deve ancora essere in gran parte conosciuto, scoperto, nelle sue culture, mentalità, abitudini ecc. Un Paese ancora prevalentemente agricolo, arretrato in molte sue parti e che soltanto a macchia di leopardo inizia ad essere interessato dagli effetti della seconda rivoluzione industriale.

“La produzione divulgativa mantegazziana – osserva Loconsole -, per sua stessa natura antidogmatica, rivolta a tutti e a nessuno […] era stata pensata dall’autore nella forma di un vadevecum, una bussola dell’igiene fisica e morale, cui il popolo italiano avrebbe potuto fare riferimento al fine di imparare a meglio gestire la propria esistenza in tutte le incombenze della quotidianità” (p. 84).

Un popolo da educare dunque, ma non nella sua completezza. L’analfabetismo rimase su percentuali assai alte almeno fino alla fine dell’Ottocento, soprattutto nelle campagne non solo meridionali, e questo limitava l’ampiezza del pubblico che poteva usufruire degli insegnamenti di Mantegazza.

Da questo punto di vista Mantegazza dispone di uno spazio d’azione enorme: le molte inchieste promosse da governi, province e singoli studiosi fotografano un Paese che necessita di numerosi interventi e lo studioso monzese li individua con sicurezza: “gli italiani non sanno bere, non sanno mangiare, non sanno dormire”, sprecano le proprie energie “e quando si ammalano” cadono vittima di ciarlatani, folklore e “pregiudizi” (p. 101). Il suo intento è redimerli educandoli proponendo loro almanacchi (ne scrisse più di quaranta) e opere divulgative scritte in modo chiaro, diretto e semplice.

Se non che, com’è noto, per la grandissima maggioranza degli italiani il passaggio da sudditi a cittadini avviene con estrema lentezza ed è spesso ostacolato dalle classi dirigenti (su questo si veda, ad esempio, Renato Zangheri, Storia del socialismo italiano (vol. 1). Più in generale, miseria e ignoranza vengono criminalizzate e/o medicalizzate dalle élites alla guida del Paese che si sentono minacciate su più versanti: quello clericale, ostile al nuovo stato unitario, quello di sinistra, col movimento anarchico e socialista in fase di sviluppo, quello di gran parte del “popolo” che porta con sé tare che ne minano la salute psico-fisica dovute ad arretratezza, miseria e ignoranza.

Non a caso la prevenzione, uno dei precetti cardine dei medici e degli igienisti positivisti, è anche per Mantegazza lo strumento più idoneo alla formazione di una popolazione sempre più sana, in salute e affidabile anche per quanto riguarda la salute mentale. Consapevole di questi ostacoli, Mantegazza impronta anche la sua carriera politica – prima alla Camera poi al Senato – a “mezzo per portare al centro dell’opinione pubblica e della amministrazione italiane temi che avrebbero rischiato di non essere trattati con la dovuta accortezza” (p. 65).

Un secolo borghese e “nevrosico”

Tanto più che ai mali antichi, “atavici” del paese – per usare un termine di Lombroso che Mantegazza (a ragione, secondo me) non ammirava – se ne sommavano di nuovi. Parlando dell’Ottocento come di un “secolo nevrosico” egli dimostrava di essere interessato soprattutto agli effetti della seconda rivoluzione industriale: le ferrovie, il telegrafo, l’urbanizzazione, gli effetti del lavoro intellettuale sulla psiche: aspetti che indicano la modernità, un’accelerazione del vivere che dalla fine del XIX secolo cominciò ad interessare alcune zone molto limitate e alcune città.

Gli effetti del progresso (della “civilizzazione” come si diceva allora) sulla popolazione erano studiati da tempo dai medici, soprattutto in Belgio, Francia e Gran Bretagna; Mantegazza non fu l’unico ad indagarli (ad esempio, a testimonianza del ritardo italiano, gli Annali d’Igiene, diretti proprio da Mantegazza, sono di un cinquantennio successivi all’omonima rivista francese). Anche alcune sue conclusioni non erano nuove: ad esempio, la sua idea di “salute gerarchica” (vale a dire nell’imparare ad “accettare il proprio satus sociale“, p. 104), sia pure in altri modi, la si ritrova esposta in molte opere. Vero è che Mantegazza non scartava affatto l’ipotesi di crescita individuale nel campo delle professioni, ma le inseriva nel filone del “selph-help”, dell'”aiutati che di Dio ti aiuta”, un filone di pensiero che raccomandando una vita sobria, di duro lavoro e di risparmi, depoliticizzava i lavoratori e li rendeva perfettamente integrabili nel quadro della società borghese che si stava rafforzando.

I “confini” entro i quali si muove il medico monzese sono quelli della società borghese: i 50 centesimi necessari per acquistare i suoi almanacchi erano al di fuori delle disponibilità economiche della maggior parte della popolazione (p. 105). Non di meno, il fatto stesso che i suoi testi circolassero abbondantemente e vendessero bene dimostra l’esistenza di un mercato in espansione e quindi anche un modificarsi della società e dei ceti produttivi. Mi pare che anche l’A. sia sulla stessa linea interpretativa: “Sembra, quindi, che l’opera di Mantegazza si adattasse, più che al popolo tout court, ad un pubblico di non specialisti” (p. 105).

Meriti e contraddizioni

Scegliendo la borghesia e quei gruppi artigianali piuttosto ristretti in grado di vivere discretamente al punto di potersi permettere di spendere qualcosa per qualche vizio, curiosità o modeste ambizioni personali, quale terreno su cui muoversi, Mantegazza ne individuò molti limiti e pregiudizi e, allo stesso tempo, ne incarnò pregi e difetti.

Assumendo una posizione indubbiamente progressista, egli fu uno dei pochi sostenitori del diritto al divorzio. Il rapporto che Mantegazza ebbe con l’universo femminile fu contraddittorio: riconobbe alle donne un ruolo sociale importante e le ritenne un soggetto “la cui educazione era per molti aspetti assimilabile a quella dell’uomo”. Di più: in antitesi col pensiero dominante dell’epoca, egli attribuiva alla donna “una maggiore sensibilità sessuale e, quindi, una innata predisposizione a godere più dell’uomo durante gli amplessi” (p. 188) . Posizioni avanzate e tutt’altro che scontate (sulla sensibilità sessuale delle donne si veda il quadro tracciato da Marzio Barbagli Comprare piacere ), inserita in un più vasto proposito pedagogico e igienico sanitario tendente a “debellare”, in materia di sessualità, il “moralismo tartufesco di ispirazione cattolica” e tuttavia, non di rado, ricade poi in una concezione della donna, tipica del suo tempo, inferiore all’uomo inserita in un contesto patriarcale (pp. 110-111). A ragione Loconsole afferma che Mantegazza fatica ad uscire da certi stereotipi e pregiudizi del suo tempo e del suo contesto sociale e culturale (p. 111, 197).

Mantegazza infatti risentì pesantemente degli indirizzi scientifici dell’età positivista e, in particolar modo, dell’eugenetica, portandolo su posizioni repressive piuttosto che pedagogiche (Su questi aspetti è opportuno vedere Silvano Montaldo, Donne delinquenti): ciò vale ad esempio, per la condanna senza appello per l’onanismo e qualunque altro atto “contro natura”, alla tolleranza (se non alla difesa) della prostituzione quale male minore e perfino il divorzio era pensato dallo scienziato monzese come una opportunità per le donne non tanto di liberarsi di uomini indesiderati ma per meglio ponderare e poter scegliere “il loro ” (p. 125), il loro matrimonio.

Besnard Albert, La prostitution

Anche nel caso del matrimonio le posizioni di Mantegazza furono contraddittorie. Da un lato, considerò la donna inferiore all’uomo (p. 184) e le attribuì il ruolo di custode del focolare domestico anche in virtù della propria conformazione naturale (p. 188); dall’altro – assumendo una posizione originale e progressista – considerò la contraccezione una eventualità accettabile (pp. 166-67). Ma anche in questo caso l’influsso dell’eugenetica risulta evidente: a suo parere la contraccezione è una forma di “perversione minore”, tollerabile e anzi talvolta necessaria essendo il matrimonio l’unica unione atta a procreare una stirpe sana e non afflitta da degenerazioni. Per questa ragione, in quanto procreatrice, le donne dovevano essere educate fin dall’infanzia al ruolo che avrebbero un giorno ricoperto . Una posizione, quest’ultima, che solo apparentemente cozzava con un altro suo precetto secondo il quale era bene che le madri raccontassero alle figlie senza reticenze “la verità sul sesso […] senza nascondere nulla” (p. 183).

Conclusioni

Ho toccato soltanto alcuni temi trattati da Loconsole in questo libro ricco di spunti. Ve n’è uno però, che forse meriterebbe qualche attenzione. L’A. ha mostrato giusta attenzione nel confronto Nord/Sud del Paese. C’è però un’Italia di mezzo, non solo geograficamente, che è quella dell’Italia centro settentrionale caratterizzata da un’agricoltura non arretrata e dalla corposa presenza mezzadrile e bracciantile. Sono soggetti che Mantegazza ha guardato (vedi, Adriano Prosperi, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento) e che meriterebbero maggiore attenzione. Non vuole essere una critica, piuttosto un suggerimento per ulteriori approfondimenti.

Infatti Loconsole ha evitato la trappola nella quale molto spesso cadono i biografi: quello di “innamorarsi” del recensito. Le sue osservazioni in sede di valutazione sono ponderate e persuasive, in un libro ricco di curiosità, informazioni bibliografiche e che si legge con piacere.

Buona lettura.


 

Entrare “di traverso” nella storia

Tempo fa ho letto da qualche parte che Paul Ginsborg, uno storico inglese molto conosciuto anche da noi, decise di diventare uno storico mentre accompagnava suo padre nelle visite che faceva per lavoro. Suo padre era un medico e così il giovane Paul poté osservare in prima persona le abitazioni, le abitudini, il vestiario, i consumi, il lavoro, il tenore di vita dei pazienti di suo padre. Ginsborg entrò nella storia non, per così dire, dalla porta principale – la “Grande Storia” della politica della diplomazia, delle guerre ecc. – ma lo fece dal basso e, come ho scritto nel titolo, lo fece “di traverso”.

Del resto non so se il giovane Ginsborg avesse letto un filosofo arabo dell’antichità che consigliava di studiare la storia da una posizione defilata, “in diagonale” (diciamo così).

Ginsborg ebbe un buon maestro per diventare uno storico. La storia della medicina è un ottimo sentiero per entrare nella storia: storia della salute, del progresso scientifico, della clinica, ospedali e manicomi… certo, ma la medicina si allaccia al lavoro, all’alimentazione, all’igiene delle città delle case dei luoghi di lavoro…

Ne fossero consapevoli o meno i medici ci hanno consegnato una massa di materiale enorme per comprendere il passato. Soprattutto con le trasformazioni provocate dagli enormi vulcani che furono la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese gli appunti, le relazioni e le opere dei medici ci inoltrano nei meandri profondi della storia.

Si potrebbe obiettare che questo discorso vale per tutte le branche della storia: la storia dell’agricoltura non si risolve semplicemente nella evoluzione delle tecniche di coltivazione, ma implica rapporti agrari, diversità di soggetti – braccianti, mezzadri ecc. – lo studio del clima, delle stagioni, della viabilità, dei mercati ecc. E così, per tutti gli altri aspetti della produzione umana. Sono considerazioni che condivido.

L’importanza delle fonti

Credo però che la storia della medicina permetta di arrivare più in profondità. Chi ha letto la recensione a Lucio Villari: Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento e, soprattutto, a Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento ha prove di quanto si possa scoprire e indagare con queste immersioni.

Molti autori prediligono questa scelta – valgano ad esempio i nomi di Della Peruta e Sorcinelli – (li incontreremo pian piano, il tempo è quello che è e recensisco molto meno di quanto vorrei. Intanto, sulla medicina in generale si possono leggere: sulle connessioni tra medicina e Rivoluzione francese: Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione; Lindsey Fitzharris: L’arte del macello. Come Joseph Lister cambiò il mondo raccapricciante della medicina vittoriana; sulla “spagnola” si può vedere l’ottimo libro di 1918. L’influenza spagnola e, per il caso italiano, Eugenia Tognotti: La “spagnola” in Italia).

Qui però mi importa segnalare alcune – pochissime rispetto al materiale esistente – di queste opere di prima mano che possiamo leggere e consultare grazie alle biblioteche digitali e che ci permettono di entrare nella storia “di traverso”.

Il ventaglio è ampio. Come ho già detto altrove la Wellcome Digital Library sta digitalizzando molte riviste in collaborazione con Internet Archive. Stralcio quindi qualche saggio a titolo di esempio.

Possiamo vedere da vicino epidemie: dal Bullettino delle scienze mediche di Bologna (vol. 12, 1835) ne troviamo una cholera morbus in Toscana e Genova: https://archive.org/details/s8id13293180/page/191 (sul colera a Bologna il mio amico Emanuele Catone mi ha segnalato una mostra organizzata dall’Archiginnasio di Bologna con relativa bibliografia: Colera a Bologna) nel volume 10 del 1846 troviamo una relazione sulle malattie contagiose nel piccolo paese di Cotignola: https://archive.org/details/s8id13293400/page/26; sui risultati delle vaccinazioni a Parma ci dà notizie il Giornale della società medica di Parma nel decimo volume : https://archive.org/details/s6id13303680/page/319; di un’epidemia di vaiolo a Pavia sappiamo qualcosa grazie agli Annali Universali di Medicina (vol 60, 1831): https://archive.org/details/s12id13209270/page/76

Gli Asili infantili a Bologna possono essere indagati nel settimo volume del Bullettino delle scienze mediche di Bologna: https://archive.org/details/s8id13293610/page/n4, sempre su Bologna abbiamo informazioni sulla prostituzione nel volume 23 della stessa rivista (1863): https://archive.org/details/s8id13293670/page/n4; sull’educazione de’ pazzi ci parlano gli Annali Universali di Medicina nel volume 46 del 1828 https://archive.org/details/s12id13209120/page/225.

Lo sguardo dei Medici

Si tratta di lavori che poi spesso gli autori amplieranno nelle “topografie mediche”, lavori più ampi e articolati. Google Libri ce ne regala moltissime (è sufficiente digitare “topografia medica”). Sono testi che non restituiscono la voce delle classi popolari. Ci restituiscono i pensieri dei medici che le curavano e le studiavano. Ma lo “sguardo” del medico – e soprattutto del medico condotto – era stato trasformato dalla riforma della medicina introdotta dalla Rivoluzione francese. Intellettuale – e quindi appartenente alla classe dirigente – il medico viveva però a contatto con i ceti più umili o imparava a conoscerli nelle corsie di ospedale.

Il loro sguardo entrava appunto “di traverso” nella storia. Non è un caso se molti di loro, proprio stando a contatto con le condizioni spesso disperate delle classi popolari, maturarono idee democratiche, radicali, anarchiche e socialiste. Non è un caso se negli Annali Universali di Medicina troviamo un saggio su un argomento solo in apparenza lontano dal tema della rivista come può essere quello sulle Cinque giornate di Milano (vol. 125, 1848): https://archive.org/details/s12id13209930/page/595

La stessa cronologia delle riviste ci dice molto non soltanto sulla storia della medicina in quanto tale, ma anche sui problemi che ad essa si connettevano. Da noi, ad esempio, non è un caso se le riviste e le pubblicazioni incentrate sull’igiene appaiono più tardi rispetto ad altri Paesi: il Giornale della Società Italiana di Igiene iniziò le pubblicazioni soltanto nel 1879. Lo stesso discorso vale per la psichiatria (Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti)).

I temi e le diramazioni per entrare nella storia “di traverso” sono molte per essere riassunte in un unico articolo. Mi fermo qui concludendo che queste monografie e i saggi sulle riviste che ho indicato (ma ovviamente ce ne sono molte altre) ci rimandano una massa di informazioni preziose per capire meglio la storia del nostro Paese.