Recensione. Paolo Nencini: La minaccia stupefacente. Storia politica della droga in Italia

Un titolo del genere non poteva non attirare la mia attenzione. La minaccia stupefacente, titolo bellissimo e accattivante quello scelto da Paolo Nencini per un libro unico nel suo genere – almeno in Italia, dove gli storici si sono occupati poco della storia delle droghe. Col sottotitolo – Storia politica della droga in Italia – invece, Nencini ha voluto dar prova di modestia. Questo libro è molto di più di una storia politica: l’uso delle droghe può essere una lente di ingrandimento per indagare la storia delle classi sociali, la storia sociale tout court, ma anche storia della medicina e dell’industria farmaceutica, dei movimenti giovanili, una storia comparata e anche una storia giuridica.

Quando?

In un film di grande successo, “Romanzo criminale” c’è una scena in cui la banda festeggia contando una marea di soldi, i proventi del traffico di eroina. Del resto, basta sfogliare le pagine dei quotidiani dalla fine degli anni Settanta fino ad almeno la metà del decennio successivo per farsi un’idea della diffusione delle sostanze stupefacenti nel nostro paese. Ma quand’è che in Italia la droga è diventata un problema sociale?

In Italia gli inizi sono molto diversi da quelli di altri paesi europei, Francia e Gran Bretagna soprattutto. In questi due paesi, dove la Rivoluzione industriale si è innescata prima che altrove, l’uso o l’abuso di sostanze psicotrope se non imponente è però già visibile dalla seconda metà dell’800. Indubbiamente si tratta di minoranze: artisti, soprattutto in Francia o, meglio, a Parigi; ma anche borghesi annoiati e curiosi di provare nuove sensazioni. In Gran Bretagna però, nelle bettole frequentate dagli operai da tempo il gin ha soppiantato la birra e le bevande alcoliche a gradazione più bassa. Le descrizioni della Manchester di Engels sono eloquenti: l’alcolismo è già non soltanto indice di alienazione del lavoro, ma problema sociale diffuso e non soltanto nella classe operaia (su alcuni di questi aspetti si veda Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari).

Édouard Manet (1832-1883), Le buveur d’absinthe, 1867 – 1868

E in Italia? In Italia fenomeno del consumo di droghe non c’è o resta limitatissimo fin dopo la prima guerra mondiale. Al contrario di quanto accadeva in Inghilterra, dove il consumo di pillole di oppio era notevole anche nei ceti popolari e nella classe operaia, gli italiani si dimostravano immuni da questi vizi. Nemmeno le circoscritte élites intellettuali e artistiche hanno sperimentato i “paradisi artificiali” indotti dalle sostanze stupefacenti in misura paragonabile a quanto era possibile verificare in Francia e in Inghilterra.

Si tratta di una refrattarietà che può essere spiegata col provincialismo italiano non solo di tipo culturale. L’Italia rimase a lungo un paese agricolo, poco industrializzato e disseminato di piccole città spesso interdipendenti dalle campagne circostanti. La correlazione, tipica delle società industrializzate, tra poco tempo a disposizione e consumo di sostanze – alcoliche o psicotrope – capaci di garantire un effetto quasi immediato, in Italia poggia su basi troppo fragili: la percezione del tempo e l’uso del tempo sono diversi, restano ancorati al tempo delle campagne, a lavori faticosissimi ma più lenti e che escludono almeno in parte i meccanismi coercitivi dell’alienazione del lavoro di fabbrica che sottraggono tempo all’operaio esasperato da un lavoro faticoso, monotono, mal pagato e che gli ruba tempo (a Manchester i farmacisti passavano il sabato a confezionare pillole di oppio a 1 a tre grani ben sapendo che la sera le avrebbero vendute agli operai perché meno costose dell’alcol, vedi p. 33). Se questo è vero, allora non è tanto l’essere la tradizione vinicola italiana a dimostrarsi più tenace che altrove a mantenere il problema delle droghe sul versante dell’alcolismo, ma è il tempo lavorativo e sociale ad essere più adatto al consumo di vino che di oppiacei. Non a caso, la proposta di Mantegazza di importare foglie di coca dal Perù, rimasto colpito dalla resistenza fisica dei contadini peruviani dovuta alla masticazione delle foglie di quella pianta, per poi rivenderle a basso prezzo ai contadini come tonico e surrogato di un’alimentazione spesso insufficiente, non viene nemmeno presa in considerazione.

L’alcol è infatti la vera droga delle classi popolari italiane e non a caso comincia ad essere percepito come problema sociale dalle classi dirigenti italiane dall’ultimo quarto dell’Ottocento, in concomitanza all’innesco di una decisa industrializzazione in alcune zone del Paese. Sarà proprio l’alcol la “benzina” della fanteria mandata al macello in quell’immane moria che fu la prima guerra mondiale (su questo vedi anche: Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918)

L’innesto involontario

Dunque l’uso di morfina, eroina e cocaina in Italia si qualifica come un fenomeno urbano e, fino al ’68, riservato alle grandi città, ma pur sempre in modo limitatissimo: Enrico Morselli, uno degli psichiatri più illustri di fine Ottocento, riferiva che pur lavorando tra Genova e Torino “dove la vita moderna ferve in tutta la sua intensità […] il cocainismo e lo stesso morfinismo sono relativamente rari” (p. 105).

Il fatto curioso è che a “sdoganare” gli oppiacei verso il basso è proprio la prima guerra mondiale e lo fa del tutto involontariamente. Le proprietà sedative della morfina e della cocaina erano conosciute da tempo ed è per placare in breve tempo i dolori provocati dalle ferite che i medici, abbondando nei dosaggi, creano di fatto delle schiere di probabili tossicodipendenti (pp. 208 ssgg.).

Ma anche tenendo conto di questa situazione del tutto contingente l’uso di queste sostanze resta estremamente limitato ai frequentatori di café-chantant, al mondo più o meno promiscuo di gente dello spettacolo, di certi caffé, di pochi che hanno preso il vizio a Parigi. Le non molte statistiche stilate dai medici confermano la marginalità del fenomeno (capitolo VI, in particolare, pp. 197 e ssgg).

Nondimeno esiste. Antonio Gramsci, osservatore acutissimo del suo tempo, lo osserva e lo denuncia a Torino; viene segnalato a Firenze (che tradizionalmente ospita nutrite colonie di turisti stranieri, vedi: Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità) e a Roma. Un romanzetto da quattro soldi, “Cocaina”, del più che ambiguo Pittigrilli, pur non avendo alcun valore letterario coglie però una curiosità pruriginosa abbastanza diffusa nella borghesia cittadina, un voler guardare dal buco della serratura un mondo e un vizio semisconosciuto ma sensibile e ricettivo e che può o vorrebbe trasformarsi in consumatrice (p. 222).

L’esperienza di Fiume, guidata da D’Annunzio che è cocainomane, la estende ulteriormente e un’altra ondata si registra con l’emergere dello squadrismo: nelle squadracce fasciste la cocaina gira e, noto en passant, può avere avuto un peso tutto da valutare nel reclutamento di gente disposta a tutto pur di trovare i soldi per drogarsi.

Tuttavia l’uso di oppiacei continua a restare faccenda di pochi italiani. A lungo manca una legislazione in proposito (arriverà soltanto nel 1923) e l’importanza del ruolo e della posizione italiana a livello internazionale nel contrasto al traffico di droga non è dovuto al consumo interno ma alla posizione geografica del Paese che, stendendosi nel cuore del Mediterraneo, si trova al centro dei traffici. Hascish e cocaina girano nei porti italiani, ma non sbarcano; fanno tappa e finiscono altrove.

Ecco allora due primi fenomeni importanti. Il primo riguarda il consumo di droghe come metro di misura per seguire il processo di modernizzazione del Paese. Con una battuta Eric Hobsbawm disse una volta che l’Italia era passata dal Medio Evo direttamente alla modernità. Scherzava ma, pur non facendo centro, il bersaglio lo colpiva. L’Italia è rimasto un paese sostanzialmente agricolo fino a pochi decenni fa. Se si rapporta questa battuta al fenomeno della droga, si direbbe azzeccata. Ancora alla metà degli anni Cinquanta, un fine intellettuale come Oreste del Buono affermava che, per quanto riguarda la droga, “è il vizio in sé per sé che non viene preso in considerazione” (cit. a p. 296). Insomma, agli italiani della metà del secolo scorso il fenomeno della droga non interessa.

Il secondo aspetto interessa le reazioni di fronte a questo problema. Fin quando il consumo di sostanze stupefacenti riguarda cerchie ristrette, il fenomeno viene sostanzialmente tollerato; una volta che inizia a diffondersi, medici, osservatori sociali, istituzioni di beneficenza e simili iniziano ad occuparsene e a segnalarlo fino ad interessare l’opinione pubblica. A questo punto, dopo che il tema è divenuto di dominio pubblico, allora lo Stato interviene con una legislazione in proposito.

Sono tappe che l’A. illustra molto bene con dovizia di particolari e precisione. In Francia – dove tra l’altro tra i primi cocainomani si contano proprio alcuni medici – le riviste di medicina e di psichiatria pullulano di saggi e segnalazioni; in Italia la stessa identica dinamica la si osserva soprattutto per quanto riguarda l’alcol. Il fatto che una legge sul consumo di stupefacenti arrivi tardi connota ulteriormente la particolarità del nostro Paese.

Se la comparazione dell’Italia con gli altri stati serve all’A. per stagliare la particolarità del caso italiano, il libro è anche un lungo viaggio nella società e nella storia di altri paesi (in particolare i capitoli 1 e 3 ma non solo) e, allo stesso tempo una miniera di informazioni e di spunti per approfondire temi quali le case farmaceutiche o la pubblicità su riviste scientifiche e giornali ad ampia tiratura.

Una chiusura consapevole

Nencini chiude la sua ricerca alla fine degli anni Sessanta. Consapevoli del fatto che tempo storico e tempo cronologico non combaciano quasi mai, gli studiosi hanno difficoltà a trovare la “data giusta” per chiudere un’opera. La scelta di Nencini è però dettata da un senso profondo del tempo storico. L’A. sa che dai primi anni Sessanta del secolo scorso il Paese entra in una fase di cambiamento sempre più veloce e convulsa; il paese contadino, “lento”, tradizionalista anche nei vizi entra in dissoluzione. Si affacciano nuovi problemi e nuovi protagonisti: i giovani irrompono sulla scena con la musica, coi viaggi, con le mode, col ’68, diventano perfino un settore del mercato; le campagne iniziano a svuotarsi; le città operaie del Nord fagocitano mano d’opera. Eroina e cocaina diventano vizi diffusi, ma bisogna capire perché. Come mai un Paese che a lungo è rimasto indifferente all’uso generalizzato di droghe a un certo punto della sua storia le accoglie? Questa è la domanda sottaciuta dell’A. E a questo punto, di fronte a questo problema storiografico e sociologico enorme – credo – la consapevolezza dell’A. di doversi inoltrare su terreni quasi inesplorati e difficili, si ferma. Nencini non si accontenta di generalizzazioni – il “riflusso”, “i giovani”… – e banalizzazioni – “l’uso di droghe c’è sempre stato”…

A mio parere è una decisione meritoria, che testimonia una consapevolezza della storia e del ruolo di chi la studia rara nei non specialisti, e una serietà metodologica e scientifica che trapela in tutto il libro. Nencini ha frugato ovunque: letteratura scientifica, storica e fonti letterarie e archivistiche compongono un imponente apparato di note.

L’unico difetto di questo libro veramente bello e importante è la mancanza di un indice dei nomi. Per il resto siamo di fronte a un’opera che meriterebbe davvero un’ampissima diffusione.

Buona lettura.

[PS. Sono “debitore” a questo libro per avermi ispirato un saggio basato su fonti psichiatriche e manicomiali: Droghe di guerra. L’ambiguo uso degli oppiacei dalle trincee al primo dopoguerra, in Carlo De Maria (a cura di), Dalla fine della Guerra alla nascita del fascismo. Un punto di vista regionale sulla crisi del primo dopoguerra (Emilia-Romagna 1918-1920), pp. 267-277)].


Recensione. Silvano Montaldo. Donne delinquenti.

Un libro ricchissimo che ripercorre la genesi e la storia della criminologia con particolare attenzione alle donne delinquenti.

Una precisazione va fatta subito a proposito del libro di Montaldo. Il titolo è riduttivo: c’è molto di più delle donne delinquenti in questo libro. Un’opera che offre una documentazione ricchissima su molti temi.

Ma veniamo al punto. Come mai a un certo punto della storia un fenomeno sociale diventa un problema? Perché con il XIX secolo medici, giuristi, uomini delle istituzioni, “psichiatri” (che per un trentennio almeno non si chiamavano ancora così), frenologi, “sociologi” (anche questa una professione nata nell’800), studiosi di statistica, benefattori/trici e altri ancora cominciarono a occuparsi sempre più – e con apprensione crescente – della delinquenza femminile?

“Psichiatria”, manicomi, medicalizzazione della delinquenza son prodotti della “duplice rivoluzione” che ha plasmato il mondo contemporaneo: Rivoluzione industriale e Rivoluzione francese, vale a dire l’ascesa, inarrestabile fino ad oggi, della borghesia. E con essa, dei suoi valori, delle sue conquiste e dai suoi pregiudizi.

Vi è una probabilità molto alta che, almeno in certe sfere della società, in coincidenza con l’evolversi degli effetti la Rivoluzione industriale e a partire dall’ascesa di Napoleone, la condizione delle donne conobbe un peggioramento sostanziale rispetto al secolo precedente. (Se non altro, nella misura in cui i romanzi fanno riferimento alla società, la protagonista delle “Relazioni pericolose” di Coderlos de Laclos è una donna che dispone di un patrimonio, che si sceglie gli amanti, che dispone come vuole della propria libertà).

Fare la guerra – il “motore” della politica napoleonica – significa poter disporre di soldati; per disporre di soldati occorrono famiglie; favorire la moltiplicazione della famiglia in funzione della prolificità vuol dire limitare la libertà dei singoli e delle donne in particolare. Fare la guerra significa produrre armi, vestiario, scorte, strade. Potere politico e potere economico si saldano progressivamente – in alcune congiunture, non in tutte ovviamente – a scapito delle donne.

Il loro spazio sociale si restringe con l’inoltrarsi del secolo fino alla reclusione tra le mura domestiche o poco oltre. A convergere in questa direzione sono gli stessi protagonisti indicati sopra (medici, amministratori ecc.) i quali finiscono con l’affermare e con la stabilire una condizione di inferiorità della donna rispetto all’uomo che passa attraverso la diversità tra i due sessi che ne accentuano debolezze fisiche e mentali (impressionabilità, eccitabilità, “isteria”) e “vocazioni”. La “naturale” vocazione alla procreazione diventava anche “naturale” inferiorità fisica, psicologica e mentale. Eppure le statistiche – sempre più raffinate e affidabili – dimostravano che la tendenza delle donne a delinquere era di molto inferiore a quella dell’uomo. Il punto era lo stabilire il perché.

Per un senso del pudore molto più marcato delle donne rispetto all’uomo? Perché naturalmente meno votate alla delinquenza? O semplicemente perché disponendo di minore libertà rispetto agli uomini avevano minori possibilità di delinquere?

La questione venne complicandosi con l’emergere della “questione sociale”, una definizione nebulosa che stava ad indicare questione del lavoro, del pauperismo, delle condizioni igieniche ecc. che riguardava il nascente proletariato e il sottoproletariato. Si complicava soprattutto in rapporto a come le donne disponevano del proprio corpo e della propria sessualità. Gli studi sulla prostituzione si moltiplicarono vorticosamente in tutti i paesi. Man mano che la Rivoluzione industriale svelava sempre più la povertà dei lavoratori e li prese a considerare “classi pericolose”, il confine tra prostituzione e reato si assottigliarono. La psichiatria entrò nel dibattito e lo influenzò profondamente: se la missione “vera”, “naturale” della donna era la maternità la prostituzione diventava un fenomeno destabilizzante dal punto di vista sociale. Forse ineliminabile e ritenuta da alcuni osservatori – naturalmente maschi – indispensabile allo sfogo sessuale maschile, i teorici della “degenerazione” (con la quale venivano spiegate molte patologie mentali) avvertivano però che donne sciagurate come le prostitute non potevano che generare figliolanze altrettanto degenerate e che, in una sorta di caduta rovinosa nel vizio, le donne una volta superata la barriera della prostituzione poi potevano diventare delinquenti molto più pericolose – e non di rado raffinate – degli uomini.

Non si trattò affatto di un coro di voci univoco. Alcuni medici intuirono esattamente il nesso stringente tra povertà e prostituzione, anche quando le donne lavoravano. Studi molto precisi sulla prostituzione a Parigi, per esempio, dimostrava che una buona parte delle prostitute erano ragazze inurbate da poco tempo che si prostituivano saltuariamente per pagare debiti e fronteggiare altre necessità temporanee; un altro studio relativo a New York segnalava che a prostituirsi erano prevalentemente le immigrate dall’Europa, soprattutto tedesche e irlandesi. Alcuni osservatori denunciarono lo sfruttamento e i salari irrisori che condannavano le donne a prostituirsi con la condanna sociale definitiva che le colpiva e discriminava in quanto bollate come prostitute.

Questi percorsi – istituzionali, sociali, politici, medici – procedono e si intrecciano per gradi. Uno degli snodi cruciali, ottimamente delineato e discusso dall’A., fu il passaggio dal medico-filosofo allo scienziato, con la conseguente affermazione dell’organicismo nelle sue varie sfaccettature. Individuare i segni fisici dei folli, dei folli criminali e delle donne delinquenti con metodi scientifici in modo da poter prevenire il crimine o, almeno, riconoscerlo immediatamente divenne un’ossessione per molti medici e psichiatri.

La padronanza delle fonti – primarie e secondarie – dell’A. sui molti aspetti della materia è ammirevole; Montaldo si muove con sicurezza riuscendo a tenere assieme i molti fili che si dipanano dalla “diaspora” delle materie che si dipanano dal problema centrale.

L’esito e la massima espressione della criminalizzazione della prostituzione avviene con l’opera di Cesare Lombroso, al quale Montaldo dedica gli ultimi quattro capitoli del libro. Lombroso ha avuto molti biografi e storici di vaglia si sono occupati della sua opera (Bulferetti, Villa, Frigessi, Giacanelli tra i più noti). Montaldo, tra l’altro direttore scientifico del Museo Cesare Lombroso, ha tutte le carte in regola per approfondirne la figura e l’opera, che arricchisce con documentazione archivistica non solo italiana.

Montaldo ne ricostruisce l’ascesa, l’affermazione e il declino intrecciando il tragitto dello studioso veronese con le vicende culturali e scientifiche del periodo. E fa bene a sottolineare più volte che molte delle sue idee non erano frutto di sue elaborazioni originali, ma circolavano già e da tempo. Non a caso la parabola del prestigio di Lombroso in ambito scientifico internazionale declinò piuttosto velocemente quando in un paio di congressi di antropologia tenutisi alla fine degli anni ’80 le sue tesi furono demolite sistematicamente. (Va detto, e l’A. spesso lo rileva, che accanto ad ammiratori Lombroso ebbe anche osservatori quanto meno dubbiosi della scientificità della sua opera).

“La donna delinquente”, pubblicato nel 1897 e scritto a quattro mani con Guglielmo Ferrero rispecchiò il tentativo dello scienziato veronese di “risorgere” (il capitolo 5 ha appunto questo titolo). Qui la correlazione tra prostituzione e delinquenza divenne simbiosi: la prostituzione era il modo delle donne per delinquere (agli uomini, sebbene compartecipi, non veniva imputata alcuna colpa). Tuttavia il volume non presentava novità concettuali. Venivano riprese e applicate alle donne le vecchie teorie del “delinquente nato” che, nella versione femminile diveniva “prostituta nata”, riproponendo alla fin fine le sue idee dell’atavismo come tara originaria.

Così come la psichiatria italiana si era formata in ritardo (in Italia le prime due riviste importanti apparvero vent’anni e trent’anni dopo che in Francia) a causa certamente di un ritardo dovuto anche alla unificazione tardiva del Paese, le idee lombrosiane trovavano terreno fertile in un paese ancora per molti aspetti arretrato, patriarcale, paternalistico e misogino. Si può dire che l’apice di questa involuzione si sia avuta col fascismo, ma molto resta ancora da fare per superare pregiudizi, soprattutto da parte degli uomini.

Un ottimo libro da leggere per capire questioni ancora aperte e di strettissima attualità.


Recensione. Lindsey Fitzharris: L’arte del macello. Come Joseph Lister cambiò il mondo raccapricciante della medicina vittoriana

C’è stato un un tempo in cui per entrare in ospedale servivano tre cose: una malattia o un infortunio, una buona dose di disperazione e parecchio coraggio. Almeno fino alla fine dell’Ottocento l’ospedale era considerato “l’anticamera della morte”: vi si entrava, ma le probabilità di uscirne vivi erano davvero scarse.

Come dar torto a coloro che avevano questa visione apocalittica? Gli ospedali erano luoghi incredibilmente sporchi: i letti spesso non erano altro che cassoni con dentro pagliericci che erano l’habitat ideale per ospitare colonie di insetti e parassiti; escrementi, sudore, puzza di chiuso in camere poco areate; nelle corsie i letti (doppi, da quattro, a volte da sei persone) erano occupati da persone affette da malattie diverse e capitava che moribondi finissero i loro giorni fianco a fianco di gente appena ricoverata – i medici descrivevano gli odori che ammorbavano gli ospedali con l’espressione: “la cara, vecchia puzza di ospedale” (p. 10) – il personale infermieristico era sprovvisto di preparazione specifica e spesso era brutale e indifferente.

Per quel che riguarda gli interventi chirurgici di coraggio ne serviva davvero parecchio: sia da parte di chi lo subiva, sia da parte di chi lo praticava. Ci voleva del fegato sezionare un poveraccio che avrebbe sofferto molto meno che all’inferno. Prima dell’avvento della anestesia un’operazione chirurgica era uno spettacolo macabro. Ma era uno spettacolo nel vero senso della parola perché torme di studenti e di curiosi si affollavano attorno ai chirurghi che operavano.

Quello che vedevano gli spettatori erano uomini dallo stomaco di ferro con indosso grembiuli impataccati di sangue raggrumato che cercavano di fare il loro mestiere nel minor breve tempo possibile: il famoso Robert Liston, un chirurgo nerboruto, deciso e velocissimo, era in grado di amputare una gamba in trenta secondi. La velocità era essenziale per evitare che il malcapitato morisse dissanguato (anche se poi in moltissimi ci lasciavano le penne per lo shock anafilattico.

L’utilizzo del cloroformio (conosciuto da tempo ma utilizzato per la prima volta nel 1840 da un dentista di Boston) provocò l’inizio del tramonto di questa lunghissima epoca di strazio: ora i chirurghi potevano agire con più calma e avventurarsi più in profondità nel corpo o in organi più delicati.

Ammesso che l’operazione andasse a buon fine e che fossero sopravvissuti allo shock, quelli che avevano subito un intervento non potevano ancora dirsi sicuri di essere in salvo. Le probabilità che si sviluppassero infezioni mortali erano elevatissime: “intorno al 1840, in Inghilterra e Galles ogni anno circa 3000 madri morivano per infezioni batteriche come la febbre puerperale” (p. 62).

La “febbre nosocomiale” era un vero incubo e una persecuzione per la medicina del tempo. La chirurgia aveva un bel progredire se poi la maggioranza dei malati moriva a causa di complicazioni e infezioni post-intervento. La medicina del tempo considerava questo problema dal punto di vista della “tecnica ospedaliera”, cioè all’erronea costruzione degli ospedali e alla discutibile conformazione e dislocazione interna dei locali (p. 70).

Era questo il mondo in cui Lister lavorò e fece carriera. Scrivere una biografia significa calare il protagonista nel contesto generale della sua epoca. L’Autrice riesce perfettamente in questa operazione. Il primo merito di questo libro è di avere scandito le tappe della carriera di Lister allacciando ognuna di esse al contesto generale.

Lister fu un uomo fortunato per cinque ragioni. La prima fu quella di avere un padre che riconobbe il talento del figlio e, con discrezione, non solo lo sostenne ma lo guidò rispettandone le scelte. La seconda fu quella di avere dei mentori che, riconosciute le sue capacità, lo presero sotto la propria protezione e lo fecero crescere enormemente dal punto di vista professionale accrescendone la stima in sé stesso (belle le pagine dedicate all’orgoglioso, ardito e a suo modo geniale James Syme, che divenne suo suocero). La terza e la quarta sono legate tra loro. Lister era un quacchero e il fatto che quella religione desse importanza a condurre una vita senza tanti fronzoli e stimolasse l’impegno per realizzare cose concrete fu uno stimolo potente per incentivarne la naturale serietà e l’innata tendenza alla perseveranza. La quinta, ça va sans dire, Lister era un genio. Ma quel genio ottenne risultati (e riconoscimenti) strepitosi grazie al supporto degli altri quattro elementi: la storia è piena di personalità geniali ma discontinue o destinate a perdersi per strada.

Fitzharris individua queste caratteristiche e le usa per accompagnare il lettore nella vicenda umana e professionale di Lister con grande abilità narrativa. L’A. ci inoltra così nei dibattiti dibattiti scientifici su riviste e pubblicazioni; focalizza la situazione interna alle università illustrando competizioni tra docenti, i rapporti con gli studenti e la vita accademica; ci presenta la condizione degli ospedali partendo da descrizioni sommarie ma efficaci delle città e degli ambienti di lavoro.

The gross Clinic

Il libro è interessante non solo per il personaggio decisamente fuori dal comune e per la sua capacità di trovare la soluzione alla ossessione di una vita di studi e esperimenti (abbattere la mortalità dovuta alle infezioni con un metodo scientifico); lo è anche perché contestualizzando la vita e le vicende del protagonista l’A. delinea molti altri aspetti interessanti.

Si prenda ad esempio il faticoso affermarsi di una teoria, dovuto alla diffidenza e all’ostracismo di colleghi (Ignac Semmelweris, un medico ungherese, si rese conto prima di Lister che erano proprio i medici a portare in sala parto le “particelle cadaveriche” responsabili delle infezioni e che perciò chi andava dalla sala anatomica in corsia avrebbe dovuto lavarsi le mani. Quasi inascoltato e anzi deriso dalla gran parte dei medici finì i suoi giorni in un manicomio – vedi pp. 185-187): il progredire, il successo o l’insuccesso di una scoperta in grado di salvare un numero incalcolabile di vite può dipendere da molto variabili. Anche Pasteur, che trovò in Lister prima un lettore attento poi un ammiratore e infine un amico, dovette scontrarsi con un clima del genere.

Furono proprio le ricerche di Pasteur a offrire a Lister la chiave per risolvere il problema che lo affliggeva: l’intuizione che nelle ferite si determinava qualcosa di simile alla fermentazione studiata da Pasteur. Era quindi assolutamente necessario impedire la putrefazione delle ferite analogamente a quanto faceva il calore impedendo la fermentazione (pp. 198-201). Fu l’acido fenico la sostanza che tradusse in modo efficace la teoria alla pratica.

Dal libro emergono alcuni dei nessi che legano gli sviluppi velocissimi e sbalorditivi di Edimburgo e Glasgow (le città dove Lister si trovò a lavorare oltre che a Londra) con i problemi urbanistici, il durissimo lavoro nelle fabbriche e lo sviluppo degli ospedali. Sono temi trattati ampiamente dalla storiografia, ma in tempi come i nostri in cui un liberismo senza freni fa riemergere una “questione sociale” che sembrava risolta, Fitzharris offre molti spunti di riflessione, non ultimo il fatto che lo sfruttamento può diventare un guadagno per il singolo imprenditore, ma è una perdita per la collettività. Chi subisce mutilazioni permanenti poi dovrà ricevere sussidi per continuare a vivere e sono spese a carico della collettività: i costi della mancanza di regole li paghiamo tutti, non solo chi ha avuto la sfortuna di infortunarsi.

Nel computo complessivo dovrebbero essere anche inclusi i costi degli effetti collaterali di uno sviluppo senza regole: Fitzharris accenna a quelli del tempo del protagonista: alcolismo, microcriminalità e rapporti umani estremamente tesi; ma a ben guardare sono gli stessi (ai quali se ne aggiungono altri) con cui ci confrontiamo oggi.

Ancora: l’A., accenna brevemente alla riforma della medicina maturata dalla Rivoluzione francese (ma i rimandi sono precisi. Per approfondire il tema si veda Giorgio Cosmacini, Recensione. Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione). Del resto, la condizione degli ospedali in Inghilterra rimase diversa da quelli sul continente per un lungo periodo. Ma si tratta di una riforma essenziale, non soltanto perché costringendo i medici alle visite in ospedale e a redigere quel “tableau” che poi sarà la cartella clinica gettò le basi della medicina moderna e della clinica, ma anche perché, per la prima volta, pose il problema della salute come “diritto” del cittadino e non come soccorso compassionevole.

Vale la pena di ricordare la grande umanità di questo medico geniale. Mentre i lettori farebbero bene a meditare – e ad approfondire, gli aspetti economico-sociali partendo dalla considerazione che la medicina non è affatto una scienza neutra ma fa parte e incide sul contesto, i medici farebbero bene a tenere a mente che la sensibilità dovrebbe essere una componente essenziale per chi ha scelto quella professione.

Uno dei meriti indiscussi dell’opera è lo stile avvincente e l’ottimo gioco di incastri che l’A. ha assemblato per mantenere vivo l’interesse del lettore. Fitzharris riesce nell’impresa di sciogliere concetti non semplici in un linguaggio chiaro e brillante (a volte forse perfino un po’ troppo discorsivo).

Anche se corredato da un indice analitico molto ben fatto e da note a margine ricche e puntuali, manca una bibliografia. È un peccato, ma nel complesso L’arte del macello è un’ottima introduzione alla storia della chirurgia e un bell’esempio delle grandi potenzialità che la storia della medicina ha nell’illuminare quella economico-sociale.

È un libro che consiglio con piacere. Buona lettura.

Le immagini sono tratte da: Philadelphia Museum of Art; Wellcome Collection; Kilmer House; Europeana Collections